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	<title>ILTORITTESE.it - fatti, notizie, cronaca, politica e cultura di Toritto (BA) &#187; Politica estera</title>
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	<description>fatti, notizie, cronaca, politica e cultura di Toritto (BA)</description>
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		<title>IL VOTO NEGLI USA E L&#8217;AMERICA CHE SERVE ALL&#8217;EUROPA, di aNGELO panebianco</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Sep 2020 09:45:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Politica estera]]></category>

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Nelle elezioni il cui esito influenzerà i  destini del mondo per molti anni a venire, niente appare più scontato  man mano che avanza la campagna elettorale. Il candidato  democratico Joe Biden è ancora in vantaggio (stando ai sondaggi) ma il  presidente uscente Donald Trump è in recupero. Forse, almeno in parte, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Nelle elezioni il cui esito influenzerà i  destini del mondo per molti anni a venire, niente appare più scontato  man mano che avanza la campagna elettorale. Il candidato  democratico Joe Biden è ancora in vantaggio (stando ai sondaggi) ma il  presidente uscente Donald Trump è in recupero. Forse, almeno in parte,  perché le rivolte urbane di questi mesi hanno spaventato molti elettori.  Per aver chiaro quale sia la posta in gioco servono due premesse. La  prima è che un europeo, posto di fronte alle elezioni statunitensi,  dovrebbe solo chiedersi quale sia, per noi europei, l’esito migliore.  Non lo comprendono, nel Vecchio Continente, né quelli che tifano Trump  perché si sentono ideologicamente vicini a lui né quelli che gli  preferiscono Biden per la stessa ragione. La seconda premessa è che chi  apprezza l’ordine liberale (la democrazia rappresentativa, l’economia di  mercato, le libertà civili) che vige nel mondo occidentale dalla fine  della Seconda guerra mondiale è tenuto anche a sapere che quell’ordine  può perpetuarsi soltanto se sono presenti certe condizioni culturali,  sociali, economiche. Ma anche geopolitiche: le scelte future degli Stati  Uniti influenzeranno le sorti dell’ordine liberale occidentale,  contribuiranno alla sua perpetuazione oppure al suo dissolvimento.  Qualcuno sostiene, con ragione, che, contrariamente a ciò che molti  dicono, la politica estera (l’unica di cui qui mi occupo) di Trump non è  solo un insieme di sbagli.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Ci sono ambiti nei quali Trump ha rimediato a  errori del suo predecessore Barack Obama. Per esempio, il duro confronto  di Trump con una Cina che per troppo tempo ha giocato a sfruttare (e  gioca tuttora a sfruttare) le debolezze del mondo occidentale, non  merita di essere trattato con disdegno: nel rapporto fra Occidente e  Cina c’è un problema reale e Trump ha avuto il merito di sollevarlo e di  agire di conseguenza. Sempre a merito di Trump si può citare la svolta  in Medio Oriente su un crinale delicatissimo: il nuovo posizionamento  degli Stati Uniti (che poi è un ritorno all’antico) rispetto alla  divisione fra musulmani sunniti e sciiti. I suoi due predecessori — Bush  con la guerra in Iraq che liberò la maggioranza sciita del Paese dalla  tirannia di una minoranza sunnita, e Obama con il trattato sul nucleare  con l’Iran — avevano scelto di dialogare con gli sciiti a scapito della  più antica e tradizionale alleanza con il mondo sunnita. Valutato alla  distanza, questo rovesciamento di alleanze non sembra avere generato i  benefici che ci si poteva attendeva, non è servito a dare più stabilità  alla regione né a mettere definitivamente fuori gioco il jihadismo  sunnita. Né ha ridotto le minacce all’esistenza di Israele. Invece, la  politica di Trump sembra aver dato alcuni importanti frutti: il più  spettacolare riguarda il contributo alla normalizzazione dei rapporti  fra Israele e gli Emirati arabi (cui si è aggiunto ora il Bahrein), un  evento che può anticipare ulteriori avvicinamenti fra Israele e le  potenze sunnite (Turchia esclusa). Nemmeno il riconoscimento di  Gerusalemme come capitale di Israele da parte di Trump, che tanto  scandalizzò a suo tempo gli europei, ha impedito questa positiva  evoluzione.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Se vogliamo dare a Trump quel che è di Trump dobbiamo  riconoscere che questi aspetti della sua politica mediorientale — al  pari della sua politica nei confronti della Cina — sono positivi, non  meritano il disprezzo che riservano loro molti suoi avversari. Bisogna  anche sperare che un’eventuale Amministrazione Biden non si faccia  condizionare dagli umori anti-israeliani dell’ala più a sinistra del  Partito democratico e non operi per bloccare questi sviluppi. Sempre con  riferimento al Vicino e Medio Oriente, una volta detto che la politica  di Trump non ha brillato — anzi, ha fallito: si pensi alla brutalità con  cui ha voltato le spalle ai curdi — in Siria come in Libia, bisogna  riconoscergli delle attenuanti: semplicemente, Trump non è riuscito a  rimediare ai gravi errori commessi, in rapporto a Siria e Libia, dal suo  predecessore Obama.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Detto ciò, bisogna però aggiungere che meriti ed attenuanti  finiscono qui. Dopo di che, comincia la lunga lista dei gravissimi  demeriti (dal punto di vista dell’interesse occidentale). Trump, con  stile diverso da Obama, ma nella sostanza al pari di Obama, non ha  cessato di far sapere al mondo che l’America è impegnata a  ridimensionare il proprio ruolo internazionale. Il che ha scatenato gli  appetiti nelle varie aree delle altre grandi potenze (Russia, Cina) e di  potenze regionali (come la Turchia di Erdogan). Per inciso, prima o  poi, gli Usa dovranno decidere che fare rispetto a una Turchia al tempo  stesso membro della Nato e ormai nemica del mondo occidentale.  Lasceranno alla sola Francia il compito di contenere le ambizioni  imperiali di Erdogan?</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Continuando a compulsare l’elenco degli aspetti negativi,  bisogna ricordare che sono rimasti opachi (e quindi, pericolosi) i  rapporti fra Trump e la Russia di Putin. Si tratti di Medio e Vicino  Oriente o di rapporti con la Russia, stiamo parlando di cose che toccano  gli interessi di noi europei. Così come ci tocca, destabilizzandoci, il  nazionalismo trumpiano. Con i suoi effetti dirompenti: lo scontro con  la Germania, l’ostilità all’Unione europea , la polemica sul ruolo della  Nato, più in generale l’attacco alle istituzioni multilaterali create  proprio dagli Stati Uniti dopo il 1945.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Poniamo che effettivamente la politica estera di Trump sia  l’inequivocabile dimostrazione che il tempo dell’egemonia internazionale  americana sia finito, chiunque vinca le prossime elezioni  presidenziali, che il declino (relativo) degli Stati Uniti sia ormai  irreversibile. È possibilissimo. Ma la domanda allora diventa: il  declino americano, l’obsolescenza della Nato, eccetera, possono avvenire  senza che , qui da noi in Europa, l’ordine liberale ne risenta? Davvero  qualcuno crede che l’Unione europea possa , in tempi brevi, sostituirsi  agli Stati Uniti, diventare un baluardo forte e indipendente di  quell’ordine liberale fino a poco tempo addietro puntellato dalla  potenza americana? Forse un Biden alla Casa Bianca non sarebbe capace di  ricucire i rapporti con gli europei, di ridare forza e slancio  all’ordine liberale occidentale. È possibile. Ma quella che con Biden è  una possibilità, diventa una certezza in caso di rielezione di Trump.  Non dovrebbe essere difficile capire che cosa convenga agli europei.<span style="color: #ff0000;"> Angelo Panebianco, Il Corriere della Sera, 14 settmbre 2020</span><br />
</span></h3>
</div>
]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;AMERICA IGNOTA DI TRUMP, di Massimo Gaggi</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Mar 2016 18:17:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica estera]]></category>

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Dopo  il voto di ieri per la politica americana è già arrivata l’ora di fare i  conti col ciclone Trump. C’è chi — primo Chris Christie, ma altri  seguiranno — spinge il reset button e sale sul carro del vincitore, magari promettendo all’establishment  dal quale proviene che farà buona guardia. Poi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><img title="  " src="http://images2.corriereobjects.it/methode_image/2016/03/03/Cultura/Foto%20Cultura%20-%20Trattate/14.0.463660216-k9XC-U4316042953900543B-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443.jpg?v=20160302220141" alt="  " /></div>
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<p><span style="color: #0000ff;">Dopo  il voto di ieri per la politica americana è già arrivata l’ora di fare i  conti col ciclone Trump. C’è chi — primo Chris Christie, ma altri  seguiranno — spinge il reset button e sale sul carro del vincitore, magari promettendo all’establishment  dal quale proviene che farà buona guardia. Poi ci sono gli  intellettuali e i commentatori (di destra e di sinistra, stavolta non fa  differenza) attoniti e costretti al mea culpa:  per non aver preso sul serio il fenomeno Trump, ma soprattutto per non  aver capito cosa stava bollendo nel pentolone del malessere sociale del  ceto medio americano schiacciato da globalizzazione e rivoluzione  tecnologica. Poi c’è il partito repubblicano: panico e scenari  apocalittici. Trump, che non si fa problemi a demolire i cardini  ideologici della destra promettendo più tasse per i ricchi, sgravi per i  poveri e protezionismo commerciale mentre sulle questioni bioetiche,  dall’aborto ai matrimoni gay, è più vicino ai democratici che ai  conservatori religiosi, può ridurre il «Grand Old Party» a un cumulo di  macerie.</span></p>
</div>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Un quadro caotico, senza precedenti,  ma si possono azzardare tre scenari: il primo è quello di una sorta di  guerra civile non dichiarata contro Trump coi repubblicani che, per  liberarsene, non escludono nemmeno di lasciare la Casa Bianca alla  Clinton. E se l’imprenditore diventerà comunque presidente, possono  bloccare i suoi atti più controversi attraverso il Congresso (come hanno  fatto con Obama). Tenendosi sempre di riserva l’arma dell’impeachment. Sarebbe  molto pericoloso: un Trump dalle chiare tendenze autoritarie che già ha  usato espressioni mussoliniane, potrebbe essere tentato di trasformare  il Congresso, già oggi l’istituzione più impopolare d’America, in «un  bivacco di manipoli».</span></p>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> Il secondo scenario è quello di  Trump come incidente della storia che innesca una rifondazione della  destra americana. C’è già chi sostiene che il Partito repubblicano,  sclerotizzato, sconvolto dalla rivoluzione dei Tea Party, condizionato  dalle sue rigidità ideologiche, potrebbe essere lasciato come un guscio  vuoto nelle mani di Trump, trasferendo l’energia positiva dei  conservatori più dinamici in un nuovo Partito della Costituzione. Un  processo con vari sbocchi possibili, soprattutto se alla fine dovesse  candidarsi da indipendente anche il conservatore illuminato Michael  Bloomberg: sarebbe la fine del bipartitismo Usa. Ma c’è anche chi  comincia a dire — terzo scenario — che Trump non è il diavolo: da  imprenditore capisce meglio di un partito impiccato alle sue parole  d’ordine che un’austerity fiscale troppo severa, la bassa tassazione della ricchezza e i processi di deregulation e globalizzazione attuati senza limiti e controlli sono all’origine dello schiacciamento della classe media.</span></p>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Bisogna essere molto ottimisti per  credere a uno scenario simile perché nei discorsi di Trump le poche  idee forse di buon senso su economia e società sono sepolte sotto cumuli  di invettive e proclami che, a prenderli sul serio, presuppongono  un’attività di governo fatta di violazioni della Costituzione e del  diritto internazionale. Ma non è detto che, una volta eletto presidente,  Trump adotterebbe le ricette da «olio di ricino» di cui parla nelle  piazze americane. «Servono solo a catturare ampi consensi  nell’elettorato conservatore» dice a mezza bocca qualche consigliere del  tycoon. Noto per una certa  tendenza, su varie questioni, a sostenere tutto e il contrario di tutto.  Lui stesso, del resto, non ha smentito di aver detto, durante un  incontro off the record coi capi del New York Times,  che le sue idee sugli immigrati sono meno dure di quelle che distilla  nei comizi: «Tutto è negoziabile» ha replicato a chi gli chiedeva  delucidazioni.</span></p>
</div>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Comprensibile il panico della  destra davanti a un personaggio che la trascina verso l’ignoto. Ma ora  c’è allarme anche tra i democratici: una candidatura dell’impresentabile  Trump sembrava un regalo fatto a Hillary Clinton. Ora molti cominciano a  sospettare che il costume indossato da Trump, quello di un «Superman  antisistema», possa sedurre anche qualcuno a sinistra.  Unica certezza: Donald non può più essere liquidato come un fenomeno  folkloristico. Va spiegato a Rubio e Cruz che hanno cominciato a  trattarlo da clown, acrobata e truffatore fuori tempo massimo. Massimo Gaggi, Il Corriere della Sera, 3 marzo 2016<br />
</span></p>
</div>
</h3>
]]></content:encoded>
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		<title>ATTENTATI DI PARIGI, BATTAGLIA CULTURALE SENZA IPOCRISIE, di Ernesto Galli della Loggia</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Nov 2015 10:34:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Politica estera]]></category>

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		<description><![CDATA[Come faccia il terrorismo che tutti, ma  proprio tutti, definiscono islamista a non avere nulla a che fare con  l’Islam, è qualcosa che dovrebbe, mi pare, richiedere una spiegazione.  Che invece non ci viene mai data dai tanti che pure ci ammoniscono con  severità a tenere separate le due cose. L’unica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="color: #0000ff;">Come faccia il terrorismo che tutti, ma  proprio tutti, definiscono islamista a non avere nulla a che fare con  l’Islam, è qualcosa che dovrebbe, mi pare, richiedere una spiegazione.  Che invece non ci viene mai data dai tanti che pure ci ammoniscono con  severità a tenere separate le due cose. L’unica spiegazione talvolta  offertaci circa l’obbligo di tale separazione starebbe nel fatto che la  maggior parte delle vittime del terrorismo suddetto &#8211; a Bagdad per  esempio, o a Beirut o ad Aleppo o al Cairo &#8211; sarebbero in realtà proprio  degli islamici. Il che è vero: peccato però che nessuno dei mille  attentati commessi in quei luoghi sia mai stato rivendicato, che si  sappia, con proclami a base di citazioni di «sure» del Corano e di  relative maledizioni contro gli «infedeli»: come invece è la regola  quando nel mirino è ieri Parigi o in genere l’Occidente. In realtà, a  Bagdad o a Beirut, l’impiego del tritolo o del kalashnikov corrisponde  semplicemente al modo oggi più comune da quelle parti di regolare i  conflitti politici con gli avversari. L’impiego ad uso bellico dei testi  sacri, insomma, è riservato soltanto a noi. Dunque, smettiamola di  nasconderci dietro un dito: la religione c’entra eccome. Innanzi tutto  perché islamici ferventi e religiosamente motivati sono i terroristi, e  poi per un’altra importante ragione. </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">Perché ciò che lega le mani all’islamismo moderato &#8211; che senz’altro esiste ed è maggioritario  &#8211; impedendogli regolarmente di farsi sentire e di opporsi alle imprese  sanguinarie degli altri, è per l’appunto il ferreo ricatto della  comunanza religiosa. Ed è sempre questo ricatto-vincolo che a suo modo  crea nella gran parte dell’opinione pubblica islamica, nelle sterminate  folle delle periferie come negli strati più elevati, se non una qualche  tacita complicità, certamente l’impossibilità di dissociarsi, di  schierarsi realmente contro. Ciò che a propria volta vincola in misura  determinante anche l’azione dei governi di quei Paesi. </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">Ma se le cose stanno così, se per l’esistenza del terrorismo è decisiva l’esistenza di questo ampio retroterra costituito  e cementato dal fortissimo ruolo identitario della religione, non è  forse qui, allora, a proposito di questo ruolo, che l’Occidente dovrebbe  impegnarsi in uno scontro, lanciare una sfida? Certe guerre non si  vincono solo militarmente grazie alle armi (che pure sono importanti e  vanno impiegate fino in fondo) ma anche con altri strumenti. </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">Non  si tratta di dichiarare né una guerra tra civiltà né una guerra tra  religioni. Bensì di iniziare un’analisi, una discussione dai toni anche  aspri se necessario, sugli effetti che ha avuto per l’appunto il  ruolo identitario della religione islamica sulle società dove essa  storicamente è stata egemone, una discussione su che cosa sono queste  società, e sulle vicende storiche stesse del mondo islamico, forse un  po’ troppo incline all’oblio e all’autoassoluzione. Un confronto-scontro  con quel mondo di carattere eminentemente culturale. In sostanza lo  stesso confronto-scontro che la cultura laico-illuministica occidentale  ha avuto per almeno due secoli con il Cristianesimo e con la sua  influenza storico-sociale, ma che viceversa si mostra quanto mai restia  ad avere oggi con l’Islam. Riducendosi così a menare scandalo, magari,  per il mancato ma-trimonio dei gay a Roma ma in pratica a non dire nulla  sulla loro impiccagione a Teheran, o sulla lapidazione delle adultere a  Islamabad.</span><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">Il modo migliore per aiutare l’Islam moderato a  liberarsi del ricatto religioso, delle sue paure di lesa solidarietà  comunitaria, è proprio quello di incalzarlo a un confronto senza mezzi  termini con un punto di vista diverso che non abbia paura della verità.  Un punto di vista fatto proprio dai media, dagli scrittori, dagli  intellettuali occidentali, che quindi chieda conto di continuo a  quell’Islam del perché mai quasi sempre nel suo mondo le donne debbano  essere tenute in una condizione di spaventosa inferiorità, perché nei  suoi Paesi non si traduca un libro (tranne il Mein Kampf e I Protocolli  dei Savi di Sion , con tirature da capogiro), perché non ci sia mai  un’importante mostra d’arte, perché costruire una chiesa o una sinagoga  debba essere vietato, perché essi non abbiano sottoscritto se non  parzialmente le dichiarazioni sui diritti dell’uomo, perché in genere si  faccia così poco per debellare l’analfabetismo. Un confronto che chieda  il suo giudizio su ognuna di queste cose, e crei l’occasione per  ascoltarlo e discuterne. Dare per scontata l’esistenza di un Islam  moderato ma poi non cercare un confronto con esso non ha senso. </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">Un  simile confronto potrebbe anche servire a dissipare l’unilateralità  vittimistica con cui troppo spesso l’opinione pubblica islamica,  anche quella moderata, è portata a vedere il rapporto storico tra il  mondo islamico stesso e quello cristiano. Potrebbe servire a ricordare,  per esempio, che le Crociate furono soprattutto una debole e caduca  risposta (per giunta limitata alla Palestina e poco più) alle immani  conquiste militari realizzate dall’Islam nei tre secoli precedenti di  territori in parte cristiani come il Nord Africa. O ricordare, per fare  un altro esempio, che i massacri compiuti nel 1945 e in seguito dal  colonialismo francese in Algeria non hanno avuto certo nulla da  invidiare a quelli, ancora più efferati, commessi dalla Turchia  mussulmana ai danni dei cristiani in Bulgaria a fine Ottocento. </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">Il terrorismo islamista e il suo richiamo religioso si nutrono in  misura notevole degli autoinganni, dell’ignoranza della realtà storica,  delle vere e proprie falsificazioni, che hanno più o meno largo corso  nelle società che gli stanno dietro, e che da lì arrivano anche alle  comunità islamiche in Europa. È di questi succhi velenosi che si nutre  la formazione elementare di molti dei suoi adepti. Se a costoro si  riuscisse a svuotare un poco l’acqua in cui nuotano, o a chiarirgli  appena un po’ le idee prima che imbraccino un mitra, non sarebbe un  risultato da poco<span style="color: #ff0000;">. Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera, 16 novembre 2015</span></p>
<p></span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"></p>
<p></span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"></p>
<p></span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><span style="color: #ff0000;">C&#8217;e un passo di questo editoriale di Galli della Loggia che è fondamentale &#8220;</span></span> <span style="color: #ff0000;"><em>si chieda conto di continuo a   quell’Islam ( quello cosiddetto moderato)  del perché mai quasi sempre nel suo mondo le donne debbano   essere tenute in una condizione di spaventosa inferiorità, perché nei   suoi Paesi non si traduca un libro (tranne il Mein Kampf e I Protocolli   dei Savi di Sion , con tirature da capogiro), perché non ci sia mai   un’importante mostra d’arte, perché costruire una chiesa o una sinagoga   debba essere vietato, perché essi non abbiano sottoscritto se non   parzialmente le dichiarazioni sui diritti dell’uomo, perché in genere si   faccia così poco per debellare l’analfabetismo&#8221;. Solo dopo che si sarà data risposta   a questi quesiti e sopratutto si sarà posto rimedio vero, effettivo, efficace a quello che sinora accade nell&#8217;Islam moderato  si potrà avviare una vera e reale integrazione fra le due culture e rendere inoffesivo il terrorismo che su queste contraddizioni  fonda il suo potere. g.<br />
</em></span></h3>
]]></content:encoded>
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		<title>LA TRAGEDIA DI IERI: DOVE CESSA L&#8217;UMANITA&#8217;, di Claudio Magris</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Apr 2015 08:32:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Politica estera]]></category>

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		<description><![CDATA[

Ogni volta la tragedia è più grande &#8211; e lo  sarà sempre più &#8211; e ogni volta si dice, mentendo in buona fede a se stessi, che si è raggiunto il colmo.
E che è vicino il momento  in cui si volterà pagina, proprio perché è intollerabile che continui questo crescendo di orrori.

 

Invece [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><img title="Una barca di immigrati soccorsa dalla Marina italiana (Ansa/Lami)" src="http://www.corriere.it/methode_image/2015/04/20/Interni/Foto%20Interni%20-%20Trattate/4302.0.413183526-U430101537660104rFH-U4308077399035bfG-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443.jpg?v=20150420081329" alt="Una barca di immigrati soccorsa dalla Marina italiana (Ansa/Lami)" /></div>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Ogni volta la tragedia è più grande &#8211; e lo  sarà sempre più &#8211; e ogni volta si dice, mentendo in buona fede a se stessi, che si è raggiunto il colmo.<br />
E che è vicino il momento  in cui si volterà pagina, proprio perché è intollerabile che continui questo crescendo di orrori.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Invece con ogni probabilità continuerà,  se non accadrà qualche radicale e inimmaginabile cambiamento nella  situazione e nella politica mondiali. La pietà, l’indignazione e lo  sgomento del mondo &#8211; di noi tutti &#8211; si accenderanno, sinceri e inutili, a  ogni nuovo  episodio di barbarie.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Ma forse sempre meno, perché ci si abitua a tutto e proprio il ripetersi delle orrende e criminose tragedie renderà più assuefatte e meno reattive le coscienze.<br />
Che fare, come dice il titolo di un famoso pamphlet politico? Il problema è tragico,<br />
perché  agli immigrati e senza nome e senza destino si oppongono non solo le  livide, imbecilli e regressive paure di chi teme ogni forestiero  incapace di bestemmiare nel suo dialetto e sogna un mondo endogamico e  gozzuto di consanguinei.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Alla doverosa accoglienza umana di tanti fratelli perseguitati e infelici si oppone e  purtroppo si opporrà una difficoltà o impossibilità oggettiva, il  numero di questi fratelli infelici, che un giorno potrebbe essere  materialmente impossibile accogliere. Un ospedale che ha cento posti  letto può ospitare, in situazioni di emergenza, 150 malati, ma non 10  mila, e chi facesse entrare nelle sue corsie 10 mila persone creerebbe,  irresponsabilmente, la premessa di nuove difficoltà e di nuovi  conflitti. Queste infami tragedie sono la prova di un’altra triste  realtà: l’inesistenza dell’Europa. Il problema dei dannati della Terra  che arrivano sulle nostre coste è europeo, non italiano; coinvolge  l’Europa, non solo l’Italia. Che l’Unione Europea se ne disinteressi è  oscenamente autodistruttivo; è come se il governo italiano si  sbarazzasse del problema dicendo che è affare della regione di Sicilia,  visto che i naufraghi, vivi o morti, non arrivano a Roma o a Torino. Se  l’Unione Europea se ne disinteressa, e non può essere un tardivo  intervento a dimostrare il contrario, significa che l’Unione Europea non  esiste. Che fare? Certo, si possono adottare piccole misure. Ad  esempio, sarebbe opportuno che i mercanti di schiavi, colpevoli spesso  volontariamente di crimini, fossero sottoposti, data l’emergenza di  questa vera guerra per l’Italia, al codice marziale.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Non sarebbe male se i mercanti di schiavi e di morte sbrigassero i loro affari rischiando la morte come i loro schiavi.<br />
Fa impressione leggere di alcuni di questi assassini arrestati e presto  scarcerati e tornati al loro traffico lurido e lucroso. Che fare?  Nessuno, sembra, lo sa.<span style="color: #ff0000;"> </span></span><span style="color: #ff0000;">Claudio Magris, Il Corriere della Sera, 20 aprile 2015</span></h3>
<h3><span style="color: #ff0000;">&#8230;Ecco il punto, l&#8217;Europa non c&#8217;è, anzi c&#8217;è quando si tratta di imporre austerità e vincoli, non c&#8217;è quando si tratta dei grandi temi etici e politici che riguardano la realtà del nostro e degli altri continenti. Questa Europa nion piace a nesusno che abbia un pò di buon senso, piace solo ai banchieri ae agli affaristi , i migliori alleati dei trafficanti di morte. g. </span></h3>
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		<title>L&#8217;ONU, UNA FALSA AUTORITA&#8217; MORALE,  di Ernesto Galli della Loggia</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Feb 2015 10:26:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica estera]]></category>

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Meglio chiarirlo subito: per sbarrare la  strada all’Isis va benissimo cercare ogni possibile via diplomatica  (puntare al «dialogo» mi sembra davvero un po’ troppo); egualmente  giustissimo non affrettare in alcun modo un’eventuale soluzione militare  della questione Libia. Tutto ciò per dire che in vista di qualunque  decisione nel merito [...]]]></description>
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<div><a href="http://www.corriere.it/editoriali/15_febbraio_22/falsa-autorita-morale-5ccb0ca8-ba5f-11e4-9133-ae48336c4c83.shtml#" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.corriere.it/editoriali/15_febbraio_22/falsa-autorita-morale-5ccb0ca8-ba5f-11e4-9133-ae48336c4c83.shtml?referer=');"> </a></div>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Meglio chiarirlo subito: per sbarrare la  strada all’Isis va benissimo cercare ogni possibile via diplomatica  (puntare al «dialogo» mi sembra davvero un po’ troppo); egualmente  giustissimo non affrettare in alcun modo un’eventuale soluzione militare  della questione Libia. Tutto ciò per dire che in vista di qualunque  decisione nel merito di tale questione mi sembra più che sensato  guardare alle Nazioni Unite. Considerare cioè il Palazzo di Vetro come  una sede preliminare ineludibile di qualunque via futura si scelga.  Tuttavia, da ciò a celebrare il culto dell’Onu, a proclamarne  obbligatoria l’osservanza in ogni circostanza, come sono inclini a fare  da sempre una parte dell’opinione pubblica italiana e la totalità della  classe politica, ce ne corre (o dovrebbe corrercene). Invece solo da  noi, mi pare, l’Onu è considerata quasi una sorta di sede della  coscienza universale, di unica titolare autorizzata a giudicare che cosa  è bene e che cosa è male negli affari del mondo. Solo nel nostro  discorso pubblico o quasi le sue pronunce sono generalmente accolte come  l’inappellabile voce della giustizia. Da qui la necessità &#8211; sentita in  Italia come assoluta &#8211; di un consenso dell’Onu stessa per attestare la  liceità di qualsivoglia uso della forza: non già, come invece è, per  dichiararne semplicemente la conformità formale al deliberato  dell’organizzazione. Deliberato &#8211; bisognerà pur ricordarlo &#8211; che non  proviene però da nessuna autorità imparziale (tipo tribunale o gruppo di  «saggi» o esperti super partes ), bensì da un’assemblea di Stati. Di  quei «freddi mostri», come li definì a suo tempo un grande europeo, i  quali sono soliti giudicare legale o meno l’uso della forza (come del  resto qualunque altra cosa) sempre e comunque in base a un solo  criterio: il proprio interesse politico (o, ciò che è la stessa cosa, il  proprio schieramento ideologico di appartenenza). Quale autentico  valore morale abbia una simile pronuncia può essere oggetto perlomeno di  qualche dubbio. Del resto il carattere moralmente spurio perché  fondamentalmente solo politico delle pronunce delle Nazioni Unite è  attestato dal suo stesso statuto, quando istituisce il diritto di veto.  Cioè la regola per cui qualunque verdetto dell’Assemblea generale degli  Stati è di fatto reso inoperante e perciò nullo dal diritto riconosciuto  ai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Usa, Russia,  Cina, Francia, Gran Bretagna) di opporre la loro volontà contraria. Che  razza di accertamento legale, e tanto più etico, è mai quello che può  concludersi in questo modo?<br />
Un’ulteriore riprova della base in  realtà assai debole su cui poggia l’autorità delle Nazioni Unite è data  dagli stessi che per un altro verso si presentano come i loro più  convinti paladini. Cioè da coloro che si riconoscono nelle culture  politiche che maggiormente auspicano in ogni occasione il ricorso  all’Onu e l’ossequio alle sue risoluzioni. Per esempio i cattolici in  generale e le gerarchie vaticane: gli uni e le altre sempre pronti a  sostenere l’opportunità dell’intervento del Palazzo di Vetro, l’uso  delle sue istanze e l’adeguamento alle sue direttive quando si tratta di  tensioni e scontri politici tra gli Stati, di minacce di guerra. Quando  però si tratta di questioni di diversa natura come l’aborto, la  definizione di genere o il matrimonio tra persone dello stesso sesso &#8211;  questioni dove l’etica conta davvero &#8211; allora, invece, all’Onu e ai suoi  meccanismi decisionali non vengono più attribuiti, chissà perché,  alcuna autorità e alcun valore. Così come del resto una vasta parte  dell’opinione pubblica occidentale non attribuisce neppure lei alcun  valore alle varie, pazzotiche (per non dir peggio) delibere delle  Nazioni Unite in materia di razzismo, sionismo e via dicendo. </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">La verità, come non è difficile capire, è che dietro il ritornello del  ricorso all’Onu che domina la politica estera dell’Europa c’è  innanzitutto l’inconsistenza di quella politica. E subito dopo il  deperimento del concetto tout court di politica in senso forte: come  decisione per l’appunto sulla pace e sulla guerra, sulla vita e sulla  morte. E questo è, a sua volta, l’effetto dell’incertezza che regna  nella nostra coscienza su che cosa siamo e sul suo senso, su che cosa  dunque ci è consentito di volere e sui mezzi da impiegare per volerlo.  Ormai anche il concetto primordiale di autodifesa ci appare un concetto  problematico. Per qualunque cosa o quasi abbiamo bisogno del consenso  degli altri, e per metterci a posto la coscienza ci diciamo che è così  perché sono gli altri meglio di noi a sapere che cosa è giusto e che  cosa è sbagliato. Anche se dentro di noi sappiamo benissimo che gli  altri, in realtà, ci indicheranno solo ciò che sembrerà più utile per  loro. <span style="color: #ff0000;">Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera, 22 febbraio 2015</span></p>
<p></span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><span style="color: #ff0000;">&#8230;&#8230;..A conferma di quanto scrive Galli della Loggia, cui sono l&#8217;Egitto e la Turchia che infischiandosene dell&#8217;Onu, vanno all&#8217;attacco armato, aereo e sul campo, dell&#8217;ISIS&#8230;del resto anche Sarkozy e Cameron nel 2011 non attesero il via libera dell&#8217;ONU per attaccare la Libia, paese sovrano, non certo per ragioni umanitarie ma per il vile danaro.<br />
</span></span></h3>
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		<title>CATIVA COSCIENZA DELL&#8217;EUROPA, di Ernesto Galli della Loggia</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Feb 2015 10:36:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Politica estera]]></category>

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Mentre scriveva nel suo editoriale per il Corriere di ieri che  «gli europei sembrano ormai incapaci di pensare seriamente alla  sicurezza», Angelo Panebianco non poteva immaginare quanta ragione gli  avrebbero dato dopo solo poche ore le notizie giunte da Copenaghen  sull’ultima impresa del terrorismo jihadista. E sempre sperando che non  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Mentre scriveva nel suo editoriale per il Corriere di ieri che  «gli europei sembrano ormai incapaci di pensare seriamente alla  sicurezza», Angelo Panebianco non poteva immaginare quanta ragione gli  avrebbero dato dopo solo poche ore le notizie giunte da Copenaghen  sull’ultima impresa del terrorismo jihadista. E sempre sperando che non  facciano lo stesso le notizie provenienti in futuro dall’Ucraina. Alla  sua analisi manca tuttavia una premessa importante: gli europei sono  incapaci di pensare alla loro sicurezza innanzi tutto perché sono ormai  incapaci di pensare alla guerra. Di pensare concettualmente la guerra.  Di convincersi cioè che quando in una situazione di crisi una delle due  parti appare decisa per segni indubitabili a usare la violenza, c’è un  solo modo di fermarla: minacciare di usare una violenza contraria. E  quando è inevitabile, usarla.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Da settant’anni questa elementare verità all’Europa di Bruxelles  ripugna. Non a caso tutto il suo establishment politico-culturale ha  appena potuto permettersi di ricordare il centesimo anniversario della  Grande guerra solo a patto di farne propria l’antica qualifica papale di  «inutile strage». Inutile dunque l’indipendenza della Polonia,  dell’Ungheria o dei Paesi baltici che scaturì da quel conflitto. E  perché? In che senso, da quale punto di vista? Inutile pure il risveglio  politico di tutto il mondo islamico in seguito al crollo dell’impero  ottomano: ma chi può dirlo? Così come inutile, naturalmente, nel suo  piccolo, anche il ritorno all’Italia di Trento e Trieste, non si capisce  in base a quale criterio. I n base al criterio, si risponde, che tutto  questo è costato un enorme numero di morti. È vero. Ma un enorme numero  di morti, per fare solo qualche esempio, sono costate anche le invasioni  barbariche, le guerre di religione del Seicento, la battaglia di  Stalingrado, per non parlare, che so, della colonizzazione dell’America  in seguito alla scoperta del Nuovo mondo: si è trattato perciò di  avvenimenti «inutili»? Ma via, che modo è mai questo di fare storia,  assumendo come criterio chiave il numero dei morti?<br />
È peraltro in  questo modo, a forza di suscitare emozioni e di consolidare giudizi del  genere, che la storia &#8211; quella vera, quella che secondo una famosa  immagine di Hegel assomiglia inevitabilmente a un banco di macelleria  dal momento che gli uomini sono sempre quelli del peccato originale &#8211; è  in questo modo, dicevo, che la storia si è progressivamente dileguata  dall’orizzonte concettuale dell’opinione pubblica europea. E insieme  dalla cultura delle sue élite politiche, dopo il ‘45 orientate  massicciamente in senso cristiano-socialdemocratico. Il vuoto lasciato  dalla storia è stato riempito dai principi. Unicamente i principi devono  guidarci nell’arena del mondo: la giustizia, la libertà, l’eguaglianza,  il diritto. Ma soprattutto la pace. Peccato che in quell’arena i  principi, se non sono sostenuti dalle armi, possono voler dire una sola  cosa: il compromesso a tutti i costi, il compromesso sempre e comunque. E  alla fine &#8211; nella sostanza, anche se ogni sostanza può sempre essere  mascherata &#8211; quasi sempre la resa.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">E infatti a cos’altro si prepara se non alla resa un’Unione Europea  la quale &#8211; c’informava sempre ieri sul Corriere Danilo Taino, immagino  con intima soddisfazione di Federica Mogherini, ormai avviata a farci  rimpiangere lady Ashton &#8211; negli ultimi vent’anni, mentre ai suoi confini  crollava il mondo, ha visto dimezzare la propria aviazione tattica,  l’artiglieria passare da circa 40 mila pezzi a poco più di 20 mila, e i  suoi tre Paesi più popolosi (Germania, Francia e Italia) attualmente in  grado di schierare insieme solo 770 (dicesi 770) carri armati? E le  altre cifre relative agli armamenti declinare più o meno nella stessa  clamorosa misura? Forse, per risultare credibile, un presunto ministro  degli Esteri dovrebbe occuparsi anche di queste minutaglie.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Niente guerra, invece, niente inutili stragi. L’Italia  in specie poi, si sa, è votata alla pace. Se domani andremo in Libia,  se mai ci andremo, anche lì, c’è da giurarci, non andremo per fermare  con le armi le orde dello «Stato islamico», cioè con la guerra. No.  Dimentichi che non c’è ipocrisia maggiore di quella delle parole, ma  decisi a non dismettere la nostra sciocca ideologia, andremo «per  mantenere la pace».<br />
La guerra, gli europei dell’Ue hanno deciso di  lasciarla agli americani. Credendo così, tra l’altro, di poterli  comodamente giudicare dei «guerrafondai» schiavi della «cultura delle  armi» e di potersi sentire quindi moralmente superiori ad essi: in una  parola più democratici.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> E invece è vero proprio il contrario.  Se anche dopo il terribile Novecento gli Usa hanno potuto lasciare  posto nel proprio arsenale ideale e politico alla guerra &#8211; e continuare a  fare delle guerre &#8211; è stato anche perché consapevoli del forte legame  della loro società con i valori democratici. Un legame che si è  dimostrato capace di rimetterli sulla strada giusta dopo ogni guerra  sbagliata, di suscitare gli anticorpi in grado di immunizzarli dai  pericoli politici e dalle cadute etiche che sempre si accompagnano alla  guerra. È per l’appunto questa consapevolezza (degli americani ma anche  dei britannici) che gli europei invece, i quali pure si credono tanto  più democratici, non possono avere. Oscuramente essi avvertono che il  loro rifiuto della guerra, apparentemente così virtuoso, in realtà copre  la paura che in qualche modo la guerra possa resuscitare come d’incanto  i démoni che affollano il loro passato così poco democratico. È solo un  caso se il Paese non da oggi più pacifista di tutti è la Germania? Il  nostro amore per la pace, insomma, assomiglia molto a un antico rimorso  divenuto cattiva coscienza.<span style="color: #ff0000;"> Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera, 16 febbraio 2015</span></span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"><span style="color: #ff0000;"><br />
</span></span></p>
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		<title>MARINE LE PEN, LA NUOVA DESTRA EUROPEA</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Mar 2014 22:52:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Che piaccia o preoccupi, la bionda Marine Le Pen  ha compiuto il capolavoro politico che  non era riuscito a suo padre. Ha svecchiato la gerarchia del partito,  ha attenuato l’armamentario xenofobo e razzista e ha cavalcato le  inquietudini dei cittadini di fronte a un’Europa lontana,  irriconoscibile rispetto agli ideali per cui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="color: #0000ff;"><span style="color: #ff0000;"><em><span style="font-weight: bold; font-style: normal;">&#8220;Che piaccia o preoccupi, la bionda Marine Le Pen  ha compiuto il capolavoro politico </span>che  non era riuscito a suo padre. Ha svecchiato la gerarchia del partito,  ha attenuato l’armamentario xenofobo e razzista e ha cavalcato le  inquietudini dei cittadini di fronte a un’Europa lontana,  irriconoscibile rispetto agli ideali per cui è stata concepita. Un sogno  diventato un insieme di regole vicino al naufragio. Marine è riuscita,  come altri capipopolo europei, a sfuggire all’esorcismo inutile di  quanti si ostinano a definire populismo ed «eurofobia» le domande di  sicurezza, di giustizia fiscale, di difesa delle identità nazionali, di  sviluppo e lavoro. E a predicare nel deserto sociale il verbo  dell’austerità e la legge dello spread.&#8221;</em> </span>Così Massimo Nava sul Corriere della Sera di questa mattina ha commentato lo storico risultato elettorale al primo turno amministrativo dei francesi che hanno attribuito al partito di Marine Le Pen, il Front National, un successo strepitoso, che ha  ottenuto circa il 7% dei voti a livello nazionale pur avendo presentato liste in soli 500 comuni sui 36.000 in cui si votava, conquistando anche molti cComuni al primo turno, in ogni parte della Francia.  Proiettando i dati a livello nazionale si prefigura per il partito di Marine Le Pen un risultato eccezionale alle europee del 25 maggio quando potrebbe risultare il primo partito francese e quindi di fatto partito guida della Destra, una nuova Destra Europea, in Europa, rompendo, così come di fatto è accaduto ieri in Francia, il sistema bipolare &#8211; PPE e PSE &#8211; che sinora ha governato, male, il vecchio continente. Sistema che ha  provocato ovunque insofferenza quando una vera e propria repulsione nei confronti di una istituzione che ha sottratto ai popoli europei identità, sovranità, libertà, per attribuirle ad una casta di burocrati senza anima e pulsioni.  Non era questa l&#8217;Europa che i grandi europeisti, da De Gasperi ad Adenauer avevano sognato, non era questa l&#8217;Europa dei Popoli, l&#8217;Europa Nazione,  gli Stati Uniti di Europa, che  avevamo sognato  da ragazzi, quando ad essa inneggiavamo per contrapporla  alle due potenze che a Yalta si erano spartiti il mondo come fosse un cocomero.  Non era di certo l&#8217;Europa delle banche e dei banchieri, l&#8217;Europa del rigore e dell&#8217;ottusa burocraticismo, sbarcato a Bruxelles al seguito dei sistemi corrosivi delgli stati nazionali, quella che si doveva costruire. Ed è contro questa Europa mal fatta, che ovunque, in tanti patrie europee che sono insorti i cosiddetti euroscettici che ora hanno anche un Capo, una signora bionda vestita di blu, che ha il coraggio delle proprie idde, che non recita poesie ma innalza la bandiera della verità, che si pone come  simbolo di una Destra che non ha paura delle parole e di dirle senza infingimenti e timori, che non ha paura di chiamarsi Destra senza se e senza ma. Questa signora è Marine Le Pen. Grazie per aver ridato speranza e rappresentanza alla Destra, anche alla distratta o forse del tutto latitante destra italiana.  g.</span></h3>
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		<title>RENZI: IN GERMANIA LO PARAGONANO A MR. BEAN</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Feb 2014 13:53:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
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Così  la stampa tedesca vede Renzi, lo paragona a mr. Bean, cioè ad una maschera comica se non pagliaccesca. E Renzi non è ancora andato a Berlino, chissà quando ci andrà come ce lo disegneranno i tedeschi, abituati alla serietà e alla compostezza, anche quando, anzi specie quando  stanno per farla a qualcuno. Intanto Renzi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.iltorittese.it/public/2014/02/03-renzibean_MGzoom1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-7498" title="03-renzibean_MGzoom" src="http://www.iltorittese.it/public/2014/02/03-renzibean_MGzoom1-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Così  la stampa tedesca vede Renzi, lo paragona a mr. Bean, cioè ad una maschera comica se non pagliaccesca. E Renzi non è ancora andato a Berlino, chissà quando ci andrà come ce lo disegneranno i tedeschi, abituati alla serietà e alla compostezza, anche quando, anzi specie quando  stanno per farla a qualcuno. Intanto Renzi, in attesa di andare a Berlino, ha fatto le prove generali questa mattina a Treviso dove ha già iniziato a fare marcia indietro. A un imprenditore che gli chiedeva di eliminare o ridurre l&#8217;IRAP, tutto giulivo ha detto che avendo a disposizione 10 miliardi &#8211; ma non li ha ancora dovendo il neo ministro dell&#8217;Economia ancora trovarli da chissà dove &#8211; per ridurre il cuneo fiscale come promesso in Parlamento, se riducesse l&#8217;IRAP, che vale 30 miliardi,  di un terzo, cioè 10 miliardi, favorendo così gli imprenditori,  non ci sarebbero più i 10 miliardi per ridurre il cuneo fiscale. Gli è sfuggito che una cosa è l&#8217;IRAP e un&#8217;altra cosa è il cuneo fiscale, perchè mentre l&#8217;IRAP pesa sugli imprendtori, il cuneo fiscale riguarda i lavoratori. Insomma, in breve, Renzi, senza volerlo, forse, ma forse neanche rendendosene conto, ha praticamente detto quello che sanno da sempre tutti e cioè che il problema del nostro Paese  è la mancanza di risorse difronte all&#8217;enorme debito pubblico alimentato da una spesa pubblica improduttiva che nessuno si sogna di tagliare. La prova? L&#8217;avremo fra qualche ora quando saranno nominati viceministri e sottosegretari. Si parla di una cinquantina di teste che servono per tenere buoni i tanti malpancisti il cui voto è stato necessario  specie al Senato, per far andare in mare aperto il governicchio di Renzi e senza dei quali la barca rischia di andare a fondo prima ancora di allontanarsi dalla riva. Intanto, però, teniamoci lo sberleffo della stmpa tedesca che ci ricorda il risolino della Merkel su Berlusconi. E se tanto ci dà tanto, non ci sarà da meravigliarsi che l&#8217;ex legionaria della Germania dell&#8217;Est quando lo vedrà Renzi,  se lo spupazzerà come vuole. g.</span></h3>
]]></content:encoded>
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		<title>KIEV BRUCIA, COME PRAGA, COME BUDAPEST,  NEL SECOLO SCORSO</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Feb 2014 22:51:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica estera]]></category>

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		<description><![CDATA[Non sembra vero che nel  secondo decennio del 21° secolo si debbano rivedere  in Europa scene che eravamo convinti dovessero ormai appartenere al passato. Almeno al secolo scorso, quello che fu insanguinato da ben due guerre mondiali e nella seconda parte  del secolo dal predominio di una terribile e sanguinosa dittatura che avrebbe tenuto in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="color: #0000ff;">Non sembra vero che nel  secondo decennio del 21° secolo si debbano rivedere  in Europa scene che eravamo convinti dovessero ormai appartenere al passato. Almeno al secolo scorso, quello che fu insanguinato da ben due guerre mondiali e nella seconda parte  del secolo dal predominio di una terribile e sanguinosa dittatura che avrebbe tenuto in galera interi popoli, quelli dell&#8217;Europa dell&#8217;Est, imprigionati dietro la cosiddetta cortina di ferro, costretti alla miseria e ridotti alla schiavitù, sino a quando la caduta del Muro di Berlino, nel 1989, non li avrebbe infine resi liberi e restituiti alla vita. Prima che ciò accadesse,   tragici eventi sconvolsero alcune di quelle Nazioni, tra cui la Cecoslovacchia e l&#8217;Ungheria, le cui capitali, prima Budapest nel 1956 e poi Praga nel 1968 furono teatro della  sanguinosa  repressione dei carri armati sovietici e pagarano con il sangue di tanti sconosciuti eroi il loro anelito di libertà e di indipendenza. Da allora  sono trascorsi decenni, l&#8217;Europa si è unita, almeno sotto il profilo economico e monetario, tanti dei Paesi al di là della ex cortina di ferro, non solo sono governati da sistemi ispirati alla democrazia parlamentare, ma molti fanno parte  a pieno titolo,  dell&#8217;Unione Europea. Eppure tutto ciò non ha impedito che  in Ucraina, ex granaio d&#8217;Europa, e nella sua capitale, la splendida Kiev,  ancora in queste ultime ore,  un governo illiberale  tornasse ad utilizzare i sistemi e ad adottare gli strumenti tipici delle dittature comuniste, tentando di impedire lo svolgersi di manifestazioni antigovernative e filoeuropee, e poi aprendo il fuoco sui manifestanti, nel tentativo di disperderli. Le immagini giunte da Kiev non lasciano spazio ad equivoci, si tratta di una brutale repressione che mira, come già era accaduto più di mezzo secolo fa a Budapest e a Praga, a reprimere la rivolta e il diritto alla libera autodeterminazione del popolo ucraino. Sono decine i morti che si contano al termione degli scontri tra poliza e manifestanti e solo a tarda notta il presidente filosovietico  ha acconsentito ad una tregua accettando l&#8217;invito in tal senso dell&#8217;Europa e il pressing esercitato dal presidente americano, sconvolto, sonmo sue parole, dalle immagini che &#8220;mai più avremmo voltuo rivedere&#8221;. Invece le rivediamo, perchè dovunque il comunismo continua a governare lo fa con il solo modo che conosce, il terrore e la repressione. Kiev brucia, il mondo libero intervenga prima che sia troppo tardi. g.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><span style="color: #ff0000;">Ultimora: la tregua si è infranta già alle prime ore del mattino, e scontri vilentissimi sono in corso tra manifestanti antigovernativi e forse speciali del regime filorusso che vuole impedire  l&#8217;adesione alla UE dell&#8217;Ucraina, che è sempre sull&#8217;orlo della guerra civile. Non accada anche ora ciò che accadde all&#8217;epoca delole rivolte di Budapest e di Praga, quando gli occhi del mondi si volsero dall&#8217;altra parte. Intervengano gli organismi intgernazionali come tre anni addietro in Libia, anche se l&#8217;Ucraina non ha giacimenti petroliferi o altgre ricchezze, salvo una, l&#8217;antica civiltà cattolica ed europea.g. </span><br />
</span></h3>
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		<title>L&#8217;IMPROBABILE ESPULSIONE (DELLA GUERRA)</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Sep 2013 11:26:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
		<category><![CDATA[Politica estera]]></category>

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		<description><![CDATA[Quale persona ragionevole può preferire la guerra alla pace? Non  stupiscono dunque i vasti consensi che alla luce di un possibile  intervento militare americano in Siria ha ricevuto l&#8217;appello del Papa  contro la guerra. Appello che, si badi, non evoca affatto l&#8217;argomento  che in questo specifico caso la guerra sarebbe ingiustificata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4><span style="color: #0000ff;">Quale persona ragionevole può preferire la guerra alla pace? Non  stupiscono dunque i vasti consensi che alla luce di un possibile  intervento militare americano in Siria ha ricevuto l&#8217;appello del Papa  contro la guerra. Appello che, si badi, non evoca affatto l&#8217;argomento  che in questo specifico caso la guerra sarebbe ingiustificata (cioè «non  giusta»), ma esprime semplicemente un reciso e totale no alla guerra.  Proprio questo carattere generale e programmatico dell&#8217;appello papale  alla pace &#8211; oggi in palese sintonia con un orientamento profondo proprio  dello spirito pubblico dell&#8217;intera Europa continentale &#8211; solleva però  almeno tre grandi ordini di problemi, che sarebbe ipocrita tacere.<br />
l)  L&#8217;ostilità di principio alla guerra (fatto salvo, immagino, il caso di  una guerra di pura difesa, tuttavia non facilmente definibile: la guerra  dichiarata dalla Gran Bretagna e dalla Francia alla Germania nel 1939,  per esempio, era di difesa o no?) cancella virtualmente dalla storia la  categoria stessa di «nemico» (e quella connessa di «pericolo»). Cioè di  un qualche potere che è ragionevole credere intento a volere in vari  modi il nostro male; e contro il quale quindi è altrettanto ragionevole  cercare di premunirsi (per esempio mantenendo un esercito). Chi oggi  dice no alla guerra è davvero convinto che l&#8217;Europa e in genere  l&#8217;Occidente non abbiano più nemici? E se pensa che invece per entrambi  di nemici ve ne siano, che cosa suggerisce di fare oltre a essere  «contro la guerra»?<br />
2) In genere, poi, chi si pronuncia in tal senso è  tuttavia favorevole all&#8217;esistenza di un&#8217;Europa unita quale vero  soggetto politico. Un&#8217;Europa perciò che abbia una politica estera. La  questione che si pone allora è come sia possibile avere una tale  politica rinunciando ad avere insieme una politica militare, un esercito  e degli armamenti (e quindi anche delle fabbriche d&#8217;armi). È  immaginabile un qualunque ruolo internazionale di un minimo rilievo non  avendo alcuna capacità di sanzione? Altri Stati senza dubbio tale  capacità l&#8217;avranno: si deve allora lasciare campo libero ad essi? Ma con  quale guadagno per la pace?<br />
3) C&#8217;è infine un argomento molto usato  per dirsi in generale contro la guerra: «La guerra non ha mai risolto  alcun problema». Nella sua perentorietà l&#8217;argomento è però palesemente  falso. Dipende infatti dalla natura dei problemi: non pochi problemi la  guerra li ha risolti eccome (penso a tante guerre per l&#8217;indipendenza  nazionale, ad esempio); per gli altri bisogna intendersi su che cosa  significa «risolvere» (tenendo presente che nella storia è rarissimo che  per qualunque genere di questioni vi sia una soluzione definitiva, «per  sempre»). Se si parla di un pericolo politico, una «soluzione» può  benissimo essere rappresentata dal suo semplice ridimensionamento,  dall&#8217;allontanamento nel tempo, dalla sostituzione di un nemico più forte  con uno meno forte. Tutti obiettivi che un&#8217;azione militare è di certo  in grado di conseguire.<br />
Insomma: essere in generale a favore della  pace è sacrosanto; proporsi invece di espellere la guerra dalla storia  è, come si capisce, tutt&#8217;un altro discorso. <span style="color: #ff0000;">Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera, 8 settembre 2013</span></span></h4>
<p><span style="color: #ff0000;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.Oggi, 8 settembre, ricorre l&#8217;anniversario, il settantesimo, dell&#8217;armistizio dell&#8217;Italia con gli alleati e, di lì a poco, i verificarsi di eventi, la nascita al Nord della Repubblica di Salò e al Sud del Regno d&#8217;Italia, he avrebbero provocato la sanguinosa guerra civile tra i fascisti e gli antifascisti che a 78 anni dalla fine della guerra continua a dividere il nostro Paese non solo politicamente ma anche, in alcuni periodi, con la violenza contrapposta tra le parti. Basta questo ricordo e questo esempio per condividere le osservazioni di Galli della Loggia al pur lodevole appello  &#8220;no alla guerra&#8221;: purtroppo è un appello che al di là del suo monito etico  è destinato a rimanere inascoltato da chi vive nella logia della guerra e della violenza. v</span></p>
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