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	<title>ILTORITTESE.it - fatti, notizie, cronaca, politica e cultura di Toritto (BA) &#187; Cultura</title>
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	<description>fatti, notizie, cronaca, politica e cultura di Toritto (BA)</description>
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		<title>OMAGGIO A LEO LONGANESI 60 ANNI DALLA MORTE</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Sep 2017 12:50:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>

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		<description><![CDATA[Longanesi giornalista, e va bene. Longanesi aforista  (che non vuol dire uno scrittore a misura di tweet), e d&#8217;accordo.  Longanesi polemista, e si può dire tutto e il suo contrario. Ma  soprattutto Longanesi editore. Eccolo, è lui. Lui, san Leo Longanesi da  Bagnacavallo, fisico piccoletto ma taglia intellettuale da gigante,  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="color: #0000ff;">Longanesi giornalista, e va bene. Longanesi aforista  (che non vuol dire uno scrittore a misura di tweet), e d&#8217;accordo.  Longanesi polemista, e si può dire tutto e il suo contrario. Ma  soprattutto Longanesi editore. Eccolo, è lui. Lui, san Leo Longanesi da  Bagnacavallo, fisico piccoletto ma taglia intellettuale da gigante,  diceva che solo un cretino è pieno di idee. Da parte sua, pur non  essendolo affatto, ne ebbe parecchie. In campo giornalistico, culturale e  politico.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Ma la  più bella, forse, fu quella di fondare una casa editrice, che porta  ancora oggi il suo nome. Era il 1946, e l&#8217;intellettuale di Regime  scriveva all&#8217;amico e fidato collaboratore Giovanni Ansaldo: «In questi  ultimi tempi ho capito che la miglior cosa è non fare nulla che mi leghi  alla politica&#8230; Ho già visto molti di quelli che ci volevano fucilati  venire a chiedere di pubblicare un libro&#8230; La nuova classe dirigente è  talmente cretina». Dopo, nell&#8217;editoria, nulla fu più come prima.  Longanesi prima di tutto e sopra a tutto era editore. Era essenzialmente  un uomo che fabbricava libri, per sé, per gli amici scrittori (che si  chiamavano Berto, Brancati, Flaiano&#8230;), per i suoi lettori.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">&#8230;..Questa è la prefazione di Luigi Mascheroni al libro &#8220;Quella strana pubblicità&#8221; che sarà in libreria tra pochi giorni, omaggio<br />
</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;"><em><a href="http://www.dagospia.com/mediagallery/Dago_fotogallery-193578/941544.htm" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.dagospia.com/mediagallery/Dago_fotogallery-193578/941544.htm?referer=');"><img id="941544" src="http://cdn-static.dagospia.com/img/foto/09-2017/aforisma-longanesi-941544_tn.jpg" alt="AFORISMA LONGANESI" /></a> </em> <strong>AFORISMA LONGANESI</strong></span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Lo  ha detto suo figlio Paolo, che aveva 12 anni quando morì papà Leo: «Di  lui ricordo poche cose, ma molto bene. Mi ricordo che il suo essere  genitore coincideva col suo essere editore. Quando stava con me e le mie  sorelle, soprattutto in vacanza, e il sabato e la domenica, perché era  sempre sommerso di cose da fare per i giornali e la casa editrice,  trasformava il suo lavoro in un gioco per educarci. Ci faceva vedere i  suoi disegni e le nuove copertine di libri e ci chiedeva cosa ne  pensavamo, cosa ci piaceva. Ci coinvolgeva in ciò che faceva, mi ricordo  noi bambini in mezzo a pennarelli, colori e vasetti di colla, ci  regalava libri che faceva lui, pieni di illustrazioni&#8230;».</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;"> <em><a href="http://www.dagospia.com/mediagallery/Dago_fotogallery-193578/941543.htm" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.dagospia.com/mediagallery/Dago_fotogallery-193578/941543.htm?referer=');"><img id="941543" src="http://cdn-static.dagospia.com/img/foto/09-2017/omnibus-longanesi-montanelli-941543_tn.jpg" alt="OMNIBUS LONGANESI MONTANELLI" /></a> </em></span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">E  proprio tra le sue colle, i colori e i pennelli, nel suo ufficio a  Milano in via Bigli, Leo Longanesi morì, stroncato da un infarto, alla  scrivania, il 27 settembre 1957. Un&#8217;allegoria. Longanesi era un  editore-totale. Insieme direttore editoriale, talent scout,  amministratore, editor, uomo di pubbliche relazioni, creativo (sceglieva  il tipo di carta e il carattere della stampa), grafico, impaginatore,  revisore di bozze&#8230; Una caratteristica &#8211; ha notato qualcuno che fa lo  stesso mestiere &#8211; che lo ha avvicinato più agli umanisti del  Rinascimento che ai professionisti della società contemporanea  caratterizzata dall&#8217;iperspecializzazione.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;"> <em><a href="http://www.dagospia.com/mediagallery/Dago_fotogallery-193578/941542.htm" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.dagospia.com/mediagallery/Dago_fotogallery-193578/941542.htm?referer=');"><img id="941542" src="http://cdn-static.dagospia.com/img/foto/09-2017/leo-longanesi-italo-balbo-941542_tn.jpg" alt="LEO LONGANESI ITALO BALBO" /></a></em></span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Un  editore-artigiano, ma di lusso. E che nel prodotto- libro mise tutto il  talento di cui disponeva, un talento sparso nell&#8217;arte della scrittura,  in quella della grafica, della tipografia, dell&#8217;illustrazione, del  disegno, della caricatura, della pittura, della pubblicità (!), della  fotografia e del fotomontaggio (!!) e persino del cinema (!!!)&#8230; Oltre  che nel settore della commercializzazione (oggi si dice marketing,  parola che Longanesi mai avrebbe usato) di cui l&#8217;intuizione dei celebri  santini, ossia i foglietti volanti per promuovere le novità della casa  editrice nello stesso formato delle immaginette sacre distribuite in  chiesa, è solo uno dei tanti colpi di genio.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Poi  ci sono i doni naturali. Longanesi, in campo editoriale, ne possedeva  due. Primo, il fiuto. Sapeva scegliere gli autori che anticipavano  sempre i tempi cui si andava incontro: scrittori americani o europei che  quando li traduceva nessuno sapeva neppure che esistevano, giornalisti  che intercettavano l&#8217;aria e le sensibilità dei tempi,  intellettuali-spartiacque che spaccavano la società in cui entravano.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Come  ricorda il più longanesiano tra i nostri giornalisti, Pietrangelo  Buttafuoco: «Con il titolo Il vero Signore, che fece scrivere a Giovanni  Ansaldo, pubblicò il libro in assoluto più fuori schema rispetto al  canone dei finti borghesi che lo compravano. Con la Storia della  filosofia occidentale di Bertrand Russell introdusse l&#8217;ateismo nelle  case degli italiani. Con le sue copertine usò spregiudicatamente il nudo  negli anni Cinquanta&#8230;».</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;"><em><a href="http://www.dagospia.com/mediagallery/Dago_fotogallery-193578/886627.htm" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.dagospia.com/mediagallery/Dago_fotogallery-193578/886627.htm?referer=');"><img id="886627" src="http://cdn-static.dagospia.com/img/foto/03-2017/longanesi-886627_tn.jpg" alt="LONGANESI" /></a> </em></span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Secondo  dono, l&#8217;indipendenza. Possedeva la forza di scegliere chi e cosa  pubblicare, fregandosene delle mode e delle voghe, che semmai creava,  unendo da un parte il gusto un po&#8217; ottocentesco di voler creare una  biblioteca che educasse gli italiani al piacere di leggere e pensare e  dall&#8217;altra una mentalità molto moderna, sfacciatamente commerciale, come  quando spinse con ogni mezzo Tempo di uccidere di Ennio Flaiano fino  alla vittoria della prima edizione del premio Strega, o come quando  trasformò in bestseller l&#8217;esordio di Giuseppe Berto Il cielo è rosso o  l&#8217;autobiografia di Victor Kravchenko Ho scelto la libertà. Il risultato  probabilmente il più importante, tra i tanti fu che Longanesi inventò,  con qualche anno di anticipo sull&#8217;estetica Adelphi, un catalogo di testi  fondamentali per i suoi lettori, cioè di e della Longanesi.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;"><em><a href="http://www.dagospia.com/mediagallery/Dago_fotogallery-193578/797676.htm" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.dagospia.com/mediagallery/Dago_fotogallery-193578/797676.htm?referer=');"><img id="797676" src="http://cdn-static.dagospia.com/img/foto/05-2016/longanesi-797676_tn.png" alt="LONGANESI" /></a> </em></span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Interprete  arrabbiato ed elegante di un modello artigianale di editoria nel  momento in cui nasceva e si diffondeva il libro di massa, Leo Longanesi  attraverso la scelta dei titoli da pubblicare sotto il logo delle due  spade incrociate (omaggio alla moglie Maria, figlia del pittore Armando  Spadini, splendido incipit affettivo-coniugale e insieme artistico di  un&#8217;impresa individuale e quasi sacra) rivela il progetto di interpretare  le particolari richieste della società italiana del dopoguerra nei  campi letterario, filosofico, politico, religioso e del costume usando  le armi affilatissime della provocazione, della satira, dell&#8217;ironia,  dell&#8217;anticonformismo e persino della disapprovazione che maneggiò &#8211; da  maître à penser involontario &#8211; per tutta la vita.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Per  tutta la vita Leo Longanesi, professione libero e artigiano, armeggiò  con rabbia, orgoglio, intransigenza, contraddizioni, tra mozziconi di  matita, gomme, ritagli, foto, pennelli, forbici arrugginite e cinismo  ben temperato. Nel mondo del libro la sua grandezza fu di riuscire, con  risorse limitate e pochi uomini (tra i quali l&#8217;insostituibile Ansaldo e  l&#8217;immancabile Manuale tipografico del Bodoni sulla scrivania), a tenere  testa, lui, il piccoletto, ai colossi dell&#8217;editoria italiana, mentre  Rizzoli lanciava la leggendaria BUR, Mondadori si prendeva in mano il  mercato del libro e nasceva la Feltrinelli&#8230;</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;"> <em><a href="http://www.dagospia.com/mediagallery/Dago_fotogallery-193578/797671.htm" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.dagospia.com/mediagallery/Dago_fotogallery-193578/797671.htm?referer=');"><img id="797671" src="http://cdn-static.dagospia.com/img/foto/05-2016/longanesi-moravia-albonetti-797671_tn.jpg" alt="LONGANESI MORAVIA ALBONETTI" /></a> </em> <strong>LONGANESI MORAVIA ALBONETTI</strong></span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">La  sua intelligenza? Far diventare la sua casa il punto di riferimento  culturale di quell&#8217;Italia nostalgica e conservatrice che aveva votato  per la Monarchia nel &#8216;46, per la Dc nel &#8216;48 e che avrebbe determinato  l&#8217;ascesa della Destra negli anni Cinquanta e di cui Il Borghese &#8211;  contraltare del Mondo di Pannunzio &#8211; a partire dal 1950 sarebbe stato  l&#8217;approdo ulteriore.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">La sua lungimiranza?</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Proporre  un modello artigianale di editoria basato sul rapporto diretto con gli  autori, sulla creazione di un canone longanesiano destinato a durare nel  tempo, su un attento lavoro di ricerca, sulla cura del prodotto-libro  inteso come testo ma anche paratesto (e in questo i santini che  disegnava e scriveva di persona sono l&#8217;esempio più emblematico: la forza  delle immagini unita a quella della parola) e soprattutto su contenuti e  idee baldanzosamente fuori posto, perché «un&#8217;idea che non trova posto a  sedere è capace di fare la rivoluzione».</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;"><em><a href="http://www.dagospia.com/mediagallery/Dago_fotogallery-193578/797669.htm" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.dagospia.com/mediagallery/Dago_fotogallery-193578/797669.htm?referer=');"><img id="797669" src="http://cdn-static.dagospia.com/img/foto/05-2016/longanesi-1-797669_tn.jpg" alt="LONGANESI 1" /></a> </em></span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;"> E  così Leo Longanesi fece la sua rivoluzione nel mondo del libro,  allevando generazioni di giovani bibliofili agguerriti cui ha insegnato  una certa voluttà feticista per l&#8217;oggetto-libro, la passione per la  creazione fisica del manufatto e l&#8217;inventiva per tutto ciò che  precedente, accompagna e segue il volume, dalle fascette ai pieghevoli,  dai bollettini alla creazione di quello strumento formidabile che fu il  mensile Il Libraio, molto più di un semplice house organ della casa  editrice&#8230; Così come nel giornalismo scriveva cose che non si  esaurivano nella giornata, ma restava e resta ancora oggi, così in campo  editoriale Leo Longanesi produceva libri che nessuno buttava via. Dopo  70 anni, i Longanesi sono ancora qua. E qualcuno con infilato dentro,  persino, il suo prezioso santino.</span></h3>
<h3><span style="color: #ff0000;">&#8230;&#8230;Questa è la prefazione di Luigi Mascheroni al libro &#8220;Quella strana pubblicità&#8221; che sarà in libreria tra pochi giorni a 60 anni dalla morte,  omaggio a quel genio della pubblicità che fu Leo Longanesi, giornalista, scrittore, editore, fondatore di riviste e giornali e tra questi Il Borghese. U invito a leggere il libro e rileggere quelli di Longanesi. g.</span></h3>
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		<title>SEPPELLITO DALLE URNE, IL NOVECENTO SALUTA, di Pierluigi Battista.</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jul 2016 08:50:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>

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Una  delle ragioni dello sbandamento frastornato delle élites dopo il voto  sulla Brexit è che la cultura politica del Novecento, quella in cui  appunto si sono formate in grande maggioranza le classi dirigenti  dell’economia, della politica, della cultura, del giornalismo, della  tecnocrazia, è stata irreversibilmente e ingloriosamente seppellita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="edlocali" name="&amp;lid=edlocali&amp;lpos=topbar-main"></a></p>
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<div><a> </a></div>
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<h3>
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<p><span style="color: #0000ff;">Una  delle ragioni dello sbandamento frastornato delle élites dopo il voto  sulla Brexit è che la cultura politica del Novecento, quella in cui  appunto si sono formate in grande maggioranza le classi dirigenti  dell’economia, della politica, della cultura, del giornalismo, della  tecnocrazia, è stata irreversibilmente e ingloriosamente seppellita  nelle urne di quasi tutto il continente. Non è solo il passaggio, caro  ai politologi, da un sistema bipolare a uno sempre più tripolare, ma  qualcosa di più profondo e radicale: la secessione culturale e  psicologica che ormai un terzo stabile dell’elettorato europeo (e  americano) ha consumato nei confronti delle famiglie politiche e  ideologiche in cui si è strutturato il Novecento del dopoguerra, quella  del socialismo declinato in tutte le sue variopinte denominazioni, e  quella della liberaldemocrazia e del popolarismo, anch’essa variegata e  multiforme, ma destinata a presidiare il lato moderato e di centrodestra  del sistema politico.</span></p>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Quell’ordine è crollato, e con  esso la distribuzione tradizionale dello spazio politico in una destra e  una sinistra separate da confini netti. In Spagna Podemos, sebbene  sconfitta, erode il Partito socialista fino a tallonarlo e con  Ciudadanos che morde i Popolari raggiunge un discreto 35 per cento che  fugge dai partiti tradizionali. In Francia la Le Pen è attestata  stabilmente a oltre il doppio dei consensi riscossi da suo padre  Jean-Marie. In Italia il trionfo dei 5 Stelle, con l’aggiunta della  Lega, smentisce chi parlava di un fenomeno effimero. In Germania ciò che  dovrebbe essere un’eccezione, la Grande Coalizione, rischia di  diventare la condizione permanente dell’assetto politico, e le prossime  elezioni ci diranno se la malattia nel frattempo non si sia aggravata.  In Grecia Tsipras ha annullato il partito socialista. In Austria il  candidato estremista devasta i Popolari e per contrastarlo ci vuole la  grande alleanza della paura (e pure qualche manomissione nelle schede)  che elegge un Verde a suo salvatore. In Olanda il bipolarismo è finito.  In Inghilterra, patria della democrazia dell’alternanza bipartitica,  vince la Brexit osteggiata dai Conservatori e (più blandamente) dai  Laburisti. Negli Usa il fenomeno Trump (e anche Sanders nel campo  opposto) infligge duri colpi alla tradizione repubblicana.</span></p>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span><span style="color: #0000ff;"> Nel frattempo le élites si baloccano impotenti deplorando il «populismo» e recriminando sul «popolo bue». E il Novecento, tristemente, saluta. <span style="color: #ff0000;">Pierluigi Battista, Il Corriere della Sera, 11 luglio 2016</span></span></h3>
</div>
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		<title>SE LA POLITICA SPEGNE &#8220;VIRUS&#8221; E &#8220;BALLARO&#8217; &#8221; di Pierluigi Battista</title>
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		<pubDate>Mon, 16 May 2016 12:47:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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Un po’ ci avevamo creduto. Davvero abbiamo pensato che nel suo slancio rottamatore,  nel suo ripudio della vecchia politica, nel suo afflato  liberalizzatore, Matteo Renzi volesse mantenere la promessa di farla  finita con la politica e i partiti che occupano militarmente la Rai, con  il governo e il Parlamento che lottizzano, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><img title=" " src="http://images2.corriereobjects.it/methode_image/2016/05/16/Cultura/Foto%20Cultura%20-%20Trattate/12.0.208677087-kVUB-U43180780895830f5B-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443.jpg?v=20160515190254" alt=" " /></div>
<div>
<h3><span style="color: #003366;">Un po’ ci avevamo creduto. Davvero abbiamo pensato che nel suo slancio rottamatore,  nel suo ripudio della vecchia politica, nel suo afflato  liberalizzatore, Matteo Renzi volesse mantenere la promessa di farla  finita con la politica e i partiti che occupano militarmente la Rai, con  il governo e il Parlamento che lottizzano, con la tv pubblica che  prende ordini dal suo «editore di riferimento». Per un momento, ma solo  per un momento per carità, abbiamo creduto addirittura alla tentazione  renziana di una sia pur parziale privatizzazione della Rai, prologo di  un ripensamento sul ruolo del servizio pubblico televisivo che potesse  legittimare il pagamento della tassa che i cittadini sono costretti a  sborsare anche se non desiderano guardare programmi della tv di Stato.  Niente, c’eravamo sbagliati anche questa volta. L’occupazione di Viale  Mazzini ha continuato a essere lo sport più praticato a Palazzo Chigi.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #003366;"> </span></h3>
<div>
<h3><span style="color: #003366;">La politica si è ripresa i suoi diritti. Per il resto, pagare il canone in silenzio, per  foraggiare la tv lottizzata e svantaggiare i concorrenti delle tv  private che non possono usufruire dei proventi di una tassa oramai priva  di ogni legittimazione. Peccato. I meccanismi e le consuetudini del  controllo politico della Rai evidentemente sono troppo forti per essere  elusi con un semplice atto di volontà. Si impone invece come inevitabile  corollario della smania occupatrice della Rai la tentazione del  silenziatore sui programmi non allineati, come sempre, come prima, come  tutti gli altri predecessori. Si alimenta attorno a Massimo Giannini  l’irritazione del governo per la sua conduzione di «Ballarò». Dicono: ma  gli ascolti sono insoddisfacenti. Bene, vedremo i risultati brillanti  di un talk show a conduzione improntata alla più affidabile ortodossia  renziana («Buonasera, anche questa settimana l’Italia ha cambiato  verso»: davvero uno share da boom). Si licenzia via intervista, senza  nemmeno un atto formale, un conduttore come Nicola Porro, che con  «Virus» ha dato espressione all’unica trasmissione politica di stampo  «liberale», senza urla, gabbie, prediche da guru, piazze in fiamme. Via  quello troppo «di sinistra», via quello troppo «di destra». E meno male  che la Rai doveva essere lasciata in pace. Meno male che i partiti  avrebbero allentato la presa. E si illudono che controllando la Rai  vinceranno le elezioni. Sbagliano: basta vedere cosa è accaduto nei  vent’anni precedenti. Peggio per loro. <span style="color: #ff0000;">Pierluigi Battista, Il Corriee della Sera 16 maggio 2016</span></span></h3>
<h3><span style="color: #003366;"><span style="color: #ff0000;">&#8230;&#8230;E bravo Battista. Si è ricreduto su Renzi al quale , ma &#8220;poco poco&#8221;,  aveva dato credito, prendendo per vere le sue promesse di rottamazione e in particolare di liberalizzazione della Rai dallo strapotere dei partiti. Invece no e Battista ne prende atto e prende atto invece che proprio sulla Rai si è espressa &#8220;al meglio&#8221; la vocazione padronale della politica e degli strumenti di potere  da parte di Renzi. Meglio tardi che mai questa presa d&#8217;atto di Battisti (che non è nuovo a prese d&#8217;atto postume come testimonia il suo libro &#8220;Mio padre fascista&#8221;). E&#8217; auspicabile che, sulla scia di Battista,  anche altri opininisti abbiano lo stersso coraggio di riconioscere di essersi sbagliati cosichcè da indurre i loro lettori che spesos si fidano delle loro opinioni di rivedere, se nko  l&#8217;hanno già fatto , il loro giudizio sul prepotente fiorentino che ce fa rimpiangere tanti altri. g.<br />
</span></span></h3>
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<h3><span style="color: #003366;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #003366;"> </span></h3>
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		<title>SHOAH, PERCHE&#8217; RIFLETTERE E&#8217; ANCORA NECESSARIO</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2016 13:55:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ecco, dunque, il 27 gennaio, il  «Giorno della memoria». Di nuovo celebrazioni, cerimonie, discorsi di  circostanza, dove si ripetono luoghi comuni, mostre stantie, dove anche  le immagini, un tempo vivide, sono condannate a divenire icone sbiadite.  E tutto per un genocidio che risale a un passato ormai lontano, uno fra  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="color: #0000ff;">Ecco, dunque, il 27 gennaio, il  «Giorno della memoria». Di nuovo celebrazioni, cerimonie, discorsi di  circostanza, dove si ripetono luoghi comuni, mostre stantie, dove anche  le immagini, un tempo vivide, sono condannate a divenire icone sbiadite.  E tutto per un genocidio che risale a un passato ormai lontano, uno fra  i tanti. Sì, perché le pagine della storia sono piene di tragedie  analoghe &#8211; prima e, persino, dopo la Shoah. Come dimenticare il  genocidio armeno, la bomba su Hiroshima, l’eccidio in Ruanda, i massacri  in Bosnia? E perché non affrontare l’immane tragedia dei profughi?  «Basta con questi ebrei che hanno preteso per anni di avere il monopolio  del dolore!». «Basta con questi ebrei che hanno fatto di Auschwitz  l’emblema del male assoluto!». «Basta con questi ebrei, il sedicente  popolo “eletto” che rivendica una eccezionalità perfino dello  sterminio». Come se «unico e incomparabile» fosse il crimine che hanno  subìto. «Basta con questi ebrei che dall’Olocausto hanno tratto un  redditizio business e ogni anno tornano a presentare il conto». «Basta  con questi ebrei che vogliono essere le vittime per eccellenza, come se  ci potesse essere una gerarchia, come se le morti non fossero sempre e  ovunque uguali per tutti!».</p>
<p>Da anni infuria la polemica sul  Giorno della memoria. Si stigmatizzano i cosiddetti «abusi». Si chiede  di voltare pagina. Come se il passato non fosse indispensabile per  guardare al futuro. È indubbio che la sindrome del «dovere della  memoria» ha sortito effetti perversi. Così come è indubbio che, nei  Paesi europei, implicati nello sterminio, la cultura, la politica e  l’informazione hanno enormi responsabilità. I progetti didattici, che si  limitano spesso ai «viaggi della memoria», mostrano tutti i loro  limiti. Tra la ragionieristica del lager e l’emozione del momento non  c’è spazio per la riflessione critica. Come spiegare altrimenti lo  sconcertante aumento dell’odio verso gli ebrei? In Germania le cifre  sono ormai da record. La maggior parte dei tedeschi vuole lasciarsi alla  spalle Auschwitz e puntare liberamente l’indice contro Israele.  L’Italia non è da meno. Ecco perché la polemica sul Giorno della memoria  ha il sapore greve dell’antisemitismo, il gusto acre della cattiva  coscienza. Non è difficile trovare ciò nel web, dove diffusa è anche la  macabra competizione tra i genocidi.</p>
<p>A che cosa dovrebbe servire questa gara?  A meno che lo scopo recondito non sia gettare discredito sugli ebrei.  Ricordare è pensare. E della Shoah resta ancora molto su cui riflettere.  Si deve parlare delle camere a gas, delle officine hitleriane, perché  le morti sono tutte uguali &#8211; ma non lo sono i modi di morire. Non  vogliamo che si ripeta né la fabbricazione dei cadaveri né, tanto meno,  quell’esperimento del non-uomo, mai compiuto prima, in cui l’umanità  stessa è stata messa in questione. Sebbene sia insopportabile, occorre  ricordare quel che è accaduto, perché viviamo all’ombra di Auschwitz e,  senza conoscere, si rischia di non ri-conoscere: l’odio per l’altro, il  cripto-nazismo, l’antisemitismo. L’Europa non può sottrarsi. Tutto  allora iniziò con le frontiere sbarrate ai profughi ebrei, chiuse a un  intero popolo, che fu consegnato all’annientamento. <span style="color: #ff0000;">Donatella Di Cesare, Il Corriere della Sera, 27 gennaio 2016</span><br />
</span></h3>
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		<title>DA IAN PALACK AGLI SFASCIATORI DI LIBRERIE,  di Emanuele Ricucci</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Jan 2016 13:51:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 16 gennaio del 1969, un giovane di universitario praghese di 19 anni, Jan Palach, si dava fuoco, suicidandosi,  nella centralissima Piazza San Venceslao della sua città, estrema e altrettanto ponderata protesta contro il regime comunista che governava dispoticamente Praga e l&#8217;allora Cecoslovacchia e l&#8217;intero Est europeo.  Dovevano trascorrere  altri 20 ani prima che il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="color: #ff0000;">Il 16 gennaio del 1969, un giovane di universitario praghese di 19 anni, Jan Palach, si dava fuoco, suicidandosi,  nella centralissima Piazza San Venceslao della sua città, estrema e altrettanto ponderata protesta contro il regime comunista che governava dispoticamente Praga e l&#8217;allora Cecoslovacchia e l&#8217;intero Est europeo.  Dovevano trascorrere  altri 20 ani prima che il sacrificio di Palach trovasse la santificazione con la liberazione di quasi tutto l&#8217;Est europeo dal giogo comunista. Ma oggi, dopo 47 anni dalla sua morte eroica, cosa è rimasto di Jan Placah e del suo sacrificio? Così lo ricorda  nel suo blog Emanuele Ricucci. g.</span></h3>
<h3><span style="color: #333399;">C’era  una volta Jan Palach. Lo racconteremo come una favola, perché se ne  addolcisca il ricordo e rimanga leggero, perché sia piacevole parlarne e  si smussi il dolore.</span></h3>
<h3><span style="color: #333399;">La sua generazione, e quella prima di lui, poi le successive, fino  alla nostra, l’odierna. Dal trionfo nazionale al tonfo capitale. La  metamorfosi, i segni della putrefazione, dal vitalismo al nichilismo  solo andata. Speriamo nel Ritorno.</span></h3>
<h3><span style="color: #333399;"><a href="http://blog.ilgiornale.it/ricucci/files/2016/01/jan_palach_jpg_340x267_crop_q851.jpg" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/blog.ilgiornale.it/ricucci/files/2016/01/jan_palach_jpg_340x267_crop_q851.jpg?referer=');"><img src="http://blog.ilgiornale.it/ricucci/files/2016/01/jan_palach_jpg_340x267_crop_q851-300x236.jpg" alt="" width="300" height="236" /></a>C’era  una volta chi si dedicava l’esistenza, percorrendola, interpretandola,  cavalcando le innumerevoli tigri della gioventù, e lo faceva lucidamente  e consapevolmente, trovando un approdo sicuro in una lotta animata e  muscolare, per l’affermazione della sovranità, senso imprescindibile per  chi si ammanta di una certa identità. Jan Palach. Ancora arde il suo  spirito in quella Piazza S.Venceslao, a Praga, il 16 gennaio del 1969.  Ancora si sente l’odore acre del suicidio di un giovane martire europeo  che vedeva una nuova speranza in una nuova primavera, repressa  dall’aberrazione sovietica, da quel immenso cuscino al cloroformio sui  volti delle generazioni libere. Un giovane vivo e cosciente. Tutto qui,  nulla di santo e filosofico, etereo o irraggiungibile. E quell’estremo  gesto, la decisione di darsi fuoco sulle scale del Museo Nazionale di  Praga, quell’idea che montava in lui, giorno dopo giorno, ragionata,  ponderata, macinando sentimenti, tra una lezione e l’altra  all’Università, quel normale approccio non conforme, che fungeva da  barricata di chiodi e legno verso chi spingeva per un’intensiva e  frettolosa massificazione, verso chi imponeva silenzio alle libertà di  una nazione, per chi plasmava con la violenza l’egemonia. Un gesto  simbolo di una sanità generazionale. Un esempio di sacrificio  combattente per quell’Europa.</span></h3>
<h3><span style="color: #333399;">La bella morte, la fine eroica, come Mishima, la massima  purificazione, amara ambizione, forse anche illogicamente folle, che non  trovava consolazione in una fede religiosa, ma confidava nella forza  dell’anima, unico residuo di eternità in un mondo e in un corpo  finitissimo.</span></h3>
<h3><span style="color: #333399;">“<em>Sogni di rock ‘n roll e guai a chi ci sveglia</em>”, canterebbe  oggi il nostro teneramente duro Ligabue. Sono sogni che tramutano in  incubo a velocità elevata. Oggi le cose sono cambiate, eccome. Qualcuno  sembra aver abituato le nuove leve a lottare per la Patria mondo, un po’  nomade, un po’ “<em>dove c’è Barilla, c’è casa</em>”, per formare le colonne del villaggio globale, in cui <em>tu  casa es mi casa, tu cane es mi cane, tu madre es mi madre, tu dinero es  mi dinero, tu pericolo es mi pericolo, tu problema es…come il mio, non  il mio</em>. E da lì in poi, ecco interi blocchi di gioventù entrati nel  Common Village, dotato dei migliori comfort tecnologici, in cui si può  essere sempre informati di come va il mondo, senza strapparsi  minimamente la bella blusa blu. Sì, ogni tanto qualche imbecille parte a  fracassare vetrine o lanciare estintori ma sa che quando tornerà sarà  al sicuro, tra un falso mito di libertà ed i titoli del Tg che gli  annuncerà che la guerra, quella vera, è lontana, lontana parecchio. Come  a Firenze, alla libreria “Il Bargello”, un paio di giorni fa.  Completamente distrutta. Con il mondo intorno in piena crisi isterica e  un’Italia sodomizzata, c’è ancora chi sfascia le librerie in nome  dell’antifascismo, manifestazione platonica di un’insicurezza e di una  vacuità mor(t)ale imbarazzante, residuato bellico degenerato e  anacronistico. Una flotta di ragazzotti, un misto tra il Klu Klux Klan e  i sette nani, V per Vendetta e Manu Chao dopo il concerto, ha pensato  bene anche di aggredire l’unica ragazza presente nel locale che, alla <em>Nazione</em>,  ha dichiarato: “mi hanno preso per i capelli e soprattutto mi hanno  picchiato violenza con una spranga di ferro. Per fortuna sono riuscita a  scappare in bagno”.</span></h3>
<h3><span style="color: #333399;">Farete “la fine di quelli di Acca Larentia”, avrebbero urlato i coraggiosi incappucciati prima di dileguarsi.</span></h3>
<h3><span style="color: #333399;">Nessuno chiede redenzione, né conversione (non scherziamo…), almeno  dignità nel comprendere la realtà comune che degenera verso  la decadenza.</span></h3>
<h3><span style="color: #333399;">Qualcosa, evidentemente, è andato storto.</span></h3>
<h3><span style="color: #333399;">Così tra annichiliti davanti a Call of Duty, devastatori di librerie,  tra europeissimi e giovani volontari della Jihad reclutati sul web,  riserve di rivoluzionari da tastiera, indifferenti, non tesserati, mai  schierati e un filo pretenziosi barbari giovanotti, mi tengo la favola  reale di un giovane che per amor di patria, si diede fuoco sulle scale,  chiedendo ai miei coetanei, con la voce rotta dall’amarezza, in  un’accorata preghiera, ciò che Albert Camus riuscì, nella sua grandezza,  a sintetizzare con lucidità: <strong>«Ogni generazione si crede  destinata a rifare il mondo. La mia sa che non lo rifarà. Il suo compito  è forse più grande: consiste nell’impedire che il mondo si distrugga».<span style="color: #ff0000;"> Emanuele Ricucci.</span><br />
</strong></span></h3>
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</div>
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		<title>NELLE SOCIETA&#8217; DEMOCRATICHE ESISTE CORRISPONDENZA TRA LEGGI E VALORI, di Ernesto Galli dlla Loggia</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2016 07:44:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
Sarebbe buona norma che prima di criticare un testo lo si leggesse con un minimo di attenzione. Mi  sorprende che invece Carlo Rovelli — per giunta uno scienziato di  vaglia — si sia fatto prendere dalle sue emozioni e dai suoi pregiudizi  obiettando a cose che io non ho mai scritto.


A differenza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<h3><span style="color: #000080;">Sarebbe buona norma che prima di criticare un testo lo si leggesse con un minimo di attenzione. Mi  sorprende che invece Carlo Rovelli — per giunta uno scienziato di  vaglia — si sia fatto prendere dalle sue emozioni e dai suoi pregiudizi  obiettando a cose che io non ho mai scritto.</span></h3>
</div>
<div>
<h3><span style="color: #000080;">A differenza di quanto egli mi attribuisce non ho mai scritto, infatti, che «la nostra società deve essere guidata da un sistema di valori e dalle regole dettate (corsivo  mio) dai comportamenti socialmente ammessi». Ho scritto di condividere  l’opinione della cancelliera Merkel secondo cui chi immigra da noi deve  integrarsi «nel sistema di valori, di regole e di comportamenti  socialmente ammessi che vigono da noi». Come si vede una cosa ben  diversa da quella immaginata da Rovelli (non ho mai pensato né scritto,  cioè, che debbano essere i comportamenti socialmente accettati a dettare le  regole. E mi chiedo: può specialmente un uomo di scienza permettersi  una simile leggerezza? Può farne l’architrave del suo ragionamento senza  accorgersi dell’errore?).</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #000080;"> </span></h3>
<div>
<h3><span style="color: #000080;">Il fraintendimento ora detto,  chiamiamolo benevolmente così, consente a Rovelli, che vi insiste più e  più volte, di prodursi in una lunga discettazione sulla necessità che le  nostre società siano «regolate dalle leggi, non da sistemi di valori e  giudizi individuali su cosa siano comportamenti socialmente ammessi»,  sdegnandosi adeguatamente del fatto che io, invece — secondo l’opinione  che egli manipolando le mie parole mi attribuisce — auspicherei il  contrario.</span></h3>
</div>
<div>
<h3><span style="color: #000080;">Evviva le leggi, abbasso i valori:  questo è la sostanza del punto di vista di Rovelli, convinto, si  capisce benissimo, di esprimere in tal modo una visione altamente  democratica e razionale come si conviene a un vero scienziato. Peccato  però che in questo caso si tratti di un punto di vista e di una visione  sbagliati. Le leggi di una qualunque società, infatti, derivano da  null’altro che dai suoi valori. E da dove altro se no? Salvo rarissimi  casi tra le une e gli altri non vi può essere che una sostanziale  coincidenza: pena, altrimenti, la non osservanza delle prime o la  necessità di dure misure repressive per ottenerne il rispetto. «Le leggi  vengono discusse dalla politica» scrive Rovelli. Appunto: e su che cosa  egli crede che verta tale discussione, che cosa crede che rispecchi la  sua conclusione in un testo legislativo, se non ciò che pensa, che  crede, che spera chi vive in quella società? Cioè i suoi valori? Valori  che poi, naturalmente, non possono non influenzare in modo significativo  anche i comportamenti socialmente ammessi. In ogni società — e tanto  più direi nelle società democratiche — tra leggi, valori e comportamenti  c’è una sorta di necessaria circolarità, di necessaria corrispondenza  (esattamente come io avevo scritto nella frase da Rovelli manipolata).</span></h3>
</div>
<div>
<h3><span style="color: #000080;">L’evidente scarsa dimestichezza di Rovelli con tali argomenti  si manifesta in pieno quando egli si mette a parlare della cultura in  generale e di quella della nostra penisola in particolare (ma in fin dei  conti lo capisco: non si può possedere in eguale misura la bibliografia  sui neutrini e quella sulla storia d’Italia). Cultura è una parola  complessa, dalle molte accezioni; un po’ come filosofia. Ebbene Rovelli  parla di cultura come chi a proposito di filosofia parlasse allo stesso  modo della filosofia idealistica e della «filosofia del parmigiano»,  cioè non distinguendo la sostanziale differenza tra gli usi diversi  dello stesso termine. Certo che «ogni cultura non è mai unica», come un  po’ alla buona scrive Rovelli. Certo che ogni cultura degna di questo  nome si forma attraverso la confluenza nel proprio alveo di influssi e  ibridazioni. Ma l’alveo è decisivo, per l’appunto. E ogni alveo è  diverso da un altro. Dunque, credere che l’Italia sia un esempio  preclaro di multiculturalismo solo perché della sua identità fanno parte  cose diverse come il Rinascimento toscano e l’Illuminismo milanese, o  perché Peppone e don Camillo votavano partiti opposti, è un’idea di  un’approssimazione e di un’ingenuità che un minimo, ma proprio un  minimo, di preparazione sull’argomento sarebbe stata sufficiente ad  evitare. La verità è che non ci si può mettere a sentenziare su queste  cose in modo impressionistico, basandosi su un buon liceo e sulla  lettura dei giornali. È come se io mi mettessi a disquisire sui «buchi  neri» o a dire la mia sugli anelli di Saturno.</span></h3>
</div>
<div>
<h3><span style="color: #000080;">Egualmente è di un’ingenuità e di un’approssimazione intellettuali da far cadere le braccia credere,  come il mio interlocutore crede, che la cultura italiana di oggi sia  profondamente diversa da quella dei nostri nonni. Cioè, bisognerebbe  dedurne, che la cultura di un Paese — quella vera, quella profonda,  frutto di innumerevoli stratificazioni a cominciare da quella religiosa —  cambi ogni settanta, ottanta anni. Non è così. Ciò che cambia è semmai  il costume, caro Rovelli, il costume, non la cultura, non i tratti  dell’identità e dei suoi valori di fondo. Sono cose assai diverse, come  lei sa, e la conoscenza dovrebbe consistere innanzi tutto nella capacità  di distinguere.</span></h3>
</div>
<div>
<h3><span style="color: #000080;">Che dire infine di New York, Shanghai o Mumbai additate  in queste righe quali eden di una «tolleranza serena delle diversità»,  della «convivenza pacifica», di «un senso civico comune», di «una nuova  identità plurale»? Ma ha mai provato chi scrive tali cose a passeggiare  di notte nel Bronx o a tenere un comizio antigovernativo su un  marciapiede del Bund? Ed è mai venuto a conoscenza che, certamente non  nei quartieri centrali di quella grande città, ma sicuramente in  moltissime zone dell’India, essere cattolico è, per esempio, un’impresa a  rischio che si può pagare con la vita, ovvero, per dirne un’altra, che  lo stupro delle giovani donne è pratica diffusa, molto spesso ancora  oggi impunita? Ma andiamo, di che cosa stiamo parlando?</span></h3>
</div>
<div>
<h3><span style="color: #000080;">La verità è che il multiculturalismo di cui parla Rovelli  e che suscita la sua entusiastica adesione non ha molto a che fare con  nulla di reale, con la storia, con le culture, con i problemi reali (da  lui infatti del tutto ignorati perché, immagino, attribuiti a pure  «superstizioni» che il progresso prima o poi cancellerà). È un  multiculturalismo da vip lounge aeroportuale, un multiculturalismo da  campus di Yale, da prestigiose summer school riservate ai «migliori studenti», come egli scrive. Un mondo levigato e confortevole dove regna il politically correct  che lo obbliga a credere che esistano leggi disincarnate dettate da una  morale universale mentre — che bello! — in una strada da qualche parte  «i giovani di tutto il mondo si parlano ». È il mondo al riparo del  mondo dove solo può vivere in un cieca autoreferenzialità l’idillio  buonista di tante élite intellettuali dell’Occidente, avvolte nel  compiacimento dei privilegiati che neppure sospettano di esserlo.<span style="color: #ff6600;"> Ernesto Galli della Loggia, Il Coriere della Sera, 13 gennaio 2016</span><br />
</span></h3>
</div>
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		<title>ATTENTATI DI PARIGI, BATTAGLIA CULTURALE SENZA IPOCRISIE, di Ernesto Galli della Loggia</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Nov 2015 10:34:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Politica estera]]></category>

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		<description><![CDATA[Come faccia il terrorismo che tutti, ma  proprio tutti, definiscono islamista a non avere nulla a che fare con  l’Islam, è qualcosa che dovrebbe, mi pare, richiedere una spiegazione.  Che invece non ci viene mai data dai tanti che pure ci ammoniscono con  severità a tenere separate le due cose. L’unica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="color: #0000ff;">Come faccia il terrorismo che tutti, ma  proprio tutti, definiscono islamista a non avere nulla a che fare con  l’Islam, è qualcosa che dovrebbe, mi pare, richiedere una spiegazione.  Che invece non ci viene mai data dai tanti che pure ci ammoniscono con  severità a tenere separate le due cose. L’unica spiegazione talvolta  offertaci circa l’obbligo di tale separazione starebbe nel fatto che la  maggior parte delle vittime del terrorismo suddetto &#8211; a Bagdad per  esempio, o a Beirut o ad Aleppo o al Cairo &#8211; sarebbero in realtà proprio  degli islamici. Il che è vero: peccato però che nessuno dei mille  attentati commessi in quei luoghi sia mai stato rivendicato, che si  sappia, con proclami a base di citazioni di «sure» del Corano e di  relative maledizioni contro gli «infedeli»: come invece è la regola  quando nel mirino è ieri Parigi o in genere l’Occidente. In realtà, a  Bagdad o a Beirut, l’impiego del tritolo o del kalashnikov corrisponde  semplicemente al modo oggi più comune da quelle parti di regolare i  conflitti politici con gli avversari. L’impiego ad uso bellico dei testi  sacri, insomma, è riservato soltanto a noi. Dunque, smettiamola di  nasconderci dietro un dito: la religione c’entra eccome. Innanzi tutto  perché islamici ferventi e religiosamente motivati sono i terroristi, e  poi per un’altra importante ragione. </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">Perché ciò che lega le mani all’islamismo moderato &#8211; che senz’altro esiste ed è maggioritario  &#8211; impedendogli regolarmente di farsi sentire e di opporsi alle imprese  sanguinarie degli altri, è per l’appunto il ferreo ricatto della  comunanza religiosa. Ed è sempre questo ricatto-vincolo che a suo modo  crea nella gran parte dell’opinione pubblica islamica, nelle sterminate  folle delle periferie come negli strati più elevati, se non una qualche  tacita complicità, certamente l’impossibilità di dissociarsi, di  schierarsi realmente contro. Ciò che a propria volta vincola in misura  determinante anche l’azione dei governi di quei Paesi. </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">Ma se le cose stanno così, se per l’esistenza del terrorismo è decisiva l’esistenza di questo ampio retroterra costituito  e cementato dal fortissimo ruolo identitario della religione, non è  forse qui, allora, a proposito di questo ruolo, che l’Occidente dovrebbe  impegnarsi in uno scontro, lanciare una sfida? Certe guerre non si  vincono solo militarmente grazie alle armi (che pure sono importanti e  vanno impiegate fino in fondo) ma anche con altri strumenti. </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">Non  si tratta di dichiarare né una guerra tra civiltà né una guerra tra  religioni. Bensì di iniziare un’analisi, una discussione dai toni anche  aspri se necessario, sugli effetti che ha avuto per l’appunto il  ruolo identitario della religione islamica sulle società dove essa  storicamente è stata egemone, una discussione su che cosa sono queste  società, e sulle vicende storiche stesse del mondo islamico, forse un  po’ troppo incline all’oblio e all’autoassoluzione. Un confronto-scontro  con quel mondo di carattere eminentemente culturale. In sostanza lo  stesso confronto-scontro che la cultura laico-illuministica occidentale  ha avuto per almeno due secoli con il Cristianesimo e con la sua  influenza storico-sociale, ma che viceversa si mostra quanto mai restia  ad avere oggi con l’Islam. Riducendosi così a menare scandalo, magari,  per il mancato ma-trimonio dei gay a Roma ma in pratica a non dire nulla  sulla loro impiccagione a Teheran, o sulla lapidazione delle adultere a  Islamabad.</span><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">Il modo migliore per aiutare l’Islam moderato a  liberarsi del ricatto religioso, delle sue paure di lesa solidarietà  comunitaria, è proprio quello di incalzarlo a un confronto senza mezzi  termini con un punto di vista diverso che non abbia paura della verità.  Un punto di vista fatto proprio dai media, dagli scrittori, dagli  intellettuali occidentali, che quindi chieda conto di continuo a  quell’Islam del perché mai quasi sempre nel suo mondo le donne debbano  essere tenute in una condizione di spaventosa inferiorità, perché nei  suoi Paesi non si traduca un libro (tranne il Mein Kampf e I Protocolli  dei Savi di Sion , con tirature da capogiro), perché non ci sia mai  un’importante mostra d’arte, perché costruire una chiesa o una sinagoga  debba essere vietato, perché essi non abbiano sottoscritto se non  parzialmente le dichiarazioni sui diritti dell’uomo, perché in genere si  faccia così poco per debellare l’analfabetismo. Un confronto che chieda  il suo giudizio su ognuna di queste cose, e crei l’occasione per  ascoltarlo e discuterne. Dare per scontata l’esistenza di un Islam  moderato ma poi non cercare un confronto con esso non ha senso. </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">Un  simile confronto potrebbe anche servire a dissipare l’unilateralità  vittimistica con cui troppo spesso l’opinione pubblica islamica,  anche quella moderata, è portata a vedere il rapporto storico tra il  mondo islamico stesso e quello cristiano. Potrebbe servire a ricordare,  per esempio, che le Crociate furono soprattutto una debole e caduca  risposta (per giunta limitata alla Palestina e poco più) alle immani  conquiste militari realizzate dall’Islam nei tre secoli precedenti di  territori in parte cristiani come il Nord Africa. O ricordare, per fare  un altro esempio, che i massacri compiuti nel 1945 e in seguito dal  colonialismo francese in Algeria non hanno avuto certo nulla da  invidiare a quelli, ancora più efferati, commessi dalla Turchia  mussulmana ai danni dei cristiani in Bulgaria a fine Ottocento. </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">Il terrorismo islamista e il suo richiamo religioso si nutrono in  misura notevole degli autoinganni, dell’ignoranza della realtà storica,  delle vere e proprie falsificazioni, che hanno più o meno largo corso  nelle società che gli stanno dietro, e che da lì arrivano anche alle  comunità islamiche in Europa. È di questi succhi velenosi che si nutre  la formazione elementare di molti dei suoi adepti. Se a costoro si  riuscisse a svuotare un poco l’acqua in cui nuotano, o a chiarirgli  appena un po’ le idee prima che imbraccino un mitra, non sarebbe un  risultato da poco<span style="color: #ff0000;">. Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera, 16 novembre 2015</span></p>
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<h3><span style="color: #0000ff;"></p>
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<h3><span style="color: #0000ff;"><span style="color: #ff0000;">C&#8217;e un passo di questo editoriale di Galli della Loggia che è fondamentale &#8220;</span></span> <span style="color: #ff0000;"><em>si chieda conto di continuo a   quell’Islam ( quello cosiddetto moderato)  del perché mai quasi sempre nel suo mondo le donne debbano   essere tenute in una condizione di spaventosa inferiorità, perché nei   suoi Paesi non si traduca un libro (tranne il Mein Kampf e I Protocolli   dei Savi di Sion , con tirature da capogiro), perché non ci sia mai   un’importante mostra d’arte, perché costruire una chiesa o una sinagoga   debba essere vietato, perché essi non abbiano sottoscritto se non   parzialmente le dichiarazioni sui diritti dell’uomo, perché in genere si   faccia così poco per debellare l’analfabetismo&#8221;. Solo dopo che si sarà data risposta   a questi quesiti e sopratutto si sarà posto rimedio vero, effettivo, efficace a quello che sinora accade nell&#8217;Islam moderato  si potrà avviare una vera e reale integrazione fra le due culture e rendere inoffesivo il terrorismo che su queste contraddizioni  fonda il suo potere. g.<br />
</em></span></h3>
]]></content:encoded>
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		<title>LA STORIA DI U NA INSEGNANTE IN CATTEDRA DA 32 ANNI E&#8217; LA STORIA DI GRAN PARTE DEGLI INSEGNANTI ITALIANI</title>
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		<pubDate>Wed, 06 May 2015 09:10:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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L  a questione è: ci saranno tanti professori come Giovanna Nosarti,  pugliese, 32 anni di servizio nelle scuole medie e poi nelle superiori?  Giovanna che, a casa con la broncopolmonite, tiene i contatti con gli  allievi e con i loro genitori, via Whatsapp per rispondere alle domande  sui compiti, sulle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><img title=" " src="http://www.corriere.it/methode_image/2015/05/06/Cultura/Foto%20Cultura%20-%20Trattate/classe-kb3C-U43080542924320lTF-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443.jpg?v=20150506083926" alt=" " /></div>
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<h3><span style="color: #0000ff;">L  a questione è: ci saranno tanti professori come Giovanna Nosarti,  pugliese, 32 anni di servizio nelle scuole medie e poi nelle superiori?  Giovanna che, a casa con la broncopolmonite, tiene i contatti con gli  allievi e con i loro genitori, via Whatsapp per rispondere alle domande  sui compiti, sulle verifiche, sulle valutazioni. «Non sono  un’eccezione», dice. Insegna dal 2000 al Liceo artistico Enzo Rossi di  Roma, italiano, storia e geografia. Periferia Tiburtino III, non un  quartiere facile. «Una scuola inclusiva per eccellenza con molti  disabili che richiedono la collaborazione dei docenti di sostegno». E  con tanti stranieri, moldavi, romeni, russi, ma anche africani e cinesi.  La «didattica inclusiva» deve soddisfare i «bisogni educativi  speciali», con piani personalizzati che portano via un sacco di tempo.<br />
Il tempo. «Le ore di lezione al giorno sono 3 o 4, ma in genere se  arrivo a scuola alle 8 esco alle 14 e occupo le ore buche per i  ricevimenti o al telefono con i genitori per avvertirli delle assenze,  delle mancate giustificazioni, dei cali di rendimento; oppure per il  coordinamento di classe, per monitorare&#8230;». Senza contare: a inizio  anno le riunioni di dipartimento, la compilazione degli obiettivi  minimi, la programmazione da consegnare alla segreteria didattica; a  fine anno il bilancio con la percentuale degli obiettivi raggiunti  sottoscritta dai ragazzi. «Monitorare» e «programmazione» sono parole  frequenti, nel racconto di Giovanna. Così come «obiettivi» e «offerta  formativa». Dunque, se va bene, a casa verso le 14.30, il pranzo  riscaldato pronto dalla sera prima. E poi? «Si continua a lavorare per  due o tre ore: preparare le lezioni del giorno dopo e le verifiche,  leggere, correggere&#8230;».</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Le correzioni.  «Il 25 aprile l’ho passato a casa sui saggi brevi dei ragazzi. Un  lavoro ripetitivo, finisci per inciampare sempre negli stessi errori, ma  non mancano le sorprese e io mi entusiasmo quando constato che ci sono  belle riflessioni critiche o buone competenze nell’analisi dei testi. Di  recente sono rimasta stupita di fronte alla capacità di cogliere le  ironie del Parini, la sua critica alla società&#8230; Mi consolo così». 100,  200, 300 compiti al mese. «Insegnare è un impegno a tempo pieno, e io, a  57 anni, sono molto stanca».</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Lo stipendio.  Il tutto con una busta paga di? «Circa 1800 euro al mese, più 200 o 250  all’anno per il coordinamento, ma non lo so esattamente perché non ho  ancora ricevuto quelli dell’anno scorso». Se le capita di dover restare a  scuola, non c’è buono-pasto né mensa, dunque un piatto a proprie spese  nel bar più vicino. I tre figli che Giovanna ha avuto con Bernardo sono  ormai grandi, 28, 26, 21 anni. «Quando erano piccoli, correggevo spesso  di notte, dopo averli messi a letto, mi sono pure ammalata per carenza  di sonno. E se il pomeriggio avevo le riunioni dovevo pagare una  babysitter: una tonsillite mi costava 200 mila lire, una bronchite 500.  Per anni lo stipendio lo giravo alla tata».</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">I ragazzi.  «Hanno sempre più bisogno di essere seguiti, gratificati, motivati.  Devono sentire la cultura come qualcosa di vivo, di utile. Sono molto  fragili nell’approccio alla vita, hanno poche regole, dormono poco,  stanno fino a tarda sera a chattare nei social network. Sono in aumento  gli attacchi di panico. I genitori non riescono a far rispettare i  limiti e spesso chiedono agli insegnanti di supplire a queste lacune».<br />
Gli interessi. Per Giovanna non mancano. Molte mostre d’arte, il  laboratorio di scrittura, i corsi di storia contemporanea (a sue spese),  e la domenica mattina all’Auditorium per le lezioni di storia:  «Quest’anno erano sul tema del viaggio, bellissime, una boccata  d’ossigeno. Mio marito ha smesso il tiro con l’arco per seguirle con me.  Entusiasta. A scuola, poi, le metto a frutto con i ragazzi».<br />
La  riforma. Giovanna è appena tornata a casa dalla manifestazione. Anche  lei protesta. «La scuola non è un’azienda, non deve formare burocrati e  specialisti di nuove tecnologie. Deve tirar su dei buoni cittadini  attraverso la cultura. Inoltre, non sento mai parlare del carico di  lavoro degli insegnanti, della necessità di una formazione continua, che  viene lasciata alla volontà del singolo. Io sono per premiare il  merito, ma prevedere un bonus per il 5 per cento dei docenti è  umiliante. Perché il 95 per cento non è fatto di fannulloni&#8230;» . <span style="color: #ff0000;">Paolo Di Stefano, Il Corriere della Sera, 6 maggio 2015</span></span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"><span style="color: #ff0000;">&#8230;..Meditino, se ne sono capaci, Renzi e la sua ministra al topless su questa accorata denuncia di una insegnante che riflette la storia e l&#8217;impegno di tanta parte degli insegnanti italiani nei cui confronti occorre rispetto e tutela, sul piano morale e su quello economico, visto che da una parte sono vittime di una ingiusta e cosontinua disattenzione da parte dello Stato e dall&#8217;altra risultano essere i peggio pagati d&#8217;Europa.<br />
</span></span></p>
</div>
]]></content:encoded>
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		<title>LA SCUOLA CATTIVA E&#8217; QUESTA, di Ernesto Galli della Loggia</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Mar 2015 15:50:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Loro se la ridono mentre la scuola italiana va a fondo.




La  buona scuola non è solo quella degli edifici che non cascano a pezzi,  degli insegnanti assunti e progredenti nella carriera per merito, o  delle decine di migliaia di precari (tutti bravi? Siamo certi?) immessi  finalmente nei ruoli: obiettivi ovviamente giusti, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><img title=" " src="http://www.corriere.it/methode_image/2015/03/08/Cultura/Foto%20Cultura%20-%20Trattate/6e87ba1bfc99997c16dee0a0a1a9f63d-klCD-U4307023652698Pu-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443.jpg?v=20150308084842" alt=" " /><span style="color: #ff0000;">Loro se la ridono mentre la scuola italiana va a fondo.</span></div>
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<h3><span style="color: #0000ff;">La  buona scuola non è solo quella degli edifici che non cascano a pezzi,  degli insegnanti assunti e progredenti nella carriera per merito, o  delle decine di migliaia di precari (tutti bravi? Siamo certi?) immessi  finalmente nei ruoli: obiettivi ovviamente giusti, e sempre ammesso che  il governo Renzi riesca a centrarli, visto che specie sui mezzi e i modi  per conseguire gli ultimi due è lecito avere molti dubbi. Ma la buona  scuola non è questo. La buona scuola non sono le lavagne interattive e  non è neppure l’introduzione del coding,  la formazione dei programmi telematici; non sono le attrezzature, e al  limite &#8211; esagero &#8211; neppure gli insegnanti. La buona scuola è innanzi  tutto un’idea. Un’idea forte di partenza circa ciò a cui la scuola deve  servire: cioè del tipo di cittadino &#8211; e vorrei dire di più, di persona &#8211;  che si vuole formare, e dunque del Paese che si vuole così contribuire a  costruire.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">In questo senso, lungi dal poter  essere affidata a un manipolo sia pur eccellente di specialisti di  qualche disciplina o di burocrati, ogni decisione non di routine in  merito alla scuola è la decisione più politica che ci sia. È il cuore  della politica. Né è il caso di avere paura delle parole: fatta salva  l’inviolabilità delle coscienze negli ambiti in cui è materia di  coscienza, la collettività ha ben il diritto di rivendicare per il  tramite della politica una funzione educativa.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">La scuola &#8211; è giunto il momento  di ribadirlo &#8211; o è un progetto politico nel senso più alto del termine, o  non è. Solo a questa condizione essa è ciò che deve essere: non solo un  luogo in cui si apprendono nozioni, bensì dove intorno ad alcuni  orientamenti culturali di base si formano dei caratteri, delle  personalità; dove si costruisce un atteggiamento complessivo nei  confronti del mondo, che attraverso il prisma di una miriade di  soggettività costituirà poi il volto futuro della società.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">La scuola, infatti, è ciò che  dopo un paio di decenni sarà il Paese: non il suo Prodotto interno  lordo, il suo mercato del lavoro: o meglio, anche queste cose ma  soprattutto i suoi valori, la sua antropologia, il suo ordito morale, la  sua tenuta.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Che cosa è diventata negli anni  la scuola italiana lo si capisce dunque guardando all’Italia di oggi. Un  Paese che non legge un libro ma ha il record dei cellulari, con troppi  parlamentari semianalfabeti e perfino incapaci di parlare la lingua  nazionale, dove prosperano illegalità e corruzione, dove sono prassi  abituale tutti i comportamenti che denotano mancanza di spirito civico  (dal non pagare sui mezzi pubblici a lordare qualunque ambiente in  comune). Un Paese di cui vedi i giovani dediti solo a compulsare  ossessivamente i loro smartphone come membri di fantomatiche gang di  «amici» e di follower; le cui energie, allorché si trovano in pubblico,  sono perlopiù impiegate in un gridio ininterrotto, nel turpiloquio, nel  fumo, nella guida omicida-suicida di motorini e macchinette varie; di  cui uno su mille, se vede un novantenne barcollante su un autobus, gli  cede il posto. Essendo tutti, come si capisce, adeguatamente e  regolarmente scolarizzati. È così o no?</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Si illude chi crede &#8211; come almeno  una decina di ministri dell’Istruzione hanno fin qui beatamente creduto  &#8211; che a tutto ciò si rimedi con «l’educazione civica», «l’educazione  alla Costituzione», «l’educazione alla legalità» o cose simili. A ciò si  rimedia con la cultura, con un progetto educativo articolato in  contenuti culturali mirati a valori etico-politici di cui l’intero ciclo  scolastico sappia farsi carico. Un progetto educativo che perciò, a  differenza di quanto fa da tempo il ministero dell’Istruzione, non  idoleggi ciecamente i «valori dell’impresa» e il «rapporto  scuola-lavoro», non consideri l’inglese la pietra filosofale  dell’insegnamento, non si faccia sedurre, come invece avviene da anni,  da qualunque materia abbia il sapore della modernità, inzeppandone i  curriculum scolastici a continuo discapito di materie fondamentali come  la letteratura, le scienze, la storia, la matematica. Con il bel  risultato finale, lo può testimoniare chiunque, che oggi giungono in  gran numero all’Università (all’università!) studenti incapaci di  scrivere in italiano senza errori di ortografia o di riassumere  correttamente la pagina di un testo: lo sanno il ministro e il suo  entourage ?</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">All’imbarbarimento che incombe  sulle giovani generazioni si rimedia altresì creando nelle scuole  un’atmosfera diversa da quella che vi regna ormai da anni. In troppe  scuole italiane infatti &#8211; complici quasi sempre le famiglie e nel  vagheggiamento di un impossibile rapporto paritario tra chi insegna e  chi apprende &#8211; domina un permissivismo sciatto, un’indulgenza  rassegnata. Troppo spesso è consentito fare il comodo proprio o quasi,  si può tranquillamente uscire ed entrare dall’aula praticamente quando  si vuole, usare a proprio piacere il cellulare, interloquire da pari a  pari con l’insegnante. Ogni obbligo disciplinare è divenuto opzionale o  quanto meno negoziabile, e l’autorità di chi si siede dietro la cattedra  un puro orpello. Mentre su ogni scrutinio pende sempre la minaccia di  un ricorso al Tar.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Quando ho sentito il presidente  Renzi e il ministro Giannini annunciare una svolta, parlare di riforma,  di «buona scuola», ho pensato che in qualche modo si sarebbe trattato di  questi argomenti, si sarebbe affrontato almeno in parte questi  problemi. E finalmente, magari, con uno spirito nuovo di concretezza,  con una visione spregiudicata. In fondo il primo ha una moglie  insegnante, mi sono detto, la seconda ha passato la sua vita  nell’Università: qualcosa dovrebbero saperne. Invece niente. Prima di  tutto e soprattutto i soldi e le assunzioni (bene), ma poi per il resto  il solito chiudere gli occhi di fronte alla realtà, i soliti miraggi  illusori per cui tutto è compatibile con tutto, per cui l’«autonomia»  degli istituti invece di essere quella catastrofe che si è rivelata  viene ancora creduta la panacea universale, la solita melassa di frasi  fatte e mai verificate. E naturalmente mai uno scatto di coraggio  intellettuale e politico, mai una vera volontà di cambiare, mai  quell’idea alta e forte del Paese e della sua vicenda di cui la scuola  dovrebbe rappresentare una parte decisiva, invece della disperata  cenerentola che essa è, e che &#8211; ci si può scommettere &#8211; continuerà a  essere.<span style="color: #ff0000;"> Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera, 8 marzo 2015</span></span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"><span style="color: #ff0000;">&#8230;&#8230;..Per Renzi e la Giannini, insignificante ministro alla P.I. del governo in carica, la scuola è solo uno struemnto di propaganda politica, null&#8217;altro. La buona scuola è quella disegnata da Galli della Loggia, quella di Renzi e della Giannini, sua mazza di scopa, è la peggiore che si possa immaginare. g.<br />
</span></span></p>
</div>
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		<title>LA SCUOLA ITALIANA BOCCIATA DALL&#8217;OCSE: E&#8217; POCO EFFICIENTE.</title>
		<link>http://www.iltorittese.it/index.php/2014/09/05/la-scuola-italiana-bocciata-dallocse-e-poco-efficiente/</link>
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		<pubDate>Fri, 05 Sep 2014 21:30:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Al 23/mo posto della classifica di 30 Paesi. In vetta c&#8217;è la Finlandia (87,81% di efficienza)









Italia &#8220;tra gli ultimi della classe&#8221; per efficienza  scolastica. Se si rapportano i risultati ottenuti dagli studenti nei  test Pisa con la spesa per l&#8217;istruzione, il nostro paese si colloca  appena al 23/mo posto della classifica di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="color: #ff0000;">Al 23/mo posto della classifica di 30 Paesi. In vetta c&#8217;è la Finlandia (87,81% di efficienza)</span></h3>
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<h3><img src="http://www.ansa.it/webimages/img_457x/2014/9/5/b6ad3309faaaef4c2daca69db12931ae.jpg" alt="Una lezione in classe in una foto d'archivio (foto: ANSA)" /></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Italia &#8220;tra gli ultimi della classe&#8221; per efficienza  scolastica. Se si rapportano i risultati ottenuti dagli studenti nei  test Pisa con la spesa per l&#8217;istruzione, il nostro paese si colloca  appena al 23/mo posto della classifica di 30 paesi Ocse. In vetta c&#8217;è la  Finlandia (87,81% di efficienza). In fondo, invece, dopo l&#8217;Italia  (69,81%), si piazzano Portogallo, Spagna, Grecia, Indonesia, Brasile, ma  anche Germania (25/mo) e Svizzera (28/mo), &#8220;le cui politiche di  efficienza potrebbero non essere tra le priorità&#8220;. Per guadagnare  qualche posto in classifica l&#8217;Italia potrebbe dunque avere due  alternative: o aumentare gli stipendi degli insegnanti o ridurre il  rapporto prof-studenti. E&#8217; quanto emerge dal primo rapporto  internazionale sull&#8217;Efficienza della spesa per l&#8217;educazione, condotto da  Peter Dolton, esperto mondiale di economia dell&#8217;educazione della London  School of Economics, insieme a Oscar Marcenaro Gutiérrez  dell&#8217;Università di Malaga e ad Adam Still di Gems Education Solutions.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Il rapporto &#8211; commissionato da Gems e presentato a Londra &#8211; analizza  &#8220;l&#8217;efficienza con cui vengono allocati i budget per l&#8217;istruzione in  ciascun paese&#8221; per misurare &#8220;qual è il sistema che produce un ritorno  più elevato dal punto di vista educativo per ogni dollaro investito&#8221;.  Secondo il modello econometrico applicato, dunque, &#8220;che calcola il  legame statistico provato tra stipendi degli insegnanti o dimensione  delle classi (le due varianti che più incidono sul bilancio) e i  punteggi Pisa, l&#8217;Italia potrebbe ottenere risultati Pisa ai livelli  della Finlandia, se riducesse il rapporto insegnante-allievo da 10,8 a  8,2 alunni per ogni insegnante (-24,4%). O, in alternativa, se  aumentasse lo stipendio degli insegnanti dalla media attuale di 31.460  dollari a 34.760 dollari, cioè un aumento del 10,5%.<br />
Stando a  questi calcoli &#8211; secondo il rapporto &#8211; l&#8217;Italia, per avere un migliore  rapporto qualità-prezzo dovrebbe spendere di più e ridurre il numero di  allievi per insegnante o aumentarne lo stipendio&#8221;. Obiettivo della  ricerca è però solo l&#8217;analisi dei dati, sottolineano gli autori, &#8220;non si  intende fornire raccomandazioni sulle scelte politiche degli Stati&#8221;.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">&#8220;Questo rapporto &#8211; osserva Andreas Schleicher dell&#8217;Ocse &#8211; getta uno  sguardo rinfrescante sui dati comparativi a livello internazionale per  esaminare le scelte di spesa fatte da quei paesi che stanno ottenendo i  migliori risultati con meno risorse. Rompe il silenzio sull&#8217;efficienza  dei servizi educativi. Mentre la spesa per ogni studente del mondo  industrializzato è aumentata di oltre il 30% nell&#8217;ultimo decennio, il  livello di apprendimento nella maggior parte dei paesi è rimasto piatto.  Chi considera i servizi del settore educativo troppo importanti per  essere misurati per la loro efficienza priverà molti giovani di  un&#8217;istruzione migliore e una vita migliore&#8221;.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span><span style="color: #0000ff;">Complessivamente i 30 paesi Ocse dello studio hanno speso ogni anno  2.200 miliardi di dollari per la scuola e la quota del Pil riservata  all&#8217;istruzione è in aumento da decenni. In generale, secondo il  rapporto, i Paesi che mostrano un&#8217;elevata efficienza riescono anche a  raggiungere risultati educativi elevati. L&#8217;Italia rientra nel gruppo dei  paesi &#8220;più efficaci che efficienti: raggiunge risultati migliori in  termini di qualità piuttosto che di efficienza. Ciò potrebbe dipendere  anche dal fatto che i suoi sistemi generano altri risultati che non  vengono acquisiti dalle statistiche Pisa&#8221;.<span style="color: #ff0000;"> Fonte: ANSA, 5 settembre 2014</span></span></h3>
<h2><span style="color: #0000ff;"><span style="color: #ff0000;">&#8230;.Ma adesso ci penseranno Renzi e la Giannini (quest&#8217;ultima poppe al vento) a rimettere in sesto la scuola italiana e portarla al primo posto della  scala europea. Lo ha detto Renzi e se non lo ha detto di certo lo dirà,  quindi è come se lo avesse detto.<br />
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