BERLUSCONI:BISOGNA CAMBIARE LA LEGGE ELETTORALE D’ACCORDO COL PD
Pubblicato il 5 febbraio, 2012 in Politica | Nessun commento »
Berlusconi a colloquio con Libero svela i suoi piani: “Bisogna trovare un compromesso con il Pd per cambiare la legge elettorale. Sosterrò la campagna elettorale del Pdl, poi lascio ad Alfano.

Silvio Berlusconi sfoglia un album fotografico con la copertina cartonata, in blu. Arriva all’istantanea che gli piace di più: lo ritrae, pattini e divisa da giocatore di hockey, mentre si lancia in una mischia tra un avversario e la parete del perimetro di ghiaccio. «Ci siamo sfidati con Putin e ho vinto io. Quale settantacinquenne si avventerebbe con tale agonismo?». Anche chi dice peste e corna di lui, gliene dà atto: l’uomo, di indole, è un combattente. Da ragazzo è pure salito sul ring («Campionato lombardo dei pesi medi, finché non tornai a casa con il naso gonfio e mia madre protestò: “io ti ho fatto bello e tu ti conci così!”»). Basta guantoni. Li ha rimessi su (metaforicamente) per fare politica. Ma anche quella stagione è finita. Finita? Berlusconi siede alla scrivania. Ha un piano.
Gli ultimi mesi di esperienza al governo sono stati traumatici. Troppo tempo speso a difendersi dagli attacchi che arrivavano, quotidianamente, da più parti, pochissimo spazio per pensare. Tanta trincea, zero elaborazione politica. Poi il trauma delle dimissioni, il passaggio di consegne a Monti, il disagio di condividere la coalizione con i nemici del giorno prima. Quindi i primi provvedimenti del governo, la manovra “tutta tasse” di dicembre e un Berlusconi che ancora non prende partito: dà i voti ai professori, ma li tiene sulla corda. Lotta e governo. Un occhio strizzato all’Udc e una mano tesa alla Lega. Poi? Poi le ferie natalizie devono aver fatto molto bene al Cavaliere. Gli hanno restituito la lucidità che s’era giocata col (troppo) rapido precipitare degli eventi.
L’ex premier ha una strategia. La rivelazione consegnata ieri l’altro al Financial Times è l’epifenomeno. Manca un pezzo. Questo: «Perché ho detto che sono pronto a un passo indietro e ad abbandonare la politica in prima linea. Perché, semplicemente, è quello che penso: voglio dare spazio ad Angelino Alfano, che è un giovane bravissimo. Poi ritengo che tornare un’altra volta a Palazzo Chigi, con l’attuale architettura istituzionale, sarebbe inutile». Il compito di riformarla tocca ai due principali partiti, Popolo della Libertà e Partito democratico. Ecco la strategia berlusconiana, la quinta sinfonia per i consiglieri “pacifisti” del capo. Una medicina amara per quegli azzurri più bellicosi che chiedono il voto. Qui e subito.
Detta volgare, la strategia dell’inciucio 2.0, suona più facile e diretta: se uno deve stare nello stesso letto con il nemico, tanto vale consumare il rapporto, no? Ma il discorso di Berlusconi è ben più articolato. Parte dalla «politica» che deve ritrovare centralità perché «in questo momento non c’è», è evanescente, «il 46 per cento degli italiani non sa chi votare e se andare a votare». Colpa anche del sistema di voto che alimenta la frammentazione: «Il voto degli italiani si disperde in una miriade di partiti e partitini: la sinistra radicale di Vendola, i Grillini, Di Pietro, i radicali, Fini, l’Udc di Casini, la Lega… Sarebbe invece opportuno alzare la soglia di sbarramento». E chi avrebbe lo stesso interesse a dare una sterzata al sistema verso il bipolarismo spinto (o bipartitismo)? Esatto. «Dobbiamo dialogare con il Partito democratico. E non solo sulla legge elettorale. Bisogna lavorare con loro anche alle altre riforme istituzionali». Pure la giustizia? «Perché no, alla fine quaranta loro deputati hanno votato per la responsabilità civile dei magistrati…». Come a dire: forme primoriali di garantismo anche a sinistra. Perlomeno quando c’è il velo del voto segreto, come l’altro giorno alla Camera.
Alt, ferma. Momento di riflessione: il Cavaliere auspica un’asse Pdl-Pd per una nuova legge elettorale che tagli terzi poli e le ali estreme, tra queste ficca en passant pure la Lega. Silvio non ufficializza la morte dell’alleanza (ci pensano i leghisti a ricordarlo tutti i giorni), ma inizia a elaborare il lutto. Bossi è Bossi, un amico, un fratello. Ma Umberto non è più il leader del Carroccio. Esteticamente forse ancora, ma di fatto non lo è più. Perciò – anche se la porta per il figliuol prodigo è sempre aperta – meglio attrezzarsi alla nuova situazione. E sia: perché i partiti maggiori abbiano tempo per fare le riforme (o perlomeno la legge elettorale), è necessario che Monti duri per tutto il suo mandato. Ciò spiega com’è che, dopo il tentennamento iniziale, Berlusconi sia diventato un montiano di ferro: «È molto bravo e non sto scoprendo adesso le sue qualità: è stato il sottoscritto a indicare Monti come Commissario europeo nel ’94». Il Cavaliere si fregia di essere stato il talent scout. «Il governo deve continuare a operare».
In settimana l’ex premier è stato ospite, con Gianni Letta, al Quirinale per un pranzo riservato col Capo dello Stato. Nelle settimane successive al suo passo indietro Berlusconi aveva sottolineato lo stato di democrazia sospesa, determinato dall’insediarsi di un esecutivo non indicato dagli elettori. Una dialettica antiquirinalizia che Silvio ha via via abbandonato. Adesso analizza freddamente: «Di fatto siamo in una Repubblica presidenziale. Il che va anche bene perché, con i decreti del Presidente, almeno si fanno le riforme che servono al Paese». Evviva la Costituzione materiale, se quella cartacea è l’antitesi del decisionismo: «Le nostre leggi entravano in Parlamento in un modo e ne uscivano modificate. Poi passavano al vaglio di Magistratura democratica che decideva se impugnarle. Infine subivano il giudizio della Corte costituzionale, dove si sa quale siano i rapporti di forza politici…». Adesso le leggi hanno il sigillo di Giorgio Napolitano. E chi le tocca? Sorride: «Certo che, senza Berlusconi al potere, i giornali non sanno più chi attaccare, sono in crisi…». Adesso dilaga la polemica contro la casta e a Silvio non piace: «La stampa non aiuta la politica a recuperare credibilità. Alla fine un deputato ha spese politiche e di rappresentanza, non si arricchisce con l’indennità parlamentare».
La seconda vita di Berlusconi in politica – non più frontman, ma stratega e padre nobile – sembra anche caratterizzata da un diverso approccio ai problemi. Meno ottimismo, più realismo: «Sono profondamente preoccupato per l’economia italiana ed europea». Si mischiano interessi generali – per il Paese che dice di amare – e interessi vivi: le sue aziende, gravate dal calo della raccolta pubblicitaria. Ma è tutto il Sistema Italia che, chissà se regge: «La Cina e le altre economie emergenti aggrediscono le nostre aziende producendo a costi bassissimi. Non so come andrà a finire…». Ha un esempio che lo riguarda: «Ho costruito varie strutture in Thailandia con don Pierino Gelmini e adesso, in collaborazione con Guido Bertolaso, abbiamo un progetto di ospedali prefabbricati da installare direttamente in Paesi che ne hanno necessità». Un’iniziativa umanitaria. «Ebbene, produrne uno in Italia costa 4,2 milioni di euro, in Cina 1,2 milioni!». Al crepuscolo del Vecchio continente sta dando una bella mano la Germania: «Non si rendono conto di quanto sia importante per l’euro avere una Bce che funzioni come una vera banca centrale».
Il Cavaliere guarda il tavolino dove gli vengono sistemati i quotidiani. È vuoto. Ritardo nella consegna della mazzetta, colpa della nevicata che ha mandato in tilt Roma. D’altronde anche Silvio doveva partire per Milano e, causa meteo avverso, non è riuscito: «Non ho ancora visto il Financial Times, volevo leggerlo. In realtà ho in programma un serie di interviste con i giornali stranieri. Un po’ di tempo fa ne ho fatta una con Paris Match, proseguirò con cadenza settimanale. Mi concentro di più sulla stampa internazionale perché c’è stato un tentativo di screditare la mia immagine all’estero con la storia del bunga bunga». di Salvatore Dama, Libero, 5 febbraio 2012

Tutti contro tutti. Dopo i fiocchi, volano i piatti. Il Sindaco dice che è stato lasciato solo e attacca la Protezione Civile. Quest’ultima spiega che il piano del Campidoglio fa acqua (ops, neve), Palazzo Chigi esce dal letargo e spalanca il portone dell’ovvietà e del «bisogna prevenire». Perbacco. Poi arriva l’esercito con i lancieri di Montebello e mancano solo i mezzi corazzati e l’antiaerea. Solita babele. Gli unici in silenzio, i volontari che spazzavano la mattina presto e quei bravi cittadini che facevano quel che andava fatto: pulivano il loro pezzo di marciapiede e anche quello del vicino che ronfava. Quello che si stropiccia gli occhi butta giù un «…ammazza» e poi cerca il nome del colpevole mentre guarda dall’alto in basso il «fesso» che ha pulito il «suo» marciapiede. È un Paese senza comando, organizzazione e responsabilità. Non ci voleva Einstein per capire che una metropoli che va sott’acqua con la pioggia, finisce in freezer con la neve. Unica consolazione, la gioia dei bambini. I loro sorrisi ci ricordano che dobbiamo investire nel futuro. Non possiamo lasciare loro in eredità infrastrutture che d’inverno si ghiacciano e d’estate si squagliano. La parola definitiva per me l’ha detta un anziano ex macchinista delle Ferrovie che in metropolitana (unico mezzo funzionante) mi ferma e dice: «Direttore, abbiamo inventato i treni che camminano solo d’estate…». Mario Sechi, Il Tempo, 5 febbraio 2012
Roma bloccata per neve, Berlusconi chiude per sempre con Palazzo Chigi, Monti apre la partita dell’articolo 18. Cos’hanno in comune questi tre fatti? Una sola parola: l’emergenza, metafora dell’Italia di ieri e di oggi. Mentre passeggiavo per le vie della Capitale imbiancata, con la mente sospesa tra la poesia dell’inverno e la prosa del caos pensavo che sul nostro Paese fiocca senza pietà un po’ di tutto. È la nostra storia. Terra di conquista per gli imperi, poi divisa in staterelli con un «volgo disperso che nome non ha» e infine unita nel segno del campanile e della fazione. Eppure gli italiani in fondo riescono a cavarsela sempre, anche quando la loro sorte dipende da un inesorabile stato d’eccezione: la crisi politica, quella economica, la disoccupazione, l’ondata di freddo. Roma congelata, simbolo di un Paese che si risveglia quando c’è lo shock. E allora ecco che nei 280 chilometri di coda, nel traffico in tilt, nei bus senza gomme da neve, nel Grande Raccordo Anulare paralizzato, si consuma la nostra storia collettiva, si realizza la dimensione piccola e grande del nostro «carattere nazionale». Lo ritroviamo nel bene e nel male ogni volta che la cronaca ci offre il materiale buono per la rotativa, la prova, l’evidenza, l’indizio da seguire per capire come siamo fatti e disfatti, apparentemente vinti, perduti e invece mai domi e infine ritrovati. Ieri il naufragio del prode Capitan Schettino che scappa dalla nave Concordia, oggi la nevicata polare sulla Città Eterna. Abbiamo sempre una «via di mezzo» per separarci, unirci, litigare e poi fare la pace. Scuole chiuse, no aperte a metà, perché non si sa mai e in fondo serve a trovare il riparo per i figli, far andare la macchina sulla neve, discutere sul posto di lavoro della gran tormenta e poi la Roma non giocherà e accidenti nevica, governo ladro. E provate voi a spiegare tutto questo a quel buontempone che alla Balduina s’è improvvisato Alberto Tomba, ha messo gli sci, gli occhiali e s’è buttato in slalom tra le macchine parcheggiate. Ma quali Suv, macchè Cortina, questa è l’Italia. I sessantottini non hanno mai capito nulla: qui la fantasia è al potere da sempre. Mario Sechi,Il Tempo, 4 febbraio 2012
“Penso sia opportuno che il ministro del Tesoro convochi Befera, si faccia chiarire le gravissime affermazioni fatte ieri nell’intervista a Repubblica, e venga a riferire in Parlamento, prendendosi la responsabilita’ di avvallare la permanenza in un incarico di tale rilevanza e peso di una persona che ha chiaramente dimostrato di agire con pregiudizi, con sprezzo totale delle istituzioni e con un delirio di onnipotenza preoccupante”.