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	<title>ILTORITTESE.it - fatti, notizie, cronaca, politica e cultura di Toritto (BA) &#187; Politica</title>
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	<description>fatti, notizie, cronaca, politica e cultura di Toritto (BA)</description>
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		<title>UN PUNTO DI VISTA FANTASMA, MA SOòTANTO IN PUBBLICO,  di Ernesto Galli della Loggia</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Nov 2021 18:55:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>

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 di Ernesto Galli della Loggia

Nell’arena radiotelevisiva le posizioni dei conservatori sono implicitamente spogliate di qualunque contenuto e dignità
 

Essere culturalmente e ideologicamente, non politicamente, conservatori in Italia è facile. Anche  perché fondamentalmente conservatore, come si sa, è il nostro Paese. Ma  è facile esserlo in privato. Non è facile per nulla, invece, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.corriere.it/firme/ernesto-galli-della-loggia" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.corriere.it/firme/ernesto-galli-della-loggia?referer=');"></p>
<div><img src="https://images2.corriereobjects.it/images/editorialisti/ernesto-galli-della-loggia.jpg?" alt="desc img" /> di Ernesto Galli della Loggia</div>
<p></a></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Nell’arena radiotelevisiva le posizioni dei conservatori sono implicitamente spogliate di qualunque contenuto e dignità</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Essere culturalmente e ideologicamente, non politicamente, conservatori in Italia è facile. Anche  perché fondamentalmente conservatore, come si sa, è il nostro Paese. Ma  è facile esserlo in privato. Non è facile per nulla, invece, avere una  voce di tipo conservatore nel dibattito pubblico. Esprimere un punto di  vista diverso, magari critico o addirittura contrapposto rispetto alla  cultura progressista, ma con la speranza che tale punto di vista non  venga bollato all’istante come inconcepibile, retrogrado, privo di  qualunque ragionevolezza, magari espressione di una cieca disumanità. Ma  al contrario entri, come dicevo sopra, nell’arena pubblica, nel  circuito dei media che contano. L’ennesima riprova si è avuta dalle  reazioni al voto contrario del Senato sul disegno di legge Zan.  «Vergognatevi» ha titolato l’indomani un quotidiano a tutta pagina,  rivolgendosi evidentemente agli oppositori della legge ed esprimendo in  una sola parola il sentimento largamente prevalente in tutto il sistema  dei media più accreditati. Ma vergognarsi di cosa? No di certo del fatto  che la bocciatura fosse avvenuta con il voto segreto, immagino, dal  momento che , guarda caso, proprio con un eguale voto segreto — deciso  allora dal presidente Fico e nell’assenza di qualunque protesta — la  legge passò un anno fa alla Camera, un particolare tuttavia pudicamente  sottaciuto dal fronte degli odierni scandalizzati. I quali invece si  servono oggi dell’uso da parte dei loro avversari del voto segreto per  dipingerli come una subdola congrega di congiurati usi a colpire  nell’ombra. Inoltre, visto che come i fatti hanno mostrato la  maggioranza del Senato era contraria alla legge, mi chiedo: i  sostenitori della legge Zan pensano forse che invece sarebbe stato  meglio, più conforme alle regole della libera rappresentanza, che il  voto palese avesse obbligato gli avversari della legge a votare contro  il proprio convincimento? È questo che bisogna intendere per democrazia  parlamentare?</span></h3>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Di che cosa, allora, avrebbero dovuto vergognarsi gli oppositori della legge? Suppongo  di non voler proteggere chi è vittima di disprezzo o di aggressione a  causa del proprio orientamento sessuale, e perciò di essere più o meno  larvatamente a favore della discriminazione e della violenza contro  omosessuali, trans ecc. E sicuramente è questa oggi la convinzione della  stragrande maggioranza dell’opinione pubblica progressista. La quale  però, mi pare che non abbia avuto modo di riflettere a sufficienza su  due punti importanti della legge Zan. Sull’articolo 4 — che nelle  materie di sesso stabiliva essere assicurata a chiunque la «libera  espressione di convincimenti ed opinioni purché non idonee a determinare  il concreto pericolo di atti discriminatori e violenti» — e  sull’articolo 7 che stabiliva una giornata nazionale, da celebrare nelle  scuole, contro l’omofobia, la transfobia, ecc. al fine tra l’altro di  «contrastare i pregiudizi motivati dall’orientamento sessuale e  dall’identità di genere».</span></h3>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Bene. Ma chi decide quale convincimento o  opinione è o non è «idoneo» a determinare un «pericolo concreto» di  violenza legato all’orientamento sessuale? E chi decide nella  medesima materia la differenza tra un giudizio (consentito) e un  «pregiudizio» (viceversa sanzionato)? È ammissibile allora, mi chiedo,  trattandosi di un bene tra quelli supremi garantiti dalla Costituzione  come la libertà di pensiero, una tale vaghezza? Un tale indeterminato  ricorso all’opinione di questo o quel tribunale? Personalmente sono  sicuro che in grande maggioranza anche l’opinione progressista del Paese  una simile domanda non avrebbe mancata di porsela. Ovviamente a una  condizione: se essa fosse stata adeguatamente informata circa la legge  di cui stiamo parlando.</span></h3>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Qui si tocca il punto nevralgico di cui dicevo all’inizio. Il  fatto cioè che nel nostro Paese in specie dopo la scomparsa politica  dei cattolici e l’avvento di una società massicciamente secolarizzata è  diventata estremamente difficile l’espressione pubblica di un punto di  vista che non accetti a occhi chiusi il punto di vista della cultura  progressista. Riemerge con forza l’antica mancanza di educazione  democratica del Paese sicché qualsivoglia opinione dissenziente tende a  essere immediatamente classificata come puramente reazionaria e a essere  quindi messa al bando. È in questo clima che una voce di orientamento  conservatore opposta al dominio del politicamente corretto diviene  pressoché impossibile. O per essere più precisi, un tale punto di vista  può benissimo essere manifestato ma è quanto mai improbabile che esso  venga preso realmente in considerazione dalla discussione pubblica  ufficiale e trattato come un normale elemento del dibattito culturale  alla pari con quelli di segno contrario.</span></h3>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Nell’arena pubblica specie  radiotelevisiva capita quasi sempre, infatti, che il punto di vista  culturalmente conservatore sia implicitamente spogliato di qualunque  contenuto e dignità ideali, e quindi preliminarmente  stigmatizzato come indegno di vera considerazione. Al massimo trattato  soltanto come frutto di una posizione puramente politica, ridotto in  sostanza a un’espressione di partito. Esso viene sottoposto cioè a un  meccanismo di depotenziamento e soprattutto di declassamento. Viceversa  il punto di vista ispirato ai canoni del politicamente corretto  progressista viene sempre presentato come un punto di vista che ha sì  conseguenze di tipo politico, ma che soprattutto è suffragato dalla più  accreditata modernità culturale. Cioè dal bene per antonomasia. Negli  studi televisivi che fanno opinione la modernità diviene un feticcio  solo da adorare; quanto poi pensa o decide l’Europa assurge a compimento  del progresso e delle sue prescrizioni politiche o morali. Tanto è vero  che nel dibattito televisivo di prammatica a illustrare queste ultime  sarà di regola chiamato il noto scrittore X o il brillante filosofo Y, a  obiettare ad esse, invece, un qualche maldestro parlamentare della Lega  o di Fdi , al massimo il giornalista di qualche foglio di destra.</span></h3>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
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<h3><span style="color: #0000ff;">I temi etici o attinenti i costumi sessuali costituiscono l’ambito elettivo di questa finta discussione alla  pari di cui si compiace 24 ore su 24 praticamente l’intero sistema dei  media del Paese o perlomeno quelle sue parti che contano. Realizzando  così la virtuale esclusione dal dibattito pubblico di un gran numero di  cittadini. Ma nelle società attuali essere esclusi dal dibattito  pubblico significa di fatto essere esclusi dalla democrazia, dal suo  cuore pulsante di ogni giorno, significa non essere riconosciuti,  vedersi negata una rappresentanza essenziale, forse più essenziale di  quella elettorale. Significa essere dichiarati cittadini di serie B e  quindi spinti a rinunciare a partecipare alla vita pubblica o ad  abbracciare posizioni di rottura. Significa la trasformazione del regime  democratico in un’insopportabile oligarchia di depositari della virtù  civica e della presunta verità dei tempi. <span style="color: #ff0000;">Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera, 6 novembre 2021</span><br />
</span></h3>
</div>
]]></content:encoded>
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		<title>INENSIBILI ALLA 8NOSTRA) DECADENZA, di Ernesto GALLI DELLA LOGGIA</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Oct 2020 10:49:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>

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Fino a pochi anni fa l’Italia e la sua stampa si mostravano sensibilissimi  a ogni critica nei nostri confronti provenisse dall’estero. E spesso  con i toni di una patetica permalosità salvo che oggetto delle critiche  fossero il capo e il governo del partito avversario (ad esempio  Berlusconi), [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.corriere.it/trust/codice_etico.shtml" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.corriere.it/trust/codice_etico.shtml?referer=');"> </a></p>
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<p><span style="color: #0000ff;">Fino a pochi anni fa l’Italia e la sua stampa si mostravano sensibilissimi  a ogni critica nei nostri confronti provenisse dall’estero. E spesso  con i toni di una patetica permalosità salvo che oggetto delle critiche  fossero il capo e il governo del partito avversario (ad esempio  Berlusconi), nel qual caso la fonte della critica straniera diveniva  ipso facto un indiscutibile oracolo di Delfi.</span></p>
</div>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Con tali precedenti sorprende l’eco limitatissima (non su questo giornale) che ha avuto la diagnosi spietata della situazione italiana che nel suo numero in edicola ha fatto l’Economist.  Poco importa che si possa discutere sull’esattezza di certe  classifiche, di questo o quel dato. Quel che conta è il giudizio  complessivo. La nostra economia non cresce da decenni, le imprese  straniere comprano a man bassa i nostri marchi e le nostre imprese,  grazie a leggi e procedure sciagurate la burocrazia è in grado di  paralizzare ogni cosa, e infine, priva di qualsiasi idea direttrice la  classe dirigente spreca risorse e non è capace di porre rimedio a  niente. Insomma, ci dice il settimanale inglese — che, non lo si  dimentichi, ispira e al tempo stesso riflette l’opinione di chi nel  mondo più conta — siamo un Paese in pieno declino. Nell’arena mondiale  valiamo poco o nulla.</span></p>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> In altri tempi si sarebbero levate voci di protesa; oggi no. Perché  forse è ai nostri stessi occhi che ormai le cose stanno realmente così.  Perché forse abbiamo noi stessi ormai introiettato come un fatto  acquisito la decadenza del Paese ed è per questo che non facciamo una  piega se qualcuno la nota e ne parla. Solo l’universo politico  acquartierato nel centro di Roma tra auto blu in terza fila e  portaborse, sembra non rendersi conto di nulla. Del resto se pure si  accorgesse della reale situazione in cui versa l’Italia, che altro  potrebbe fare se non misurare la propria incapacità di concepire  un’idea, di mobilitare energie, di battersi per la salvezza? <span style="color: #ff6600;">Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera 31 ottobre 2020</span><br />
</span></h3>
</div>
]]></content:encoded>
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		<title>LA SECONDA VOLTA TRA TRABBIA E FRUSTRAZIONE, di Antonio POLITO</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Oct 2020 10:56:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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«Quando un Paese è grande una volta — ha detto il presidente Conte — deve essere grande sempre».  Non è chiaro se quel «deve» equivale a un pronostico o è invece una  «raccomandazione», come le altre impropriamente inserite nel testo  normativo del Dpcm. Se è una previsione, non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.corriere.it/trust/codice_etico.shtml" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.corriere.it/trust/codice_etico.shtml?referer=');"> </a></p>
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<p><span style="color: #0000ff;">«Quando un Paese è grande una volta — ha detto il presidente Conte — deve essere grande sempre».  Non è chiaro se quel «deve» equivale a un pronostico o è invece una  «raccomandazione», come le altre impropriamente inserite nel testo  normativo del Dpcm. Se è una previsione, non pare però fondata su dati  di fatto. Prima di tutto perché la storia è purtroppo piena di «seconde  volte» andate peggio della prima: dalla seconda ondata di influenza  «spagnola» alla Seconda guerra mondiale. Poi perché il pessimismo della  ragione ci ricorda che se una cosa può andare male, se cioè non si è  fatto tutto il possibile perché andasse bene, è probabile che andrà  male. E infine perché il Paese è stanco di sentirsi chiamato a essere di  nuovo «grande», visto che l’altra volta, in primavera, abbiamo pianto  35 mila morti, e tanto bene non ci era davvero andata. Del  resto, fuor di retorica, è stato lo stesso capo del governo, nella  stessa conferenza stampa, a dire che cosa provano davvero gli italiani  in queste ore: «stanchezza, ansia, rabbia, frustrazione, sofferenza».  Per ognuno di questi sentimenti c’è una ragione. Vorrei soffermarmi su  «rabbia» e «frustrazione», perché sono due stati d’animo che chiamano in  causa l’operato dei poteri pubblici.</span></p>
</div>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">La rabbia deriva dalla convinzione che gran parte di ciò che era stato promesso,  garantito, programmato, non è stato fatto. Prendiamo i «tracciatori»,  la prima linea che ormai tutti dichiarano già travolta. Ce ne sono 9.241  in Italia (fonte Sole 24 Ore).  Nessuno può essere stato colto alla sprovvista dalla necessità di  averne di più. Eppure dopo più di tre mesi sono aumentati di appena 275  unità.</span></p>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
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<p><span style="color: #0000ff;">Nell’area metropolitana di Milano, tre milioni di abitanti, ci sono solo 25 medici delle Usca, le  «unità speciali» che dovrebbero controllare i positivi nelle loro case  invece di intasare gli ospedali: era stato previsto un fabbisogno di  130.</span></p>
</div>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Anche senza studiare le statistiche (ne vengono del resto fornite troppo poche e troppo generiche) gli  italiani hanno capito che non si è fatto abbastanza per «gestire»  questa seconda ondata. Non danno certo a chi li governa la colpa della  diffusione del virus, anzi spesso sembra accadere piuttosto il  contrario; ma si rendono conto se devono fare un tampone, se hanno un  malato in casa, se sono in auto di notte davanti all’ospedale con un  familiare in crisi respiratoria che muore in attesa di un letto (è  successo ad Avezzano), che si doveva fare di più e meglio.</span></p>
</div>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Poi c’è la «frustrazione», per tornare all’elenco del presidente Conte.  Questo stato d’animo ha almeno due ragioni. La prima è la perdita di  reddito che sta subendo una parte importante dell’economia italiana  specialmente urbana, quella dei servizi di prossimità, dei ristoranti,  dei bar, delle palestre. A differenza del lockdown di primavera, e anzi  proprio nel lodevole intento di evitarlo, stavolta il governo ha dovuto  scegliere che cosa chiudere e che cosa lasciare aperto. Era dunque forse  inevitabile che le «vittime» avvertissero di subire una «ingiustizia».  Anche perché si tratta spesso di aziende familiari che, oltre alle spese  fisse, avevano investito nella sicurezza, acquistando sistemi di  sanificazione, riordinando gli spazi, allestendo dehors, per ottemperare  ai protocolli emanati dal governo. Questo malessere anima la maggior  parte delle proteste e rischia di determinare la più pericolosa delle  fratture: tra i garantiti e i non garantiti, tra chi ha il «buono pasto»  e chi no. Bisogna porvi rimedio il più urgentemente possibile, e non  con la pachidermica lentezza burocratica di primavera.</span></p>
</div>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Ma la «frustrazione» ha un’origine forse anche più profonda: e  cioè il dubbio che questi sacrifici siano quelli giusti e servano  davvero. Siamo infatti al terzo Dpcm in pochi giorni. E dunque — come ha  notato Vitalba Azzollini sul Domani  — noi non possiamo sapere se le misure precedenti abbiano funzionato,  semplicemente perché non è passato abbastanza tempo per verificarlo. Di  quanto ha ridotto la circolazione del virus la chiusura dei ristoranti  alle 23? Non lo sappiamo. Dunque non sappiamo neanche che effetti  produrrà la chiusura alle 18. È lecito pensare che in realtà si tratti  solo di una marcia di avvicinamento alla chiusura totale?</span></p>
</div>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Le palestre sono forse un potenziale focolaio di infezione, anche se finora non ne sono  tanti segnalati di rilevanti (un vagone di metropolitana affollato lo è  sicuramente di più). Ma se sono pericolose, perché non sono state  chiuse una settimana fa, quando invece si decise di lasciarle aperte?</span></p>
</div>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Queste contraddizioni, e l’accavallarsi di decisioni e annunci tra Governo e Regioni, ci  stanno facendo perdere fiducia nella capacità del guidatore di tenere  la strada. Che poi non è uno solo, ma un’affollata assemblea di  ministri, capi delegazione, governatori, membri del comitato  tecnico-scientifico.</span></p>
</div>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Il malessere, o la rabbia, o la frustrazione, hanno dunque una loro ragion d’essere.  Il ricorso all’agitazione e alla violenza di gruppi organizzati con una  loro agenda criminale o politica (a proposito, perché teatri e cinema  chiudono e i centri sociali restano aperti?) era anch’esso prevedibile.  E, come il virus, merita di essere combattuto con la forza dello Stato,  che deve saper proteggere i cittadini, anche quelli che protestano, dai  mestatori di torbidi, piaga antica che ha spesso infettato la nazione  dal 1919 a oggi. Tanto più lo Stato lo potrà fare se saprà distinguere  tra la sedizione di piazza, alla quale deve dare una risposta di ordine  pubblico, e il malessere giustificato, al quale deve dare una risposta  politica e sociale.</span></p>
</div>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">L’argomento che le cose non vanno meglio in altri Paesi europei  (anche se in qualcuno sì), non può infatti bastare a renderci più  sereni. L’Italia sa stringersi intorno alle sue istituzioni, ma pretende  di più. Il nostro, ha ragione il presidente Conte, è un grande Paese.  Merita di essere trattato come tale.<span style="color: #ff0000;"> Antonio POLITO, Il Corriere della Sera, 27 ottobre 2020</span><br />
</span></p>
</div>
</h3>
]]></content:encoded>
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		<title>A CHI CONVIENE OGGI FAR CADERE IL GOVERNO CONTE? A NESSUNO, parola di dagospia</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Oct 2020 10:16:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Che succede dentro la maggioranza? Ma soprattutto: a chi conviene far cadere il governo Conte? A nessuno, compresa l&#8217;opposizione. Quand&#8217;è stata l&#8217;ultima volta che avete sentito Salvini e Meloni chiedere &#8221;elezioni subito&#8221;? Ciò non toglie che certi equilibri precari mostrino fratture e tensioni. Ma non abbastanza da metterne a rischio la sopravvivenza. La debolezza del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="color: #0000ff;">Che succede dentro la maggioranza? Ma soprattutto: a chi conviene far cadere il governo Conte? A nessuno, compresa l&#8217;opposizione. Quand&#8217;è stata l&#8217;ultima volta che avete sentito Salvini e Meloni chiedere &#8221;elezioni subito&#8221;? Ciò non toglie che certi equilibri precari mostrino fratture e tensioni. Ma non abbastanza da metterne a rischio la sopravvivenza. La debolezza del governo resta la sua forza, e ora persino l&#8217;opposizione si è messa l&#8217;anima in pace.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Prendete l&#8217;intervista di Goffredo Bettini dell&#8217;altro ieri al <em>Corriere</em>. È stata letta come una presa di distanza o un vero abbandono di Zingaretti da parte del suo elefante parlante. Non è così, è che l&#8217;ex europarlamentare non vuole essere considerato solo l&#8217;intellettuale ventriloquo del muto segretario e quindi ha cercato un po&#8217; di distinguersi.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Il suo ruolo di ideologo nel Pd ovviamente è osteggiato da molti: i suoi continui endorsement a favore di Conte hanno sortito un solo effetto: far incarognire Di Maio che si sente tagliato fuori dall&#8217;asse Conte-Zinga.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">E riparte il solito duello in consiglio dei ministri: i 5stelle che contano il numero dei loro parlamentari (291) rispetto ai 126 del PD. A loro volta i dem scodellano i dati unanimi dei sondaggi che vedono i grillozzi dimezzati dal 32% al 15.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Uno dei temi che sembra ormai morto è quello dei due vice da affiancare a Conte. Il premier è riuscito a impallinare l&#8217;idea di essere stritolato dalla tenaglia PD-M5S. Una sponda gliel&#8217;ha data proprio Zingaretti che non ci pensa affatto a lasciare il Lazio (che il centrosinistra rischierebbe di perdere) per entrare nell&#8217;esecutivo con non si sa bene quale dicastero.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Se non è Zingaretti, allora dovrebbe essere Su-Dario Franceschini, e nessuno nel Pd vuole dar altro potere al loro malfido capodelegazione. L&#8217;arrivo dei vice avrebbe innescato un rimpasto generale, con i soliti nomi in ballo (De Micheli, Azzolina, Bonafede…), ma al momento nessuno può mettersi a fare giochi di palazzo. Basta un soffio per far crollare il castello di carte.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Ancora una volta, questa pandemia non solo allunga la vita del governo, ma ne pacifica anche la convivenza. Poiché ormai come tiri un filo, e viene giù tutto, la soluzione adottata da Pd e 5Stelle è di non tirare un bel niente.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Resta però per i dem il problema di Gualtieri, che è l&#8217;unico big del partito a non essersi schierato a favore del Mes. Anzi dopo aver fatto eco a Conte nei mesi scorsi, ora si è fatto superare dal premier in conferenza stampa, che ha messo sul piatto la parola che nessuno osava pronunciare: &#8216;&#8217;stigma&#8221;.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Gualtieri è in contatto con i suoi omologhi degli altri paesi del Sud Europa e sa benissimo che l&#8217;Italia sarebbe la sola a ricorrere al Fondo Salva-Stati. Cosa che provocherebbe immediatamente la speculazione dei mercati finanziari internazioni verso il nostro disgraziato paese.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">E tra un po&#8217; sarà pure l&#8217;unico paese europeo a usare la parte di <em>loans</em> del Recovery Fund (prestiti da rimborsare), visto che Spagna e Portogallo hanno già detto che si accontentano dei <em>grants</em> (la parte gratuita) ed eviteranno di indebitarsi con le condizionalità. Noi invece prenderemo tutto, vista la situazione economica tragica.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Conte e Gentiloni, attraverso la Merkel, ora si stanno muovendo per avere la prima tranche non più a febbraio bensì ad aprile. E trattano per prolungare il blocco dei licenziamenti fino a marzo. Il premier, insieme ai suoi due fedelissimi Goracci e Chieppa, monitora quotidianamente la situazione epidemiologica. Il suo nuovo mantra sono &#8221;interventi mirati, il più possibile chirurgici&#8221;, e non più lockdown con soldi a pioggia in maniera indiscriminata (che poi sai quanti soldi erano…).</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">L&#8217;idea è di aggiustare i contributi in funzione degli interventi che penalizzano singole categorie (ristoratori, gestori di bar e locali notturni etc).</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Nel Pd però l&#8217;atteggiamento nei confronti del premier non è più idilliaco come un tempo. In particolare, gli rimproverano di non aver fatto un singolo investimento infrastrutturale da quando è iniziata la pandemia. C&#8217;è stato il piano Colao (che fine ha fatto?), gli Stati Generali, le fregnacce e le promesse, ma di concreto non si è visto nulla. Ha mandato dieci ultimatum ad Autostrade, e abbiamo visto che paura ha scatenato nei Benetton.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Certo, i grillini possono replicare che buona parte di questa responsabilità è in capo a Paoletta De Micheli, che sarebbe il ministro delle Infrastrutture ma che con i suoi scudieri Stancanelli e Mauro Moretti è rimasta invischiata nella burocrazia, tra un premier che temporeggia su tutto e un governo che non sa più dove trovare i soldi per l&#8217;emergenza covid, figuriamoci per le grandi opere.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Al che nel Pd replicano ancora: e allora Arcuri? Com&#8217;è possibile che il commissario straordinario all&#8217;emergenza pandemica sia ancora amministratore delegato di Invitalia e che a questo dedichi non poco tempo, inclusi i giochi di potere e di poltrone sulla Popolare di Bari commissariata dal Mediocredito Centrale (che è di Invitalia al 100%). Lì c&#8217;è ancora un De Gennaro, fortemente voluto da Arcuri alla presidenza, che ancora deve superare l&#8217;esame di Bankitalia.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">A proposito di Bari, Conte ha fatto nominare nel cda un avvocato pugliese del suo entourage, Bartolomeo Cozzoli, che conosce molto bene le banche in quanto ogni tanto va a versare un assegno e usa l&#8217;app per i bonifici online.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Alle recriminazioni su Arcuri rimpallano ancora dal M5S: e allora Zingaretti? Come può tenere la segreteria del Pd e allo stesso tempo guidare una delle regioni più colpite dal Covid, dove regna un assessore alla sanità (D&#8217;Amato) sul quale è meglio stendere un velo pietoso? Così all&#8217;infinito, in un gioco di recriminazioni incrociate e di incompetenza generalizzata che protegge il governo e le poltrone dei suoi inadeguati protagonisti.<span style="color: #ff0000;"> Tratto da DAGOPSIA DEL 22 OTTOBRE 2020<br />
</span></span></h3>
<p><span style="color: #ff0000;"> </span></p>
<h3><span style="color: #ff0000;"> </span></h3>
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		<title>IL PASSATO CHE FERMA IL MOVIMENTO 5STELLE, di Antonio Polito</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Jun 2020 21:06:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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Non risulta che durante gli Stati  Generali il presidente Conte abbia messo al centro delle sue pur  amplissime consultazioni la domanda: che dobbiamo fare del Mes?  Singolare, no? Il dilemma più controverso sul futuro dell’Italia non  pare essere stato oggetto di riflessione nella Villa in cui il premier  si riprometteva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Non risulta che durante gli Stati  Generali il presidente Conte abbia messo al centro delle sue pur  amplissime consultazioni la domanda: che dobbiamo fare del Mes?  Singolare, no? Il dilemma più controverso sul futuro dell’Italia non  pare essere stato oggetto di riflessione nella Villa in cui il premier  si riprometteva di «reinventare il Paese» (parole sue, anzi di Baricco).  Meno che mai lo è stato nella sede anche più appropriata del  Parlamento, che anzi Conte ha finora accuratamente evitato.</span></h3>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">La ragione è molto semplice: sul Mes Conte non ha la maggioranza. O meglio, ne ha un’altra.  Quella di prima. La maggioranza giallo-verde. Se oggi si votasse alle  Camere sul meccanismo europeo, che ci consentirebbe di avere prestiti  fino a 36 miliardi con interessi quasi pari allo zero per finanziare la  Sanità pubblica, vincerebbero i contrari. Lega e Cinquestelle  tornerebbero insieme, come ai vecchi tempi.</span></h3>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Lo stesso vale per i decreti sicurezza.  Varati quando Salvini stava al Viminale, la loro revisione era nei  programmi politici della nuova maggioranza e in parte anche nelle  raccomandazioni del capo dello Stato, per motivi costituzionali. Ma non  si procede. Perché i Cinquestelle, anche su questo, sono quelli di  prima: quei decreti li hanno votati. E lo stesso vale per la ormai  annosa questione della concezione autostradale.</span></h3>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">I pentastellati sono prigionieri del passato.  Hanno cambiato alleati ma non cultura politica. Che è sempre la stessa:  rispetto all’Europa, all’immigrazione, alle grandi infrastrutture, al  rapporto con il mercato. Con un’aggravante: prima avevano un capo  politico che poteva «forzare» il Movimento attraverso passaggi stretti  ma necessari: con Di Maio digerirono la Tav. Ora sono una forza politica  acefala, governata da una logica di veti reciproci che le rende  impossibile adeguare i principi non negoziabili alle esigenze del  governo. Per questo il Movimento ha finito per delegare in toto la  governabilità a Conte; con il patto implicito che il premier ne eviti la  spaccatura o almeno la procrastini. Il paradosso è che il partito di  maggioranza relativa, nato come forza di protesta, non può più rischiare  di perdere il governo ma non può neanche rischiare di governare.</span></h3>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Dal che deriva la domanda fatale per l’altro partner della maggioranza giallo-rossa: che ci faccio io qui?  Il Pd, trascinato a viva forza dal transfuga Renzi al governo con i  Cinquestelle, ha finito con il trovarcisi a suo agio. Prima di tutto  perché ha ripreso una centralità che sembrava finita per sempre di  fronte alla esplosione elettorale dei «due populismi». E poi perché un  partito di amministratori in provincia ha bisogno quasi naturalmente di  essere un partito di ministri e sottosegretari nella capitale. Ma  Zingaretti sa che non può essere a ogni prezzo. Come può la forza  politica che ha preso Gualtieri da Bruxelles per fare il ministro del  Tesoro e ha mandato Gentiloni a Bruxelles a fare il commissario,  respingere il Mes, accettando la logica anti-europea che sottintende e  giustifica il «gran rifiuto»? Come può il partito che mandava i  parlamentari a bordo delle navi sequestrate da Salvini tenersi ancora  dopo un anno i decreti Salvini? E come può il centrosinistra che  privatizzò le autostrade ridarle ora allo Stato? Ecco perché ieri ha  cominciato, con la sua lettera al Corriere, a dire a Conte ciò che Conte non può dire: il Mes ci serve.</span></h3>
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<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Si obietterà: ma la vera ragione di questo «connubio» tra giallo e rosso era scegliere il prossimo presidente della Repubblica.  Movente e obiettivo del resto dichiarati. Però, se davvero i  Cinquestelle sono rimasti quelli di prima, e se per giunta sono privi di  una leadership, e se sono spaccati come sono, e se perdono pezzi quasi  ogni giorno al Senato, può il Pd fidarsi di loro al momento delle  votazioni a scrutinio segreto per eleggere il capo dello Stato? Per più  di quarant’anni l’Italia è stata una democrazia bloccata, ma governata,  perché il partito di maggioranza solo al governo poteva stare. In questa  legislatura l’Italia è tornata a essere una democrazia bloccata, ma  rischia di essere sempre meno governata. E pensare che la chiamarono  Terza Repubblica. <span style="color: #ff0000;">Antonio Polito, Il Corriere della Ser, 30 giugno 2020</span><br />
</span></h3>
</div>
]]></content:encoded>
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		<title>GIUSTIZIA E POLITICA:ACROBAZIE BIPARTISAN, di Fiuorella Sarzanini</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Feb 2020 10:51:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Quanto accaduto ieri nell’aula del Senato dimostra ancora una volta come le vicende giudiziarie siano ormai per ministri e parlamentari uno strumento di lotta politica che nulla ha a che fare con l’accertamento dei fatti e della verità. Ma soprattutto con la verifica di quanto previsto dalla legge e cioè se «il ministro inquisito abbia agito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="color: #0000ff;">Quanto accaduto ieri nell’aula del Senato dimostra ancora una volta come le vicende giudiziarie siano ormai per ministri e parlamentari uno strumento di lotta politica che nulla ha a che fare con l’accertamento dei fatti e della verità. Ma soprattutto con la verifica di quanto previsto dalla legge e cioè se «il ministro inquisito abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante, ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo». E così anche il caso della nave Gregoretti — rimasta in mare per una settimana con a bordo 131 migranti soccorsi nel Mediterraneo — è stato affrontato da tutte le forze politiche senza mai analizzare in maniera approfondita la sequenza dei fatti; le diverse posizioni dei magistrati che se ne sono occupati, visto che la Procura di Catania aveva sollecitato l’archiviazione dell’inchiesta; le ragioni dell’accusa e quelle delle difesa. Tanto che persino l’imputato Matteo Salvini ha dovuto precisare nell’intervento a palazzo Madama, di non poter seguire i suggerimenti del suo avvocato Giulia Bongiorno che nei giorni lo aveva esortato a «tenere conto dei rischi del processo». E ha continuato a sfidare avversari politici e giudici.<br />
Nel corso dell’ultimo mese, peraltro segnato dalla campagna elettorale in Emilia-Romagna e Calabria, alcuni cambi di linea sono apparsi imbarazzanti. Quando Salvini fu indagato per sequestro di persona per aver bloccato l’ingresso in un porto sicuro della nave Diciotti i ministri del governo gialloverde in carica all’epoca, Luigi Di Maio e Danilo Toninelli, ma anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, decisero addirittura di autodenunciarsi pur di dimostrare la condivisione di ogni mossa, l’unità della squadra. Con il cambio di maggioranza e l’alleanza con il Pd — governo giallorosso — i 5 Stelle sono arrivati ad accusare Salvini di «aver agito da solo» per la Gregoretti, votando sì all’autorizzazione a procedere. E questo nonostante le dichiarazioni pubbliche del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede che, mentre la nave era bloccata in mare, disse: «C’è un dialogo tra i ministeri delle Infrastrutture, dell’Interno e della Difesa, la posizione del governo è sempre la stessa: vengono salvaguardati i diritti, le persone che dovevamo scendere sono scese, sono monitorate le condizioni di salute, ma del problema immigrazione deve farsi carico tutta l’Europa».<br />
Il 20 gennaio scorso, una settimana prima delle Regionali, Salvini esortò i parlamentari leghisti componenti della Giunta a concedere il via libera al processo. «Penso di essere il primo politico al mondo che chiede di essere processato», dichiarò pensando probabilmente più alle urne che al dibattito parlamentare. Prova ne sia che ieri — passate le Regionali — ha cambiato idea e i senatori del Carroccio hanno abbandonato l’aula. Esattamente come avevano fatto gli esponenti del Pd in Giunta — scelta che sarebbe stato opportuno evitare se davvero si vogliono contestare in ogni sede le scelte del leader leghista in materia di migranti — e per questo Salvini li aveva definiti «vigliacchi».<br />
Tra qualche settimana ci sarà un’altra occasione: per Salvini è scattata un’accusa analoga, questa volta relativa alla gestione della nave Open Arms, e il Senato dovrà nuovamente pronunciarsi. Chissà che lo spettacolo offerto ieri non convinca tutti ad abbandonare la propaganda, concentrandosi sull’esame delle carte processuali. E così dimostrando ai cittadini che il Parlamento è il luogo dove si analizza quel che accade nel Paese e si prendono decisioni in loro nome e non propri tornaconti. Perché se davvero si crede — come sostengono molti parlamentari e leader di partito — che i magistrati usino le inchieste a fini politici, dovrebbe essere proprio la politica a dover rispondere in maniera coerente e adeguata. Lasciando perdere le convenienze momentanee e gli interessi di bottega. </span><span style="color: #ff0000;">Fiorella Sarzanini, Il Corriere della Sera, 13 febbraio 2020</span></h3>
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		<title>GIOVANNI LEONE: UN GALANTUOMO NEL FANGO di Carlo Nordio</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Nov 2018 16:32:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Quaranta anni fa gli italiani assistevano, alcuni con indifferenza benevola, altri con compiacimento grifagno, a un fatto nuovo e sconcertante: le dimissioni del Presidente della Repubblica Giovanni Leone. Una storia sintomatica delle deviazioni e delle patologie della nostra imperfetta democrazia.
Giovanni Leone era uno più illustri giuristi italiani. Nato a Napoli nel 1908, a ventisette era [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #0000ff;">Quaranta anni fa gli italiani assistevano, alcuni con indifferenza benevola, altri con compiacimento grifagno, a un fatto nuovo e sconcertante: le dimissioni del Presidente della Repubblica Giovanni Leone. Una storia sintomatica delle deviazioni e delle patologie della nostra imperfetta democrazia.<br />
Giovanni Leone era uno più illustri giuristi italiani. Nato a Napoli nel 1908, a ventisette era già docente universitario. Democristiano convinto, era stato membro della Costituente, e parlamentare in tutte le legislature. Godeva di alto prestigio per la sua autorevolezza accademica, appena temperata da una bonarietà che talvolta indulgeva al pittoresco.<br />
Non apparteneva alle correnti del partito, e quindi non godeva di protezione, oltre a quella delle sue riconosciute capacità: quando la Dc non sapeva levarsi dai pasticci in cui la ingolfavano i suoi vertici, chiamava Leone a costituire un governo balneare. Questa indipendenza, alla fine, gli costò la carica.<br />
Nel 1976 scoppiò lo scandalo della Lockheed, un&#8217; impresa aeronautica che aveva venduto a mezzo mondo aerei di grande efficienza. L&#8217; Italia aveva acquistato alcuni Hercules, e quando si seppe che l&#8217; azienda aveva pagato cospicue tangenti ai vari governi acquirenti, i sospetti si riversarono sui nostri politici al potere. L&#8217; inchiesta americana appurò che, tramite un certo antilope cobbler, questi denari erano finiti ad alcuni militari, ministri e faccendieri.<br />
Tra questi ultimi vi erano i fratelli Lefèbvre, di cui Leone era amico, e questo bastò a renderlo vulnerabile. Ma furono sospettati anche altri ministri: Moro, Andreotti, Rumor, Gui e Tanassi.<br />
Moro si difese sostenendo di non saper nemmeno cosa fosse la Lockheed. Un&#8217; affermazione che, se veritiera, avrebbe dimostrato il deplorevole provincialismo del suo autore, visto che la fabbrica era notissima per le sue straordinarie produzioni spaziali e militari. Il suo U2, l&#8217; aereo spia abbattuto sui cieli di Sverdlovsk nel Maggio del 1960, aveva scatenato le ire di Kruschev e determinato l&#8217; annullamento dell&#8217; incontro con il presidente Eisenhower; e il suo F104 equipaggiava da anni la nostra Aeronautica Militare. Bastava leggere i giornali perché quel nome ti restasse impresso per sempre.<br />
Ma, a parte rare e lodevoli eccezioni, i nostri notabili democristiani avevano una cultura essenzialmente parrocchiale, ed erano più sensibili ai voti di sacrestia che alle grandi questioni internazionali. Rumor &#8211; il maggior sospettato &#8211; fu salvato dalla Commissione Inquirente. Quanto ad Andreotti, svicolò dalla polemica con soavità vescovile e sorniona indifferenza ciociara.<br />
Furono rinviati a giudizio Tanassi, Gui, e altri personaggi minori. Tutti, tranne Gui, sarebbero stati condannati, peraltro a pene assai blande.<br />
Leone rimasto estraneo all&#8217; inchiesta, rimase però solo nel suo partito, che lo abbandonò per meschini interesse di baratteria elettorale. Fu una pagina buia per la DC, ma anche per il giornalismo italiano, che si tuffò in questo fango di contumelie e di allusioni con la più turpe e maramaldesca morbosità.<br />
L&#8217; Espresso si segnalò per la sua petulanza aggressiva, ma non fu il solo. Altri quotidiani e rotocalchi sbeffeggiarono l&#8217; anziano presidente, la sua elegante consorte e persino i suoi figli.<br />
Un giornalista arrivò al pettegolezzo che «gli occhi di donna Vittoria ricordassero quelli dell&#8217; Antilope»; un altro fece un&#8217; univoca allusione alle scarpe scamosciate della first lady; altri scesero a illazioni più ridicole. Il partito comunista, che all&#8217; occorrenza sapeva abbandonare il suo plumbeo grigiore moscovita per assumere toni di eccitata grossolanità, sfruttò con la solita sapiente spregiudicatezza questa lotta intestina.<br />
Leone non era mai piaciuto alla sinistra, un po&#8217; per la sua indipendenza di giudizio, un po&#8217; per la sua storia universitaria (era stato, come del resto Fanfani e tutti i docenti iscritto al partito fascista) e soprattutto perché la sua elezione era stata determinata anche dai voti del Movimento Sociale.<br />
Per di più la sua rimozione avrebbe liberato un posto riservato, nella redistribuzione delle cariche, a un esponente della sinistra. L&#8217; elezione di Pertini, indiscussa la caratura morale del personaggio, fu infatti salutata dal Pci come una Glorious Revolution di Redenzione Resistenziale.<br />
Così, il 15 Giugno del 1978, Giovanni Leone annunciò le sue dimissioni. Non gli fu nemmeno risparmiata l&#8217; umiliazione di impedirgli la lettura integrale del messaggio di commiato: mai l&#8217; untuosità farisaica aveva raggiunto livelli di così vergognosa ingratitudine. Il vecchio professore ritornò ai suoi studi e, dopo una congrua decantazione, rientrò, sommessamente, alla vita politica, e contribuì, inascoltato, alle proposte di riforma del processo penale.<br />
Incidentalmente, non sappiamo se l&#8217; indirizzo dell&#8217; attuale governo, che subordina la sospensione della prescrizione a una nuova riforma, riprenderà o meno in mano l&#8217; opera di Giovanni Leone.<br />
Il giudizio complessivo della vicenda è quello di una sconfortante combinazione di una stampa spregiudicata e malevola, e di una politica ancor più cinica e truffaldina. Questa stessa combinazione avrebbe portato, quindici anni dopo, alla dissoluzione dello scudocrociato e all&#8217; umiliazione pubblica del suo segretario Forlani, corroso dalle bavette labiali davanti all&#8217; aggressività dell&#8217; incalzante Di Pietro e alla implacabile fissità delle telecamere.<br />
Un significativo contrappasso per una classe dirigente che aveva rinnegato i suoi elementi migliori.<br />
Con l&#8217; andar del tempo, le accuse e le illazioni a carico di Giovanni Leone si dimostrarono quello che tutti sapevano fin dall&#8217; inizio: un mélange di pettegolezzi di bottega e di calunnie programmate. Tuttavia nessuno fece ammenda. Soltanto i radicali, che erano stati i più severi critici del Presidente, e probabilmente gli unici in buona fede, trovarono il coraggio di scusarsi: Marco Pannella ed Emma Bonino ammisero pubblicamente di avere esagerato.<br />
Ma gli altri , compresi i maestri di vita e di pensiero, rimasero in verecondo silenzio. E purtroppo la lezione non è stata imparata. In tempi recenti, la parlamentare Ilaria Capua, una delle nostre scienziate più prestigiose, è stata costretta alle dimissioni, nell&#8217; indifferenza codarda e colpevole dei suoi colleghi, a seguito di un&#8217; inchiesta assurda e di un&#8217; altrettanto sciagurata aggressione mediatica. Nel nostro infelice e meraviglioso Paese le prediche sulla legalità sono inversamente proporzionali alle garanzie dei diritti dei cittadini. Purtroppo questa sconcezza non è ancora finita, e non sappiamo nemmeno se e quando finirà. <span style="color: #ff0000;">Carlo Nordio per l Messaggero (20 novembre 2018).</span></span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><span style="color: #ff0000;">&#8230;..Non è un caso che Carlo Nordio, magistrato in pensione, abbia scritto questo articolo rievocativo e anche di postumo omaggio a Giovanni Leone, indimenticata vittima di una squallida pagina di fango nella vita politica italiana, nell&#8217;anniversario,  il centenario, della Camera dei Deputati che ricorre proprio oggi. Leone della Camera fu Presidente, Capo del Governo, e infine Presidente della Repubblica. Ricopriva questa carica quando fu vittima di una ben orchestrata campagna di fango e di odio, ordita dalla sinistra, che utilizzò una giornalista dell&#8217;Espresso, Camilla Cederna,  come puntatrice d&#8217;assalto. L&#8217;obiettivo  fu raggiunto, Leone, accusato ingiustamente di essere stato collettore di mazzette, alla fine si dimise, benché fosse innocente. La sua innocenza fu riconosciuta dopo, quando ormai le conseguenze del fango e dell&#8217;odio riversatigli addosso avevano avuto l&#8217;effetto sperato. Fu il colpo di avvio della guerra che avrebbe portato al dissolvimento della Prima Repubblica. g.</span></span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><span style="color: #ff0000;"><br />
</span></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><em><strong> </strong></em></span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>TRA SALVINI E FORZA ITALIA UN&#8217;ALLEANZA SENZA FUTURO, di Antonio Polito</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Aug 2018 09:04:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>

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Non chiamiamolo più «centrodestra».  Qualsiasi sia la «cosa» che verrà fuori dall’Opa di Salvini  sull’elettorato di Berlusconi, e che potrebbe vedere la luce già nelle  prossime elezioni regionali, non potrà più portare quel nome. Non potrà  essere un Polo, una Casa o un Partito della libertà, come l’alleanza di  centrodestra
si [...]]]></description>
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<div><img title="&#xA;" src="https://images2.corriereobjects.it/methode_image/2018/08/12/Cultura/Foto%20Cultura%20-%20Trattate/4308.0.737125917-0006-kG4D-U3010755732032dbB-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443.jpg?v=20180811220209" alt="&#xA;" /></div>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Non chiamiamolo più «centrodestra».  Qualsiasi sia la «cosa» che verrà fuori dall’Opa di Salvini  sull’elettorato di Berlusconi, e che potrebbe vedere la luce già nelle  prossime elezioni regionali, non potrà più portare quel nome. Non potrà  essere un Polo, una Casa o un Partito della libertà, come l’alleanza di  centrodestra<br />
si è chiamata dal 1994, semplicemente perché al centro  del suo messaggio non c’è più la libertà, nelle sue varie forme di  liberalismo politico, di liberismo economico, di libertarismo nei  costumi e perfino di libertinismo privato, come ai tempi di Berlusconi.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Quello che sta avvenendo non è soltanto un fisiologico ricambio di leadership.  Se di questo si trattasse, è chiaro che Matteo Salvini se la sarebbe  meritata sul campo. Berlusconi, come Crono, si è mangiato uno alla volta  tutti i suoi ipotetici delfini, da Casini a Fini, da Alfano a Tremonti.  Era scontato che prima o poi spuntasse uno squalo in grado di  mangiarselo, approfittando del passare degli anni e della vigoria  fisica. Il giovane pretendente ha la grinta per farcela: si è tolto  persino la canottiera di Bossi, lui azzanna a torso nudo.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Ma se anche Salvini  riuscisse a fagocitare ciò che resta del berlusconismo, una profonda  differenza di cultura politica gli impedirebbe di incoronarsi con le sue  mani nuovo imperatore del centrodestra. Nel  1994 il centrodestra fu fondato per fermare la sinistra, pronta a  prendere il posto della Prima Repubblica morente. Pur con tutte le sue  ambiguità segnò la nascita, per la prima volta nella storia d’Italia dai  tempi della Destra Storica, di un raggruppamento liberale di  massa.Prometteva la liberazione degli «animal spirits» della società  italiana. Poi in gran parte ha fallito.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Ma un abisso divide quel progetto politico dall’appello ai «basic instincts» che fa Salvini. Tutto  nel suo messaggio parla di protezione, salvaguardia, difesa: dei  confini, dei commerci, della tradizione. Berlusconi si ispirava a  Reagan, lui a Trump. Il primo si è alleato con la Merkel e ha pianto per  i migranti morti in mare, il secondo preferisce la Le Pen e le navi dei  migranti le ferma. Il Cavaliere onorava Craxi e ne ha assorbito ceto  politico e cultura libertaria: nonostante la zia suora, non esitò a  flirtare con il movimento per i diritti omosessuali. Salvini flirta con  il ministro Fontana. All’ottimismo dell’edonismo berlusconiano, che  prometteva di metterci il sole in tasca, si è sostituita una versione  pessimistica del nostro futuro come lotta tra popoli, basata sulla legge  del più forte.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Sta nascendo insomma qualcosa di completante nuovo, e moderno.  Molto più moderno di Forza Italia anche nella sua versione migliore,  sebbene tardiva e ancora incompiuta, affidata all’esperienza e  all’azione di Antonio Tajani. È propio per rimarcare questo che Salvini  sente il bisogno di rompere platealmente ogni volta che può, perfino per  il candidato alle presidenze della Rai e dell’Abruzzo. In un’ottica  continuista gli converrebbe prendere per mano il leader declinante, e  portarlo dove vuole. Invece, scegliendo di correre da solo nell’unica  Regione del Mezzogiorno in cui il centrodestra ha resistito allo tsunami  dei Cinque Stelle alle elezioni del 4 marzo, Salvini dichiara  implicitamente di essere pronto anche a far vincere i grillini, pur di  mandare all’aria il vecchio centrodestra.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Che cosa voglia metterci al suo posto, non è ancora chiaro.  Forse nemmeno a lui. L’ipotesi di un fronte sovranista-populista, che  oggi va forte nei sondaggi, non è detto possa reggere per una  legislatura, e la competizione già si fa sentire aspra.Trasformare la  sola Lega nel nuovo centrodestra è una tentazione, e non è detto che non  venga sperimentata oltre che in Abruzzo anche altrove, partendo da  Basilicata, Piemonte e Sardegna, le prime Regioni che andranno al voto.  Ma tutto quello che la nuova Lega disprezza del vecchio centrodestra è  anche ciò che le manca per diventare un polo stabile e autosufficiente  del futuro bipolarismo l’italiano: qualcuno o qualcosa che incarni il  moderatismo italiano, cultura politica dura a morire, sopratutto al Sud;  che non sia visto come un Attila dai mercati; che scommetta sullo  spirito mercantile di un Paese che ha fatto delle esportazioni la sua  forza; che ricordi al mondo che l’Italia non è la Turchia.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Se Salvini ucciderà Forza Italia, e con essa il centrodestra, come nella favola della rana potrebbe gonfiarsi di voti e di <em>hubris</em>. Ma fino a scoppiarne.<span style="color: #ff0000;"> Antonio Polito, Il Corriere della Sera, 12 agosto 2018</span></span></h3>
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]]></content:encoded>
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		<title>LA STORIA DI MIO PADRE, di Stefano Zurlo</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2018 12:39:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Ventuno  giugno 1993. Gabriele Cagliari scrive dal carcere di San Vittore alla  moglie Bruna: «Comincia l&#8217; estate, oggi è il primo giorno. Ho passato  qui l&#8217; intera primavera e alcuni giorni di inverno. Chi l&#8217; avrebbe mai  detto?». L&#8217; epilogo è vicino e, col senno di poi, quel punto di domanda [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="color: #000080;">Ventuno  giugno 1993. Gabriele Cagliari scrive dal carcere di San Vittore alla  moglie Bruna: «Comincia l&#8217; estate, oggi è il primo giorno. Ho passato  qui l&#8217; intera primavera e alcuni giorni di inverno. Chi l&#8217; avrebbe mai  detto?». L&#8217; epilogo è vicino e, col senno di poi, quel punto di domanda  sgomento sembra già scandagliare la vertigine dell&#8217; abisso.</span></h3>
<p><span style="color: #000080;"> </span></p>
<h3><span style="color: #000080;">L&#8217;  ex presidente dell&#8217; Eni, travolto dal ciclone Mani pulite, sta  meditando la scelta irrevocabile. Il 5 luglio, dopo altre due settimane  di supplizio, si rivolge ai figli Stefano e Silvano con parole  definitive. Il suicidio è stato stabilito e lui sa che i ragazzi  leggeranno dopo. Dopo aver asciugato, se mai ci riusciranno, le lacrime.  Dopo le polemiche e tutto il resto. «In una lunga lettera a voi tutti e  che ho indirizzato alla mamma &#8211; è la comunicazione struggente e  lucidissima, animata da una sovrumana forza di volontà &#8211; ho spiegato le  ragioni di questo mio andarmene. Non me la sono più sentita di  sopportare ancora a lungo questa vergogna e questa tortura, mirata a  distruggere l&#8217; anima».</span></h3>
<p><span style="color: #000080;"> </span></p>
<h3><span style="color: #000080;"> Parla  di se al passato, l&#8217; amico di Bettino Craxi. È solo questione di  giorni. La goccia che fa traboccare il vaso arriva nel filone Eni-Sai,  parallelo a Mani pulite. Il pubblico ministero Fabio De Pasquale, almeno  secondo l&#8217; avvocato Vittorio D&#8217; Aiello, promette un parere positivo  sugli arresti domiciliari, ma poi si arrocca sul no. È finita, anche se  il giudice deve ancora pronunciarsi. Gabriele Cagliari ha esaurito la  pazienza e le energie e pensa che quel gesto di ribellione sia l&#8217; unico  modo per preservare la propria dignità.</span></h3>
<p><span style="color: #000080;"> </span></p>
<h3><span style="color: #000080;">La  mattina del 20 luglio si chiude in bagno bloccando la porta con un  pezzo di legno, infila la testa in un sacchetto di plastica, lo lega  intorno al collo con un laccio di scarpe e si uccide in quel modo cosi  crudele e fragoroso. Venticinque anni dopo, Stefano Cagliari prova a  rielaborare quelle ferite, personali e di un intero Paese, in un libro  misurato e sofferto, ma senza nemmeno una goccia di rancore, scritto con  Costanza Rizzacasa d&#8217; Orsogna: Storia di mio padre (Longanesi, pagg.  264, euro 18,80).</span></h3>
<h3><span style="color: #000080;">Dentro  c&#8217; è la ricostruzione, sommessa e mai urlata ma attenta al dettaglio,  di quei mesi drammatici del terribile Novantatrè. Un padre chiuso per  134 giorni nel «canile di San Vittore», come lui lo chiama senza sconti  nelle sue missive. E una famiglia un tempo potente precipitata nell&#8217;  angoscia, frastornata, colpita da una successione inarrestabile di  lutti. Non solo. Il volume propone la corrispondenza, in buona parte  inedita, partita dal carcere o spedite da casa al detenuto.</span></h3>
<p><span style="color: #000080;"> </span></p>
<h3><span style="color: #000080;"> <span style="color: #0000ff;">C&#8217;  è insomma, la progressione di una tragedia sullo sfondo di un Paese  lacerato e incattivito che ha smarrito la propria anim</span></span><span style="color: #0000ff;">a nel tentativo di  purificarsi. Perfino il funerale diventa un problema: «Il parroco della  chiesa di San Babila non c&#8217; era, il vice si rifiutò e cosi il vicario  di Carlo Maria Martini all&#8217; Arcivescovado». Allora il cardinale che è in  Francia chiama il cappellano di San Vittore, don Luigi Melesi, e lo  prega di celebrare la funzione al posto suo. Ma quel momento di pietà  viene sconvolto e funestato: «La chiesa era gremita, la gente si  accalcava fuori. Arrivò la notizia del suicidio di Raul Gardini, ci  guardammo. Era tutto più grande di noi».</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Un  quarto di secolo dopo, questo testo abbraccia l&#8217; umanità, allora  calpestata. E fa un passo decisivo sulla strada di una pacificazione che  non sia solo la spugna del tempo. La prefazione, sorprendente, porta la  firma autorevole di Gherardo Colombo, uno dei magistrati del Pool che  chiesero l&#8217; arresto di Cagliari. E Colombo, senza rinnegare nulla, con  toni altrettanto sobri, compone una critica del sistema giudiziario,  peraltro abbandonato nel 2007.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Dunque,  in qualche modo fa autocritica: «Il magistrato si concentra sulle  esigenze della giustizia &#8211; termine che inserisco fra molte virgolette &#8211;  ma cosi facendo, non si rende conto delle conseguenze che i suoi atti  producono su coloro che le investigazioni subiscono». Schiacciati in  celle anguste, esposti alla gogna feroce &#8211; il &#8216;93 diventa un calco dell&#8217;  originale 1793 giacobino- con interrogatori diluiti sul calendario con  il contagocce, oggi per fortuna meno di allora. «Bisogna riconoscere &#8211;  ammette ora Colombo -la persona. Vedere il volto dell&#8217; altro». Allora, e  non solo allora, andò in un altro modo.</span> <span style="color: #ff0000;">Stefano Zurlo, Il Giornale 7 maggio 2017</span></h3>
<h3><span style="color: #ff0000;">&#8230;A 25 anni di distanza, il figlio di Gabriele Cagliari, presidente dell&#8217;Eni, racconta la storia di suo padre, rinchiuso nel &#8220;canile di S. Vittore2 come lo stesso Cagliari lo defnisce nell&#8217;episstolario con la famiglia, e nel quale si tolse la vita fiaccando la testa in un sacchetto di plastica, non riuscendo più a sopportae la carcerazione, specie dopo che, sostenne il suo avvocato, il magistrato prima promise e poi cambiò idea sulla concessione deglia rresti domiciliari. Fu una pagina sconvolgente di quella immensa saga di robesperriana memoria che  passò sotto il nome di Tangentopoli che fece tante vittime e non cambiò il mondo. Il figlio di Cagliari, racconta Zurlo che ne ha recensito il libro, racconta i fatti con estrema misura e con linguaggio più che soburio, non cervcando vendetta ma solo chiarezza. Illuminante nel libro quanto scrive nella prefazione firmata da Gherardo Colombo che del pool di ani pulite faceva parte. Ammette Colombo sia l&#8217;eccessivo zelo sia la mancanza di attenzione per le persone, molte delle quali risultarono innocenti ma distrutte nell&#8217;animo e nel corpo. Come Cagliari, appunto.  g.<br />
</span></h3>
<h3><span style="color: #ff0000;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #ff0000;"> </span></h3>
]]></content:encoded>
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		<title>IL PROCESSO (INFINITO) ALLO STATO,  di Paolo Mieli</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Apr 2018 19:42:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
		<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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Oggi, 25 Aprile, festa della Liberazione, è il giorno giusto per fermarci a riflettere sulla salute dello Stato italiano.  Che non è buona per colpa dei molti che da decenni attentano con  noncuranza al suo buon nome o alla sua stessa integrità e per il fatto  che sono pochi, troppo pochi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<div><img title="Illustrazione di Fabio Sironi" src="http://images2.corriereobjects.it/methode_image/2018/04/25/Cultura/Foto%20Cultura%20-%20Trattate/19_dicembre-_una_pausa_del_Pm-kGoD-U434701121952959J0G-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443.jpg?v=20180424215502" alt="Illustrazione di Fabio Sironi" /></div>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Oggi, 25 Aprile, festa della Liberazione, è il giorno giusto per fermarci a riflettere sulla salute dello Stato italiano.  Che non è buona per colpa dei molti che da decenni attentano con  noncuranza al suo buon nome o alla sua stessa integrità e per il fatto  che sono pochi, troppo pochi, quelli che danno prova — non a chiacchiere  — di averne a cuore le sorti. Ma c’è poi anche una questione che  attiene alla reputazione dello Stato medesimo. Reputazione danneggiata  dal progressivo formarsi di un senso comune genericamente ad esso ostile  al quale rischiano di contribuire talvolta anche coloro che se ne  ergono a difensori. Di cosa parliamo? Prendiamo il caso della  sentenza del processo sulla «trattativa Stato-mafia» nel cui merito qui  non entriamo in attesa del secondo e terzo grado di giudizio (oltreché  di poterla leggere per esteso). Già adesso, però, non possono sfuggirci  le ripercussioni che in tema di Stato tale sentenza avrà nel discorso  pubblico e sui libri di storia. In che senso? Ecco in che termini ne ha  riferito un giornale che — oltreché del direttore Gian Maria Vian e dei  suoi giornalisti — è la voce, per così dire, di papa Francesco, L’Osservatore Romano:  la sentenza della Corte d’assise di Palermo avrebbe «stabilito in primo  grado che la trattativa tra l’organizzazione mafiosa Cosa Nostra e gli  uomini delle istituzioni non solo c’è stata ma ha anche toccato i  massimi vertici dello Stato italiano».</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Proprio così, secondo il quotidiano della Santa Sede (o meglio: secondo la sentenza), «i  massimi vertici dello Stato» avrebbero interloquito con  l’organizzazione criminale, per giunta «proprio mentre venivano  assassinati i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e le loro  scorte, nonché cittadini inermi, vigili del fuoco e agenti di polizia,  nelle stragi di Firenze e Milano e venivano fatte esplodere bombe nel  cuore di Roma». Più o meno quello che, con maggiore o minore enfasi,  hanno riportato quasi tutti gli organi di stampa. Ed è questa, ad ogni  evidenza, una percezione destinata a restare. Anche se, come qualcuno ha  notato, nella sentenza compaiono sì i nomi dei capi mafiosi e degli  ufficiali del Ros responsabili di aver «avvicinato» i boss, ma neanche  uno di un qualche appartenente ai suddetti «massimi vertici dello Stato  italiano». L’unico, Nicola Mancino – per il quale Nino Di Matteo e gli  altri pm avevano chiesto una condanna (sia pure per un reato minore:  falsa testimonianza) – è stato assolto. Per il resto, niente nomi né  cognomi.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Non è una storia nuova. L’anno prossimo, il 12 dicembre, saranno cinquant’anni dalla bomba di piazza Fontana.  E saranno poco meno di cinquant’anni da quando, per spiegare  l’accaduto, la casa editrice Samonà e Savelli diede alle stampe un  libro, «La strage di Stato», il cui titolo è rimasto a definire  quell’orribile fatto di sangue. Strage o stragi «di Stato». Sempre, dal  ’69 in poi, si è creduto di individuare lo zampino dello «Stato» dietro  qualche colpa di questo o quel funzionario o appartenente alle forze  dell’ordine. Ma nomi riconducibili ai «massimi vertici» non ne sono  venuti fuori. Mai. Nonostante ciò, «lo Stato» a poco a poco, nei nostri  manuali di storia (non tutti, per fortuna), è andato prendendo le forme  del possibile mandante di questa o quell’impresa delittuosa. Sempre  beninteso come un’entità impersonale (e in qualche caso, nelle  ricostruzioni, assumeva proprio la denominazione di «entità»). Nemmeno  una volta che si sia riusciti ad arrivare all’identificazione di  qualcuno che ben più di più di un ufficiale infedele ci avvicinasse a  quei «massimi vertici». Eppure si moltiplicavano pentiti, dissociati,  imputati che vuotavano il sacco e raccontavano, raccontavano. Ma al  momento di indicare nominativamente qualche appartenente alle vette  statuali di cui ha correttamente riferito L’Osservatore Romano, niente. E anche in questa occasione&#8230;</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Qualcuno ha provato a individuarli quei nomi. Marco Travaglio, persona più di qualsiasi altra capace di decrittare quel che scrivono i giudici, ha riassunto sul Fatto  ciò che si potrebbe desumere dal dispositivo dell’attuale sentenza: «i  tre carabinieri (Mori, Subranni e De Donno) sono stati condannati  insieme a Bagarella e Cinà per avere trasmesso ai governi Amato e Ciampi  il messaggio ricattatorio di Cosa Nostra (il “papello” con le richieste  di Riina in cambio della fine delle stragi) perché lo Stato si piegasse  ai mafiosi». E lo Stato, ha scritto ancora il direttore del Fatto,  «si piegò». Se ne dovrebbe dedurre che la sentenza punta il dito  accusatore contro Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi, i quali,  appunto, «si piegarono». O contro qualche innominato di pari livello che  lo fece al posto loro. Innominato a cui sarebbe riconducibile anche la  «rimozione degli uomini della linea dura» (il ministro Enzo Scotti e il  direttore del Dap Niccolò Amato) «per rimpiazzarli con quelli della  linea molle» (il Guardasigilli Giovanni Conso, il nuovo capo del Dap  Capriotti) che nel ’93 «revocarono il 41 bis a ben 330 mafiosi  detenuti». «Fu quello», ha scritto ancora Travaglio continuando a  riassumere il dispositivo della sentenza, «il primo di una lunga serie  di regali a Cosa Nostra, proseguiti per vent’anni sotto i governi di  centrodestra e centrosinistra, ma purtroppo non punibili penalmente». E  così anche Silvio Berlusconi (esplicitamente chiamato in causa per via  della condanna a Marcello dell’Utri) e Romano Prodi sono sistemati.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Davvero non si capisce perché i nomi degli esponenti dei «massimi vertici» del Paese al momento decisivo siano scomparsi  dalle carte giudiziarie e al loro posto sia rimasto solo soletto «lo  Stato». Abbiamo scritto che un tal modo di attribuire allo Stato ogni  genere di male ebbe una data d’inizio ai tempi della strage di piazza  Fontana (1969). In realtà – in termini meno espliciti e diretti –  qualcuno aveva cominciato molto prima, nel 1947, in occasione  dell’eccidio di Portella della Ginestra; successivamente avevamo avuto  un obliquo rinvio al presidente della Repubblica Antonio Segni per il  piano Solo (1964): sempre si alludeva a ordini «partiti dall’alto, da  molto in alto», salvo poi sfumare il tutto al momento in cui sarebbe  stato necessario circostanziare le accuse nelle aule di giustizia. Negli  anni Settanta e Ottanta ci si accorse di questo inconveniente e dagli  studiosi furono introdotte nuove categorie a giustificare il perché la  mancata identificazione degli statisti responsabili di misfatti: «Stato  nello Stato», «Stato parallelo», «Doppio Stato». Ma nomi e cognomi degli  appartenenti ai «massimi vertici» dello Stato – parallelo o doppio che  fosse – non furono mai identificati. Così – eccezion fatta per Giulio  Andreotti e la mafia, con la stravagante condanna/assoluzione double  face – i grandi accusati evaporavano nel nulla e nelle reti giudiziarie  restavano impigliati imputati medi e piccoli che, diciamolo, sarebbe  davvero ingiusto qualificare ancora come «lo Stato». Anche perché, così  facendo, è accaduto che lo «Stato» abbia dovuto farsi carico di una  serie mostruosa di capi di imputazione ed entrare, aggravato da questo  non lieve fardello, in tv, manuali di storia, libri, film (e, per via  subliminale, nella coscienza di moltissimi italiani) come «mandante  occulto» di orribili delitti.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Restando in tema di mandanti, il 14 novembre del 1974 Pier Paolo Pasolini pubblicò su queste colonne un celeberrimo scritto in  cui, parlando delle stragi di quegli anni, sosteneva di conoscere i  nomi di chi le aveva commissionate, ma di non poterli mettere nero su  bianco dal momento che non ne aveva le prove. Fu, quell’articolo, una  scossa salutare. Ma forse non immaginava, Pasolini, che nei successivi  quarantaquattro anni la magistratura italiana avrebbe annoverato una  gran quantità di «pasoliniani» i quali, senza neanche disporre della sua  ispirazione poetica, non avrebbero esitato a puntare l’indice contro  non meglio identificati «alti vertici dello Stato», senza poi sentirsi  in obbligo di circostanziare le accuse. Povero «Stato» che nella sua  immaterialità, a differenza dei singoli individui, non può difendersi,  né nei tribunali, né nei talk show, né nelle piazze. Dopo che per 50 o  70 anni lo si è indicato all’origine di più di un misfatto, non potrà  certo essere «assolto» in appello. Né essere risarcito. Dovrà restarsene  nei libri di storia sempre più afflitto nella reputazione a pagare per  chi sa essere efficace nelle invettive ma non ritiene di doversi  presentare all’appuntamento decisivo: quello dell’addebito delle colpe a  un essere in carne e ossa. Eventualmente provvisto di identità. <span style="color: #ff0000;">Paolo Mieli, Il Corriere della Sera, 25 aprile 2018</span><br />
</span></h3>
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