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	<title>ILTORITTESE.it - fatti, notizie, cronaca, politica e cultura di Toritto (BA)</title>
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	<description>fatti, notizie, cronaca, politica e cultura di Toritto (BA)</description>
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		<title>UN PUNTO DI VISTA FANTASMA, MA SOòTANTO IN PUBBLICO,  di Ernesto Galli della Loggia</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Nov 2021 18:55:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>

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 di Ernesto Galli della Loggia

Nell’arena radiotelevisiva le posizioni dei conservatori sono implicitamente spogliate di qualunque contenuto e dignità
 

Essere culturalmente e ideologicamente, non politicamente, conservatori in Italia è facile. Anche  perché fondamentalmente conservatore, come si sa, è il nostro Paese. Ma  è facile esserlo in privato. Non è facile per nulla, invece, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.corriere.it/firme/ernesto-galli-della-loggia" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.corriere.it/firme/ernesto-galli-della-loggia?referer=');"></p>
<div><img src="https://images2.corriereobjects.it/images/editorialisti/ernesto-galli-della-loggia.jpg?" alt="desc img" /> di Ernesto Galli della Loggia</div>
<p></a></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Nell’arena radiotelevisiva le posizioni dei conservatori sono implicitamente spogliate di qualunque contenuto e dignità</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Essere culturalmente e ideologicamente, non politicamente, conservatori in Italia è facile. Anche  perché fondamentalmente conservatore, come si sa, è il nostro Paese. Ma  è facile esserlo in privato. Non è facile per nulla, invece, avere una  voce di tipo conservatore nel dibattito pubblico. Esprimere un punto di  vista diverso, magari critico o addirittura contrapposto rispetto alla  cultura progressista, ma con la speranza che tale punto di vista non  venga bollato all’istante come inconcepibile, retrogrado, privo di  qualunque ragionevolezza, magari espressione di una cieca disumanità. Ma  al contrario entri, come dicevo sopra, nell’arena pubblica, nel  circuito dei media che contano. L’ennesima riprova si è avuta dalle  reazioni al voto contrario del Senato sul disegno di legge Zan.  «Vergognatevi» ha titolato l’indomani un quotidiano a tutta pagina,  rivolgendosi evidentemente agli oppositori della legge ed esprimendo in  una sola parola il sentimento largamente prevalente in tutto il sistema  dei media più accreditati. Ma vergognarsi di cosa? No di certo del fatto  che la bocciatura fosse avvenuta con il voto segreto, immagino, dal  momento che , guarda caso, proprio con un eguale voto segreto — deciso  allora dal presidente Fico e nell’assenza di qualunque protesta — la  legge passò un anno fa alla Camera, un particolare tuttavia pudicamente  sottaciuto dal fronte degli odierni scandalizzati. I quali invece si  servono oggi dell’uso da parte dei loro avversari del voto segreto per  dipingerli come una subdola congrega di congiurati usi a colpire  nell’ombra. Inoltre, visto che come i fatti hanno mostrato la  maggioranza del Senato era contraria alla legge, mi chiedo: i  sostenitori della legge Zan pensano forse che invece sarebbe stato  meglio, più conforme alle regole della libera rappresentanza, che il  voto palese avesse obbligato gli avversari della legge a votare contro  il proprio convincimento? È questo che bisogna intendere per democrazia  parlamentare?</span></h3>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Di che cosa, allora, avrebbero dovuto vergognarsi gli oppositori della legge? Suppongo  di non voler proteggere chi è vittima di disprezzo o di aggressione a  causa del proprio orientamento sessuale, e perciò di essere più o meno  larvatamente a favore della discriminazione e della violenza contro  omosessuali, trans ecc. E sicuramente è questa oggi la convinzione della  stragrande maggioranza dell’opinione pubblica progressista. La quale  però, mi pare che non abbia avuto modo di riflettere a sufficienza su  due punti importanti della legge Zan. Sull’articolo 4 — che nelle  materie di sesso stabiliva essere assicurata a chiunque la «libera  espressione di convincimenti ed opinioni purché non idonee a determinare  il concreto pericolo di atti discriminatori e violenti» — e  sull’articolo 7 che stabiliva una giornata nazionale, da celebrare nelle  scuole, contro l’omofobia, la transfobia, ecc. al fine tra l’altro di  «contrastare i pregiudizi motivati dall’orientamento sessuale e  dall’identità di genere».</span></h3>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Bene. Ma chi decide quale convincimento o  opinione è o non è «idoneo» a determinare un «pericolo concreto» di  violenza legato all’orientamento sessuale? E chi decide nella  medesima materia la differenza tra un giudizio (consentito) e un  «pregiudizio» (viceversa sanzionato)? È ammissibile allora, mi chiedo,  trattandosi di un bene tra quelli supremi garantiti dalla Costituzione  come la libertà di pensiero, una tale vaghezza? Un tale indeterminato  ricorso all’opinione di questo o quel tribunale? Personalmente sono  sicuro che in grande maggioranza anche l’opinione progressista del Paese  una simile domanda non avrebbe mancata di porsela. Ovviamente a una  condizione: se essa fosse stata adeguatamente informata circa la legge  di cui stiamo parlando.</span></h3>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Qui si tocca il punto nevralgico di cui dicevo all’inizio. Il  fatto cioè che nel nostro Paese in specie dopo la scomparsa politica  dei cattolici e l’avvento di una società massicciamente secolarizzata è  diventata estremamente difficile l’espressione pubblica di un punto di  vista che non accetti a occhi chiusi il punto di vista della cultura  progressista. Riemerge con forza l’antica mancanza di educazione  democratica del Paese sicché qualsivoglia opinione dissenziente tende a  essere immediatamente classificata come puramente reazionaria e a essere  quindi messa al bando. È in questo clima che una voce di orientamento  conservatore opposta al dominio del politicamente corretto diviene  pressoché impossibile. O per essere più precisi, un tale punto di vista  può benissimo essere manifestato ma è quanto mai improbabile che esso  venga preso realmente in considerazione dalla discussione pubblica  ufficiale e trattato come un normale elemento del dibattito culturale  alla pari con quelli di segno contrario.</span></h3>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Nell’arena pubblica specie  radiotelevisiva capita quasi sempre, infatti, che il punto di vista  culturalmente conservatore sia implicitamente spogliato di qualunque  contenuto e dignità ideali, e quindi preliminarmente  stigmatizzato come indegno di vera considerazione. Al massimo trattato  soltanto come frutto di una posizione puramente politica, ridotto in  sostanza a un’espressione di partito. Esso viene sottoposto cioè a un  meccanismo di depotenziamento e soprattutto di declassamento. Viceversa  il punto di vista ispirato ai canoni del politicamente corretto  progressista viene sempre presentato come un punto di vista che ha sì  conseguenze di tipo politico, ma che soprattutto è suffragato dalla più  accreditata modernità culturale. Cioè dal bene per antonomasia. Negli  studi televisivi che fanno opinione la modernità diviene un feticcio  solo da adorare; quanto poi pensa o decide l’Europa assurge a compimento  del progresso e delle sue prescrizioni politiche o morali. Tanto è vero  che nel dibattito televisivo di prammatica a illustrare queste ultime  sarà di regola chiamato il noto scrittore X o il brillante filosofo Y, a  obiettare ad esse, invece, un qualche maldestro parlamentare della Lega  o di Fdi , al massimo il giornalista di qualche foglio di destra.</span></h3>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">I temi etici o attinenti i costumi sessuali costituiscono l’ambito elettivo di questa finta discussione alla  pari di cui si compiace 24 ore su 24 praticamente l’intero sistema dei  media del Paese o perlomeno quelle sue parti che contano. Realizzando  così la virtuale esclusione dal dibattito pubblico di un gran numero di  cittadini. Ma nelle società attuali essere esclusi dal dibattito  pubblico significa di fatto essere esclusi dalla democrazia, dal suo  cuore pulsante di ogni giorno, significa non essere riconosciuti,  vedersi negata una rappresentanza essenziale, forse più essenziale di  quella elettorale. Significa essere dichiarati cittadini di serie B e  quindi spinti a rinunciare a partecipare alla vita pubblica o ad  abbracciare posizioni di rottura. Significa la trasformazione del regime  democratico in un’insopportabile oligarchia di depositari della virtù  civica e della presunta verità dei tempi. <span style="color: #ff0000;">Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera, 6 novembre 2021</span><br />
</span></h3>
</div>
]]></content:encoded>
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		<title>INENSIBILI ALLA 8NOSTRA) DECADENZA, di Ernesto GALLI DELLA LOGGIA</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Oct 2020 10:49:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>

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Fino a pochi anni fa l’Italia e la sua stampa si mostravano sensibilissimi  a ogni critica nei nostri confronti provenisse dall’estero. E spesso  con i toni di una patetica permalosità salvo che oggetto delle critiche  fossero il capo e il governo del partito avversario (ad esempio  Berlusconi), [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.corriere.it/trust/codice_etico.shtml" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.corriere.it/trust/codice_etico.shtml?referer=');"> </a></p>
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<p><span style="color: #0000ff;">Fino a pochi anni fa l’Italia e la sua stampa si mostravano sensibilissimi  a ogni critica nei nostri confronti provenisse dall’estero. E spesso  con i toni di una patetica permalosità salvo che oggetto delle critiche  fossero il capo e il governo del partito avversario (ad esempio  Berlusconi), nel qual caso la fonte della critica straniera diveniva  ipso facto un indiscutibile oracolo di Delfi.</span></p>
</div>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Con tali precedenti sorprende l’eco limitatissima (non su questo giornale) che ha avuto la diagnosi spietata della situazione italiana che nel suo numero in edicola ha fatto l’Economist.  Poco importa che si possa discutere sull’esattezza di certe  classifiche, di questo o quel dato. Quel che conta è il giudizio  complessivo. La nostra economia non cresce da decenni, le imprese  straniere comprano a man bassa i nostri marchi e le nostre imprese,  grazie a leggi e procedure sciagurate la burocrazia è in grado di  paralizzare ogni cosa, e infine, priva di qualsiasi idea direttrice la  classe dirigente spreca risorse e non è capace di porre rimedio a  niente. Insomma, ci dice il settimanale inglese — che, non lo si  dimentichi, ispira e al tempo stesso riflette l’opinione di chi nel  mondo più conta — siamo un Paese in pieno declino. Nell’arena mondiale  valiamo poco o nulla.</span></p>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> In altri tempi si sarebbero levate voci di protesa; oggi no. Perché  forse è ai nostri stessi occhi che ormai le cose stanno realmente così.  Perché forse abbiamo noi stessi ormai introiettato come un fatto  acquisito la decadenza del Paese ed è per questo che non facciamo una  piega se qualcuno la nota e ne parla. Solo l’universo politico  acquartierato nel centro di Roma tra auto blu in terza fila e  portaborse, sembra non rendersi conto di nulla. Del resto se pure si  accorgesse della reale situazione in cui versa l’Italia, che altro  potrebbe fare se non misurare la propria incapacità di concepire  un’idea, di mobilitare energie, di battersi per la salvezza? <span style="color: #ff6600;">Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera 31 ottobre 2020</span><br />
</span></h3>
</div>
]]></content:encoded>
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		<title>LA SECONDA VOLTA TRA TRABBIA E FRUSTRAZIONE, di Antonio POLITO</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Oct 2020 10:56:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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«Quando un Paese è grande una volta — ha detto il presidente Conte — deve essere grande sempre».  Non è chiaro se quel «deve» equivale a un pronostico o è invece una  «raccomandazione», come le altre impropriamente inserite nel testo  normativo del Dpcm. Se è una previsione, non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.corriere.it/trust/codice_etico.shtml" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.corriere.it/trust/codice_etico.shtml?referer=');"> </a></p>
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<p><span style="color: #0000ff;">«Quando un Paese è grande una volta — ha detto il presidente Conte — deve essere grande sempre».  Non è chiaro se quel «deve» equivale a un pronostico o è invece una  «raccomandazione», come le altre impropriamente inserite nel testo  normativo del Dpcm. Se è una previsione, non pare però fondata su dati  di fatto. Prima di tutto perché la storia è purtroppo piena di «seconde  volte» andate peggio della prima: dalla seconda ondata di influenza  «spagnola» alla Seconda guerra mondiale. Poi perché il pessimismo della  ragione ci ricorda che se una cosa può andare male, se cioè non si è  fatto tutto il possibile perché andasse bene, è probabile che andrà  male. E infine perché il Paese è stanco di sentirsi chiamato a essere di  nuovo «grande», visto che l’altra volta, in primavera, abbiamo pianto  35 mila morti, e tanto bene non ci era davvero andata. Del  resto, fuor di retorica, è stato lo stesso capo del governo, nella  stessa conferenza stampa, a dire che cosa provano davvero gli italiani  in queste ore: «stanchezza, ansia, rabbia, frustrazione, sofferenza».  Per ognuno di questi sentimenti c’è una ragione. Vorrei soffermarmi su  «rabbia» e «frustrazione», perché sono due stati d’animo che chiamano in  causa l’operato dei poteri pubblici.</span></p>
</div>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">La rabbia deriva dalla convinzione che gran parte di ciò che era stato promesso,  garantito, programmato, non è stato fatto. Prendiamo i «tracciatori»,  la prima linea che ormai tutti dichiarano già travolta. Ce ne sono 9.241  in Italia (fonte Sole 24 Ore).  Nessuno può essere stato colto alla sprovvista dalla necessità di  averne di più. Eppure dopo più di tre mesi sono aumentati di appena 275  unità.</span></p>
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<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
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<p><span style="color: #0000ff;">Nell’area metropolitana di Milano, tre milioni di abitanti, ci sono solo 25 medici delle Usca, le  «unità speciali» che dovrebbero controllare i positivi nelle loro case  invece di intasare gli ospedali: era stato previsto un fabbisogno di  130.</span></p>
</div>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Anche senza studiare le statistiche (ne vengono del resto fornite troppo poche e troppo generiche) gli  italiani hanno capito che non si è fatto abbastanza per «gestire»  questa seconda ondata. Non danno certo a chi li governa la colpa della  diffusione del virus, anzi spesso sembra accadere piuttosto il  contrario; ma si rendono conto se devono fare un tampone, se hanno un  malato in casa, se sono in auto di notte davanti all’ospedale con un  familiare in crisi respiratoria che muore in attesa di un letto (è  successo ad Avezzano), che si doveva fare di più e meglio.</span></p>
</div>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Poi c’è la «frustrazione», per tornare all’elenco del presidente Conte.  Questo stato d’animo ha almeno due ragioni. La prima è la perdita di  reddito che sta subendo una parte importante dell’economia italiana  specialmente urbana, quella dei servizi di prossimità, dei ristoranti,  dei bar, delle palestre. A differenza del lockdown di primavera, e anzi  proprio nel lodevole intento di evitarlo, stavolta il governo ha dovuto  scegliere che cosa chiudere e che cosa lasciare aperto. Era dunque forse  inevitabile che le «vittime» avvertissero di subire una «ingiustizia».  Anche perché si tratta spesso di aziende familiari che, oltre alle spese  fisse, avevano investito nella sicurezza, acquistando sistemi di  sanificazione, riordinando gli spazi, allestendo dehors, per ottemperare  ai protocolli emanati dal governo. Questo malessere anima la maggior  parte delle proteste e rischia di determinare la più pericolosa delle  fratture: tra i garantiti e i non garantiti, tra chi ha il «buono pasto»  e chi no. Bisogna porvi rimedio il più urgentemente possibile, e non  con la pachidermica lentezza burocratica di primavera.</span></p>
</div>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Ma la «frustrazione» ha un’origine forse anche più profonda: e  cioè il dubbio che questi sacrifici siano quelli giusti e servano  davvero. Siamo infatti al terzo Dpcm in pochi giorni. E dunque — come ha  notato Vitalba Azzollini sul Domani  — noi non possiamo sapere se le misure precedenti abbiano funzionato,  semplicemente perché non è passato abbastanza tempo per verificarlo. Di  quanto ha ridotto la circolazione del virus la chiusura dei ristoranti  alle 23? Non lo sappiamo. Dunque non sappiamo neanche che effetti  produrrà la chiusura alle 18. È lecito pensare che in realtà si tratti  solo di una marcia di avvicinamento alla chiusura totale?</span></p>
</div>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Le palestre sono forse un potenziale focolaio di infezione, anche se finora non ne sono  tanti segnalati di rilevanti (un vagone di metropolitana affollato lo è  sicuramente di più). Ma se sono pericolose, perché non sono state  chiuse una settimana fa, quando invece si decise di lasciarle aperte?</span></p>
</div>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Queste contraddizioni, e l’accavallarsi di decisioni e annunci tra Governo e Regioni, ci  stanno facendo perdere fiducia nella capacità del guidatore di tenere  la strada. Che poi non è uno solo, ma un’affollata assemblea di  ministri, capi delegazione, governatori, membri del comitato  tecnico-scientifico.</span></p>
</div>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Il malessere, o la rabbia, o la frustrazione, hanno dunque una loro ragion d’essere.  Il ricorso all’agitazione e alla violenza di gruppi organizzati con una  loro agenda criminale o politica (a proposito, perché teatri e cinema  chiudono e i centri sociali restano aperti?) era anch’esso prevedibile.  E, come il virus, merita di essere combattuto con la forza dello Stato,  che deve saper proteggere i cittadini, anche quelli che protestano, dai  mestatori di torbidi, piaga antica che ha spesso infettato la nazione  dal 1919 a oggi. Tanto più lo Stato lo potrà fare se saprà distinguere  tra la sedizione di piazza, alla quale deve dare una risposta di ordine  pubblico, e il malessere giustificato, al quale deve dare una risposta  politica e sociale.</span></p>
</div>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">L’argomento che le cose non vanno meglio in altri Paesi europei  (anche se in qualcuno sì), non può infatti bastare a renderci più  sereni. L’Italia sa stringersi intorno alle sue istituzioni, ma pretende  di più. Il nostro, ha ragione il presidente Conte, è un grande Paese.  Merita di essere trattato come tale.<span style="color: #ff0000;"> Antonio POLITO, Il Corriere della Sera, 27 ottobre 2020</span><br />
</span></p>
</div>
</h3>
]]></content:encoded>
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		<title>A CHI CONVIENE OGGI FAR CADERE IL GOVERNO CONTE? A NESSUNO, parola di dagospia</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Oct 2020 10:16:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Che succede dentro la maggioranza? Ma soprattutto: a chi conviene far cadere il governo Conte? A nessuno, compresa l&#8217;opposizione. Quand&#8217;è stata l&#8217;ultima volta che avete sentito Salvini e Meloni chiedere &#8221;elezioni subito&#8221;? Ciò non toglie che certi equilibri precari mostrino fratture e tensioni. Ma non abbastanza da metterne a rischio la sopravvivenza. La debolezza del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="color: #0000ff;">Che succede dentro la maggioranza? Ma soprattutto: a chi conviene far cadere il governo Conte? A nessuno, compresa l&#8217;opposizione. Quand&#8217;è stata l&#8217;ultima volta che avete sentito Salvini e Meloni chiedere &#8221;elezioni subito&#8221;? Ciò non toglie che certi equilibri precari mostrino fratture e tensioni. Ma non abbastanza da metterne a rischio la sopravvivenza. La debolezza del governo resta la sua forza, e ora persino l&#8217;opposizione si è messa l&#8217;anima in pace.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Prendete l&#8217;intervista di Goffredo Bettini dell&#8217;altro ieri al <em>Corriere</em>. È stata letta come una presa di distanza o un vero abbandono di Zingaretti da parte del suo elefante parlante. Non è così, è che l&#8217;ex europarlamentare non vuole essere considerato solo l&#8217;intellettuale ventriloquo del muto segretario e quindi ha cercato un po&#8217; di distinguersi.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Il suo ruolo di ideologo nel Pd ovviamente è osteggiato da molti: i suoi continui endorsement a favore di Conte hanno sortito un solo effetto: far incarognire Di Maio che si sente tagliato fuori dall&#8217;asse Conte-Zinga.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">E riparte il solito duello in consiglio dei ministri: i 5stelle che contano il numero dei loro parlamentari (291) rispetto ai 126 del PD. A loro volta i dem scodellano i dati unanimi dei sondaggi che vedono i grillozzi dimezzati dal 32% al 15.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Uno dei temi che sembra ormai morto è quello dei due vice da affiancare a Conte. Il premier è riuscito a impallinare l&#8217;idea di essere stritolato dalla tenaglia PD-M5S. Una sponda gliel&#8217;ha data proprio Zingaretti che non ci pensa affatto a lasciare il Lazio (che il centrosinistra rischierebbe di perdere) per entrare nell&#8217;esecutivo con non si sa bene quale dicastero.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Se non è Zingaretti, allora dovrebbe essere Su-Dario Franceschini, e nessuno nel Pd vuole dar altro potere al loro malfido capodelegazione. L&#8217;arrivo dei vice avrebbe innescato un rimpasto generale, con i soliti nomi in ballo (De Micheli, Azzolina, Bonafede…), ma al momento nessuno può mettersi a fare giochi di palazzo. Basta un soffio per far crollare il castello di carte.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Ancora una volta, questa pandemia non solo allunga la vita del governo, ma ne pacifica anche la convivenza. Poiché ormai come tiri un filo, e viene giù tutto, la soluzione adottata da Pd e 5Stelle è di non tirare un bel niente.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Resta però per i dem il problema di Gualtieri, che è l&#8217;unico big del partito a non essersi schierato a favore del Mes. Anzi dopo aver fatto eco a Conte nei mesi scorsi, ora si è fatto superare dal premier in conferenza stampa, che ha messo sul piatto la parola che nessuno osava pronunciare: &#8216;&#8217;stigma&#8221;.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Gualtieri è in contatto con i suoi omologhi degli altri paesi del Sud Europa e sa benissimo che l&#8217;Italia sarebbe la sola a ricorrere al Fondo Salva-Stati. Cosa che provocherebbe immediatamente la speculazione dei mercati finanziari internazioni verso il nostro disgraziato paese.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">E tra un po&#8217; sarà pure l&#8217;unico paese europeo a usare la parte di <em>loans</em> del Recovery Fund (prestiti da rimborsare), visto che Spagna e Portogallo hanno già detto che si accontentano dei <em>grants</em> (la parte gratuita) ed eviteranno di indebitarsi con le condizionalità. Noi invece prenderemo tutto, vista la situazione economica tragica.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Conte e Gentiloni, attraverso la Merkel, ora si stanno muovendo per avere la prima tranche non più a febbraio bensì ad aprile. E trattano per prolungare il blocco dei licenziamenti fino a marzo. Il premier, insieme ai suoi due fedelissimi Goracci e Chieppa, monitora quotidianamente la situazione epidemiologica. Il suo nuovo mantra sono &#8221;interventi mirati, il più possibile chirurgici&#8221;, e non più lockdown con soldi a pioggia in maniera indiscriminata (che poi sai quanti soldi erano…).</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">L&#8217;idea è di aggiustare i contributi in funzione degli interventi che penalizzano singole categorie (ristoratori, gestori di bar e locali notturni etc).</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Nel Pd però l&#8217;atteggiamento nei confronti del premier non è più idilliaco come un tempo. In particolare, gli rimproverano di non aver fatto un singolo investimento infrastrutturale da quando è iniziata la pandemia. C&#8217;è stato il piano Colao (che fine ha fatto?), gli Stati Generali, le fregnacce e le promesse, ma di concreto non si è visto nulla. Ha mandato dieci ultimatum ad Autostrade, e abbiamo visto che paura ha scatenato nei Benetton.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Certo, i grillini possono replicare che buona parte di questa responsabilità è in capo a Paoletta De Micheli, che sarebbe il ministro delle Infrastrutture ma che con i suoi scudieri Stancanelli e Mauro Moretti è rimasta invischiata nella burocrazia, tra un premier che temporeggia su tutto e un governo che non sa più dove trovare i soldi per l&#8217;emergenza covid, figuriamoci per le grandi opere.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Al che nel Pd replicano ancora: e allora Arcuri? Com&#8217;è possibile che il commissario straordinario all&#8217;emergenza pandemica sia ancora amministratore delegato di Invitalia e che a questo dedichi non poco tempo, inclusi i giochi di potere e di poltrone sulla Popolare di Bari commissariata dal Mediocredito Centrale (che è di Invitalia al 100%). Lì c&#8217;è ancora un De Gennaro, fortemente voluto da Arcuri alla presidenza, che ancora deve superare l&#8217;esame di Bankitalia.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">A proposito di Bari, Conte ha fatto nominare nel cda un avvocato pugliese del suo entourage, Bartolomeo Cozzoli, che conosce molto bene le banche in quanto ogni tanto va a versare un assegno e usa l&#8217;app per i bonifici online.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Alle recriminazioni su Arcuri rimpallano ancora dal M5S: e allora Zingaretti? Come può tenere la segreteria del Pd e allo stesso tempo guidare una delle regioni più colpite dal Covid, dove regna un assessore alla sanità (D&#8217;Amato) sul quale è meglio stendere un velo pietoso? Così all&#8217;infinito, in un gioco di recriminazioni incrociate e di incompetenza generalizzata che protegge il governo e le poltrone dei suoi inadeguati protagonisti.<span style="color: #ff0000;"> Tratto da DAGOPSIA DEL 22 OTTOBRE 2020<br />
</span></span></h3>
<p><span style="color: #ff0000;"> </span></p>
<h3><span style="color: #ff0000;"> </span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
]]></content:encoded>
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		<title>PAESE REALE DISORIENTATO: IL PEGGIO NON ERA PASSATO, di Antonio POLITO</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Oct 2020 10:24:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il territorio]]></category>

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Si sta aprendo un divario troppo grande tra l’angoscia del Paese reale e il frastuono del Paese legale. Tra  la paura di tanti italiani e la risposta del decisore politico. Così  non fu in primavera. Allora ci sentimmo tutti sulla stessa barca, colti  all’improvviso e a sorpresa da un uragano. Stavolta abbiamo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
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<p><span style="color: #333399;">Si sta aprendo un divario troppo grande tra l’angoscia del Paese reale e il frastuono del Paese legale. Tra  la paura di tanti italiani e la risposta del decisore politico. Così  non fu in primavera. Allora ci sentimmo tutti sulla stessa barca, colti  all’improvviso e a sorpresa da un uragano. Stavolta abbiamo visto  arrivare la tempesta da lontano, per mesi, e ci siamo lo stesso finiti  dentro. Questo ha scosso la fiducia del  Paese in se stesso. E il potere politico, che di fronte alla prima  ondata ci apparve come un utile protettore, e per questo gli perdonammo  molti errori, oggi sembra aver ripreso invece i suoi antichi panni di  egocentrico affabulatore.</span></p>
</div>
<div>
<p><span style="color: #333399;">La nostra angoscia è colpa del virus. La seconda volta colpisce con perfidia perfino maggiore,  perché pensavamo di aver passato il peggio, e invece il peggio sta  tornando. E non è così solo in Italia: lo Stato moderno, lo Stato del  welfare, pur con tutta la sua enorme potenza di fuoco, arranca ovunque,  forse con l’unica eccezione della solita Germania. Per giunta: in  primavera il fronte interno era concentrato in quattro regioni, tra  l’altro le più dotate in quanto a risorse e mezzi della sanità pubblica.  Oggi il nemico è ovunque, dal Sud al Nord. Infine: l’epidemia ci ha  giocato il brutto scherzo di farci partire al secondo giro per ultimi,  dandoci l’illusione ottica che avremmo potuto scansare ciò che stava  accadendo in Francia o in Belgio, e invece eravamo solo in ritardo.  L’effetto è stato esiziale: abbiamo abbassato la guardia, anzi la  mascherina, troppo presto.</span></p>
</div>
<p><span style="color: #333399;"> Ma se il contagio è la variabile indipendente e speriamo non impazzita di questa tragedia,  l’azione degli uomini potrebbe e anzi dovrebbe mitigarne gli effetti.  Bisogna dire che non ci stiamo riuscendo. Anzi, con il passare dei  giorni si alza un frastuono di cifre e polemiche che disorienta il Paese  reale e forse lo allarma anche di più, perché introduce dubbi sulla  capacità del pilota di garantirci un atterraggio morbido. Lungi da me  voler stabilire chi ha ragione nella «querelle» dei posti in terapia  intensiva. C’è chi dice (Conte) che li abbiamo raddoppiati e chi dice  (Arcuri) che sono passati da 5.179 a 6.628, perché le Regioni non hanno  usato 1.600 ventilatori polmonari a loro forniti (in Germania oggi ci  sono 40 mila letti, di cui 30 mila con un respiratore). Ma lasciamo un  attimo da parte l’anello finale della catena, che forse oggi è anche  quello che regge di più. Ci sono altre falle ben più preoccupanti nella  linea Maginot che doveva proteggerci dalla seconda ondata. La più grave  delle quali è al capo opposto dell’emergenza, lì dove essa comincia: la  medicina del territorio. Il sistema di tracciamento, per interrompere le  linee di contagio, è praticamente saltato. Un po’ per i numeri  eccezionali di positivi di cui bisogna cercare e testare i contatti  stretti. Ma anche perché i tracciatori nelle Asl sono troppo pochi. La  rete doveva essere potenziata del 30% ma così non è stato. Gli  infermieri assunti vengono anzi ora dirottati inevitabilmente verso gli  ospedali, e la prima linea si sguarnisce. Per capire la sproporzione tra  risorse e bisogni basti questo dato. Abbiamo  assunto 33 mila tra medici e infermieri, un grande sforzo, al costo di  un miliardo e ottocento milioni l’anno. Ma la dotazione aggiuntiva  prevista nel bilancio del prossimo anno per la sanità publica è di 4  miliardi, cioè poco più del doppio. E con ciò che resta dobbiamo  comprare anche i vaccini, gli anticorpi monoclonali, i test rapidi&#8230; Ce  la faremo?</span></p>
<div>
<p><span style="color: #333399;">Non sentiamo discutere di questo. Il governo e l’opposizione, tra di loro e al loro interno,  non discutono di quanto ci serva per rifare una sanità depauperata  (insieme alla scuola) da decenni di declino economico e di acqua alla  gola nel bilancio pubblico. Si discute invece accanitamente del Mes, se  sia o non sia il miglior strumento per ricavare le risorse necessarie.  Se ne venisse indicato un altro alternativo, il dibattito accademico su  tassi e condizionalità sarebbe anche interessante.</span></p>
</div>
<div>
<p><span style="color: #333399;">Il presidente del Consiglio ci ha ricordato in conferenza stampa che sempre di prestiti  si tratterebbe, dunque da restituire prima o poi. Ha ragione. Sarebbe  anzi bene che lo ricordasse agli italiani anche quando aumenta di 100  miliardi in un anno la spesa pubblica per sostenere l’economia in  ginocchio, o quando prende 27,5 miliardi del fondo europeo Sure per la  disoccupazione, e perfino quando prenderà quella parte dei fondi  Recovery, 110 miliardi, che non sono a fondo perduto. Sono tutti  prestiti, più o meno cari, ma tutti più o meno da restituire. Del resto,  esiste un altro modo di uscirne? Il punto è come li usiamo e quanto ci  mettiamo a spenderli.</span></p>
</div>
<div>
<h3><span style="color: #333399;">Sarebbe bello se invece del frastuono si discutesse di questo. Gli  italiani angosciati dal rischio di finire in un letto di ospedale non  si chiedono da dove attingere le risorse, ma se ci saranno; per evitare,  come già accade, di passare la notte in ambulanza in attesa che si liberi un posto.</span></h3>
</div>
<div>
<h3><span style="color: #333399;">Nel frastuono un ruolo lo gioca pure l’opposizione. Divisa  tra la voglia di difendere le attività produttive da nuovi lockdown e  la voglia di criticare però il governo se questi sceglie una linea soft;  pronta a festeggiare l’addio di Conte al Mes mentre protesta per la  mancanza di risorse negli ospedali e la lentezza dei tamponi;  determinata al coprifuoco dove governa come in Lombardia, ma nemica  delle misure più rigorose nelle piazze dove può fare agitazione. Per chiedere agli italiani, come si fa ormai ogni giorno, senso di responsabilità, bisogna anche mostrarne. Oggi è il Paese legale che deve qualcosa al Paese reale.<span style="color: #ff0000;"> Antonio Polito, Il Corrire della Sera 21/10/2020</span><br />
</span></h3>
</div>
</h3>
</div>
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		<title>IL VOTO NEGLI USA E L&#8217;AMERICA CHE SERVE ALL&#8217;EUROPA, di aNGELO panebianco</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Sep 2020 09:45:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Politica estera]]></category>

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Nelle elezioni il cui esito influenzerà i  destini del mondo per molti anni a venire, niente appare più scontato  man mano che avanza la campagna elettorale. Il candidato  democratico Joe Biden è ancora in vantaggio (stando ai sondaggi) ma il  presidente uscente Donald Trump è in recupero. Forse, almeno in parte, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Nelle elezioni il cui esito influenzerà i  destini del mondo per molti anni a venire, niente appare più scontato  man mano che avanza la campagna elettorale. Il candidato  democratico Joe Biden è ancora in vantaggio (stando ai sondaggi) ma il  presidente uscente Donald Trump è in recupero. Forse, almeno in parte,  perché le rivolte urbane di questi mesi hanno spaventato molti elettori.  Per aver chiaro quale sia la posta in gioco servono due premesse. La  prima è che un europeo, posto di fronte alle elezioni statunitensi,  dovrebbe solo chiedersi quale sia, per noi europei, l’esito migliore.  Non lo comprendono, nel Vecchio Continente, né quelli che tifano Trump  perché si sentono ideologicamente vicini a lui né quelli che gli  preferiscono Biden per la stessa ragione. La seconda premessa è che chi  apprezza l’ordine liberale (la democrazia rappresentativa, l’economia di  mercato, le libertà civili) che vige nel mondo occidentale dalla fine  della Seconda guerra mondiale è tenuto anche a sapere che quell’ordine  può perpetuarsi soltanto se sono presenti certe condizioni culturali,  sociali, economiche. Ma anche geopolitiche: le scelte future degli Stati  Uniti influenzeranno le sorti dell’ordine liberale occidentale,  contribuiranno alla sua perpetuazione oppure al suo dissolvimento.  Qualcuno sostiene, con ragione, che, contrariamente a ciò che molti  dicono, la politica estera (l’unica di cui qui mi occupo) di Trump non è  solo un insieme di sbagli.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Ci sono ambiti nei quali Trump ha rimediato a  errori del suo predecessore Barack Obama. Per esempio, il duro confronto  di Trump con una Cina che per troppo tempo ha giocato a sfruttare (e  gioca tuttora a sfruttare) le debolezze del mondo occidentale, non  merita di essere trattato con disdegno: nel rapporto fra Occidente e  Cina c’è un problema reale e Trump ha avuto il merito di sollevarlo e di  agire di conseguenza. Sempre a merito di Trump si può citare la svolta  in Medio Oriente su un crinale delicatissimo: il nuovo posizionamento  degli Stati Uniti (che poi è un ritorno all’antico) rispetto alla  divisione fra musulmani sunniti e sciiti. I suoi due predecessori — Bush  con la guerra in Iraq che liberò la maggioranza sciita del Paese dalla  tirannia di una minoranza sunnita, e Obama con il trattato sul nucleare  con l’Iran — avevano scelto di dialogare con gli sciiti a scapito della  più antica e tradizionale alleanza con il mondo sunnita. Valutato alla  distanza, questo rovesciamento di alleanze non sembra avere generato i  benefici che ci si poteva attendeva, non è servito a dare più stabilità  alla regione né a mettere definitivamente fuori gioco il jihadismo  sunnita. Né ha ridotto le minacce all’esistenza di Israele. Invece, la  politica di Trump sembra aver dato alcuni importanti frutti: il più  spettacolare riguarda il contributo alla normalizzazione dei rapporti  fra Israele e gli Emirati arabi (cui si è aggiunto ora il Bahrein), un  evento che può anticipare ulteriori avvicinamenti fra Israele e le  potenze sunnite (Turchia esclusa). Nemmeno il riconoscimento di  Gerusalemme come capitale di Israele da parte di Trump, che tanto  scandalizzò a suo tempo gli europei, ha impedito questa positiva  evoluzione.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Se vogliamo dare a Trump quel che è di Trump dobbiamo  riconoscere che questi aspetti della sua politica mediorientale — al  pari della sua politica nei confronti della Cina — sono positivi, non  meritano il disprezzo che riservano loro molti suoi avversari. Bisogna  anche sperare che un’eventuale Amministrazione Biden non si faccia  condizionare dagli umori anti-israeliani dell’ala più a sinistra del  Partito democratico e non operi per bloccare questi sviluppi. Sempre con  riferimento al Vicino e Medio Oriente, una volta detto che la politica  di Trump non ha brillato — anzi, ha fallito: si pensi alla brutalità con  cui ha voltato le spalle ai curdi — in Siria come in Libia, bisogna  riconoscergli delle attenuanti: semplicemente, Trump non è riuscito a  rimediare ai gravi errori commessi, in rapporto a Siria e Libia, dal suo  predecessore Obama.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Detto ciò, bisogna però aggiungere che meriti ed attenuanti  finiscono qui. Dopo di che, comincia la lunga lista dei gravissimi  demeriti (dal punto di vista dell’interesse occidentale). Trump, con  stile diverso da Obama, ma nella sostanza al pari di Obama, non ha  cessato di far sapere al mondo che l’America è impegnata a  ridimensionare il proprio ruolo internazionale. Il che ha scatenato gli  appetiti nelle varie aree delle altre grandi potenze (Russia, Cina) e di  potenze regionali (come la Turchia di Erdogan). Per inciso, prima o  poi, gli Usa dovranno decidere che fare rispetto a una Turchia al tempo  stesso membro della Nato e ormai nemica del mondo occidentale.  Lasceranno alla sola Francia il compito di contenere le ambizioni  imperiali di Erdogan?</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Continuando a compulsare l’elenco degli aspetti negativi,  bisogna ricordare che sono rimasti opachi (e quindi, pericolosi) i  rapporti fra Trump e la Russia di Putin. Si tratti di Medio e Vicino  Oriente o di rapporti con la Russia, stiamo parlando di cose che toccano  gli interessi di noi europei. Così come ci tocca, destabilizzandoci, il  nazionalismo trumpiano. Con i suoi effetti dirompenti: lo scontro con  la Germania, l’ostilità all’Unione europea , la polemica sul ruolo della  Nato, più in generale l’attacco alle istituzioni multilaterali create  proprio dagli Stati Uniti dopo il 1945.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Poniamo che effettivamente la politica estera di Trump sia  l’inequivocabile dimostrazione che il tempo dell’egemonia internazionale  americana sia finito, chiunque vinca le prossime elezioni  presidenziali, che il declino (relativo) degli Stati Uniti sia ormai  irreversibile. È possibilissimo. Ma la domanda allora diventa: il  declino americano, l’obsolescenza della Nato, eccetera, possono avvenire  senza che , qui da noi in Europa, l’ordine liberale ne risenta? Davvero  qualcuno crede che l’Unione europea possa , in tempi brevi, sostituirsi  agli Stati Uniti, diventare un baluardo forte e indipendente di  quell’ordine liberale fino a poco tempo addietro puntellato dalla  potenza americana? Forse un Biden alla Casa Bianca non sarebbe capace di  ricucire i rapporti con gli europei, di ridare forza e slancio  all’ordine liberale occidentale. È possibile. Ma quella che con Biden è  una possibilità, diventa una certezza in caso di rielezione di Trump.  Non dovrebbe essere difficile capire che cosa convenga agli europei.<span style="color: #ff0000;"> Angelo Panebianco, Il Corriere della Sera, 14 settmbre 2020</span><br />
</span></h3>
</div>
]]></content:encoded>
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		<title>DIETRO LE QUINTE DI ANDREOTTI, di Massimo FRANCO</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Aug 2020 21:29:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il territorio]]></category>

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		<description><![CDATA[Escono il 27 agosto per Solferino «I diari segreti» del  politico democristiano, curati dai figli Serena e Stefano. Massimo Franco, autore di molti saggi su Andreotti, i attesa della pubblicazione e della presentazione di questi DIARI SEGRETI, fornisce una anteprima di quanto contiene il saggio curato da due dei figli di Andreotti.





 
 
 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #0000ff;">Escono il 27 agosto per Solferino «I diari segreti» del  politico democristiano, curati dai figli Serena e Stefano. Massimo Franco, autore di molti saggi su Andreotti, i attesa della pubblicazione e della presentazione di questi DIARI SEGRETI, fornisce una anteprima di quanto contiene il saggio curato da due dei figli di Andreotti.<br />
</span></h2>
<div>
<div><img title="Dietro le quinte di Andreotti" src="https://images2.corriereobjects.it/methode_image/2020/08/25/Cultura/Foto%20Cultura%20-%20Trattate/andreotti%20in%20cina-kIIB-U32002150247698KqE-656x492@Corriere-Web-Sezioni.jpg?v=20200825210906" alt="Dietro le quinte di Andreotti" /></div>
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<div><a href="https://www.corriere.it/cultura/20_agosto_25/dietro-quinte-andreotti-cbfa4f9a-e6ea-11ea-9502-8f5d7befe48e.shtml#commentFormAnchor" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.corriere.it/cultura/20_agosto_25/dietro-quinte-andreotti-cbfa4f9a-e6ea-11ea-9502-8f5d7befe48e.shtml_commentFormAnchor?referer=');"> </a></div>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Pechino, marzo 1988. Giulio  Andreotti annota: «Al ricevimento all’Ambasciata d’Italia il vescovo di  Pechino mi dice: “Se ha modo di riferire al Papa personalmente lo  faccia; è maturo il tempo per un contatto con il governo, che preluda ad  un’intesa e poi ad un Concordato. Si tratti riservatamente&#8230;”». L’alto  prelato è un esponente della «Chiesa patriottica», legata al regime  comunista e non riconosciuta dalla Santa Sede. Ma il messaggio  consegnato all’allora ministro degli Esteri italiano non è caduto nel  vuoto. Trent’anni dopo, nel settembre del 2018, Vaticano e Cina hanno  stretto un accordo storico quanto misterioso, perché i contenuti sono  rimasti sconosciuti, che sarà rinnovato nelle prossime settimane su uno  sfondo di grandi tensioni. Difficile non scorgere in quell’episodio del  1988 uno dei semi con i quali è stata nutrita nell’ombra la mediazione  finale tra Papa Francesco e il presidente Xi Jinping; e sottovalutare  gli appunti privati di Andreotti: un lungo filo di episodi «minori» che  evocano una ragnatela di rapporti a ogni livello, di impressioni, di  dinamiche che riemergono come preziose pietre grezze della storia.</span></h3>
</div>
<div>
<p><img title="«I diari segreti» di Giulio Andreotti sono curati dai figli Serena e Stefano ed escono il 27 agosto per Solferino (pp. 683, euro 19): l’introduzione è di Andrea Riccardi" src="https://images2.corriereobjects.it/methode_image/2020/08/25/Cultura/Foto%20Cultura%20-%20Trattate/andreotti-kIIB-U32002150247698QyB-140x180@Corriere-Web-Sezioni.jpg?v=202008252103" alt="«I diari segreti» di Giulio Andreotti sono curati dai figli Serena e Stefano ed escono il 27 agosto per Solferino (pp. 683, euro 19): l’introduzione è di Andrea Riccardi" /></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Coglie nel segno lo storico Andrea Riccardi quando nell’introduzione sottolinea che I diari segreti testimoniano  soprattutto il «segreto» dell’azione politica di Andreotti: «Un’immensa  tessitura di relazioni nella politica italiana, a Roma, e sullo  scenario internazionale…», col secondo largamente prevalente. E pensare  che non erano destinati alla pubblicazione. Dopo la sua morte nel 2013, i  quattro figli li avevano stipati in uno sgabuzzino dell’appartamento in  corso Vittorio Emanuele. I due che si dedicano a riordinare gli  archivi, Stefano e Serena, per mesi non li hanno neanche aperti. A  muovere la loro curiosità è stata la piscina di Castelgandolfo nella  quale Giovanni Paolo II fu fotografato nel 1980. Il Vaticano chiese ad  Andreotti se poteva bloccare la pubblicazione di istantanee, considerate  «scandalose», di un papa in costume da bagno. E Umberto Ortolani,  esponente della Loggia P2 di Licio Gelli, anni dopo attribuì il merito  della mediazione al capo massone implicato in alcune delle trame  italiane più sporche: avrebbe portato lui le foto a Andreotti, che le  aveva consegnate al pontefice.</span></h3>
</div>
<h3><span style="color: #0000ff;">«Tirammo fuori, per nostra curiosità — raccontano Stefano e Serena Andreotti nella Nota dei curatori  all’inizio del volume — quanto vi era scritto sulla vicenda delle  fotografie scattate a Giovanni Paolo II nella piscina di Castelgandolfo,  per la quale era stata data, sulla base di testimonianze di allora,  probabilmente interessate, una ricostruzione ben diversa dall’andamento  dei fatti e dell’apporto di nostro padre». I diari segreti raccontano  in dettaglio quel capitolo oscuro, confermando Andreotti come crocevia  delle mediazioni più riservate e controverse del Vaticano. Tra le carte  spunta perfino un appunto sui voti ricevuti da ogni cardinale nel  Conclave del 1978 che aveva eletto Karol Wojtyla. Viene restituita la  complessità di un politico capace di attraversare con lo stesso passo  felpato corti pontificie, congressi democristiani, cancellerie  occidentali, dittature di ogni latitudine e ambienti torbidi.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Episodi del genere se ne incrociano a decine,  nel volume in uscita domani per Solferino, e che copre il decennio  dall’agosto del 1979, quando finì il quinto governo Andreotti, quello  col Pci nella maggioranza, fino al 22 luglio del 1989, esordio del suo  sesto esecutivo. È solo un frammento, per quanto corposo, della  sterminata ragnatela andreottiana. L’abitudine a prendere appunti  cominciò nel 1944, «su consiglio di Leo Longanesi», ricordano i  curatori. «Il motivo principale era quello di potere, a distanza anche  di notevole tempo, rileggere gli appunti registrati a caldo, che  considerava utilissimi al di là dei documenti ufficiali…». I diari, in  gran parte tuttora inediti, finiscono nel 2009. Ma non bisogna pensare a  un materiale ordinato, perché riflettono un caos metodico. Oltre a una  calligrafia minuta e sempre più illeggibile con l’età, Andreotti  aggiungeva note a mano, inseriva lettere e documenti. Insomma, decifrare  quegli scritti è stata una grossa fatica, per i figli.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Ogni anno i fogli finivano in un raccoglitore con la dicitura «diario». E in una delle lettere post mortem ritrovate in un cassetto di casa Andreotti, l’ex premier dava istruzioni per evitare che la pubblicazione de I diari  potesse nuocere a qualcuno. Colpisce la conferma di un rapporto con la  moglie Livia profondo, complice, viene da dire affettuoso, aggettivo che  pure si attaglia poco a un «animale» a sangue freddo come Andreotti. E  diventa ancora più stupefacente la sua capacità di proteggere la sfera  familiare da qualunque intrusione. Ogni riga si sviluppa sempre sul  crinale di una scrittura controllata, minimalista, scevra da qualsiasi  enfasi. Ci sono solo fatti, impressioni, brevi commenti venati al  massimo da una punta di ironia. «L’uso dell’archivio in politica —  osserva Riccardi — ricorda il metodo di lavoro della Curia o della  Segreteria di Stato vaticana».</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">I diari si rivelano strumenti di un professionista della memoria scritta,  al servizio di quell’attività di governo e di potere che Andreotti non  ha mai interrotto. Da ministro, da premier, da semplice parlamentare, è  stato una sorta di ambasciatore permanente dell’Italia e della Santa  Sede: alla frontiera tra Occidente e comunismo, e nel Terzo Mondo. Ma  era ascoltato, e usato, perché manteneva sempre un ancoraggio indiscusso  alle alleanze europee e atlantiche. Almeno fino a quando c’è stata la  Guerra fredda, quell’aderenza è stata una bussola precisa per guidare il  protagonismo segreto e spregiudicato di Andreotti. Poi le coordinate  sono cambiate. I diari del  decennio 1979-1989 si fermano proprio alla soglia di quel cambiamento  epocale. Rimane un interrogativo: queste memorie svelano tutto di lui?  Viene naturale ricordare quanto sosteneva lo stesso Andreotti: «Chi non  vuole fare sapere una cosa, in fondo non deve confessarla neanche a sé  stesso». E tanto meno scriverla. <span style="color: #ff0000;">Massimo FRANCO, Il Corriere della Sera, 25 agosto 2020<br />
</span></span></h3>
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<h3><span style="color: #ff0000;"> </span></h3>
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<p><a title="Maria Giovanna Elmi e gli 80 anni: «Mai fatto una papera in Rai. I miei Sanremo con Mike e Grillo»" href="https://www.corriere.it/cronache/20_agosto_25/maria-giovanna-elmi-80-anni-intervistai-stallone-israele-scampai-un-attentato-mai-fatto-papera-rai-b091118e-e641-11ea-943c-b2c77e7530c9.shtml" target="_parent" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.corriere.it/cronache/20_agosto_25/maria-giovanna-elmi-80-anni-intervistai-stallone-israele-scampai-un-attentato-mai-fatto-papera-rai-b091118e-e641-11ea-943c-b2c77e7530c9.shtml?referer=');"></a></p>
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		<title>LA PANDEMIA PRETESTO PER IL NUOVO ORDINE MONDIALE, intervista ad Alessandro MELUZZI di Alfonso PISCITELLI</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Aug 2020 19:04:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il territorio]]></category>

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Ad Alessandro Meluzzi, che per Vallecchi ha pubblicato Contagio. Dalla peste al coronavirus, in  cui ricostruisce i rapporti tra epidemie e politica nella storia,  abbiamo posto una domanda, per così dire, “cronometrica”: quale è stato  l’esatto momento in cui i politici che oggi governano l’Italia sono  passati dall’ “abbraccia un cinese” [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><a href="https://culturaidentita.it/wp-content/uploads/2020/08/interv.jpg" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/culturaidentita.it/wp-content/uploads/2020/08/interv.jpg?referer=');"><img title="interv" src="https://culturaidentita.it/wp-content/uploads/2020/08/interv.jpg" alt="" width="400" height="400" /></a></div>
<h3><span style="color: #0000ff;">Ad <strong>Alessandro Meluzzi</strong>, che per Vallecchi ha pubblicato <em>Contagio. Dalla peste al coronavirus, </em>in  cui ricostruisce i rapporti tra epidemie e politica nella storia,  abbiamo posto una domanda, per così dire, “cronometrica”: quale è stato  l’esatto momento in cui i politici che oggi governano l’Italia sono  passati dall’ “abbraccia un cinese” o “il vero virus è il razzismo”  all’idea che, con una accorta gestione delle paure della gente, potevano  chiudere sotto chiave la società italiana e mettersela in tasca…</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;"><strong>Alessandro, quando è scattata questa “fase 2”?</strong></span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">È scattata quando hanno interiorizzato il senso di una intervista  data una decina di anni fa da Jacques Attali, in cui il mentore di  Macron sosteneva che una pandemia avrebbe consentito di realizzare il  “New World Order”, il Nuovo Ordine Mondiale. Allora sono passati dagli  slogan ingenui della globalizzazione (i confini sempre aperti, la Cina  che è vicina) a una più pervicace strategia di controllo sociale.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;"><strong>La frase di Attali somiglia ad alcune dichiarazioni di  europeisti secondo i quali le crisi economiche sarebbero buone occasioni  per creare il Super-Stato della UE….</strong></span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">L’élite tende a concentrare i poteri attraverso due meccanismi  fondamentali: l’eliminazione delle sovranità nazionali e la  cancellazione del ceto medio. La presenza di un ceto medio autonomo  produttivo è da ostacolo alla grande uniformizzazione che i fautori  della globalizzazione auspicano.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;"><strong>Cancellazione del ceto medio: viene in mente anche una certa  predicazione pauperista che si sente sugli altari. Omelie di pauperisti  che ovviamente auspicano sempre la povertà altrui, mai la loro…</strong></span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Certo, la rimozione di papa Benedetto XVI e l’avvicendarsi del nuovo  Papa gesuita ha affermato anche in Vaticano un discorso che coniuga i  motivi di un convinto globalismo con i temi di un pauperismo di tipo  latinoamericano.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;"><strong>D’altra parte, i leader “populisti” sono andati in difficoltà  davanti all’emergenza COVID lanciando segnali contraddittori riguardo  alla pericolosità o meno del “virus cinese”.</strong></span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">In alcuni casi è mancata una lettura a 360 gradi, la comprensione del  significato profondo di quanto stava avvenendo. Nonostante tali  incertezze le elezioni americane rimangono fondamentali: se Trump viene  rieletto rimane aperta la porta per un cambiamento significativo degli  equilibri mondiali.</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;"><strong>E in questo scenario come valuti l’annuncio di Putin di un vaccino russo?</strong></span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Putin è un judoka ed è abituato ad utilizzare le armi dei suoi  avversari per disarcionarli. Il mainstream reagirà dicendo che quello di  Putin è un vaccino cattivo…</span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;"><strong>Il “mainstream”, la narrazione dominante: quale potrebbe essere l’argomento che vi si contrappone?</strong></span></h3>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<h3><span style="color: #0000ff;">Il grande avversario del discorso dominante è la complessità. Tutti  coloro che vogliono ridurre il mondo a un disegno univoco devono  scontrarsi con un principio fondamentale della complessità. Si pensi al  caso italiano: quelli che hanno spinto per la chiusura assoluta sono gli  stessi che vogliono gli immigrati liberi di sbarcare e di muoversi. Una  contraddizione evidente che mina la retorica dello “state a casa”. IL GIORNALE, 22 AGOSTO 2020<br />
</span></h3>
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		<title>SE I PARTITI DI GOVERNO PERDONO (INSIEME) L&#8217;IDENTITA&#8217;, di Ernesto Galli della Loggia</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Aug 2020 21:29:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il territorio]]></category>

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Da un lato la richiesta del Pd ai 5 Stelle di un’alleanza elettorale che in qualche modo confermi quella di governo  e addirittura la prospetta come un dato permanente anche in futuro.  Dall’altro il ripudio dei 5 Stelle di parti essenziali della propria  identità originaria anche al fine di aderire a tale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>
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<p><span style="color: #0000ff;">Da un lato la richiesta del Pd ai 5 Stelle di un’alleanza elettorale che in qualche modo confermi quella di governo  e addirittura la prospetta come un dato permanente anche in futuro.  Dall’altro il ripudio dei 5 Stelle di parti essenziali della propria  identità originaria anche al fine di aderire a tale richiesta. Entrambe  queste circostanze hanno un significato che va al di là della pur  importante cronaca politica. È difficile non considerarle, infatti, come  la sanzione di un dato ormai consolidato del nostro sistema politico: e  cioè che tale sistema — una volta messasi alle spalle venticinque anni  fa l’età dei partiti storici della Repubblica — sembra ormai  sopravvivere solo per adattamenti trasformistici successivi. Che però  oggi configurano un vero e proprio salto qualitativo dando vita  all’incontro di due trasformismi. Il trasformismo, insomma, si avvia a  divenire il vero principio costitutivo del sistema politico italiano.  Perfettamente simboleggiato, direi, da un Presidente del Consiglio che  solo poco più di due anni fa era uno sconosciuto privo di qualsiasi  appartenenza politica, il quale ancora oggi appare fiero di non averne  nessuna, ma che ciò nonostante in un biennio ha presieduto due governi  successivi formati da due maggioranze diverse e opposte. Non solo un  caso abbastanza unico nella storia delle democrazie occidentali ma,  verrebbe da dire, quasi la forma più alta e compiuta di trasformismo  politico che si possa immaginare. Cioè la non appartenenza ad  alcun partito e ad alcuno schieramento come premessa per rappresentarli  indistintamente tutti, il vuoto politico come anticamera di qualunque  politica.</span></p>
</div>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Il fatto nuovo è che questa volta della deriva trasformistica italiana appare protagonista  a pieno titolo il Partito democratico. Ora il Pd non è un partito  qualsiasi. Con gli anni, infatti, e per ragioni molteplici, esso è  diventato il vero partito della Costituzione della Repubblica, per certi  versi il «partito dello Stato»: punto di raccolta dell’intero ceto  burocratico dirigente e dell’élite del Paese, nonché titolare di un  decisivo potere di legittimazione: all’incirca qualcosa di simile al  ruolo che ebbero i liberali nei decenni dopo l’Unità. Prova ne sia che  in tutto questo tempo qualunque personalità, partito o schieramento  abbia provato a governare contro il Pd ha sempre rischiato di essere  messo sotto accusa in vari modi come un partito o uno schieramento a  vario titolo fuori o contro la Costituzione se non potenzialmente  eversivo. Per tale comoda rendita di posizione il Pd ha tuttavia pagato e  paga un prezzo: un ovvio e crescente disinteresse per l’elaborazione di  una chiara piattaforma programmatica sua propria, e una strisciante  disponibilità ad assorbire punti programmatici altrui. Non diversamente,  ancora una volta, da quanto accadde ai liberali storici tra ’800 e  ’900.</span></p>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> Sta di fatto che con le sua ultime decisioni il Partito democratico ha di fatto stabilito: a)  di rinviare a data da destinarsi quell’idea di «rifondazione della  sinistra» di cui se ben ricordo aveva fatto il proprio orizzonte nel  convegno di San Pastore solo nel gennaio di quest’anno; b) di rinunciare  clamorosamente alla «vocazione maggioritaria» che pure era un elemento  essenziale del suo stesso atto di nascita per puntare viceversa su una  strategia di alleanza organica con un’altra formazione; c) e di  scegliere come partner di un’alleanza elettorale che si annuncia  strategica (dunque molto più significativa di un alleanza di governo)  proprio il partito che fino all’altro ieri considerava l’alfiere del  populismo e quindi, insieme alle destra salviniana, il proprio maggior  nemico. Giungendo al punto, per fare un solo esempio, che oggi esso ne  sposa di fatto la riforma costituzionale, oggetto di un prossimo  referendum, che ha ridotto il numero dei deputati. Proposta la quale,  non accompagnata da alcuna ulteriore modifica del testo della Carta,  apre la via a radicali mutamenti nel meccanismo dei quorum necessari ad  eleggere alcuni organi di vertice della Repubblica.</span></p>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Quanto al vero e proprio gorgo trasformistico che sta inghiottendo l’identità dei 5 Stelle  — presentato pudicamente dai suoi dirigenti come «un’evoluzione» —  sembra inutile spenderci sopra troppe parole. Se non per notare come  questa presunta «evoluzione» sia la prova di almeno tre cose forse non  ancora chiare a molti: a) dell’assoluta necessità che per fare politica  si sia in possesso di qualche non indegna scolarizzazione, di qualche  lettura e di qualche idea non presa in prestito dagli album di Topolino;  b) dell’alta problematicità che la società italiana lasciata a se  stessa e libera di esprimersi riesca a selezionare una classe politica  presentabile e all’altezza del proprio compito; c) infine dell’ardua  compatibilità del nostro sistema politico con l’immissione di nuovi  attori decisi realmente a fare cose nuove e a comportarsi in modo nuovo  (ammesso che tali fossero i grillini) . Un impegno in Italia sempre  difficilissimo stante la rete soffocante di passaggi formali e  informali, di condizionamenti istituzionali e non, di regole scritte e  non scritte, che avvolge la nostra intera vita pubblica. E al quale  quindi i 5 Stelle hanno prudentemente preferito rinunciare senza  pensarci troppo. <span style="color: #ff0000;">Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera del 19.08.2020</span><br />
</span></p>
</div>
</h3>
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		<title>MA IL PD HA LE IDEE CHIARE, di Aldo Cazzullo</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Aug 2020 19:24:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il territorio]]></category>

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La notizia non è tanto che il Pd e i Cinque Stelle abbiano deciso di ritirare alcune delle querele che si erano scambiati. La  notizia, nel frattempo rimossa, è che nel solo luglio 2019 il solo  Partito democratico avesse presentato contro i Cinque Stelle ventitré  querele (sul caso Bibbiano). [...]]]></description>
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<div><a href="https://www.corriere.it/editoriali/20_agosto_16/ma-pd-ha-idee-chiare-aa6f0c16-dffc-11ea-b249-6fbea5975045.shtml#commentFormAnchor" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.corriere.it/editoriali/20_agosto_16/ma-pd-ha-idee-chiare-aa6f0c16-dffc-11ea-b249-6fbea5975045.shtml_commentFormAnchor?referer=');"> </a></div>
<div><a> </a></div>
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<p><span style="color: #0000ff;">La notizia non è tanto che il Pd e i Cinque Stelle abbiano deciso di ritirare alcune delle querele che si erano scambiati. La  notizia, nel frattempo rimossa, è che nel solo luglio 2019 il solo  Partito democratico avesse presentato contro i Cinque Stelle ventitré  querele (sul caso Bibbiano). Il mese dopo avrebbero fatto un governo  insieme.</span></p>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Ora la svolta del voto dei militanti grillini, con il via libera alle alleanze, non ricade soltanto su di loro.  Riguarda anche il Pd. E rende lecito chiedersi che cosa diventerà il  partito del riformismo italiano, o cosa ne resterà, dopo l’alleanza  organica con un movimento che sino a un anno fa era condannato come  populista e antieuropeo.</span></p>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span><span style="color: #0000ff;"> Storicamente, Grillo nasce contro i vecchi partiti, e in particolare contro il Pd:  dall’esordio in piazza Maggiore a Bologna alla sera del 22 febbraio  2013 in piazza San Giovanni a Roma, dove — in quello che resta l’ultimo  grande comizio della politica italiana — additò nel Partito democratico  il vero nemico, il simbolo del sistema da abbattere. Seguirono  l’umiliazione di Bersani in streaming, lo scontro durissimo con Renzi e  sei anni di polemiche ininterrotte su ogni cosa, vaccini e Tav, scuola e  precari, financo sull’autenticità dell’allunaggio e sull’esistenza  delle sirene, quelle di Ulisse.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Nell’agosto scorso tutto è cambiato. Il clamoroso errore di Salvini, il voltafaccia di Renzi e la pertinace resistenza dei parlamentari.</span></p>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Questi tre fattori hanno prodotto in pochi giorni una svolta che  avrebbe richiesto mesi di dialogo, come quelli che in Germania avevano  partorito la Grande Coalizione tra la Merkel e i socialdemocratici; che è  in realtà un centrosinistra, saldamente guidato dal centro.</span></p>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Chi comandi nell’inedito centrosinistra italiano non è altrettanto chiaro.  Il Pd ha già cambiato idea su molte cose. La leadership di Conte. La  gestione di Autostrade. Il taglio del numero dei parlamentari; che non è  sbagliato, ma non risolve molto senza una riforma che garantisca la  rappresentanza, legando gli eletti agli elettori e ai territori.</span></p>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Ora è legittimo chiedersi, e chiedere al Pd, se cambierà idea anche sul resto.  Il reddito di cittadinanza. Le grandi opere. Il grado di flessibilità  del lavoro. Il ruolo dello Stato nell’economia. La riforma fiscale. Per  fare un solo esempio: il partito del riformismo italiano ritiene giusto  che ci siano imprese e contribuenti che versano all’erario oltre la metà  di quello che incassano (mentre i veri ricchi si rifugiano nei paradisi  fiscali)? E i padroni della Rete potranno continuare a rubare contenuti  prodotti da altri e sottrarre il grosso dei proventi al Fisco?</span></p>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Tenere la destra all’opposizione resta la priorità e il motore dell’alleanza. Comprensibile.  Ma insufficiente. Alleati sì, però per fare cosa? La coalizione  Pd-Cinque Stelle è cementata da altre due formidabili forze. La ferrea  determinazione a concludere la legislatura da parte di centinaia di  parlamentari destinati a non essere rieletti. E la ghiotta opportunità  di spendere una quantità di risorse in arrivo dall’Europa mai vista  prima. Ma durare e spendere non sono un programma politico.</span></p>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Il Partito democratico nacque con un metodo: le primarie. Che  però sono servite soprattutto a rafforzare un leader già scelto, da  Prodi a Veltroni. Soltanto una volta la sinistra italiana ha discusso e  deciso sul proprio programma e sulla propria identità: alle primarie di  coalizione del 2012, che videro contrapporsi Bersani e Renzi. Oggi né  Bersani né Renzi fanno parte del Pd. E fa impressione sentire autorevoli  esponenti dichiarare che, senza scissioni (compresa quella di Calenda),  oggi il Pd sarebbe il primo partito; un po’ come dire che, se avesse  vinto a Waterloo, Napoleone sarebbe rientrato trionfalmente a Parigi  anziché partire mestamente per Sant’Elena.</span></p>
</div>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<div>
<p><span style="color: #0000ff;">Il Partito democratico nacque anche con due ambizioni, una dichiarata e una sottaciuta.  Quella dichiarata era unire i riformisti italiani in una forza a  vocazione maggioritaria, in grado di governare da sola. Quella  sottaciuta era creare un partito di sistema (qualcuno arrivò a parlare  di «partito della nazione»). Il partito che — in un Paese di anomalie:  alto debito pubblico, bassa crescita, e una destra molto forte ma vista  dall’estero come un po’ sgangherata, tra berlusconiani, leghisti e  postfascisti — parlasse con l’Europa, fosse considerato un interlocutore  affidabile dalle istituzioni e dalla finanza internazionali. Anche con  questa logica, in nome di questo schema, il Pd è tornato al governo un  solo anno dopo la disastrosa sconfitta delle elezioni del 2018. Ma  nessun partito può prescindere dal consenso. Dai risultati dell’azione  di governo, a cominciare da sviluppo e posti di lavoro. In una parola,  dalla realtà.<span style="color: #ff6600;"> Aldo Cazzullo, Il Corriere della Sera, 17 agosto 2020</span></span></p>
</div>
</h3>
]]></content:encoded>
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