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	<title>ILTORITTESE.it - fatti, notizie, cronaca, politica e cultura di Toritto (BA) &#187; Cronaca</title>
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		<title>GIOVANNI LEONE: UN GALANTUOMO NEL FANGO di Carlo Nordio</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Nov 2018 16:32:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Quaranta anni fa gli italiani assistevano, alcuni con indifferenza benevola, altri con compiacimento grifagno, a un fatto nuovo e sconcertante: le dimissioni del Presidente della Repubblica Giovanni Leone. Una storia sintomatica delle deviazioni e delle patologie della nostra imperfetta democrazia.
Giovanni Leone era uno più illustri giuristi italiani. Nato a Napoli nel 1908, a ventisette era [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #0000ff;">Quaranta anni fa gli italiani assistevano, alcuni con indifferenza benevola, altri con compiacimento grifagno, a un fatto nuovo e sconcertante: le dimissioni del Presidente della Repubblica Giovanni Leone. Una storia sintomatica delle deviazioni e delle patologie della nostra imperfetta democrazia.<br />
Giovanni Leone era uno più illustri giuristi italiani. Nato a Napoli nel 1908, a ventisette era già docente universitario. Democristiano convinto, era stato membro della Costituente, e parlamentare in tutte le legislature. Godeva di alto prestigio per la sua autorevolezza accademica, appena temperata da una bonarietà che talvolta indulgeva al pittoresco.<br />
Non apparteneva alle correnti del partito, e quindi non godeva di protezione, oltre a quella delle sue riconosciute capacità: quando la Dc non sapeva levarsi dai pasticci in cui la ingolfavano i suoi vertici, chiamava Leone a costituire un governo balneare. Questa indipendenza, alla fine, gli costò la carica.<br />
Nel 1976 scoppiò lo scandalo della Lockheed, un&#8217; impresa aeronautica che aveva venduto a mezzo mondo aerei di grande efficienza. L&#8217; Italia aveva acquistato alcuni Hercules, e quando si seppe che l&#8217; azienda aveva pagato cospicue tangenti ai vari governi acquirenti, i sospetti si riversarono sui nostri politici al potere. L&#8217; inchiesta americana appurò che, tramite un certo antilope cobbler, questi denari erano finiti ad alcuni militari, ministri e faccendieri.<br />
Tra questi ultimi vi erano i fratelli Lefèbvre, di cui Leone era amico, e questo bastò a renderlo vulnerabile. Ma furono sospettati anche altri ministri: Moro, Andreotti, Rumor, Gui e Tanassi.<br />
Moro si difese sostenendo di non saper nemmeno cosa fosse la Lockheed. Un&#8217; affermazione che, se veritiera, avrebbe dimostrato il deplorevole provincialismo del suo autore, visto che la fabbrica era notissima per le sue straordinarie produzioni spaziali e militari. Il suo U2, l&#8217; aereo spia abbattuto sui cieli di Sverdlovsk nel Maggio del 1960, aveva scatenato le ire di Kruschev e determinato l&#8217; annullamento dell&#8217; incontro con il presidente Eisenhower; e il suo F104 equipaggiava da anni la nostra Aeronautica Militare. Bastava leggere i giornali perché quel nome ti restasse impresso per sempre.<br />
Ma, a parte rare e lodevoli eccezioni, i nostri notabili democristiani avevano una cultura essenzialmente parrocchiale, ed erano più sensibili ai voti di sacrestia che alle grandi questioni internazionali. Rumor &#8211; il maggior sospettato &#8211; fu salvato dalla Commissione Inquirente. Quanto ad Andreotti, svicolò dalla polemica con soavità vescovile e sorniona indifferenza ciociara.<br />
Furono rinviati a giudizio Tanassi, Gui, e altri personaggi minori. Tutti, tranne Gui, sarebbero stati condannati, peraltro a pene assai blande.<br />
Leone rimasto estraneo all&#8217; inchiesta, rimase però solo nel suo partito, che lo abbandonò per meschini interesse di baratteria elettorale. Fu una pagina buia per la DC, ma anche per il giornalismo italiano, che si tuffò in questo fango di contumelie e di allusioni con la più turpe e maramaldesca morbosità.<br />
L&#8217; Espresso si segnalò per la sua petulanza aggressiva, ma non fu il solo. Altri quotidiani e rotocalchi sbeffeggiarono l&#8217; anziano presidente, la sua elegante consorte e persino i suoi figli.<br />
Un giornalista arrivò al pettegolezzo che «gli occhi di donna Vittoria ricordassero quelli dell&#8217; Antilope»; un altro fece un&#8217; univoca allusione alle scarpe scamosciate della first lady; altri scesero a illazioni più ridicole. Il partito comunista, che all&#8217; occorrenza sapeva abbandonare il suo plumbeo grigiore moscovita per assumere toni di eccitata grossolanità, sfruttò con la solita sapiente spregiudicatezza questa lotta intestina.<br />
Leone non era mai piaciuto alla sinistra, un po&#8217; per la sua indipendenza di giudizio, un po&#8217; per la sua storia universitaria (era stato, come del resto Fanfani e tutti i docenti iscritto al partito fascista) e soprattutto perché la sua elezione era stata determinata anche dai voti del Movimento Sociale.<br />
Per di più la sua rimozione avrebbe liberato un posto riservato, nella redistribuzione delle cariche, a un esponente della sinistra. L&#8217; elezione di Pertini, indiscussa la caratura morale del personaggio, fu infatti salutata dal Pci come una Glorious Revolution di Redenzione Resistenziale.<br />
Così, il 15 Giugno del 1978, Giovanni Leone annunciò le sue dimissioni. Non gli fu nemmeno risparmiata l&#8217; umiliazione di impedirgli la lettura integrale del messaggio di commiato: mai l&#8217; untuosità farisaica aveva raggiunto livelli di così vergognosa ingratitudine. Il vecchio professore ritornò ai suoi studi e, dopo una congrua decantazione, rientrò, sommessamente, alla vita politica, e contribuì, inascoltato, alle proposte di riforma del processo penale.<br />
Incidentalmente, non sappiamo se l&#8217; indirizzo dell&#8217; attuale governo, che subordina la sospensione della prescrizione a una nuova riforma, riprenderà o meno in mano l&#8217; opera di Giovanni Leone.<br />
Il giudizio complessivo della vicenda è quello di una sconfortante combinazione di una stampa spregiudicata e malevola, e di una politica ancor più cinica e truffaldina. Questa stessa combinazione avrebbe portato, quindici anni dopo, alla dissoluzione dello scudocrociato e all&#8217; umiliazione pubblica del suo segretario Forlani, corroso dalle bavette labiali davanti all&#8217; aggressività dell&#8217; incalzante Di Pietro e alla implacabile fissità delle telecamere.<br />
Un significativo contrappasso per una classe dirigente che aveva rinnegato i suoi elementi migliori.<br />
Con l&#8217; andar del tempo, le accuse e le illazioni a carico di Giovanni Leone si dimostrarono quello che tutti sapevano fin dall&#8217; inizio: un mélange di pettegolezzi di bottega e di calunnie programmate. Tuttavia nessuno fece ammenda. Soltanto i radicali, che erano stati i più severi critici del Presidente, e probabilmente gli unici in buona fede, trovarono il coraggio di scusarsi: Marco Pannella ed Emma Bonino ammisero pubblicamente di avere esagerato.<br />
Ma gli altri , compresi i maestri di vita e di pensiero, rimasero in verecondo silenzio. E purtroppo la lezione non è stata imparata. In tempi recenti, la parlamentare Ilaria Capua, una delle nostre scienziate più prestigiose, è stata costretta alle dimissioni, nell&#8217; indifferenza codarda e colpevole dei suoi colleghi, a seguito di un&#8217; inchiesta assurda e di un&#8217; altrettanto sciagurata aggressione mediatica. Nel nostro infelice e meraviglioso Paese le prediche sulla legalità sono inversamente proporzionali alle garanzie dei diritti dei cittadini. Purtroppo questa sconcezza non è ancora finita, e non sappiamo nemmeno se e quando finirà. <span style="color: #ff0000;">Carlo Nordio per l Messaggero (20 novembre 2018).</span></span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><span style="color: #ff0000;">&#8230;..Non è un caso che Carlo Nordio, magistrato in pensione, abbia scritto questo articolo rievocativo e anche di postumo omaggio a Giovanni Leone, indimenticata vittima di una squallida pagina di fango nella vita politica italiana, nell&#8217;anniversario,  il centenario, della Camera dei Deputati che ricorre proprio oggi. Leone della Camera fu Presidente, Capo del Governo, e infine Presidente della Repubblica. Ricopriva questa carica quando fu vittima di una ben orchestrata campagna di fango e di odio, ordita dalla sinistra, che utilizzò una giornalista dell&#8217;Espresso, Camilla Cederna,  come puntatrice d&#8217;assalto. L&#8217;obiettivo  fu raggiunto, Leone, accusato ingiustamente di essere stato collettore di mazzette, alla fine si dimise, benché fosse innocente. La sua innocenza fu riconosciuta dopo, quando ormai le conseguenze del fango e dell&#8217;odio riversatigli addosso avevano avuto l&#8217;effetto sperato. Fu il colpo di avvio della guerra che avrebbe portato al dissolvimento della Prima Repubblica. g.</span></span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><span style="color: #ff0000;"><br />
</span></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><em><strong> </strong></em></span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>EXPO: UN SUCCESSO, SI, MA BASTA CON LE RICONRSE DA ULTIMA NOTTE, di Gian Antonio Stella</title>
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		<pubDate>Sun, 03 May 2015 13:05:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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Da  infarto, ma è andata. E hanno buonissime ragioni, tutti i protagonisti  del «prodigio», da Giuseppe Sala a Matteo Renzi a tutti gli altri, a  ironizzare sui «rosiconi». Ovvero tutti quelli che avevano scommesso che  l’obiettivo della «data catenaccio» sarebbe stato mancato. Qualche  pannello è ancora fuori posto, qualche portone [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><img title="Visitatori all’Expo (LaPresse)" src="http://milano.corriere.it/methode_image/2015/05/03/Milano/Foto%20Milano/LAPR0060-593x443.jpg?v=20150503140246" alt="Visitatori all’Expo (LaPresse)" /></div>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Da  infarto, ma è andata. E hanno buonissime ragioni, tutti i protagonisti  del «prodigio», da Giuseppe Sala a Matteo Renzi a tutti gli altri, a  ironizzare sui «rosiconi». Ovvero tutti quelli che avevano scommesso che  l’obiettivo della «data catenaccio» sarebbe stato mancato. Qualche  pannello è ancora fuori posto, qualche portone resta chiuso, qualche  martello continua a battere di notte per gli ultimi ritocchi? Dettagli. È  andata. Ma sarebbe un delitto se dai patemi d’animo di questi anni e  dagli affannati formicolii notturni di queste settimane non traessimo  una lezione: basta con le date catenaccio.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">È bella, l’Expo 2015.  Bellissimi alcuni padiglioni, dalle gole desertiche degli Emirati Arabi  al «Vaso luna» della Corea, dall’alveare britannico alle suggestioni  del bosco austriaco&#8230; Per non dire dell’Albero della vita e del  padiglione Italia. Dove bastano le sale sospese tra il patrimonio d’arte  del passato e la potenza espressiva delle nuove tecnologie a togliere  il fiato non solo agli stranieri ma anche agli italiani. Una meraviglia.</span></h3>
</div>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Certo, sapevamo dall’inizio, come ha spiegato Marco Del Corona,  di non poter competere sui numeri con il gigantismo di Shanghai 2010:  192 Paesi, 530 ettari occupati (cinque volte più che a Rho), 73 milioni  di visitatori, 4,2 miliardi di euro di investimenti diretti più 45 in  opere infrastrutturali tra cui due nuovi terminal aeroportuali di cui  uno da 260 mila passeggeri al giorno e tre nuove linee metro, fino a  portare la rete cittadina a 420 chilometri con 269 stazioni. Troppo, per  noi.<br />
Eppure, a dispetto di tutti gli errori, i ritardi e gli  incubi di questi anni, la città è riuscita a dimostrare di essere in  grado di recuperare, puntando su altri valori e su una maggiore  coerenza, quello spirito che a lungo la fece vedere a milioni di  italiani come la vedeva il nonno di Indro Montanelli: «Per lui, Milano  era la cattedrale innalzata dall’ homo faber alla Tecnica e al  Progresso». L’unica città italiana, avrebbe ribadito Guido Piovene, «in  cui non si chiami cultura solo quella umanistica».</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Proprio perché lo sforzo enorme speso nella rimonta ha avuto successo,  successo peraltro da confermare giorno dopo giorno nei prossimi sei  mesi, sarebbe sbagliato rimuovere oggi gli errori, i ritardi e gli  incubi di cui dicevamo. Se era suicida «gufare» contro la riuscita d’un  evento planetario dove non erano in ballo la faccia della Moratti o  Berlusconi, di Prodi o Renzi, ma la faccia dell’Italia, non meno suicida  sarebbe brindare oggi a questo debutto rimuovendo i problemi  evidenziati dal 2007 ad oggi. La litigiosità degli amministratori  intorno agli uomini da scegliere, più o meno vicini a questa o quella  bottega. La paralisi di tre interminabili anni prima che la macchina  organizzativa si mettesse davvero in moto. L’ombra di contaminazioni tra  il mondo della cattiva imprenditoria e della cattiva politica. Le  mazzette. La corruzione. «Mai più date catenaccio»: questo dovrebbe  essere l’obiettivo di chi ha a cuore l’Italia dopo aver portato a casa  l’incontestabile successo del 1° maggio, solo parzialmente sfregiato  dagli incidenti dei teppisti black bloc.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Spiegava anni fa Gianni De Michelis,  ai tempi in cui si batteva perché l’Expo 2000 fosse fatta a Venezia tra  padiglioni galleggianti, giochi d’acqua e hovercraft dall’aspetto di  tappeti volanti: «Primo: sappiamo che ci sono delle cose da fare per non  essere tagliati fuori dai grandi processi d’integrazione. Secondo:  sappiamo che questo è un Paese paralizzato dalla burocrazia, dai veti  incrociati, dalla cultura del rinvio. Terzo: sappiamo che occorre uscire  da questa paralisi. Dunque occorre una data-catenaccio che ci costringa  a fare le cose nei tempi stabiliti». Uno dopo l’altro.<br />
E ci è  andata sempre «quasi» bene. I Mondiali del ‘90, sia pure spendendo per  gli stadi l’83% e per le infrastrutture il 93% più del previsto e pur  essendo da completare, a campionati finiti, il 39% delle opere. Le  Colombiadi di Genova del ‘92, sia pure costruendo ad esempio un  sottopasso più basso rispetto al progetto col risultato che non  passavano i camion ed i pullman. E poi i Mondiali di ciclismo e i  campionati planetari di nuoto e il Giubileo del 2000, atteso da secoli  come un appuntamento scontato eppure segnato, ancora una volta, da anni  di melina burocratica fino alla febbricitante rincorsa finale&#8230; Il  tutto accompagnato quasi sempre da inchieste giudiziarie, accertamenti  di lavori troppo frettolosi, scoperte di scandali, affari sporchi,  processi, strutture costosissime abbandonate alle erbacce&#8230; Senza alcun  progetto per il «dopo».</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Perché questo, troppo spesso, è stato il meccanismo infernale delle  «date catenaccio». La scelta, da parte della cattiva politica e della  cattiva imprenditoria, di non muoversi mai per tempo. Come nei Paesi  seri. Ma di «rassegnarsi» allo scorrere dei mesi e degli anni fino  all’arrivo fatidico del gong: aiuto, emergenza! Nel nome della quale,  Dio non voglia anche stavolta, è stato giustificato tutto. Fino  all’assurdità: lo Stato che aggira le regole dello Stato perché incapace  di cambiare le proprie leggi.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> È giusto che un grande Paese si dia obiettivi ambiziosi.  Compreso quello, ad esempio, delle Olimpiadi. Che potrebbero essere,  andasse bene l’Expo, il nostro prossimo appuntamento con la ribalta  mondiale. Ma per favore: basta rincorse all’ultimo momento e pezzi di  cornicione provvisoriamente attaccati con lo scotch. La «#svolta buona»  dovrebbe essere, per un Paese straordinario ma un po’ matto come il  nostro, lavorare giorno dopo giorno dopo giorno dopo giorno&#8230; <span style="color: #ff0000;">Gian Antonio Stella, Il Corriere della Sera, 3 maggio 2015</span></span></h3>
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		<title>LA TRAGEDIA DI IERI: DOVE CESSA L&#8217;UMANITA&#8217;, di Claudio Magris</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Apr 2015 08:32:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Politica estera]]></category>

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		<description><![CDATA[

Ogni volta la tragedia è più grande &#8211; e lo  sarà sempre più &#8211; e ogni volta si dice, mentendo in buona fede a se stessi, che si è raggiunto il colmo.
E che è vicino il momento  in cui si volterà pagina, proprio perché è intollerabile che continui questo crescendo di orrori.

 

Invece [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><img title="Una barca di immigrati soccorsa dalla Marina italiana (Ansa/Lami)" src="http://www.corriere.it/methode_image/2015/04/20/Interni/Foto%20Interni%20-%20Trattate/4302.0.413183526-U430101537660104rFH-U4308077399035bfG-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443.jpg?v=20150420081329" alt="Una barca di immigrati soccorsa dalla Marina italiana (Ansa/Lami)" /></div>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Ogni volta la tragedia è più grande &#8211; e lo  sarà sempre più &#8211; e ogni volta si dice, mentendo in buona fede a se stessi, che si è raggiunto il colmo.<br />
E che è vicino il momento  in cui si volterà pagina, proprio perché è intollerabile che continui questo crescendo di orrori.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Invece con ogni probabilità continuerà,  se non accadrà qualche radicale e inimmaginabile cambiamento nella  situazione e nella politica mondiali. La pietà, l’indignazione e lo  sgomento del mondo &#8211; di noi tutti &#8211; si accenderanno, sinceri e inutili, a  ogni nuovo  episodio di barbarie.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Ma forse sempre meno, perché ci si abitua a tutto e proprio il ripetersi delle orrende e criminose tragedie renderà più assuefatte e meno reattive le coscienze.<br />
Che fare, come dice il titolo di un famoso pamphlet politico? Il problema è tragico,<br />
perché  agli immigrati e senza nome e senza destino si oppongono non solo le  livide, imbecilli e regressive paure di chi teme ogni forestiero  incapace di bestemmiare nel suo dialetto e sogna un mondo endogamico e  gozzuto di consanguinei.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Alla doverosa accoglienza umana di tanti fratelli perseguitati e infelici si oppone e  purtroppo si opporrà una difficoltà o impossibilità oggettiva, il  numero di questi fratelli infelici, che un giorno potrebbe essere  materialmente impossibile accogliere. Un ospedale che ha cento posti  letto può ospitare, in situazioni di emergenza, 150 malati, ma non 10  mila, e chi facesse entrare nelle sue corsie 10 mila persone creerebbe,  irresponsabilmente, la premessa di nuove difficoltà e di nuovi  conflitti. Queste infami tragedie sono la prova di un’altra triste  realtà: l’inesistenza dell’Europa. Il problema dei dannati della Terra  che arrivano sulle nostre coste è europeo, non italiano; coinvolge  l’Europa, non solo l’Italia. Che l’Unione Europea se ne disinteressi è  oscenamente autodistruttivo; è come se il governo italiano si  sbarazzasse del problema dicendo che è affare della regione di Sicilia,  visto che i naufraghi, vivi o morti, non arrivano a Roma o a Torino. Se  l’Unione Europea se ne disinteressa, e non può essere un tardivo  intervento a dimostrare il contrario, significa che l’Unione Europea non  esiste. Che fare? Certo, si possono adottare piccole misure. Ad  esempio, sarebbe opportuno che i mercanti di schiavi, colpevoli spesso  volontariamente di crimini, fossero sottoposti, data l’emergenza di  questa vera guerra per l’Italia, al codice marziale.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Non sarebbe male se i mercanti di schiavi e di morte sbrigassero i loro affari rischiando la morte come i loro schiavi.<br />
Fa impressione leggere di alcuni di questi assassini arrestati e presto  scarcerati e tornati al loro traffico lurido e lucroso. Che fare?  Nessuno, sembra, lo sa.<span style="color: #ff0000;"> </span></span><span style="color: #ff0000;">Claudio Magris, Il Corriere della Sera, 20 aprile 2015</span></h3>
<h3><span style="color: #ff0000;">&#8230;Ecco il punto, l&#8217;Europa non c&#8217;è, anzi c&#8217;è quando si tratta di imporre austerità e vincoli, non c&#8217;è quando si tratta dei grandi temi etici e politici che riguardano la realtà del nostro e degli altri continenti. Questa Europa nion piace a nesusno che abbia un pò di buon senso, piace solo ai banchieri ae agli affaristi , i migliori alleati dei trafficanti di morte. g. </span></h3>
]]></content:encoded>
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		<title>LA &#8220;BELLA&#8221; MORETTI RITRATTA DA GIANCARLO PERNA</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Mar 2015 14:55:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
		<category><![CDATA[Cronaca]]></category>

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		<description><![CDATA[La graziosa Alessandra Moretti è preda di un  narcisismo così acuto da preoccupare il Pd. In corsa per la presidenza  della Regione Veneto, preferisce dire quant’è bella
 
e  brava  piuttosto che parlare di politica. In diverse occasioni interviste,  YouTube, apparizioni tv ha fatto sperticate lodi di sé, proponendosi a  modello [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="color: #0000ff;">La graziosa Alessandra Moretti è preda di un  narcisismo così acuto da preoccupare il Pd. In corsa per la presidenza  della Regione Veneto, preferisce dire quant’è bella</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">e  brava  piuttosto che parlare di politica. In diverse occasioni interviste,  YouTube, apparizioni tv ha fatto sperticate lodi di sé, proponendosi a  modello di quarantenne (ne farà 42 in giugno) che sa quel che vuole.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> «Io»  ha affermato «appartengo a una stirpe di politiche più belle, più  brave, più intelligenti», agli antipodi della protozoica Rosy Bindi.  «Vado dall’estetista ogni settimana e ci faccio qualsiasi cosa: le  mèche&#8230; la tintura&#8230; per tacere di altro. Ho deciso di prendermi cura  di me. Dovrei forse stare coi peli e i capelli bianchi? Sto attenta alla  linea e ogni mattina accompagno i bambini a scuola, loro in bicicletta e  io correndo». Ha poi concluso: «Il mio stile è Ladylike».</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><em><a href="http://www.dagospia.com/mediagallery/Dago_fotogallery-133497/614219.htm" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.dagospia.com/mediagallery/Dago_fotogallery-133497/614219.htm?referer=');"><img id="614219" src="http://www.dagospia.com/img/foto/11-2014/alessandra-moretti-ladylike-614219_tn.jpg" alt="ALESSANDRA MORETTI LADYLIKE" /></a> </em></span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Da  allora, Moretti è Ladylike, dall’inglese «signorile, raffinata». Quando  parla di sé dice «Ale», diminutivo di Alessandra. «Ale pensa, Ale  vuole, Ale fa». È stato Matteo Renzi ha raccontato a volerla candidata  in Veneto inducendola a lasciare il seggio di Strasburgo sei mesi dopo  le elezioni Ue del giugno 2014. «”Ale abbiamo bisogno di te” mi ha detto  e Ale non si è potuta tirare indietro». D’altro canto, ha spiegato, «io  sono la migliore». Un genio innato, il suo, che non si limita alla  politica giacché è sempre lei a farlo sapere «sono anche bravissima a  cantare e in mille altre cose, per esempio in cucina». E, prima che  qualcuno glielo chiedesse, ha chiarito: «Il mio segreto? La passione».</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">Esilarante.  Va detto che questa verve da vedova allegra piace. La candidata Moretti  non tedia gli elettori con muffosi discorsi politici il che, con  l’aiuto degli scontri nel centrodestra, può favorirne la vittoria alle  urne. Il rovescio della medaglia è che il suo ego da madamin si presta  agli sfottò. E poiché non c’è nulla di più insidioso del ridicolo, il Pd  lugubre per antica tradizione è corso ai ripari stringendole attorno un  cordone sanitario.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Al  fratello, Carlo, da sempre suo consigliere, sono stati affiancati  secondo indiscrezioni giornalistiche gli esperti di Dotmedia, l’agenzia  fiorentina di comunicazione, che ha confezionato dagli esordi l’immagine  di Renzi. Tutto il repertorio renziano, look, battute, smorfie, nasce  infatti, a quanto pare, dalla collaborazione di questi creativi. A  prescindere dai risultati, che ciascuno giudica come crede, la stessa  squadra è ora incaricata di imbrigliare Ladylike.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Chi  scrive, dubita che ci saranno risultati. Ale è una psicovanesia  endocrina irresistibilmente attratta dal centro della scena. Occhi  azzurri, un bell’ovale che ricorda la Barbara Bouquet dei tempi d’oro,  Ale non arretra davanti a nulla per ottenere il risultato. Ne sa  qualcosa il candido Pier Luigi Bersani, principale benefattore della  Moretti, che è stato da lei fumato come un sigaro e abbandonato come un  mozzicone.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Pierlù  le aveva dato tutto, dalla nomina a portavoce nella campagna elettorale  2013, al seggio parlamentare. Fu lui il primo a mandarla in tv dov’è da  tre anni una presenza debordante e dove ha trovato nel presentatore  Massimo Giletti il nuovo amore dopo un breve matrimonio con due figli,  Guido e Margherita, di otto e sei anni. All’epoca, guai a chi le toccava  Bersani, arca di virtù, guida imperitura del Pd e «bello come Cary  Grant». Ma quando, vinte di una spanna le elezioni, Pierlù si dimostrò  incapace di fare il suo governo e imporre il Capo dello Stato che voleva  lui, la pupilla si disamorò. Capì che lo statista di Bettola  rappresentava ormai il passato e che per l’avvenire urgeva cambiare  cavallo.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><em><a href="http://www.dagospia.com/mediagallery/Dago_fotogallery-133497/614191.htm" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.dagospia.com/mediagallery/Dago_fotogallery-133497/614191.htm?referer=');"><img id="614191" src="http://www.dagospia.com/img/foto/11-2014/alessandra-moretti-giletti-614191_tn.jpg" alt="alessandra moretti giletti" /></a> </em> <strong>alessandra moretti giletti</strong></span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Ale  tradì platealmente Bersani nel giorno più nero: quel 18 aprile 2013  quando il destino dell’infelice era appeso al voto su Franco Marini, suo  candidato al Quirinale. Se l’Aula lo avesse accontentato, Pierlù  avrebbe ancora avuto un futuro. Se no, finiva nel Museo delle cere.  Moretti disobbedì, votò scheda bianca e condannò il suo capo agli  archivi della piccola storia italiana.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Pierlù ne fu straziato e le tolse il saluto. Lei fece spallucce cominciò a cercare un nuovo trespolo su cui appollaiarsi.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Guardò  alla destra del Pd e adocchiò Renzi che fino ad allora aveva combattuto  per conto di Bersani prendendolo anche a male parole: «Un misogino,  costruito al tavolino e maschilista». Gli lanciò segnali a distanza e li  condì di moine. Ma il paravento di Firenze, ancora null’altro che  sindaco, reso avvertito da come aveva bidonato l’altro, si guardò bene  dall’abboccare all’amo. Allora Ale guardò a sinistra, puntando sul  telegenico Gianni Cuperlo, opposto antropologico di Renzi e suo rivale.  Anche il biondo triestino rabbrividì al corteggiamento, ripagandolo con  freddezza inversa alle turbinose lodi che Moretti gli tributava.  «Gianni, che rappresenta la sinistra berlingueriana» disse lei grosso  modo «è il più vicino alla mia storia politica».</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Era,  ovviamente, una balla sesquipedale e interessata. Con la sinistra  sinistra, Ladylike non ha mai avuto a che fare. Di lì a poco, finirà  infatti sotto l’ala di Renzi del quale, dopo averlo svillaneggiato, è  diventata oggi la sviolinante reggicoda: «Se fallisce lui, fallisce  tutta la nostra generazione».</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Anche  i suoi lontani esordi sono stati più moderati che di sinistra. Nata e  vissuta a Vicenza, la bella piddina è figlia di due insegnanti. Il  babbo, marchigiano, è stato sindacalista della Cgil-Scuola, ma mai  comunista. Dopo la laurea in Legge, Ale si abbandonò alla pacifica  routine dell’avvocato. Il ghiribizzo della politica le prese  trentaquattrenne, nel 2007, candidandosi per le Provinciali con il  centrodestra in una «lista generazionale» Under 35 che sosteneva Giorgio  Carollo, un ex dc legato a due pezzi da novanta del Veneto bianco Rumor  e Bisaglia -, poi approdato alla corte di Silvio Berlusconi. Quando Ale  ne incrociò la strada, Carollo era già sceso anche dal carro del Cav  per fare il centrista in proprio.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><strong> </strong></span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">L’avvocatessa  fu trombata ma lasciò una traccia in un spot elettorale, tuttora  rintracciabile sulla rete, nel quale tesse l’elogio del centrismo con la  stessa eloquenza con cui oggi inneggia alle visagiste. «Il centro»  disse, occhioni puntati sulla telecamera «è il luogo dove gli estremismi  non trovano spazio, il luogo ideale per una politica concreta». Niente a  che vedere con ciò che diceva per accattivarsi Cuperlo. È che pur di  vendersi, Ladylike è pronta a tutto. Ieri come oggi.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Fu  l’anno dopo che entrò decisamente in politica. Cambiata casacca, si  mise in lista con Achille Variati, ex dc traslocato nel Pd e aspirante  sindaco di Vicenza. Eletta con lui ne divenne il vice e, di lì a poco,  ebbe l’incontro che decise della sua vita. Spedita da Vairati a Milano  per una riunione di amministratori locali, fu notata da Filippo Penati,  ras meneghino di Bersani. Costui ne apprezzò le forme e la grinta.  Avvertì il capo a Roma di avere trovato la tipa tosta che faceva per lui  nelle comparsate da Vespa &amp; co. Bersani la prese con sé e si scavò  la fossa. <span style="color: #ff0000;">Giancarlo Perna, Libero, 23 marzo 2015</span></span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><span style="color: #ff0000;">&#8230;&#8230;Questa qui  ci ricorda qualcuna di nostra conoscenza:  identica faccina da cenerentola, identica capacità di mentire, identico volume di ipocrisia, identica ipertendenza al narcisismo egocentrico, identico  superpieno di vacuità coniugata al nullismo,  identica assoluta mancanza di etica e di morale, cui si unisce una forte vocazione al lecchinaggio  e all&#8217;esibizionismo </span></span><span style="color: #ff0000;">perchè  anche lei è  una  &#8220;psicovanesia  endocrina irresistibilmente attratta dal centro della scena&#8221;.<br />
</span></h3>
<h3><span style="color: #ff0000;"> <em> </em></span><em> </em></h3>
]]></content:encoded>
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		<title>LA BUONA SCUOLA? FRUTTI ACERBI PER TUTTI, di Gianna Fragonara</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Feb 2015 13:02:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[ I  l testo della Buona scuola, anche dopo la profonda revisione di queste  ultime settimane, resta una proposta di riforma della professione di  insegnante più che una riforma del sistema educativo. È un tentativo  comprensibile e ambizioso di modernizzare la scuola attraverso gli  uomini e le donne che ci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="color: #0000ff;"> I  l testo della Buona scuola, anche dopo la profonda revisione di queste  ultime settimane, resta una proposta di riforma della professione di  insegnante più che una riforma del sistema educativo. È un tentativo  comprensibile e ambizioso di modernizzare la scuola attraverso gli  uomini e le donne che ci lavorano. I due pilastri su cui si reggeva la  proposta presentata a settembre non hanno retto al tentativo di essere  trasformati in legge. Il primo, il sistema degli scatti solo premiali  per i due terzi degli insegnanti di ogni scuola, è scomparso dal decreto  in preparazione. Nelle intenzioni del governo, questo avrebbe dovuto  innalzare il livello di preparazione, di impegno e di performance degli  insegnanti italiani: si è capito che sarebbe stato impossibile da  applicare e iniquo nei risultati, oltre che inutile. È stato sostituito  da un sistema misto di scatti di anzianità e di scatti di merito  assegnati con un più complicato sistema di valutazione della quantità e  della qualità del lavoro e dell’aggiornamento degli insegnanti. Un  sistema che funzionerà soltanto, nel suo intento di premiare i più  bravi, se ci saranno fondi sufficienti a spezzare quel patto non scritto  del «ti pago poco ma ti chiedo poco».</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">Il  secondo pilastro era il mega piano di assunzioni di precari, pensato  con la lodevole quanto illusoria idea di chiudere per sempre il problema  dei supplenti nella scuola, si sta rivelando inattuabile, quanto meno  iniquo ( lo dicono i sindacati) e addirittura dannoso (giudizio della  Fondazione Agnelli) per il sistema scolastico perché riempirebbe le  scuole di insegnanti spesso senza cattedra in quanto abilitati in  materie secondarie e non utili. Mentre per materie fondamentali come la  matematica gli studenti continuerebbero ad avere supplenti e altri  precari. C’è da aspettarsi che nel decreto si trovi una soluzione  migliore, magari quella dettata dai tribunali con le ultime sentenze:  assumere a tempo indeterminato chi ha lavorato 36 mesi negli ultimi  cinque anni.<br />
La scelta fatta a settembre di impiegare tutti i fondi  disponibili per le assunzioni &#8211; salvo briciole per gli altri capitoli  come l’innovazione tecnologica &#8211; e di rinviare la formazione degli  insegnanti e le loro nuove competenze al prossimo concorso autorizza a  pensare che per una riforma vera anche della professione ci sarà ancora  da aspettare.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">Le parole chiave</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">Lo  slogan affascinante &#8211; «La scuola che cambia l’Italia» &#8211; ha trasmesso  l’idea che una riforma della scuola serva a far ripartire il Paese: ma  qual è l’idea di scuola che guida la nuova legge? Le parole chiave  scelte dalla Buona scuola sono: concorso, alternanza scuola-lavoro,  laboratori, autonomia, inglese, Internet, programmi contro la  dispersione, formazione, scuole aperte. Tutti istituti o programmi già  in vigore da tempo (i concorsi dai tempi della Costituzione) o in via di  sperimentazione, ma che finora non hanno funzionato per motivi vari, e  che i provvedimenti del governo cercheranno di rilanciare. Norme  complicate e la burocrazia hanno frenato le innovazioni ma  principalmente sono mancati i fondi e questo si ripeterà.<br />
Dei  grandi temi della scuola, a partire da quello che dovrebbe essere il  curriculum degli studenti &#8211; un’ora di musica alle elementari e una di  economia e arte nei licei non bastano -non c’è traccia nelle bozze:  davvero così come è impostata la scuola italiana è al passo con i tempi?  In passato si era parlato di riformare i cicli, di cambiare le medie,  di rendere più flessibile l’ultimo biennio delle superiori, di  migliorare l’offerta scientifica, solo per citare i principali temi del  dibattito. Ci si attenderebbe che le nuove proposte, contrariamente al  testo presentato nei mesi scorsi, parlassero di questo.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">Altrimenti,  come spesso avviene in Italia, se non si troverà un futuro credibile  per la scuola pubblica, la riforma la faranno nei fatti gli studenti.  Come dimostrano già i dati anticipati ieri sulle scelte per le  superiori: i genitori e i ragazzi considerano che oggi sia utile una  formazione scientifica e che servano le lingue, tanto è vero che i due  licei con più iscrizioni sono lo Scientifico e il Linguistico. Due  genitori su 5 &#8211; sono dati della ricerca pubblicata ieri dal Corriere &#8211;  pensano che i propri figli avranno un futuro professionale all’estero:  sarà questa scuola all’altezza di prepararli? <span style="color: #ff0000;">Gianna Fragonara, Il Corriere della Sra, 18 febbraio 2015</span></span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><span style="color: #ff0000;">&#8230;&#8230;Una delle tante riforme renziane, chiacchiere al vento e nesusn fatto concreto. Intanto la &#8220;buonascuola&#8221; a Pescara cade a pezzi sulle teste dei ragazzi, o, come a Toritto, tiene al freddo i ragazzi della scuola  media dove,  a due decenni dalla metanizzazione del paese, il riscaldamento della scuola  va..si fa per dire&#8230;a gasolio. g.<br />
</span></span></h3>
]]></content:encoded>
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		<title>LA FRETTA E I DUBBI, di Michele Ainis</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Dec 2014 15:34:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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A ogni azione corrisponde una reazione. È  la terza legge della dinamica, ma è anche la prima legge della politica.  Che infatti s’emoziona solo quando un’onda emotiva turba l’opinione  pubblica. Troppi detenuti nelle carceri? Depenalizziamo. Troppi corrotti  nella municipalità capitolina? Penalizziamo. Sicché in Italia siamo  giustizialisti o garantisti a giorni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">A ogni azione corrisponde una reazione. È  la terza legge della dinamica, ma è anche la prima legge della politica.  Che infatti s’emoziona solo quando un’onda emotiva turba l’opinione  pubblica. Troppi detenuti nelle carceri? Depenalizziamo. Troppi corrotti  nella municipalità capitolina? Penalizziamo. Sicché in Italia siamo  giustizialisti o garantisti a giorni alterni. Basta consultare Google:  141 mila risultati per «aggravamento delle pene», 143 mila per «diminuzione delle pene».</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Ma oggi è il giorno dell’inasprimento, del giro di vite e di manette.  Il Consiglio dei ministri ha appena licenziato un testo urgente, benché  non tanto urgente da confezionarlo in un decreto. E quel testo  stabilisce la confisca dei beni del corrotto (meglio tardi che mai).  Innalza i termini di prescrizione che altre leggi avevano abbassato. E  per l’appunto aggrava la pena detentiva di due anni. Succede sempre,  quando c’è un allarme sociale da placare. È già successo con le norme  approvate dopo l’ultimo caso di pedofilia (settembre 2012) o dopo il  penultimo disastro ambientale (febbraio 2014).</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Funzionerà? Come dice il poeta, «un dubbio il cor m’assale».  Perché chi ruba e chi intrallazza non pensa al codice penale, pensa di  farla franca. E se ci pensa, non saranno dieci anni di galera anziché  otto ad arrestare i suoi progetti. Perché inoltre il deterrente non  risiede nella durezza della pena bensì nella sua certezza; ma alle  nostre latitudini è sempre incerta la condanna non meno della pena.  Perché l’ordinamento giuridico italiano ospita già 35 mila fattispecie  di reato, che chiunque può commettere senza nemmeno sospettarne  l’esistenza. Rendendo così insicuro il cammino degli onesti, mentre  rimane lesto il passo dei disonesti. E perché infine quell’ordinamento è  volubile e sbilenco come i politici che l’hanno generato. Per dirne  una, la legge di depenalizzazione del 1981 inasprisce le sanzioni per  chi divulghi le delibere segrete delle Camere.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Eppure una via d’uscita ci sarebbe:  passare dalla (finta) repressione alla (vera) prevenzione. Come? Per  esempio sforbiciando le 8 mila società partecipate dagli enti locali. O  con misure efficaci contro il conflitto d’interessi, che tuttavia alla  Camera rimbalzano dalla commissione all’Aula senza che i nostri deputati  cavino mai un ragno dal buco. Con una legge sulle lobby: gli americani  se ne dotarono nel 1946, gli italiani hanno visto 55 progetti di legge  andare in fumo l’uno dopo l’altro. Con l’anagrafe pubblica degli eletti,  che i Radicali propongono (invano) dal 2008. O quantomeno potremmo  uscirne fuori rendendo obbligatorio per legge il provvedimento deciso  dal sindaco Marino dopo la scoperta dei misfatti: rotazione dei  dirigenti, degli incarichi, dei ruoli di comando. Una misura  anticorruzione già emulata in lungo e in largo, dal Comune di Canicattì  al Policlinico di Bologna. E già benedetta da Cantone il mese scorso,  quando sempre Marino avviò la rotazione territoriale dei vigili urbani,  dopo l’arresto per tangenti del loro comandante.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Dopotutto, è l’uovo di Colombo.  Se non resti per secoli inchiodato alla poltrona, ti sarà più difficile  poltrire, ti sarà impossibile ordire. E il corruttore avrà i suoi  grattacapi, se il corruttibile cambierà faccia a ogni stagione come una  maschera di Fregoli. Dice: ma così diminuirà la competenza, che cresce  in virtù dell’esperienza. Vallo a raccontare agli italiani, alle vittime  di un’amministrazione incompetente e per giunta inamovibile. Vallo a  raccontare a chi ha dovuto specchiarsi per vent’anni nelle facce  immarcescibili degli stessi politici, degli stessi alti burocrati. Qui e  oggi, una ministra fresca di stampa come Boschi sta facendo meglio di  tanti suoi stagionati predecessori. E comunque l’uovo non lo inventò  Colombo: fu deposto nell’antica Grecia. In democrazia si governa e si  viene governati a turno, diceva Aristotele. Sarebbe bello se l’Italia  sapesse riparare la sua democrazia. Di più: sarebbe onesto. <span style="color: #ff0000;">Michele Ainis, Il Corriere della Sra, 13 dicembre 2014</span></span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"><span style="color: #ff0000;">&#8230;&#8230;Il prof. Ainis è entrato nel cuore del problema. Il fenomeno  della corruzione, che, va detto, è vecchio quanto il mondo,  non si combatte aumentando le pene ma scardiando all&#8217;origine tutto ciò che le fa da viatico, che la favorisce, la diffonde, cioè le occasioni che come si sa, o come dicevano saggiamente gli antichi, fa l&#8217;uomo ladro. Uno dei rimedi, oltre ad una legislazione estremamente garantista, è quello che suggerisce Ainis, cioè, nella pubblica amministraone, la rotazione negli incarichi.  E&#8217; comprovato che quanto più si cancrenizzano le posizioni di comando, tanto più esse tendono a far da sè e qui il secondo rimedio,  cioè, nella pubblica amministrazione, evitare che uno solo abbia il potere di decidere perchè in questi casi la &#8220;solitudine2 è cattiva consigliera. E poi ciò che da sempre si auspica, cioè l&#8217;anagrafe degli eletti, e l&#8217;ablizione della cosiddetta privacy per quanti amministrano il pubblico danaro. Per loro non solo finestre aperte ma squarciate. g.<br />
</span></span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"><span style="color: #ff0000;"><br />
</span></span></p>
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		<title>INONDAZIONI, FRANE, ALLUVIONI: UN PIANO SPECIALE PER RICOMINCIARE, di Gian Antonio Stella</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Nov 2014 11:27:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Il disastro dovuto al maltempo era già  tutto scritto. Lo scrisse Indro Montanelli, raccontando la cecità con  cui stavano seppellendo la Liguria sotto il calcestruzzo.di Gian Antonio Stella



 
 



«Meno  sentimentalismo sterile e più cemento!». Così urlavano gli incoscienti  che mezzo secolo fa accolsero un gruppo di studiosi scesi a  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4><span style="color: #ff0000;">Il disastro dovuto al maltempo era già  tutto scritto. Lo scrisse Indro Montanelli, raccontando la cecità con  cui stavano seppellendo la Liguria sotto il calcestruzzo.di Gian Antonio Stella</span></h4>
<div><img title="Polizia, vigili del fuoco e volontari al lavoro nell’area dove, a causa degli allagamenti, si è verificato il parziale crollo di una casa, nel ponente di Genova, in via delle Fabbriche, a Voltri (Ansa/Zennaro)" src="http://www.corriere.it/methode_image/2014/11/16/Interni/Foto%20Interni%20-%20Trattate/df1a2f29b19d613be7c4a609f05b16a3-003-kcJ-U43040978929869ujE-593x443@Corriere-Web-Sezioni.jpg?v=20141116091858" alt="Polizia, vigili del fuoco e volontari al lavoro nell’area dove, a causa degli allagamenti, si è verificato il parziale crollo di una casa, nel ponente di Genova, in via delle Fabbriche, a Voltri (Ansa/Zennaro)" /></p>
<div>
<div><a href="http://www.corriere.it/cronache/14_novembre_16/piano-speciale-ricominciare-1ff7172a-6d68-11e4-a925-1745c90ecb18.shtml#votoEmo" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.corriere.it/cronache/14_novembre_16/piano-speciale-ricominciare-1ff7172a-6d68-11e4-a925-1745c90ecb18.shtml_votoEmo?referer=');"></a></div>
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<h3><span style="color: #0000ff;">«Meno  sentimentalismo sterile e più cemento!». Così urlavano gli incoscienti  che mezzo secolo fa accolsero un gruppo di studiosi scesi a  Montemarcello per opporsi alla lottizzazione degli stupendi declivi. Lo  scrisse Indro Montanelli, raccontando furente la cecità con cui stavano  seppellendo la Liguria sotto il calcestruzzo. E condannandola ai rischi  di oggi. Toglie il fiato rileggere, nel ribollio di notizie su nuove  esondazioni e nuove frane e nuovi lutti e nuovi incubi, i reportage dei  grandi cronisti che allora descrissero inorriditi lo scempio di quella  terra flagellata oggi dal maltempo e dallo strascico di errori antichi.  Stanno venendo al pettine nodi lasciati per decenni irrisolti. Sul  fronte economico e sindacale. Sul fronte delle periferie, bruttissime e  progettate, per dirla con Antonio Cederna, come «case-canili». Sul  fronte dell’ambiente dato che, come scrisse il nobiluomo modenese Luigi  F. Valdrighi, «la barbarie è sgoverno permanente e, fra le  caratteristiche degli sgoverni sono anche le inondazioni».</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Per troppo tempo il nostro Paese, nel rapporto con la natura, è stato «sgovernato». Ignorando  quanto già avvertiva Leonardo da Vinci: «L’acqua disfa li monti e  riempie le valli, e vorrebbe ridurre la terra in perfetta sfericità,  s’ella potessi». Dando la colpa delle alluvioni alla malasorte o  addirittura alle streghe, come nel 1493 quando i mantovani bruciarono  viva una poveretta accusata di una piena del Po. Scacciando come mosche  fastidiose i ricordi delle tragedie che dovevano essere di monito.  Pretendendo di imprigionare le acque come a Messina dove i 52 torrenti  del territorio comunale sono stati per la metà intubati. E tagliando via  via i fondi per il rischio idrogeologico. Ridotti l’anno scorso a 30  milioni di miserabili euro. Briciole.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">È da qui che bisogna ripartire.  Dobbiamo tornare a governare la nostra terra. Proprio perché è  bellissima e fragile. Perché è unica al mondo. Perché riparare i suoi  guasti con un grande progetto e grandi investimenti potrebbe essere  l’occasione per sfilarci dal collo il nodo scorsoio della crisi. Come  potrebbe l’Europa sbatterci i suoi No in faccia su un tema come questo?  Per essere credibili in questa svolta e in questa pretesa che anche i  Paesi europei più diffidenti ci assecondino in uno sforzo che sarebbe  immane, però, dobbiamo essere consapevoli fino in fondo delle  responsabilità che abbiamo. E degli errori, qua e là irrimediabili,  purtroppo, che abbiamo commesso ai danni di un patrimonio universale.  Non basta vantarci di avere più siti Unesco di tutti: abbiamo l’obbligo  di meritarceli. E se dal nostro passato migliore abbiamo  l’opportunità di trarre la forza per ripartire, dal passato peggiore  dobbiamo assolutamente ricavare la lezione per non ripetere sempre gli  stessi, maledetti, criminali errori. Basti rileggere un passaggio del  libro La colata di Sansa, Garibaldi, Massari, Preve e Salvaggiulo dove  si racconta ad esempio di come una notte, a Sanremo, «una zona di 72  ettari che era stata classificata come “frana attiva” da Alfonso  Bellini, uno dei geologi più noti d’Italia, con un tratto di colore  diventa edificabile» con un voto quasi all’unanimità nonostante tutti  avessero ancora «negli occhi le immagini di via Goethe, a due passi dal  municipio, trasformata dalle piogge in un fiume di fango e pietre».  Restò indimenticabile, allora, il commento dell’udc Luigi Patrone: «Io  voto sì, ma da quelle parti i bambini non ce li porto a giocare».</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Era già tutto scritto. Tutto. Fin  dagli Anni 60, quando Giorgio Bocca coniò espressioni quali «Lambrate  sul Tigullio» e Leonardo Vergani narrò di come «arrivati a Rapallo  sull’onda di un nome una volta famoso, un nome quasi mitico negli  inverni padani, i milanesi con un conticino in banca» avevano «dato la  scalata al mutuo, fatto economie, firmato rogiti lasciandosi  allegramente spolpare pur di diventare proprietari del loro fazzoletto  piastrellato, scala B interno 14». Una corsa pazza. E «i pentimenti, al  punto in cui siamo, sono liquidi come le lacrime dei coccodrilli».  «Su  oltre 8.000 chilometri di coste», denunciava nel ‘66 Antonio Cederna,  «più della metà sono da considerarsi perduti in quanto ridotti ad  agglomerati lineari semi urbani, squallidi e ininterrotti, che  riproducono sulla riva del mare gli aspetti peggiori delle  concentrazioni cittadine, stroncano ogni continuità fra mare e risorse  naturali dell’entroterra, e distruggono praticamente la stessa  potenzialità turistica delle zone investite».</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Il caso limite, spiegava, era proprio la Riviera ligure,  «dove località già famose per i loro parchi e giardini sono ridotte ad  avere venti centimetri quadrati di verde per abitante “estivo”, e dove  l’indice di affollamento supera d’estate quello del centro di Londra.  Nella Riviera di Ponente, su 175 chilometri di costa restano soltanto  900 metri di spiaggia libera».  Certo, la Liguria veniva soprattutto  nell’entroterra da secoli di miseria, fame, emigrazione. Basti ricordare  i «birbanti» che partivano dalle montagne alle spalle di Chiavari per  guadagnarsi la «birba», cioè il tozzo di pane, quotidiana. Il turismo,  lo sviluppo, il boom furono accolti come una manna sulla quale non  bisognava fare gli schizzinosi.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Egisto Corradi, scandalizzato dalla  costruzione a Rapallo di «diecimila vani all’anno» fino a farne in certe  parti «una periferia di grande città» e dalle masse esagerate di  turisti ingolfati sulla «spiaggia formato francobollo», raccolse  l’ottuso entusiasmo di un rapallese: «Tutto vero, ma è anche vero  che a 3.000 lire a testa fanno più di 10 milioni di lire lasciati a  Rapallo. Siamo nell’era della produttività e dell’automazione? Se i  tempi lo vogliono, Rapallo diventi pure una macchina per villeggiare!».   Ma valeva davvero la pena di avventarsi in quel modo ad arraffare ogni  occasione di business ? Lasciamo rispondere a Indro Montanelli, che in  quel lontano ‘66, decenni prima che esplodessero insieme i torrenti  intubati e le contraddizioni, scriveva: «Gli anni del boom passeranno  alla storia come quelli della sistematica distruzione dell’ex giardino  di Europa, perché i miliardi in mano agl’italiani sono più pericolosi  delle bombe atomiche in mano ai bantu. E la prova la fornisce la Liguria  dove i miliardi sono affluiti con più alluvionale intensità. Da Bocca  di Magra al confine francese, per trecento chilometri, è un bagnasciuga  di cemento». E concludeva amaro: «Evidentemente il buon Dio fece il  «giardino d’Europa» in un momento d’indulgenza e di abbandono. Poi si  accorse della propria parzialità e la corresse mettendoci come  giardinieri gl’italiani». <span style="color: #ff0000;">Gian Antonio Stella, Il Corriere della Sera, 16 novembre 2014. </span></span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><span style="color: #ff0000;">&#8230;..Renzi, chiacchierone e imbonitore da strapazzo, non si è recato neppure una volta sui luoghi dei disastri nè ha dedicato un briciolo di attenzione alla brutalità degli eventi calamitosi  che stanno abbattendosi su tanta parte dell&#8217;Italia del Nord. Insomma non gliene può fregar di meno, solo preoccupato di mettere a punto strategie e strumenti che gli possano consentire di eternarsi un potere comunque sia. Povera Italia,<span style="color: #0000ff;"> &#8220;&#8230;..nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di province ma bordello&#8221;</span>.  g.<br />
</span></span></h3>
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		<title>DUELLO GIANNINI-FLORIS, CHE NOIA&#8230;. di Aldo Grasso</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Sep 2014 10:06:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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Martedì di coppe. Il clima era da derby &#8211;  Giannini contro Floris -, cosa rara per uno scontro tra due programmi  tv. Ancora più rara se si pensa che a duellare erano due talk, due  programmi basso costo che vivono di chiacchiere. Un derby dei poveri,  verrebbe da dire. [...]]]></description>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Martedì di coppe. Il clima era da derby &#8211;  Giannini contro Floris -, cosa rara per uno scontro tra due programmi  tv. Ancora più rara se si pensa che a duellare erano due talk, due  programmi basso costo che vivono di chiacchiere. Un derby dei poveri,  verrebbe da dire. «Tanta roba», dice Mentana. Uno zapping furioso per lo  spettatore. Inizia per primo «Ballarò» (Floris perde lo sprint per una  misteriosa replica della Gruber) e Massimo Giannini esordisce con toni  un po’ tromboneschi: «il senso della nostra missione», «la Rai, troppo  spesso screditata, è la più grande azienda culturale del Paese», «i  nostri azionisti di riferimento saranno i cittadini», «vogliamo  raccontare l’Italia migliore».</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Sarà per un comprensibile nervosismo,  ma non basta essere una firma per condurre un programma, ci vorrà tempo  per conquistare la scena. Iniziare poi con un faccia a faccia con  Romano Prodi non aiuta certo a dare ritmo alla serata: il vero «Ballarò»  parte solo alle 22. Giovanni Floris presenta subito i suoi ospiti (la  solita compagnia di giro più il fighetto dei gelati Grom) ma colpisce  non poco la scenografia: il vecchio impianto delle poltrone contornato  da una balconata tipo «Macao». Per fortuna c’è la copertina di Maurizio  Crozza che fa il verso a Renzi, Marchionne, Landini, persino allo stesso  Floris. Crozza fa un umorismo funzionale al programma, non così Roberto  Benigni, un «regalo» secondo Giannini. Sarà, ma il comico toscano ormai  non stupisce più, sembra ripetere sempre lo stesso copione,  tromboneggia anche lui in nome di un’Italia migliore. Il nuovo «Ballarò»  sceglie la strada «seriosa»: le operette morali di Benigni mascherate  da battute, la lunga intervista a Prodi, tempi distesi e mancanza di  ritmo. «DiMartedì» è più scandito, anche per la maggiore presenza di  pubblicità, e prova a essere pop, ma la distinzione rispetto agli altri  talk della rete sfuma.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Floris va con il pilota automatico e non rischia nulla.  La prima impressione è quella di una dissonanza cognitiva. Come dopo  una separazione, i brandelli di una famiglia comune sono divisi in due  nuove case. Da una parte il marchio, la collocazione, lo studio.  Dall’altra le poltrone, il conduttore, il comico. Tutto il resto è poco  più di un rimpiazzo, per quanto blasonato. Tutto il resto è semplice  accumulo, di nomi cariche e temi, per mostrarsi al vecchio partner  indifferenti al divorzio, e persino più forti. Ma il doppione rimane. I  programmi sono appena cominciati e già sono spompi, sentono entrambi il  peso degli anni di «Ballarò». I reportage filmati, il dibattito tra  politici di opposte (più o meno) fazioni, gli innesti «speculari» dalla  carta stampata o dalla fantomatica società civile: nulla di inatteso,  nessun scarto rispetto al già noto. </span><span style="color: #ff0000;">Aldo Grasso, Il Corriere della Sera, 17 settembre 2014</span></h3>
<h3><span style="color: #ff0000;">&#8230;&#8230;E&#8217; vero, che noia ieri sera tra Giannini, ex  giornalista d&#8217;assalto  trasformato in titubante quanto improvvido conduttore, e Floris che stancamente ripeteva il copione di sempre. Ha ragione Grasso, che noia&#8230;g.</span></h3>
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		<title>IL SIGNOR CAPO DELLA POLIZIA E I CRETINI, di Gian Marco Chiocci</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Apr 2014 22:28:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
		<category><![CDATA[Cronaca]]></category>

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		<description><![CDATA[LETTERA APERTA AL CAPO DELLA POLIZIA
Signor Capo della Polizia
 
 chi le scrive, prima di assumere la direzione de Il Tempo, ha trascorso  gran parte della sua esistenza professionale facendo il cronista di  strada e l’inviato speciale. In queste vesti ha provato a raccontare con  obiettività i fatti che gli scorrevano davanti. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1 style="text-align: center;">LETTERA APERTA AL CAPO DELLA POLIZIA</h1>
<h3><span style="color: #0000ff;">Signor Capo della Polizia</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> chi le scrive, prima di assumere la direzione de Il Tempo, ha trascorso  gran parte della sua esistenza professionale facendo il cronista di  strada e l’inviato speciale. In queste vesti ha provato a raccontare con  obiettività i fatti che gli scorrevano davanti. Un bel giorno &#8211; si fa  per dire – finisce catapultato nella bolgia di Genova, città assediata,  impaurita, presidiata da elicotteri, blindati, robocop in uniforme e  cavalli di frisia. Abituato, per sfida e per cultura a ritrovarsi spesso  dalla parte sbagliata, pensai di procedere controcorrente rispetto alla  totalità dei colleghi impegnati a celebrare i proclami di guerra dei  cattivi maestri in tuta bianca: e così, dopo essermi beccato sul fianco  una manganellata tirata alla cieca da un agente al primo contatto con  gli antagonisti, un po’ prevenuto chiesi a quei poliziotti la  possibilità di seguirli come un’ombra, di registrare le loro sensazioni,  di raccontare l’altra faccia degli scontri che avrebbero fatto storia.  Non mi dissero di sì, e nemmeno di no. Non lo sapevo ma erano gli uomini  super addestrati del famoso (“famigerato”, direbbero i no global)  Settimo Nucleo, il fiore all’occhiello di tutti i reparti mobili. Mi  ritrovai così in mezzo a loro a vivere un’esperienza allucinante che  cambierebbe a chiunque il modo di pensare e di vedere le cose.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3 class="TESTO-BASE"><span style="color: #0000ff;"> Trascorsi le successive sette-otto ore nell’inferno di una violenza a  senso unico &#8211; quella del Blocco Nero &#8211; che non credevo possibile. Non è  retorica, e nemmeno piaggeria, ma per abusare di Blade Runner ho visto  davvero cose che certi opinionisti e sinistri parrucconi non possono  lontanamente immaginare. Ho visto ragazzi, i suoi ragazzi, signor capo  della Polizia, piegarsi in due a colpi di pietre e bastonate. Ho visto i  caschi della Celere frantumarsi al contatto con le biglie d’acciaio. Ho  visto divise prendere fuoco insieme a chi le indossava. Li ho visti  piangere dal dolore, soffocare nei loro stessi gas lacrimogeni, chiedere  aiuto e soccorso ai compagni. Ma soprattutto li ho visti ogni volta  risorgere, rialzarsi miracolosamente, ricompattarsi a mo’ di testuggine,  battere sugli scudi per ritrovare coraggio, rincorrere ombre anche se  azzoppati, ingaggiare nuovi scontri, rispondere alle offese senza mai  infierire quando al loro posto &#8211; lo confesso &#8211; li avrei presi tutti  gratuitamente a mazzate. Li ho visti andare al macello in settanta  contro 500/600, mi sono detto ma chi glielo fa fare, ho pensato alle  loro mogli e ai figli a casa, e più avanzavano malconci e fieri verso  quel muro d’odio e più pensavo che a gente così bisognerebbe dargli  cinquemila euro d’aumento, minimo. Al termine di quella giornata ho  visto una città distrutta, bruciata, disorientata, avvolta dal fumo  nero, stuprata da migliaia di animali. Quel che ho visto l’ho raccontato  senza filtri e preconcetti. Ma l’indomani, leggendo i giornali, pensavo  d’aver vissuto un incubo coi responsabili di quella guerra civile  osannati e coccolati e i difensori dello Stato umiliati e maltrattati.  Ci fu la Diaz, è vero, con lo schifo che alcuni poliziotti senza nome  fecero all’interno. Ci fu la tragedia di Carlo Giuliani, ucciso per  legittima difesa da un carabiniere terrorizzato dall’orda di barbari  invasati sulla camionetta incastrata. Ci fu anche una gestione  dell’ordine pubblico penosa. Ma le devastazioni, i danneggiamenti, i  saccheggi, gli assalti, i pestaggi, i 20 milioni di euro di danni, i 170  poliziotti e carabinieri portati all’ospedale, che fine avevano fatto?</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3 class="TESTO-BASE"><span style="color: #0000ff;"> Ecco. La storia oggi si ripete, signor Capo della Polizia. Perché la  storia, talvolta, non insegna niente e quando concede il bis si diverte a  indurre in errore chi dovrebbe restarne immune. Dispiace che a  commetterlo, stavolta, sia stato Lei, nella fretta di dare del «cretino»  a un suo poliziotto che avrà anche sbagliato a calpestare un  manifestante (sarà la magistratura a stabilire se l’ha fatto apposta) ma  che &#8211; assieme agli altri suoi colleghi &#8211; per ore ha subìto di tutto,  come ogni giorno subiscono all’inverosimibile sui monti della Tav o allo  stadio, in un crescendo d’ansia e adrenalina senza eguali. La base del  Corpo è in rivolta per le sue parole, i sindacati di polizia l’hanno  criticata ferocemente, il prefetto di Roma ha detto cose ovvie e  naturali che i suoi uomini si aspettavano da Lei, il ministro Alfano  ieri ha difeso il Corpo con parole che da decenni non si sentivano al  Viminale. Non faccia finta di non ascoltare quelle voci. Anche se nella  sua lunga e brillante carriera ha combattuto (bene) il crimine  organizzato senza occuparsi mai della piazza, dia presto un segnale a  chi rifugge il pensiero unico della polizia cilena. Come scriveva Sun  Tzu nell’Arte della guerra, un vero leader non comanda con la forza ma  con l’esempio.</span><span style="color: #ff0000;"><span class="author"><span style="text-transform: uppercase;">Gian Marco Chiocci, iL TEMPO 20 APRILE 2014</span></span></span></h3>
<h3 class="TESTO-BASE"><span style="color: #ff0000;"><span class="author"><span style="text-transform: uppercase;">&#8230;..tROPPO BUONO IL DIRETTORE DE il Tempo, glorioso quotidiano romano, che al capo della polizia chiede di dare l&#8217;esempio scendendo in piazza insieme agli uomini che subiscono assalti, aggressioni, umiliazioni, e sberleffi. Davvero troppo poco visto che mensilmente guadagna 50 volte in più di un poliziotto pestato dai delinquenti che con la scusa della protesta distruggono intere citta&#8217;, ad iniziare da roma. un capo della polizia che da&#8217; delc retino ad un suo uomo senza che ne sia stata acceertata la colpa, merita di essere esonerato dal comando  e mandato in piazza agli ordini di un qualche caporale.<br />
</span></span></span></h3>
]]></content:encoded>
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		<title>UN MUSEO DEL FASCISMO A PREDAPPIO, CITTA&#8217; NATALE DEL DUCE</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Apr 2014 11:45:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[ 



Chi  era Benito, prima di diventare Mussolini? E com&#8217;era l&#8217;Italia, quando  Mussolini era Duce? E cosa rimase, quando cadde il Duce Benito  Mussolini? Soprattutto: quale città può, meglio di tutte, raccontare  questa Storia?
A Predappio, città dove tutto nacque e dove tutto  silenziosamente continua, ci arrivi portato da una strada [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="fb-like fb_iframe_widget"><span style="vertical-align: bottom; width: 99px; height: 20px;"> </span></div>
<p><span class="entry-content"></p>
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<div class="field-items">
<h4 class="field-item even"><span style="color: #0000ff;">Chi  era Benito, prima di diventare Mussolini? E com&#8217;era l&#8217;Italia, quando  Mussolini era Duce? E cosa rimase, quando cadde il Duce Benito  Mussolini? Soprattutto: quale città può, meglio di tutte, raccontare  questa Storia?<br />
A Predappio, città dove tutto nacque e dove tutto  silenziosamente continua, ci arrivi portato da una strada maestosa, già  viale Mussolini e ora, per catarsi toponomastica, viale Matteotti. </span></p>
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<div class="field-item even"><span style="color: #0000ff;"><img style="cursor: pointer;" src="http://www.ilgiornale.it/sites/default/files/styles/large/public/foto/2014/02/13/1392321352-duceansa.jpg" alt="" width="665" height="221" /></span></div>
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</div>
</div>
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<p><span style="color: #0000ff;">È costeggiato, a destra e a sinistra, da meravigliosi e  fascistissimi edifici, voluti dal Duce e disegnati da Florestano di  Fausto, l&#8217;architetto che negli anni Venti trasformò la località di  Dovia, che aveva dato i natali a Mussolini, nella Predappio «Nuova» che  doveva celebrare il mito delle origini del Duce. Fu detto, in sfregio  alla verità e in omaggio al Condottiero, che la Predappio vecchia, in  collina &#8211; la Predappio Alta di oggi &#8211; stava crollando per una frana, e  attorno al casone dove il 29 luglio 1883 era nato, da un fabbro e da una  maestra, Benito Mussolini, si costruì una città ex novo. Questa.<br />
Di  qua e di là dal vialone, sfilano, razionali e massicci, l&#8217;edificio delle  Poste, l&#8217;esedra del mercato, il teatro, la Casa per i dirigenti  dell&#8217;Aeronautica Caproni (dell&#8217;immensa fabbrica, su in collina, rimane  solo una grande M di mattoni romani), la caserma dei Carabinieri,  l&#8217;asilo comunale gestito, oggi come allora, caso unico in Italia, da  suore&#8230; Tutti gli edifici hanno ancora le piastrelle originali in  ceramica col numero civico, da cui è stato staccato il fascio  littorio&#8230; E, in fondo, prima della grande piazza centrale &#8211;  sproporzionata, come le ambizioni del Duce &#8211; proprio sotto Palazzo  Varano dove per vent&#8217;anni risiedettero i Mussolini, e che oggi è sede  del Comune, troneggia la monumentale Casa del Fascio, un tempo  magnifica, oggi in completo abbandono: tre piani, 2400 metri quadrati,  marmi che profumano di regime e una grande Storia da narrare. Diventerà &#8211;  se le cose andranno come devono &#8211; la sede del primo museo del Fascismo.  Voluto da un sindaco di sinistra.<br />
Il sindaco di sinistra si chiama  Giorgio Frassineti, ha cinquant&#8217;anni, renziano, post-ideologico, sangue  romagnolo e mascella volitiva. È geologo e la propria terra la conosce  molto bene. Ricandidato per le prossime elezioni amministrative del 25  maggio, ha molte probabilità di vincerle. E se ciò accadrà, con altri  cinque anni davanti, farà qualcosa di rivoluzionario per queste parti:  «Basta con la Predappio del turismo in camicia nera. La città non deve  celebrare, né sopportare il fascismo. Lo deve conoscere, in modo  completo. E per farlo, deve sapere cosa è stato il fascismo, come è nato  e come è caduto: occorre raccontarlo, senza paure. Occorre un museo. A  Predappio c&#8217;è anche il luogo adatto&#8230;».<br />
Pedagogica e  propagandistica, la Casa del Fascio di Predappio fu costruita fra il &#8216;34  e il &#8216;37, un parallelepipedo fluido ed eclettico: cotto romano,  travertino e torre littoria. Scalone monumentale, vetrate immense, marmi  e uno sfarzoso salone delle feste. All&#8217;epoca ospitava gli uffici del  Partito ed era il centro della vita politica e sociale della città. Oggi  è invasa da colombi che nidificano nella torre, mobili sfasciati,  muffa, vetri rotti, ed è il simbolo della colpa primigenia cittadina.  Architettonicamente ancora splendida, la Casa del Fascio oggi è in  degrado.<br />
Trasformarla in museo avrebbe un costo economico alto, ma  con gli aiuti europei o dei privati, accessibile. Ma trasformarla in un  museo del Fascismo, avrebbe costi politici ancora maggiori. La città lo  accetterebbe? E la sinistra locale? E quella nazionale? Gli storici cosa  direbbero? E i nostalgici? E le vestali della Resistenza?<br />
Il sindaco  Frassineti, seduto nel suo studio a Palazzo Varano, dietro la grande  scrivania in rovere che arriva dalla Rocca delle Caminate, il castello  sulla collina di Predappio che fu residenza estiva di Benito Mussolini  negli anni Trenta («quando arrivava Lui, accendevano un faro con il  fascio tricolore che aveva 60 chilometri di raggio, illuminava mezza  Romagna&#8230;»), una risposta ce l&#8217;ha. È la storia che ci racconta: «Questo  palazzo fu la seconda casa dei Mussolini, si trasferirono qui perché  l&#8217;edificio ospitava, al primo piano, la scuola dove insegnava la mamma,  Rosa Maltoni. Il mio ufficio è la stanza dove dormiva il piccolo Benito.  Proprio lì, dov&#8217;è seduto lei. È comodo?».<br />
Fare il sindaco è già  difficile. Fare il sindaco di Predappio, ancora di più. Fare il sindaco  di sinistra a Predappio, dev&#8217;essere scomodissimo. Il primo del  dopoguerra, un comunista, si chiamava Partisani, e di nome faceva  Benito&#8230; «Se nel Ventennio Predappio fu la meta ideale di ogni  italiano, la Galilea di tutti noi come diceva Starace, quando si  spostavano addirittura le fonti del Tevere perché tutto nascesse qui,  dopo il &#8216;45, sulla città cadde la damnatio memoriae. Nessuno ci venne  più. Solo silenzio e disonore». Fino al 1957, quando divenne presidente  del Consiglio Adele Zoli, «un democristiano bacchettone, non proprio  bellissimo, e infatti lo chiamavano Odone&#8230; Però era di Predappio,  unica città d&#8217;Italia, finora, che ha dato i natali a due premier,  neppure Roma&#8230; Comunque, Zoli fece quello che nessuno aveva osato  prima. Riportò qui, da Cerro Maggiore, su un&#8217;auto americana, in una  cassa di sapone, la salma di Mussolini. Fu un gesto di pietà cristiana, e  di saggezza politica. Anche Montanelli e Biagi scrissero che era giusto  così&#8230;». Bisognava liberare lo Stato da un cadavere in esilio che lo  teneva in ostaggio da anni. E da quel momento tutto cambiò. «Quel giorno  nel cimitero di Predappio, sulla tomba di famiglia dei Mussolini, il  libro delle firme, primo di una lunga serie, raccolse 400 nomi».  Iniziava il pellegrinaggio della memoria. «Per lungo tempo fu un  pellegrinaggio silenzioso. Poi nel 1983, il giorno del centenario della  nascita del Duce, 29 luglio, arrivarono venti-trentamila persone, chi lo  sa? Polizia schierata, il sindaco &#8211; ancora del Pci &#8211; che temeva gli  scontri, tensioni. Ma non accadde nulla&#8230; Veniva sdoganata la  fascisteria nostalgica. Fino a quando, nel 1994, per la prima volta  l&#8217;amministrazione comunale, Pds, concede l&#8217;autorizzazione ad aprire tre  negozi di souvenir&#8230;». Paccottiglia, che prima veniva venduta  sottobanco: busti, fasci, vino del Camerata&#8230; «Fu un errore: da allora  Mussolini viene gestito da un gruppo di commercianti invece che dalla  comunità». L&#8217;ha detto tante volte il sindaco Frassineti: «Raduni e  fascisteria sono i nemici di Predappio. Non ci permettono di pensare al  futuro, ci relegano al passato, fuori dalla storia. Bisogna ribaltare  tutto: non celebrare il Duce degli italiani, ma capire il fascismo e  Mussolini». E cosa meglio di un grande museo?<br />
Intanto, per preparare  la strada, che sarà lunga, costosa e scivolosa, il sindaco ha tracciato  il solco. Con una decisione storica, pochi mesi fa, ha aperto la Casa  natale di Mussolini, il «vecchio» casone sopra l&#8217;esedra del mercato &#8211; da  sempre meta di pellegrinaggio, insieme alla cripta nel cimitero in  fondo al paese &#8211; per ospitare una mostra su Il giovane Mussolini:  lettere, cartoline, fotografie, giornali, ritratti che raccontano gli  anni dell&#8217;adolescenza e la formazione politica dell&#8217;Uomo nuovo venuto  dalla Terra del nulla&#8230; La mostra, per nulla celebrativa, con un  comitato scientifico composto da storici di sinistra, è aperta solo nel  weekend e stacca un centinaio di biglietti al giorno. Nessun  neofascista, tutta gente normale.<br />
Fa impressione, arrivando davanti  alla vecchia casa del fabbro, incrociare gli occhi di un giovane Benito  Mussolini, baffi e finanziera, nella gigantografia 6 metri per 6 che  campeggia sulla facciata. Eppure, anche se una cosa del genere era  impensabile fino a pochi anni fa, in una Predappio che certe cose  preferisce non vederle, o che sopporta con fastidio, non c&#8217;è stata la  minima polemica. «A riprova che la mostra è stata fatta con attenzione &#8211;  è la spiegazione che si dà con orgoglio Franco Moschi, che ha concesso  il materiale esposto, 200 pezzi su una collezione personale di oltre  35mila, probabilmente la più grande esistente sul fascismo -. Niente di  politico o di politicizzato, perché non c&#8217;è niente da negare o da  celebrare. Solo capire le radici di una vita che ha segnato il  Novecento».<br />
Predappiese («Ma per anni ho detto che ero di Forlì&#8230;,  essere di qui non è facile, mi creda»), 53 anni, imparentato alla  lontana coi Mussolini («Il mio bisnonno e Benito erano cognati, Romano è  stato per me un secondo padre e Donna Rachele mi regalò i primi  libri&#8230;»), Franco Moschi conosce bene il fascismo, e ancora meglio  Predappio. «Non abbiamo bisogno di elmetti e gagliardetti. Ma di mostre e  di studi».<br />
In Italia si contano circa 55 Istituti storici della  Resistenza. Molte le mostre e le manifestazioni per ricordare ciò che  accadde alla «fine» o «dopo» il Ventennio. Nulla su ciò che fu  «all&#8217;inizio» o «durante».<br />
Predappio, dove tutto cominciò,  centotrent&#8217;anni fa, sarebbe perfetta per la prima museificazione del  Fascismo. C&#8217;è una splendida Casa del Fascio da recuperare, un sindaco di  sinistra che ci crede, una città che vuole uscire dal silenzio e  abbattere i sensi di colpa. Ben più resistenti, purtroppo, dei fasci  littori di marmo.</span> <span style="color: #ff0000;">Fonte: Il Giornale, 19 aprile 2014</span></p>
<p><span style="color: #ff0000;">&#8230;&#8230;.Non è ancora ciò che è giusto che sia a oltre 70 anni dalla fine del fascismo e dalla morte del suo fondatore, cioè una riscritura oggettiva, scevra da rancori e odi, giustizialismo e aprioristiche condanne, di ciò che fu il fascismo e il suo fondatore, ma questa idea di un sindaco postcomunista di un Museo del fascismo,  nel luogo dove nacque Mussolini, e che durante il ventennio fu eretto a simbolo del regime e nel dopoguerra a  luogo di adunate nostalgiche,   sembra essere stata partorita dalla fantasia dell&#8217;indimenticabile Giovanni Guareschi. Un post comunista che si incarica di riscrivere secondo verità la storia di un quarto di secolo della nostra storia è una notizia che segna, speriamo per sempre, la fine  del clima da  guerra civile che nonostante i 70 anni trascorsi,  per taluni è ancora in atto. g.</span></h4>
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