FINI, OVVERO IL DUCE DI MIRABELLO
Pubblicato il 6 settembre, 2010 in Politica | Nessun commento »
Ciascuno ha il destino che si merita. Evidentemente a Fini è toccato quello di finire a fare il duce di Mirabello, piccolo borgo in provincia di Ferrara, città che ha dato i natali oltre che a Italo Blabo anche a Vittorio Sgarbi. E’ a Mirabello che l’ex fascista investito da Almirante del compito di traghettare il neofascismo italiano nel nuovo millennio, che è passato disinvoltamente dal definire Mussolini quale “maggior statista del novecento” ad accusare il fascismo di essere “il male assoluto”, che altrettanto disinvoltamente è passato dalla assicurazione che mai avrebbe mandato un proprio figlio a scuola da un maestro gay a sostenere la ufficializzazione del rapporto delle coppie omosessuali, che dopo aver firmato la legge Bossi-Fini contro la immigrazione clandestina auspica l’ingresso in massa degli immigrati ai quali propone di concedere subito la cittadinanza italiana, è a Mirabello che Fini, gonfiando il torace alla stregua del pur ricusato Benito, ha fatto l’ennesima capriola della sua vita, anzi ne ha fatte parecchie. Due soprattutto, una umana e l’altra politica. L’umana riguarda Silvio Berlusconi. Dopo sedici anni si è accorto che Berlusconi è il “nuovo male assoluto”, illiberale e stalinista, che lo ha cacciato dal partito che lui, Fini, ha contribuito a creare, cioè il PDL, sorvolando, disinvoltamente, non è manco il caso di sottolinearlo, sul fatto che è lui ad esseri messo fuori con i suoi lamentosi attacchi al governo nell’ultimo anno. E nei confronti di Berlusconi si è lanciato in una aggressione rancorosa e acida che nulla ha di politico e molto di velenosa gelosia per l’uomo che lui non saprà mai essere, essendo sempre stato lui, Fini, l’uomo che ha vissuto solo e soltanto di politica e di compromessi. La capriola politica è conseguente a quella umana. Per distinguersi da Berlusconi, con inavvertita dabbenaggine, si sposta sull’altro versante della politica, a sinistra, e come i suoi “caporali” (avendo i colonnelli da tempo, giustamente!, preso le distanze da lui) si avventura con il linguaggio tipico della sinistra ad aggredire la Destra di cui egli si dice però il vero ed unico depositario. Anzi, ripete ancora il ritornello della “destra nuova, europea, diversa” senza ancora una volta declinare i principi e i valori cui questa sua nuova destra dovrebbe ispirarsi. Insomma, il duce di Mirabello affoga nell’ovvio e nella rabbia. Forse anche per il flop del pur tanto propagandato appuntamento di Mirabello che ha fatto registrare una affluenza di appena un quinto di quanto annunciato dal “caporale” Bocchino (si chiedeva un lettore come si chiamino i seguaci di Bocchino….), circa duemila persone (rispetto alle diecimila attese, con i parcheggi e i maxi
schermi desolatamente rimasti inutilizzati), pochine in verità, anche perchè a nulla sono serviti gli espedienti circa le presunte contestazioni usate per accendere curiosità e stimolare la partecipazione: nessuna contestazione perchè l’ovvio non vale la pena di contestarlo. Anzi, una sola v’è stata ed è venuta non da un “affarista” berlusconiano ma dal figlio di uno dei sette fratelli Govoni, uccisi dai partigiani alla fine della guerra, allontanato sgarbatamente dal servizio d’ordine perchè non disturbasse il dire di Fini. Che forse per questo, vistosi senza contestazioni, se ne è cercata una per conto suo. Così a proposito della campagna giornalistica di Feltri e Belpietro nei confronti degli affari della “sua” famiglia, i Tullianos, dalla casa di Montecarlo, su cui Fini ha tranquillamente sorvolato, ai contratti milionari in Rai per la suocera casalinga e il cognato gaudente, su cui pure ha taciuto in barba al codice etico che Fini vuole per gli altri meno che per se stesso, l’ha definita una vera e propria “lapidazione”. Magari per farsi bello dinanzi alla sua compagna, la Elisabetta, ex di Gaucci, rotondo anzichè no patron del Perugia,. Peccato però che ha ignorato vergognosamente che c’è chi davvero rischia la lapidazione, Sakineh, la donna iraniana alla quale, forse, Fini, ex ministro degli esteri, doveva rivolgere il suio pensiero, prima di paragonare le miserabili vicende affaristiche della sua famiglia alla tragedia che rischia di consumarsi in Iran. In ciò c’è tutta la miseria umana e politica di Fini, il duce di Mirabello. g.


L’Italia in preda alle convulsioni del manipulitismo scoprì il bipolarismo. Un bipolarismo che da noi non ha storia e non ha tradizioni. Lo si scoprì non grazie a una vocazione, che non c’era, e neanche grazie ai referendum sulla legge elettorale o alla legge firmata da Sergio Mattarella (detta «mattarellum», da Giovanni Sartori), perché nulla di tutto questo avrebbe condotto in quella direzione. Lo si scoprì grazie, o, se si preferisce, a causa di Silvio Berlusconi. La sua «discesa in campo» non si limitò a occupare lo spazio lasciato vuoto dal collasso della Democrazia cristiana e del Partito socialista, da quelle forze che avevano dato vita al centrosinistra, ma portò con sé una rivoluzione logica nel fare politica, affermando che tutte le forze erano buone per opporsi a un governo che sarebbe nato attorno ad un nucleo composto dal vecchio Partito comunista e dalla corrente di sinistra della dc. Coalizzò tutto ciò che era contro quella prospettiva, e con questo vinse le elezioni del 1994. Quello è l’atto di nascita del bipolarismo. Attorno a quel gesto si è a lungo teorizzato, ed è anche nata una scuola di pensiero secondo cui il bipolarismo sarebbe stato la soluzione di tutti i mali. Finalmente l’Italia entrava nel novero delle democrazie compiute, dando agli elettori la possibilità di scegliere e creando le condizioni per far sì che chi vince governa e chi perde va all’opposizione. Le cose sono andate in modo assai diverso. La coalizione messa su da Berlusconi si sfasciò nel giro di pochi mesi, complici le pressioni esercitate dal Quirinale e, naturalmente, anche a causa delle obiettive distanze interne fra le diverse componenti. La Lega abbandonò i vincitori, D’Alema riconobbe nei seguaci di Bossi «una costola della sinistra», e nacque un governo per il quale nessuno aveva mai votato, il governo Dini. Come collaudo, non era un granché. Dopo fu la coalizione denominata Ulivo a vincere le elezioni, nel 1996, con Prodi in testa.

