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	<title>ILTORITTESE.it - fatti, notizie, cronaca, politica e cultura di Toritto (BA) &#187; Costume</title>
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		<title>LA SECONDA VOLTA TRA TRABBIA E FRUSTRAZIONE, di Antonio POLITO</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Oct 2020 10:56:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
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«Quando un Paese è grande una volta — ha detto il presidente Conte — deve essere grande sempre».  Non è chiaro se quel «deve» equivale a un pronostico o è invece una  «raccomandazione», come le altre impropriamente inserite nel testo  normativo del Dpcm. Se è una previsione, non [...]]]></description>
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<p><span style="color: #0000ff;">«Quando un Paese è grande una volta — ha detto il presidente Conte — deve essere grande sempre».  Non è chiaro se quel «deve» equivale a un pronostico o è invece una  «raccomandazione», come le altre impropriamente inserite nel testo  normativo del Dpcm. Se è una previsione, non pare però fondata su dati  di fatto. Prima di tutto perché la storia è purtroppo piena di «seconde  volte» andate peggio della prima: dalla seconda ondata di influenza  «spagnola» alla Seconda guerra mondiale. Poi perché il pessimismo della  ragione ci ricorda che se una cosa può andare male, se cioè non si è  fatto tutto il possibile perché andasse bene, è probabile che andrà  male. E infine perché il Paese è stanco di sentirsi chiamato a essere di  nuovo «grande», visto che l’altra volta, in primavera, abbiamo pianto  35 mila morti, e tanto bene non ci era davvero andata. Del  resto, fuor di retorica, è stato lo stesso capo del governo, nella  stessa conferenza stampa, a dire che cosa provano davvero gli italiani  in queste ore: «stanchezza, ansia, rabbia, frustrazione, sofferenza».  Per ognuno di questi sentimenti c’è una ragione. Vorrei soffermarmi su  «rabbia» e «frustrazione», perché sono due stati d’animo che chiamano in  causa l’operato dei poteri pubblici.</span></p>
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<p><span style="color: #0000ff;">La rabbia deriva dalla convinzione che gran parte di ciò che era stato promesso,  garantito, programmato, non è stato fatto. Prendiamo i «tracciatori»,  la prima linea che ormai tutti dichiarano già travolta. Ce ne sono 9.241  in Italia (fonte Sole 24 Ore).  Nessuno può essere stato colto alla sprovvista dalla necessità di  averne di più. Eppure dopo più di tre mesi sono aumentati di appena 275  unità.</span></p>
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<p><span style="color: #0000ff;">Nell’area metropolitana di Milano, tre milioni di abitanti, ci sono solo 25 medici delle Usca, le  «unità speciali» che dovrebbero controllare i positivi nelle loro case  invece di intasare gli ospedali: era stato previsto un fabbisogno di  130.</span></p>
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<p><span style="color: #0000ff;">Anche senza studiare le statistiche (ne vengono del resto fornite troppo poche e troppo generiche) gli  italiani hanno capito che non si è fatto abbastanza per «gestire»  questa seconda ondata. Non danno certo a chi li governa la colpa della  diffusione del virus, anzi spesso sembra accadere piuttosto il  contrario; ma si rendono conto se devono fare un tampone, se hanno un  malato in casa, se sono in auto di notte davanti all’ospedale con un  familiare in crisi respiratoria che muore in attesa di un letto (è  successo ad Avezzano), che si doveva fare di più e meglio.</span></p>
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<p><span style="color: #0000ff;">Poi c’è la «frustrazione», per tornare all’elenco del presidente Conte.  Questo stato d’animo ha almeno due ragioni. La prima è la perdita di  reddito che sta subendo una parte importante dell’economia italiana  specialmente urbana, quella dei servizi di prossimità, dei ristoranti,  dei bar, delle palestre. A differenza del lockdown di primavera, e anzi  proprio nel lodevole intento di evitarlo, stavolta il governo ha dovuto  scegliere che cosa chiudere e che cosa lasciare aperto. Era dunque forse  inevitabile che le «vittime» avvertissero di subire una «ingiustizia».  Anche perché si tratta spesso di aziende familiari che, oltre alle spese  fisse, avevano investito nella sicurezza, acquistando sistemi di  sanificazione, riordinando gli spazi, allestendo dehors, per ottemperare  ai protocolli emanati dal governo. Questo malessere anima la maggior  parte delle proteste e rischia di determinare la più pericolosa delle  fratture: tra i garantiti e i non garantiti, tra chi ha il «buono pasto»  e chi no. Bisogna porvi rimedio il più urgentemente possibile, e non  con la pachidermica lentezza burocratica di primavera.</span></p>
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<p><span style="color: #0000ff;">Ma la «frustrazione» ha un’origine forse anche più profonda: e  cioè il dubbio che questi sacrifici siano quelli giusti e servano  davvero. Siamo infatti al terzo Dpcm in pochi giorni. E dunque — come ha  notato Vitalba Azzollini sul Domani  — noi non possiamo sapere se le misure precedenti abbiano funzionato,  semplicemente perché non è passato abbastanza tempo per verificarlo. Di  quanto ha ridotto la circolazione del virus la chiusura dei ristoranti  alle 23? Non lo sappiamo. Dunque non sappiamo neanche che effetti  produrrà la chiusura alle 18. È lecito pensare che in realtà si tratti  solo di una marcia di avvicinamento alla chiusura totale?</span></p>
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<p><span style="color: #0000ff;">Le palestre sono forse un potenziale focolaio di infezione, anche se finora non ne sono  tanti segnalati di rilevanti (un vagone di metropolitana affollato lo è  sicuramente di più). Ma se sono pericolose, perché non sono state  chiuse una settimana fa, quando invece si decise di lasciarle aperte?</span></p>
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<p><span style="color: #0000ff;">Queste contraddizioni, e l’accavallarsi di decisioni e annunci tra Governo e Regioni, ci  stanno facendo perdere fiducia nella capacità del guidatore di tenere  la strada. Che poi non è uno solo, ma un’affollata assemblea di  ministri, capi delegazione, governatori, membri del comitato  tecnico-scientifico.</span></p>
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<p><span style="color: #0000ff;">Il malessere, o la rabbia, o la frustrazione, hanno dunque una loro ragion d’essere.  Il ricorso all’agitazione e alla violenza di gruppi organizzati con una  loro agenda criminale o politica (a proposito, perché teatri e cinema  chiudono e i centri sociali restano aperti?) era anch’esso prevedibile.  E, come il virus, merita di essere combattuto con la forza dello Stato,  che deve saper proteggere i cittadini, anche quelli che protestano, dai  mestatori di torbidi, piaga antica che ha spesso infettato la nazione  dal 1919 a oggi. Tanto più lo Stato lo potrà fare se saprà distinguere  tra la sedizione di piazza, alla quale deve dare una risposta di ordine  pubblico, e il malessere giustificato, al quale deve dare una risposta  politica e sociale.</span></p>
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<p><span style="color: #0000ff;">L’argomento che le cose non vanno meglio in altri Paesi europei  (anche se in qualcuno sì), non può infatti bastare a renderci più  sereni. L’Italia sa stringersi intorno alle sue istituzioni, ma pretende  di più. Il nostro, ha ragione il presidente Conte, è un grande Paese.  Merita di essere trattato come tale.<span style="color: #ff0000;"> Antonio POLITO, Il Corriere della Sera, 27 ottobre 2020</span><br />
</span></p>
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</h3>
]]></content:encoded>
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		<title>LA STORIA DI MIO PADRE, di Stefano Zurlo</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2018 12:39:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Ventuno  giugno 1993. Gabriele Cagliari scrive dal carcere di San Vittore alla  moglie Bruna: «Comincia l&#8217; estate, oggi è il primo giorno. Ho passato  qui l&#8217; intera primavera e alcuni giorni di inverno. Chi l&#8217; avrebbe mai  detto?». L&#8217; epilogo è vicino e, col senno di poi, quel punto di domanda [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="color: #000080;">Ventuno  giugno 1993. Gabriele Cagliari scrive dal carcere di San Vittore alla  moglie Bruna: «Comincia l&#8217; estate, oggi è il primo giorno. Ho passato  qui l&#8217; intera primavera e alcuni giorni di inverno. Chi l&#8217; avrebbe mai  detto?». L&#8217; epilogo è vicino e, col senno di poi, quel punto di domanda  sgomento sembra già scandagliare la vertigine dell&#8217; abisso.</span></h3>
<p><span style="color: #000080;"> </span></p>
<h3><span style="color: #000080;">L&#8217;  ex presidente dell&#8217; Eni, travolto dal ciclone Mani pulite, sta  meditando la scelta irrevocabile. Il 5 luglio, dopo altre due settimane  di supplizio, si rivolge ai figli Stefano e Silvano con parole  definitive. Il suicidio è stato stabilito e lui sa che i ragazzi  leggeranno dopo. Dopo aver asciugato, se mai ci riusciranno, le lacrime.  Dopo le polemiche e tutto il resto. «In una lunga lettera a voi tutti e  che ho indirizzato alla mamma &#8211; è la comunicazione struggente e  lucidissima, animata da una sovrumana forza di volontà &#8211; ho spiegato le  ragioni di questo mio andarmene. Non me la sono più sentita di  sopportare ancora a lungo questa vergogna e questa tortura, mirata a  distruggere l&#8217; anima».</span></h3>
<p><span style="color: #000080;"> </span></p>
<h3><span style="color: #000080;"> Parla  di se al passato, l&#8217; amico di Bettino Craxi. È solo questione di  giorni. La goccia che fa traboccare il vaso arriva nel filone Eni-Sai,  parallelo a Mani pulite. Il pubblico ministero Fabio De Pasquale, almeno  secondo l&#8217; avvocato Vittorio D&#8217; Aiello, promette un parere positivo  sugli arresti domiciliari, ma poi si arrocca sul no. È finita, anche se  il giudice deve ancora pronunciarsi. Gabriele Cagliari ha esaurito la  pazienza e le energie e pensa che quel gesto di ribellione sia l&#8217; unico  modo per preservare la propria dignità.</span></h3>
<p><span style="color: #000080;"> </span></p>
<h3><span style="color: #000080;">La  mattina del 20 luglio si chiude in bagno bloccando la porta con un  pezzo di legno, infila la testa in un sacchetto di plastica, lo lega  intorno al collo con un laccio di scarpe e si uccide in quel modo cosi  crudele e fragoroso. Venticinque anni dopo, Stefano Cagliari prova a  rielaborare quelle ferite, personali e di un intero Paese, in un libro  misurato e sofferto, ma senza nemmeno una goccia di rancore, scritto con  Costanza Rizzacasa d&#8217; Orsogna: Storia di mio padre (Longanesi, pagg.  264, euro 18,80).</span></h3>
<h3><span style="color: #000080;">Dentro  c&#8217; è la ricostruzione, sommessa e mai urlata ma attenta al dettaglio,  di quei mesi drammatici del terribile Novantatrè. Un padre chiuso per  134 giorni nel «canile di San Vittore», come lui lo chiama senza sconti  nelle sue missive. E una famiglia un tempo potente precipitata nell&#8217;  angoscia, frastornata, colpita da una successione inarrestabile di  lutti. Non solo. Il volume propone la corrispondenza, in buona parte  inedita, partita dal carcere o spedite da casa al detenuto.</span></h3>
<p><span style="color: #000080;"> </span></p>
<h3><span style="color: #000080;"> <span style="color: #0000ff;">C&#8217;  è insomma, la progressione di una tragedia sullo sfondo di un Paese  lacerato e incattivito che ha smarrito la propria anim</span></span><span style="color: #0000ff;">a nel tentativo di  purificarsi. Perfino il funerale diventa un problema: «Il parroco della  chiesa di San Babila non c&#8217; era, il vice si rifiutò e cosi il vicario  di Carlo Maria Martini all&#8217; Arcivescovado». Allora il cardinale che è in  Francia chiama il cappellano di San Vittore, don Luigi Melesi, e lo  prega di celebrare la funzione al posto suo. Ma quel momento di pietà  viene sconvolto e funestato: «La chiesa era gremita, la gente si  accalcava fuori. Arrivò la notizia del suicidio di Raul Gardini, ci  guardammo. Era tutto più grande di noi».</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Un  quarto di secolo dopo, questo testo abbraccia l&#8217; umanità, allora  calpestata. E fa un passo decisivo sulla strada di una pacificazione che  non sia solo la spugna del tempo. La prefazione, sorprendente, porta la  firma autorevole di Gherardo Colombo, uno dei magistrati del Pool che  chiesero l&#8217; arresto di Cagliari. E Colombo, senza rinnegare nulla, con  toni altrettanto sobri, compone una critica del sistema giudiziario,  peraltro abbandonato nel 2007.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Dunque,  in qualche modo fa autocritica: «Il magistrato si concentra sulle  esigenze della giustizia &#8211; termine che inserisco fra molte virgolette &#8211;  ma cosi facendo, non si rende conto delle conseguenze che i suoi atti  producono su coloro che le investigazioni subiscono». Schiacciati in  celle anguste, esposti alla gogna feroce &#8211; il &#8216;93 diventa un calco dell&#8217;  originale 1793 giacobino- con interrogatori diluiti sul calendario con  il contagocce, oggi per fortuna meno di allora. «Bisogna riconoscere &#8211;  ammette ora Colombo -la persona. Vedere il volto dell&#8217; altro». Allora, e  non solo allora, andò in un altro modo.</span> <span style="color: #ff0000;">Stefano Zurlo, Il Giornale 7 maggio 2017</span></h3>
<h3><span style="color: #ff0000;">&#8230;A 25 anni di distanza, il figlio di Gabriele Cagliari, presidente dell&#8217;Eni, racconta la storia di suo padre, rinchiuso nel &#8220;canile di S. Vittore2 come lo stesso Cagliari lo defnisce nell&#8217;episstolario con la famiglia, e nel quale si tolse la vita fiaccando la testa in un sacchetto di plastica, non riuscendo più a sopportae la carcerazione, specie dopo che, sostenne il suo avvocato, il magistrato prima promise e poi cambiò idea sulla concessione deglia rresti domiciliari. Fu una pagina sconvolgente di quella immensa saga di robesperriana memoria che  passò sotto il nome di Tangentopoli che fece tante vittime e non cambiò il mondo. Il figlio di Cagliari, racconta Zurlo che ne ha recensito il libro, racconta i fatti con estrema misura e con linguaggio più che soburio, non cervcando vendetta ma solo chiarezza. Illuminante nel libro quanto scrive nella prefazione firmata da Gherardo Colombo che del pool di ani pulite faceva parte. Ammette Colombo sia l&#8217;eccessivo zelo sia la mancanza di attenzione per le persone, molte delle quali risultarono innocenti ma distrutte nell&#8217;animo e nel corpo. Come Cagliari, appunto.  g.<br />
</span></h3>
<h3><span style="color: #ff0000;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #ff0000;"> </span></h3>
]]></content:encoded>
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		<title>IL PROCESSO (INFINITO) ALLO STATO,  di Paolo Mieli</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Apr 2018 19:42:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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Oggi, 25 Aprile, festa della Liberazione, è il giorno giusto per fermarci a riflettere sulla salute dello Stato italiano.  Che non è buona per colpa dei molti che da decenni attentano con  noncuranza al suo buon nome o alla sua stessa integrità e per il fatto  che sono pochi, troppo pochi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<div><img title="Illustrazione di Fabio Sironi" src="http://images2.corriereobjects.it/methode_image/2018/04/25/Cultura/Foto%20Cultura%20-%20Trattate/19_dicembre-_una_pausa_del_Pm-kGoD-U434701121952959J0G-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443.jpg?v=20180424215502" alt="Illustrazione di Fabio Sironi" /></div>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Oggi, 25 Aprile, festa della Liberazione, è il giorno giusto per fermarci a riflettere sulla salute dello Stato italiano.  Che non è buona per colpa dei molti che da decenni attentano con  noncuranza al suo buon nome o alla sua stessa integrità e per il fatto  che sono pochi, troppo pochi, quelli che danno prova — non a chiacchiere  — di averne a cuore le sorti. Ma c’è poi anche una questione che  attiene alla reputazione dello Stato medesimo. Reputazione danneggiata  dal progressivo formarsi di un senso comune genericamente ad esso ostile  al quale rischiano di contribuire talvolta anche coloro che se ne  ergono a difensori. Di cosa parliamo? Prendiamo il caso della  sentenza del processo sulla «trattativa Stato-mafia» nel cui merito qui  non entriamo in attesa del secondo e terzo grado di giudizio (oltreché  di poterla leggere per esteso). Già adesso, però, non possono sfuggirci  le ripercussioni che in tema di Stato tale sentenza avrà nel discorso  pubblico e sui libri di storia. In che senso? Ecco in che termini ne ha  riferito un giornale che — oltreché del direttore Gian Maria Vian e dei  suoi giornalisti — è la voce, per così dire, di papa Francesco, L’Osservatore Romano:  la sentenza della Corte d’assise di Palermo avrebbe «stabilito in primo  grado che la trattativa tra l’organizzazione mafiosa Cosa Nostra e gli  uomini delle istituzioni non solo c’è stata ma ha anche toccato i  massimi vertici dello Stato italiano».</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Proprio così, secondo il quotidiano della Santa Sede (o meglio: secondo la sentenza), «i  massimi vertici dello Stato» avrebbero interloquito con  l’organizzazione criminale, per giunta «proprio mentre venivano  assassinati i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e le loro  scorte, nonché cittadini inermi, vigili del fuoco e agenti di polizia,  nelle stragi di Firenze e Milano e venivano fatte esplodere bombe nel  cuore di Roma». Più o meno quello che, con maggiore o minore enfasi,  hanno riportato quasi tutti gli organi di stampa. Ed è questa, ad ogni  evidenza, una percezione destinata a restare. Anche se, come qualcuno ha  notato, nella sentenza compaiono sì i nomi dei capi mafiosi e degli  ufficiali del Ros responsabili di aver «avvicinato» i boss, ma neanche  uno di un qualche appartenente ai suddetti «massimi vertici dello Stato  italiano». L’unico, Nicola Mancino – per il quale Nino Di Matteo e gli  altri pm avevano chiesto una condanna (sia pure per un reato minore:  falsa testimonianza) – è stato assolto. Per il resto, niente nomi né  cognomi.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Non è una storia nuova. L’anno prossimo, il 12 dicembre, saranno cinquant’anni dalla bomba di piazza Fontana.  E saranno poco meno di cinquant’anni da quando, per spiegare  l’accaduto, la casa editrice Samonà e Savelli diede alle stampe un  libro, «La strage di Stato», il cui titolo è rimasto a definire  quell’orribile fatto di sangue. Strage o stragi «di Stato». Sempre, dal  ’69 in poi, si è creduto di individuare lo zampino dello «Stato» dietro  qualche colpa di questo o quel funzionario o appartenente alle forze  dell’ordine. Ma nomi riconducibili ai «massimi vertici» non ne sono  venuti fuori. Mai. Nonostante ciò, «lo Stato» a poco a poco, nei nostri  manuali di storia (non tutti, per fortuna), è andato prendendo le forme  del possibile mandante di questa o quell’impresa delittuosa. Sempre  beninteso come un’entità impersonale (e in qualche caso, nelle  ricostruzioni, assumeva proprio la denominazione di «entità»). Nemmeno  una volta che si sia riusciti ad arrivare all’identificazione di  qualcuno che ben più di più di un ufficiale infedele ci avvicinasse a  quei «massimi vertici». Eppure si moltiplicavano pentiti, dissociati,  imputati che vuotavano il sacco e raccontavano, raccontavano. Ma al  momento di indicare nominativamente qualche appartenente alle vette  statuali di cui ha correttamente riferito L’Osservatore Romano, niente. E anche in questa occasione&#8230;</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Qualcuno ha provato a individuarli quei nomi. Marco Travaglio, persona più di qualsiasi altra capace di decrittare quel che scrivono i giudici, ha riassunto sul Fatto  ciò che si potrebbe desumere dal dispositivo dell’attuale sentenza: «i  tre carabinieri (Mori, Subranni e De Donno) sono stati condannati  insieme a Bagarella e Cinà per avere trasmesso ai governi Amato e Ciampi  il messaggio ricattatorio di Cosa Nostra (il “papello” con le richieste  di Riina in cambio della fine delle stragi) perché lo Stato si piegasse  ai mafiosi». E lo Stato, ha scritto ancora il direttore del Fatto,  «si piegò». Se ne dovrebbe dedurre che la sentenza punta il dito  accusatore contro Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi, i quali,  appunto, «si piegarono». O contro qualche innominato di pari livello che  lo fece al posto loro. Innominato a cui sarebbe riconducibile anche la  «rimozione degli uomini della linea dura» (il ministro Enzo Scotti e il  direttore del Dap Niccolò Amato) «per rimpiazzarli con quelli della  linea molle» (il Guardasigilli Giovanni Conso, il nuovo capo del Dap  Capriotti) che nel ’93 «revocarono il 41 bis a ben 330 mafiosi  detenuti». «Fu quello», ha scritto ancora Travaglio continuando a  riassumere il dispositivo della sentenza, «il primo di una lunga serie  di regali a Cosa Nostra, proseguiti per vent’anni sotto i governi di  centrodestra e centrosinistra, ma purtroppo non punibili penalmente». E  così anche Silvio Berlusconi (esplicitamente chiamato in causa per via  della condanna a Marcello dell’Utri) e Romano Prodi sono sistemati.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Davvero non si capisce perché i nomi degli esponenti dei «massimi vertici» del Paese al momento decisivo siano scomparsi  dalle carte giudiziarie e al loro posto sia rimasto solo soletto «lo  Stato». Abbiamo scritto che un tal modo di attribuire allo Stato ogni  genere di male ebbe una data d’inizio ai tempi della strage di piazza  Fontana (1969). In realtà – in termini meno espliciti e diretti –  qualcuno aveva cominciato molto prima, nel 1947, in occasione  dell’eccidio di Portella della Ginestra; successivamente avevamo avuto  un obliquo rinvio al presidente della Repubblica Antonio Segni per il  piano Solo (1964): sempre si alludeva a ordini «partiti dall’alto, da  molto in alto», salvo poi sfumare il tutto al momento in cui sarebbe  stato necessario circostanziare le accuse nelle aule di giustizia. Negli  anni Settanta e Ottanta ci si accorse di questo inconveniente e dagli  studiosi furono introdotte nuove categorie a giustificare il perché la  mancata identificazione degli statisti responsabili di misfatti: «Stato  nello Stato», «Stato parallelo», «Doppio Stato». Ma nomi e cognomi degli  appartenenti ai «massimi vertici» dello Stato – parallelo o doppio che  fosse – non furono mai identificati. Così – eccezion fatta per Giulio  Andreotti e la mafia, con la stravagante condanna/assoluzione double  face – i grandi accusati evaporavano nel nulla e nelle reti giudiziarie  restavano impigliati imputati medi e piccoli che, diciamolo, sarebbe  davvero ingiusto qualificare ancora come «lo Stato». Anche perché, così  facendo, è accaduto che lo «Stato» abbia dovuto farsi carico di una  serie mostruosa di capi di imputazione ed entrare, aggravato da questo  non lieve fardello, in tv, manuali di storia, libri, film (e, per via  subliminale, nella coscienza di moltissimi italiani) come «mandante  occulto» di orribili delitti.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Restando in tema di mandanti, il 14 novembre del 1974 Pier Paolo Pasolini pubblicò su queste colonne un celeberrimo scritto in  cui, parlando delle stragi di quegli anni, sosteneva di conoscere i  nomi di chi le aveva commissionate, ma di non poterli mettere nero su  bianco dal momento che non ne aveva le prove. Fu, quell’articolo, una  scossa salutare. Ma forse non immaginava, Pasolini, che nei successivi  quarantaquattro anni la magistratura italiana avrebbe annoverato una  gran quantità di «pasoliniani» i quali, senza neanche disporre della sua  ispirazione poetica, non avrebbero esitato a puntare l’indice contro  non meglio identificati «alti vertici dello Stato», senza poi sentirsi  in obbligo di circostanziare le accuse. Povero «Stato» che nella sua  immaterialità, a differenza dei singoli individui, non può difendersi,  né nei tribunali, né nei talk show, né nelle piazze. Dopo che per 50 o  70 anni lo si è indicato all’origine di più di un misfatto, non potrà  certo essere «assolto» in appello. Né essere risarcito. Dovrà restarsene  nei libri di storia sempre più afflitto nella reputazione a pagare per  chi sa essere efficace nelle invettive ma non ritiene di doversi  presentare all’appuntamento decisivo: quello dell’addebito delle colpe a  un essere in carne e ossa. Eventualmente provvisto di identità. <span style="color: #ff0000;">Paolo Mieli, Il Corriere della Sera, 25 aprile 2018</span><br />
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		<title>IL DECLINO DEL CENTRO (PER ORA), di Angelo Panebianco</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Mar 2018 15:13:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[

I rapporti di forza così come sono stati fissati dai risultati elettorali e  come si sono subito manifestati nella elezione dei presidenti di Camera  e Senato hanno fatto pensare che un nuovo bipolarismo, un bipolarismo 5  Stelle/Lega, stia per consolidarsi; come dimostrerebbero le scintille  di ieri tra Salvini e Di Maio. [...]]]></description>
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<h3><span style="color: #000080;">I rapporti di forza così come sono stati fissati dai risultati elettorali e  come si sono subito manifestati nella elezione dei presidenti di Camera  e Senato hanno fatto pensare che un nuovo bipolarismo, un bipolarismo 5  Stelle/Lega, stia per consolidarsi; come dimostrerebbero le scintille  di ieri tra Salvini e Di Maio. Non ci credo affatto. Un simile  bipolarismo non potrebbe mai stabilizzarsi né stabilizzare la democrazia  italiana. L’esperienza storica, la storia delle democrazie, ci dice che  nessun bipolarismo può diventare durevole se la sua affermazione si  accompagna allo «squagliamento» del centro. Il declino del centro è  l’evento più significativo delle elezioni del 4 marzo. Ed è anche la  condizione che rende improbabile la stabilizzazione del nuovo quadro  politico e dei connessi rapporti di forza. Qui giova la lezione di  Giovanni Sartori (i lettori del Corriere  ricorderanno i suoi editoriali). La forza del centro, per Sartori, può  manifestarsi in due modi. O c’è un bipartitismo i cui poli tendono a  convergere al centro, a competere fra loro per conquistare l’elettorato  più centrista (e per questa ragione adottano programmi e promettono  politiche «centriste») oppure il centro dello schieramento è occupato in  permanenza da un partito o da una coalizione di partiti e le forze  estreme sono relegate all’opposizione. La prima è stata, nelle fasi più  felici della sua storia, l’esperienza della Gran Bretagna. La seconda è  stata l’esperienza italiana ai tempi della Guerra fredda. Ciò che in  nessun caso può stabilizzare una democrazia è un bipolarismo i cui poli  siano occupati dalle estreme (un bipolarismo che Sartori avrebbe  definito «centrifugo», in fuga dal centro).</span></h3>
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<h3><span style="color: #000080;">A ben guardare, nonostante le urla dei tanti e la caciara che  per lo più accompagnano la lotta politica nei Paesi latini, la nostra  breve esperienza di democrazia maggioritaria, ai tempi della  contrapposizione fra Prodi e Berlusconi, aveva dato vita a un  bipolarismo i cui poli non fuggivano verso le estreme ma convergevano al  centro (gli estremisti presenti nei due schieramenti erano tenuti a  bada da forze centriste). Il senso di questo discorso è che le elezioni  del 4 marzo, lungi dall’innescare un processo che potrebbe stabilizzare  la democrazia italiana, hanno aperto un vuoto politico, anzi una  voragine, nel centro dello schieramento (sono venuti meno, come  osservava Francesco Verderami sul Corriere del  26 marzo, i punti di riferimento politico dei «moderati», ossia,  precisamente, degli elettori centristi). L’eventuale futura  stabilizzazione della democrazia italiana richiede che quel vuoto venga  riempito. Che ciò si verifichi o no, nessuno può al momento saperlo.</span></h3>
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<h3><span style="color: #000080;">La ricostituzione del centro, se mai avverrà, richiederà la scomposizione di  forze oggi esistenti: dovrà aggregare sia parti del Pd indisponibili a  una alleanza con i 5 Stelle sia la parte di Forza Italia contraria a  farsi assorbire dalla Lega. Un simile processo, per riuscire, avrà  bisogno di tre ingredienti. Il primo è il tempo. Non è una operazione  possibile nel giro di poche settimane o pochi mesi. Il secondo  ingrediente è la leadership. Le situazioni di emergenza favoriscono a  volte l’avvento di leader energici. La ricostituzione del centro non  sarà possibile senza l’affermazione di una nuova leadership — in stile  Macron per intenderci. Il terzo ingrediente ha a che fare con la  proposta politica. Insieme alla leadership essa può contribuire a  forgiare nuove identità. La ricostituzione del centro passa per  l’articolazione di una proposta da presentare al Paese e che sia  alternativa a quelle delle estreme. Sul piano economico, tale proposta  dovrà essere alternativa — e quindi chiara, non equivoca — alle ricette  «venezuelane» che i vincitori proporranno (flirtando con Di Maio, Matteo  Salvini ha scoperto che il reddito di cittadinanza potrebbe creare  lavoro: niente di meno). Ma il lavoro si crea se si sa come attirare  investimenti, se si riduce il debito rendendo contestualmente possibile  la riduzione delle tasse, se si allentano i vincoli burocratici. Né il  Partito democratico né Forza Italia in questa campagna elettorale  avevano, al riguardo, proposte chiare. Si sono visti i risultati.</span></h3>
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<h3><span style="color: #000080;">Altrettanto incisiva dovrà essere la proposta politica di un ricostituendo centro per  tutto ciò che riguarda il rapporto fra l’Italia e il mondo. Occorre  spiegare agli italiani che gli interessi del Paese vanno tutelati dentro  l’Europa e non contro di essa, ossia svolgendo un ruolo attivo nel  processo di integrazione: il contrario di quanto auspicano o perseguono i  cosiddetti «sovranisti». Occorre spiegare, inoltre, che i Trump passano  ma la Nato resta, ossia che l’alleanza, anche militare, fra le due  sponde dell’Atlantico è, e sarà anche in futuro, la più importante  condizione di mantenimento di ordine (quel tanto di ordine che è  possibile) e di pace (quel tanto di pace che è possibile) nel mondo. E  occorre spiegare — almeno fin quando sarà ancora possibile farlo senza  diventare successivamente vittime di misteriosi incidenti — che  collaborare con la Russia è necessario ma è anche indispensabile farlo  tenendo sempre un nodoso randello in mano. Senza compromettere il legame  con gli alleati occidentali e senza mai dimenticare quanto possano  essere pericolosi i rapporti con una grande potenza retta in modo  autoritario e abituata da secoli a usare forza e brutalità per affermare  se stessa nel mondo. In un assetto maggioritario di tipo francese una  leadership neo-centrista potrebbe in poco tempo sbaragliare le estreme e  conquistare da sola il governo. In un assetto proporzionale quale è il  nostro, l’eventuale successo di un’operazione neo-centrista,  probabilmente, favorirebbe una dislocazione delle forze non troppo  dissimile da quelle che l’Italia ha già sperimentato in epoche passate. <span style="color: #ff0000;">Angelo Panebianco, Il Corriere della Sera, 28 marzo </span><span style="color: #ff0000;">2018</span><br />
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		<title>NON CAMBIATE CASACCA E DIFENDETE LA LIBERTA&#8217; DEL PARLAMENTARE, di Antonio Polito</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Mar 2018 13:05:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
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Ieri tutti i parlamentari hanno scelto i gruppi cui aderire. C’è  da sperare che ci abbiano pensato bene, e che considerino la loro  iscrizione non come un atto burocratico ma come un impegno anche morale.  Presto infatti la loro lealtà potrebbe essere messa a dura prova dalle  tentazioni della politica, [...]]]></description>
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<div><img title="Roberto Fico, del M5S, appena eletto presidente della Camera (Omniroma)" src="http://images2.corriereobjects.it/methode_image/2018/03/27/Cultura/Foto%20Cultura%20-%20Trattate/26.0.16725830-k9YE-U43460427776771jPB-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443.jpg?v=20180326233007" alt="Roberto Fico, del M5S, appena eletto presidente della Camera (Omniroma)" /> R</div>
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<p><span style="color: #000080;">Ieri tutti i parlamentari hanno scelto i gruppi cui aderire. C’è  da sperare che ci abbiano pensato bene, e che considerino la loro  iscrizione non come un atto burocratico ma come un impegno anche morale.  Presto infatti la loro lealtà potrebbe essere messa a dura prova dalle  tentazioni della politica, soprattutto in un Parlamento nel quale  maggioranza e minoranza non sono precostituite e che appare destinato a  una certa fluidità.</span></p>
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<p><span style="color: #000080;">Il primo appello a deputati e senatori della XVIII legislatura  dunque è: non cambiate casacca. Non fatelo con la spregiudicatezza e il  cinismo dei vostri predecessori nel Parlamento precedente. Essi hanno  inferto con il loro comportamento un colpo tra i più duri alla  credibilità della democrazia rappresentativa, rendendo un grande favore  alle forze dell’antiparlamentarismo. Che molti di loro non siano  rieletti è dunque un giusto contrappasso.</span></p>
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<p><span style="color: #000080;"> Allo stesso tempo bisogna però rivolgere un appello a quei partiti  che in campagna elettorale hanno proposto (o minacciato) di ridurre la  libertà dei singoli parlamentari violando (o rimuovendo) il divieto di  ogni vincolo di mandato che è sancito nella Costituzione. Lasciate  perdere. Innanzitutto perché quel principio, che consente all’eletto di  rappresentare gli elettori invece che un capo o un datore di lavoro, è  il contenuto stesso della democrazia parlamentare, in nome del quale si  sono fatte le rivoluzioni. In secondo luogo perché quegli stessi partiti  un giorno dopo le elezioni, scopertisi senza maggioranza, hanno  cominciato a chiedere pubblicamente ai parlamentari eletti altrove di  aderire al proprio programma per far nascere il governo, e di muoversi  cioè senza vincolo di mandato. Sia il trasformismo, che dai tempi di  Agostino Depretis caratterizza in negativo la vita del Parlamento  italiano, sia un nuovo autoritarismo che vuol fare delle Camere un  bivacco di impiegati di partito, invece che di manipoli, sono pericoli  mortali per la democrazia. Già ne corre tanti, risparmiamole almeno  questi. <span style="color: #ff0000;">Antonio Polito, Il Corriere della Sra 27 marzo 2018</span><br />
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		<title>I MODERATI SENZA UNA ROTTA, d Francesco Verderami</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Mar 2018 16:17:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Silvio Berlusconi (Imagoeconomica)


 
 




Alla  vigilia delle elezioni uno studio di Swg sulle identità politiche degli  italiani aveva proposto un’analisi comparata tra il 2013 e il 2018:  cinque anni prima i cittadini che si definivano «ceto moderato» erano il  36%, cinque anni dopo si erano ridotti al 21%. Quella che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><img title="Silvio Berlusconi (Imagoeconomica)" src="http://images2.corriereobjects.it/methode_image/2018/03/26/Cultura/Foto%20Cultura%20-%20Trattate/4341.0.1111078598-kEeE-U434603766071195YD-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443.jpg?v=20180325224241" alt="Silvio Berlusconi (Imagoeconomica)" /> Silvio Berlusconi (Imagoeconomica)</div>
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<p><span style="color: #000080;">Alla  vigilia delle elezioni uno studio di Swg sulle identità politiche degli  italiani aveva proposto un’analisi comparata tra il 2013 e il 2018:  cinque anni prima i cittadini che si definivano «ceto moderato» erano il  36%, cinque anni dopo si erano ridotti al 21%. Quella che è sempre  stata la maggioranza relativa del Paese è diventata un’area di minoranza  rispetto a nuove «etichette», nelle quali ormai si riconosce gran parte  dell’opinione pubblica nazionale. È tempo di cambiare le categorie  della politica? Si è forse conclusa la lunga stagione che ha  attraversato la Prima e la Seconda Repubblica? O più semplicemente  quanti erano chiamati a rappresentare le istanze del «ceto moderato» non  sono stati più in grado di farlo? Perché il «ceto moderato» comunque  continua a esistere, dopo la Dc aveva trovato il suo baricentro nel  centrodestra a trazione berlusconiana.</span></p>
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<p><span style="color: #000080;">Ma quel centrodestra non esiste  più: il sorpasso su Forza Italia operato da Salvini nelle urne, e la  leadership che il segretario della Lega ha conquistato nelle trattative  sulle presidenze delle Camere, cambia la natura della coalizione. E ne  cambia anche le prospettive. È vero che il progetto di Lega-Italia non è  che la riedizione del Pdl, prima costruito e poi sciolto da Berlusconi,  ma è altrettanto vero che la sua linea nazionalista contrasta con la  tradizione popolare ed europeista nella quale il fondatore dell’alleanza  si è sempre riconosciuto. A questo  punto Berlusconi, che per venticinque anni è stato la voce di gran parte  del «ceto moderato», può ancora rappresentare quell’area di opinione  pubblica? Oppure serve qualcosa di nuovo e qualcuno nuovo che raccolga  il testimone? E qui emergono i problemi. Dentro Forza Italia, per varie  ragioni, il tema del futuro non si è mai posto perché così era peraltro  imposto dal leader (anche) con la forza dei numeri, oltre che del suo  carisma. Ma il futuro è arrivato, cogliendo di sorpresa una classe  dirigente che rivela i suoi limiti.</span></p>
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<p><span style="color: #000080;">Mentre il vecchio impero viene  occupato da nuovi conquistatori, che dimostrano una capacità di azione  politica pari alla determinazione con cui la impongono, si assiste al  frenetico agitarsi di quanti — per ambizioni personali, istinto di  sopravvivenza e spirito di adattamento — cercano soltanto di non venire  travolti dal nuovo. Manca chi sappia proporre un progetto, offrire un  orizzonte. Nessuno sembra essere né avere voce. L’ultimo tentativo di  arrocco era stato la riforma del modello di voto, concepita insieme al  Pd con l’intento di costruire — dopo le urne — delle larghe intese sul  modello europeo dell’alleanza tra popolari e socialisti, come già in  Germania e in Spagna. Se il Rosatellum ha avuto un effetto di sistema  opposto, c’è un motivo: la riproposizione della rivoluzione liberale  (datata 1994) ha evidenziato in campagna elettorale un’assenza di idee  che ha amplificato il senso di frustrazione del «ceto moderato» colpito  dalla grande crisi.</span></p>
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<p><span style="color: #000080;">Così il Paese ha scelto la via  del cambiamento radicale. La forza centrifuga che questa autentica  rivoluzione politica sta producendo potrebbe portare alla  marginalizzazione e poi alla dissoluzione delle aree moderate e  riformiste, oppure alla loro scomposizione e alla nascita di un nuovo  progetto. D’altronde un processo di osmosi tra i blocchi che si sono  contrapposti nella Seconda Repubblica era iniziato: in fase embrionale  con le larghe intese ai tempi del governo Letta, e in maniera più  visibile con il patto del Nazareno nell’era renziana. Il Rosatellum, con  le sue finalità di governo, è l’indizio più evidente. <span style="color: #ff6600;"> </span><br />
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<p><span style="color: #000080;">Si vedrà se un’operazione  macroniana avrà tempo e spazio per realizzarsi anche in Italia. E se  Salvini e Di Maio — che si propongono come i fondatori della Terza  Repubblica e di un nuovo bipolarismo — daranno tempo e spazio agli  avversari per costruire un simile progetto. In ogni caso servirebbero  nuovi attori per un’operazione che si porrebbe come area di  rappresentanza alternativa a quella sovranista e populista. Ma il futuro  è oggi. La sfida che sta per iniziare con le consultazioni per la  formazione di un governo, garantisce a Berlusconi ancora un ruolo  importante, con la consapevolezza però che l’unità del centrodestra non è  un valore in sé. Certo, nessun leader può essere insensibile alla  necessità di dare stabilità al Paese. Sarebbe tuttavia complicato  assecondare progetti che allontanerebbero il suo partito dall’area di  riferimento europea, dove Forza Italia esprime il presidente del  Parlamento. E sarebbe ancor più difficile spiegare al «ceto moderato»  come si possano combinare le tesi liberali sostenute per venticinque  anni con il reddito di cittadinanza. <span style="color: #ff0000;">Francesco Verderami, Il Corriere della Sera, 26 marzo 2018</span><br />
</span></p>
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		<title>LA TROPPO CALUNNIATA PRIMA REPUBBLICA,  di Pierlugi Battista</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Mar 2018 08:36:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
Non è per difendere la vituperata Prima Repubblica, per carità: archeologia oramai. Ma questo ostinato refrain  secondo cui l’Italia starebbe tornando alle nefaste abitudini della  Prima Repubblica davvero non sta né in cielo né in terra, è un modo di  dire totalmente infondato. Per esempio, la Prima Repubblica è stato un  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Non è per difendere la vituperata Prima Repubblica, per carità: archeologia oramai. Ma questo ostinato refrain  secondo cui l’Italia starebbe tornando alle nefaste abitudini della  Prima Repubblica davvero non sta né in cielo né in terra, è un modo di  dire totalmente infondato. Per esempio, la Prima Repubblica è stato un  esempio davvero senza paragoni di stabilità politica lungo i decenni.  Una stabilità che poteva sfociare nell’immobilismo, nella reiterazione  di governi dominati sempre dallo stesso partito: la Democrazia  Cristiana. Dicono: ma i governi cambiavano vorticosamente. Sì, ma solo  per il cambiamento degli equilibri interno al partito di governo, non  per il cambiamento di maggioranze di governo. Nella Prima Repubblica non  c’era bisogno di complicati marchingegni elettorali per ottenere le  maggioranze in Parlamento. Bastava l’unica vera risorsa che in una  democrazia favorisce il formarsi di una maggioranza: i voti. Sommando i  voti dei partiti di governo si arrivava al 50 per cento. Poi certo, un  premio di maggioranza non darebbe stato sgradito alla Dc, che infatti lo  propose nel 1953: la «legge truffa» fu bocciata, ma non importò granché  perché per altri quarant’anni gli elettori diedero maggioranze con le  leggi che già c’erano.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> Nella Prima Repubblica non si conoscevano i «ribaltoni»,  specialità della Seconda, e i parlamentari non cambiavano massa  casacca, come invece avviene in dimensioni scandalose da venticinque  anni a questa parte con transumanze da Repubblica delle banane: i  partiti erano forti e duraturi, ora sono forti i singoli specializzati  nel fare e disfare partitini che durano il tempo di una distribuzione di  posti e poi svaniscono. Nella Prima Repubblica le maggioranze di  governo rispettavano la volontà degli elettori: è vero, si formavano in  Parlamento ma non smentivano mai il verdetto popolare, per cui era  legittimo dire, tranne rarissimi momenti di forte turbolenza, che gli  elettori decidevano da chi essere governati, e da quale coalizione,  senza sentirsi traditi come succede da qualche anno a questa parte, con  governi che seguono alchimie bizzarre e soprattutto del tutto sganciate  da un mandato popolare esplicito. Nella Prima Repubblica si sapeva la  sera stessa chi aveva vinto, non c’era bisogno di scossoni  costituzionali. La Prima Repubblica non è da rimpiangere, ma nemmeno da  calunniare. <span style="color: #ff0000;">Pierlugi BATTISTA, Il Corriere della sera 19 marzo 2018</span></span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"><span style="color: #ff0000;">&#8230;&#8230;Piuttosto da rimpiangere oltre che da non calunniare visti i tanti aspetti negativi che  lo stesso Battista mette in evidenza della seconda e terza repubblica. g.<br />
</span></span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>NEL GIORNO DEL RICORDO, 1O FEBBRAIO, UNA SCELTA INSENSATA, di Gian Anotnio Stella</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Feb 2018 16:37:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
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«Da quella volta / non l’ho rivista più, / cosa sarà / della mia città&#8230;»  Sono passati quasi settant’anni da quando il grande Sergio Endrigo  compose «1947», la sua canzone più struggente. Dove piangeva l’addio  della sua famiglia a Pola. Sono tanti, settant’anni. E da tempo i  sopravvissuti all’esodo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><img title="  " src="http://images2.corriereobjects.it/methode_image/2018/02/07/Cultura/Foto%20Cultura%20-%20Trattate/4328.0.904954154-kBUG-U434309067990450AE-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443.jpg?v=20180206211739" alt="  " /></div>
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<h3><span style="color: #0000ff;">«Da quella volta / non l’ho rivista più, / cosa sarà / della mia città&#8230;»  Sono passati quasi settant’anni da quando il grande Sergio Endrigo  compose «1947», la sua canzone più struggente. Dove piangeva l’addio  della sua famiglia a Pola. Sono tanti, settant’anni. E da tempo i  sopravvissuti all’esodo che vide 350mila italiani andarsene dall’Istria,  dal Quarnero, dalla Dalmazia hanno elaborato il lutto e vivono la  ricorrenza del 10 febbraio, «Giorno del ricordo», con la malinconia, la  tenerezza, il rimpianto di quella stupenda canzone. Senza più quei  sentimenti di rancore per l’ingiustizia subita con la brutale e feroce  cacciata dalle terre abitate per secoli. Certo, è impossibile cancellare  la memoria delle foibe: storicamente guai a dimenticare. Ma ormai,  grazie a Dio, è cambiato il mondo.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> Che senso ha, allora, la scelta dei Cobas, del Comitato cittadino antifascista,  del Centro documentazione popolare e del collettivo «Loro bipartisan,  noi per sempre partizan» di indire a Orvieto un «Presidio antifascista»  proprio il 10 febbraio, nel «Giorno del ricordo»? Che senso ha gettar  sale su antiche ferite? E allegare alla iniziativa una «Mostra  fotografica “testa per dente”. Crimini fascisti in Jugoslavia dal 1941  al 1945» che richiama la famigerata «circolare N.3c» del generale Mario  Roatta che incitava alla rappresaglia più brutale (non «dente per dente»  ma «testa per dente») contro i partigiani titini? Certo, chi non  guarda la storia col paraocchi sa che i fascisti nell’allora Jugoslavia  ne fecero di tutti i colori. Ed è giusto ricordare la storia tutta  intera: torti e ragioni. Dall’una e dall’altra parte. Ma buttar lì una  forzatura come  questa il 10 febbraio non c’entra niente con l’appello a  rileggere nel loro complesso le vicende di quelle terre straziate. È  solo uno sfregio ai tantissimi esuli che, cacciati dalle loro case,  vengono accomunati ancora alle camicie nere. Una stupidaggine offensiva.  Meglio sarebbe ricordare il dramma di Fulvio Tomizza, figlio di un  italiano e di una slava: «Mi sono sempre sentito tra due fuochi. Mi  accorgevo con dolore che i miei amici croati e sloveni mi guardavano con  sospetto e nello stesso tempo non riuscivo a stare tutto dalla parte di  mio padre. Non sono mai riuscito ad odiarli, gli slavi. Nonostante  tutto quello che avevano fatto a mio padre e alla nostra gente. Forse  perché sapevo che se era successo tutto quel disastro era anche colpa  nostra. (…) E io lì, a cercare di ricucire le due parti di me stesso. <span style="color: #ff0000;">Gian Antonio Stealla, Il Corriere della Sera, 7 febbraio 2</span></span></h3>
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		<title>LE REGOLE SBAGLIATE SUI MIGRANTI, di Ernesto Galli della Loggia</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Feb 2018 14:04:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
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Sarebbe interessante sapere chi, quale Paese,  si riprenderà mai i seicentomila immigrati che Berlusconi ha promesso,  se vince le elezioni, di cacciare via dall’Italia. Nessuno lo sa, e  naturalmente non ne ha una minima idea neppure Berlusconi stesso.  Basterebbe questo a indicare l’incosciente superficialità con cui la  classe [...]]]></description>
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<p><span style="color: #0000ff;">Sarebbe interessante sapere chi, quale Paese,  si riprenderà mai i seicentomila immigrati che Berlusconi ha promesso,  se vince le elezioni, di cacciare via dall’Italia. Nessuno lo sa, e  naturalmente non ne ha una minima idea neppure Berlusconi stesso.  Basterebbe questo a indicare l’incosciente superficialità con cui la  classe politica italiana è abituata a trattare il tema  dell’immigrazione. È la stessa superficialità,del resto, che l’ha  portata a lasciare in vigore a tutt’oggi la legge Bossi-Fini.</span></p>
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<p><span style="color: #0000ff;">In base alla quale, è bene ricordarlo, l’unico modo legale  per immigrare per ragioni economiche in Italia consiste nell’ipotesi  che un imprenditore italiano, bisognoso di assumere un lavoratore, e  sapendo che c’è un cittadino, mettiamo senegalese, desideroso di venire a  lavorare nella Penisola, gli faccia pervenire la richiesta di assumerlo  con regolare contratto di lavoro. Un’ipotesi assolutamente realistica,  nessuno vorrà negarlo: più o meno come lo sbarco di un’astronave  domattina su Marte.</span></p>
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<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
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<p><span style="color: #0000ff;">Se tanto mi dà tanto non stupisce che in  queste ore la reazione della nostra classe politica ai fatti di  Macerata non sappia andare oltre lo sdegno virtuoso dei buoni sentimenti  da un lato, e il losco calcolo politico dall’altro. Sempre accompagnati  però da nessun’idea, da nessuna proposta, da nessuna capacità di trarre  qualche lezione non retorica da quanto è successo. Che invece di  lezioni e indicazioni importanti ne contiene parecchie. Ne accennerò  qualcuna in ordine sparso, non necessariamente secondo l’ordine della  loro importanza.</span></p>
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<p><span style="color: #0000ff;">1) Chi ha ascoltato ieri mattina su Radio 24  i balbettii del sindaco di Macerata Carancini (centrosinistra),  indeciso tra il dire e il non dire, tra la denuncia del degrado e la  volontà di spalmare vaselina, incapace di dare un quadro vero e preciso  della situazione, ha potuto, diciamo così, toccare con mano un dato  preoccupante dell’Italia di oggi, che spiega molte cose. Il fatto cioè  che grazie alle nefande leggi elettorali succedutisi negli ultimi  vent’anni le città e i territori della Penisola sono ormai privi di  un’autentica rappresentanza politica e quindi privi di voce presso il  potere centrale.</span></p>
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<p><span style="color: #0000ff;">Oggi come oggi, se vuole illustrare il disagio e  i bisogni della sua città (per esempio riguardo la sicurezza), il  sindaco di Macerata può al massimo (spero non balbettando come ha fatto  alla radio) rivolgersi al prefetto. Un tempo, invece, il deputato e il  senatore eletti localmente fungevano da naturali raccordi e collettori  dei problemi locali verso il governo nazionale. Essi informavano,  chiedevano, insistevano: non da ultimo perché ne andava della loro  rielezione: che oggi invece dipende solo da una segreteria di partito a  Roma o a Milano. L’attuale solitudine politica di città e territori  produce una disarticolazione complessiva del Paese e nelle collettività  un sentimento di abbandono e di frustrazione dagli esiti imprevedibili;  oltre naturalmente a far dipendere il governo solo dal canale  informativo rappresentato dalle prefetture. Un canale inevitabilmente  portato più a una valutazione dei problemi di tipo  burocratico-amministrativo e di tono rassicurante piuttosto che, quando è  necessario, drammaticamente politico.</span></p>
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<p><span style="color: #0000ff;">2. Come mostrano le evidenze statistiche,  che non sono né di destra né di sinistra, certi reati sono commessi  dagli immigrati in una percentuale enormemente superiore agli italiani  (si arriva al 60 per cento). Si tratta specialmente dei reati connessi  alla prostituzione, allo spaccio e di quelli contro il patrimonio (furti  in appartamento, borseggio, ecc.): reati suscettibili in tutti e tre i  casi di diffondere degrado nelle zone più povere dei centri urbani e  allarme, spesso anche un senso di rivolta, negli strati più deboli della  popolazione. Mi chiedo: è possibile che non ci sia nulla da fare per  arginare simili fenomeni? Perché non pensare ad esempio, data l’alta  incidenza di recidività che esiste in questo tipo di reati, a cancellare  ogni tipo di attenuante, di arresti domiciliari, di patteggiamento, di  libertà vigilata et similia, che insieme a percorsi giudiziari  accelerati sia in grado di dar luogo a un’alta probabilità di sicura e  immediata detenzione carceraria per i colpevoli? Conosco l’obiezione: la  capienza delle carceri italiane è al limite. Bene: ma è proprio  impossibile, pagando profumatamente (come del resto già facciamo per  cercare di tamponare l’afflusso di nuovi venuti), stipulare degli  accordi con almeno alcuni dei Paesi di provenienza degli immigrati  affinché le pene inflitte ai loro cittadini dai nostri tribunali vengano  scontate nelle loro rispettive patrie? Almeno ci si provi, il ministro  Minniti ci provi. Il fatto assolutamente devastante che la classe  politica sembra non capire è che oggi come oggi nessun italiano è in  grado di ricordare neppure un solo provvedimento, adottato diciamo negli  ultimi dieci anni, volto a contrastare all’interno del territorio  nazionale uno dei mille aspetti negativi legati al fenomeno  immigratorio. Neppure uno solo. Ci si rende conto che razza di  delegittimazione ciò significa?</span></p>
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<p><span style="color: #0000ff;">3. E infine l’integrazione. Anche qui un mare di  chiacchiere da parte dei pubblici poteri e di tutti i partiti ma  pochissimi fatti. Il primo e più ovvio percorso d’integrazione per gli  immigrati dovrebbe consistere ovviamente in un lavoro. Ma non in un  lavoro purchessia: in un inquadramento lavorativo legale.</span></p>
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<p><span style="color: #0000ff;">Qui comincia però la demenza  burocratico-amministrativa italiana: essendo clandestini gli immigrati,  infatti, non possono essere assunti legalmente se non dopo procedure  assai complesse. Dunque anche il loro lavoro resta in un gran numero di  casi un lavoro «clandestino», in nero e sottopagato. In verità  clandestino spesso per modo di dire: tanto è vero che da anni, ad  esempio, le campagne dell’Italia meridionale rigurgitano di decine di  migliaia e migliaia di giovani, in stragrande maggioranza africani,  dediti ai lavori agricoli, sottoposti a uno sfruttamento infame e in  condizioni di vita ancora più infami. Il tutto a vantaggio dei  proprietari e delle organizzazioni malavitose di «caporalato», mentre il  ministro del lavoro, il placido Giuliano Poletti, con i suoi ispettori  sta placidamente a guardare. E con le conseguenze nell’animo di quei  miserabili che è facile immaginare: odio, disprezzo, e un sentimento di  rivalsa aggressiva verso il Paese in cui si trovano: un Paese che parla  in continuazione di accoglienza per poi trattarli in quel modo. <span style="color: #ff0000;">Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera, 6 febbraio 2018</span></span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"><span style="color: #ff0000;">&#8230;..Come dar torto a Galli della Loggia e non condividere le sue osservazioni, semplici e comprensibili per tutti? Solo i politici, di tutti i partiti, sfidano le nostre intelligenze e sul tema della inmmigrazione giocano solo le loro personali partite elettorali. g.<br />
</span></span></p>
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		<title>dopo il raid di macerata NIENTE SIA COME PRIMA di Antonio Polito</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Feb 2018 17:36:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
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Macerata,  Alabama. Forse per la prima volta nella nostra storia recente vediamo  materializzarsi anche da noi l’incubo del terrore razzista. Non  c’era infatti altro criterio se non quello razziale, ieri mattina, nella  scelta delle vittime di Luca Traini: sparare a chiunque non fosse  bianco. A ragione si era [...]]]></description>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Macerata,  Alabama. Forse per la prima volta nella nostra storia recente vediamo  materializzarsi anche da noi l’incubo del terrore razzista. Non  c’era infatti altro criterio se non quello razziale, ieri mattina, nella  scelta delle vittime di Luca Traini: sparare a chiunque non fosse  bianco. A ragione si era inciso un simbolo neonazista sulla tempia, era  lo stesso criterio con il quale le Ss rastrellavano gli ebrei, o il Ku  Klux Klan impiccava e bruciava i neri: ripulire la società da esseri  ritenuti inferiori e impuri per mettere a posto tutto ciò che non va, e  ripristinare l’ordine di un passato mitico e immaginato.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Dobbiamo esserne spaventati. È un  salto all’indietro della nostra civiltà che forse si poteva temere, ma  che fino a poco tempo sarebbe stato inimmaginabile. Ora è accaduto, e  dunque può accadere ancora. Dobbiamo aprire gli occhi su che cosa sta  diventando l’Italia. E non a senso unico.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Abbiamo innanzitutto la colpa di aver  accettato senza preoccuparcene troppo lo sdoganamento del discorso di  odio come forma abituale di polemica culturale e politica.Le  «parole ostili», la terminologia di guerra, gli stupri e le  decapitazioni virtuali, la contrapposizione amico-nemico dominano ormai  pezzi interi del dibattito pubblico, senza reazioni, nell’acquiescenza  generale. Ne è testimonianza l’uso che ormai si fa correntemente della  parola «stranieri»: con essa un tempo si intendevano i turisti, oggi  invece ingloba le categorie di «nero», «islamico», «immigrato»,  «clandestino», senza distinzione tra di loro ma esclusivamente in quanto  opposte a «italiano». Il criterio razziale si è insomma insediato tra  noi, e ovviamente può sconvolgere la mente dei più deboli, dei più  fanatici, eccitando una violenza da Taxi Driver tra i tanti «angry white men», giovani bianchi incazzati, che vivono anche nelle nostre città e nella nostra provincia.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Basta dunque scherzare col fuoco.  La nuova destra leghista ha il dovere di separarsi radicalmente, più di  quanto non abbia fatto in questi anni, dai residui dell’ideologia  fascista e dalle farneticazioni sulla «razza» che hanno trovato nelle  ondate migratorie l’habitat ideale per risorgere dalle ceneri della  storia. Sappiamo benissimo che la felpa di Salvini non è l’orbace, ma il  leader leghista deve sapere altrettanto bene che per lui non ci potrà  mai essere nessuno spazio al governo di una grande nazione europea  finché rimarrà la benché minima ambiguità sul tema del razzismo, nel suo  movimento e in chi ci gira intorno. La coscienza democratica del Paese  non lo permetterebbe, perché le ripugna quanto ha visto accadere ieri.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Bisogna però aprire gli occhi anche su altro.  E cioè sul fatto che il modo caotico, non controllato, illegale, con  cui i flussi migratori hanno «invaso» pezzi delle nostre città e delle  nostre terre, ha provocato risentimento e rancore anche tra la gente  perbene, magari un po’ tradizionalista ma nient’affatto razzista; non  abbastanza ricca da godere dei vantaggi della società multietnica che le  «anime belle» spacciano come destino ineluttabile della nazione, ma  abbastanza operosa per pretendere con buon diritto più ordine, più  rigore, più rispetto, più decoro, più sicurezza su un treno regionale o  nel giardino pubblico di fronte a casa.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Macerata è la città dove una ragazza di  diciotto anni che avrebbe potuto essere nostra figlia è appena stata  uccisa e fatta a pezzi presumibilmente da uno spacciatore di origine  nigeriana, ma è anche la città raccontata in un lungo reportage del Guardian  come uno degli snodi cruciali in cui si combatte in Europa la battaglia  per fermare lo sfruttamento delle ragazze africane vendute sulle  strade. Tolleranza vuol dire anche tollerare questo? Ovviamente  no. Bisogna allora che lo Stato per la sua parte e i media per la nostra  lo dicano a voce talmente alta da farlo sentire anche a coloro che,  lontani e frustrati, credono di essere stati traditi, si sentono soli, e  perciò covano sentimenti di vendetta.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Ecco perché ci sembra infantile, oltre  che pericoloso, cercare «mandanti morali» della tentata strage di  Macerata in questo o quell’avversario, come ha fatto ieri lo scrittore  Saviano incolpando Matteo Salvini. Chi condanna l’identificazione  tra immigrato e delinquente dovrebbe saper anche discernere tra la  polemica contro l’immigrazione e la violenza contro gli immigrati. Ed  ecco perché abbiamo trovato le prime reazioni del mondo politico  nettamente al di sotto della gravità di quanto è successo. Ognuno  preoccupato di riaffermare le sue ragioni, di prendersi una rivincita  polemica; nessuno disposto a riconoscere le buone ragioni dell’altro e a  chiedere umilmente scusa per averle sottovalutate. Perché se siamo  arrivati a questo punto non c’è un solo politico italiano che possa dire  di aver avuto sempre ragione, o che oggi sappia dirci come uscirne.il raid di macerata. <span style="color: #ff0000;">Antonio Polito, Il Corriere della Sera, 4 gennaio 2018</span></span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"><span style="color: #ff0000;">&#8230;&#8230;Il punto di vista di Antonio Polito sul raid di Macerata e la sua preoccupazione di distinguere le critiche &#8211; giuste -  alla immigrazione clandestina dal razzismo sotto qualsiasi forma  sono ampiamente condivisibili e tali da dover indurre tutti a una più meditata valutazione dei fatti, senza trasferire le colpe del singolo su chi colpe non ne ha. g.<br />
</span></span></p>
</div>
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