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	<title>ILTORITTESE.it - fatti, notizie, cronaca, politica e cultura di Toritto (BA) &#187; Economia</title>
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		<title>MIGRANTI, CALANO GLI SBARCHI, di Paolo Mieli</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Aug 2017 12:07:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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Sarà anche a causa (oper  merito) di qualche «ex capo mafioso» di Sabratha che ha smesso di  aiutare gli scafisti e — per legittimarsi con il governo di Tripoli —  adesso anzi li ostacola, ma quel che sta accadendo nei mari libici ha  dell’incredibile: ad oggi
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			<content:encoded><![CDATA[<div><img title="  " src="http://images2.corriereobjects.it/methode_image/2017/08/24/Cultura/Foto%20Cultura%20-%20Trattate/19.0.1048191364-kXPH-U43360251315075NSC-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443.jpg?v=20170823215153" alt="  " /></div>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Sarà anche a causa (oper  merito) di qualche «ex capo mafioso» di Sabratha che ha smesso di  aiutare gli scafisti e — per legittimarsi con il governo di Tripoli —  adesso anzi li ostacola, ma quel che sta accadendo nei mari libici ha  dell’incredibile: ad oggi<br />
il numero dei migranti sbarcati nel mese di agosto sulle coste italiane è di 2.859 contro i 10.366 dell’anno scorso.  Sono diminuiti di ben più del 72%. Davvero clamoroso. E pensare che le  cose in primavera sembravano essersi messe al peggio: ad aprile gli  arrivi erano cresciuti a 12.943 contro i 9.149 del 2016. A maggio erano  aumentati ancora: 22.993 a fronte dei 19.957 dell’anno scorso. A giugno  lo stesso: 23.526 contro 22.339. Infine quei due giorni maledetti, 27 e  28 giugno, nei quali di profughi ne giunsero diecimila. Diecimila che  sbarcarono pressoché contemporaneamente da venticinque navi in  altrettanti porti italiani. Poi un nuovo mega sbarco di oltre  quattromila persone il 14 luglio.</span></h3>
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<h3></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Ci si aspettava un’estate davvero complicata.  Tragica per i migranti, prima di tutto, dal momento che — con quei  ritmi di fuga dall’Africa — sarebbe stato assai probabile che un’alta  percentuale di uomini, donne, bambini avrebbe trovato la morte in mare. E  assai impegnativa per il nostro Paese che avrebbe dovuto accoglierne in  quantità alle quali non era preparato. È in quel momento che si è avuta  la svolta.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Una svolta iniziata qualche giorno prima  delle celeberrime disposizioni del ministro dell’Interno Marco Minniti  che impegnavano le navi di soccorso delle Ong ad accogliere a bordo  agenti inviati dall’autorità giudiziaria. Tant’è che già nel mese  di luglio — nonostante i 4 mila del 14 — i migranti giunti nel nostro  Paese erano scesi dai 23.552 del 2016 a 11.459. Cosa è successo? Alcuni  personaggi equivoci, come quelli peraltro non identificati di Sabratha,  hanno giudicato conveniente mollare i trafficanti al loro destino. Si  poi è messa in moto la Guardia costiera libica alla quale l’Italia aveva  riconsegnato quattro motovedette riammodernate assieme ad una  cinquantina di agenti addestrati alla scuola della Guardia di finanza di  Gaeta. E la famosa nave che (su richiesta del presidente Fajez Serraj)  abbiamo mandato in acque libiche — invio a causa del quale il generale  Haftar ci ha minacciato di ritorsioni armate — funge adesso da officina  di riparazione delle motovedette di Tripoli. Un programma che va avanti:  entro l’estate di motovedette ne consegneremo altre sei; così come  continueremo ad addestrare altro personale della loro Guardia costiera. E  la Guardia costiera, sia ricordato a sollievo di chi guarda all’intera  vicenda ispirato da autentici principi umanitari, non solo ha reso molto  meno facili le attività dei trafficanti di profughi ma ha sottratto ad  un destino di sventura (e alcuni a «morte certa», parole che prendiamo  da documenti delle Nazioni Unite) diecimila disperati in fuga  dall’Africa.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">La complessa operazione ha avuto un’altra insperata conseguenza.  Invece di crescere a dismisura e di andarsi a stipare in dimensioni  straripanti nei centri di accoglienza del nord libico, i migranti che  quest’estate hanno raggiunto la costa settentrionale africana, sono  diminuiti. La notizia che il trasbordo dalle imbarcazioni degli scafisti  a quelle delle Ong era stato reso più complicato, ha avuto, ad ogni  evidenza, un effetto deterrente. Anche perché, a seguito dell’incontro  di Minniti con i «tredici sindaci» (capitribù ai quali è stata offerta  una prospettiva economica alternativa al coinvolgimento nel traffico di  esseri umani), hanno cominciato a funzionare alcune attività di  frontiera a sud della Libia. Ad un tempo è aumentata — con effetti  positivi — la sorveglianza dell’Onu (tramite Unchr) sui centri di  accoglienza. E ben cinquemila profughi hanno accettato di tornarsene nei  Paesi d’origine grazie anche ad un incentivo economico. Il tutto sotto  la sorveglianza delle Nazioni Unite.</span></h3>
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<h3></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Ci si può fidare al cento per cento  dell’Onu? Sottovalutiamo la disponibilità della milizia di Sabratha a  cambiare nuovamente bandiera? Abbiamo risolto una volta per tutte  — almeno per quel che ci riguarda — il problema delle migrazioni?  Possiamo escludere che negli ultimi giorni di agosto o in settembre si  abbia qualche brutta sorpresa? No. È evidente. Ripetiamo: no. È però  accaduto che qualcuno si sia finalmente e provvidenzialmente mosso  contro i signori del traffico migratorio. E che qualche risultato si  cominci a vedere: gli sbarchi ridotti del 72%, la Guardia costiera  libica che ha salvato diecimila persone, cinquemila profughi che  accettano il «rimpatrio volontario assistito».</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Molti dimenticano che l’abolizione della  schiavitù negli Stati Uniti fu preceduta da una vera e propria guerra  cinquantennale della Royal Navy inglese contro gli «scafisti» di allora.  Dopo che con lo Slave Trade Act (1807) fu reso illegale il commercio  degli schiavi, le navi britanniche ingaggiarono nei mari una battaglia  contro i trafficanti che si protrasse fino al 1865, l’anno in cui, con  la vittoria del Nord abolizionista, si concluse in America la guerra di  secessione. Oggi concordiamo sul fatto che senza quella spietata guerra  ai negrieri, la strada per l’abolizione della schiavitù sarebbe stata  molto più lunga. L’analogia con quella lontana offensiva contro i  trafficanti di esseri umani è stata colta — prendiamone nota — da due  personalità alle quali, quando si tornerà a parlare di questo agosto  2017, si dovranno riconoscere meriti particolari: Gualtieri Bassetti e  Bernard Kouchner. Bassetti è da poco tempo il presidente dei vescovi  italiani e nel momento in cui il mondo cattolico appariva incline a  criticare in termini aspri la politica del governo sulle Ong, ha  pronunciato — il giorno di San Lorenzo, a Perugia — un notevole discorso  nel quale ha richiamato la comunità cristiana ad una guerra senza  quartiere contro «la piaga aberrante della tratta di esseri umani» e  alla pronuncia del «più netto rifiuto a ogni forma di schiavitù  moderna». Riferimenti evidenti alla lunga battaglia della marina inglese  di cui si è appena detto.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Ancora più esplicito è stato Kouchner  l’uomo che nel 1971 fondò Medici senza frontiere, l’Organizzazione non  governativa che adesso non ha firmato il Codice di condotta proposto da  Minniti e ha ritirato le proprie navi dai mari antistanti la Libia.  Kouchner, pur riconoscendo la liceità delle obiezioni di Msf, ha  spiegato quanto sia fondamentale la lotta «inesorabile» ai trafficanti,  ha definito senza mezze misure «sbagliata» la decisione di chi come Msf  si è chiamato fuori dalle operazioni di soccorso, e ha riconosciuto  all’Italia (ma anche alla Germania di Angela Merkel) di aver in questi  frangenti «salvato l’onore dell’Europa». Dopodiché ha esortato le  Nazioni Unite a farsi valere per impedire che i campi di accoglienza in  Libia diventino (o continuino ad essere) dei lager. E a trasformare in  qualcosa di più ambizioso il piano per la restituzione dei profughi ai  Paesi di provenienza. L’Europa in questo piano ha già investito 90  milioni, l’Italia 20, la Germania 50. Altri soldi forse verranno ancora.  Funzionerà? Quel che è certo è che nel Mediterraneo non si è avuta la  catastrofe umanitaria da molti annunciata; anzi, sono diminuiti i morti  oltreché, in proporzioni clamorose, gli sbarchi. C’è la possibilità che  qualcuno, anche uno solo, di quelli che avevano trattato questo capitolo  dell’attività governativa alla stregua di una riproposizione delle  pratiche persecutorie del nazionalsocialismo, sia indotto da ciò che è  poi accaduto, a riconsiderare le cose dette e scritte? Improbabile. Ma  se qualcuno volesse dar prova di onestà intellettuale, questa sarebbe  l’occasione giusta. <span style="color: #ff0000;">Il Corriere della Sera, 24 agosto 2017, Paolo Mieli</span></span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"><span style="color: #ff0000;">&#8230;..Se anche Paolo Mieli riconosce che la linea MINNITI ha dato buoni risultati e che la diminuzione degli sbarchi di mifgranti sulle nostre coste (in agosto del 70% rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno scorso) è prova che qualcosa non andava per il verso giusto sino al varo della diretiva del nuovo ministro dell&#8217;Interno, vule dire che qualcosa di non corretto c&#8217;era. Ora tocca alle Procure fare luce in ogni luogo e in ogni dieezione per stanare i nuovi negrieri che hanno lucrato sull&#8217;immigrazione. g.<br />
</span></span></p>
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		<title>LE PAROLE SUL SUD CHE NESSUNO DICE,  di Ernesto Galli della Loggia</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Aug 2015 15:54:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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«Lo  Stato non è solo le sue risorse economiche, i finanziamenti pubblici.  Lo Stato è anche la legge e i diritti eguali. Cioè il contrario del  dominio degli interessi privati o di clan, il contrario dell’evasione  fiscale generalizzata, del clientelismo, della logica della  raccomandazione a spese del merito, dello sperpero [...]]]></description>
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<div id="oas_TopLeft"><a href="http://www.corriere.it/editoriali/15_agosto_09/parole-sud-che-nessuno-dice-serve-rottura-a22c41f4-3e5d-11e5-9ebf-dac2328c7227.shtml#" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.corriere.it/editoriali/15_agosto_09/parole-sud-che-nessuno-dice-serve-rottura-a22c41f4-3e5d-11e5-9ebf-dac2328c7227.shtml?referer=');"><img title="Esplora il significato del termine:  La rottura che serve Le parole sul Sud che nessuno dice Serve una rottura Deputati e concittadini del Mezzogiorno devono rivendicare che lo Stato è anche legge e diritti uguali per tutti, non solo sperpero di soldi di Ernesto Galli della Loggia shadow 7 1088 64 6  «Lo Stato non è solo le sue risorse economiche, i finanziamenti pubblici. Lo Stato è anche la legge e i diritti eguali. Cioè il contrario del dominio degli interessi privati o di clan, il contrario dell’evasione fiscale generalizzata, del clientelismo, della logica della raccomandazione a spese del merito, dello sperpero del pubblico denaro. Ci piacerebbe che i nostri concittadini del Mezzogiorno d’Italia se lo ricordassero e ce lo ricordassero più spesso. E che dunque, ad esempio, fossero loro per primi, i loro deputati, le loro assemblee locali, a chiederci sì più spesa pubblica, ma anche un’azione sempre più energica delle forze dell’ordine, un controllo sempre più incisivo da parte degli organi dello Stato sulla vita sociale delle loro contrade, contro quelli di loro, e Dio sa quanti sono, i quali pensano e agiscono in modo ben diverso. Che contro tutti questi ci chiedessero, loro, più severità, più intransigenza. Perché invece ciò non accade ormai se non rarissime volte?  Il problema del Mezzogiorno, del suo mancato sviluppo, non è anche questo silenzio della grande maggioranza della società meridionale, a cui da tempo fa eco colpevolmente il silenzio e il disinteresse del resto del Paese? Non è da qui che bisogna allora ricominciare?».  Sono queste le parole che mi sarebbe piaciuto sentir dire da Matteo Renzi venerdì scorso alla direzione del Pd, parlando delle condizioni del Sud, al posto del «rottamare i piagnistei» e dello «zero chiacchiere» con cui invece ha condito il suo discorso. L a rottura decisa rispetto al passato di cui il nostro Paese ha bisogno dovrebbe essere, infatti, anche una rottura nel linguaggio. E non già, come si capisce, verso il basso, verso i tweet e gli hashtag , bensì verso l’alto, verso la dimensione in cui si esprimono per l’appunto quelle visioni generali nuove e audaci di cui abbiamo bisogno. Di cui ha bisogno in modo tutto speciale il Mezzogiorno.  L’inizio del cui declino attuale coincide con l’inizio della crisi che dagli anni Novanta del secolo scorso - combinando elementi nazionali e internazionali, assommando il post-sessantottismo ai più vari diktat dell’Europa di Bruxelles - va disintegrando lo Stato italiano storico, formatosi con il Risorgimento e durato fin verso la fine della Prima Repubblica. È la crisi che da oltre un ventennio va mangiandosi tutte le strutture amministrative del nostro vecchio Stato, tutti i suoi abituali ambiti d’azione di un tempo (dall’istruzione al controllo sugli enti locali, alla tutela del paesaggio e del patrimonio artistico), per effetto del trionfo delle retoriche (e delle prassi) decentralizzatrici, sindacal-partecipative, democraticistiche, antimeritocratiche. È la crisi che ha inghiottito anche tutte le culture politiche del Novecento italiano, tutte le loro premesse storico-ideali, nonché naturalmente tutti i partiti che esse avevano prodotto. Ed è infine la crisi che ha spinto ad accettare il dogma della privatizzazione, l’«andare sul mercato», di quasi tutte le reti nazionali di servizi (dalla rete ferroviaria e delle stazioni, alle Poste, agli aeroporti, alle autostrade) con il loro crollo qualitativo per il pubblico indifferenziato e il loro riorientamento classista a favore di chi può spendere; che ha spinto a considerare inammissibile qualunque ruolo sociale o economico diretto dello Stato, o quasi.  È in tutti questi modi che nell’ultimo venticinquennio quello che ho chiamato lo Stato italiano classico è andato decomponendosi.  Ora, il problema del Mezzogiorno, la «questione meridionale», era precisamente la questione di quello Stato, la principale sfida alla sua esistenza, il massimo dei suoi problemi storici, a cominciare da quello del consenso. E infatti fino a venticinque anni fa, fin quando quello Stato è esistito, il Mezzogiorno è stato sempre sentito dalle classi dirigenti italiane come un ineludibile banco di prova. Dalle classi dirigenti e, si può ben dire, dall’intera cultura storica e politica nazionale; la quale ha sempre considerato necessario per il progresso del Mezzogiorno due cose: da un lato l’apertura di un forte conflitto sociale e politico all’interno della stessa società meridionale (condizione resa a suo tempo finalmente possibile dall’avvento della democrazia repubblicana), dall’altro l’intervento deciso in tale conflitto di un attore esterno a fianco dei «buoni» contro i «cattivi»: fossero gli operai del Nord alleati immaginari dei contadini del Sud, fosse un’altrettanto immaginaria piccola imprenditoria antinotabilare, ma alla fine sempre e soprattutto lo Stato. Lo Stato i cui protagonisti politici del Novecento, in un modo o nell’altro, non a caso ebbero tutti dietro quella cultura storica e politica che ho appena detto: Mussolini il meridionalismo vociano e nittiano, il popolare trentino De Gasperi l’ispirazione del siciliano Sturzo, il comunista piemontese Togliatti la lezione del sardo Antonio Gramsci.  Il Mezzogiorno è precipitato nell’irrilevanza, si è avvitato nella decrescita, è scomparso come «questione», nel momento in cui si è dissolto questo complesso nodo storico al cui centro c’era lo Stato nazionale italiano: perché innanzi tutto si è dissolto questo Stato e per effetto di una tale dissoluzione.  Ho però l’impressione che per tutti questi discorsi il nostro presidente del Consiglio non abbia molto interesse. Che sia assai lontana dal suo pensiero l’idea che per raddrizzare le sorti del Mezzogiorno la prima cosa da fare sia, come io invece credo, riprendere in mano, ricostruire, dove occorra accrescere, la macchina dello Stato, ristabilire il significato culturale e politico dei suoi tradizionali ambiti d’azione, la sua efficienza, la sua capacità di controllo e d’intervento capillare, anche la sua forza repressiva. A Matteo Renzi, piace di più immaginare che costruire l’Alta Velocità fino a Reggio Calabria, questo sì cambierà le cose (ma perché non le ha cambiate la costruzione dell’autostrada? Perché?). Ai miei occhi è la prova che di quella parte del Paese che governa egli non conosce molto, forse non l’ha mai neppure troppo frequentata. Se avesse visto di persona, infatti, anche una sola volta, come gli abitanti e le autorità dell’intera costa che da Maratea va fino a Pizzo hanno ridotto quei luoghi, gli sarebbe venuto almeno il sospetto, sono sicuro, che il suo Frecciarossa non servirà assolutamente a nulla. " src="http://dizionari.corriere.it/images/info.gif" border="0" alt="" /></a></div>
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<h3><span style="color: #0000ff;">«Lo  Stato non è solo le sue risorse economiche, i finanziamenti pubblici.  Lo Stato è anche la legge e i diritti eguali. Cioè il contrario del  dominio degli interessi privati o di clan, il contrario dell’evasione  fiscale generalizzata, del clientelismo, della logica della  raccomandazione a spese del merito, dello sperpero del pubblico denaro.  Ci piacerebbe che i nostri concittadini del Mezzogiorno d’Italia se lo  ricordassero e ce lo ricordassero più spesso. E che dunque, ad esempio,  fossero loro per primi, i loro deputati, le loro assemblee locali, a  chiederci sì più spesa pubblica, ma anche un’azione sempre più energica  delle forze dell’ordine, un controllo sempre più incisivo da parte degli  organi dello Stato sulla vita sociale delle loro contrade, contro  quelli di loro, e Dio sa quanti sono, i quali pensano e agiscono in modo  ben diverso. Che contro tutti questi ci chiedessero, loro, più  severità, più intransigenza. Perché invece ciò non accade ormai se non  rarissime volte?</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Sono queste le parole che mi  sarebbe piaciuto sentir dire da Matteo Renzi venerdì scorso alla  direzione del Pd, parlando delle condizioni del Sud, al posto del  «rottamare i piagnistei» e dello «zero chiacchiere» con cui invece ha  condito il suo discorso. L a rottura decisa rispetto al passato di cui  il nostro Paese ha bisogno dovrebbe essere, infatti, anche una rottura  nel linguaggio. E non già, come si capisce, verso il basso, verso i  tweet e gli hashtag , bensì verso l’alto, verso la dimensione in cui si  esprimono per l’appunto quelle visioni generali nuove e audaci di cui  abbiamo bisogno. Di cui ha bisogno in modo tutto speciale il  Mezzogiorno.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">L’inizio del cui declino attuale  coincide con l’inizio della crisi che dagli anni Novanta del secolo  scorso &#8211; combinando elementi nazionali e internazionali, assommando il  post-sessantottismo ai più vari diktat dell’Europa di Bruxelles &#8211; va  disintegrando lo Stato italiano storico, formatosi con il Risorgimento e  durato fin verso la fine della Prima Repubblica. È la crisi che da  oltre un ventennio va mangiandosi tutte le strutture amministrative del  nostro vecchio Stato, tutti i suoi abituali ambiti d’azione di un tempo  (dall’istruzione al controllo sugli enti locali, alla tutela del  paesaggio e del patrimonio artistico), per effetto del trionfo delle  retoriche (e delle prassi) decentralizzatrici, sindacal-partecipative,  democraticistiche, antimeritocratiche. È la crisi che ha inghiottito  anche tutte le culture politiche del Novecento italiano, tutte le loro  premesse storico-ideali, nonché naturalmente tutti i partiti che esse  avevano prodotto. Ed è infine la crisi che ha spinto ad accettare il  dogma della privatizzazione, l’«andare sul mercato», di quasi tutte le  reti nazionali di servizi (dalla rete ferroviaria e delle stazioni, alle  Poste, agli aeroporti, alle autostrade) con il loro crollo qualitativo  per il pubblico indifferenziato e il loro riorientamento classista a  favore di chi può spendere; che ha spinto a considerare inammissibile  qualunque ruolo sociale o economico diretto dello Stato, o quasi.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">È in tutti questi modi che nell’ultimo venticinquennio quello che ho chiamato lo Stato italiano classico è andato decomponendosi.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Ora, il problema del Mezzogiorno,  la «questione meridionale», era precisamente la questione di quello  Stato, la principale sfida alla sua esistenza, il massimo dei suoi  problemi storici, a cominciare da quello del consenso. E infatti fino a  venticinque anni fa, fin quando quello Stato è esistito, il Mezzogiorno è  stato sempre sentito dalle classi dirigenti italiane come un  ineludibile banco di prova. Dalle classi dirigenti e, si può ben dire,  dall’intera cultura storica e politica nazionale; la quale ha sempre  considerato necessario per il progresso del Mezzogiorno due cose: da un  lato l’apertura di un forte conflitto sociale e politico all’interno  della stessa società meridionale (condizione resa a suo tempo finalmente  possibile dall’avvento della democrazia repubblicana), dall’altro  l’intervento deciso in tale conflitto di un attore esterno a fianco dei  «buoni» contro i «cattivi»: fossero gli operai del Nord alleati  immaginari dei contadini del Sud, fosse un’altrettanto immaginaria  piccola imprenditoria antinotabilare, ma alla fine sempre e soprattutto  lo Stato. Lo Stato i cui protagonisti politici del Novecento, in un modo  o nell’altro, non a caso ebbero tutti dietro quella cultura storica e  politica che ho appena detto: Mussolini il meridionalismo vociano e  nittiano, il popolare trentino De Gasperi l’ispirazione del siciliano  Sturzo, il comunista piemontese Togliatti la lezione del sardo Antonio  Gramsci.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Il Mezzogiorno è precipitato nell’irrilevanza,  si è avvitato nella decrescita, è scomparso come «questione», nel  momento in cui si è dissolto questo complesso nodo storico al cui centro  c’era lo Stato nazionale italiano: perché innanzi tutto si è dissolto  questo Stato e per effetto di una tale dissoluzione.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Ho però l’impressione che per  tutti questi discorsi il nostro presidente del Consiglio non abbia molto  interesse. Che sia assai lontana dal suo pensiero l’idea che per  raddrizzare le sorti del Mezzogiorno la prima cosa da fare sia, come io  invece credo, riprendere in mano, ricostruire, dove occorra accrescere,  la macchina dello Stato, ristabilire il significato culturale e politico  dei suoi tradizionali ambiti d’azione, la sua efficienza, la sua  capacità di controllo e d’intervento capillare, anche la sua forza  repressiva. A Matteo Renzi, piace di più immaginare che costruire l’Alta  Velocità fino a Reggio Calabria, questo sì cambierà le cose (ma perché  non le ha cambiate la costruzione dell’autostrada? Perché?). Ai miei  occhi è la prova che di quella parte del Paese che governa egli non  conosce molto, forse non l’ha mai neppure troppo frequentata. Se avesse  visto di persona, infatti, anche una sola volta, come gli abitanti e le  autorità dell’intera costa che da Maratea va fino a Pizzo hanno ridotto  quei luoghi, gli sarebbe venuto almeno il sospetto, sono sicuro, che il  suo Frecciarossa non servirà assolutamente a nulla. <span style="color: #ff0000;">Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera, 9 agosto 2015</span></span></h3>
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		<title>IL TRAGICO COSTO DEL CONSENSO</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Aug 2015 09:37:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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Con  molta buona volontà è possibile abbozzare un sorriso quando il  presidente del consiglio – contraddicendo il Fondo Monetario  Internazionale – annunzia che la ripresa è cominciata. Con qualche  sforzo in più possiamo anche rallegrarci alla lettura dei dati sul Pil o  sui nuovi contratti di lavoro anche se [...]]]></description>
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<p><img src="http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/methode_image/2015/08/03/Puglia/Foto%20Trattate/1548381-kt9B-U46010940891595pPC-180x140@CorriereMezzogiorno-Web-Mezzogiorno.jpg?v=201508031206" alt="" /></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Con  molta buona volontà è possibile abbozzare un sorriso quando il  presidente del consiglio – contraddicendo il Fondo Monetario  Internazionale – annunzia che la ripresa è cominciata. Con qualche  sforzo in più possiamo anche rallegrarci alla lettura dei dati sul Pil o  sui nuovi contratti di lavoro anche se le percentuali ricordano quelle  dei prefissi telefonici. Poi, però, la Svimez ha pubblicato l’ultimo  rapporto sul Mezzogiorno nel quale si mostra come il sottosviluppo delle  regioni meridionali sia ormai un dato strutturale e che la patologica  disoccupazione non sia un fenomeno congiunturale ma una tragica e  permanente caratteristica. Infine, ogni voglia di sorridere scompare  quando le analisi Svimez dimostrano come la crescita del Mezzogiorno tra  il 2000 ed il 2013 sia stata la metà di quella greca, di un paese,  cioè, considerato il più disastrato dell’ Ue. Sperare che sole, mare e  turismo possano invertire la tendenza è illudersi. Sembra passato un  secolo dagli anni non lontani in cui molti ritenevano che, magari in  tempi non così brevi, come affermavano gli economisti della Cassa per il  Mezzogiorno ed i cosiddetti «meridionalisti di Stato» , il divario tra  Nord e Sud sarebbe stato superato. Rincorrendo questo obiettivo – o  sogno – è stata impiegata una quantità di risorse inimmaginabili. Denari  in gran parte dilapidati perché spesso serviti per costruire il  consenso ed alimentare ceti sociali improduttivi.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">I canali  nei quali gli enormi capitali destinati allo sviluppo sono stati  dispersi sono innumerevoli: opere pubbliche inutili, costose e spesso  neppure terminate, moltiplicazione di impieghi improduttivi, creazione  di apparati politici ed amministrativi funzionali solo alla riproduzione  di un ceto politico largamente parassitario. Per non parlare di una  endemica e pervasiva corruzione. Il processo di sviluppo del  Mezzogiorno, dovendo contrastare le tendenze del mercato, non poteva che  essere pilotato politicamente dallo Stato e, soprattutto, dalle sue  articolazioni locali (Regioni, Province, Comuni, credito pubblico, ecc.  ). Il problema è che la logica con cui l’azione politica si è mossa  soprattutto negli ultimi venti anni – senza apprezzabili differenze di  schieramento o di regione – è stata fortemente autoreferenziale e  lontana da qualsiasi strategia di sviluppo. Obiettivo costante è stato,  invece, la costruzione del consenso ed attraverso questa  l’autoriproduzione degli apparati. Anche il confronto politico ed il  comportamento dei candidati in occasione delle ultime regionali in   Puglia e Campania ha mostrato chiaramente la persistenza di questa  logica. Se, come è stato spesso scritto, la politica è servizio,  possiamo affermare che nel Mezzogiorno abbiamo il personale di servizio  più caro e peggiore di Europa. <span style="color: #ff0000;">G. Amendola, Il Corriere del Mezzogiorno, 6 agosto 2015</span><br />
</span></h3>
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		<title>LO SCIOPERO ELETTORALE PUO&#8217; ESSERE SOLO L&#8217;&#8221;ANTIPASTO&#8221;, di Giuseppe De Tomaso</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Nov 2014 15:37:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Si  dice. È colpa degli scandali la fuga di massa degli elettori. Sarà. Ma  gli scandali sono una cartolina del Belpaese. Da sempre. Come il  Colosseo o la Torre di Pisa. Se questa volta, in due regioni, la  disaffezione dei votanti (pur non essendo un’anomalia in molte  democrazie occidentali) ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><img src="http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/foto/2014/11/56654_8.jpg" border="0" alt="" width="410" height="310" align="left" /><span style="color: #0000ff;">Si  dice. È colpa degli scandali la fuga di massa degli elettori. Sarà. Ma  gli scandali sono una cartolina del Belpaese. Da sempre. Come il  Colosseo o la Torre di Pisa. Se questa volta, in due regioni, la  disaffezione dei votanti (pur non essendo un’anomalia in molte  democrazie occidentali) ha raggiunto proporzioni da sciopero generale,  significa che il malessere collettivo è radicato a tal punto che le  future proteste della popolazione potrebbero oltrepassare il recinto  elettorale.</p>
<p></span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">Gli emiliani, i romagnoli, i calabresi che domenica hanno disertato le  urne non sono improvvisamente impazziti, né costituiscono un’eccezione  rispetto al sentimento comune diffuso nella Penisola. Anche se si fosse  votato nelle altre 18 regioni, l’astensionismo avrebbe toccato  ugualmente cime da capogiro.</p>
<p>Matteo Renzi può consolarsi con la vittoria del Pd. Ma è la classica  vittoria di Pirro, ottenuta mentre il grosso degli elettori ha optato  per la ritirata. Di questo passo, dicevamo, saranno ancora più estreme  le forme di insofferenza da parte dell’opinione pubblica.</p>
<p>Un tempo, quando la tassazione complessiva era lontana dagli attuali  livelli di confisca, si votava col cuore e con la testa. Oggi si vota  quasi esclusivamente con il portafogli. E siccome la classe politica, al  centro e in periferia, non fa altro che prelevare danaro per sostenere  non i servizi sociali, ma una struttura di potere degna di un Paese  sovietico, ai poveri votanti non resta che decretare lo sciopero  elettorale, nella speranza che le varie nomenklature invertano  l’andazzo, non soltanto per dare un sollievo ai contribuenti, ma  soprattutto per liberare risorse che le singole persone potrebbero  destinare alle attività produttive. Checché ritenga il buon presidente  del Consiglio, non sono i governi a creare ricchezza, bensì i  produttori, cioè gli imprenditori e i lavoratori. I governi, quasi  sempre, si distinguono nel dilapidare ricchezza, nel prelevare quel  «plusvalore» al centro degli studi di Karl Marx (1818-1883). Forse non  ha tutti i torti chi osserva che se, anziché con i  capitalisti-imprenditori «sfruttatori», il filosofo di Treviri se la  fosse presa con i governi «ingordi», la sua lezione avrebbe assunto una  validità universale, fuori dai confini del tempo.</p>
<p>Sono in molti, dopo l’affluenza choc alle regionali in Emilia-Romagna e  Calabria, a ritenere che se si fosse votato alle politiche,  probabilmente il dato della (scarsa) partecipazione non sarebbe  risultato così clamoroso. Forse. Più delle Province, da sempre, le  Regioni rappresentano le istituzioni meno apprezzate dai cittadini. Del  resto, i numeri non hanno bisogno di particolari esegeti: l’exploit del  debito pubblico coincide con l’entrata a regime della riforma che, nel  1970, introdusse i venti staterelli. E il superdebito costituisce la  causa primaria del prelievo fiscale record, un elemento che alleggerisce  le tasche degli italiani più dell’infinito bollettino degli scandali.  Di qui la reputazione, tutt’altro che esaltante, delle Regioni nelle  case dei cittadini.</p>
<p>Ma lo sciopero del voto dell’altro ieri ha tutta l’aria di annunciare  una sorta di preavviso alla classe dirigente: adesso si protesta non  votando, in futuro si potrebbe protestare non pagando (le tasse).  D’altronde, avvisaglie in tal senso già si avvertono in qualche Comune.  E, si sa, che in questa materia basta poco per appiccare un incendio.</p>
<p>La classe politica tende a sottovalutare la questione fiscale nella  speranza che la ripresa del Prodotto interno lordo possa ridare fiducia a  tutti. Ma il Pil non dà segnali di rilancio, anzi viene da chiedersi  qual è la condizione del Prodotto netto della nazione, visto che nel  Prodotto lordo è compresa anche la spesa improduttiva.</p>
<p>Renzi ha trasferito buona parte dei compiti di riscossione impositiva  dallo Stato agli enti locali, con la conseguenza che le addizionali  locali sono salite alle stelle e le abitazioni delle famiglie costano  meno di un viaggio di nozze. Indifferente all’incredulità generale, il  governo intende fare cassa col canone televisivo, probabilmente  l’imposta più avversata in circolazione. L’obiettivo dichiarato è  combattere l’evasione, l’effetto pratico sarà raccattare quattrini con  le bollette elettriche delle seconde e terze case, anche se quest’ultime  fossero sprovviste di teleschermi.</p>
<p>Silvio Berlusconi era partito con l’idea di snellire lo Stato, ma strada  facendo non solo se n’è dimenticato, ma ha dato il suo valido  contributo all’aumento della spesa pubblica, tanto che negli ultimi anni  il problema Fisco è pressoché sparito dalla sua agenda, per ricomparire  a intermittenza e senza convinzione in situazioni particolari.</p>
<p>Beppe Grillo aveva esordito con unprogramma radicale di rinnovamento,  lasciando in sospeso il tema delle tasse. Della serie: via chi comanda  da 20 anni, ma i balzelli possono restare. Ma ai cittadini sta a cuore  più il rinnovamento delle politiche che il ricambio dei politici. Di qui  l’inizio della discesa anche per il movimento pentastellato.</p>
<p>Rimane Matteo Salvini, forse il vero vincitore del minitest emiliano.  Salvini ha realizzato il miracolo, grazie alla memoria corta degli  italiani. Non solo è riuscito a oscurare le bravate di Umberto Bossi e  relativo cerchio magico di famigli, ma è riuscito innanzitutto a far  dimenticare le responsabilità della Lega nella sbornia per il  federalismo. Il che aveva portato alla Riforma (2001) del Titolo Quinto  della Costituzione: una babele di competenze e di sovrapposizioni fra  Stato e Regioni che ha innalzato vieppiù il vulcano del debito pubblico.</p>
<p>Qui la tragedia e la farsa si rincorrono senza fermarsi mai. <span style="color: #ff0000;">Giuseppe De Tomaso, La Gazzetta del Mezzogiorno, 25 novembre 2014</span></p>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><span style="color: #ff0000;">&#8230;&#8230;L&#8217;analisi di De Tomaso, direttore ed editorialisata della Gazzetta del Mezzogiorno, esposta in maniera sempilce, senza infingimenti sociologici, rispecchia la realtà. La gente che non è andata a votare e ancor meno lo farà nel futuro protesta non contro la politica ma contro gli sprechi e gli sperperi, contro l&#8217;affondo inaccettabile della tassazione ormai fuori misura che si abbatte sui cittadini con una violenza alla sceriffo di Nottingham e per di più, come è accaduto di recente nel nostro paesello, accompagnata da insofferenza e acredine da parte dei tassatori perchè ora &#8220;comandano loro&#8221;. Stupida affermazione, quanto chi la pronuncia che non si rende conto nella sua &#8220;piccolezza&#8221; di ancor più surriscaldare gli animi e provocare la reazione della gente stanca, sfiduciata e arrabbiata, sopratutto arrabbiata. g.<br />
</span></span></h3>
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		<title>TASSE RETROATTIVA COSTANTE  VIZIO DEI GOVERNI</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Oct 2014 07:57:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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di Massimo Fracaro e Nicola Saldutti


Il tempo, per il Fisco, assomiglia a una sorta di variabile indipendente. E il calendario, a pensarci bene, può persino girare al contrario. Dicembre, novembre, ottobre, settembre.

 

Accade spesso, anzi troppo spesso che, per esigenze di bilancio, si decida di spostare all’indietro le lancette dell’orologio. E  introdurre così aumenti [...]]]></description>
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<h3>di Massimo Fracaro e Nicola Saldutti</h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Il tempo, per il Fisco, assomiglia a una sorta di variabile indipendente. E il calendario, a pensarci bene, può persino girare al contrario. Dicembre, novembre, ottobre, settembre.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Accade spesso, anzi troppo spesso che, per esigenze di bilancio, si decida di spostare all’indietro le lancette dell’orologio. E  introdurre così aumenti delle tasse con effetto retroattivo. Un vizio  comune a tutti i governi degli ultimi anni e che ha contagiato lo stesso  Parlamento. Un giochetto (di prestigio) che consente, in pratica, di  concedere sgravi a qualche contribuente, penalizzandone, però, altri. O  di tappare, per questa via, improvvise falle nei conti pubblici.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">L’ultimo esempio è quello dell’Irap,  l’imposta regionale sulle attività produttive. Nella legge di Stabilità  è appena stato deciso di alleggerirla per chi farà nuove assunzioni,  soprattutto con contratti a tempo indeterminato, con una riduzione  dell’aliquota dal 3,9 al 3,5%. Peccato che ci sia l’altro lato della  medaglia: per tutti gli altri imprenditori, che non assumeranno, non  perché sono cattivi ma perché non possono, l’imposta torna al livello  precedente, al 3,9%. Da quando? Non dall’entrata in vigore della legge  di Stabilità fissata per gennaio 2015 — dopo, probabilmente un  estenuante dibattito parlamentare e la stesura di un maxi emendamento —,  ma da gennaio scorso. Sì, da gennaio 2014, con dodici mesi d’anticipo.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Si dirà che anche i vantaggi sono retroattivi,  ma in questo caso, come accade con il Codice penale, la norma dovrebbe  essere favorevole al reo (in questo caso il cittadino-imprenditore).  Retroattivi, ad esempio, sono stati i tagli ad alcune detrazioni fiscali  (polizze vita). Come gli aumenti delle addizionali locali del 2011.  Retroattivo rischia di essere anche l’incremento dall’11,5% al 20% del  prelievo annuo sui rendimenti dei fondi pensione. E, quando non si  aumentano le tasse, si cambiano le regole del gioco. A vantaggio  dell’Erario, ovviamente. Si calcola che, solo nel biennio 2011 e 2013  siano state approvate imposte retroattive per un valore di circa 5,5  miliardi.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Viene quindi da chiedersi quale validità abbia ancora lo Statuto del contribuente,  varato nel 2000 e presentato come il provvedimento che avrebbe reso più  equilibrato e corretto il rapporto tra il Fisco (lo Stato) e i  cittadini.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Lo Statuto, articolo 3, stabilisce che «le disposizioni tributarie non hanno effetto retroattivo.  Relativamente ai tributi periodici le modifiche introdotte si applicano  solo a partire dal periodo d’imposta successivo». Ma questa norma viene  spesso bypassata spiegando che si tratta di un’eccezione.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Secondo lo Statuto, le leggi che trattano un argomento diverso da quello tributario non possono intervenire in materia fiscale,  se non per la parte di stretta pertinenza. E invece le tasse si  moltiplicano proprio là dove non dovrebbero esserci e dove nessuno se le  aspetta. Un esempio? Il taglio alla deducibilità dei costi delle auto  aziendali introdotto per finanziare la legge Fornero sulla riforma del  mercato del lavoro.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">All’articolo 4 si stabilisce che  non si può disporre con decreto-legge l’istituzione di nuovi tributi  né prevedere l’applicazione di tributi esistenti ad altre categorie di  soggetti. Mentre molte imposte sono state introdotte proprio con decreto  legge. Perché? Siamo in emergenza.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> E così, di eccezione in eccezione, lo Statuto del contribuente è stato violato innumerevoli volte dal legislatore.  Almeno qualche centinaio di volte. E non solo sulla retroattività. Uno  statuto con i buchi, insomma. Un provvedimento che fa ancora la sua  bella figura nella vetrina del Fisco made in Italy. Ma dagli effetti  pratici quasi nulli. La trasformazione da sudditi a cittadini, che  doveva avvenire proprio grazie allo Statuto, non è stata ancora  completata. E sono già passati 14 anni. <span style="color: #ff0000;">Il Corriere della Sera, 23 ottobre 2014</span></span></h3>
<h4><span style="color: #0000ff;"><span style="color: #ff0000;">&#8230;&#8230;e il governo Renzi, al di là degli annunci roboanti sul taglio delle tasse, è in perfetta continuità con i precedenti in materia di imbrogli fiscali.<br />
</span></span></h4>
]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;ITALIA SORPASSATA IN RETE, di Gianantonio Stella</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Sep 2014 07:52:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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Ci  ha spezzato le reni, per dirla ironicamente col Duce, anche la Grecia.  Da ieri, sentenzia il sito netindex.com che misura la velocità di  download domestica sulla base di cinque milioni di test al giorno, siamo  novantottesimi al mondo. Dopo l’amata e malmessa Ellade e davanti al  Kenya. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><img title="Un computer in Rete  (Ap/Sakuma)" src="http://www.corriere.it/methode_image/2014/09/02/Cultura/Foto%20Cultura%20-%20Trattate/INI03F8_2402617F1_13-kY3H-U4303055650933850-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443.jpg?v=20140902074844" alt="Un computer in Rete  (Ap/Sakuma)" /></p>
<div>
<div><a href="http://www.corriere.it/editoriali/14_settembre_02/quei-sorpassi-subiti-rete-9254bd90-3262-11e4-8a37-758af3cd4875.shtml#votoEmo" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.corriere.it/editoriali/14_settembre_02/quei-sorpassi-subiti-rete-9254bd90-3262-11e4-8a37-758af3cd4875.shtml_votoEmo?referer=');"></a></div>
<div><a href="http://www.corriere.it/editoriali/14_settembre_02/quei-sorpassi-subiti-rete-9254bd90-3262-11e4-8a37-758af3cd4875.shtml#commentFormAnchor" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.corriere.it/editoriali/14_settembre_02/quei-sorpassi-subiti-rete-9254bd90-3262-11e4-8a37-758af3cd4875.shtml_commentFormAnchor?referer=');"> </a></div>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Ci  ha spezzato le reni, per dirla ironicamente col Duce, anche la Grecia.  Da ieri, sentenzia il sito netindex.com che misura la velocità di  download domestica sulla base di cinque milioni di test al giorno, siamo  novantottesimi al mondo. Dopo l’amata e malmessa Ellade e davanti al  Kenya. Nel dicembre 2010 eravamo al 70º posto. Nel dicembre 2012  all’84º. Sempre più giù, giù, giù&#8230;</span></h3>
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<h3></h3>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Coi nostri mediocri 8,51 megabyte mediamente  scaricabili al secondo siamo ultimi tra i Paesi del G8 (penultimo è il  Canada che svetta dal 23,09: il triplo), penultimi tra quelli europei  davanti alla Croazia e ultimissimi tra i 34 dell’Ocse. Abissalmente  lontani dalla velocità con cui scaricano dal Web i cinesi di Hong Kong,  quasi undici volte la nostra, ma anche i sudcoreani, gli svedesi, gli  svizzeri. C’è chi dirà: si tratta di realtà disomogenee e in qualche  modo eccentriche rispetto alle realtà economiche, tanto da vedere ai  primi posti per eccellenza della Rete la Romania, dove però i cittadini  dialogano ancor peggio di noi con gli sportelli informatici pubblici.</span></h3>
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<h3></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Vero. Resta il fatto che in  classifica siamo staccati di 58 gradini dalla Cina, 65 dalla Spagna, 69  dalla Germania, 71 dalla Gran Bretagna, 76 dalla Francia con la quale  fino a una dozzina di anni fa eravamo sostanzialmente alla pari. Per non  dire della velocità di upload, cioè del tempo che si impiega per  caricare un documento in Rete: quattro anni fa eravamo ottantaseiesimi.  Oggi siamo al 157º posto. Molto ma molto più distanti dalla Francia che  dal Congo o dal Burkina Faso.</span></h3>
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<h3></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Ora, se il Web servisse solo ai ragazzini per  dibattere dei tatuaggi preferiti o alle amanti della tisana per  consigliare la menta piperita, poco male. Il nodo, come dimostra  un’analisi di MM-One Group su dati Eurostat, è che la Rete è sempre più  un volano per l’economia. Il fatturato delle imprese europee ricavato  dal Web nel 2013 è stato in media del 14%. Ma la Gran Bretagna e la  Slovacchia sono già al 18, la Repubblica ceca al 26, l’Irlanda al 31%:  quasi un euro su tre, a Dublino e dintorni, arriva via Internet. Noi  siamo al 7%: la metà o meno delle altre europotenze. Per non dire del  turismo, che vive un boom spropositato a livello planetario ma che solo  parzialmente ci sfiora nonostante il nostro immenso patrimonio  culturale, paesaggistico ed enogastronomico.</span></h3>
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<h3></h3>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Il business vacanziero europeo dipende  per un quarto dal Web ma la quota si impenna fino al 39% nel Regno  Unito. Noi siamo al 17%: nettamente sotto la Francia e la Spagna, le  concorrenti dirette. Quanto al rapporto fra cittadini e pubblici  sportelli, un’altra ricerca MM-One sui Paesi che sfruttano meglio le  potenzialità della Rete dice che, se la Danimarca sta a 100, noi siamo a  9. Umiliante. Come se mancasse la consapevolezza, al centro e in  periferia, di quanto il settore sia centrale. Come se nessuno si fosse  accorto che perfino qui da noi, negli ultimi anni, come spiega l’Agenda  digitale italiana, il Web ha creato 700 mila posti di lavoro: sei volte  più degli addetti di un settore storico quale la chimica.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Eppure, davanti a un quadro così,  lo stesso governo del primo premier incessantemente affaccendato tra  Facebook e Twitter, WhatsApp ed Instagram pare aver deciso, stando alle  bozze dello Sblocca Italia, di limitare gli aiuti per l’estensione della  banda larga, sulla quale siamo in angoscioso ritardo sulla tabella di  marcia europea, agli sgravi fiscali (sostanziosi o meno non si sa) per  chi investirà sulle «aree a fallimento di mercato», quelle dove gli  operatori non mettono soldi per paura di perderci. Che dire? </span></h3>
<h3><span style="color: #ff0000;">&#8230;&#8230;.Lo chiede ai lettori Stella? Lo chieda al raccontatore di chiachciere, alias il premier Renzi. </span></h3>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>SOMMERSI DA UNA VALANGA DI REGOLE FISCALI, di Sergio Rizzo</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Aug 2014 08:21:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
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Bravissimi a «incasinare le cose  semplici», abbiamo «un sistema fiscale che è quanto di più assurdo,  farraginoso e devastante si possa immaginare». Diagnosi pressoché  perfetta, quella di Matteo Renzi. Così perfetta che di fronte a questa  realtà certe promesse, condite dalla convinzione che «se ci impegniamo  le tasse possiamo pagarle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Bravissimi a «incasinare le cose  semplici», abbiamo «un sistema fiscale che è quanto di più assurdo,  farraginoso e devastante si possa immaginare». Diagnosi pressoché  perfetta, quella di Matteo Renzi. Così perfetta che di fronte a questa  realtà certe promesse, condite dalla convinzione che «se ci impegniamo  le tasse possiamo pagarle con un sms» sembrano fantascienza.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> Inarrestabile  nel fare la pulci alla burocrazia, l’ufficio studi della  Confartigianato si è preso la briga di contare le norme in materia  fiscale che sono state emanate di volta in volta dai quattro  governi che si sono succeduti dal 29 aprile 2008 all’8 agosto 2014. Sono  la bellezza di 691, in 46 diversi provvedimenti. Una massa imponente di  regole e disposizioni che si sono andate ad aggiungere al mucchio, già  inverosimile, di leggi e circolari. E di quelle 691 norme, ben 418 hanno  avuto un impatto burocratico sulle imprese, rendendo ancora più  complessi gli adempimenti. Il tutto mentre le disposizioni che avrebbero  dovuto facilitargli la vita, sempre fiscalmente parlando, si sono  fermate a 96.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Facendo la differenza fra i due dati, salta fuori un «saldo burocratico», come lo definisce la Confartigianato, di 322.  Il che fa concludere che nei 2.292 giorni presi in esame il nostro  Fisco si è complicato al ritmo di una norma alla settimana. Esattamente,  una ogni 7,1 giorni. Sabati, domeniche e feste comandate comprese. E  poco importa che la maggioranza delle regole «complicatrici» abbia avuto  effetti contenuti, considerando che quelle il cui impatto è considerato  tragicamente insostenibile sono «soltanto» 29 su 418. Il fatto è che  quella «tela di Penelope» capace di rendere il sistema sempre più  intricato, lento e costoso hanno continuato imperterriti a tesserla di  giorno e smontarla di notte. Se è vero, nei sei anni presi in esame, che  per ogni norma di semplificazione ne sono state approvate 4,3 di  complicazione.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Il record assoluto è stato conseguito nel 2013, anno per due terzi governato da Enrico Letta.  L’organizzazione degli artigiani ha calcolato un «saldo burocratico» di  ben 93 norme. Una ogni 3,9 giorni. Al secondo posto il 2012,  interamente sotto la responsabilità del governo di Mario Monti, con il  «saldo burocratico» arrivato a 70. Vero è che anche l’esecutivo di  Silvio Berlusconi ci aveva messo del suo, con un «saldo» pari a 142. Ma  in tre anni e mezzo. E Renzi? Il governo dell’ex sindaco di Firenze,  afferma il dossier della Confartigianato, «ha emanato sette  provvedimenti con 75 norme di carattere fiscale di cui 24 semplificano,  11 sono neutre e 40 hanno impatto burocratico sulle imprese». C’è però  da dire che le semplificazioni sono quasi tutte concentrate (23 su 24)  nel decreto sulle dichiarazioni precompilate esaminato dal Consiglio dei  ministri a giugno ma ancora da approvare. Forse domani: vedremo. E se  nella valanga abbattutasi dal 2008 sulle imprese potrebbe essere quello  il provvedimento con il migliore «saldo burocratico», alla luce  dell’andazzo di questi sei anni non possiamo che considerarlo per ora  solo un segnale. La corda è davvero tesa all’inverosimile. Il segretario  generale della Confartigianato Cesare Fumagalli sostiene che non c’è da  perdere un minuto: «Il gioco di ridurre una tassa e poi aumentarne  altre perché serve gettito per coprire le spese sta ammazzando le  pecore, tosate già oltre ogni limite. Senza interventi immediati che  riducano gli oneri fiscali per le imprese si rischia davvero grosso. Se  non ora, quando?».</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Tornano alla mente le parole con cui il  ministro delle Finanze Antonio Gava debuttò in un’audizione  parlamentare: «La prima cosa, urgentissima, per potenziare la lotta  all’evasione fiscale, è la semplificazione del sistema tributario».  Correva l’anno 1987. Sei anni dopo, era il 1993, il suo successore  Franco Reviglio firmava il decreto istitutivo di una commissione per la  semplificazione della normativa fiscale. Finita nel nulla.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> Neanche quindici mesi e il primo governo  Berlusconi, ministro il «Reviglio boy» Giulio Tremonti, faceva  trapelare un progetto superavveniristico. Titolo dell’Ansa del 5  agosto 1994: «Fisco, verso pagamento tasse con bancomat». Rincarava la  dose il ministro Augusto Fantozzi, il 24 maggio 1995: «Grosse novità dal  ddl semplificazione fiscale». E nel 2001, mentre gli sportelli  automatici delle banche erano in attesa di avvistare il primo  contribuente e delle «grosse novità» non c’erano ancora tracce, Tremonti  dichiarava: «Grazie al regolamento sulla semplificazione del Fisco in  Italia si avranno 190 milioni di atti amministrativi in meno». Da allora  non c’è stato governo che non abbia garantito un Fisco più facile e  amico dei cittadini e delle imprese. L’ha promesso il centrodestra e  l’ha promesso il centrosinistra. L’ha promesso il governo tecnico e l’ha  promesso quello delle larghe intese. Ma ondeggiando arditamente fra  bancomat, sms e dichiarazioni precompilate alla francese, siamo sempre  lì. Sempre più sommersi da commi, circolari e regolamenti. Inchiodati a  quel 1987, quando la semplificazione era considerata urgentissima.  Quando Reagan e Gorbaciov firmavano il trattato sugli euromissili, la  Cbs trasmetteva in America la prima puntata di Beautiful, al maxiprocesso di Palermo la cupola di Cosa nostra veniva condannata all’ergastolo&#8230; <span style="color: #ff0000;">Sergio Rizzo, Il Corriere della Sera, 29 agosto 2014</span><br />
</span></h3>
]]></content:encoded>
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		<title>DUE REGOLE NON SCRITTE, di Antonio Polito</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Aug 2014 07:48:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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Appena sabato scorso Arnaud Montebourg  aveva detto a Le Monde che «l’Europa deve fare come Matteo Renzi» e  liberarsi dell’«ossessione tedesca per l’austerità». Non gli ha portato  bene. Tre giorni dopo è stato licenziato da François Hollande, aprendo a  Parigi una crisi di governo di inusitata gravità, solo cinque mesi dopo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Appena sabato scorso Arnaud Montebourg  aveva detto a Le Monde che «l’Europa deve fare come Matteo Renzi» e  liberarsi dell’«ossessione tedesca per l’austerità». Non gli ha portato  bene. Tre giorni dopo è stato licenziato da François Hollande, aprendo a  Parigi una crisi di governo di inusitata gravità, solo cinque mesi dopo  la nascita dell’esecutivo guidato da Manuel Valls (un altro che è stato spesso paragonato a Renzi).</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Naturalmente il ministro dell’Economia  francese non è stato punito perché troppo renziano. Anzi, se si vuol  stare al paragone con l’Italia, il Don Chisciotte della sinistra  d’Oltralpe assomiglia più a un Fassina o a un Bertinotti vecchia  maniera. Ma la sua cacciata conferma due leggi della politica europea da  cui neanche la Francia si è mai allontanata, e che faremmo bene a  tenere sempre a mente anche noi italiani.<br />
La prima è che delle «due  sinistre» quella che non fa i conti con la realtà, che si illude e  illude gli elettori di poter tornare all’età dell’oro socialdemocratica  facendo deficit e mettendo tasse, è destinata a perdere. Seppure su  scala minore, la crisi di Parigi ricorda lo scontro con cui alla fine  degli anni Novanta il Cancelliere Schröder si liberò del ministro  Lafontaine a Berlino. La rottura della Spd con la sinistra interna diede  il via alla stagione di riforme che salvarono la Germania dal declino  economico, e aprirono la strada all’era Merkel. Hollande, allo stesso  modo, vuole riaffermare la sua autorità sul partito e sul governo  proprio mentre è impegnato in un programma di riforme liberali della  stagnante economia francese.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">La seconda legge che esce confermata dalla  punizione di Montebourg è che Parigi, chiunque sia al governo, non  guiderà mai un fronte di opposizione alla Germania. La Francia non ha  alcun interesse a diventare il capofila dei deboli. Sia perché la sua  missione politica è quella di stare nel cuore dell’Europa, sia perché i  mercati la premiano finché resta attaccata a Berlino, con tassi di  interesse bassi quando non addirittura negativi, nonostante deficit alti  e crescita zero. Perché mai Hollande dovrebbe dunque trasformare la sua  retorica anti-austerità in un vero e proprio scontro con la Merkel,  come il ministro ribelle lo invitava a fare?</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">È bene dunque non farsi troppe illusioni  su presunti assi mediterranei tra Parigi e Roma per piegare Berlino.  Ogni Paese deve contare sulla sua credibilità prima di ogni altra cosa.  La Spagna, per esempio, ha fatto riforme efficaci dell’economia che le  hanno consentito a giugno, insieme al Portogallo, di dire di no alla  richiesta italiana di maggiore flessibilità nei conti, e che  probabilmente le varranno la nomina di Luis de Guindos alla presidenza  dell’Eurogruppo (con il francese Moscovici che conquista l’Economia e la  nostra Mogherini piazzata alla Politica estera).</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Non abbiamo dunque altra strada che  trasformare le promesse e gli annunci della stagione Renzi in realtà. Il  nostro governo ha ancora un grande capitale di fiducia da spendere in  Europa. Ma deve agire. Riforme radicali della giustizia e del mercato  del lavoro sono, nelle prossime settimane, l’unica vera arma di cui  dispone. E, come i fatti francesi hanno dimostrato, valgono molto più  degli applausi di un Montebourg. </span><span style="color: #ff0000;">Antonio Polito, Il Corriere della Sera, 26 agosto 2014</span></h3>
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		<title>IL PERIMETRO DELLA SOVRANITA&#8217; (italiana), di Antonio Polito</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Aug 2014 08:09:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
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Questa è la quarta estate d’ansia per la  nostra sovranità. Ed è la quarta di seguito in cui ci accorgiamo che il  governo ha sbagliato i conti, che la ripresa era un miraggio, e che non  cresceremo affatto. Nella prima estate c’era Berlusconi, nella seconda  Monti, poi Letta, ora Renzi. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><a href="http://www.corriere.it/editoriali/14_agosto_13/perimetro-sovranita-c435c4f8-22a9-11e4-9eb4-50fb62fb3913.shtml#" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.corriere.it/editoriali/14_agosto_13/perimetro-sovranita-c435c4f8-22a9-11e4-9eb4-50fb62fb3913.shtml?referer=');"> </a></div>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Questa è la quarta estate d’ansia per la  nostra sovranità. Ed è la quarta di seguito in cui ci accorgiamo che il  governo ha sbagliato i conti, che la ripresa era un miraggio, e che non  cresceremo affatto. Nella prima estate c’era Berlusconi, nella seconda  Monti, poi Letta, ora Renzi. Cambiano vorticosamente i premier ma i  problemi restano uguali, come la crisi in cui è piombato il nostro  Paese. E alla fine del tunnel c’è sempre l’identica alternativa: o ce la  facciamo da soli, o qualcuno lo farà al posto nostro. Perché l’Italia è  troppo grande, e troppo intrecciata è la sua sorte con quella  dell’intera Europa, per poter fallire.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Il tema della sovranità è tutto qui:  meglio farlo noi o lasciarcelo imporre da altri? E la risposta sembra  scontata: meglio farlo noi. È per questo che abbiamo cambiato quattro  governi in quattro anni. Ma arrivati al punto in cui siamo, al debito in  cui siamo, alla recessione in cui siamo, il dubbio che serpeggia in  Europa è: ce la faranno mai, da soli?</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Per far da soli ci siamo sottoposti a grandi sacrifici,  che hanno reso ben presto impopolare chiunque abbia governato. Ma se  avessimo chiesto aiuto avremmo pagato un prezzo molto più alto: in tutti  i Paesi che l’hanno fatto, perfino gli stipendi degli statali sono  stati tagliati. Spagna e Portogallo si stanno sì riprendendo, ma a costo  di uno choc sociale che chi governa l’Italia ha il dovere di evitare.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Perciò ha ragione Renzi, come altri premier prima di lui,  quando dice con orgoglio che ciò che c’è da fare lo decidiamo noi. È  esattamente questo il perimetro della nostra sovranità. Essa infatti ci  conserva la libertà di decidere su tasse, spese, pensioni, mercato del  lavoro. Ma è limitata da due colonne d’Ercole oltre le quali non  possiamo più andare: da un lato ci sono i Trattati, da noi liberamente  firmati, che ci dicono di quanto possiamo indebitarci ogni anno;  dall’altro ci sono i mercati, che ci dicono quanto costa indebitarci  ogni anno.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Dunque la nostra sovranità non è limitata da Bruxelles,  ma dal nostro debito. Anzi, per essere più precisi, dal credito che ci  danno i risparmiatori di tutto il mondo e chi ne gestisce i capitali.  Siccome il nostro debito è immane, la nostra sovranità è già molto  limitata. Ogni volta che ci servono soldi, ne perdiamo un pezzo. Meno ne  chiediamo e più liberi siamo. Ma se non ricominciamo a produrre  ricchezza, ne dovremo chiedere sempre di più.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Per nostra fortuna stiamo vivendo un momento magico dei mercati.  Nonostante le nubi nere che si aggirano per l’Europa, si mantengono  calmi. Ma non c’è bisogno di essere un gufo per capire che questa  bonaccia può finire da un momento all’altro.<br />
Ecco dunque un’ottima  ragione per correre, e sbrigarsi a fare ciò che va fatto. Questo non è  un braccio di ferro con Juncker per avere uno sconticino, non è  questione che si possa risolvere all’italiana, con un po’ di furbizia e  qualche rodomontata. Se continuiamo ad aspettare passivamente una  ripresa che poi resta zero, o sotto zero; se continuiamo ad eludere  scelte difficili definendole inutili totem, non c’è alcuna speranza di  reggere il nostro deficit sopra la linea di galleggiamento. In un mondo  nel quale merci e capitali circolano liberamente e globalmente, è  sovrano solo chi è forte. E noi stiamo diventando troppo deboli per  vivere un’altra estate così. <span style="color: #ff0000;">Antonio Polito, Il Corriere della Sera, 13 agosto 2014</span><br />
</span></h3>
]]></content:encoded>
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		<title>I REGALI DEL GOVERNO PER CAPODANNO: AUMENTI A VALANGA SU TUTTO, DALLE LETTERE AI RIFIUTI, DALLA PAUSA CAFFE&#8217; ALLA BENZINA.</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Dec 2013 14:05:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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Dal primo gennaio sarà più caro anche spedire una lettera e  una raccomandata. Perfino consumare un caffè o una bibita alla  macchinetta. E anche su benzina e gasolio tira una brutta aria: in  questi giorni di festa i distributori hanno fatto registrare forti  rincari in mancanza come al solito di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="thumb-dida box-img " title="(Fotogramma)"><img title="(Fotogramma)" src="http://images2.corriereobjects.it/methode_image/2013/12/27/Economia/Foto%20Economia%20-%20Trattate/12mil07roma3-U4300032464844948G-U430001767278852ldB-398x174@Corriere-Web-Nazionale.JPG?v=20131227074828" border="0" alt="(Fotogramma)" width="398" height="174" /><span class="dida_bt_article"> </span></div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Dal primo gennaio sarà più caro anche spedire una lettera e  una raccomandata. Perfino consumare un caffè o una bibita alla  macchinetta. E anche su benzina e gasolio tira una brutta aria: in  questi giorni di festa i distributori hanno fatto registrare forti  rincari in mancanza come al solito di concorrenza ed efficienza di  sistema. </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><span style="font-weight: bold;">Poi ci sono i trasporti locali che in molte Regioni &#8211; come il Piemonte</span> &#8211; dal 15 dicembre hanno messo a segno aumenti medi del 20% colpendo  soprattutto i pendolari. Senza contare che i pedaggi autostradali  regionali &#8211; dopo che in aprile scorso la rete nazionale ha portato a  casa un adeguamento medio del 3% circa &#8211; stanno cercando di recuperare:  dal primo di gennaio, per esempio, salirà del 12,91% il pedaggio delle  Autovie venete. Ma la parte del leone in questa corsa ai rincari verrà  ricoperta dalla nuova versione della Tares, l’imposta locale sui rifiuti  che verrà pagata dagli inquilini, per la quale secondo i calcoli di  Confesercenti aumenterà fino al 60% rispetto a quanto pagato l’anno  scorso. Per non dire del nuovo calcolo sul consumo dell’acqua disposto  in questi giorni dal Garante che partirà da gennaio e sapremo presto se  sarà vantaggioso per il consumatore o no. Si accettano scommesse.</p>
<p><span style="font-weight: bold;"> </span></p>
<p></span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<div class="striscia-fotogallery">
<h3><span style="color: #0000ff;"><span class="title">I settori critici:</span></span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><span style="font-weight: bold;">L’aumento di lettere e raccomandate sarà salato anche se potrà non scattare subito ma entro due anni.</span> A deciderlo saranno Le Poste. Il costo per spedire una lettera potrà  salire dagli attuali 70 centesimi sino a 95 centesimi e le raccomandate  da 3,60 a 5,40 euro. Il via libera a questi vistosi rincari è arrivato  dall’Autorità per la Garanzia nelle Comunicazioni (Agcom). Un complesso  provvedimento su questo argomento è stato pubblicato sul sito dell’Agcom  e stabilisce appunto che «Poste Italiane ha facoltà di incrementare il  prezzo delle posta prioritaria relativa alla prima fascia di peso (0-20  grammi), fino a 0,95 euro/invio, entro il 2016».</p>
<p></span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><span style="font-weight: bold;"> Rincari in vista per caffè, bibite e snack acquistati nei distributori automatici</span> anche nelle scuole e negli ospedali. Dal 1° gennaio sarà possibile  aumentare il prezzo di circa il 6%, adeguandolo all’aumento Iva dal 4 al  10%, anche per le «macchinette» collocate in edifici pubblici per i  quali erano stati stipulati i contratti prima dell’aggravio fiscale. Lo  ha annunciato ieri la Confida-Confcommercio commentando un emendamento  alla legge di Stabilità.</p>
<p></span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><span style="font-weight: bold;">Brutte notizie sul fronte dei carburanti. Il Codacons ha già chiesto al governo</span> provvedimenti per evitare un’onda di rincari proprio quando «gli  automobilisti italiani sono in movimento per le festività». Benzina e  gasolio hanno fatto registrare in questi giorni forti rincari,  raggiungendo una media di 1,796 euro al litro la verde (e punte di 1,830  euro/litro) e 1,726 euro al litro il diesel.</p>
<p><span style="font-weight: bold;">Novità tariffarie in arrivo dal prossimo anno anche nel settore energetico</span> esclusivamente per i cittadini che hanno deciso di scaldare la propria  abitazione utilizzando le pompe di calore. Questa tariffa che riguarda  quindi i consumi, non sarà più legata al volume dell’energia elettrica  utilizzata e più aderente agli effettivi costi dei servizi di rete: il  trasporto, la distribuzione e la gestione del contatore.</p>
<p></span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"></p>
<p></span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> <span style="font-weight: bold;">Lo ha deciso l’Autorità per l’energia approvando l’introduzione della cosiddetta tariffa «D1»</span>.  Le associazioni dei consumatori sono preoccupate. Nonostante il  probabile ribasso sulle bollette elettriche e del gas, il panorama  sembra fuori controllo e arriva in un momento di crollo dei consumi e di  bassa inflazione. Con alle spalle forti aumenti: in meno di due anni &#8211;  ricorda uno studio Confesercenti -, dal 2011 a ottobre 2013, le tariffe  sui servizi pubblici locali sono cresciute in media del 19.2%, quasi il  triplo del +7,3% registrato dai prezzi al consumo nello stesso periodo,  comportando un aggravio medio di 312 euro a famiglia</span>. Fonte:<span style="color: #ff0000;"> Il Corriere della Sera, 27 docembre 2013</span></h3>
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