<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>ILTORITTESE.it - fatti, notizie, cronaca, politica e cultura di Toritto (BA) &#187; Storia</title>
	<atom:link href="http://www.iltorittese.it/index.php/category/storia/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.iltorittese.it</link>
	<description>fatti, notizie, cronaca, politica e cultura di Toritto (BA)</description>
	<lastBuildDate>Sat, 06 Nov 2021 18:55:39 +0000</lastBuildDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.9.1</generator>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
			<item>
		<title>GIOVANNI LEONE: UN GALANTUOMO NEL FANGO di Carlo Nordio</title>
		<link>http://www.iltorittese.it/index.php/2018/11/20/giovanni-leone-un-glantuomo-nel-fango-di-carlo-nordio/</link>
		<comments>http://www.iltorittese.it/index.php/2018/11/20/giovanni-leone-un-glantuomo-nel-fango-di-carlo-nordio/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 20 Nov 2018 16:32:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.iltorittese.it/?p=8103</guid>
		<description><![CDATA[Quaranta anni fa gli italiani assistevano, alcuni con indifferenza benevola, altri con compiacimento grifagno, a un fatto nuovo e sconcertante: le dimissioni del Presidente della Repubblica Giovanni Leone. Una storia sintomatica delle deviazioni e delle patologie della nostra imperfetta democrazia.
Giovanni Leone era uno più illustri giuristi italiani. Nato a Napoli nel 1908, a ventisette era [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #0000ff;">Quaranta anni fa gli italiani assistevano, alcuni con indifferenza benevola, altri con compiacimento grifagno, a un fatto nuovo e sconcertante: le dimissioni del Presidente della Repubblica Giovanni Leone. Una storia sintomatica delle deviazioni e delle patologie della nostra imperfetta democrazia.<br />
Giovanni Leone era uno più illustri giuristi italiani. Nato a Napoli nel 1908, a ventisette era già docente universitario. Democristiano convinto, era stato membro della Costituente, e parlamentare in tutte le legislature. Godeva di alto prestigio per la sua autorevolezza accademica, appena temperata da una bonarietà che talvolta indulgeva al pittoresco.<br />
Non apparteneva alle correnti del partito, e quindi non godeva di protezione, oltre a quella delle sue riconosciute capacità: quando la Dc non sapeva levarsi dai pasticci in cui la ingolfavano i suoi vertici, chiamava Leone a costituire un governo balneare. Questa indipendenza, alla fine, gli costò la carica.<br />
Nel 1976 scoppiò lo scandalo della Lockheed, un&#8217; impresa aeronautica che aveva venduto a mezzo mondo aerei di grande efficienza. L&#8217; Italia aveva acquistato alcuni Hercules, e quando si seppe che l&#8217; azienda aveva pagato cospicue tangenti ai vari governi acquirenti, i sospetti si riversarono sui nostri politici al potere. L&#8217; inchiesta americana appurò che, tramite un certo antilope cobbler, questi denari erano finiti ad alcuni militari, ministri e faccendieri.<br />
Tra questi ultimi vi erano i fratelli Lefèbvre, di cui Leone era amico, e questo bastò a renderlo vulnerabile. Ma furono sospettati anche altri ministri: Moro, Andreotti, Rumor, Gui e Tanassi.<br />
Moro si difese sostenendo di non saper nemmeno cosa fosse la Lockheed. Un&#8217; affermazione che, se veritiera, avrebbe dimostrato il deplorevole provincialismo del suo autore, visto che la fabbrica era notissima per le sue straordinarie produzioni spaziali e militari. Il suo U2, l&#8217; aereo spia abbattuto sui cieli di Sverdlovsk nel Maggio del 1960, aveva scatenato le ire di Kruschev e determinato l&#8217; annullamento dell&#8217; incontro con il presidente Eisenhower; e il suo F104 equipaggiava da anni la nostra Aeronautica Militare. Bastava leggere i giornali perché quel nome ti restasse impresso per sempre.<br />
Ma, a parte rare e lodevoli eccezioni, i nostri notabili democristiani avevano una cultura essenzialmente parrocchiale, ed erano più sensibili ai voti di sacrestia che alle grandi questioni internazionali. Rumor &#8211; il maggior sospettato &#8211; fu salvato dalla Commissione Inquirente. Quanto ad Andreotti, svicolò dalla polemica con soavità vescovile e sorniona indifferenza ciociara.<br />
Furono rinviati a giudizio Tanassi, Gui, e altri personaggi minori. Tutti, tranne Gui, sarebbero stati condannati, peraltro a pene assai blande.<br />
Leone rimasto estraneo all&#8217; inchiesta, rimase però solo nel suo partito, che lo abbandonò per meschini interesse di baratteria elettorale. Fu una pagina buia per la DC, ma anche per il giornalismo italiano, che si tuffò in questo fango di contumelie e di allusioni con la più turpe e maramaldesca morbosità.<br />
L&#8217; Espresso si segnalò per la sua petulanza aggressiva, ma non fu il solo. Altri quotidiani e rotocalchi sbeffeggiarono l&#8217; anziano presidente, la sua elegante consorte e persino i suoi figli.<br />
Un giornalista arrivò al pettegolezzo che «gli occhi di donna Vittoria ricordassero quelli dell&#8217; Antilope»; un altro fece un&#8217; univoca allusione alle scarpe scamosciate della first lady; altri scesero a illazioni più ridicole. Il partito comunista, che all&#8217; occorrenza sapeva abbandonare il suo plumbeo grigiore moscovita per assumere toni di eccitata grossolanità, sfruttò con la solita sapiente spregiudicatezza questa lotta intestina.<br />
Leone non era mai piaciuto alla sinistra, un po&#8217; per la sua indipendenza di giudizio, un po&#8217; per la sua storia universitaria (era stato, come del resto Fanfani e tutti i docenti iscritto al partito fascista) e soprattutto perché la sua elezione era stata determinata anche dai voti del Movimento Sociale.<br />
Per di più la sua rimozione avrebbe liberato un posto riservato, nella redistribuzione delle cariche, a un esponente della sinistra. L&#8217; elezione di Pertini, indiscussa la caratura morale del personaggio, fu infatti salutata dal Pci come una Glorious Revolution di Redenzione Resistenziale.<br />
Così, il 15 Giugno del 1978, Giovanni Leone annunciò le sue dimissioni. Non gli fu nemmeno risparmiata l&#8217; umiliazione di impedirgli la lettura integrale del messaggio di commiato: mai l&#8217; untuosità farisaica aveva raggiunto livelli di così vergognosa ingratitudine. Il vecchio professore ritornò ai suoi studi e, dopo una congrua decantazione, rientrò, sommessamente, alla vita politica, e contribuì, inascoltato, alle proposte di riforma del processo penale.<br />
Incidentalmente, non sappiamo se l&#8217; indirizzo dell&#8217; attuale governo, che subordina la sospensione della prescrizione a una nuova riforma, riprenderà o meno in mano l&#8217; opera di Giovanni Leone.<br />
Il giudizio complessivo della vicenda è quello di una sconfortante combinazione di una stampa spregiudicata e malevola, e di una politica ancor più cinica e truffaldina. Questa stessa combinazione avrebbe portato, quindici anni dopo, alla dissoluzione dello scudocrociato e all&#8217; umiliazione pubblica del suo segretario Forlani, corroso dalle bavette labiali davanti all&#8217; aggressività dell&#8217; incalzante Di Pietro e alla implacabile fissità delle telecamere.<br />
Un significativo contrappasso per una classe dirigente che aveva rinnegato i suoi elementi migliori.<br />
Con l&#8217; andar del tempo, le accuse e le illazioni a carico di Giovanni Leone si dimostrarono quello che tutti sapevano fin dall&#8217; inizio: un mélange di pettegolezzi di bottega e di calunnie programmate. Tuttavia nessuno fece ammenda. Soltanto i radicali, che erano stati i più severi critici del Presidente, e probabilmente gli unici in buona fede, trovarono il coraggio di scusarsi: Marco Pannella ed Emma Bonino ammisero pubblicamente di avere esagerato.<br />
Ma gli altri , compresi i maestri di vita e di pensiero, rimasero in verecondo silenzio. E purtroppo la lezione non è stata imparata. In tempi recenti, la parlamentare Ilaria Capua, una delle nostre scienziate più prestigiose, è stata costretta alle dimissioni, nell&#8217; indifferenza codarda e colpevole dei suoi colleghi, a seguito di un&#8217; inchiesta assurda e di un&#8217; altrettanto sciagurata aggressione mediatica. Nel nostro infelice e meraviglioso Paese le prediche sulla legalità sono inversamente proporzionali alle garanzie dei diritti dei cittadini. Purtroppo questa sconcezza non è ancora finita, e non sappiamo nemmeno se e quando finirà. <span style="color: #ff0000;">Carlo Nordio per l Messaggero (20 novembre 2018).</span></span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><span style="color: #ff0000;">&#8230;..Non è un caso che Carlo Nordio, magistrato in pensione, abbia scritto questo articolo rievocativo e anche di postumo omaggio a Giovanni Leone, indimenticata vittima di una squallida pagina di fango nella vita politica italiana, nell&#8217;anniversario,  il centenario, della Camera dei Deputati che ricorre proprio oggi. Leone della Camera fu Presidente, Capo del Governo, e infine Presidente della Repubblica. Ricopriva questa carica quando fu vittima di una ben orchestrata campagna di fango e di odio, ordita dalla sinistra, che utilizzò una giornalista dell&#8217;Espresso, Camilla Cederna,  come puntatrice d&#8217;assalto. L&#8217;obiettivo  fu raggiunto, Leone, accusato ingiustamente di essere stato collettore di mazzette, alla fine si dimise, benché fosse innocente. La sua innocenza fu riconosciuta dopo, quando ormai le conseguenze del fango e dell&#8217;odio riversatigli addosso avevano avuto l&#8217;effetto sperato. Fu il colpo di avvio della guerra che avrebbe portato al dissolvimento della Prima Repubblica. g.</span></span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><span style="color: #ff0000;"><br />
</span></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><em><strong> </strong></em></span></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.iltorittese.it/index.php/2018/11/20/giovanni-leone-un-glantuomo-nel-fango-di-carlo-nordio/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>PICCONATE SUL MITO DELLA RESISTENZA, di Gianlcuca Veneziani</title>
		<link>http://www.iltorittese.it/index.php/2018/04/07/piccontagte-sul-mito-della-resistenza-di/</link>
		<comments>http://www.iltorittese.it/index.php/2018/04/07/piccontagte-sul-mito-della-resistenza-di/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 07 Apr 2018 13:21:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.iltorittese.it/?p=8081</guid>
		<description><![CDATA[A picconate, o a piccoli colpi di scalpello, il mito  della Resistenza si va via via sgretolando, fino a ridursi a un cumulo  di macerie. Ad abbatterlo non ci pensa più solo la revisione salvifica  relativa al sangue dei vinti, ossia alle brutalità commesse dai  partigiani a guerra finita, a mo&#8217; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="color: #0000ff;">A picconate, o a piccoli colpi di scalpello, il mito  della Resistenza si va via via sgretolando, fino a ridursi a un cumulo  di macerie. Ad abbatterlo non ci pensa più solo la revisione salvifica  relativa al sangue dei vinti, ossia alle brutalità commesse dai  partigiani a guerra finita, a mo&#8217; di vendette private o di epurazione  sistematica dell&#8217; ex nemico: storia diventata patrimonio collettivo  grazie all&#8217; opera di Giampaolo Pansa. Adesso scricchiola pure l&#8217;  edificio della Resistenza come grande movimento di popolo, come  insurrezione spontanea, immediata e partecipata, oltreché risolutiva, su  cui a lungo si è basata la vulgata storica.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Se  anche questo mito aurorale della Resistenza mostra le sue falle, il  merito è dello storico francese Olivier Wieviorka che ha appena dato  alle stampe il documentatissimo saggio Storia della Resistenza nell&#8217;  Europa occidentale 1940-1945 (Einaudi, pp.464, euro 35), analisi sull&#8217;  effettivo contributo dei partigiani durante il conflitto e il loro reale  peso politico e militare nei Paesi occupati. Ma il merito è anche dello  storico Paolo Mieli che ieri, recensendo il libro di Wieviorka sul  Corriere della Sera, è riuscito poderosamente a infrangere, su un grande  giornale, quel conformismo che fa della Resistenza insieme un Totem da  venerare e un Tabù, del quale non è possibile parlare (male).</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Leggendo  Wieviorka, Mieli non esita a smontare quelle che lo storico francese  definisce «agiografie», derubricando cioè l&#8217; azione dei partigiani  europei, e anche italiani, a un contributo residuale ai fini della  Liberazione. A lungo infatti, fa notare Wieviorka, è stato  «sopravvalutato il ruolo svolto dalla dimensione nazionale della lotta  comune» ed è stato «ritenuto che le resistenze locali potessero  svilupparsi adeguatamente senza aiuti esterni».</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Quasi  fossero movimenti volontari, auto-finanziati e operativi grazie a una  libera scelta insurrezionale In realtà, le cose andarono diversamente,  sia perché la nascita di quei fronti di lotta fu sollecitata dal Soe  (Special Operations Executive), organismo creato dagli inglesi al fine  di fomentare la Resistenza; sia perché l&#8217; apporto dei partigiani fu  pressoché irrilevante tanto che «con o senza Resistenza, l&#8217; Europa  sarebbe stata liberata dalle forze angloamericane».</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Ma  l&#8217; aspetto forse più interessante del saggio è che non ci fu, sin dagli  albori in Europa, e tanto meno in Italia, l&#8217; insorgere di dissidenti  pronti a darsi alla macchia né una risoluta «opposizione all&#8217; apparente  inesorabilità della disfatta» nei Paesi occupati. Piuttosto, i governi  di quegli Stati cercarono compromessi con il Reich e gli stessi popoli a  tutto pensarono tranne che a mettersi subito in armi contro l&#8217;  invasore. Smentita evidente della leggenda secondo cui sarebbe esistita  una Resistenza implicita e silenziosa, nata nel momento dell&#8217;  occupazione e poi sfociata nella Resistenza armata.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Questo  fu vero soprattutto in Italia, dove il movimento resistenziale tardò a  manifestarsi sia per quella che Mieli definisce «apatia politica degli  italiani» sia per una comprensibile mancanza di ardore che portava i  nostri prigionieri di guerra a non voler rischiare la pelle per  rovesciare il regime, sia per il consenso di cui &#8211; almeno fino al 1943 &#8211;  il fascismo godette nel nostro Paese, al punto che molti soldati o  cittadini consideravano un &#8220;tradimento&#8221; opporsi al governo vigente.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">E  infatti da noi gli angloamericani faticarono ad alimentare uno spirito  ribellista e a mettere su gruppi di lotta armata. Wieviorka racconta di  tentativi grotteschi, come quando si cercarono ribelli italiani in Nord  Africa e in Svizzera, ma si trovarono soltanto «cospiratori da salotto»;  o quando, non riuscendo a identificare una figura spendibile come  leader dei futuri partigiani, la si trovò in un certo Annibale  Bergonzoli, un generale che tuttavia presto si dimostrò «un ciarlatano  di temperamento esaltato». Insomma, non la persona ideale nelle cui mani  mettere le sorti d&#8217; Italia.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;"> <em> </em>È  interessante notare come questa rilettura della Resistenza continui a  essere portata avanti da studiosi esterni alla cultura di destra.  Wieviorka, nipote di ebrei uccisi ad Auschwitz, collabora con un inserto  del giornale di sinistra Libération; lo stesso Mieli, cresciuto negli  ambienti della sinistra extraparlamentare, è stato allievo del grande  Renzo De Felice, storico comunista, e nondimeno principale artefice  della revisione sul fascismo. Come già nel caso di Pansa, la  demitizzazione della Resistenza non può che partire da sinistra. Dove le  menti più illuminate, ormai da tempo, si sono accorte che della  Resistenza non resiste più niente.<span style="color: #ff0000;"> Gianluca Veneziani, Libero Quotidiano, 7 aprile 2018</span><br />
</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.iltorittese.it/index.php/2018/04/07/piccontagte-sul-mito-della-resistenza-di/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>I RAGAZZI DEL (18)99: PERSERO LA GIOVENTU&#8217; MA NELLE TRINCEE ONORARONO LA PATRIA</title>
		<link>http://www.iltorittese.it/index.php/2018/01/02/i-ragazzi-del-1899-persero-la-gioventu-ma-nelle-trincee-onorarono-la-patria/</link>
		<comments>http://www.iltorittese.it/index.php/2018/01/02/i-ragazzi-del-1899-persero-la-gioventu-ma-nelle-trincee-onorarono-la-patria/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 02 Jan 2018 16:23:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.iltorittese.it/?p=8052</guid>
		<description><![CDATA[







Non è facile raccontare una generazione. Allora tanto vale far parlare chi ne ha fatto parte.



E le generazioni, quando parlano, lo fanno con le canzoni, oggi  come ieri. I ragazzi del &#8216;99 cantavano, tra le altre cose, anche  questa: «Novantanove, m&#8217;han chiamato / m&#8217;han chiamato m&#8217;han chiamato a  militar / e sul [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="insertbox_text">
<div>
<div>
<h3>
<div id="media_1">
<div>
<div>
<div><img src="http://www.ilgiornale.it/sites/default/files/styles/large/public/foto/2018/01/02/1514878491-6179756.jpg" alt="" width="665" height="221" /></div>
<div><span style="color: #666699;">Non è facile raccontare una generazione. Allora tanto vale far parlare chi ne ha fatto parte.</span></div>
</div>
</div>
</div>
<p><span style="color: #333399;">E le generazioni, quando parlano, lo fanno con le canzoni, oggi  come ieri. I ragazzi del &#8216;99 cantavano, tra le altre cose, anche  questa: «Novantanove, m&#8217;han chiamato / m&#8217;han chiamato m&#8217;han chiamato a  militar / e sul fronte m&#8217;han mandato / m&#8217;han mandato m&#8217;han mandato a  sparar. / Combattendo tra le bombe / ad un tratto ad un tratto mi fermò /  una palla luccicante / nel mio petto nel mio petto penetrò. / Quattro  amici lì vicino/ mi portaron mi portaron all&#8217;ospedal / ed il medico mi  disse / non c&#8217;è nulla non c&#8217;è nulla da sperar. / Croce Rossa Croce Rossa  / per favore, per piacer, per carità / date un bacio alla mia mamma / e  alla bandiera, alla bandiera tricolor».</span></p>
<p><span style="color: #333399;">All&#8217;inizio, nonostante il  feroce carnaio della guerra, non sarebbe dovuto andare a finire così.  Pur precettati quando non avevano ancora diciotto anni, i componenti dei  primi contingenti, circa 80mila uomini, chiamati nei primi quattro mesi  del 1917, avrebbero dovuto essere inquadrati solo nella milizia  territoriale. Poi ne vennero chiamati altri 180mila e poi altri ancora.  Era un modo di rimpolpare reparti di riserva, non operativi. Ma arrivò  Caporetto e cambiò tutto. In tanti finirono dritti al fronte. Su una  famosa cartolina militare, per enfatizzare l&#8217;importanza del loro  sacrificio qualcuno pensò di stampare dei versi di Dante: «Piante  novelle. Rinnovellate di novella fronda». Erano versi del Purgatorio e  in un purgatorio atroce quei ragazzi finirono. E in purgatorio non  mollarono, anzi. Così il generale Diaz: «Li ho visti i ragazzi del &#8216;99.  Andavano in prima linea cantando. Li ho visti tornare in esigua schiera.  Cantavano ancora». Una descrizione eroica, a tratti veritiera. Eroi  bambini. Certo in Diaz prevale l&#8217;orgoglio, non la presa d&#8217;atto della  mostruosità del sacrificio richiesto. Quella la capì meglio d&#8217;Annunzio:  «La madre vi ravvivava i capelli, accendeva la lampada dei vostri studi,  rimboccava il lenzuolo dei vostri riposi. Eravate ieri fanciulli e ci  apparite oggi così grandi!».</span></p>
<p><span style="color: #333399;">Ma loro? Loro quando potevano  scrivevano a casa. Alcune di queste lettere ci sono rimaste, la censura  (altro che i post bloccati da Facebook) le ha violentate, ma molto di  quel dolore è rimasto. Basti un frammento di un diciottenne originario  di Laveno Mombello: «Troppo presto ci hanno voluto far diventare uomini e  il nostro spirito ancora giovane non può fare a meno di ricordare le  gioie passate e di rattristarsene come di una perdita troppo prematura».  Ma c&#8217;era anche chi scrivere così di certo non sapeva. La trincea fu un  crogiuolo che mise assieme il principe e l&#8217;ignorante, lo studente di  liceo e il falciatore a giornata. Andò così anche per i ragazzi del &#8216;99.  Tra loro c&#8217;era Fausto Pirandello, figlio dello scrittore e poi famoso  pittore (troppo malato non arrivò mai al fronte); c&#8217;era Maceo Casadei,  altro pittore, che al fronte andò e dipinse il famoso quadro Ritirata di  Caporetto. Ma c&#8217;era anche Vincenzo Rabito contadino siciliano semi  analfabeta autore di una delle memorie più strane del &#8216;900 italiano e a  cui il fronte fece, forse, meno paura della miseria del dopoguerra.</span></p>
<p><span style="color: #333399;">Piacerebbe, l&#8217;Italia di oggi, a quei ragazzi? Non lo sapremo mai. L&#8217;ultimo pare sia morto nel 2007. Matteo Sacchi, Il Guornale, 2 gennaio 2018</span></p>
<p><span style="color: #333399;">&#8230;..<span style="color: #ff0000;">Il Presidente Mattarella nel suo discorso di fine anno 2017 ha ricordato i &#8220;Ragazzi del 99&#8243; richiamati sul  finire della prima guerra mondiale  e si ritrovarono mandati al fronte, neppure dciotenni, a froneggiare la ritirata  di Caporetto. Scrissero loro malgrado pagine di eroismo e di gloria cui nessun  paragone con i giovani di oggi renderà giustizia. g. </span><br />
</span></p>
<p><span style="color: #333399;"><br />
</span></h3>
</div>
</div>
</div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.iltorittese.it/index.php/2018/01/02/i-ragazzi-del-1899-persero-la-gioventu-ma-nelle-trincee-onorarono-la-patria/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>IL PROCESSO DI NORIMBERGA</title>
		<link>http://www.iltorittese.it/index.php/2017/04/01/il-processo-di-norimberga/</link>
		<comments>http://www.iltorittese.it/index.php/2017/04/01/il-processo-di-norimberga/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 01 Apr 2017 19:52:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.iltorittese.it/?p=8042</guid>
		<description><![CDATA[Carlo Nordio per “il Messaggero”
 
Robert  H. Jackson, capo del collegio d&#8217; accusa al processo di Norimberga,  esordì così: «Il fatto che quattro grandi potenze, inorgoglite dalla  vittoria e lacerate dalle ferite, trattengano la mano della vendetta e  sottopongano volontariamente i loro nemici al giudizio della legge, è  uno dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #0000ff;"><strong>Carlo Nordio per <a href="http://www.ilmessaggero.it" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.ilmessaggero.it?referer=');">“il Messaggero”</a></strong></span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">Robert  H. Jackson, capo del collegio d&#8217; accusa al processo di Norimberga,  esordì così: «Il fatto che quattro grandi potenze, inorgoglite dalla  vittoria e lacerate dalle ferite, trattengano la mano della vendetta e  sottopongano volontariamente i loro nemici al giudizio della legge, è  uno dei più significativi tributi che la forza abbia mai pagato alla  ragione». Sono parole nobili e solenni. Tuttavia, a distanza di  settant&#8217;anni, ci si domanda ancora se fossero vuota retorica, utopistica  illusione o ragionevole speranza. Probabilmente, un po&#8217; di tutte e tre.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> Il  più grande processo della storia fu condotto dal Tribunale Militare  internazionale per giudicare 22 criminali nazisti i cui delitti non  avessero una precisa collocazione geografica. Con l&#8217; accordo di Londra  dell&#8217; 8 Agosto 1945, Stati Uniti, Regno Unito, Urss e Francia, in  rappresentanza delle Nazioni Unite, posero i fondamenti di diritto  sostanziale e processale che avrebbero disciplinato il giudizio.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em> </em> Successivamente  furono nominati 8 giudici, uno effettivo e un supplente, per ognuna  della 4 potenze. Le imputazioni erano anch&#8217; esse quattro: 1)  cospirazione contro la pace, 2) guerra di aggressione 3) crimini di  guerra e 4) crimini contro l&#8217; umanità. Nessuno capì mai la differenza  tra le prime due imputazioni. La terza si riferiva al maltrattamento e  uccisione di prigionieri, devastazione di villaggi, saccheggi ecc. La  quarta comprendeva lo sterminio di massa, anche se la parola genocidio  non fu mai usata.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em><a href="http://www.dagospia.com/mediagallery/Dago_fotogallery-181373/731280.htm" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.dagospia.com/mediagallery/Dago_fotogallery-181373/731280.htm?referer=');"><img id="731280" src="http://cdn-static.dagospia.com/img/foto/11-2015/il-processo-di-norimberga-731280_tn.jpg" alt="IL PROCESSO DI NORIMBERGA" /></a> </em></span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> Gli  imputati erano il vertice nazista, o quello che ne restava dopo il  suicidio di Hitler, Goebbels e Himmler. Alcuni erano di primissimo  piano: Göring, capo della Luftwaffe, seconda carica dello Stato,  creatore della Gestapo e dei campi di concentramento. Ribbentrop,  ministro degli Esteri, tristemente famoso per il patto con Molotov che  avrebbe spartito la Polonia. Kaltenbrunner, successore di Heydrich, capo  del Servizio Centrale di sicurezza (RSHA), comprendente la Gestapo e il  Sd, responsabile della soluzione finale degli ebrei nei campi di  sterminio.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em> </em></span><span style="color: #0000ff;"><strong>IL PROCESSO DI NORIMBERGA</strong></span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">Altri  erano militari di rango elevato, Raeder e Doenitz per la Marina, Keitel  e Jodl per la Wehrmacht. A questi due ultimi si rimproverava la  redazione e trasmissione degli ordini del Führer sui vari massacri di  partigiani, internati, spie. Infine altri personaggi minori, banchieri,  industriali, fanatici antisemiti. Su tutti troneggiava Albert Speer, il  geniale architetto che aveva ricostruito l&#8217; industria bellica tedesca,  solo per vederla, alla fine, totalmente devastata.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> Il  processo iniziò il 20 novembre 1945 e si concluse ai primi di Ottobre  del 46, dopo l&#8217;audizione di centinaia di testimoni, l&#8217; esame di migliaia  di documenti, e la raccapricciante documentazione filmata dei campi di  sterminio colmi di cadaveri. L&#8217; accusa non fu sempre all&#8217; altezza della  situazione, forse il processo era stato preparato troppo in fretta e  senza un&#8217; istruttoria adeguata. Il presidente, l&#8217; imparziale e  impeccabile sir Geoffrey Lawrence, richiamò all&#8217; ordine varie volte  accusatori e difensori. I russi, tutti militari, minacciarono di  andarsene. Il tribunale minacciò a sua volta di arrestare uno di loro.  Ma alla fine tutto si sistemò. Se la forza, come aveva detto Jackson,  aveva ceduto alla ragione del diritto, quest&#8217; ultima dovette ora cedere  alla ragion di Stato.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"><strong>LA DIFESA</strong></span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">I  difensori erano tutti avvocati di prima scelta: su tutti spiccavano  Hermann Jahrreiss e Otto Stahmer, che furono insuperabili nello spiegare  il principo di irretroattività di una legge afflittiva in genere e  penale in specie. Un monito non ascoltato dalla legge Severino. Le  difese eccepirono inoltre un inconveniente di fatto: che i vincitori  giudicavano i vinti.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> E  infine invocarono il principio del tu quoque: anche voi &#8211; dissero  cautamente &#8211; avete massacrato militari prigionieri, come a Katyn, e  innocenti civili come a Dresda e Hiroshima. Quanto alla guerra di  aggressione, l&#8217; Impero Britannico non era forse stato costituito con l&#8217;  occupazione di paesi pacifici e neutrali?</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> Alcune  di queste obiezioni erano fondatissime: l&#8217; irretroattività della legge  penale è un principio cardine di ogni civiltà; quanto alle guerre di  conquista, tutte le nazioni, quando hanno potuto, hanno aggredito le più  deboli, se questo era loro conveniente. Altre obiezioni erano assurde:  paragonare Auschwitz con Dresda è semplicemente ridicolo, e comunque un  crimine non esclude l&#8217; altro. Alla fine, dodici imputati furono  condannati a morte: Bormann era latitante, Goering evitò il patibolo  avvelenandosi, gli altri furono impiccati seduta stante. Sette furono  condannati a vari anni di prigione.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> Tre furono assolti. Tutto sommato, fu un processo abbastanza regolare.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">Fu  anche giusto? Formalmente forse no, ma sostanzialmente si. Il fatto che  il vincitore faccia giustizia, non significa di per sé che questa sia  iniqua. Certo, legge e giudice furono costituiti ad hoc. Ma che altra  scelta c&#8217; era? Molti imputati avevano commesso misfatti tanto scellerati  da meritare il patibolo, e qualcuno disse anche di più. La pena &#8211;  eccessiva per il generale Jodl &#8211; fu compensata da quella &#8211; troppo mite &#8211;  per Speer e dall&#8217; assoluzione di Von Papen. Anche visto  retrospettivamente, Norimberga costituì davvero uno sforzo titanico per  affermare il primato della legge su quella della forza.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> <strong>IL FALLIMENTO </strong></span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">Ma  il tentativo di costituirne un precedente vincolante fallì, né poteva  essere altrimenti. Dopo alcuni processi contro imputati minori, e  qualche decina di impiccagioni, la giustizia si fermò: per stanchezza,  per impotenza, per opportunità politica. I reduci di Norimberga  scontarono quasi tutti la pena fino in fondo, ma i loro colleghi  detenuti dagli angloamericani furono sempre scarcerati in anticipo.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> I  sovietici si regolarono da par loro: ne utilizzarono alcuni come spie,  sbirri e torturatori; del resto Gestapo e polizia segreta moscovita si  erano sempre reciprocamente ammirate e copiate. Gli altri prigionieri  furono giustiziati sommariamente, o lasciati morire nei gulag di stenti e  di malattie. Quanto all&#8217; Italia, la fucilazione di Mussolini e dei  gerarchi a Dongo non fu un modello di giusto processo. Nessuno può  realmente considerare tale la condanna a morte pronunciata dal Clnai e  subito eseguita (forse) dal colonnello Valerio. Comunque, come disse  Churchill, ci risparmiò una Norimberga Italiana.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> Ma  il fallimento non fu questo. Fu proprio nella smentita, crudele ma  prevedibile, degli ideali di Jackson e di tutti coloro a cominciare da  Kant che sognavano una giustizia sovranazionale di competenza diffusa ed  esclusiva. Dopo Norimberga furono infatti costituti vari tribunali per i  crimini di guerra: alcuni, come quello di Sartre e Russell, erano  caricature politicamente tarate.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> Altri  invece erano, e sono, retti da norme e da trattati. Qualche sentenza è  addirittura stata pronunciata, qualche criminale balcanico è ancora  dietro le sbarre. Ma se pensiamo alle stragi quotidiane in mezzo mondo,  quelle di cui parlano tutti e quelle di cui non parla nessuno, la sola  idea di un tribunale con effetti repressivi e al contempo deterrenti si  rivela una vuota astrazione metafisica. A conferma delle note  affermazioni di Tucidide che i forti dominano sempre i più deboli; e che  questi ultimi farebbero lo stesso, se un giorno le parti fossero  invertite.</span></p>
<p>&#8230;&#8230;.<span style="color: #ff0000;">Il giudice Carlo Nordio ha descritto con esemplare chiarezza il processo di Norimberga  che vide sul banco degli imputati i massimi dirigenti nazisti  che ebbe una traspozisione sullo schermo con un film del 1961 interpretato magnificamente da Alec Baldwuin che è facilmente rintracciabile su youtube. </span></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.iltorittese.it/index.php/2017/04/01/il-processo-di-norimberga/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>DA ANTICRAXIANO VI DICO: GLI DOBBIAMO QUALCOSA, di Piero Sansonetti</title>
		<link>http://www.iltorittese.it/index.php/2017/01/21/da-anticraxiano-vi-dico-gli-dobbiamo-qualcosa-di-piero-sansonetti/</link>
		<comments>http://www.iltorittese.it/index.php/2017/01/21/da-anticraxiano-vi-dico-gli-dobbiamo-qualcosa-di-piero-sansonetti/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 21 Jan 2017 20:09:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.iltorittese.it/?p=8040</guid>
		<description><![CDATA[
Il 19 gennaio del 2000 moriva esule in Tunisia. Lo hanno  fatto passare per un brigante ma era uno statista. Fu abbattuto da Mani  Pulite: era rimasto l’unico a difendere l’autonomia della politica. Da  allora la politica ha perso autonomia.



Il 19 gennaio del 2000, e cioè 17 anni fa, moriva Bettino Craxi. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<h3><span style="color: #003366;"><strong>Il 19 gennaio del 2000 moriva esule in Tunisia. Lo hanno  fatto passare per un brigante ma era uno statista. Fu abbattuto da Mani  Pulite: era rimasto l’unico a difendere l’autonomia della politica. Da  allora la politica ha perso autonomia.</p>
<p></strong></span></h3>
</div>
<h3></h3>
<h3><span style="color: #003366;">Il 19 gennaio del 2000, e cioè 17 anni fa, <strong>moriva Bettino Craxi</strong>. Aveva 65 anni, un tumore al rene curato male, un cuore malandato, curato malissimo.</span></h3>
<h3></h3>
<h3><span style="color: #003366;">Il cuore a un certo punto si fermò. Non fu fatto molto  per salvarlo. Non fu fatto niente, dall’Italia. Craxi era nato a Milano  ed è morto ad Hammamet, in Tunisia, <strong>esule</strong>. Era stato  segretario del partito socialista per quasi vent’anni e presidente del  Consiglio per più di tre. In Italia aveva subito condanne penali per  finanziamento illecito del suo partito e per corruzione. Quasi dieci  anni di carcere in tutto. Prima delle condanne si era trasferito in  Tunisia. Se fosse rientrato sarebbe morto in cella.</span></h3>
<h3></h3>
<h3><span style="color: #003366;">Craxi ha sempre respinto l’accusa di corruzione personale. <strong>Non c’erano prove</strong>.<strong> E non furono mai trovati i proventi</strong>.  In genere quando uno prende gigantesche tangenti e le mette in tasca,  poi da qualche parte questi soldi saltano fuori. In banca, in acquisti,  in grandi ville, motoscafi. Non furono mai trovati. I figli non li hanno  mai visti. La moglie neppure. Lui non li ha mai utilizzati. Non ha  lasciato proprietà, eredità, tesori. Craxi <strong>era un malfattore, o è stato invece uno statista importante sconfitto da una gigantesca operazione giudiziaria?</strong> La seconda ipotesi francamente è più probabile. La prima è quella più  diffusa nell’opinione pubblica, sostenuta con grande impegno da quasi  tutta la stampa, difesa e spada sguainata da gran parte della <strong>magistratura.</strong></span></h3>
<h3></h3>
<h3><span style="color: #003366;">Craxi era stato <strong>uno degli uomini più importanti e potenti d’Italia</strong>,  negli anni Ottanta, aveva goduto di grande prestigio internazionale. Si  era scontrato e aveva dialogato con Reagan, col Vaticano, con Israele e  i paesi Arabi, con Gorbaciov, con quasi tutti i leader internazionali.  Aveva sostenuto furiose battaglie con i comunisti in Italia, con  Berlinguer e Occhetto e D’Alema; e anche con la Dc, con De Mita, con  Forlani, epici gli scontri con Andreotti; con la Dc aveva collaborato  per anni e governato insieme. Bene, male? Poi ne discutiamo. Aveva anche  firmato con la Chiesa il nuovo concordato.</span></h3>
<h3></h3>
<h3><span style="color: #003366;"><img src="http://ildubbio.news/ildubbio/wp-content/uploads/sites/4/2017/01/att_664853-300x193.jpg" alt="LAPRESSE - CRAXI - © INTERNATIONALPHOTO/LAPRESSE 23-05-1987 PARMA POLITICA NELLA FOTO : BETTINO CRAXI PARLA AL COMIZIO SOCIALISTA" width="300" height="193" /></span></h3>
<h3></h3>
<h3><span style="color: #003366;">Morì solo solo. Solo: <strong>abbandonato da tutti</strong>.  Stefania, sua figlia, racconta di quando la mamma la chiamò al  telefono, nell’autunno del ‘ 99, e le disse che Bettino era stato  ricoverato a Tunisi, un attacco di cuore. Lei era a Milano, si precipitò  e poi cercò di muovere mari e monti per fare curare il padre. Non si  mossero i monti e il mare restò immobile. Craxi fu curato all’ospedale  militare di Tunisi. Stefania riuscì ad avere gli esami clinici e li  spedì a Milano, al San Raffaele, lì aveva degli amici. Le risposero che  c’era un tumore al rene e che andava operato subito, se no poteva  diffondersi. Invece passarono ancora due mesi, perché a Tunisi nessuno  se la sentiva di operarlo. Arrivò un chirurgo da Milano, operò Craxi in  una sala operatoria dove due infermieri tenevano in braccio la lampada  per fare luce. Portò via il rene, ma era tardi. Il tumore si era  propagato, doveva essere operato prima, si poteva salvare, ma non ci fu  verso.</span></h3>
<h3></h3>
<h3><span style="color: #003366;">In quei giorni drammatici dell’ottobre 1999 Craxi<strong> era caduto in profonda depressione</strong>.  Non c’è da stupirsi, no? Parlava poco, non aveva forse voglia di  curarsi. Era un uomo disperato: indignato, disgustato e disperato.</span></h3>
<h3></h3>
<h3><span style="color: #003366;">Stefania mi ha raccontato che lei non sapeva a che santo  votarsi: non conosceva persone potenti. Il Psi non esisteva più. Chiamò  Giuliano Ferrara e gli chiese di intervenire con D’Alema. Il giorno  dopo Ferrara gli disse che D’Alema faceva sapere che un salvacondotto  per l’Italia era impossibile, la Procura di Milano avrebbe  immediatamente chiesto l’arresto e il trasferimento in carcere. Stefania  chiese a Ferrara se D’Alema potesse intervenire sui francesi, i  francesi sono sempre stati generosi con la concessione dell’asilo  politico. Era più che naturale che glielo concedessero. Curarsi a Parigi  dava qualche garanzia in più che curarsi all’ospedale militare di  Tunisi.</span></h3>
<h3></h3>
<h3><span style="color: #003366;">Passarono solo 24 ore e Jospin, che era il presidente  francese, rilasciò una dichiarazione alle agenzie: «Bettino Craxi non è  benvenuto in Francia».</span></h3>
<h3></h3>
<h3><span style="color: #003366;">Quella, più o meno, fu l’ultima parola della politica su Craxi. Fu<strong> la parola decisiva dell’establishment italiano e internazionale. Craxi deve morire</strong>.</span></h3>
<h3></h3>
<h3><span style="color: #003366;">Il 19 gennaio Craxi – per una volta – obbedì e se andò  all’altro mondo. E’ curioso che quasi vent’anni dopo la sua morte, e  mentre cade il venticinquesimo anniversario dell’inizio della stagione  di Tangentopoli ( Mario Chiesa fu arrestato il 17 febbraio del 1992, e  da lì cominciò tutto, da quel giorno iniziò la liquidazione della prima  repubblica), qui in Italia nessuno mai abbia voluto aprire una  riflessione su cosa successe in quegli anni, sul perché Craxi fu spinto  all’esilio e alla morte, sul senso dell’inchiesta Mani Pulite, sul peso  della figura di Craxi nella storia della repubblica. Ci provò Giorgio  Napolitano, qualche anno fa. Ma nessuno gli diede retta.</span></h3>
<h3></h3>
<h3><span style="color: #003366;"><img src="http://ildubbio.news/ildubbio/wp-content/uploads/sites/4/2017/01/f36454b8-9bda-4890-8096-9358f1186099_large-300x158.jpg" alt="f36454b8-9bda-4890-8096-9358f1186099_large" width="300" height="158" /></span></h3>
<h3></h3>
<h3><span style="color: #003366;">Vogliamo provarci? Partendo dalla domanda essenziale: Statista o brigante.</span></h3>
<h3></h3>
<h3><span style="color: #003366;">Forse sapete che Bettino Craxi negli anni Ottanta  scriveva dei corsivi sull’Avanti! , il giornale del suo partito,  firmandoli Ghino di Tacco. Ghino era un bandito gentiluomo vissuto verso  la metà del 1200 dalle parti di Siena, a Radicofani. Boccaccio parla di  lui come una brava persona. A Craxi non dispiaceva la qualifica di  brigante. Perché era un irregolare della politica. <strong>Uno che rompeva gli schemi, che non amava il political correct</strong>. Però non fu un bandito e fu certamente uno statista. Persino <strong>Gerardo D’Ambrosio</strong>,  uno dei più feroci tra i Pm del pool che annientò Craxi, qualche anno  fa ha dichiarato: non gli interessava l’arricchimento, gli interessava  il potere politico. Già: Craxi<strong> amava in modo viscerale la politica</strong>. <strong>La politica e la sua autonomia.</strong> Attenzione a questa parola di origine greca: autonomia. Perché è una  delle protagoniste assolute di questa storia. Prima di parlarne però  affrontiamo la questione giudiziaria. Era colpevole o innocente?  Sicuramente era colpevole di finanziamento illecito del suo partito. Lo  ha sempre ammesso. E prima di lasciare l’Italia lo proclamò in un  famosissimo discorso parlamentare, pronunciato in un aula di  Montecitorio strapiena e silente. Raccontò di come tutti i partiti si  finanziavano illegalmente: tutti. Anche quelli dell’opposizione, anche  il Pci. Disse: se qualcuno vuole smentirmi si alzi in piedi e presto la  storia lo condannerà come spergiuro.</span></h3>
<h3></h3>
<h3><span style="color: #003366;">Beh, non si alzò nessuno. Il sistema politico in quegli  anni – come adesso – era molto costoso. E i partiti si finanziavano o  facendo venire i soldi dall’estero o prendendo tangenti. Pessima  abitudine? Certo, pessima abitudine, ma è una cosa molto, molto diversa  dalla corruzione personale. E in genere il reato, che è sempre personale  e non collettivo, non era commesso direttamente dai capi dei partiti,  ma dagli amministratori: per Craxi invece valse la formula, del tutto  antigiuridica, “non poteva non sapere”.</span></h3>
<h3></h3>
<h3><span style="color: #003366;">Craxi era colpevole. <strong>Nello stesso modo nel quale  erano stati colpevoli De Gasperi, Togliatti, Nenni, la Malfa, Moro,  Fanfani, Berlinguer, De Mita, Forlani…</strong> Sapete di qualcuno di loro condannato a 10 anni in cella e morto solo e vituperato in esilio?</span></h3>
<h3></h3>
<h3><span style="color: #003366;">Ecco, qui sta l’ingiustizia. Poi c’è il giudizio  politico. Che è sempre molto discutibile. Craxi si occupò di due cose.  La prima era guidare la modernizzazione dell’Italia che usciva dagli  anni di ferro e di fuoco delle grandi conquiste operaie e popolari, e  anche della grande violenza, del terrorismo, e infine della crisi  economica e dell’inflazione. Craxi pensò a riforme politiche e sociali  che permettessero di stabilizzare il paese e di interrompere  l’inflazione.</span></h3>
<h3></h3>
<h3><span style="color: #003366;"><img src="http://ildubbio.news/ildubbio/wp-content/uploads/sites/4/2017/01/mani_pulite_fotogramma_1-300x188.jpg" alt="mani_pulite_fotogramma_1" width="300" height="188" /></span></h3>
<h3></h3>
<h3><span style="color: #003366;">La seconda cosa della quale si preoccupò, strettamente  legata alla prima, era la necessità di salvare e di dare un ruolo alla  sinistra in anni nei quali, dopo la vittoria<strong> di Reagan e della Thatcher</strong>, il liberismo stava dilagando.<strong> Craxi cercò di trovare uno spazio per la sinistra, senza opporsi al liberismo.</strong> Provò a immaginare una sinistra che dall’interno della rivoluzione  reaganiana ritrovava una sua missione, attenuava le asprezze di Reagan e  conciliava mercatismo e stato sociale. Un po’ fu l’anticipatore di  Blair e anche di Clinton ( e anche di Prodi, e D’Alema e Renzi…). Craxi  operò negli anni precedenti alla caduta del comunismo, ma si comportò  come se la fine del comunismo fosse già avvenuta. Questa forse è stata  la sua intuizione più straordinaria. Ma andò sprecata. Personalmente non  ho mai condiviso quella sua impresa, e cioè il tentativo di fondare un  liberismo di sinistra. Così come, personalmente, continuo a pensare che  fu un errore tagliare la scala mobile, e che quell’errore di Craxi costa  ancora caro alla sinistra. Ma questa è la mia opinione, e va  confrontata con la storia reale, e non credo che sia facile avere  certezze.</span></h3>
<h3></h3>
<h3><span style="color: #003366;">Quel che certo è che Craxi si misurò con questa impresa  mostrando la statura dello statista, e non cercando qualche voto, un po’  di consenso, o fortuna personale. Poi possiamo discutere finché volete  se fu un buono o un cattivo statista. Così come possiamo farlo per De  Gasperi, per Fanfani, per Moro.</span></h3>
<h3></h3>
<h3><span style="color: #003366;">E qui arriviamo a quella parolina: l’autonomia della  politica. Solo in una società dove esiste l’autonomia della politica è  possibile che vivano ed operano gli statisti. Se l’autonomia non esiste,  allora<strong> i leader politici sono solo funzionari di altri poteri.  Dell’economia, della magistratura, della grande finanza, delle  multinazionali…</strong></span></h3>
<h3></h3>
<h3><span style="color: #003366;"><img src="http://ildubbio.news/ildubbio/wp-content/uploads/sites/4/2017/01/craxi_reagan1-300x165.jpg" alt="Photo prise le 20 octobre 1988 ‡ la Maison Blanche ‡ Washington, du prÈsident Ronald Reagan en discussion avec l'ancien prÈsident du Conseil italien Bettino Craxi (D) qui est dÈcÈdÈ ‡ son domicile tunisien, le 19 janvier 2000, ‡ l'‚ge de 65 ans. Bettino Craxi s'Ètait rÈfugiÈ en 1994 ‡ Hammamet pour Èchapper ‡ la justice italienne qui l'a condamnÈ par contumace, dans diverses affaires de corruption et de financement illicite du PSI, ‡ un total de 27 ans de prison. // Picture dated 20 October 1988 at the White House in Washington shows the then US president Ronald Reagan with former Italien premier Bettino Craxi. Craxi died at his home in southern Tunisia 19 January 2000 at age 65. He fled to Tunisia in 1994 to escape imprisonment on corruption convictions." width="300" height="165" /></span></h3>
<h3></h3>
<h3><span style="color: #003366;">In Italia l’autonomia della politica è morta e sepolta  da tempo. L’ha sepolta proprio l’inchiesta di Mani Pulite. C’erano,  negli anni Settanta, tre leader, più di tutti gli altri, che avevano  chiarissimo il valore dell’autonomia. Uno era Moro, uno era Berlinguer e  il terzo, il più giovane, era Craxi. Alla fine degli anni Ottanta Moro e  Berlinguer erano morti. Era rimasto solo Craxi. Io credo che fu  essenzialmente per questa ragione che Craxi fu scelto come bersaglio,  come colosso da abbattere, e fu abbattuto.</span></h3>
<h3></h3>
<h3><span style="color: #003366;">Lui era convinto che ci fu un complotto. Sospettava che  lo guidassero gli americani, ancora furiosi per lo sgarbo che gli aveva  fatto ai tempi di <strong>Sigonella</strong>, quando ordinò ai  carabinieri di circondare i Marines che volevano impedire la partenza di  un un aereo con a bordo un esponente della lotta armata palestinese. I  carabinieri spianarono i mitra. Si sfiorò lo scontro armato. Alla fine,  in piena notte, Reagan cedette e l’aereo partì. Sì, certo, non gliela  perdonò.</span></h3>
<h3></h3>
<h3><span style="color: #003366;">Io non credo però che ci fu un complotto. Non credo che  c’entrassero gli americani. Penso che molte realtà diverse ( economia,  editoria, magistratura) in modo distinto e indipendente, ma in alleanza  tra loro, pensarono che <strong>Tangentopoli</strong> fosse la grande  occasione per liquidare definitivamente l’autonomia della politica e per  avviare una gigantesca ripartizione del potere di stato. Per questo  presero Craxi a simbolo da demolire. Perché senza di lui l’autonomia  della politica non aveva più interpreti.</span></h3>
<h3></h3>
<h3><span style="color: #003366;">Dal punto di vista giudiziario “mani pulite” ha avuto un  risultato incerto. Migliaia e migliaia di politici imputati, centinaia e  centinaia arrestati, circa un terzo di loro, poi, condannati,  moltissimi invece assolti ( ma azzoppati e messi al margine della lotta  politica), diversi suicidi, anche illustrissimi come quelli dei  presidenti dell’Eni e della Montedison. Dal punto di vista politico  invece l’operazione fu un successo. La redistribuzione del potere fu  realizzata. Alla stampa toccarono le briciole, anche perché <strong>nel frattempo era sceso in campo Berlusconi</strong>.  All’imprenditoria e alla grande finanza andò la parte più grande del  bottino, anche perché decise di collaborare attivamente con i  magistrati, e dunque fu risparmiata dalle inchieste. Quanto alla  magistratura, portò a casa parecchi risultati. Alcuni molto concreti: la  fine dell’immunità parlamentare, che poneva Camera e Senato in una  condizione di timore e di subalternità verso i Pm; la fine della  possibilità di concedere l’animista; la fine della discussione sulla  separazione delle carriere, sulla responsabilità civile, e in sostanza  la fine della prospettiva di una riforma della giustizia. Altri  risultati furono più di prospettiva: l’enorme aumento della popolarità,  fino a permettere al Procuratore di Milano – in violazione di qualunque  etica professionale – di incitare il popolo alla rivolta contro la  politica (“resistere, resistere, resistere… ”) senza che nessuno osasse  contestarlo, anzi, tra gli applausi; il via libera all’abitudine  dell’interventismo delle Procure in grandi scelte politiche ( di alcune  parlava giorni fa Pierluigi Battista sul <em>Corriere della Sera);</em> l’enorme aumento del potere di controllo sulla stampa e sulla Tv; la totale autonomia.</span></h3>
<h3></h3>
<h3><span style="color: #003366;">Ora a me restano due domande. La prima è questa: quanto è  stata mutilata la nostra democrazia da questi avvenimenti che hanno  segnato tutto l’ultimo quarto di secolo? E questa mutilazione è servita  ad aumentare il tasso di moralità nella vita pubblica, oppure non è  servita a niente ed è stata, dunque, solo una<strong> grandiosa e riuscita operazione di potere?</strong></span></h3>
<h3></h3>
<h3><span style="color: #003366;">E la seconda domanda è di tipo storico, ma anche umano: è  giusto che un paese, e il suo popolo, riempano di fango una figura  eminente della propria storica democratica, come è stato Craxi, solo per  comodità, per codardia, per “patibolismo”, deturpando la verità vera,  rinunciando a sapere cosa è stato nella realtà il proprio passato?</span></h3>
<h3></h3>
<h3><span style="color: #003366;">Io penso di no. D<strong>a vecchio anticraxiano penso che dobbiamo qualcosa a Bettino Craxi. <span style="color: #ff0000;">PIERO SANSONETTI.</span></strong></span></h3>
<h3><strong>.<span style="color: #000080;">&#8230;.CONDIVIDO. g.</span></strong></h3>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p><strong><br />
</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.iltorittese.it/index.php/2017/01/21/da-anticraxiano-vi-dico-gli-dobbiamo-qualcosa-di-piero-sansonetti/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>DUE CAPITALI NON FANNO UNA NAZIONE: IL DUALISMO FRA ROMA E MILANO</title>
		<link>http://www.iltorittese.it/index.php/2015/11/30/due-capitali-non-fanno-una-nazione-il-dualismo-fra-roma-e-milano/</link>
		<comments>http://www.iltorittese.it/index.php/2015/11/30/due-capitali-non-fanno-una-nazione-il-dualismo-fra-roma-e-milano/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 30 Nov 2015 13:20:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.iltorittese.it/?p=7966</guid>
		<description><![CDATA[

La chiusura dell’Expo (dopo il successo che sappiamo)  e la contemporanea apertura del processo di Mafia Capitale (con tutti i  retroscena che in gran parte invece ancora non sappiamo) hanno  riproposto la dualità Milano-Roma: naturalmente tutto a vantaggio della  prima. Anche se il modo in cui tale dualismo viene ancora oggi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div></div>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">La chiusura dell’Expo (dopo il successo che sappiamo)  e la contemporanea apertura del processo di Mafia Capitale (con tutti i  retroscena che in gran parte invece ancora non sappiamo) hanno  riproposto la dualità Milano-Roma: naturalmente tutto a vantaggio della  prima. Anche se il modo in cui tale dualismo viene ancora oggi rubricato  &#8211; «capitale morale» da un lato, «capitale politica» dall’altro: ed è  ovvio da che parte sia il primato &#8211; è uno stereotipo che non spiega  molto.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">In realtà, quello tra Milano e Roma non  è un dualismo tra due città. È il dualismo tra due pezzi della storia  d’Italia, che lo Stato nazionale non è finora riuscito a rimettere  insieme, e che forse mai riuscirà. Anche perché mentre Milano  costituisce la parte di un insieme più vasto, Roma, al contrario,<br />
è  totalmente un caso a sé. E proprio in questa sua assoluta specificità  sta tra l’altro l’origine dei suoi mali attuali: forse addirittura della  loro irrimediabilità.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Roma non ha mai conosciuto la dimensione municipale  di cui Milano è stata ed è, viceversa, un esempio tra i maggiori nella  Penisola (che, come si sa, ne annovera numerosissimi altri, tutti  concentrati nel Centro-Nord). Né è mai stata la capitale di un vero  Stato regionale come Napoli o Torino, che proprio per questo, infatti,  sono le uniche e vere rappresentanti storiche della tradizione statale  italiana. Lo Stato pontificio d’altra parte è rimasto nei secoli un puro  attributo patrimoniale della Santa Sede, sia pure con una significativa  capacità d’innovazione. Capitale di nulla, Roma ha perciò visto da  sempre la propria identità legata in modo indissolubile a una dimensione  transnazionale, tendenzialmente mondiale. Il rapporto di Roma con la  Chiesa è così profondo, consustanziale, infatti, proprio perché esso  ripete quello con l’impero dei Cesari: la Città e il Mondo. Nella Chiesa  Roma vede il solo referente rimasto di quella tensione all’universalità  che sente intimamente sua.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Legata alla Santa Sede, e al tempo stesso luogo delle più celebri rovine d’Europa,  Roma è rimasta nei secoli una sorta di città santuario, una meta di  pellegrinaggi sia religiosi che laici. Priva di una vera identità civica  (e quindi di un possibile patriottismo civico), il suo popolo, nella  sostanza, è stato nei secoli una plebe di servitori, legata a una  funzione di servizio per il turismo confessionale e culturale. All’altro  estremo della scala, l’aristocrazia. Ma priva di una vera corte, tenuta  lontana da veri compiti di governo, impossibilitata a servire in un  vero esercito, essa è sempre rimasta particolaristica e feudale  nell’animo, con frequenti tratti di rusticità che le venivano dal suo  stretto rapporto con il contado. Che erano poi i medesimi tratti  dominanti nella cerchia dei suoi amministratori, dei mercanti di  campagna, degli alti dipendenti laici del Vaticano, il «generone». Chi  voglia farsi di tutto questo un’idea più precisa non ha che da leggere i  sonetti di Belli, il massimo testo di sociologia scritto sulla Città  dei Papi. Nei quali non a caso, però, non compare mai una figura che  possa dirsi quella di un vero borghese. La borghesia romana, infatti,  l’hanno cominciata a formare dopo il 1870 gli impiegati piemontesi dello  Stato italiano.   Il Vaticano, dunque, e poi lo Stato: insomma la  politica, il potere. È stata costituita da questi materiali la vera  cultura civica, se così può dirsi, della Roma contemporanea. La quale,  pur essendo sede della statualità italiana, non ha però mai avuto nulla  in comune con quella cultura dello Stato che si esprime tipicamente  nella legge e nell’idea di un ordine. Per Roma lo Stato è solo la  politica e il potere, questi solo contano. Per il resto lo Stato le è  totalmente estraneo: da qui la dimensione di a-legalità che le è propria  e che, come si capisce, è solo a un passo dall’illegalità.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Ma a ben vedere non è la stessa estraneità  &#8211; sia pure di origine e natura assai diverse &#8211; che verso lo Stato nutre  Milano? Qui è innanzi tutto la cultura del fare, dell’intraprendere,  del commercio, che scava un invalicabile fossato tra la propria innata  praticità e l’astrattezza procedurale della macchina  burocratico-statale, tra il suo quotidiano tirarsi su le maniche e  l’apparente vuotaggine dell’attività politica, per tanta parte fatta  necessariamente di parole. La «moralità» di cui Milano si vuole  capitale, più che esibizione di una superiore onestà dei singoli (Dio sa  quanto difficile da dimostrare), è innanzi tutto rivendicazione della  supremazia etica del fare. Per questo Milano piace e punta su di lei chi  siede al governo del Paese desideroso di bruciare le tappe,  insofferente delle procedure: chi vuole rappresentare l’operosità  modernizzatrice, chi come un vero imprenditore desidera vedere tornare  il conto dei propri voti in tempi brevi, chi la pensa come il luogo  elettivo dove bisogna sfondare per conquistare l’Italia. Come Craxi  trent’anni fa, come oggi Matteo Renzi: il quale infatti a Milano ci va  di continuo, vi fa grandi progetti, le promette soldi in quantità, qui  si spende per trovarle un sindaco. Mentre di Roma visibilmente gli  interessa poco, preferendo lasciarla alle infami risse del Pd e al Papa  con il suo Giubileo. Su Roma, in realtà, nella storia dell’Italia  novecentesca, ha puntato solo Mussolini, che nelle sue allucinazioni di  autodidatta romagnolo carducciano-nicciano vi vedeva il piedistallo di  un ruolo suo e dell’Italia, proiettato non a caso sulla scena mondiale  (l’Italia essendosela già presa con la famigerata «marcia»). Dopo  Mussolini c’è stato solo Andreotti. Ma in questo caso non già perché  egli avesse di mira il mondo, bensì perché per Andreotti ciò che  veramente importava, alla fine, non era né l’Italia né altro: era solo  il Vaticano.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Dunque il Municipio e l’Urbe-Mondo.  Il fare senza lo Stato da un lato, e dall’altro la politica senza legge  e senza ordine. Milano e Roma: questo dualismo tuttavia non fa una  nazione. E infatti per molti aspetti il problema storico dell’Italia,  così come alcuni problemi più concreti dell’oggi, vengono per l’appunto  dalla difficile, forse impossibile, integrazione delle sue due più  importanti città nella dimensione nazionale. Una dimensione che nello  sfacelo attuale dell’Unione Europea, forse, però, non è molto saggio  continuare anche idealmente a ignorare. <span style="color: #ff0000;">Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera, 30 novembre 2015</span><br />
</span></h3>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.iltorittese.it/index.php/2015/11/30/due-capitali-non-fanno-una-nazione-il-dualismo-fra-roma-e-milano/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>&#8220;ITALIANI VOLTAGABBANA&#8221;, IL NUOVO LIBRO DI BRUNO VESPA</title>
		<link>http://www.iltorittese.it/index.php/2014/11/06/italiani-voltagabbana-il-nuovo-libro-di-bruno-vespa/</link>
		<comments>http://www.iltorittese.it/index.php/2014/11/06/italiani-voltagabbana-il-nuovo-libro-di-bruno-vespa/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 06 Nov 2014 15:51:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.iltorittese.it/?p=7644</guid>
		<description><![CDATA[ IL LIBRO DI BRUNO VESPA
Il  numero dei voltagabbana tra gli intellettuali alla caduta del regime fu  clamoroso. Giuseppe Bottai era il politico più illuminato del fascismo  sul piano culturale, ma anche il più feroce sostenitore delle leggi  razziali. Ebbene, la sua rivista «Primato» fu pubblicata dal 1940  (quando le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.dagospia.com/mediagallery/Dago_fotogallery-124587/609431.htm" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.dagospia.com/mediagallery/Dago_fotogallery-124587/609431.htm?referer=');"><img id="609431" src="http://www.dagospia.com/img/foto/11-2014/italiani-volta-gabbana-libro-di-bruno-vespa-609431_tn.jpg" alt="ITALIANI VOLTA GABBANA LIBRO DI BRUNO VESPA" /></a> </em><strong>IL LIBRO DI BRUNO VESPA</strong></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Il  numero dei voltagabbana tra gli intellettuali alla caduta del regime fu  clamoroso. Giuseppe Bottai era il politico più illuminato del fascismo  sul piano culturale, ma anche il più feroce sostenitore delle leggi  razziali. Ebbene, la sua rivista «Primato» fu pubblicata dal 1940  (quando le leggi razziali avevano già consumato i peggiori misfatti) e  chiuse solo con la caduta del regime il 25 luglio 1943.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> In  quegli anni, Bottai poté contare sulla fervida collaborazione del  meglio della cultura italiana: Giorgio Vecchietti (condirettore), Nicola  Abbagnano, Mario Alicata, Corrado Alvaro, Cesare Angelini, Giulio Carlo  Argan, Riccardo Bacchelli, Piero Bargellini, Arrigo Benedetti, Carlo  Betocchi, Romano Bilenchi, Walter Binni, Alessandro Bonsanti, Vitaliano  Brancati, Dino Buzzati, Enzo Carli, Emilio Cecchi, Luigi Chiarini,  Giovanni Comisso, <em> </em></span><span style="color: #0000ff;"><em> </em>Gianfranco  Contini, Galvano Della Volpe, Giuseppe Dessì, Enrico Emanuelli, Enrico  Falqui, Francesco Flora, Carlo Emilio Gadda, Alfonso Gatto, Mario Luzi,  Bruno Migliorini, Paolo Monelli, Eugenio Montale, Carlo Muscetta,  Piermaria Pasinetti, Cesare Pavese, Giaime Pintor, Vasco Pratolini,  Salvatore Quasimodo, Vittorio G. Rossi, Luigi Russo, Luigi Salvatorelli,  Sergio Solmi, Ugo Spirito, Bonaventura Tecchi, Giovanni Titta Rosa,Giuseppe  Ungaretti, Nino Valeri, Manara Valgimigli, Giorgio Vigolo, Cesare  Zavattini. Musicisti come Luigi Dallapiccola e Gianandrea Gavazzeni.  Artisti come Amerigo Bartoli, Domenico Cantatore, Pericle Fazzini,  Renato Guttuso, Mino Maccari, Mario Mafai, Camillo Pellizzi, Aligi  Sassu, Orfeo Tamburi.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><em> </em><strong>GIUSEPPE UNGARETTI</strong></span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">Una  crisi di coscienza colse Giuseppe Ungaretti. Il poeta notò durante il  regime che «tutti gli italiani amano e venerano il loro Duce come un  fratello maggiore» e si definì «fascista in eterno», firmando documenti e  appelli per sostenere il fascismo. Salvo firmarne di uguali e contrari  alla fine della guerra come alfiere dell&#8217;antifascismo, tanto da meritare  una grande accoglienza a Mosca da parte di Nikita Kruscev.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><strong>NORBERTO BOBBIO</strong></span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">Norberto  Bobbio da studente si era iscritto al Guf, l&#8217;organismo universitario  fascista, e poi aveva mantenuto la tessera del partito, indispensabile  per insegnare. Colpito per frequentazioni non sempre ortodosse da una  lieve sanzione che avrebbe potuto comprometterne la carriera, Bobbio  cercò ovunque raccomandazioni per emendarsi. Suo padre Luigi si rivolse  al Duce, lo zio al quadrumviro De Bono, lo stesso giovane docente a  Bottai («con devota fascistica osservanza»). Fu interessato anche  Giovanni Gentile, che intervenne con successo presso Mussolini.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Alla  fine, Norberto ebbe la cattedra tanto desiderata. Nel dopoguerra,  Bobbio diventò un maître à penser della sinistra riformista italiana. Ma  il tarlo del passato lo consumò fino a una clamorosa intervista  liberatoria rilasciata il 12 novembre 1999 a Pietrangelo Buttafuoco per  Il Foglio: «Noi il fascismo l&#8217;abbiamo rimosso perché ce ne  ver-go-gna-va-mo. Ce ne ver-go-gna-va-mo. Io che ho vissuto la “gioventù  fascista” tra gli antifascisti mi vergognavo prima di tutto di fronte  al me stesso di dopo, e poi davanti a chi faceva otto anni di prigione,  mi vergognavo di fronte a quelli che diversamente da me non se l&#8217;erano  cavata».</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> <strong>INDRO MONTANELLI</strong></span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><strong> </strong></span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">Montanelli  non ha fatto mai mistero di essere stato fascista. (Fu, anzi, un  fascista entusiasta). «Sono stato fascista, come tutte le persone della  mia generazione», ammise nella sua “Stanza” sul Corriere della Sera nel  1996. «Non perdo occasione per ricordarlo, ma neanche di ripetere che  non chiedo scusa a nessuno».</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Anche  nella più sfacciata adulazione del Duce, Montanelli scriveva pezzi di  bravura come questo del 1936: «Quando Mussolini ti guarda, non puoi che  essere nudo dinanzi a Lui. Ma anche Lui sta, nudo, dinanzi a noi. Il Suo  volto e il Suo torso di bronzo sono ribelli ai panneggi e alle  bardature. Ansiosi e sofferenti, noi stessi glieli strappiamo di dosso,  mirando solo alla inimitabile essenzialità di questo Uomo, che è un  vibrare e pulsare formidabilmente umani. Dobbiamo amarlo ma non  desiderare di essere le favorite di un harem».</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> <strong>GIORGIO BOCCA</strong></span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><em> </em>«Quando  cominciò il nostro antifascismo? Difficile dirlo&#8230;». Dev&#8217;essere  cominciato tardi, quello di Giorgio Bocca, se è vero quanto egli stesso  scrive nel racconto «La sberla… e la bestia» pubblicato l&#8217;8 gennaio 1943  su La provincia granda, foglio d&#8217;ordini settimanale della federazione  fascista di Cuneo. Il 5 gennaio Bocca aveva incontrato in treno sulla  linea Cuneo-Torino l&#8217;industriale Paolo Berardi, il quale diceva ad  alcuni reduci dalla Russia e dalla Francia che la guerra era ormai  perduta. Bocca ascoltò, poi gli diede un ceffone e lo denunciò alla  polizia per disfattismo.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Due  anni prima, sullo stesso settimanale, il giovane giornalista aveva  scritto un lungo articolo su I protocolli dei Savi di Sion, che si  sarebbero rivelati poi (ma lui, ovviamente, non lo sapeva) il falso più  clamoroso della propaganda antisemita. Le prime righe dell&#8217;articolo  recitano: «Sono i Protocolli dei Savi di Sion un documento  dell&#8217;Internazionale ebraica contenente i piani attraverso cui il popolo  Ebreo intende giungere al dominio del mondo&#8230;». E le ultime: «Sarà  chiara a tutti, anche se ormai i non convinti sono pochi, la necessità  ineluttabile di questa guerra, intesa come una ribellione dell&#8217;Europa  ariana al tentativo ebraico di porla in stato di schiavitù».</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><strong>DARIO FO</strong></span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">Dario  Fo si arruolò a 18 anni come volontario prima nel battaglione Azzurro  di Tradate (contraerea) e poi tra i paracadutisti del battaglione  Mazzarini della Repubblica sociale italiana. Il 9 giugno 1977, quando Fo  era ormai da anni celebre per il suo lavoro teatrale Mistero buffo, un  piccolo giornale di Borgomanero (Novara), Il Nord, pubblicò una lettera  di Angelo Fornara che ne raccontava i trascorsi repubblichini. Fo sporse  querela con ampia facoltà di prova, ma il processo non ebbe l&#8217;esito da  lui sperato.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Secondo  quanto riferì Il Giorno (8 febbraio 1978), l&#8217;attore disse in aula che  il suo «arruolamento era una questione di metodi di lotta partigiana»  per coprire l&#8217;azione antifascista della sua famiglia. Ma le  testimonianze furono implacabili. Il suo istruttore tra i parà, Carlo  Maria Milani, mise a verbale: «L&#8217;allievo paracadutista Dario Fo era con  me durante un rastrellamento nella Val Cannobina per la conquista  dell&#8217;Ossola, il suo compito era di armiere porta bombe».</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> E  l&#8217;ex comandante partigiano Giacinto Lazzarini lo inchiodò: «Se Dario Fo  si arruolò nei paracadutisti repubblichini per consiglio di un capo  partigiano, perché non l&#8217;ha detto subito, all&#8217;indomani della  Liberazione? Perché tenere celato per tanti anni un episodio che va a  suo merito?».</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">Una  testimone, Ercolina Milanesi, lo ricorda «tronfio come un gallo per la  divisa che portava e ci tacciò di pavidi per non esserci arruolati come  lui. L&#8217;avremmo fatto, ma avevamo quindici anni&#8230;». L&#8217;11 marzo 1978,  mentre il processo contro gli accusatori di Fo era in pieno svolgimento,  Luciano Garibaldi pubblicò sul settimanale Gente una foto dell&#8217;attore  in divisa della Repubblica sociale (altissimo, magrissimo come è sempre  stato) e un suo disegno dove appaiono alcuni camerati con le anime dei  partigiani uccisi che escono dalle canne dei mitra («Sono apocrife e  aggiunte da altri», si difenderà).</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> Il  7 marzo 1980 il tribunale di Varese stabilì che «è perfettamente  legittimo definire Dario Fo repubblichino e rastrellatore di  partigiani». Il futuro premio Nobel non ricorse in appello e la sentenza  divenne definitiva.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><strong>VITTORIO GORESIO</strong></span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">Vittorio  Gorresio, una delle firme più brillanti della sinistra riformista del  dopoguerra, scriveva cose impegnative sulla gioventù hitleriana: «Così  pregano gli ariani piccoli, ora che, dissipato il fumo del rogo ove  furon arsi i venticinquemila volumi infetti di semitismo, l&#8217;atmosfera  tedesca è più limpida e chiara». E nel 1936 sulla Stampa, il giornale di  cui sarebbe diventato negli anni Sessanta la prima firma politica,  confessava: «Ringrazio Dio perché ci ha fatto nascere italiani ed è con  gli occhi lucidi che si sente nell&#8217;animo la gratitudine del Duce».</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><strong>EUGENIO SCALFARI</strong></span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">Nonostante  la giovane età, Scalfari era riuscito a far pubblicare alcuni scritti  di Calvino su Roma fascista, era diventato amico di Bottai, che chiamava  «il mio Peppino», e fino alla caduta del fascismo sostenne con  convinzione l&#8217;economia corporativa. Ma va ascritto a suo merito di aver  sempre parlato nel dopoguerra di «quaranta milioni di fascisti che  scoprirono di essere antifascisti», non nascondendo mai le sue ferme  convinzioni giovanili.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> <strong>ENZO BIAGI</strong></span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><strong> </strong></span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">Montanelli  collaborò a Primato come Enzo Biagi, che nel dopoguerra non ha negato i  suoi trascorsi (scrisse anche per la rivista fascista bolognese  Architrave) e la gratitudine per Bottai. Ma i suoi avversari, spulciando  negli archivi, hanno scovato altri episodi. Secondo il racconto di  Nazario Sauro Onofri in I giornali bolognesi nel ventennio fascista, nel  1941 Biagi, allora ventunenne, recensì il film Süss l&#8217;ebreo,  formidabile strumento della propaganda antisemita di Himmler, sul foglio  della federazione fascista bolognese L&#8217;assalto, scrivendo che il  pubblico «era trascinato verso l&#8217;entusiasmo» e «molta gente apprende che  cosa è l&#8217;ebraismo e ne capisce i moventi della battaglia che lo  combatte».</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">(Biagi  era in buona compagnia, perché sullo stesso giornale, fortemente  antisemita, si scatenava anche il giovanissimo Giovanni Spadolini,  mentre una lusinghiera recensione allo stesso film fu firmata dal  regista Carlo Lizzani). Biagi restò al Resto del Carlino, controllato  dai fascisti e ormai anche dai nazisti, fino alla tarda primavera del  1944, ricevendo &#8211; come tutta la redazione &#8211; generosi sussidi economici  dal ministero della Cultura popolare (il Minculpop). Dieci mesi dopo  entrava a Bologna con le truppe americane.&#8221; Brano tratto  dal libro &#8220;Italiani volgabbana&#8221; di Bruno Vespa, novembre 2014</span></h3>
<h4><span style="color: #0000ff;">&#8230;&#8230;&#8230;<span style="color: #ff0000;">Italiani voltagabbana? Vespa arriva con un pò di ritardo a scoprirlo e documentarlo,  visto che un mezzo secolo addietro  un certo Ennio Flaiano scriveva che gli italiani sono sempre pronti a saltare sul carro dei vincitori e un certo Leo Longanesi scriveva che gli italiani sulla bandiera  sono soliti scrivere  sempre &#8220;ho famiglia&#8221;. Senza dimenticare Giovanni Guareschi e il suo &#8220;Candido&#8221; che ad ogni numero non tralasciava occasione per  ricordare i trascorsi &#8220;guerreschi&#8221; e non solo di tanti prodi voltagabbana; anzi in quegli anni fu edito e distribuito un tascabile che riportava sulla copertina un fez e il titolo&#8221;camerata dove sei?, con un lungo elenco di coraggiosi antifascisti che però erano stati altrettanto animosi fascisti durante il ventennio, salvo essere illuminati un minuto diopo la caduta del Duce e del fascismo. Ed anche in Parlamento rimbalzarono le denunce documentate sui salti della quaglia di tanti fascisti folgorati dall&#8217;antifascismo. Lo fece un simpatico deputato calabrese, si chiamava Nino Tripodi, che un pomeriggio, provocato dalle solite tiritiere antifasciste, si alzò nella solenne cornice della Camera e sciorinò nomi, cognomi ed imprese di tanti ex camerati divenuti feroci ed ardimentosi mangiafascisti. Tanti  di loro erano presenti in aula ma non fiatarono, così come non hanno fiatato in tempi più recenti i più bei nomi del giornalismo italiano elencati in un lungo elenco trascritto alla fine di un saggio il cui titolo era un programma: I Redenti, ed erano i nomi dei tanti giornalisti, alcuni di quelli appena citati anche da Vespa, che avedndo imparato il mestiere nelle redazioni dei giornali fascisti, da Primato a Il Tevere il cui caporedattore era un certo Giorgio Almirante, erano poi divenuti d&#8217;un sol colpo redattori ed inviati speciali dell&#8217;Unità.  Quindi  la vocazione trasformistica degli italiani è antica,   che si ripete  non solo ai cambi di regime, ma ora anche, in pieno sistema democratico-parlamentare,  ai cambi del capo del governo. g.</span></span></h4>
<div><a href="http://www.dagospia.com/" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.dagospia.com/?referer=');"></a></div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.iltorittese.it/index.php/2014/11/06/italiani-voltagabbana-il-nuovo-libro-di-bruno-vespa/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>UN MUSEO DEL FASCISMO A PREDAPPIO, CITTA&#8217; NATALE DEL DUCE</title>
		<link>http://www.iltorittese.it/index.php/2014/04/19/un-museo-del-fascismo-a-predappio-citta-natale-del-duce/</link>
		<comments>http://www.iltorittese.it/index.php/2014/04/19/un-museo-del-fascismo-a-predappio-citta-natale-del-duce/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 19 Apr 2014 11:45:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.iltorittese.it/?p=7557</guid>
		<description><![CDATA[ 



Chi  era Benito, prima di diventare Mussolini? E com&#8217;era l&#8217;Italia, quando  Mussolini era Duce? E cosa rimase, quando cadde il Duce Benito  Mussolini? Soprattutto: quale città può, meglio di tutte, raccontare  questa Storia?
A Predappio, città dove tutto nacque e dove tutto  silenziosamente continua, ci arrivi portato da una strada [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="fb-like fb_iframe_widget"><span style="vertical-align: bottom; width: 99px; height: 20px;"> </span></div>
<p><span class="entry-content"></p>
<div class="field field-name-body field-type-text-with-summary field-label-hidden">
<div class="field-items">
<h4 class="field-item even"><span style="color: #0000ff;">Chi  era Benito, prima di diventare Mussolini? E com&#8217;era l&#8217;Italia, quando  Mussolini era Duce? E cosa rimase, quando cadde il Duce Benito  Mussolini? Soprattutto: quale città può, meglio di tutte, raccontare  questa Storia?<br />
A Predappio, città dove tutto nacque e dove tutto  silenziosamente continua, ci arrivi portato da una strada maestosa, già  viale Mussolini e ora, per catarsi toponomastica, viale Matteotti. </span></p>
<div id="media_1" class="hmedia border">
<div class="photo">
<div class="field field-name-field-foto field-type-image field-label-hidden">
<div class="field-items">
<div class="field-item even"><span style="color: #0000ff;"><img style="cursor: pointer;" src="http://www.ilgiornale.it/sites/default/files/styles/large/public/foto/2014/02/13/1392321352-duceansa.jpg" alt="" width="665" height="221" /></span></div>
</div>
</div>
</div>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;">È costeggiato, a destra e a sinistra, da meravigliosi e  fascistissimi edifici, voluti dal Duce e disegnati da Florestano di  Fausto, l&#8217;architetto che negli anni Venti trasformò la località di  Dovia, che aveva dato i natali a Mussolini, nella Predappio «Nuova» che  doveva celebrare il mito delle origini del Duce. Fu detto, in sfregio  alla verità e in omaggio al Condottiero, che la Predappio vecchia, in  collina &#8211; la Predappio Alta di oggi &#8211; stava crollando per una frana, e  attorno al casone dove il 29 luglio 1883 era nato, da un fabbro e da una  maestra, Benito Mussolini, si costruì una città ex novo. Questa.<br />
Di  qua e di là dal vialone, sfilano, razionali e massicci, l&#8217;edificio delle  Poste, l&#8217;esedra del mercato, il teatro, la Casa per i dirigenti  dell&#8217;Aeronautica Caproni (dell&#8217;immensa fabbrica, su in collina, rimane  solo una grande M di mattoni romani), la caserma dei Carabinieri,  l&#8217;asilo comunale gestito, oggi come allora, caso unico in Italia, da  suore&#8230; Tutti gli edifici hanno ancora le piastrelle originali in  ceramica col numero civico, da cui è stato staccato il fascio  littorio&#8230; E, in fondo, prima della grande piazza centrale &#8211;  sproporzionata, come le ambizioni del Duce &#8211; proprio sotto Palazzo  Varano dove per vent&#8217;anni risiedettero i Mussolini, e che oggi è sede  del Comune, troneggia la monumentale Casa del Fascio, un tempo  magnifica, oggi in completo abbandono: tre piani, 2400 metri quadrati,  marmi che profumano di regime e una grande Storia da narrare. Diventerà &#8211;  se le cose andranno come devono &#8211; la sede del primo museo del Fascismo.  Voluto da un sindaco di sinistra.<br />
Il sindaco di sinistra si chiama  Giorgio Frassineti, ha cinquant&#8217;anni, renziano, post-ideologico, sangue  romagnolo e mascella volitiva. È geologo e la propria terra la conosce  molto bene. Ricandidato per le prossime elezioni amministrative del 25  maggio, ha molte probabilità di vincerle. E se ciò accadrà, con altri  cinque anni davanti, farà qualcosa di rivoluzionario per queste parti:  «Basta con la Predappio del turismo in camicia nera. La città non deve  celebrare, né sopportare il fascismo. Lo deve conoscere, in modo  completo. E per farlo, deve sapere cosa è stato il fascismo, come è nato  e come è caduto: occorre raccontarlo, senza paure. Occorre un museo. A  Predappio c&#8217;è anche il luogo adatto&#8230;».<br />
Pedagogica e  propagandistica, la Casa del Fascio di Predappio fu costruita fra il &#8216;34  e il &#8216;37, un parallelepipedo fluido ed eclettico: cotto romano,  travertino e torre littoria. Scalone monumentale, vetrate immense, marmi  e uno sfarzoso salone delle feste. All&#8217;epoca ospitava gli uffici del  Partito ed era il centro della vita politica e sociale della città. Oggi  è invasa da colombi che nidificano nella torre, mobili sfasciati,  muffa, vetri rotti, ed è il simbolo della colpa primigenia cittadina.  Architettonicamente ancora splendida, la Casa del Fascio oggi è in  degrado.<br />
Trasformarla in museo avrebbe un costo economico alto, ma  con gli aiuti europei o dei privati, accessibile. Ma trasformarla in un  museo del Fascismo, avrebbe costi politici ancora maggiori. La città lo  accetterebbe? E la sinistra locale? E quella nazionale? Gli storici cosa  direbbero? E i nostalgici? E le vestali della Resistenza?<br />
Il sindaco  Frassineti, seduto nel suo studio a Palazzo Varano, dietro la grande  scrivania in rovere che arriva dalla Rocca delle Caminate, il castello  sulla collina di Predappio che fu residenza estiva di Benito Mussolini  negli anni Trenta («quando arrivava Lui, accendevano un faro con il  fascio tricolore che aveva 60 chilometri di raggio, illuminava mezza  Romagna&#8230;»), una risposta ce l&#8217;ha. È la storia che ci racconta: «Questo  palazzo fu la seconda casa dei Mussolini, si trasferirono qui perché  l&#8217;edificio ospitava, al primo piano, la scuola dove insegnava la mamma,  Rosa Maltoni. Il mio ufficio è la stanza dove dormiva il piccolo Benito.  Proprio lì, dov&#8217;è seduto lei. È comodo?».<br />
Fare il sindaco è già  difficile. Fare il sindaco di Predappio, ancora di più. Fare il sindaco  di sinistra a Predappio, dev&#8217;essere scomodissimo. Il primo del  dopoguerra, un comunista, si chiamava Partisani, e di nome faceva  Benito&#8230; «Se nel Ventennio Predappio fu la meta ideale di ogni  italiano, la Galilea di tutti noi come diceva Starace, quando si  spostavano addirittura le fonti del Tevere perché tutto nascesse qui,  dopo il &#8216;45, sulla città cadde la damnatio memoriae. Nessuno ci venne  più. Solo silenzio e disonore». Fino al 1957, quando divenne presidente  del Consiglio Adele Zoli, «un democristiano bacchettone, non proprio  bellissimo, e infatti lo chiamavano Odone&#8230; Però era di Predappio,  unica città d&#8217;Italia, finora, che ha dato i natali a due premier,  neppure Roma&#8230; Comunque, Zoli fece quello che nessuno aveva osato  prima. Riportò qui, da Cerro Maggiore, su un&#8217;auto americana, in una  cassa di sapone, la salma di Mussolini. Fu un gesto di pietà cristiana, e  di saggezza politica. Anche Montanelli e Biagi scrissero che era giusto  così&#8230;». Bisognava liberare lo Stato da un cadavere in esilio che lo  teneva in ostaggio da anni. E da quel momento tutto cambiò. «Quel giorno  nel cimitero di Predappio, sulla tomba di famiglia dei Mussolini, il  libro delle firme, primo di una lunga serie, raccolse 400 nomi».  Iniziava il pellegrinaggio della memoria. «Per lungo tempo fu un  pellegrinaggio silenzioso. Poi nel 1983, il giorno del centenario della  nascita del Duce, 29 luglio, arrivarono venti-trentamila persone, chi lo  sa? Polizia schierata, il sindaco &#8211; ancora del Pci &#8211; che temeva gli  scontri, tensioni. Ma non accadde nulla&#8230; Veniva sdoganata la  fascisteria nostalgica. Fino a quando, nel 1994, per la prima volta  l&#8217;amministrazione comunale, Pds, concede l&#8217;autorizzazione ad aprire tre  negozi di souvenir&#8230;». Paccottiglia, che prima veniva venduta  sottobanco: busti, fasci, vino del Camerata&#8230; «Fu un errore: da allora  Mussolini viene gestito da un gruppo di commercianti invece che dalla  comunità». L&#8217;ha detto tante volte il sindaco Frassineti: «Raduni e  fascisteria sono i nemici di Predappio. Non ci permettono di pensare al  futuro, ci relegano al passato, fuori dalla storia. Bisogna ribaltare  tutto: non celebrare il Duce degli italiani, ma capire il fascismo e  Mussolini». E cosa meglio di un grande museo?<br />
Intanto, per preparare  la strada, che sarà lunga, costosa e scivolosa, il sindaco ha tracciato  il solco. Con una decisione storica, pochi mesi fa, ha aperto la Casa  natale di Mussolini, il «vecchio» casone sopra l&#8217;esedra del mercato &#8211; da  sempre meta di pellegrinaggio, insieme alla cripta nel cimitero in  fondo al paese &#8211; per ospitare una mostra su Il giovane Mussolini:  lettere, cartoline, fotografie, giornali, ritratti che raccontano gli  anni dell&#8217;adolescenza e la formazione politica dell&#8217;Uomo nuovo venuto  dalla Terra del nulla&#8230; La mostra, per nulla celebrativa, con un  comitato scientifico composto da storici di sinistra, è aperta solo nel  weekend e stacca un centinaio di biglietti al giorno. Nessun  neofascista, tutta gente normale.<br />
Fa impressione, arrivando davanti  alla vecchia casa del fabbro, incrociare gli occhi di un giovane Benito  Mussolini, baffi e finanziera, nella gigantografia 6 metri per 6 che  campeggia sulla facciata. Eppure, anche se una cosa del genere era  impensabile fino a pochi anni fa, in una Predappio che certe cose  preferisce non vederle, o che sopporta con fastidio, non c&#8217;è stata la  minima polemica. «A riprova che la mostra è stata fatta con attenzione &#8211;  è la spiegazione che si dà con orgoglio Franco Moschi, che ha concesso  il materiale esposto, 200 pezzi su una collezione personale di oltre  35mila, probabilmente la più grande esistente sul fascismo -. Niente di  politico o di politicizzato, perché non c&#8217;è niente da negare o da  celebrare. Solo capire le radici di una vita che ha segnato il  Novecento».<br />
Predappiese («Ma per anni ho detto che ero di Forlì&#8230;,  essere di qui non è facile, mi creda»), 53 anni, imparentato alla  lontana coi Mussolini («Il mio bisnonno e Benito erano cognati, Romano è  stato per me un secondo padre e Donna Rachele mi regalò i primi  libri&#8230;»), Franco Moschi conosce bene il fascismo, e ancora meglio  Predappio. «Non abbiamo bisogno di elmetti e gagliardetti. Ma di mostre e  di studi».<br />
In Italia si contano circa 55 Istituti storici della  Resistenza. Molte le mostre e le manifestazioni per ricordare ciò che  accadde alla «fine» o «dopo» il Ventennio. Nulla su ciò che fu  «all&#8217;inizio» o «durante».<br />
Predappio, dove tutto cominciò,  centotrent&#8217;anni fa, sarebbe perfetta per la prima museificazione del  Fascismo. C&#8217;è una splendida Casa del Fascio da recuperare, un sindaco di  sinistra che ci crede, una città che vuole uscire dal silenzio e  abbattere i sensi di colpa. Ben più resistenti, purtroppo, dei fasci  littori di marmo.</span> <span style="color: #ff0000;">Fonte: Il Giornale, 19 aprile 2014</span></p>
<p><span style="color: #ff0000;">&#8230;&#8230;.Non è ancora ciò che è giusto che sia a oltre 70 anni dalla fine del fascismo e dalla morte del suo fondatore, cioè una riscritura oggettiva, scevra da rancori e odi, giustizialismo e aprioristiche condanne, di ciò che fu il fascismo e il suo fondatore, ma questa idea di un sindaco postcomunista di un Museo del fascismo,  nel luogo dove nacque Mussolini, e che durante il ventennio fu eretto a simbolo del regime e nel dopoguerra a  luogo di adunate nostalgiche,   sembra essere stata partorita dalla fantasia dell&#8217;indimenticabile Giovanni Guareschi. Un post comunista che si incarica di riscrivere secondo verità la storia di un quarto di secolo della nostra storia è una notizia che segna, speriamo per sempre, la fine  del clima da  guerra civile che nonostante i 70 anni trascorsi,  per taluni è ancora in atto. g.</span></h4>
</div>
</div>
<p></span></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.iltorittese.it/index.php/2014/04/19/un-museo-del-fascismo-a-predappio-citta-natale-del-duce/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>PERCHE&#8217; FU GIUSTIZIATO IL FILOSOFO GIOVANNI GENTILE? A 70 ANNI DALLA MORTE UN LIBRO RIAPRE GLI INTERROGATIVI SULLA SUA MORTE.</title>
		<link>http://www.iltorittese.it/index.php/2014/04/16/perche-fu-giustiziato-il-filosofo-giovanni-gentile-a-70-anni-dalla-morte-un-libro-riapre-gli-interrogativi-sulla-sua-morte/</link>
		<comments>http://www.iltorittese.it/index.php/2014/04/16/perche-fu-giustiziato-il-filosofo-giovanni-gentile-a-70-anni-dalla-morte-un-libro-riapre-gli-interrogativi-sulla-sua-morte/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 16 Apr 2014 13:35:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.iltorittese.it/?p=7550</guid>
		<description><![CDATA[




Giovanni Gentile, assassinato a Firenze il 15 aprile 1944, era stato Ministro della Pubblica Istruzione nel primo governo Mussolini, reca la sua &#8220;firma&#8221; la riforma della scuola  del 1923 che ha resistito per decenni, mal sostituita dalle altre riforme che si sono susseguite in questi ultimi anni. La sua uccisione destò scalpore e sdegno perchè [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="node-131688" class="node node-articolo">
<div class="content">
<div class="field field-type-mlcreference field-field-ml-content">
<div class="field-items">
<div class="field-item odd">
<div class="ml-full ml-local-image"><img title="gentile.JPG" src="http://www.loccidentale.it/publicfile/imagecache/full/publicfile/limage/2014/04/12/gentile.JPG" alt="gentile.JPG" /><span style="color: #ff0000;">Giovanni Gentile, assassinato a Firenze il 15 aprile 1944, era stato Ministro della Pubblica Istruzione nel primo governo Mussolini, reca la sua &#8220;firma&#8221; la riforma della scuola  del 1923 che ha resistito per decenni</span>,<span style="color: #ff0000;"> mal sostituita dalle altre riforme che si sono susseguite in questi ultimi anni. La sua uccisione destò scalpore e sdegno perchè benchè Gentiule avesse aderito alla RSI, se ne coniosceva la dirittura morale, l&#8217;alto senso dello Stato, la sua profonda dedizone alla causa della pacificazione nazionale mentre imperversava la guerra civile. Che sia stato ucciso dai comunisti è fuor di dubbio, resta un mistero il perchè. Un libro appena publicato riapre la questione e propone molti dubbi, provocando molti interrogativi. Lo ha recensito l&#8217;Occidentale con una nota di Daniela Coli che qui si riproduce.<br />
</span></div>
</div>
</div>
</div>
<div class="field field-type-text field-field-body">
<div class="field-items">
<h3 class="field-item odd"><span style="color: #0000ff;">La  morte di Giovanni Gentile, ucciso  il 15 aprile 1944 a Firenze appena  arrivato  a casa, a Villa Montalto, alle pendici di Fiesole, è uno dei  grandi delitti italiani irrisolti, come quello di Moro, perché si sa chi  ha sparato, un gappista, e che fu rivendicato dal Pci, ma rimangono   dubbi sui mandanti, perché erano molti a volerlo morto per la sua  campagna di pacificazione: Gentile non voleva che gli italiani si  scannassero tra loro, come nella secolare storia della penisola, mentre  due eserciti stranieri combattevano furiosamente sul suolo italiano per  decidere il futuro dell’Italia.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span><span style="color: #0000ff;">I comunisti lo condannarono a morte nel marzo ’44 sulla “Nostra  Lotta”, ma anche sulla Stampa – come ha ricordato Gennaro Malgieri in  questi giorni – giornalisti solitamente non estremisti lo attaccavano  sdegnati come alcuni intransigenti della Rsi. <em>La Ghirlanda fiorentina</em>,  in uscita da Adelphi il 16 aprile, di Luciano Mecacci, autorevole  psicologo dell’ateneo fiorentino, è un volume documentatissimo, che apre  molte zone d’ombra del delitto Gentile e nuove piste su mandanti e  complici. Con intelligenza e pazienza, Mecacci, usando il metodo delle  costellazioni, ricostruisce reti di  interessi disparati – da quelli  politici a quelli più banalmente accademici – che con strategie diverse  avevano in comune l’obiettivo della morte dell’ultimo grande filosofo  accademico italiano.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span><span style="color: #0000ff;">Ritorna la pista britannica: dall’italianista scozzese John Purves, a  Firenze nel ‘38 incaricato dai servizi segreti inglesi di raccogliere  nomi e informazioni di uomini di cultura utilizzabili dall’intelligence  britannica nell’imminente conflitto all’orizzonte, che dette appunto il  titolo di Ghirlanda fiorentina alla lista dei nomi raccolti, a radio  Cora, l’emittente azionista fiorentina in contatto con gli inglesi, a  Bernard Berenson nella splendida villa di Settignano con ospite Igor  Markevitch, ai servizi segreti britannici di radio Bari, fino  agli  azionisti fiorentini, i quali per primi cercarono un killer per Gentile.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span><span style="color: #0000ff;">Ci sono poi gli accademici, il meglio dell’intellighenzia italiana  del secondo Novecento, amici, allievi e collaboratori di Gentile:  Cesarini Luporini, Eugenio Garin, Mario Manlio Rossi, Antonio Banfi,   Guido Calogero, Ranuccio Bianchi Bandinelli, Concetto Marchesi e, sullo  sfondo, l’inquietante Igor Markevitch, con un ruolo importante nella  rivista fiorentina “Società”, a cui collaborano Ranuccio Bianchi  Bandinelli, Romano Bilenchi e Luporini. In questo puzzle di doppi giochi  e ipocrisie di ogni tipo, il filosofo marxista e senatore comunista  Luporini rimane la figura più coerente e più umana, perché la sua  appartenenza al Cnl e al Pci era nota a Gentile.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span><span style="color: #0000ff;">Dopo la pubblicazione de La Sentenza di Luciano Canfora, che riaprì  il dibattito sul delitto Gentile, in una trasmissione radiofonica del  1989 in onore di Eugenio Garin, Luporini, ancora sconvolto per la morte  di Gentile, rivela che “ci sono cose che forse ancora non si possono  dire”. Attento ai dettagli, senza mai puntare il dito, in oltre  cinquecento pagine Mecacci tenta di scoprire le cose che Luporini  pensava non si potessero ancora dire nel 1989.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span><span style="color: #0000ff;">Mecacci ricostruisce il grande affresco della Firenze dell’aprile del  ’44, quella di “Italia e civiltà”, fondata e diretta da Barna Occhini,  genero di Giovanni Papini, con collaboratori come il giovanissimo  Giovanni Spadolini, Ardengo Soffici e il giovane filosofo Raffaello  Franchini, che accusò della morte di Gentile gli intellettuali del Cln e  gli accademici, gli amici, gli allievi e i collaboratori di Gentile,  quella dei professori di Lettere e filosofia, quella dei massoni, quella  di Carità, quella dei tedeschi, quella dei gappisti, organizzati in una  struttura piramidale, simile a quella delle Brigate rosse, quella dei  partiti del Cln toscano.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span><span style="color: #0000ff;">Descrive vari salotti fiorentini, dove s’incontrano spie, artisti,  future celebri ballerine, nobili, scrittori, intellettuali, accademici,  massoni e perfino ufficiali tedeschi. Mecacci approfondisce un episodio  finora ignorato dagli storici che si sono occupati di Gentile, ma che  non sfuggì all’ineffabile Berenson: l’uccisione del segretario  fidatissimo di Gentile, Brunetto Fanelli a Cercina, il 10 aprile,  insieme a cinque giovani della zona. Una esecuzione inspiegabile,  compiuta non si sa da chi – se  da tedeschi o italiani travestiti da  tedeschi – perché Fanelli non era un attivista politico di alcun genere.  Il cadavere di Fanelli e degli altri cinque furono nascosti e solo il  15 aprile Giovanni Gentile seppe della fine del suo segretario.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span><span style="color: #0000ff;">Le ore precedenti la morte Gentile le passò sconvolto dall’uccisione  del suo segretario e preoccupato dalla scomparsa di documenti importanti  affidati a Fanelli. Poiché il 18 aprile Gentile doveva recarsi a  Gargnano a incontrare Mussolini, dove si sarebbe discusso dell’impiego  dell’ingente eredità Feltrinelli lasciata all’Accademia d’Italia a  Firenze, la strana uccisione di Fanelli, la casa messa sottosopra alla  ricerca di qualcosa, e il materiale importante che il filosofo voleva  recuperare, aprono l’autore alla nuova prospettiva che i colpi sparati a  Gentile non siano stati per il suo passato, ma per il ruolo che avrebbe  potuto avere in futuro.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span><span style="color: #0000ff;">E’ noto che Gentile fin dal 24 giugno del ’43, nel famoso discorso  del Campidoglio, e sul Corriere della Sera alla fine del ‘43, dopo  l’adesione alla Rsi, si era posto come obiettivo quello della  pacificazione nazionale. Gentile voleva evitare qualsiasi guerra tra  italiani e, per questo, in un’Italia divisa e occupata da angloamericani  e tedeschi, invitava sia i partigiani sia i fascisti a non prendere le  armi gli uni contro gli altri. Gentile non era un pacifista, né un  filosofo con la testa tra le nuvole, era un realista politico e sapeva  quanto sia importante per un popolo rimanere unito e dignitoso anche in  caso di sconfitta.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span><span style="color: #0000ff;">Gentile fu il filosofo della nazione, al fascismo era arrivato  attraverso la riflessione sul Risorgimento, era consapevole come  l’unificazione italiana fosse stata un processo elitario e quanto fosse  necessario farla diventare un valore di tutti. Il fascismo, come disse  nel ’27, inaugurando l’Istituto nazionale di cultura fascista,  consisteva per lui nel tentativo di unificare “una nazione di quaranta  milioni di uomini; una nazione tra le più antiche del mondo, passate per  tutte le esperienze, esperta in tutte le idee, logorata da tutte le  ideologie e da tutte le tirannidi, e, almeno apparentemente, prona allo  scetticismo e alla indisciplina”. Non aveva la testa tra le nuvole  Gentile.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span><span style="color: #0000ff;">Aveva lavorato una vita, scritto tanto, per tentare di fare diventare  l’Italia una nazione, e non voleva vederla spezzarsi nel sangue,  alleata a due eserciti stranieri. Voleva evitare una guerra tra italiani  e forse pensava a una soluzione per evitarla, forse ne avrebbe parlato a  Mussolini, e per questo fu probabilmente ucciso. A settant’anni dalla  morte di Gentile, ai tanti storici e filosofi accademici che anche negli  ultimi anni hanno continuato a ripetere che Gentile doveva essere  ammazzato, l’unica obiezione sensata pare il dubbio con cui Paolo Mauri  conclude la recensione al libro di Mecacci su Repubblica: “Ma Gentile  doveva essere giustiziato?”.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span><span style="color: #0000ff;">Dall’immediato dopoguerra a oggi su Gentile si sono accumulati tanti   grovigli politico-ideologici ed equivoci, e c’è una singolare alleanza  tra filosofi, che, sulla scia del Garin del 1955, ritengono che  dall’attualismo si potesse addirittura passare al comunismo, e storici  per i quale Gentile, filosofo reazionario e fascista, doveva essere  giustiziato. Il libro di Luciano Mecacci rappresenta, dunque, un  contributo importante, per uscire dalla palude di grovigli e di equivoci  diventati ormai insostenibili e riaprire la strada alla ricerca.  <span style="color: #ff0000;">Fonte: L&#8217;occidentale della domenica, 15 aprile 2014</span></span></h3>
</div>
</div>
</div>
</div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.iltorittese.it/index.php/2014/04/16/perche-fu-giustiziato-il-filosofo-giovanni-gentile-a-70-anni-dalla-morte-un-libro-riapre-gli-interrogativi-sulla-sua-morte/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>TROPPE CARICATURE SUL CASO CALABRESI, di Aldo Grasso</title>
		<link>http://www.iltorittese.it/index.php/2014/01/09/troppe-caricature-sul-caso-calabresi-di-aldo-grasso/</link>
		<comments>http://www.iltorittese.it/index.php/2014/01/09/troppe-caricature-sul-caso-calabresi-di-aldo-grasso/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 09 Jan 2014 13:56:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.iltorittese.it/?p=7436</guid>
		<description><![CDATA[Emilio Solfrizzi è il commissario Calabresi in una scena della fiction Rai «Il commissario»
Quando si affrontano certi temi bisogna avere il coraggio di  assumersi alcune responsabilità, non bastano le buone intenzioni. La  trilogia de «Gli anni spezzati» affronta fatti che grondano ancora  sangue (la strage di Piazza Fontana, l’omicidio del commissario  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Emilio Solfrizzi è il commissario Calabresi in una scena della fiction Rai «Il commissario»" src="http://images2.corriereobjects.it/methode_image/2014/01/09/Spettacoli/Foto%20Spettacoli%20-%20Trattate/commissario-U43000250783749OtF--398x174@Corriere-Web-Sezioni.jpg?v=20140109105150" border="0" alt="Emilio Solfrizzi è il commissario Calabresi in una scena della fiction Rai «Il commissario»" width="398" height="174" /><span style="color: #ff0000;"><span class="dida_bt_article">Emilio Solfrizzi è il commissario Calabresi in una scena della fiction Rai «Il commissario»</span></span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Quando si affrontano certi temi bisogna avere il coraggio di  assumersi alcune responsabilità, non bastano le buone intenzioni. La  trilogia de «Gli anni spezzati» affronta fatti che grondano ancora  sangue (la strage di Piazza Fontana, l’omicidio del commissario  Calabresi, il terrorismo politico, gli intrighi di Stato&#8230;); ma  raccontare i dieci anni «che hanno sconvolto l’Italia» significa  innanzitutto prendersi una responsabilità storica (Raiuno, martedì,  21.10). </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><span style="font-weight: bold; font-style: normal;">La Rai ha la forza di dire com’è morto Pinelli?</span> Gli sceneggiatori, al di là dei libri a cui si ispirano, hanno  l’autorevolezza per far luce su quelle tenebre? L’impressione, vedendo  «Il commissario», è che gli sceneggiatori Graziano Diana, Stefano  Marcocci e Domenico Tommasetti si siano limitati a mettere in fila i  fatti di cronaca eludendo ogni risposta decisiva. Ma la responsabilità  più grande che viene a mancare è quella della scrittura. A parte la  scelta iniziale di far raccontare la storia a un giovane militare di  leva romano, Claudio Boccia (Emanuele Bosi), assegnato alla caserma  Cadorna, tutto il resto è insipienza narrativa.<br />
</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"><span style="font-weight: bold; font-style: normal;">Le figure del commissario Calabresi (Emilio Solfrizzi)</span>,  di Giuseppe Pinelli (Paolo Calabresi), o quelle di Pietro Valpreda,  Camilla Cederna, Giampaolo Pansa, Giangiacomo Feltrinelli spesso  stingono in caricatura, anche visiva, non hanno alcuna profondità, né  umana né storica. I dialoghi sono improbabili e, soprattutto, il  materiale di repertorio, nella sua sfrontata secchezza, mette in serio  imbarazzo i tentativi scenici di ricostruzione.<br />
Come fossero due  epoche differenti. Uno dei compiti principali della fiction del Servizio  pubblico sarebbe quello di raccontare il nostro passato, avendo però la  forza di esprimere una linea editoriale, qualcosa che faccia  riflettere, distolga lo spettatore dall’indolenza espressiva. Qui si  naviga fra la più astratta aridità dei luoghi comuni e il garbuglio dei  buoni sentimenti.Il Corriere della Sera, 9 gennaio 2014<br />
</span></h3>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.iltorittese.it/index.php/2014/01/09/troppe-caricature-sul-caso-calabresi-di-aldo-grasso/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
