Archivio per la categoria ‘Costume’

FINI? e’ AFFLITTO DAL VIRUS “B”

Pubblicato il 8 marzo, 2011 in Costume, Politica | No Comments »

Smunto e incattivito, Fini sembra malato. Potrebbe essere afflitto dal cosiddetto virus B, morbo che sta consumando lui e la sua gracile creatura politica.

B come Berlusconi. Gianfranco ha sognato di distruggerlo ma alla fine Berlusconi sta distruggendo lui. Assieme all’acerrimo amico Silvio, Fini ha fondato il Pdl ma solo obtorto collo, bollando l’operazione come «comica finale». Poi s’è ricreduto pensando ai vantaggi elettorali e in extremis è salito sul predellino incassando parlamentari, sottosegretariati, ministeri, posizioni di potere per la sua An e la presidenza della Camera per sé. Poi ha pensato che Berlusconi fosse al tramonto e, a sangue freddo, ha cominciato a colpire a palle incatenate l’alleato. Controcanto su tutto, stillicidio quotidiano fino a provocare lo strappo definitivo e l’addio al Pdl. Ha studiato a tavolino il momento della spallata definitiva ma alla fine la spalla se l’è slogata Gianfranco. Con la mozione di sfiducia andata a vuoto lo scorso 14 dicembre ha perso battaglia finale, parlamentari, credibilità e pure la faccia.
B come Bossi. Da sempre temuto e odiato, il Senatur è stato uno dei bersagli preferiti di Gianfranco. Quando ancora andava a braccetto con Berlusconi, Fini soffriva del rapporto privilegiato che Silvio aveva con l’Umberto. Roso dall’invidia e geloso dell’intesa che Bossi ha sempre avuto con Tremonti, nel 2004 Gianfranco arrivò perfino a pretendere e ottenere la testa del superministro dell’Economia pur di dare un dispiacere al Senatur. Quella volta Berlusconi cedette. Di recente, tornato al suo posto un Tremonti blindato proprio dalla Lega, Fini è tornato a sparare a mitraglia sul Carroccio. Nel mirino: quote latte, tagli lineari, federalismo, fondi Fas bancomat di Bossi, cultura di zotici a cui non importa nulla di quello che accade a sud del Po. Fini ha picchiato duro su Bossi salvo poi, esigenze di spregiudicatissima tattica, cercare di lisciargli il pelo e di sedurlo con offerte bislacche: «Molla Berlusconi e ti diamo il federalismo e anche il premier. Per noi Maroni va benissimo». Bossi non ha ceduto, l’asse con Berlusconi s’è rinsaldato e Fini ha perso anche su questo fronte.
B come Bindi e Bersani. Pur di disarcionare il Cavaliere, Fini s’è spostato talmente a sinistra da prefigurare una santa alleanza perfino con il Pd. Il famoso governo del «Ttb», tutti contro Berlusconi, capace di affascinare gli alchimisti della Prima Repubblica e i supertifosi dell’esecutivo tecnico, magari benedetto da Napolitano. Peccato che a furia di considerare a torto il Cavaliere in coma e di sognare di staccargli la spina, il Fli s’è spinto su posizioni pericolosamente vicine ai Di Pietro e ai Bersani. Tanti futuristi moderati non hanno digerito l’operazione e hanno cominciato a dire addio al Fli. Adesso Fini cerca di correre ai ripari dicendo che lui no, non è e non vuol essere di sinistra. Ma ormai la sinistra lo insegue. La Bindi lo adula: «Collaboriamo per ricostruire l’Italia». Bersani già lo abbraccia: «Il patto con il terzo polo si farà». E i mal di pancia delle colombe futuriste tornano a farsi sentire.
B come Bocchino. È il suo indiscusso braccio destro: scaltro, furbo, svelto, instancabile organizzatore, collettore di finanziamenti meridionali, devoto e brutale. Bocchino è quello che incarna meglio il suo livore antiberlusconiano ed è per questo che Gianfranco gli ha messo in mano le chiavi del partito. Il guaio è che la mossa gli è costata e gli costerà cara. Lo ammette, candido, Urso: «La linea politica dei falchi ha avuto un prezzo: 4 deputati e 4 senatori in meno». nsomma, il virus B sta massacrando Gianfranco che ora teme di far la fine del suo predecessore a Montecitorio. Nel 2008, a termine del suo mandato come presidente della Camera, il leader della Sinistra arcobaleno non riuscì a mandare in Parlamento nemmeno un uomo. E quel leader si chiamava Bertinotti. Con la B.

8 MARZO: STRISCIA LA NOTIZIA SMASCHERA I FALSI MORALISTI DI REPUBBLICA CHE SPOGLIA LE DONNE IN PRIMA PAGINA

Pubblicato il 8 marzo, 2011 in Costume | No Comments »

Una foto pubblicitaria con il corpo nudo di una donna su Repubblica: moralisti d’accatto.

Sfruttamento del corpo femminile. Donne in tenuta adamitica, natiche coperte da perizomi millimetrici, seni nudi, cosce chilometriche mostrate in tutta la loro maestosità. E’ berluscolandia? No. Non solo, almeno. C’è una battaglia di cui nessuno parla, una crociata contro il perbenismo peloso che non fa clamore. Il guru di questa battaglia è l’uomo che creato il Gabibbo capitan ventosa: Antonio Ricci, un uomo non in odore di berlusconismo. La sua ultima fatica è un documentario che si chiama il Corpo delle donne  (la versione al rovescio dell’opera di Lorella Zanardo, la sacerdotessa della sinistra femminista . Un filmato che è stato integralmente trasmesso da Matrix poche settimane fa. Chi ci sarà nel mirino di un prodotto che difende la dignità femminile? Berlusconi? Il bunga bunga? Qualche drago divoratore di fanciulle? Tenetevi saldi alle vostre sedie, è una novità: il gruppo editoriale l’Espresso. Si parla di loro. Sì, proprio di quelli che un numero sì e l’altro anche attaccano Berlusconi e i suoi amici di fare carne da macello di tutte le donne.

Venti minuti di radiografia dei media dell’intellighentia di sinistra. Quelli che hanno sempre ragione, quelli che sono il buon senso a prescindere da tutto: Repubblica, Repubblica.it e l’Espresso. La tesi del servizio è semplice: voi che accusate tutti di mercificare il corpo delle donne, voi siete i primi a sfruttarlo per i vostri interessi. Che non è una giustificazione, ma è come dire: da che pulpito viene la predica. Il documentario è una radiografia analitica dei media di De Benedetti: donne discinte che ammiccano il lettore-acquirente in posizioni da manuale di kamasutra, articoli chilometrici sull’ultimo trend di impianto di silicone al seno, fotogallery del miglior sorriso al botox di Hollywood e video pruriginoso del backstage del calendario di qualche velina.

Tutto fa vendere, ogni centimetro di carne femminile fa marketing. La stessa velina di cui, magari, nel commento della pagina prima si stigmatizza la frenesia di mettersi in mostra stivalata su qualche rotocalco. E’ sempre lo stesso Stivale, quello dei due pesi e delle due misure. Le veline vanno esibite al pubblico ludibrio della piazza, anche se per gli stessi intellettuali di sinistra il Drive in era un passo lungo nel cammino luminoso della lotta di liberazione dei costumi femminili . Lo stesso Ricci che prima era un alfiere della modernizzazione del paese e della libertà di informazione (non si può dire che Striscia abbia mai riservato un trattamento di favore ai politici della maggioranza) e che collezionava premi di giornalismo per le cronache dissacrati ora diventa n pericoloso collaborazionista. Tutta colpa delle veline.

Oggi è tutto diverso, di mezzo ci sono Berlusconi e la politica, quindi ogni gamba si trasforma in una leva per scardinare l’esecutivo. L’ultima battaglia è questa che vede contrapposta l’armata di Antonio Ricci e la corazzata di Repubblica. I nipotini di Scalfari alzano il ditino contro il velinismo di Striscia la notizia che decide di fargli le pulci. Il risultato è davanti agli occhi di tutti: il soft porno domina. Ma se è inserito in una cornice berlusconofoba va bene tutto… Oggi è l’8 marzo e va in scena il femminismo, cosa ci riserverà la prossima battaglia di Striscia? Fonte: Il Giornale, 8 marzo 2011

MARINA BERLUSCONI REPLICA A SAVIANO E LO ZITTISCE: “IO NON CENSURO, CRITICO”

Pubblicato il 7 marzo, 2011 in Costume, Cultura | No Comments »

Domenica sera durante la trasmissione di RAI 3 di Fazio, Saviano, come al solito senza contradditorio, ha accusato la figlia di Berlusconi di averlo censurato e di non saper fare l’editrice. A Saviano, che evidentemente ha solo cercato di giustificare il cambio di editore dopo le estermazioni su Berlusconi, ha replicato duramente Marina Berlusconi. Ecco come.

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“Di quale paura sta parlando Saviano? E di quale contraddizione? Non ho e non ho mai avuto paura di esprimere le mie opinioni, anche estremamente critiche: nei confronti di Saviano e non solo nei suoi”. Il presidente della Fininvest e della Mondadori, Marina Berlusconi, risponde alle accuse lanciate dall’autore di Gomorra, ospite ieri sera di Fazio a Che tempo che fa. “Il fatto è che Saviano continua a non distinguere, o a far finta di non distinguere – continua Marina Berlusconi – tra le mie opinioni personali e le scelte della casa editrice che presiedo”.

Marina Berlusconi replica a Saviano Quanto detto ieri sera da Saviano costringe Marina Berlusconi a intervenire in quella che ritiene “una polemica ormai stucchevole”. Ma non può tacere di fronte alle accuse avanzate ieri dal giornalista: “Avrei dimostrato ‘paura politica’ perché mi sarebbe mancato il ‘coraggio di dire chiaramente’ che non sopporto più le parole di Saviano, sarei protagonista di una ‘contraddizione pesante’ in quanto sedicente ‘editore libero che poi, quando qualcosa non va, mi dà addosso’”. “La libertà di pensiero e di espressione è un diritto universale che a nessuno, e sottolineo nessuno – ribatte la numero uno della Mondadori – può essere negato: tutti hanno il diritto di criticare e tutti possono essere criticati. Ma criticare non vuol dire censurare”.

Opinioni personali e scelte editoriali “Le mie opinioni personali – continua Marina Berlusconi – nulla hanno a che vedere con le scelte della casa editrice che presiedo. Scelte che erano e restano totalmente libere e pluraliste: e questo, sia ben chiaro, non ‘nonostante’ la famiglia Berlusconi come azionista di riferimento, ma ‘anche grazie’ a noi e al modo autenticamente liberale di interpretare il nostro ruolo di editori”. Marina Berlusconi spiega, poi, che “ci sono i vent’anni della nostra presenza in Mondadori a dimostrare che questi non sono proclami retorici ma fatti incontestabili”. “Del resto Saviano può lamentare una censura? Una minor attenzione da parte della Mondadori nei suoi confronti? – si chiede il presidente della Mondadori – la tutela della più assoluta libertà di espressione degli autori,a cominciare da Saviano, è e resterà al centro del nostro essere editori”. In tutto questo, Marina Berlusconi non vede “la minima contraddizione”. “La contraddizione mi sembra piuttosto quella di chi rivendica giustamente per sè la sacrosanta libertà di parola e di critica che poi però pare non riconoscere ad altri – spiega – ma al diritto di avere delle idee e di esprimerle non ho alcuna intenzione di rinunciare”. “Se tutto questo a Saviano non sta bene, francamente non è certo un problema mio, ma solo e soltanto suo – conclude Marina Berlusconi – per quanto mi riguarda, posso solo aggiungere, e concludere, che continuare a giocare sull’equivoco, a voler confondere la legittima manifestazione di un’opinione con le scelte editoriali, mi pare strumentale e provocatorio oltre che decisamente ripetitivo”.

FABIO FAZIO E IL “PLUARSIMO” DI RAI 3

Pubblicato il 6 marzo, 2011 in Costume, Politica | No Comments »

Puntata di ‘Che tempo che fa’ su politica e informazione. Ospiti? Di Pietro e Floris. Domenica c’è Saviano…

Il piccolo schermo continua a far discutere. Gli ultimi “campi di battaglia” su cui confrontarsi sono stati la proposta di una “Rai a targhe alterne” (con turnazione settimanale dei conduttori) e le polemiche sul ritorno (e sul compenso) di Giuliano Ferrara nella televisione pubblica. Polemiche sterili per qualcuno, proposte inaccettabili per altri oppure argomenti di legittima discussione. Ed ecco che allora Fabio Fazio dedica una puntata speciale del suo Che tempo che fa al tema “politica e informazione”, in onda ieri sera.


Gli ospiti? Antonio Di Pietro, l’ex magistrato oggi ultrà parlamentare e massimo esponente dell’antiberlusconismo militante che ha pontificato  sulla situazione politica, economica e sociale del Paese, e  sulla decisione presa dal ministro dell’Intero, Roberto Maroni, di non accorpare in un’unica data le prossime elezioni amministrative (fissate per il 15 e 16 maggio) e le tre consultazioni referendarie (su ritorno al nucleare, privatizzazione dell’acqua e legittimo impedimento).

Il secondo ospite è stato  Giovanni Floris, giornalista e scrittore, nonché conduttore di Ballarò, uno dei principali avamposti televisivi nella lotta al Presidente del Consiglio. Floris ha (s)parlato proprio del controverso documento presentato lo scorso 1 marzo in Commissione parlamentare di Vigilanza Rai dal Senatore Pdl Alessio Butti, il cosiddetto “Schema di risoluzione in materia di pluralismo nell’informazione e nei programmi di approfondimento”, il testo che prevede la già citata alternanza settimanale. Terzo ospite, Alberto Angela, il celebre conduttore che ha  presentato la nuova serie del programma Ulisse: il piacere della scoperta, che riprenderà a breve su Rai3. A completare la puntata le analisi climatiche e ambientali di Luca Mercalli, e la rubrica d’attualità curata da Massimo Gramellini, firma di punta de La Stampa, che di certo tenero con Berlusconi non è mai stato. Alla faccia del pluralismo…

Ma non è tutto. Perché nella seconda puntata settimanale, quella di  oggi, domenica, l’ospite unico sarà lo scrittore Roberto Saviano, braccio destro di Fazio nell’ormai celebre trasmissione Vieni via con me. L’autore di Gomorra torna in tv per presentare il libro che riprende il titolo della trasmissione dei monologhi, in libreria dallo scorso 2 marzo. Nel corso della puntata è stato annunciato che Saviano aggiornerà alcune delle vicende trattate sul piccolo schermo, parlando anche della sua esperienza televisiva e del suo rapporto con la politica. A fine puntata ci sarà il solito sbracato appuntamento con Luciana Littizzetto, che commenterà a modo suoi i fatti della settimana.

Per inciso, come Di Pietro la pensi sull’election day lo ha già anticipato venerdì sul suo blog, snocciolando la consueta serie di insulti e improperi. Maroni, secondo il leader Idv, è un ministro che fa “il contrario di quello che dovrebbe” e “brucia 50 milioni di euro”, insomma Maroni assomglia “a un pazzo o a un truffatore. In questo caso”, specifica, a “un truffatore” poiché i soldi “vengono bruciati per fare in modo che i cittadini non esercitino il loro diritto di voto, sancito dalla Costituzione”. Quindi, prosegue Tonino, “il Viminale finanzia, naturalmentea spese nostre, una plateale violazione delal Costituzione effettuata da chi più di ogni altro dovrebbe rispettarla e farla rispettare”. Libero, 6 marzo 2011

I TRAFFICANTI DI NOTIZIE PADRONI DELLA SINISTRA, di Giuliano Ferrara

Pubblicato il 6 marzo, 2011 in Costume | No Comments »

Perché non esiste più una auto­noma politica della sinistra? Perché l’opposizio­ne è governata dall’esterno, da giornalisti che fanno i magistrati e da magistrati che trafficano in noti­zie con i giornalisti?

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Perché non esiste più una auto­noma politica della sinistra italiana? Perché l’opposizio­ne è governata dall’esterno, da giornalisti che fanno i magistrati, gli origliatori, i pornoromanzieri, e da magistrati che trafficano in noti­zie con i giornalisti? Il giornalista di sinistra all’italiana è arrogante, è self­righteous (dal vocabolario: che si considera moralmente superiore, moralistico, bigotto). Non sopporta che qualcuno si metta in posizione di attacco, che lo critichi, che si difen­da su un piano di parità. Non cerca l’interlocutore, non accetta sfide ca­valleresche (vero, Scalfari?). Si sente investito di una missione che perse­gue senza rischi reali ma in modo fa­natico. Pensa di lavorare gratuita­mente per il bene della causa, e per il bene in generale. Non tollera dissen­si che non entrino di forza nel copio­ne di una commedia scritta da lui stesso, con protagonisti e antagoni­sti inventati allo scopo di compiace­re il lettore o lo spettatore, il suo incli­to pubblico di perbenisti. Esistono eccezioni, ma sono molto rare.

L’artista, lo scrittore, il giurista, il professore politicamente corretti so­no varianti di questa figura sociale del giornalista di sinistra all’italiana, e scrivono per lo più nei giornali o so­no (come diceva sorridendo Sergio Saviane) «maestri di gettonanza» te­levisiva. Frequentano voluttuosa­mente i luoghi in cui si realizza ben più che nell’arte o nell’accademia la loro vera identità psicologica, si esprime il loro rancore sociale, una infinita presunzione d’innocenza ol­tre il terzo, il quarto e il quinto grado di giudizio. Il loro idolo inconfessato è il mercato inteso nel senso idolatri­co del termine: le copie vendute, i premi amorosamente corrisposti, lo share of voice, la popolarità a buon prezzo, quella che si conquista dicen­do alla tua gente quel che la tua gente vuole sentirsi dire. Non c’è destrezza in tutto questo, non c’è mai sorpresa, non c’è invenzione. Abilità, inventi­va e imprevedibilità sono considera­te malandrinate, doti ciniche di un temperamento che può essere sì ro­busto, e che può anche incarnarsi in una qualche intelligenza, ma è ine­quivocabilmente votato al male mo­rale, alla doppiezza, a una mefistofe­lica incapacità di grazia.

Sono disposti alle più furbe mani­polazioni, ma sempre e solo nel qua­dro di questa strana teologia: la sal­vezza è amministrata dall’opinione pubblica, un corpo mistico e giudi­cante superiore all’elettorato, al po­polo, alle miserie quotidiane dell’uo­mo medio. Guardate i diari di Monta­nelli: era uno di noi, un principe del­l’ambivalenza, un uomo integral­mente inserito nel Palazzo della poli­tica, un qualunquista di talento, un gran pettegolo, un bel conservatore pieno di autoironia e di vanità dichia­­rata, un anticomunista e un italiano purissimo rassegnato amorevolmen­te a dannare e ad amare, con la riser­va dell’ironia e dell’intelligenza, il ca­rattere suo e dei suoi compatrioti. Ne hanno fatto un feticcio ideologico, in vecchiaia. Montanelli era il profeta dell’uomo comune, e faceva opinio­ne in questa veste; i suoi adoratori sa­crileghi schiacciano invece l’uomo medio sotto il peso di un’opinione che lo forgia, lo sovrasta, lo guida co­me una marionetta. I liberal america­ni, anche quando furono travolti da una variante eccentrica e molto im­probabile di comunismo a stelle e strisce, come avvenne al musicista dell’età di Roosevelt Aaron Copland, dedicarono al common man inni e fanfare con orchestre squillanti di ot­toni. I nostri guru di sinistra invece lo disprezzano, lo considerano la schiu­ma della terra, lo vogliono ridotto al silenzio. L’opinion,creatura dell’illu­minismo radicale nato in Francia, re­alizza l’utopia di un eroismo colletti­vo, arrembante, canterino, in cui non c’è spazio per il mito democrati­co anglosassone temperato da una autentica cultura liberale, per l’indi­viduo e per il cittadino. La classe dirigente di sinistra, quel­la che si conquista la nobile pagnotta della politica facendosi eleggere in Parlamento, praticando lo scambio e il negoziato, facendo esperienza e imparando tra gli errori l’arte di uni­re le forze in vista di obiettivi possibi­li, realistici,è soverchiata dall’opinio­ne e dai suoi padroni. I padroni del­l’opinione sono diventati i padroni della politica. Sono i nuovi padroni del vapore, per dirla con la formula del vecchio azionista e radicale Erne­sto Rossi. La loro offerta pubblica d’acquisto,una perfetta compraven­dita di influenza e prestigio, altro che le transumanze di quelli che varcano la linea in su e in giù, si dispiega a prezzi stracciati: inventano un lea­der al giorno, dettano condizioni im­pietose, misurano gli spazi vitali del­l­’informazione secondo le loro classi­fiche di rispettabilità e di ossequio ai dante causa. La destra si è scelto un padrone, un outsider, uno che si muove come un elefante nel negozio di cristalleria dell’Italia parruccona, corporativa, e del suo establishment fragile e insicuro. I padroni dell’opi­nione si sono scelti la sinistra, e la ten­gono ben stretta tra le loro mani. Giuliano Ferrara, Il Giornale, 6 marzo 2011

IL LUNGO VIAGGIO DI FINI DA MONTEVERDE (RIONE ROMANO) A MONTECARLO, di Marcello Veneziani

Pubblicato il 5 marzo, 2011 in Costume, Politica | No Comments »

Mi ha impressionato vedere Fini col viso pallido e provato e due orec­chie rosse. Di un rosso fuoco, come se lo avessero appeso per le orecchie. O come se la vergogna si fosse rifugiata nelle orec­chie. Fini sta tentando di riaccreditarsi a destra. Io non gli ho mai rinfacciato di aver tradito Berlusconi, ma di aver di­strutto proprio la destra, di aver tradito i suoi elettori e reso ingovernabile l’Italia. E di aver consegnato il governo nelle ma­ni della Lega, che non seppe controbilan­ciare. Fini è stato un magnifico sabotato­re di tutti i partiti che ha guidato. Liquidò il Msi (che oggi riaffiora in Rivolta Idea­le), cancellò la destra nazionale, abortì l’Elefantino, chiuse An e ora sfascia il neo­nato Fli: prima sbanda a sinistra, poi sgomma al centro, ora testacoda a de­stra. La trovata più geniale per cancella­re la fiamma fu l’invenzione della cocci­nella come simbolo del partito; nello spot l’insetto con i suoi escrementi trac­ciava la sigla An. Un partito nato dalla diarrea di un insetto non è destinato a grandi cose. Straordinario anche il suo fiuto sugli uomini. C’era un giudizio una­nime in giro: Bocchino non si sopporta. Ma che si crede d’essere, ma da dove è uscito, ma a che titolo minaccia. Il più detestato. E lui ha scelto proprio Bocchi­no alla guida del suo partitino, sacrifican­do pure i suoi fedeli giapponesi che si era­no dimessi per lui dal governo. Di strate­ghi come lui ne nasce uno al secolo. Si è fatto prendere dal livore: verso Berlusco­ni in primis, poi verso i colonnelli, verso i giornali di destra, verso i suoi stessi vo­tanti. Si era convinto che potesse fare a meno di tutti, alla fine pure dei marescial­l­i che lo hanno seguito nella missione sui­cida. E ora li considera allucinati o vendu­ti. Non dirò la stessa cosa di chi lo segue ancora: tra loro c’è pure gente rispettabi­le e in buona fede. Ora tenta di ricominciare da capo. Ma­gari andrà a rivedersi Berretti verdi con John Wayne, come fece a sedici anni, e poi si iscriverà al Fronte della gioventù, sezione pensionati. Ma sarà credibile quando lascerà Montecitorio e Monte­carlo e tornerà a Monteverde, da cui par­tì ragazzo. Fini che sorgi libero e giocon­do. Marcello Veneziani

SILVIO BERLUSCONI COME GHEDDAFI: L’ULTIMA BARZELLETTA di Giuliano Ferrara

Pubblicato il 5 marzo, 2011 in Costume, Politica | No Comments »

E’ in corso un tragicomico tentativo di spacciare le mille e una libertà italiane garantite anche negli anni di Silvio Berlusconi, e ampliate a dismisura, per un regime tirannico da abbattere con ogni mezzo. Il gruppetto ribaldo di Micromega, gli editorialisti neopuritani di Repubblica e altri virtuisti incoscienti sparsi qui e là non badano alle parole, iniettano testosterone e altri eccitanti nella folla smarrita dei loro lettori ideologizzati in una corsa che supera perfino o almeno compete con la demenzialità dei talk show.

Quel mattocchio di Gad Lerner s’inventa un bonzo autoincendiario e lo mette nel conto al governo. «Con ogni mezzo» è la parola d’ordine. Vogliono trasformare una legittima maggioranza elettorale e parlamentare, e il difficoltoso e spesso stentato esercizio del potere repubblicano, in un regime da abbattere con la violenza, come la piazza araba con i rais. Per ora la violenza è delle parole, poi si vedrà.
Eppure Berlusconi è la dolcezza di vivere, la volontà di piacere, l’ingenuità moderata del potere («Non voglio disturbare il colonnello» è una frase malaccorta ma autentica che passerà alla storia semantica della politica). Troppa grazia, verrebbe da dire. Ve lo immaginate un Muammar Gheddafi inseguito per anni dai magistrati, dai giornali, dai talk show, e scrutato a mero scopo di vilipendio nel pubblico e nel privato, indagato, pedinato, origliato, violato in ogni sacrale spazio della sua vita personale? Consiglio alle vittime della farsesca e inquietante campagna contro la tirannia berlusconiana di guardarsi il discorso di quell’uomo imbacuccato in preda alla paranoia che è Gheddafi, gaddianamente un Buce, un Truce e un Duce: capiranno in un istante da che tiranno sono governati, per differenza. Tra la danza di morte del beduino e gli aggraziati minuetti del Cav non esiste paragone possibile, i veri tiranni, i veri ossessi del potere sono i più estremisti tra i suoi nemici, coloro che lo assolutizzano.
Nel colonnello libico si riassume la tragedia sconnessa e terribile di un potere in autocombustione psichiatrica, sono lui e Fidel Castro i due despoti di gigantesca e nera levatura della fine di secolo novecentesca; in Berlusconi e nei suoi innocui video si vedono invece la tenacia, ma anche il carattere fatalmente relativo del potere, la saggezza compiacente del sorriso largo. Si capisce che per quell’uomo la politica è un sistema di vita da fuggire nel privato, nella festa, nel canto, una scelta pubblica imposta dalla situazione e poi praticata con un misto di noia e diletto, in un vertiginoso e totale rispetto del consenso popolare, sempre censito anche quando non ci sono le elezioni, sempre al comando attraverso i sondaggi, che sono le mitragliette e l’aviazione incapace di far vittime del nostro dittatore, del nostro rais.
La pericolosa buffonata dell’assimilazione del potere italiano a quello delle dittature arabe vale in sé due soldi, ma appunto è insidiosa, è il frutto di un disturbo mentale usato da scaltri lobbisti per propagare altro disturbo mentale, per diffonderlo nella parte di questo Paese che si considera perdente. È la strategia del rancore, una livida battaglia che porterà abbondanti dosi di male in nome del loro fottutissimo bene.

CASE DI ENTI PUBBLICI A PREZZO SONTATO: SPUNTA IL NOME DELLA SEN. FINOCCHIARO, L’ULTIMA GIOVANNA D’ARCO DELLA SINISTRA MILITANTE

Pubblicato il 26 febbraio, 2011 in Costume, Cronaca, Politica | No Comments »

La senatrice Pd ha acquistato a Roma un appartamento dalla Cassa del notariato: 30% in meno sul valore reale e senza requisiti

Alla fine c’è cascata anche Anna Finocchiaro. La capogruppo del Pd al Senato poco meno di un anno fa ha comprato un appartamento di 180 metri quadrati sul colle che sale sopra San Pietro, dietro la Gregorio VII, a Roma. Fin qui niente di male, perché dopo 24 anni a fare la spola tra la Capitale e la natia Sicilia è normale che la papavera del centrosinistra abbia scelto di rendersi la vita più facile. Un po’ troppo comoda, però, visto che per l’appartamento ha speso 745mila euro, prezzo più che di favore visto zona e metratura (in più, altri 45mila euro per un box auto). L’investimento a prezzo speciale, fatto per le figlie, che risultano acquirenti dell’immobile, ma con usufrutto per la senatrice ed il marito Melchiorre Fidelbo, rientra a pieno titolo nel faldone dell’Affittopoli (in questo caso vendopoli) romana. Perché a cedere casa e box è stata il 17 maggio scorso la Cassa nazionale del notariato, ultimo atto di una campagna di vendita del proprio patrimonio immobiliare.

Primo problema: la Finocchiaro ha pagato poco più di 4.000 euro al metro quadrato, contro la media di circa 6.400 euro nella zona. Vale a dire, circa il 30% in meno rispetto ai valori di mercato. Capita,  quando si compra dagli enti previdenziali.
Ecco il secondo problema: di solito, lo ’sconto’ è riservato agli inquilini o a notai. Ma la famiglia Finocchiaro-Fidelbo non ha mai abitato in quella casa né risulta abbia legami parentali con alcun notaio. Tutt’al più, la Finocchiaro per carriera politica ha maturato ottimi rapporti di amicizia con l’ex presidente dei notai Gennaro Mariconda e, presumibilmente, con il direttore della Cassa che le ha venduto l’appartamento, Valter Pavan. Che, tra l’altro, ha acquistato un appartamento nello stesso palazzo.Fonte: LIBERO, 26/02/2011

FERRARA IN TV: SE LA STAMPA LIBERA NASCONDE LE NOTIZIE

Pubblicato il 26 febbraio, 2011 in Costume, Politica | No Comments »

Caricate, mirate, fuo­co. Giuliano Ferra­ra ha il coraggio di chi sa ridere in fac­cia al plotone d’esecuzio­ne. La scelta di andare su Raiuno, dopo il Tg, è in questo clima da caccia al berlusconismo una sfida a viso aperto. Non gli ri­sparmieranno nulla. Di­ranno che è venduto, prez­zolato, becero, volgare, una miserevole macchina del fango. Diranno che la sua intelligenza, la sua cul­tura, la sua ironia, sono un bluff che finalmente viene smascherato. Non ci sarà più un cane a leggere il Fo­glio come un quotidiano elegante e raffinato. La sa­tira intelligente si scatene­rà sulla ciccia e sui chili di troppo. Lo accuseranno di avere qualche parente camorrista e gli rinfacce­ranno di non essere come Bocchino al di sopra di ogni sospetto. L’Elefanti­no verrà linciato in piazza con la stessa ghigliottina con cui hanno tagliato la testa ai servi del padrone. L’odio verso il Cav ha vin­to su ogni sentimento ra­gionevole. I giacobini han­no messo a tacere i mode­rati e si sono inventati un Paese sotto dittatura. Quando provi a spiegare, parlare, si mettono le ma­ni alle orecchie e ti danno del venduto. Scusate, ma ci siamo rotti le scatole di questa storia. Ferrara non può andare in Rai, Travaglio sì. Il Gior­nale qualsiasi notizia dia è fango, Repubblica e Fatto posso sputtanare chiun­que non la pensi come lo­ro perché è libertà di stam­pa. Il Giornale manipola il linguaggio, loro fanno giornalismo d’inchiesta. Se Ostellino sul Corriere prova a esprimere una mezza opinione viene marchiato d’infamia e fini­sce nelle retrovie. Ma nes­suno alza la mano per dire che gli editoriali del Fatto sparano puntualmente sulla dignità umana degli altri. Avete mai letto cosa scrive Travaglio di Ostelli­no? Non contrasta le sue idee, punta a denigrare l’uomo. Qualche sera fa il comi­co Vergassola, in tv sul di­vano della Dandini, ha sparato una battuta: «Ber­lusconi ha chiesto il nume­ro di telefono di Naomi Campbell? Gli mancava una negra per finire la col­lezione ». L’avesse detta qualcuno vagamente non anti Cav sarebbe stato massacrato. In quel caso non è satira, ma razzismo. Ma nessuno qui, in questo giornale bastardo, darà mai del razzista a Vergas­sola. È satira, più o meno divertente, più o meno vol­gare. C’è sempre qualcuno, però, che si sveglia per im­partire la sua lezione di giornalismo. I rimbrotti, chiaramente, sono per noi. L’ultimo è Pierluigi Battista. Pigi si scandaliz­za in video, sulla rubrica che ha sul Corriere Tv , il Sorpasso, per il titolo del Giornale sugli arresti in Pu­glia. È uno scandalo che mette in forte imbarazzo il Pd, svela malcostumi e rac­comandazioni, e sfiora an­che il pio Vendola. L’accu­sa è che non siamo garanti­sti. Abbiamo già condan­nato il senatore Tedesco. Non è così. Per noi Tede­sc­o resta innocente fino al­la sentenza. Ma non si può non notare che la Puglia di Vendola non sia un paradi­so di etica sanitaria. Non si può non registrare che l’ex assessore Tedesco è stato portato in Senato per salvarlo dallo scandalo. Non si può non vedere, og­gi, che la notizia barese è stata nascosta da chi cam­pa con le procure antiber­lusconiane. Minimizzata. Da Fatto , Repubblica ,Uni­tà e dallo stesso Corriere . Per Battista questa è la pro­va che non­bisogna crede­re più di tanto a quello che scrivono i giornali. Com­preso il suo, che l’editoria­li­sta del Corriere evita di ci­tare. Ma quale mostro il buon Battista sbatte in pri­ma pagina? Il Giornale , na­turalmente. Siamo alla fie­ra dell’ipocrisia. È ora che i maestri del giornalismo comincino a guardare il fango che sprizza dai loro occhi. Oppure siete trop­po ciechi per vederlo?

NARRACI QUESTO, NIKI, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 25 febbraio, 2011 in Costume, Politica | No Comments »

«Narrazione» è un termine molto caro a Nichi Vendo­la, governatore della Pu­glia, leader della sinistra radicale, moralista tutto­logo a tempo pieno. Lui non parla, narra. C’è la narrazione della politica, dell’economia, della giu­stizia, del mondo intero. Vediamo se saprà narrare anche la retata che ha por­tato all’arresto di un suo ex assessore, ora senato­re, del suo caposcorta e di funzionari nominati dal suo governo. L’inchiesta, nella quale anche lui è sta­to indagato, riguarda una maxi truffa nel giro della sanità pubblica pugliese. Per la sinistra è un brutto colpo.

Qui non si parla di questioni e di soldi priva­ti, ma di malandrini e de­nari pubblici. Se Berlusco­ni deve essere processato per non aver selezionato eticamente gli ospiti delle sue serate, che si dovreb­be fare a Vendola che è sta­to, nella migliore delle ipo­tesi per lui, incapace di scegliersi gli uomini a cui affidare i soldi e la salute di una intera regione? Non lo vogliamo vedere al­la sbarra ma – se proprio non si può mandarlo a ca­sa – almeno che la pianti di fare il maestrino narra­tore che dà voti a tutti. Ovviamente, per lui var­rà a prescindere la tesi che poteva non sapere (cosa non applicata a poli­tici di centrodestra) che cosa stavano combinan­do i suoi uomini. Probabil­mente era distratto dalle comparsate in tv e da qual­che «narrazione» antiber­lusconiana.

Del resto, a si­nistra, cadono sempre dalle nuvole. Anche se poi, come dimostra il ca­so Unipol, che il Pd si stes­se per fare una banca, Fas­sino e D’Alema l’avevano intuito al punto che già si preparavano a festeggia­re (salvo poi negare tut­to). Ora sarà interessante ve­dere se il Pd concederà l’autorizzazione all’arre­sto per il suo malcapitato senatore Tedesco. Se fos­se coerente dovrebbe far­lo, e anche con un certo entusiasmo. Ma siccome, dicono le malelingue, l’ex assessore è stato messo al Senato proprio per garan­tirgli l’immunità almeno dalle manette, prevedo che il voto sarà sfavorevo­le. Perché da quelle parti sono tutti bravi a stare con i magistrati, ma solo se nel mirino non ci sono lo­ro. D’Alema insegna.