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	<title>ILTORITTESE.it - fatti, notizie, cronaca, politica e cultura di Toritto (BA) &#187; Il territorio</title>
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	<description>fatti, notizie, cronaca, politica e cultura di Toritto (BA)</description>
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		<title>PAESE REALE DISORIENTATO: IL PEGGIO NON ERA PASSATO, di Antonio POLITO</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Oct 2020 10:24:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il territorio]]></category>

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Si sta aprendo un divario troppo grande tra l’angoscia del Paese reale e il frastuono del Paese legale. Tra  la paura di tanti italiani e la risposta del decisore politico. Così  non fu in primavera. Allora ci sentimmo tutti sulla stessa barca, colti  all’improvviso e a sorpresa da un uragano. Stavolta abbiamo [...]]]></description>
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<p><span style="color: #333399;">Si sta aprendo un divario troppo grande tra l’angoscia del Paese reale e il frastuono del Paese legale. Tra  la paura di tanti italiani e la risposta del decisore politico. Così  non fu in primavera. Allora ci sentimmo tutti sulla stessa barca, colti  all’improvviso e a sorpresa da un uragano. Stavolta abbiamo visto  arrivare la tempesta da lontano, per mesi, e ci siamo lo stesso finiti  dentro. Questo ha scosso la fiducia del  Paese in se stesso. E il potere politico, che di fronte alla prima  ondata ci apparve come un utile protettore, e per questo gli perdonammo  molti errori, oggi sembra aver ripreso invece i suoi antichi panni di  egocentrico affabulatore.</span></p>
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<p><span style="color: #333399;">La nostra angoscia è colpa del virus. La seconda volta colpisce con perfidia perfino maggiore,  perché pensavamo di aver passato il peggio, e invece il peggio sta  tornando. E non è così solo in Italia: lo Stato moderno, lo Stato del  welfare, pur con tutta la sua enorme potenza di fuoco, arranca ovunque,  forse con l’unica eccezione della solita Germania. Per giunta: in  primavera il fronte interno era concentrato in quattro regioni, tra  l’altro le più dotate in quanto a risorse e mezzi della sanità pubblica.  Oggi il nemico è ovunque, dal Sud al Nord. Infine: l’epidemia ci ha  giocato il brutto scherzo di farci partire al secondo giro per ultimi,  dandoci l’illusione ottica che avremmo potuto scansare ciò che stava  accadendo in Francia o in Belgio, e invece eravamo solo in ritardo.  L’effetto è stato esiziale: abbiamo abbassato la guardia, anzi la  mascherina, troppo presto.</span></p>
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<p><span style="color: #333399;"> Ma se il contagio è la variabile indipendente e speriamo non impazzita di questa tragedia,  l’azione degli uomini potrebbe e anzi dovrebbe mitigarne gli effetti.  Bisogna dire che non ci stiamo riuscendo. Anzi, con il passare dei  giorni si alza un frastuono di cifre e polemiche che disorienta il Paese  reale e forse lo allarma anche di più, perché introduce dubbi sulla  capacità del pilota di garantirci un atterraggio morbido. Lungi da me  voler stabilire chi ha ragione nella «querelle» dei posti in terapia  intensiva. C’è chi dice (Conte) che li abbiamo raddoppiati e chi dice  (Arcuri) che sono passati da 5.179 a 6.628, perché le Regioni non hanno  usato 1.600 ventilatori polmonari a loro forniti (in Germania oggi ci  sono 40 mila letti, di cui 30 mila con un respiratore). Ma lasciamo un  attimo da parte l’anello finale della catena, che forse oggi è anche  quello che regge di più. Ci sono altre falle ben più preoccupanti nella  linea Maginot che doveva proteggerci dalla seconda ondata. La più grave  delle quali è al capo opposto dell’emergenza, lì dove essa comincia: la  medicina del territorio. Il sistema di tracciamento, per interrompere le  linee di contagio, è praticamente saltato. Un po’ per i numeri  eccezionali di positivi di cui bisogna cercare e testare i contatti  stretti. Ma anche perché i tracciatori nelle Asl sono troppo pochi. La  rete doveva essere potenziata del 30% ma così non è stato. Gli  infermieri assunti vengono anzi ora dirottati inevitabilmente verso gli  ospedali, e la prima linea si sguarnisce. Per capire la sproporzione tra  risorse e bisogni basti questo dato. Abbiamo  assunto 33 mila tra medici e infermieri, un grande sforzo, al costo di  un miliardo e ottocento milioni l’anno. Ma la dotazione aggiuntiva  prevista nel bilancio del prossimo anno per la sanità publica è di 4  miliardi, cioè poco più del doppio. E con ciò che resta dobbiamo  comprare anche i vaccini, gli anticorpi monoclonali, i test rapidi&#8230; Ce  la faremo?</span></p>
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<p><span style="color: #333399;">Non sentiamo discutere di questo. Il governo e l’opposizione, tra di loro e al loro interno,  non discutono di quanto ci serva per rifare una sanità depauperata  (insieme alla scuola) da decenni di declino economico e di acqua alla  gola nel bilancio pubblico. Si discute invece accanitamente del Mes, se  sia o non sia il miglior strumento per ricavare le risorse necessarie.  Se ne venisse indicato un altro alternativo, il dibattito accademico su  tassi e condizionalità sarebbe anche interessante.</span></p>
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<p><span style="color: #333399;">Il presidente del Consiglio ci ha ricordato in conferenza stampa che sempre di prestiti  si tratterebbe, dunque da restituire prima o poi. Ha ragione. Sarebbe  anzi bene che lo ricordasse agli italiani anche quando aumenta di 100  miliardi in un anno la spesa pubblica per sostenere l’economia in  ginocchio, o quando prende 27,5 miliardi del fondo europeo Sure per la  disoccupazione, e perfino quando prenderà quella parte dei fondi  Recovery, 110 miliardi, che non sono a fondo perduto. Sono tutti  prestiti, più o meno cari, ma tutti più o meno da restituire. Del resto,  esiste un altro modo di uscirne? Il punto è come li usiamo e quanto ci  mettiamo a spenderli.</span></p>
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<h3><span style="color: #333399;">Sarebbe bello se invece del frastuono si discutesse di questo. Gli  italiani angosciati dal rischio di finire in un letto di ospedale non  si chiedono da dove attingere le risorse, ma se ci saranno; per evitare,  come già accade, di passare la notte in ambulanza in attesa che si liberi un posto.</span></h3>
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<h3><span style="color: #333399;">Nel frastuono un ruolo lo gioca pure l’opposizione. Divisa  tra la voglia di difendere le attività produttive da nuovi lockdown e  la voglia di criticare però il governo se questi sceglie una linea soft;  pronta a festeggiare l’addio di Conte al Mes mentre protesta per la  mancanza di risorse negli ospedali e la lentezza dei tamponi;  determinata al coprifuoco dove governa come in Lombardia, ma nemica  delle misure più rigorose nelle piazze dove può fare agitazione. Per chiedere agli italiani, come si fa ormai ogni giorno, senso di responsabilità, bisogna anche mostrarne. Oggi è il Paese legale che deve qualcosa al Paese reale.<span style="color: #ff0000;"> Antonio Polito, Il Corrire della Sera 21/10/2020</span><br />
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		<title>IL VOTO NEGLI USA E L&#8217;AMERICA CHE SERVE ALL&#8217;EUROPA, di aNGELO panebianco</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Sep 2020 09:45:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Politica estera]]></category>

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Nelle elezioni il cui esito influenzerà i  destini del mondo per molti anni a venire, niente appare più scontato  man mano che avanza la campagna elettorale. Il candidato  democratico Joe Biden è ancora in vantaggio (stando ai sondaggi) ma il  presidente uscente Donald Trump è in recupero. Forse, almeno in parte, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Nelle elezioni il cui esito influenzerà i  destini del mondo per molti anni a venire, niente appare più scontato  man mano che avanza la campagna elettorale. Il candidato  democratico Joe Biden è ancora in vantaggio (stando ai sondaggi) ma il  presidente uscente Donald Trump è in recupero. Forse, almeno in parte,  perché le rivolte urbane di questi mesi hanno spaventato molti elettori.  Per aver chiaro quale sia la posta in gioco servono due premesse. La  prima è che un europeo, posto di fronte alle elezioni statunitensi,  dovrebbe solo chiedersi quale sia, per noi europei, l’esito migliore.  Non lo comprendono, nel Vecchio Continente, né quelli che tifano Trump  perché si sentono ideologicamente vicini a lui né quelli che gli  preferiscono Biden per la stessa ragione. La seconda premessa è che chi  apprezza l’ordine liberale (la democrazia rappresentativa, l’economia di  mercato, le libertà civili) che vige nel mondo occidentale dalla fine  della Seconda guerra mondiale è tenuto anche a sapere che quell’ordine  può perpetuarsi soltanto se sono presenti certe condizioni culturali,  sociali, economiche. Ma anche geopolitiche: le scelte future degli Stati  Uniti influenzeranno le sorti dell’ordine liberale occidentale,  contribuiranno alla sua perpetuazione oppure al suo dissolvimento.  Qualcuno sostiene, con ragione, che, contrariamente a ciò che molti  dicono, la politica estera (l’unica di cui qui mi occupo) di Trump non è  solo un insieme di sbagli.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Ci sono ambiti nei quali Trump ha rimediato a  errori del suo predecessore Barack Obama. Per esempio, il duro confronto  di Trump con una Cina che per troppo tempo ha giocato a sfruttare (e  gioca tuttora a sfruttare) le debolezze del mondo occidentale, non  merita di essere trattato con disdegno: nel rapporto fra Occidente e  Cina c’è un problema reale e Trump ha avuto il merito di sollevarlo e di  agire di conseguenza. Sempre a merito di Trump si può citare la svolta  in Medio Oriente su un crinale delicatissimo: il nuovo posizionamento  degli Stati Uniti (che poi è un ritorno all’antico) rispetto alla  divisione fra musulmani sunniti e sciiti. I suoi due predecessori — Bush  con la guerra in Iraq che liberò la maggioranza sciita del Paese dalla  tirannia di una minoranza sunnita, e Obama con il trattato sul nucleare  con l’Iran — avevano scelto di dialogare con gli sciiti a scapito della  più antica e tradizionale alleanza con il mondo sunnita. Valutato alla  distanza, questo rovesciamento di alleanze non sembra avere generato i  benefici che ci si poteva attendeva, non è servito a dare più stabilità  alla regione né a mettere definitivamente fuori gioco il jihadismo  sunnita. Né ha ridotto le minacce all’esistenza di Israele. Invece, la  politica di Trump sembra aver dato alcuni importanti frutti: il più  spettacolare riguarda il contributo alla normalizzazione dei rapporti  fra Israele e gli Emirati arabi (cui si è aggiunto ora il Bahrein), un  evento che può anticipare ulteriori avvicinamenti fra Israele e le  potenze sunnite (Turchia esclusa). Nemmeno il riconoscimento di  Gerusalemme come capitale di Israele da parte di Trump, che tanto  scandalizzò a suo tempo gli europei, ha impedito questa positiva  evoluzione.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Se vogliamo dare a Trump quel che è di Trump dobbiamo  riconoscere che questi aspetti della sua politica mediorientale — al  pari della sua politica nei confronti della Cina — sono positivi, non  meritano il disprezzo che riservano loro molti suoi avversari. Bisogna  anche sperare che un’eventuale Amministrazione Biden non si faccia  condizionare dagli umori anti-israeliani dell’ala più a sinistra del  Partito democratico e non operi per bloccare questi sviluppi. Sempre con  riferimento al Vicino e Medio Oriente, una volta detto che la politica  di Trump non ha brillato — anzi, ha fallito: si pensi alla brutalità con  cui ha voltato le spalle ai curdi — in Siria come in Libia, bisogna  riconoscergli delle attenuanti: semplicemente, Trump non è riuscito a  rimediare ai gravi errori commessi, in rapporto a Siria e Libia, dal suo  predecessore Obama.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Detto ciò, bisogna però aggiungere che meriti ed attenuanti  finiscono qui. Dopo di che, comincia la lunga lista dei gravissimi  demeriti (dal punto di vista dell’interesse occidentale). Trump, con  stile diverso da Obama, ma nella sostanza al pari di Obama, non ha  cessato di far sapere al mondo che l’America è impegnata a  ridimensionare il proprio ruolo internazionale. Il che ha scatenato gli  appetiti nelle varie aree delle altre grandi potenze (Russia, Cina) e di  potenze regionali (come la Turchia di Erdogan). Per inciso, prima o  poi, gli Usa dovranno decidere che fare rispetto a una Turchia al tempo  stesso membro della Nato e ormai nemica del mondo occidentale.  Lasceranno alla sola Francia il compito di contenere le ambizioni  imperiali di Erdogan?</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Continuando a compulsare l’elenco degli aspetti negativi,  bisogna ricordare che sono rimasti opachi (e quindi, pericolosi) i  rapporti fra Trump e la Russia di Putin. Si tratti di Medio e Vicino  Oriente o di rapporti con la Russia, stiamo parlando di cose che toccano  gli interessi di noi europei. Così come ci tocca, destabilizzandoci, il  nazionalismo trumpiano. Con i suoi effetti dirompenti: lo scontro con  la Germania, l’ostilità all’Unione europea , la polemica sul ruolo della  Nato, più in generale l’attacco alle istituzioni multilaterali create  proprio dagli Stati Uniti dopo il 1945.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Poniamo che effettivamente la politica estera di Trump sia  l’inequivocabile dimostrazione che il tempo dell’egemonia internazionale  americana sia finito, chiunque vinca le prossime elezioni  presidenziali, che il declino (relativo) degli Stati Uniti sia ormai  irreversibile. È possibilissimo. Ma la domanda allora diventa: il  declino americano, l’obsolescenza della Nato, eccetera, possono avvenire  senza che , qui da noi in Europa, l’ordine liberale ne risenta? Davvero  qualcuno crede che l’Unione europea possa , in tempi brevi, sostituirsi  agli Stati Uniti, diventare un baluardo forte e indipendente di  quell’ordine liberale fino a poco tempo addietro puntellato dalla  potenza americana? Forse un Biden alla Casa Bianca non sarebbe capace di  ricucire i rapporti con gli europei, di ridare forza e slancio  all’ordine liberale occidentale. È possibile. Ma quella che con Biden è  una possibilità, diventa una certezza in caso di rielezione di Trump.  Non dovrebbe essere difficile capire che cosa convenga agli europei.<span style="color: #ff0000;"> Angelo Panebianco, Il Corriere della Sera, 14 settmbre 2020</span><br />
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]]></content:encoded>
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		<title>DIETRO LE QUINTE DI ANDREOTTI, di Massimo FRANCO</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Aug 2020 21:29:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il territorio]]></category>

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		<description><![CDATA[Escono il 27 agosto per Solferino «I diari segreti» del  politico democristiano, curati dai figli Serena e Stefano. Massimo Franco, autore di molti saggi su Andreotti, i attesa della pubblicazione e della presentazione di questi DIARI SEGRETI, fornisce una anteprima di quanto contiene il saggio curato da due dei figli di Andreotti.





 
 
 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #0000ff;">Escono il 27 agosto per Solferino «I diari segreti» del  politico democristiano, curati dai figli Serena e Stefano. Massimo Franco, autore di molti saggi su Andreotti, i attesa della pubblicazione e della presentazione di questi DIARI SEGRETI, fornisce una anteprima di quanto contiene il saggio curato da due dei figli di Andreotti.<br />
</span></h2>
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<div><img title="Dietro le quinte di Andreotti" src="https://images2.corriereobjects.it/methode_image/2020/08/25/Cultura/Foto%20Cultura%20-%20Trattate/andreotti%20in%20cina-kIIB-U32002150247698KqE-656x492@Corriere-Web-Sezioni.jpg?v=20200825210906" alt="Dietro le quinte di Andreotti" /></div>
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<div><a href="https://www.corriere.it/cultura/20_agosto_25/dietro-quinte-andreotti-cbfa4f9a-e6ea-11ea-9502-8f5d7befe48e.shtml#commentFormAnchor" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.corriere.it/cultura/20_agosto_25/dietro-quinte-andreotti-cbfa4f9a-e6ea-11ea-9502-8f5d7befe48e.shtml_commentFormAnchor?referer=');"> </a></div>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Pechino, marzo 1988. Giulio  Andreotti annota: «Al ricevimento all’Ambasciata d’Italia il vescovo di  Pechino mi dice: “Se ha modo di riferire al Papa personalmente lo  faccia; è maturo il tempo per un contatto con il governo, che preluda ad  un’intesa e poi ad un Concordato. Si tratti riservatamente&#8230;”». L’alto  prelato è un esponente della «Chiesa patriottica», legata al regime  comunista e non riconosciuta dalla Santa Sede. Ma il messaggio  consegnato all’allora ministro degli Esteri italiano non è caduto nel  vuoto. Trent’anni dopo, nel settembre del 2018, Vaticano e Cina hanno  stretto un accordo storico quanto misterioso, perché i contenuti sono  rimasti sconosciuti, che sarà rinnovato nelle prossime settimane su uno  sfondo di grandi tensioni. Difficile non scorgere in quell’episodio del  1988 uno dei semi con i quali è stata nutrita nell’ombra la mediazione  finale tra Papa Francesco e il presidente Xi Jinping; e sottovalutare  gli appunti privati di Andreotti: un lungo filo di episodi «minori» che  evocano una ragnatela di rapporti a ogni livello, di impressioni, di  dinamiche che riemergono come preziose pietre grezze della storia.</span></h3>
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<p><img title="«I diari segreti» di Giulio Andreotti sono curati dai figli Serena e Stefano ed escono il 27 agosto per Solferino (pp. 683, euro 19): l’introduzione è di Andrea Riccardi" src="https://images2.corriereobjects.it/methode_image/2020/08/25/Cultura/Foto%20Cultura%20-%20Trattate/andreotti-kIIB-U32002150247698QyB-140x180@Corriere-Web-Sezioni.jpg?v=202008252103" alt="«I diari segreti» di Giulio Andreotti sono curati dai figli Serena e Stefano ed escono il 27 agosto per Solferino (pp. 683, euro 19): l’introduzione è di Andrea Riccardi" /></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Coglie nel segno lo storico Andrea Riccardi quando nell’introduzione sottolinea che I diari segreti testimoniano  soprattutto il «segreto» dell’azione politica di Andreotti: «Un’immensa  tessitura di relazioni nella politica italiana, a Roma, e sullo  scenario internazionale…», col secondo largamente prevalente. E pensare  che non erano destinati alla pubblicazione. Dopo la sua morte nel 2013, i  quattro figli li avevano stipati in uno sgabuzzino dell’appartamento in  corso Vittorio Emanuele. I due che si dedicano a riordinare gli  archivi, Stefano e Serena, per mesi non li hanno neanche aperti. A  muovere la loro curiosità è stata la piscina di Castelgandolfo nella  quale Giovanni Paolo II fu fotografato nel 1980. Il Vaticano chiese ad  Andreotti se poteva bloccare la pubblicazione di istantanee, considerate  «scandalose», di un papa in costume da bagno. E Umberto Ortolani,  esponente della Loggia P2 di Licio Gelli, anni dopo attribuì il merito  della mediazione al capo massone implicato in alcune delle trame  italiane più sporche: avrebbe portato lui le foto a Andreotti, che le  aveva consegnate al pontefice.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">«Tirammo fuori, per nostra curiosità — raccontano Stefano e Serena Andreotti nella Nota dei curatori  all’inizio del volume — quanto vi era scritto sulla vicenda delle  fotografie scattate a Giovanni Paolo II nella piscina di Castelgandolfo,  per la quale era stata data, sulla base di testimonianze di allora,  probabilmente interessate, una ricostruzione ben diversa dall’andamento  dei fatti e dell’apporto di nostro padre». I diari segreti raccontano  in dettaglio quel capitolo oscuro, confermando Andreotti come crocevia  delle mediazioni più riservate e controverse del Vaticano. Tra le carte  spunta perfino un appunto sui voti ricevuti da ogni cardinale nel  Conclave del 1978 che aveva eletto Karol Wojtyla. Viene restituita la  complessità di un politico capace di attraversare con lo stesso passo  felpato corti pontificie, congressi democristiani, cancellerie  occidentali, dittature di ogni latitudine e ambienti torbidi.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Episodi del genere se ne incrociano a decine,  nel volume in uscita domani per Solferino, e che copre il decennio  dall’agosto del 1979, quando finì il quinto governo Andreotti, quello  col Pci nella maggioranza, fino al 22 luglio del 1989, esordio del suo  sesto esecutivo. È solo un frammento, per quanto corposo, della  sterminata ragnatela andreottiana. L’abitudine a prendere appunti  cominciò nel 1944, «su consiglio di Leo Longanesi», ricordano i  curatori. «Il motivo principale era quello di potere, a distanza anche  di notevole tempo, rileggere gli appunti registrati a caldo, che  considerava utilissimi al di là dei documenti ufficiali…». I diari, in  gran parte tuttora inediti, finiscono nel 2009. Ma non bisogna pensare a  un materiale ordinato, perché riflettono un caos metodico. Oltre a una  calligrafia minuta e sempre più illeggibile con l’età, Andreotti  aggiungeva note a mano, inseriva lettere e documenti. Insomma, decifrare  quegli scritti è stata una grossa fatica, per i figli.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Ogni anno i fogli finivano in un raccoglitore con la dicitura «diario». E in una delle lettere post mortem ritrovate in un cassetto di casa Andreotti, l’ex premier dava istruzioni per evitare che la pubblicazione de I diari  potesse nuocere a qualcuno. Colpisce la conferma di un rapporto con la  moglie Livia profondo, complice, viene da dire affettuoso, aggettivo che  pure si attaglia poco a un «animale» a sangue freddo come Andreotti. E  diventa ancora più stupefacente la sua capacità di proteggere la sfera  familiare da qualunque intrusione. Ogni riga si sviluppa sempre sul  crinale di una scrittura controllata, minimalista, scevra da qualsiasi  enfasi. Ci sono solo fatti, impressioni, brevi commenti venati al  massimo da una punta di ironia. «L’uso dell’archivio in politica —  osserva Riccardi — ricorda il metodo di lavoro della Curia o della  Segreteria di Stato vaticana».</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">I diari si rivelano strumenti di un professionista della memoria scritta,  al servizio di quell’attività di governo e di potere che Andreotti non  ha mai interrotto. Da ministro, da premier, da semplice parlamentare, è  stato una sorta di ambasciatore permanente dell’Italia e della Santa  Sede: alla frontiera tra Occidente e comunismo, e nel Terzo Mondo. Ma  era ascoltato, e usato, perché manteneva sempre un ancoraggio indiscusso  alle alleanze europee e atlantiche. Almeno fino a quando c’è stata la  Guerra fredda, quell’aderenza è stata una bussola precisa per guidare il  protagonismo segreto e spregiudicato di Andreotti. Poi le coordinate  sono cambiate. I diari del  decennio 1979-1989 si fermano proprio alla soglia di quel cambiamento  epocale. Rimane un interrogativo: queste memorie svelano tutto di lui?  Viene naturale ricordare quanto sosteneva lo stesso Andreotti: «Chi non  vuole fare sapere una cosa, in fondo non deve confessarla neanche a sé  stesso». E tanto meno scriverla. <span style="color: #ff0000;">Massimo FRANCO, Il Corriere della Sera, 25 agosto 2020<br />
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<p><a title="Maria Giovanna Elmi e gli 80 anni: «Mai fatto una papera in Rai. I miei Sanremo con Mike e Grillo»" href="https://www.corriere.it/cronache/20_agosto_25/maria-giovanna-elmi-80-anni-intervistai-stallone-israele-scampai-un-attentato-mai-fatto-papera-rai-b091118e-e641-11ea-943c-b2c77e7530c9.shtml" target="_parent" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.corriere.it/cronache/20_agosto_25/maria-giovanna-elmi-80-anni-intervistai-stallone-israele-scampai-un-attentato-mai-fatto-papera-rai-b091118e-e641-11ea-943c-b2c77e7530c9.shtml?referer=');"></a></p>
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		<title>LA PANDEMIA PRETESTO PER IL NUOVO ORDINE MONDIALE, intervista ad Alessandro MELUZZI di Alfonso PISCITELLI</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Aug 2020 19:04:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il territorio]]></category>

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Ad Alessandro Meluzzi, che per Vallecchi ha pubblicato Contagio. Dalla peste al coronavirus, in  cui ricostruisce i rapporti tra epidemie e politica nella storia,  abbiamo posto una domanda, per così dire, “cronometrica”: quale è stato  l’esatto momento in cui i politici che oggi governano l’Italia sono  passati dall’ “abbraccia un cinese” [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><a href="https://culturaidentita.it/wp-content/uploads/2020/08/interv.jpg" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/culturaidentita.it/wp-content/uploads/2020/08/interv.jpg?referer=');"><img title="interv" src="https://culturaidentita.it/wp-content/uploads/2020/08/interv.jpg" alt="" width="400" height="400" /></a></div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Ad <strong>Alessandro Meluzzi</strong>, che per Vallecchi ha pubblicato <em>Contagio. Dalla peste al coronavirus, </em>in  cui ricostruisce i rapporti tra epidemie e politica nella storia,  abbiamo posto una domanda, per così dire, “cronometrica”: quale è stato  l’esatto momento in cui i politici che oggi governano l’Italia sono  passati dall’ “abbraccia un cinese” o “il vero virus è il razzismo”  all’idea che, con una accorta gestione delle paure della gente, potevano  chiudere sotto chiave la società italiana e mettersela in tasca…</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;"><strong>Alessandro, quando è scattata questa “fase 2”?</strong></span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">È scattata quando hanno interiorizzato il senso di una intervista  data una decina di anni fa da Jacques Attali, in cui il mentore di  Macron sosteneva che una pandemia avrebbe consentito di realizzare il  “New World Order”, il Nuovo Ordine Mondiale. Allora sono passati dagli  slogan ingenui della globalizzazione (i confini sempre aperti, la Cina  che è vicina) a una più pervicace strategia di controllo sociale.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;"><strong>La frase di Attali somiglia ad alcune dichiarazioni di  europeisti secondo i quali le crisi economiche sarebbero buone occasioni  per creare il Super-Stato della UE….</strong></span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">L’élite tende a concentrare i poteri attraverso due meccanismi  fondamentali: l’eliminazione delle sovranità nazionali e la  cancellazione del ceto medio. La presenza di un ceto medio autonomo  produttivo è da ostacolo alla grande uniformizzazione che i fautori  della globalizzazione auspicano.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;"><strong>Cancellazione del ceto medio: viene in mente anche una certa  predicazione pauperista che si sente sugli altari. Omelie di pauperisti  che ovviamente auspicano sempre la povertà altrui, mai la loro…</strong></span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Certo, la rimozione di papa Benedetto XVI e l’avvicendarsi del nuovo  Papa gesuita ha affermato anche in Vaticano un discorso che coniuga i  motivi di un convinto globalismo con i temi di un pauperismo di tipo  latinoamericano.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;"><strong>D’altra parte, i leader “populisti” sono andati in difficoltà  davanti all’emergenza COVID lanciando segnali contraddittori riguardo  alla pericolosità o meno del “virus cinese”.</strong></span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">In alcuni casi è mancata una lettura a 360 gradi, la comprensione del  significato profondo di quanto stava avvenendo. Nonostante tali  incertezze le elezioni americane rimangono fondamentali: se Trump viene  rieletto rimane aperta la porta per un cambiamento significativo degli  equilibri mondiali.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;"><strong>E in questo scenario come valuti l’annuncio di Putin di un vaccino russo?</strong></span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Putin è un judoka ed è abituato ad utilizzare le armi dei suoi  avversari per disarcionarli. Il mainstream reagirà dicendo che quello di  Putin è un vaccino cattivo…</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;"><strong>Il “mainstream”, la narrazione dominante: quale potrebbe essere l’argomento che vi si contrappone?</strong></span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Il grande avversario del discorso dominante è la complessità. Tutti  coloro che vogliono ridurre il mondo a un disegno univoco devono  scontrarsi con un principio fondamentale della complessità. Si pensi al  caso italiano: quelli che hanno spinto per la chiusura assoluta sono gli  stessi che vogliono gli immigrati liberi di sbarcare e di muoversi. Una  contraddizione evidente che mina la retorica dello “state a casa”. IL GIORNALE, 22 AGOSTO 2020<br />
</span></h3>
]]></content:encoded>
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		<title>SE I PARTITI DI GOVERNO PERDONO (INSIEME) L&#8217;IDENTITA&#8217;, di Ernesto Galli della Loggia</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Aug 2020 21:29:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il territorio]]></category>

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		<description><![CDATA[

Da un lato la richiesta del Pd ai 5 Stelle di un’alleanza elettorale che in qualche modo confermi quella di governo  e addirittura la prospetta come un dato permanente anche in futuro.  Dall’altro il ripudio dei 5 Stelle di parti essenziali della propria  identità originaria anche al fine di aderire a tale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Da un lato la richiesta del Pd ai 5 Stelle di un’alleanza elettorale che in qualche modo confermi quella di governo  e addirittura la prospetta come un dato permanente anche in futuro.  Dall’altro il ripudio dei 5 Stelle di parti essenziali della propria  identità originaria anche al fine di aderire a tale richiesta. Entrambe  queste circostanze hanno un significato che va al di là della pur  importante cronaca politica. È difficile non considerarle, infatti, come  la sanzione di un dato ormai consolidato del nostro sistema politico: e  cioè che tale sistema — una volta messasi alle spalle venticinque anni  fa l’età dei partiti storici della Repubblica — sembra ormai  sopravvivere solo per adattamenti trasformistici successivi. Che però  oggi configurano un vero e proprio salto qualitativo dando vita  all’incontro di due trasformismi. Il trasformismo, insomma, si avvia a  divenire il vero principio costitutivo del sistema politico italiano.  Perfettamente simboleggiato, direi, da un Presidente del Consiglio che  solo poco più di due anni fa era uno sconosciuto privo di qualsiasi  appartenenza politica, il quale ancora oggi appare fiero di non averne  nessuna, ma che ciò nonostante in un biennio ha presieduto due governi  successivi formati da due maggioranze diverse e opposte. Non solo un  caso abbastanza unico nella storia delle democrazie occidentali ma,  verrebbe da dire, quasi la forma più alta e compiuta di trasformismo  politico che si possa immaginare. Cioè la non appartenenza ad  alcun partito e ad alcuno schieramento come premessa per rappresentarli  indistintamente tutti, il vuoto politico come anticamera di qualunque  politica.</span></p>
</div>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Il fatto nuovo è che questa volta della deriva trasformistica italiana appare protagonista  a pieno titolo il Partito democratico. Ora il Pd non è un partito  qualsiasi. Con gli anni, infatti, e per ragioni molteplici, esso è  diventato il vero partito della Costituzione della Repubblica, per certi  versi il «partito dello Stato»: punto di raccolta dell’intero ceto  burocratico dirigente e dell’élite del Paese, nonché titolare di un  decisivo potere di legittimazione: all’incirca qualcosa di simile al  ruolo che ebbero i liberali nei decenni dopo l’Unità. Prova ne sia che  in tutto questo tempo qualunque personalità, partito o schieramento  abbia provato a governare contro il Pd ha sempre rischiato di essere  messo sotto accusa in vari modi come un partito o uno schieramento a  vario titolo fuori o contro la Costituzione se non potenzialmente  eversivo. Per tale comoda rendita di posizione il Pd ha tuttavia pagato e  paga un prezzo: un ovvio e crescente disinteresse per l’elaborazione di  una chiara piattaforma programmatica sua propria, e una strisciante  disponibilità ad assorbire punti programmatici altrui. Non diversamente,  ancora una volta, da quanto accadde ai liberali storici tra ’800 e  ’900.</span></p>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> Sta di fatto che con le sua ultime decisioni il Partito democratico ha di fatto stabilito: a)  di rinviare a data da destinarsi quell’idea di «rifondazione della  sinistra» di cui se ben ricordo aveva fatto il proprio orizzonte nel  convegno di San Pastore solo nel gennaio di quest’anno; b) di rinunciare  clamorosamente alla «vocazione maggioritaria» che pure era un elemento  essenziale del suo stesso atto di nascita per puntare viceversa su una  strategia di alleanza organica con un’altra formazione; c) e di  scegliere come partner di un’alleanza elettorale che si annuncia  strategica (dunque molto più significativa di un alleanza di governo)  proprio il partito che fino all’altro ieri considerava l’alfiere del  populismo e quindi, insieme alle destra salviniana, il proprio maggior  nemico. Giungendo al punto, per fare un solo esempio, che oggi esso ne  sposa di fatto la riforma costituzionale, oggetto di un prossimo  referendum, che ha ridotto il numero dei deputati. Proposta la quale,  non accompagnata da alcuna ulteriore modifica del testo della Carta,  apre la via a radicali mutamenti nel meccanismo dei quorum necessari ad  eleggere alcuni organi di vertice della Repubblica.</span></p>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Quanto al vero e proprio gorgo trasformistico che sta inghiottendo l’identità dei 5 Stelle  — presentato pudicamente dai suoi dirigenti come «un’evoluzione» —  sembra inutile spenderci sopra troppe parole. Se non per notare come  questa presunta «evoluzione» sia la prova di almeno tre cose forse non  ancora chiare a molti: a) dell’assoluta necessità che per fare politica  si sia in possesso di qualche non indegna scolarizzazione, di qualche  lettura e di qualche idea non presa in prestito dagli album di Topolino;  b) dell’alta problematicità che la società italiana lasciata a se  stessa e libera di esprimersi riesca a selezionare una classe politica  presentabile e all’altezza del proprio compito; c) infine dell’ardua  compatibilità del nostro sistema politico con l’immissione di nuovi  attori decisi realmente a fare cose nuove e a comportarsi in modo nuovo  (ammesso che tali fossero i grillini) . Un impegno in Italia sempre  difficilissimo stante la rete soffocante di passaggi formali e  informali, di condizionamenti istituzionali e non, di regole scritte e  non scritte, che avvolge la nostra intera vita pubblica. E al quale  quindi i 5 Stelle hanno prudentemente preferito rinunciare senza  pensarci troppo. <span style="color: #ff0000;">Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera del 19.08.2020</span><br />
</span></p>
</div>
</h3>
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		<title>MA IL PD HA LE IDEE CHIARE, di Aldo Cazzullo</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Aug 2020 19:24:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il territorio]]></category>

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La notizia non è tanto che il Pd e i Cinque Stelle abbiano deciso di ritirare alcune delle querele che si erano scambiati. La  notizia, nel frattempo rimossa, è che nel solo luglio 2019 il solo  Partito democratico avesse presentato contro i Cinque Stelle ventitré  querele (sul caso Bibbiano). [...]]]></description>
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<div><a href="https://www.corriere.it/editoriali/20_agosto_16/ma-pd-ha-idee-chiare-aa6f0c16-dffc-11ea-b249-6fbea5975045.shtml#commentFormAnchor" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.corriere.it/editoriali/20_agosto_16/ma-pd-ha-idee-chiare-aa6f0c16-dffc-11ea-b249-6fbea5975045.shtml_commentFormAnchor?referer=');"> </a></div>
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<div><a> </a></div>
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<p><span style="color: #0000ff;">La notizia non è tanto che il Pd e i Cinque Stelle abbiano deciso di ritirare alcune delle querele che si erano scambiati. La  notizia, nel frattempo rimossa, è che nel solo luglio 2019 il solo  Partito democratico avesse presentato contro i Cinque Stelle ventitré  querele (sul caso Bibbiano). Il mese dopo avrebbero fatto un governo  insieme.</span></p>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Ora la svolta del voto dei militanti grillini, con il via libera alle alleanze, non ricade soltanto su di loro.  Riguarda anche il Pd. E rende lecito chiedersi che cosa diventerà il  partito del riformismo italiano, o cosa ne resterà, dopo l’alleanza  organica con un movimento che sino a un anno fa era condannato come  populista e antieuropeo.</span></p>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span><span style="color: #0000ff;"> Storicamente, Grillo nasce contro i vecchi partiti, e in particolare contro il Pd:  dall’esordio in piazza Maggiore a Bologna alla sera del 22 febbraio  2013 in piazza San Giovanni a Roma, dove — in quello che resta l’ultimo  grande comizio della politica italiana — additò nel Partito democratico  il vero nemico, il simbolo del sistema da abbattere. Seguirono  l’umiliazione di Bersani in streaming, lo scontro durissimo con Renzi e  sei anni di polemiche ininterrotte su ogni cosa, vaccini e Tav, scuola e  precari, financo sull’autenticità dell’allunaggio e sull’esistenza  delle sirene, quelle di Ulisse.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Nell’agosto scorso tutto è cambiato. Il clamoroso errore di Salvini, il voltafaccia di Renzi e la pertinace resistenza dei parlamentari.</span></p>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Questi tre fattori hanno prodotto in pochi giorni una svolta che  avrebbe richiesto mesi di dialogo, come quelli che in Germania avevano  partorito la Grande Coalizione tra la Merkel e i socialdemocratici; che è  in realtà un centrosinistra, saldamente guidato dal centro.</span></p>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Chi comandi nell’inedito centrosinistra italiano non è altrettanto chiaro.  Il Pd ha già cambiato idea su molte cose. La leadership di Conte. La  gestione di Autostrade. Il taglio del numero dei parlamentari; che non è  sbagliato, ma non risolve molto senza una riforma che garantisca la  rappresentanza, legando gli eletti agli elettori e ai territori.</span></p>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Ora è legittimo chiedersi, e chiedere al Pd, se cambierà idea anche sul resto.  Il reddito di cittadinanza. Le grandi opere. Il grado di flessibilità  del lavoro. Il ruolo dello Stato nell’economia. La riforma fiscale. Per  fare un solo esempio: il partito del riformismo italiano ritiene giusto  che ci siano imprese e contribuenti che versano all’erario oltre la metà  di quello che incassano (mentre i veri ricchi si rifugiano nei paradisi  fiscali)? E i padroni della Rete potranno continuare a rubare contenuti  prodotti da altri e sottrarre il grosso dei proventi al Fisco?</span></p>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Tenere la destra all’opposizione resta la priorità e il motore dell’alleanza. Comprensibile.  Ma insufficiente. Alleati sì, però per fare cosa? La coalizione  Pd-Cinque Stelle è cementata da altre due formidabili forze. La ferrea  determinazione a concludere la legislatura da parte di centinaia di  parlamentari destinati a non essere rieletti. E la ghiotta opportunità  di spendere una quantità di risorse in arrivo dall’Europa mai vista  prima. Ma durare e spendere non sono un programma politico.</span></p>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Il Partito democratico nacque con un metodo: le primarie. Che  però sono servite soprattutto a rafforzare un leader già scelto, da  Prodi a Veltroni. Soltanto una volta la sinistra italiana ha discusso e  deciso sul proprio programma e sulla propria identità: alle primarie di  coalizione del 2012, che videro contrapporsi Bersani e Renzi. Oggi né  Bersani né Renzi fanno parte del Pd. E fa impressione sentire autorevoli  esponenti dichiarare che, senza scissioni (compresa quella di Calenda),  oggi il Pd sarebbe il primo partito; un po’ come dire che, se avesse  vinto a Waterloo, Napoleone sarebbe rientrato trionfalmente a Parigi  anziché partire mestamente per Sant’Elena.</span></p>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Il Partito democratico nacque anche con due ambizioni, una dichiarata e una sottaciuta.  Quella dichiarata era unire i riformisti italiani in una forza a  vocazione maggioritaria, in grado di governare da sola. Quella  sottaciuta era creare un partito di sistema (qualcuno arrivò a parlare  di «partito della nazione»). Il partito che — in un Paese di anomalie:  alto debito pubblico, bassa crescita, e una destra molto forte ma vista  dall’estero come un po’ sgangherata, tra berlusconiani, leghisti e  postfascisti — parlasse con l’Europa, fosse considerato un interlocutore  affidabile dalle istituzioni e dalla finanza internazionali. Anche con  questa logica, in nome di questo schema, il Pd è tornato al governo un  solo anno dopo la disastrosa sconfitta delle elezioni del 2018. Ma  nessun partito può prescindere dal consenso. Dai risultati dell’azione  di governo, a cominciare da sviluppo e posti di lavoro. In una parola,  dalla realtà.<span style="color: #ff6600;"> Aldo Cazzullo, Il Corriere della Sera, 17 agosto 2020</span></span></p>
</div>
</h3>
]]></content:encoded>
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		<title>IL PASSATO CHE FERMA IL MOVIMENTO 5STELLE, di Antonio Polito</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Jun 2020 21:06:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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Non risulta che durante gli Stati  Generali il presidente Conte abbia messo al centro delle sue pur  amplissime consultazioni la domanda: che dobbiamo fare del Mes?  Singolare, no? Il dilemma più controverso sul futuro dell’Italia non  pare essere stato oggetto di riflessione nella Villa in cui il premier  si riprometteva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Non risulta che durante gli Stati  Generali il presidente Conte abbia messo al centro delle sue pur  amplissime consultazioni la domanda: che dobbiamo fare del Mes?  Singolare, no? Il dilemma più controverso sul futuro dell’Italia non  pare essere stato oggetto di riflessione nella Villa in cui il premier  si riprometteva di «reinventare il Paese» (parole sue, anzi di Baricco).  Meno che mai lo è stato nella sede anche più appropriata del  Parlamento, che anzi Conte ha finora accuratamente evitato.</span></h3>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">La ragione è molto semplice: sul Mes Conte non ha la maggioranza. O meglio, ne ha un’altra.  Quella di prima. La maggioranza giallo-verde. Se oggi si votasse alle  Camere sul meccanismo europeo, che ci consentirebbe di avere prestiti  fino a 36 miliardi con interessi quasi pari allo zero per finanziare la  Sanità pubblica, vincerebbero i contrari. Lega e Cinquestelle  tornerebbero insieme, come ai vecchi tempi.</span></h3>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Lo stesso vale per i decreti sicurezza.  Varati quando Salvini stava al Viminale, la loro revisione era nei  programmi politici della nuova maggioranza e in parte anche nelle  raccomandazioni del capo dello Stato, per motivi costituzionali. Ma non  si procede. Perché i Cinquestelle, anche su questo, sono quelli di  prima: quei decreti li hanno votati. E lo stesso vale per la ormai  annosa questione della concezione autostradale.</span></h3>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">I pentastellati sono prigionieri del passato.  Hanno cambiato alleati ma non cultura politica. Che è sempre la stessa:  rispetto all’Europa, all’immigrazione, alle grandi infrastrutture, al  rapporto con il mercato. Con un’aggravante: prima avevano un capo  politico che poteva «forzare» il Movimento attraverso passaggi stretti  ma necessari: con Di Maio digerirono la Tav. Ora sono una forza politica  acefala, governata da una logica di veti reciproci che le rende  impossibile adeguare i principi non negoziabili alle esigenze del  governo. Per questo il Movimento ha finito per delegare in toto la  governabilità a Conte; con il patto implicito che il premier ne eviti la  spaccatura o almeno la procrastini. Il paradosso è che il partito di  maggioranza relativa, nato come forza di protesta, non può più rischiare  di perdere il governo ma non può neanche rischiare di governare.</span></h3>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Dal che deriva la domanda fatale per l’altro partner della maggioranza giallo-rossa: che ci faccio io qui?  Il Pd, trascinato a viva forza dal transfuga Renzi al governo con i  Cinquestelle, ha finito con il trovarcisi a suo agio. Prima di tutto  perché ha ripreso una centralità che sembrava finita per sempre di  fronte alla esplosione elettorale dei «due populismi». E poi perché un  partito di amministratori in provincia ha bisogno quasi naturalmente di  essere un partito di ministri e sottosegretari nella capitale. Ma  Zingaretti sa che non può essere a ogni prezzo. Come può la forza  politica che ha preso Gualtieri da Bruxelles per fare il ministro del  Tesoro e ha mandato Gentiloni a Bruxelles a fare il commissario,  respingere il Mes, accettando la logica anti-europea che sottintende e  giustifica il «gran rifiuto»? Come può il partito che mandava i  parlamentari a bordo delle navi sequestrate da Salvini tenersi ancora  dopo un anno i decreti Salvini? E come può il centrosinistra che  privatizzò le autostrade ridarle ora allo Stato? Ecco perché ieri ha  cominciato, con la sua lettera al Corriere, a dire a Conte ciò che Conte non può dire: il Mes ci serve.</span></h3>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Si obietterà: ma la vera ragione di questo «connubio» tra giallo e rosso era scegliere il prossimo presidente della Repubblica.  Movente e obiettivo del resto dichiarati. Però, se davvero i  Cinquestelle sono rimasti quelli di prima, e se per giunta sono privi di  una leadership, e se sono spaccati come sono, e se perdono pezzi quasi  ogni giorno al Senato, può il Pd fidarsi di loro al momento delle  votazioni a scrutinio segreto per eleggere il capo dello Stato? Per più  di quarant’anni l’Italia è stata una democrazia bloccata, ma governata,  perché il partito di maggioranza solo al governo poteva stare. In questa  legislatura l’Italia è tornata a essere una democrazia bloccata, ma  rischia di essere sempre meno governata. E pensare che la chiamarono  Terza Repubblica. <span style="color: #ff0000;">Antonio Polito, Il Corriere della Ser, 30 giugno 2020</span><br />
</span></h3>
</div>
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		<title>I 5 STELLE. LA TRASFORMAZIONE, POTERE, POLTRONE E LUSSO, ALLA FINE SEDOTTI DAL PALAZZO, di Fabrizio Roncone</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Jun 2020 11:54:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il territorio]]></category>

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		<description><![CDATA[Da annotare: chiusi, blindati hanno cominciato. Blindati finiscono.
Loro — quelli dello streaming, della trasparenza — laggiù, dentro lo sfarzo assoluto di Villa Doria Pamphili, distanti e impenetrabili in quel reality dell’economia chiamato Stati generali, e tutti noi, il pattuglione di cronisti, fotografi e cameramen, lasciati fuori dal cancello per una settimana, costretti a cercarci un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="color: #0000ff;">Da annotare: chiusi, blindati hanno cominciato. Blindati finiscono.<br />
Loro — quelli dello streaming, della trasparenza — laggiù, dentro lo sfarzo assoluto di Villa Doria Pamphili, distanti e impenetrabili in quel reality dell’economia chiamato Stati generali, e tutti noi, il pattuglione di cronisti, fotografi e cameramen, lasciati fuori dal cancello per una settimana, costretti a cercarci un sentiero che da via Aurelia Antica s’infilasse nella boscaglia, su per lo stesso pratone che nel 1849 risalirono i garibaldini della Repubblica Romana, le camicie rosse con i cannoni da puntare contro i francesi, noi con i teleobiettivi per capire almeno se il premier Giuseppe Conte avesse la pochette.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><strong>È arrivata la protesta ufficiale dell’Associazione stampa parlamentare e dell’Ordine nazionale dei giornalisti (con grande imbarazzo del Pd).</strong><br />
Ma è poi arrivata anche la polizia a cavallo.<br />
Tutto questo fa molto casta. Proprio quella che<a href="https://www.corriere.it/politica/20_giugno_08/grande-crisi-m5s-gennaio-seimila-persi-seimila-attivisti-c5ff9d20-a950-11ea-b9d7-2bd646fda8c5.shtml" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.corriere.it/politica/20_giugno_08/grande-crisi-m5s-gennaio-seimila-persi-seimila-attivisti-c5ff9d20-a950-11ea-b9d7-2bd646fda8c5.shtml?referer=');"> Di Maio e Bonafede e tutti gli altri grillini di governo promettevano di combattere. </a>E invece: risucchiati. Dentro fino al collo. Golosi di potere, cacciatori di poltrone, sensibili al lusso. Eccoli laggiù salire sulle loro auto blu, le scorte armate, i lampeggianti, un corteo dopo l’altro: e quando poi Di Maio l’altro giorno è arrivato a Mendrisio, Svizzera, in visita ufficiale, le autorità elvetiche hanno pensato bene di allestirgliene uno proprio di prima classe, con sette macchine seguite da tre furgoni.<br />
Informalmente, lo scorso fine settimana Di Maio è invece andato a spiaggiarsi con la fidanzata Virginia Saba da Saporetti, a Sabaudia, sotto gli ombrelloni dello storico stabilimento del generone romano. Giuseppe Conte, qualche chilometro più in là, al Circeo. All’Hotel Punta Rossa, il preferito dagli oligarchi russi in vacanza.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><strong>Gli ultimi segnali di una mutazione ormai compiuta. Da valutare con rigore, senza</strong> cedere alla meraviglia, e cominciata forse la mattina in cui Rocco Casalino, entrando a Palazzo Chigi, osservò — lo sguardo che era un miscuglio di delusione e fastidio — la stanza che di solito veniva assegnata al portavoce del premier. «Ma è troppo piccola!», urlò, dopo lunghi secondi. I funzionari, mortificati, chinarono la testa: ora Rocco siede in una stanza adeguata, grande quasi come un campo da calcetto, adiacente a un ufficio dove alloggiano una ventina di collaboratori, alcuni dei quali si definiscono «sottoproletariato dell’informazione».<br />
Dalla sua scrivania, ogni giorno, Casalino spedisce decine di whatsapp a decine di giornalisti. Rocco allude, promette, blandisce, annuncia, rimprovera, drammatizza, poi perdona e, quasi sempre, viene perdonato (ora vediamo come finisce il bisticcio con il sito Dagospia, «sebbene sia chiaro — diceva perfido un ministro grillino l’altra sera in un salotto con vista su piazza Campo de’ Fiori — che Casalino non conosca la barzelletta del “Cavaliere bianco e del Cavaliere nero” di Gigi Proietti»).</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><strong>Il rapporto del M5S con i giornalisti è profondamente cambiato. Gianroberto </strong>Casaleggio teorizzava che se ne potesse fare a meno. Vito Crimi — ossequioso — esplicitò: «Mi stanno sul cazzo!». <a href="https://www.corriere.it/politica/20_giugno_08/Seimila%20attivisti%20persi%20in%20quattro%20mesi,%20due%20trattative%20delicate%20all%E2%80%99orizzonte%20e%20una%20sfida%20sempre%20pi%C3%B9%20affollata%20di%20potenziali%20concorrenti%20per%20la%20leadership.%20I%20Cinque%20Stelle%20vanno%20sempre%20pi%C3%B9%20spediti%20verso%20il%20loro%20big%20bang,%20l%E2%80%99inizio%20di%20una%20nuova%20fase.%20La%20settimana%20decisiva%20sar%C3%A0%20quella%20tra%20il%2015%20e%20il%2022%20giugno:entro%20allora%20si%20dovrebbe%20tenere%20una%20riunione%20dei%20vertici.%20Secondo%20le%20indiscrezioni%20che%20filtrano%20dai%20piani%20alti%20pentastellati,%20il%20momento%20del%20confronto%20%c3%a8%20pi%c3%b9%20vicino,%20%c2%abla%20resa%20dei%20conti%c2%bb%20sarebbe%20quindi%20tra%20due%20settimane.%20E%20per%20questo%20motivo,%20anche,%20la%20lotta%20interna%20si%20fa%20pi%c3%b9%20serrata.%20Da%20una%20parte%20c%e2%80%99%c3%a8%20l%e2%80%99idea%20del%20comitato%20elettorale%20che%20dovrebbe%20traghettare%20il%20Movimento%20(passando%20anche%20dagli%20Stati%20generali)%20per%20un%20anno,%20fino%20alle%20porte%20del%20semestre%20bianco,%20dall%e2%80%99altra%20la%20corrente%20che%20vorrebbe%20un%20voto%20subito%20sul%20capo%20politico.%20E%20anche%20sulla%20leadership%20la%20situazione%20%c3%a8%20a%20dir%20poco%20confusa." target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.corriere.it/politica/20_giugno_08/Seimila_20attivisti_20persi_20in_20quattro_20mesi_20due_20trattative_20delicate_20all_E2_80_99orizzonte_20e_20una_20sfida_20sempre_20pi_C3_B9_20affollata_20di_20potenziali_20concorrenti_20per_20la_20leadership._20I_20Cinque_20Stelle_20vanno_20sempre_20pi_C3_B9_20spediti_20verso_20il_20loro_20big_20bang_20l_E2_80_99inizio_20di_20una_20nuova_20fase._20La_20settimana_20decisiva_20sar_C3_A0_20quella_20tra_20il_2015_20e_20il_2022_20giugno_entro_20allora_20si_20dovrebbe_20tenere_20una_20riunione_20dei_20vertici._20Secondo_20le_20indiscrezioni_20che_20filtrano_20dai_20piani_20alti_20pentastellati_20il_20momento_20del_20confronto_20_c3_a8_20pi_c3_b9_20vicino_20_c2_abla_20resa_20dei_20conti_c2_bb_20sarebbe_20quindi_20tra_20due_20settimane._20E_20per_20questo_20motivo_20anche_20la_20lotta_20interna_20si_20fa_20pi_c3_b9_20serrata._20Da_20una_20parte_20c_e2_80_99_c3_a8_20l_e2_80_99idea_20del_20comitato_20elettorale_20che_20dovrebbe_20traghettare_20il_20Movimento_20_passando_20anche_20dagli_20Stati_20generali_20per_20un_20anno_20fino_20alle_20porte_20del_20semestre_20bianco_20dall_e2_80_99altra_20la_20corrente_20che_20vorrebbe_20un_20voto_20subito_20sul_20capo_20politico._20E_20anche_20sulla_20leadership_20la_20situazione_20_c3_a8_20a_20dir_20poco_20confusa.?referer=');">Beppe Grillo lanciò una vera fatwa contro i talk show. «Chi vi partecipa sarà scomunicato».</a><br />
Vabbè.<br />
Era per dire.<br />
Ormai, ogni volta che cambi canale, trovi un grillino. Alcuni passaggi restano memorabili. Tipo quello dell’ex ministro per il Sud, Barbara Lezzi, che andò da David Parenzo su La7 a spiegare «come il Pil dell’Italia sia cresciuto grazie ai condizionatori d’aria». Solo nell’ultima settimana, Alessandro Di Battista è stato ospite sulla Nove e poi due volte a Retequattro. Dalla cronista di Quarta Repubblica ha finto di farsi sorprendere in strada, molto piacione come sempre, dico e non dico, ma poi dice, certo che dice, ormai tutti i cronisti conoscono la debolezza del Dibba, che adora comparire, sia pure in ruoli diversi: dissidente polemico, poi rivoluzionario in Chiapas, scrittore di reportage modesti, quindi aspirante falegname, provocatore e però eccolo subito di nuovo ragionevole e mansueto, non appena ascolta le promesse di Crimi e Patuanelli, Bonafede e Spadafora, tutti perfettamente a loro agio negli abiti scuri, nel caminetto da Prima Repubblica. Dove si decidono strategie, alleanze e — soprattutto — poltrone.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><strong>Gli specialisti sono Stefano Buffagni e Riccardo Fraccaro. Buffagni gira proprio con</strong> una cartellina rossa. Dentro ci sono i dossier per decidere, o condizionare. Eni, Enel, Poste, Terna, Leonardo, Alitalia. E Rai. I vertici del Movimento ormai vengono interpellati anche per la nomina di un caporedattore qualsiasi. Così è ripartita la vecchia liturgia romana inaugurata dai satrapi socialisti al tempo dorato (per loro) che fu. Li trovavi seduti ai Due Ladroni in piazza Nicosia, o da Fortunato al Pantheon. Li salutavi, un sorriso da tavolo a tavolo, c’è gente che ci ha costruito carriere. Adesso conduttori ambiziosi e showgirl disoccupate sperano di incontrare la nomenklatura grillina nei locali della movida, da Maccheroni o da PaStation, il ristorante del figlio di Denis Verdini, a sua volta suocero di Matteo Salvini. Incurante delle parentele ingombranti, ci capita anche la senatrice Paola Taverna, quella che si alzava nell’emiciclo di Palazzo Madama e urlava: «Io so’ der popolo e ve lo dico in faccia: a zozzoniiiii!» — vestita come se stesse al Tibidabo di Ostia, zatteroni di sughero e jeans strappati, mentre oggi invece gira tutta in ghingheri, con la sua Louis Vuitton d’ordinanza.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><strong>All’inizio, nemmeno entravano alla buvette di Montecitorio. «Noi — dicevano</strong> schifati i deputati a 5 stelle — il caffè ce lo andiamo a bere al bar, come cittadini normali». Però dopo qualche settimana erano già tutti lì al leggendario bancone, perché il caffè in se è una ciofeca, ma poi le papille iniziano a sentire un certo retrogusto dolciastro e stordente, sorseggi e sai di poter fare cose importanti: per esempio, sistemare nella tua segreteria i vecchi compagni di scuola (Di Maio li fa arrivare quasi tutti da Pomigliano d’Arco e Acerra).<br />
Così adesso nessun parlamentare vuole tornarsene a casa. Secondo il sacro limite dei due mandati, a fine legislatura dovrebbero trovarsi un posto di lavoro in tanti: da Bonafede a Fico, dalla Castelli a Fraccaro, a Di Stefano, Crimi, Ruocco, Toninelli, Taverna e Di Maio. Che infatti ha cercato di scardinare la regola cominciando a introdurre per i consiglieri comunali il «mandato zero».<br />
«Giggino, scusa, ma cos’è?», chiese, ingenuo, Crimi. «Che cos’è? Semplice: il primo mandato non lo contiamo più», rispose Giggino (con freddezza andreottiana)</span>. <span style="color: #ff0000;">Fabrizio Roncone, Il Coriere della Sera, 21 giugno 2020</span></h3>
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		<title>CORONAVIRUS, I CENTO GIORNI CHE CI HANNO CAMBIATO LA VITA, di Antonio Polito</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Jun 2020 12:41:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il territorio]]></category>

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Cento giorni del Covid hanno  cambiato gli italiani. Ma non tutti. Ci hanno reso diversi. Ma più  diseguali. Migliori e peggiori, allo stesso tempo. Quasi tre Italie in  una. Nel lungo lockdown  cominciato cento giorni fa ci sono stati quelli «che hanno continuato a  vivere nella povertà, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><img title="Coronavirus, i cento giorni che ci hanno cambiato la vita (e ci hanno reso più digitali e impauriti)" src="https://images2.corriereobjects.it/methode_image/2020/06/15/Esteri/Foto%20-%20Trattate/prato_ori_crop_MASTER__0x0.jpg?v=20200615083041" alt="Coronavirus, i cento giorni che ci hanno cambiato la vita (e ci hanno reso più digitali e impauriti)" /></div>
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<div><a href="https://www.corriere.it/esteri/20_giugno_15/coronavirus-cento-giorni-che-ci-hanno-cambiato-vita-ci-hanno-reso-piu-digitali-impauriti-496fa3e4-ae6f-11ea-a6ad-39f8417949e6.shtml#commentFormAnchor" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.corriere.it/esteri/20_giugno_15/coronavirus-cento-giorni-che-ci-hanno-cambiato-vita-ci-hanno-reso-piu-digitali-impauriti-496fa3e4-ae6f-11ea-a6ad-39f8417949e6.shtml_commentFormAnchor?referer=');"> </a></div>
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<p><span style="color: #0000ff;">Cento giorni del Covid hanno  cambiato gli italiani. Ma non tutti. Ci hanno reso diversi. Ma più  diseguali. Migliori e peggiori, allo stesso tempo. Quasi tre Italie in  una. Nel lungo lockdown  cominciato cento giorni fa ci sono stati quelli «che hanno continuato a  vivere nella povertà, che hanno tenuto i bambini in 40 metri quadrati,  che erano abituati ad andare a fare la spesa dove le cose costavano  meno», oggetto della commozione in tv del virologo dal volto umano,  Giuseppe Ippolito dello Spallanzani. Insieme a loro — aggiungiamo noi —  quelli che hanno dovuto uscire di casa ogni mattina perché fanno gli  infermieri, i medici, gli addetti alle pulizie, i poliziotti, i rider, i  postini, i benzinai, gli spazzini. Gente che ha tenuto in piedi  l’Italia, e chissà quanto ci metteremo a dimenticarci il debito di  riconoscenza che abbiamo nei loro confronti.</span></p>
</div>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Poi c’è stata l’Italia di mezzo:  quelli che hanno potuto restare a casa ma hanno perso il reddito, la  gente che ha un negozio, un ristorante, un bar, un albergo, uno studio  di avvocato o un salone di bellezza, o che non ce l’hanno ma ci  lavorano. Mesi di risparmi bruciati e tanta paura per ciò che verrà. Per  loro il peggio comincia ora.</span></p>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> E infine ci sono quelli che se la sono cavata:  i «colletti bianchi» che hanno conservato posto e stipendio, hanno il  Wi-fi e Netflix, fanno lo smart working e il bike sharing. A casa hanno  riscoperto gli affetti, la lentezza, la gastronomia, i figli, l’amore  coniugale. E quasi quasi ci sarebbero restati ancora un po’. Gli inglesi  distinguevano, in mezzo alla tragedia dell’ultimo conflitto, coloro che  avevano avuto una «good war». Stavolta, per fortuna, non sono pochi.</span></p>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Queste tre Italie, rese anche più  diverse di prima dalla pandemia, vanno ora riunificate. Altrimenti  rabbia e risentimento le metteranno l’una contro l’altra, e tutte e tre  contro il Palazzo. Non sarà un pranzo di gala, né un buffet a Villa  Pamphilj. Bisognerà forse partire da ciò che ci ha invece unito.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">Abbiamo  visto il lato oscuro della Natura, la morte in faccia, un virus senza  cure e vaccini. La nostra presunzione di invulnerabilità, l’idea che  ormai si possa morire solo per un fallimento della medicina, ne è uscita  a pezzi. Ora sappiamo, e vogliamo essere curati meglio, chiediamo  ospedali e ambulatori più efficienti, con più dottori e meno politica.  Diteci quanto costa e non badate a spese.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">Sappiamo  stare in fila. Mai visto niente del genere. Non è chiaro perché servizi  essenziali come banche, poste e uffici pubblici funzionino ancora con  il razionamento, ma lo accettiamo e stiamo in fila. È un patrimonio su  cui costruire. Il rispetto delle regole è stato sorprendente per un  popolo di solito così individualista. Vuol dire che c’è un capitale di  responsabilità, di senso del dovere, consapevolezza che la libertà di  ciascuno deve coesistere con quella di tutti gli altri.</span></p>
</div>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Non  che abbiamo imparato chissà che, né che la banda sia diventata così  larga. Ma abbiamo capito qualcosa da cui difficilmente torneremo  indietro: si possono fare tante cose, perfino una visita medica, senza  spostarsi fisicamente. Senza prendere la macchina, salire su un aereo,  viaggiare per ore, aspettare un bus, arrivare in ritardo. È una cosa  buona. Ci saranno grandi risparmi per le aziende, meno pressione  sull’ambiente e più flessibilità per tutti, per conciliare tempo di vita  e tempo di lavoro. Siano perfino diventati più puntuali: le conference call,  chissà perché, cominciano precise, senza il quarto d’ora accademico. Ma  è anche una cosa pericolosa. Può trasformarsi in pigrizia, assenteismo,  illusione di una vita in infradito. Soprattutto non può sostituire il  lavoro in presenza lì dove è indispensabile: la scuola, l’università, i  servizi agli anziani, dai quali non si può pretendere un collegamento su  Zoom.</span></p>
</div>
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<p><span style="color: #0000ff;">Otto  milioni di italiani hanno perso un anno di scuola o giù di lì, per  quanto encomiabili siano stati gli sforzi di didattica a distanza. C’è  chi ha perso di meno e chi di più, perché la «DAD» ha funzionato solo  nelle famiglie con un buon livello di istruzione, molti device  e un ottimo collegamento in rete. Dunque ha eroso il sistema educativo  nazionale e la sua funzione di coesione sociale. Guai a perdere pure  l’appuntamento di settembre.</span></p>
</div>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Le  bandiere italiane sono comparse numerose ai balconi delle case, manco  fossimo ai Mondiali: un modo di tenersi su, «stringiamoci a coorte».  Grandi folle si sono radunate per guardare le Frecce Tricolori. Ampi  consensi hanno sostenuto la difficile azione del governo. Ma attenzione:  gli italiani che hanno investito nel tricolore saranno anche i primi a  sentirsene traditi, se ne avranno motivo. Non ce lo possiamo permettere.</span></p>
</div>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">(Ps: cento giorni dopo, questo è anche il mio ultimo «Taccuino dal virus». È ora di raccontare il dopo.) Antonio POLITO, Il Corriere della Sera, 15 giugno 2020<br />
</span></p>
</div>
</h3>
]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;ODIO A 5 STELLE CHE AVVELENA IL PAESE, di Alessanro Sallusti</title>
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		<pubDate>Sat, 23 May 2020 12:52:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il territorio]]></category>

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		<description><![CDATA[Riccardo Ricciardi, oscuro ex consigliere comunale di Massa, presunto esperto di regie teatrali miracolosamente approdato in Parlamento nel 2018 con l&#8217;infornata grillina, ieri è spuntato fuori dal nulla che ha caratterizzato la sua vita professionale e politica per attaccare violentemente il modello sanitario della Lombardia, i suoi tanti morti e il suo nuovo ospedale «costruito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="font-size: 13px; font-weight: normal;"><span style="color: #0000ff;">Riccardo Ricciardi, oscuro ex consigliere comunale di Massa, presunto esperto di regie teatrali miracolosamente approdato in Parlamento nel 2018 con l&#8217;infornata grillina, ieri è spuntato fuori dal nulla che ha caratterizzato la sua vita professionale e politica per attaccare violentemente il modello sanitario della Lombardia, i suoi tanti morti e il suo nuovo ospedale «costruito sprecando soldi pubblici» (essendo ignorante non sa neppure che l&#8217;ospedale in questione è stato costruito solo con i soldi di privati).<br />
</span></span><span style="color: #0000ff;">Da qui ne è nata una rissa verbale e fisica con i deputati lombardi che per poco coinvolge il presidente del Consiglio presente in aula.<br />
</span><span style="color: #0000ff;">Avendo l&#8217;acqua alla gola i Cinque Stelle mandano avanti picchiatori e provocatori con la benedizione del presidente della Camera Fico (amico del Ricciardi) e molto probabilmente anche del premier. I grillini non sono avversari politici, sono dei teppisti mantenuti della politica e pure senza scrupoli. Per fortuna è solo questione di tempo, al primo voto due terzi di loro dicono i sondaggi &#8211; andrà a casa a fare i conti con la disoccupazione dalla quale vengono. Tra questi sicuramente ci sarà il Ricciardi, ma anche i loro compagni di scuola (solo quelli di Di Maio sono cinque) i parenti e gli amici piazzati ben pagati in ogni dove, e questo sì è puro sperpero di denaro pubblico.<br />
</span><span style="color: #0000ff;">Sarà una liberazione, perché noi ci teniamo ben stretto il modello Lombardia e lasciamo ai grillini il modello Roma-Raggi (degrado e inefficienza da Terzo mondo), quello Bonafede-giustizia (quattrocento mafiosi scarcerati), quello Di Maio-reddito di cittadinanza (soldi nostri a mafiosi, pregiudicati e lavoratori in nero) e quello Conte-Coronavirus (milioni di italiani economicamente abbandonati).<br />
</span><span style="color: #0000ff;">Temo che il provocatore Ricciardi sia solo l&#8217;antipasto di ciò che ci verrà quotidianamente servito nei prossimi mesi, quando sarà chiaro a tutti che il governo non ha risolto neppure un problema. Fomentare odi e picchiare sugli avversari per depistare l&#8217;opinione pubblica diventerà lo sport preferito di chi vede avvicinarsi la fine della sua ricca avventura politica. Non ci faremo intimidire ma è ovvio che non ci aspettano bei tempi.Il Giornale, 23 maggio 2020</span></h3>
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