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LA DESTRA INTELLETUALE, TROPPO AVANTI E PERCIO’ EMARGINATA E SCIPPATA

Pubblicato il 1 ottobre, 2011 in Costume, Cultura | No Comments »

Ecco gli intellettuali “maledetti” che precorsero i tempi. Le loro idee? Saccheggiate dalla sinistra

Intellettuali di destra

Giorgio Pisanò, Gianna Preda, Angelo Manna… li citavo giorni fa a proposito della scomparsa di Enzo Erra. Sarebbe tutta da scrivere, ma è un’impresa difficile, la Spoon River dei precursori dimenticati, spesso maledetti o emarginati in vita, che hanno avuto postuma ragione ma per interposta persona. Citavo Pisanò non in veste di politico missino ma di giornalista – rilanciò il Candido alla morte di Guareschi – anzi di inviato postumo nei luoghi dolorosi della guerra civile. Pisanò fu tra i primi a compiere l’arduo e meticoloso lavoro di tirare fuori dall’oblio e dalla damnatio memoriae storie e tragedie dell’ultima guerra.

Fu un lavoro aspro che rimase in un circuito nostalgico. Poi, dopo tanti anni, arrivò da sinistra Giampaolo Pansa e riportò alla luce le storie dei vinti, con grande e meritato successo editoriale. Citavo poi Gianna Preda, firma di punta del Borghese negli anni sessanta, mordace e aggressiva nel suo giornalismo d’assalto.

Era lei la Camilla Cederna della destra, anzi la Fallaci degli anni sessanta quando l’Oriana era ancora di sinistra. Poi arrivò la Fallaci dopo l’11 settembre e si sentì nuovamente il linguaggio del vecchio Borghese, inclusa l’esortazione a ritrovare la rabbia e l’orgoglio di un occidente vile, arreso al nemico; ma con ben altra accoglienza. Si legga di Gianna Preda (Predassi era il suo vero cognome) la vivace autobiografia, Fiori per Io, o si ritrovino le sue interviste che mettevano in crisi i governi o i suoi dialoghi con i lettori.

Citavo poi Angelo Manna, giornalista del Mattino e deputato missino, che fu il primo a raccontare negli scritti e nelle tv private napoletane l’altra faccia del Risorgimento e il sud violentato e tradito. Se Carlo Alianello (o Silvio Vitale) scriveva l’epopea del sud preunitario, Manna trasmetteva a livello popolare l’orgoglio meridionalista contro la Malaunità. Poi, molti anni dopo, arrivò da sinistra Pino Aprile con il suo efficace Terroni e conquistò il successo editoriale e l’attenzione dei media negata al “reazionario” Manna. Penso a Nino Tripodi, intellettuale e politico missino, direttore del Secolo d’Italia, che ricostruì il percorso dei voltagabbana dal fascismo all’antifascismo, ma solo di recente (penso ad esempio al lodevole I redenti di Mirella Serri) sono stati portati alla luce quegli «intellettuali sotto due bandiere».

E a proposito di fascismo, penso al meticoloso lavoro storico-giornalistico di Giorgio Pini e Duilio Susmel su Mussolini, usato poi da Renzo De Felice. O Roberto Mieville che descrisse in Criminal fascist camp quel che solo oggi si riscopre grazie ad Arrigo Petacco col suo Quelli che dissero No: gli italiani che dopo l’8 settembre preferirono il campo di concentramento alla resa.
Citavo pure Alfredo Cattabiani (e con lui Mario Marcolla), che prima con le edizioni dell’Albero, poi con Borla, infine soprattutto con Rusconi, scoprì e tradusse interi filoni di pensiero ed autori che poi sarebbero diventati alimento di base per l’Adelphi di Calasso: Guénon, Florenskij e Zolla, Cristina Campo e Simone Weil, Ceronetti e Quinzio, Severino e Jünger, Alce Nero e Comaraswamy, oltre a Eliade, Tolkien e altri autori. Adelphi sterilizzò del catalogo Rusconi il filone cattolico-tradizionale, quello ispirato da Del Noce risalendo fino a de Maistre, e riprese l’altro filone tradizionale spiritualista, mai riconoscendo il ruolo dei precursori.

La Rusconi destò invece la preoccupata attenzione di Pasolini che agli inizi degli anni settanta denunciò la nascita editoriale di una destra colta e raffinata. E Walter Pedullà auspicava un cordone sanitario per isolare quella cultura; non i picchiatori, ma gli scrittori e i libri della destra. La stessa cosa accadde con le edizioni Volpe e con Claudio Quarantotto che pubblicò per le edizioni del Borghese opere e scritti di Jünger e Cioran, Spengler e Mishima, poi sdoganati altrove con successo.

Vi dicevo di Enzo Erra paragonato a Giorgio Bocca. Proseguendo nella vite parallele penso a Mario Tedeschi, uscito come Eugenio Scalfari da Roma fascista, e poi direttore come lui di un settimanale di successo, Il Borghese, che col suo fondatore Leo Longanesi fu una splendida rivista di élite, ma con Tedeschi superò le centomila copie e negli anni sessanta vendeva più del suo dirimpettaio di sinistra, L’Espresso di Scalfari. Poi Tedeschi, dopo la parentesi parlamentare missina, finì ai margini del giornalismo; mentre Scalfari, dopo la parentesi parlamentare socialista, fu venerato fondatore de La Repubblica.

O Giano Accame, lucido giornalista e intellettuale, vissuto ai margini del giornalismo e della cultura. E Fausto Gianfranceschi, scrittore e giornalista di valore. O Piero Buscaroli, fior di giornalista storico e musicologo, per anni costretto allo pseudonimo sul nostro Giornale che, grazie a Montanelli, lo ospitava negli anni di piombo però sotto falso nome (Piero Santerno).

O talenti precocemente stroncati dal destino, come Rodolfo Quadrelli o Adriano Romualdi. Vorrei ricordare il frizzante Adriano Bolzoni, autore prolifico di sceneggiature e di reportage storico-giornalistici, dimenticato come Luciano Cirri, salace critico televisivo prima di Sergio Saviane e di Aldo Grasso. Cirri fondò con Castellacci e Pingitore il cabaret “di destra”, Il Giardino dei supplizi e il Bragaglino, divenuto poi Bagaglino, nato da una costola del Borghese e de Lo Specchio di Giorgio Nelson Page.

E Giancarlo Fusco o Nino Longobardi, personaggi estrosi e briosi osservatori dei costumi, ma irregolari e dalla parte sbagliata.

O grandi firme del giornalismo politico come il socialfascista Alberto Giovannini, che diresse Il Roma e Il Giornale d’Italia, o i conservatori liberali Enrico Mattei de Il Tempo e Panfilo Gentile su Lo Specchio, critico della partitocrazia e delle democrazie mafiose. Appestati in vita, dimenticati in morte. O la heroic fantasy, fiorita a destra (uno su tutti, Gianfranco de Turris) e poi scoperta con successo altrove. Non mi addentro a citare gli studiosi, gli autori non conformisti, limitando questa Spoon River al giornalismo e all’editoria: ma non erano scarsi né in numero né in qualità.

Il filo comune che lega tutti loro, oltre l’appartenenza a quel variegato arcipelago destrorso, è l’oblio già in vita (pochi di loro sono viventi). Taluni percorsero vite parallele o furono precursori in ombra di altri venuti da sinistra e baciati dal successo. Tanti ci saranno sfuggiti e ci dispiace. A tutti loro portiamo il modesto fiore del ricordo. Marcello Veneziani, Il Giornale 1° ottobre 2011

………….Grazie, Caro Veneziani, per questo inestimabile tuffo nel nostro passato, attraverso i nomi  degli intellettuali, dei giornalisti, degli scrittori, delle “testate”  che hanno indirizzato e poi fortificato la nostra scelta all’alba della nostra vita, che ci hanno accompagnato nel lungo percorso della nostra battaglia politica, che ci hanno aiutato, con  l’esempio delle vessazioni subite, a non lamentarci delle nostre, che ci hanno aiutato a formare la nostra coscienza. Grazie Veneziani, ma soporatutto grazie a Loro, ai pochi viventi e ai tanti scomparsi,  ma vivi nella memoria degli uomini liberi. g.

LA PAURA DI TORNARE A FARE LA FAME

Pubblicato il 29 settembre, 2011 in Costume, Cultura | No Comments »

DI GIAMPAOLO PANSA

Gianpaolo Pansa Esce il 4 ottobre il nuovo libro di Pansa “Poco o niente”.  Attraverso la storia della sua famiglia  Pansa racconta l’Italia derelitta che ha sfondato e quella che ora è sull’orlo del baratro. Eccone un’anticipazione  a cura dello stesso Autore.

La grande paura del Duemila è di ritornare poveri. È il timore nuovo che leggo negli occhi di molte persone. E che affiora sempre più spesso anche dalle loro parole, non appena si comincia ad accennare al futuro. Tanti genitori si chiedono quale sarà la vita che attende i loro figli. A volte m’imbatto in nonni angosciati da quanto potrà accadere ai nipoti. Sono pochi quelli che non si fanno domande. E sostengono di non provare nessuna di queste ansie. Li ascolto con un pizzico di invidia perché non hanno i dubbi che, al contrario, inseguono anche me. È questo il regalo del nostro difficile e torbido inizio degli anni Duemila. Prima una crisi finanziaria globale, poi la crisi economica che riduce molti redditi famigliari, la crescita dei disoccupati, l’obbligo di intaccare i risparmi, i bilanci di molte nazioni a rischio di fallimento. E infine il divampare della questione dei giovani: non trovano davvero lavoro o aspirano a un lavoro impossibile da conquistare? Nei decenni passati le cose non andavano così. Certe paure non avevano ragion d’essere. Me lo conferma la mia storia personale. E soprattutto quella della famiglia dove sono nato e cresciuto. Come leggerete in questo libro, mio padre Ernesto e mia madre Giovanna venivano da un’infanzia segnata dalla povertà. Quella di mio padre, poi, era stata marchiata da una condizione ben più dura: la miseria. Ma entrambi guardavano al futuro con fiducia. Ernesto aveva vissuto i primi vent’anni tra gli ultimi della scala sociale. Mangiando poco. Vestendo panni smessi da altri. Calzando scarpe di ripiego, ottenute grazie alla carità del parroco del paese. E soprattutto iniziando a lavorare da bambino. Quando venne arruolato dall’esercito e fu mandato al fronte nella prima guerra mondiale, era un ragazzo soldato che non aveva ancora 19 anni. Ma toccò il cielo con un dito. Si riteneva fortunato e in Poco o niente scoprirete il perché. Alla mia nascita, Ernesto e Giovanna avevano un lavoro in grado di mantenere se stessi e i figli. Lui era un operaio dello Stato, un guardafili delle Regie poste e telegrafi. Lei era diventata una modista e una pellicciaia provetta. Grazie al suo negozio, guadagnava più di mio padre. Ma anche Giovanna ha faticato tutti i santi giorni, sino alla vigilia di morire. Non si sono mai concessi alcun lusso. Non hanno mai posseduto un’automobile. Non sono mai andati in vacanza. Però hanno sempre avuto una certezza: tanto io che mia sorella avremmo vissuto un’esistenza migliore della loro. Una certezza che oggi molti genitori non possiedono più. Ernesto e Giovanna mi hanno fatto crescere senza obbligarmi ad affrontare nessuno dei sacrifici incontrati da entrambi. Mi hanno messo in mano libri che non avevano potuto leggere. Mi hanno aiutato a frequentare scuole che gli erano state negate. Mi hanno protetto con una generosità illimitata, ma avvisandomi che, da un certo momento in poi, avrei dovuto far conto sulle mie sole forze. Li ho sempre visti felici di potermi offrire una vita tutta diversa dalla loro. Mi incitavano ad approfittare del piccolo benessere conquistato anche per me. Dicevano: guarda che non capita a tutti la fortuna di studiare, devi cercare di meritarti il regalo che hai ricevuto, grazie ai nostri sacrifici. Quando sono entrato all’università, era il 1954 e avevo appena compiuto 19 anni, mio padre stentava a nascondere un orgoglio felice. Mi raccontò: alla tua età ero un soldato ignorante, arrivato appena alla quarta elementare, e stavo al fronte insieme a tanti altri militari uguali a me. Molti erano analfabeti, non sapevano neppure parlare l’italiano, si esprimevano unicamente nel dialetto dei loro paesi. Un piemontese e un siciliano potevano morire l’uno accanto all’altro, nella stessa trincea. Però non riuscivano a capirsi: erano come due stranieri arrivati da nazioni lontane. Soltanto gli ufficiali non erano così. Ma anche tra loro di laureati se ne trovavano pochi. Invece tu, caro Giampa, frequenti l’università. E io potrò vantarmi di avere un figlio dottore! Ernesto mi seguì, passo dopo passo, lungo tutto il percorso di studente universitario. In un taccuino segnava gli esami che avevo superato e il voto ottenuto. Mi resi conto che sapeva tutto del corso di studi al quale ero iscritto. (…). Pretendeva che i miei voti fossero sempre alti. Se dopo una serie di trenta, portavo a casa un ventisette, lo scoprivo deluso. Non mi diceva nulla, però capivo che si era aspettato di più. Venne a Torino per assistere alla mia laurea in Scienze politiche, a Palazzo Campana, la sede delle facoltà umanistiche. Stava per compiere 61 anni ed era la prima volta che metteva piede in un santuario della cultura accademica, un operaio fra tanti professori e studenti. Si preoccupò molto nell’ascoltare il battibecco fra il relatore della mia tesi e il presidente della commissione di laurea. Era il magnifico rettore dell’ateneo, un vero barone, autoritario e stizzoso. Si lamentava delle troppe pagine che avevo scritto. Ma forse non gli garbava l’argomento: la guerra civile nella mia provincia, quella di Alessandria, fra Genova e il Po. Ernesto ebbe il timore che il fastidio del rettore potesse nuocere al mio voto di laurea. (…). Però nella vita si era imbattuto in momenti molto peggiori e decise di restare sino alla fine della cerimonia, confuso tra il pubblico. Quando mi vide premiato con il massimo dei voti e la menzione della dignità di stampa, scappò via di corsa a prendere il treno e ritornò da solo nella nostra città, dove lo aspettava mia madre, assai più tranquilla di lui. Alla sera, quando ci ritrovammo a casa, mi abbracciò dicendomi: una laurea come la tua ti garantirà una vita diversa da quella che abbiamo fatto la mamma e io. La stessa certezza ho avuto nei confronti di mio figlio Alessandro. (…) Non nutrivo nessun timore per il suo futuro. Erano i primi anni Ottanta e non esistevano le apprensioni di oggi. Per un bravo laureato l’avvenire era sicuro. Niente precariato. Un lavoro tutelato da un buon contratto. Uno stipendio all’inizio modesto, ma destinato a crescere con il tempo e l’esperienza. Un percorso professionale aperto a ogni possibilità. Una carriera non facile, che tuttavia poteva condurti in alto. Grazie al merito e senza bisogno di contare sulla protezione di qualche santo in paradiso. I padri di oggi come vedono il futuro dei figli? Sempre più spesso sono indotto a pensare che, nella maggioranza dei casi, non siano in grado di prevedere niente. Tanto che, a volte, non si pongono nessuna domanda perché hanno paura della risposta. (…). Giampaolo Pansa

……..La storia dei genitori di Pansa potrebbe essere, anzi è,  la storia dei genitori di ciascuno di noi. E la paura dei padri di oggi per il domani dei propri figli è la nostra stessa paura.g

QUELLI CHE DISSERO DI NO…IL NUOVO LIBRO DI ARRIGO PETACCO

Pubblicato il 27 settembre, 2011 in Cultura, Il territorio, Storia | No Comments »

Quelli che dissero di no. 8 settembre 1943: la scelta degli italiani nei campi di prigionia inglesi e anericani.

Il più famoso è il Duca D’Aosta, l’eroe dell’Amba Alagi, al quale gli inglesi, dopo la strenua resistenza,  resero gli onori delle armi prima di deportarlo in India in un campo di prigionieri di guerra non cooperatori. Ad un generale suo sottoposto che gli proponeva di allearsi con gli inglesi, il Duca rispose: “dovrebbero arrestarci entrambi, lei che ha parlato ed io che l’ho ascoltata”. Il Duca non rientrò mai in Italia, morì di malaria in prigionia, in quel campo di non cooperatori, uno dei tanti allestiti da inglesi e americani,  dove tantissimi soldati italiani, dopo l’8 settembre, rimasero prigionieri, taluni per molti anni, prima di rientrare in Patria, senza aver accettato di cooperare con i vincitori. A narrarre la loro storia, a ricordarne i nomi, da Alberto Burri a Giuseppe Berto, a Gaetano Tumiati,   da Walter Chiari e Raimondo Vianello,  entrambi arruolatisi nella RSI, ignorati dalla pubblicistica della Resistenza  e liquidati come fascisti irrecuperabili,  è il libro di Arrigo Petacco, da oggi in libreria, dal titolo emblematico: Quelli che dissero di no. 8 settembre 1943: la scelta degli italiani nei campi di prigionia inglesi e americani, edito da Mondadori, 19 euro. “E’ un libro che fa male ai sentimenti questo di Petacco, ha scritto nel recensirlo Pietrangelo Buttafuoco. E’ documentato, e ogni pagina diventa sceneggiatura di un film, di un documentario, di un tornare dentro le profondità del nostro essere italiani e cavarsene fuori col terrore di non essere  oggi all’altezza di quella dignità e di quel coraggio o di quella spavalderia. Come fuggirsene dal campo di prigionia in Kenya per scalare il monte omonimo solo per piantare in cima il tricolore e magari finire in una tavola di Achille Beltrami sulla Domenica del Corriere”. E aggiunge Buttafuco ” non c’è il ritratto autoassolutorio degli italiani brava gente in Quelli che dissero di no. C’è al contrario, il racconto degli “italiani di carattere”, quelli della strada impervia, straordinari a dimostrare quanto fosse vera la parola d’ordine del credere, obbedire combattere,  rispetto alla disfatta fin troppo facile della stragrande maggioranza dei voltagabbana, tanti al punto di raccapricciare lo stesso nemico che, per la prima volta nella storia, s’impegna a rieducare il prigioniero, a trasformarlo in un cobelligerante. Tutto ciò mentre pochi uomini sdegnosamente rifiutavano l’elemosina di trasformarsi da vinti in vincitori. Ci sono pagine commoventi in questo libro così estraneo all’albertosordismo fino a diventare contravveleno alla vulgata ufficiale sull’esercito sconfitto”.  E, conclude Buttafuoco, “c’è ovviamente la storia mai conosciuta  in questo libro vivo come un racconto fatto a voce.” La storia, vogliamo sottolinearlo,  di uomini, noti e meno noti, che nei  campi della prigionia, furono protagonisti di testimonianze di ordinaria normalità, tanto ordinaria da sfiorare l’eroismo, come il colonnello Paolo Sabbatini, medaglia d’oro al valore militare, prigioniero in un “fascist kriminal camp” detenuto alle pendici dell’Himalaia in India,  non collaborazionista, che come tutti gli altri prigionieri  bruciava le lettere che gli arrivavano da casa per non  farsi prendere dalla nostalgia.  così resistere alla richiesta di farsi traditore, o come Beppe Niccolai, futuro fondatore del MSI e il tenente Giovanni Dello Jacovo, futuro deputato del PCI, entrambi, nello stesso campo,  non collaboratori, che si meritarono dagli stessi carcerieri  una medaglia di riconoscimento:” You are true soldiers”.  E’ un libro,  però, avverte   Buttafuco, “di straordinaria attualità in queste giornate in cui tutti attendono un nuovo Dino Grandi e ci aiuta a non poco a scandagliare la psicologia di noi italiani, sempre in bilico tra fedeltà e mugnugno, nell’eterno contrappasso”.  Un libro da leggere e da meditare. g.

……………Anche  molti soldati torittesi furono prigionieri non cooperatori, alcuni in India, altri in America.  Fra questi,  una  indimenticata figura  della politica locale, Francesco Giannini, don Ciccio per tutti, icona storica della Destra torittese. Catturato in Africa,  fu prigioniero in un “fascist kriminal camp” in India, non cooperatore e non collaborazionista, e ricordava  sempre con orgoglio questa sua scelta, sebbene gli fosse costata il rientro in Patria con molto ritardo, nel 1949. Gli fummo molti vicini e ora ci piace ricordarLo in occasione della recensione del libro di Petacco dedicato ai  soldati italiani prigionieri non cooperatori.g.

CARI PATRIOTI DI SINISTRA, L’ITALIA NON E’ COSA VOSTRA

Pubblicato il 15 settembre, 2011 in Costume, Cultura | No Comments »

Ma si può lasciare il tema del­l’identità nazionale sulle spalle di Giorgio Napolitano? E si può, alle sue spalle, trafugare il corpo del­­l’Italia, la sua storia e la sua passio­ne coltivata dalla destra storica e nazionale, cattolica e popolare, moderata e conservatrice, e affida­re il pacco tricolore alla sinistra? È quel che vedo accadere sul terre­no della politica, dei giornali e del­la cultura. Mentre il governo si oc­c­upa dell’Italia presente e denun­cia lo spirito antinazionale delle opposizioni, che remano contro il proprio paese pur di far cadere Berlusconi, l’idea dell’Italia, dal suo passato al suo futuro, la sua storia e la sua unità, la sua identità e la sua civiltà vengono traslate sul versante della sinistra. Galli della Loggia, nel suo libro dialogo con Aldo Schiavone – Pensare l’Italia – ammette che entrambi hanno«scoperto tardi l’Italia». Ma non so-lo i due intellettuali sono tardivi scopritori dell’Italia: un intero blocco politico, civile, mediatico e culturale ha scoperto l’Italia assai di recente e magari per circostanze un po’ meschine. Si sa come è nato il neo-patriottismo a sinistra: per mettere in difficoltà il governo con l’alleato leghista e per suscitare la reazione degli italiani nel nome della dignità nazionale ferita e discreditata nel mondo, sempre per colpa dello stesso governo. Ma io mi ricordo quando a sedici anni sventolavo il tricolore ed ero considerato per questo un estremista e un sovversivo; ricordo quando era proibito l’amor patrio anche per ragazzi che non avevano vissuto il fascismo, la guerra e la retorica passata; ricordo quanto disprezzo o distacco circondava il tema dell’identità nazionale e del pensiero italiano quando negli anni ottanta pubblicavo saggi sul tema e organizzavo convegni per pensare o ripensare l’Italia. Oggi rivedo gli stessi temi, a volte le stesse parole. E amaramente mi compiaccio.

SERVI LIBERI A DESTRA, CAROGNE A SINISTRA. E IN MEZZO I VIGLIACCHI. di MARCELLO VENEZIANI

Pubblicato il 17 giugno, 2011 in Cultura, Politica | No Comments »

Servi qui, carogne là e nel mezzo i vigliacchi. Se vuoi semplificare il panorama italiano poi finisci co­sì. La servitù è l’unica categoria in­terpretativa usata per giudicare il berlusconismo. Non si fanno ana­­lisi, non si notano differenze, non si valuta nel merito ma a priori e in mucchio. È solo questione di servitù. La plebe avrebbe seguito Berlusconi perché volgare, im­morale, disonesta e vota con la pancia. Salvo redimersi votando con la pancia in direzione oppo­sta. E invece chi scrive, parla, pen­sa (o meglio dice di pensare) nel versante berlusconiano lo fa solo perché asservito e pagato. Per sancire lo spartiacque tra liberi e servi si pubblicano e si ripubblica­no opere sulla servitù, da Milton a Stuart Mill e a De la Boétie, per non dire di intere collane dedica­te ai servi cortigiani e ai liberi indi­gnati. Accanimento cresciuto da quando Giuliano Ferrara ha lanciato i liberi servi, che a sinistra traducono in servi volonta­ri. Non entro nel gioco inverso accu­sando d i servilismo chi s i accoda al­la propaganda antiberlusconiana e si allinea a l potere culturale. M i limi­to solo a dire che se quattro voci di­cono l a stessa cosa e una l e contrad­dice, il conformismo riguarda i quat­tro e non il singolo. E il rapporto tra propagandisti anti-berlusconiani e filo-berlusconiani è quello: 4 con­tro 1.

Ma vorrei entrare nella categoria di servitù con spirito d’indagine e non d i fazione, per tentare una feno­menologia della servitù vera e pre­sunta. Sotto l’accusa di servitù c’è una tipologia molto differenziata. C’è chi è animato da forte spirito di appartenenza e radicalizza il «noi e loro»; ma non è un servo, semmai u n militante. C’è chi è spinto dal cul­to del Capo, per indole monarchica o predilezione decisionista, una ten­denza diffusa nei Paesi latini; egli non è u n servo m a u n seguace, a l più bisognoso di figure paterne. E così chi riversa nel legame politico qual­cosa che somiglia alla devozione, patriottica o religiosa, o perfino al­l’antagonismo sportivo. Sarà tifoso, sarà devoto, ma non servo. C’è poi chi liberamente e criticamente para­gona il leader a i suoi rivali e preferi­sce lui a loro.

Costui può esprimere giudizi giusti o sbagliati, m a è tutt’al­tro che un servo. C’è invece chi in­staura col leader u n rapporto d i pre­stazione professionale: tu mi paghi o m i gratifichi e i o ti sostengo aperta­mente. Costui più si avvicina alla tipolo­gia del servo professionale; perché i l suo può essere, sì, un rapporto for­malmente corretto e alla luce del so­le, però non trattandosi di barbe e capelli ma di libere opinioni non può trincerarsi dietro la logica del «cliente ha sempre ragione, mi pa­gano e io do quel che vogliono». Al più, h a un’idea avvocatizia della po­litica. C’è il girone endemico degli opportunisti, antica tara nazionale. C’è poi chi ha l’innata e gratuita tendenza a compiacere il leader, a blandirlo, per indole servile; c’è chi è scioccamente asservito (l’utile idiota) e chi viceversa lo è in malafe­de (servo infedele), pronto a voltar le spalle e perfino ad accusare di ser­vitù gli altri solo perché non h a avu­to quel che voleva o ha cambiato li­vrea. C’è poi l’orgoglioso che insiste nel difendere il suo leader anche quando questi ha torto o cade nel discredito e d è perdente; vuol dimo­strare che lui è leale, non lo serviva quando era potente e lo difende ora che è caduto i n disgrazia. Costui sa­rà un testardo, un decadente o un uomo d’onore m a non rientra nella categoria del servo. C’è poi chi è vici­no al potente non per servirlo ma per consigliarlo. Costui non è servo m a al più badante, e aspira a diven­tare suggeritore del suo leader. Pec­ca forse di presunzione o velleità, non di servilismo.

Vi sono poi altre forme di servitù non ad personam ma al partito, al conformismo di setta, di clan o al potere ideologico vigente. Non è servilismo anche questo? C’è poi chi commette crimini peg­giori della servitù, come l a negazio­n e della verità e dei fatti, l a subordi­nazione del vero a ciò che gli è utile sostenere; usa l’omertà, l’omissio­ne, disconosce meriti e valori per un pregiudizio di setta o di ideolo­gia. Costoro servi non sono, m a spre­gevoli e nocivi più dei servi. O colo­ro che bollano gli altri come servi perché non concepiscono diversità di opinioni ma solo di convenienze. A loro si addice un detto di Nietz­sche: per i porci tutto sa di porco. Rinfacciano agli altri la propria in­dole e la propria unità di misura.

C’è un criterio efficace per valuta­r e il grado di servitù. Provate a sepa­rare il soggetto in odore di servitù dal suo vero o presunto padrone e notate se sul piano delle opinioni mantiene le stesse idee oppure no, ovvero se aveva già prima quelle idee e s e l e h a anche dopo. E sul pia­no personale provate a verificare se, lontano dal potere, cosa rimane di lui, se conserva il suo prestigio, la sua credibilità.

Guardate infine alla sua biografia, se è stato sempre dalla parte del po­tere o se magari per lungo tempo ha scelto scomode opposizioni, da emarginato senza padroni. Così si misura la sua indipendenza dal po­tere o il suo tasso di servitù. Insom­ma, evitate processi sommari, con­danne etniche, riduzioni del nemi­co a razza servile.

Altrimenti dovremo concludere come abbiamo cominciato: a destra i servi, a sinistra le carogne e nel mezzo i vigliacchi.

IL PROGRAMMA TV DI SGARBI FA FLOP. LUI: HO PERSO MA NON CEDO ALLA TV BANALE

Pubblicato il 20 maggio, 2011 in Cultura | No Comments »

DI VITTORIO SGARBI

Difficile situazione. Non posso non assumere tutta la responsabilità dell’insoddisfacente risultato della trasmissione che fu Il mio canto libero ed è stata Ci tocca anche Sgarbi. In realtà è toccata a pochi. E quei pochi (due milioni) sono prevelentemente apparsi soddisfatti se devo giudicarlo dalle congratulazioni verbali, dalle telefonate, dai messaggi telefonici dalle e-mail che hanno sommerso me e i miei collaboratori, tutti unanimi nel riconoscere l’originalità e la novità della trasmissione dalle scenografie agli argomenti, alle sigle, alla ricostruzione della mia storia televisiva con riferimenti a Federico Zeri, a Francesco Cossiga ed altri modelli come Buster Keaton nella sua resurrezione televisiva.

Devo riconoscere che, pur nella consapevolezza di alcune sbavature e nel difficile rapporto con gli ospiti, dal vescovo di Noto a mio figlio Carlo (apprezzatissimo e premiato con il 14% di share) Morgan, Carlo Vulpio, non avrei pensato a risultati così modesti per la naturale considerazione che ho di chi, come persona, guarda la televisione e per la convinzione di persuadere all’attenzione con gli argomenti e la dialettica come ho dimostrato in innumerevoli circostanze.

E invece no. Non è bastato. Raiuno, come molti mi avevano preannunciato, ha spettatori tradizionali abituati a un’offerta facile di prevalente intrattenimento, in prima serata. Così è accaduto, insistere su Raffaello e Michelangelo e poi, addirittura, deviare su Filippo Martinez e Luigi Serafini, contemporanei più intelligenti che provocatori, è troppo audace.

Pretendere poi di parlare della bellezza dell’Italia, del paesaggio, del mondo agricolo perduto con il conforto di Leo Longanesi, Guido Ceronetti, Pier Paolo Pasolini, Thomas Bernhard, Cesare Brandi, Carlo Petrini è un azzardo intollerabile se su un’altra rete c’è una partita di calcio o Chi l’ha visto?. L’assassinio di Melania è molto più attraente che non la richiesta di riflettere sull’articolo 9 della Costituzione o di ascoltare le parole struggenti di Antonio Delfini sul padre. E poi i dirigenti della Rai richiamano i valori, e indicano la necessità che il servizio pubblico contribuisca alla formazione e alla libertà delle coscienze. Tutte parole.

Ieri ho letto soltanto una sconfortante serie di banalità a cui è impossibile rispondere perché non sono neppure in grado di ascoltare. Un giorno potremo aggiungere i loro nomi a quanti hanno deliberatamente contribuito a distruggere l’Italia, a sfregiare il suo paesaggio. Non se ne accorgono, parlano per luoghi comuni, chiamano centrodestra tutto ciò che non corrisponde alla loro, perfino ingenua, attrazione per il pensiero unico. E il loro unico problema è «quanto è stato speso», «chi pagherà il conto». Una preoccupazione che ossessiona le loro menti ma non le attraversa quando riguarda i costi del cinema, del teatro, della lirica, per cui nessuno si chiede «quanto costa» e anzi si protesta se si minacciano tagli di fondi.

Nella televisione dilagano soltanto voyeurismo e pettegolezzo, piccoli e grandi scandali, orride cucine e tinelli, consumismo e banalità. Ma questo è ciò che il pubblico vuole, secondo i dirigenti Rai, e la televisione non ha responsabilità educative, deve badare ai conti, nessuna riflessione sul fatto che nella tv si specchi la realtà e si formino i modelli culturali e che non comprendere la necessità di esprimere altri e diversi pensieri equivale a considerare che la scuola debba accomodarsi ai gusti e al piacere degli studenti rinunciando ad argomenti difficili. Perché leggere Leopardi, Guicciardini e Foscolo se agli studenti piace Jovanotti o il Grande Fratello?

Con questi principi ogni ipotesi di televisione legata al pensiero lascia il posto all’intrattenimento facile, alla pigrizia dell’ascolto. Così io non ho nulla da rivendicare e non ho alcuna intenzione di correggere, emendare o cambiare i miei argomenti che si esprime nella televisione che faccio in ogni situazione, anche nella contaminazione; ma, tanto più, se io la devo costruire come forma del mio pensiero, sono anzi certo che se l’ascolto fosse stato più alto le mie idee non sarebbero state criticate come se si potesse misurare la loro efficacia o il loro peso nella quantità di persone che le ascoltano. Questo sembra volere la Rai, non una televisione che indica ed educa suggerendo letture, stimolando suggestioni, curiosità.

Per quelle pagine e per quei pensieri io ho immaginato uno studio meraviglioso, derivato dalla «Scuola di Atene» di Raffaello, non l’avrei contaminato con le vicende di Avetrana o le storie di Ruby; mi sarei astenuto dall’ossessione di occuparmi in modo pressoché esclusivo (come «Annozero» o «Ballarò») del nostro presidente del Consiglio. Non sono stato premiato ma non cambio idea, d’altra parte ricordavo ai miei severi critici, che forse non hanno ascoltato le belle pagine di Antonio Delfini, che da molti anni nei giornali la terza pagina è stata spostata verso la fine dei giornali, nei più piccoli fra pagina 19 e pagina 25, sul Corriere ad esempio dopo le Cronache regionali, intorno a pagina 50 (ieri a pagina 55). Cosa vuol dire? Che si accetta che molti non ci arrivino, o non le leggano, in esatta corrispondenza con il modello televisivo, per cui la cultura, i libri, le mostre vanno in terza serata. Una scelta rassegnata e obbligatoria.

Ma come si può sperare che un paese rinasca, che nuove idee si agitino se la televisione ha paura della cultura perché fa insufficienti ascolti, e allora non bisogna insistere, tentare di affermare un altro modo di fare televisione che non siano dibattiti regolati e confezionati ma discorsi e riflessioni argomentate, di uno scrittore (l’altroieri Gavino Ledda) di un vescovo (il teologo Antonio Staglianò), di un giornalista appassionato come Carlo Vulpio, di un cantante colto e originale come Morgan?
No. Bisogna rassegnarsi, rinunciare a una televisione diversa, accettare la legge dei numeri, chiudere tutto e lasciare spazio a pacchi, isole e caricature forzate di finti personaggi. Raiuno deve difendere la propria mediocrità e rinunciare ad ogni ambizione di mostrare forme, immagini, idee nuove. Benissimo. Obbedisco. VITTORIO SGARBI.
………… Il fatto che Sgarbi faccia autocritica non è cosa di poco conto e il fatto che riconosca che la puntata , la prima,   e pare l’ultima, del suo programma,  abbia fatto flop, è sicuramente segnale di profonda onestà intellettuale. Questa non manca a Sgarbi che può unirvi  la sua profonda e vasta cultura, quella che gli consente, talvolta al di sopra delle riga, di salire in cattedra e di urlare le sue ragioni. Quella, per esempio, che richiama nella sua autocritica a proposito delle preferenze dei telespettatori. Che ai programi di cultura preferiscono quelli di gossip, e spesso quelli che si basano sulla morbosità. Ha ragione Sgarbi in questo,  ma è anche per questo  forse che varrebbe la pena di ritentare. g.

PDL CONTRO PROFESSORI POLITICIZZATI: SOSPESI PER 3 MESI

Pubblicato il 12 maggio, 2011 in Costume, Cultura | No Comments »

Roma - Tre mesi di sospensione ai prof politicizzati che scambiano le aule per palchi da comizio. I professori che faranno propaganda politica o ideologica nelle scuole potranno essere puniti con la sospensione dall’insegnamento “per almeno 1-3 mesi”. Lo prevede la proposta di legge presentata alla commissione Cultura della Camera dal deputato del Pdl Fabio Garagnani. “L’importante – sottolinea il parlamentare – era inserire nel Testo unico sulla scuola il divieto di fare propaganda politica o ideologica per i professori. Le sanzioni dovranno essere contenute poi in dettaglio in un provvedimento attuativo. La propaganda politica non può trovare tutela nel principio della libertà dell’insegnamento enunciato dall’articolo 33 della Costituzione. Un conto infatti è tutelare la libertà di espressione del docente, un’altra è quella di consentire che nella scuola si continui a fare impunemente propaganda politica”.

A vigilare che questo non avvenga, spiega ancora il deputato del Pdl nella sua proposta, dovrà essere “il responsabile della scuola”, cioè il dirigente scolastico. Garagnani, modificando il Testo unico sulla scuola, propone anche una norma che specifichi come l’insegnamento della religione non possa essere considerato semplicemente “lo studio della storia delle religioni”.

.…In astratto la proposta ci vede d’accordo. Il problema è la sua pratica attuazione. Purtroppo, a meno che tutte le lezioni non siano videoregistrate, sarà molto difficile dimostrare che il tal professore ha fatto propaganda in aula a sostegno delle sue idee politiche che è giusto che abbia ma che è bene che le tenga per sè. D’altra parte non è poi tanto necessario per propagandare le proprie idee che il tal professore le espliciti espressamente, gli basta dare un certo taglio piuttosto che un altro ad un fatto o ad una tesi perchè indirettamente trasmetti agli alunni il suo punto di vista piuttosto che un altro. Ci pare che siamo in un vicolo cieco e che non è tanto a valle che si deve intervenire quanto a monter, nel senso che il Valore dell’insegnamento deve tornare  ad essere precipuamente quello di trasmettere agli alunni  la capacità di autonoma valutazione e di personale critica dei fatti. A dirlo ci vuol niente, è a farlo che appare ed è una difficile scalata del Monte Bianco non avendo gli arnesi adatti. g.

INCREDIBIULE: AL SALONE DEL LIBRO DI TORINO SCOMPAIONO I GRANDI DELLA LETTERATURA E SI SPAZIO AL SOLITO SAVIANO E AL SUO GOMORRA

Pubblicato il 12 maggio, 2011 in Cultura | No Comments »

Il Salone del Libro di Torino Noooo, Saviano nooo. Il guru anticamorra, il divo delle inchieste giornalistiche rigirate in romanzo mettetelo ovunque – in tv, negli editoriali di Repubblica, nelle giurie dei premi letterari. Ma nell’olimpo dei testi «fondativi» dell’Italia no. E invece oggi a Torino, in quello storico Lingotto che dalle utiliarie Fiat è passato ai libri, Roberto da Napoli s’è spaparanzato nel posto più ambito. Nella mostra «1861-2011. L’Italia dei libri» che disegna la biblioteca essenziale dello Stivale.

La faccenda funziona così. Nella rassegna sono stati inventati tre livelli. Diciamo dantescamente l’empireo, dove stanno i libri a un passo da Dio; il piano delle stelle fisse ovvero dei santi; gli altri cieli, che raccolgono gli angioletti di serie c. Ebbene, tra i 15 titoli eccelsi si è infilato «Gomorra». I «campioni» sono spalmati ciascuno su un decennio, con confini piuttosto labili e criteri non condivisibili (li hanno scelti prof, rappresentanti delle istituzioni e della filiera del libro). E allora eccoli qua sopra i «superautori»: Nievo, Collodi, De Amicis, Pascoli, Ungaretti, Svevo, Montale, Moravia, Primo Levi, Guareschi, Calvino, Gadda, Tomasi di Lampedusa, Eco e appunto Saviano.

Ohibò, e gli altri? Nel secondo livello, in un truppone di 150 nomi dove si cerca di fare ammenda e si infilano i libri che hanno contribuito a plasmare «il gusto e il costume». Ci hanno infilato, bontà loro, colossi che dovevano stare nella prima scelta: il Verga dei «Malavoglia» (1881) e «Canne al vento» della Deledda (1913); i «Lirici greci» tradotti nel 1940 da Quasimodo, e l’Eduardo di «Filumena Marturano» (1947). E Pirandello? E Marinetti? E D’Annunzio? Nel terzo livello, tra i quindici che hanno «formato l’identità italiana». Come dire: sono importanti sì, però i loro scritti stufano. Ergo, prendiamoli come bandiera ma senza osannarli. Già, osanniamo Saviano. A prescindere. Lo impone il pensiero unico. Sul piazzamento di Roberto c’è molto altro da dire. Pubblica «Gomorra» nel 2006; nella lista, prima di lui, c’è Eco, con «Il nome della rosa» datato 1980. Vuol dire che per 26 anni non spunta nessuno degno di nota? Che conta meno Sciascia, autore di inchieste e romanzi di denuncia? O, per voler rimanere nel territorio della sinistra, Antonio Tabucchi? Se poi ragioniamo in termini di vendite, il posto di Saviano toccherebbe a Camilleri. Ogni suo libro è un best seller (e ne scrive a iosa, non si sa come). E poi ha rilanciato il giallo italiano. Il fatto è che al Lingotto si è voluta fare la graduatoria ma senza osare, con la fissazione del politicamente corretto. Moravia è un mostro sacro, ma al suo posto ci doveva andare la moglie, Elsa Morante, con quel monumento che è «La storia». E non è più suggestivo, arcano, stimolante «Il deserto dei tartari» di Buzzati rispetto a «Il barone rampante» di Calvino? E perché non sistemare tra i primi quindici l’«Estetica» di Croce? O il Gobetti del manifesto «Intellettuali fascisti e antifascisti» e il Gramsci di «Lettere dal carcere»? Altro grande escluso, il futurismo: Marinetti è nel terzo elenco e di Palazzeschi si sceglie «Le sorelle Materassi» e non il futurista «Perelà uomo di fumo».

Ci sono poi delle assenze gravi: dimenticato Stefano D’Arrigo di «Orcynus Orca» così come Guido Morselli, che sconta ancora oggi l’oblio che lo portò a suicidarsi. Niet per l’universo magico di Alberto Savinio, idem per Elemire Zolla che urtò assai l’intellighentia di sinistra con «Eclisse dell’intellettuale». Vabbè, per lavarsi la coscienza il «catalogo» del Lingotto ha lanciato anche il giochino del «Pozzo degli esclusi» in cui i visitatori possono ripescare il volume a loro caro, nel puro stile delle gare tivvù. Invece Il Tempo chiama a raccolta i suoi lettori. Scegliete voi il libro del cuore, quello «fondamentale» e indicatelo da oggi al nostro sito www.iltempo.it. Per fare giustizia.Lidia LombardI, 12 MAGGIO 2011


SCUOLA: ENTRO IL 2012 WI-FI PER TUTTI

Pubblicato il 10 maggio, 2011 in Cultura | No Comments »

L’annuncio del ministro Brunetta

Renato Brunetta (ImagoEconomica)
Renato Brunetta

MILANO – «Da oggi alle 12 (lunedì, ndr), diecimila scuole si potranno prenotare per avere la dotazione wi-fi». Lo annuncia il ministro della Pubblica Amministrazione ed Innovazione, Renato Brunetta, nel corso del forum Pa, parlando dell’arrivo della rete wi-fi a tutte le scuole italiane fino a coprire le stesse aule e quindi raggiungere gli studenti stessi. Si punta a completare l’operazione entro metà del 2012. Infatti, ha spiegato Brunetta, il piano toccherà «cinquemila scuole nei prossimi sei mesi e le restanti cinquemila nei restanti sei mesi successivi». Le scuole che si sono prenotate per avere il kit wi-fi sono già 800. L’investimento pubblico è di 5 milioni di euro per la prima fase e il progetto prevede il contribuito anche da parte di Regioni, fondazioni e altri enti per consentire una copertura totale. «Il mio sogno è quello di dare il kit per tutti i bambini delle scuole elementari» ha sottolineato ancora il ministro Brunetta. Fonte Il Corriere della Sera, 10 maggio 2011

LA CULTURA DI DESTRA? CLANDESTINA, MA VIVA

Pubblicato il 22 aprile, 2011 in Cultura | No Comments »

Chi ha ucciso la cultura di destra? Le piste al vaglio degli inquirenti sono quattro: la sinistra, Berlu­sconi, Fini, il suicidio. O per dir meglio, le ipotesi finora avanzate sono le seguenti: a) l’egemonia culturale della sinistra con la sua cappa ideologico-mafiosa le avrebbe negato gli spazi di libertà e visibilità fino a soffocarla; b) l’egemonia sottoculturale del ber­lusconismo in tv e in politica l’avrebbe per metà corrotta e per metà emarginata; c) l’insipienza della destra politica avrebbe de­molito ogni ragione culturale e ideale della destra, fino all’epilo­go indecente finiano; d) la cultu­ra di destra è evaporata per la sua stessa inconsistenza.

La riapertura del caso, dopo an­ni di silenzio, è dovuta alla ripubblicazione di un saggio di Furio Jesi, Cultura di destra (già Garzanti, ora Notte­tempo), uscito negli anni Set­tanta. È già un brutto indizio che si regredisca ai feroci e cupi anni Settanta con un trattato di criminologia culturale. Jesi, che morì precocemente nel 1980, convoca in un tribunale ideologico grandi autori, da Eliade a Kerényi, da Evola a Spengler, fino a Pirandello e D’Annunzio, arrivando perfi­no a Carducci e a De Amicis, so­cialista patriottico qui accusa­to di razzismo. Per Jesi la cultu­ra di destra è connotata dal raz­zismo e dall’antidemocrazia, dalle «idee senza parole», dalla mitologia irrazionalistica e dal culto della morte. Jesi liquida la cultura di destra come «una pappa omogeneizzata» (se c’è una cosa che ripugna alla cultu­ra di destra è la pappa omoge­neizzata) che esige valori non discutibili con la maiuscola: «Tradizione e Cultura, Giusti­zia e Libertà, Rivoluzione». È curioso notare che eccetto la Tradizione, quei valori sono di­chia­rati indiscutibili e maiusco­li a sinistra; Giustizia e Libertà è pure il nome di un movimento antifascista di ieri e di oggi.

Nella prefazione alla nuova edizione, che ignora i numerosi saggi sul tema usciti nel frattem­po negli ultimi 32 anni, Andrea Cavalletti sostiene che la cultu­ra di destra è «caratterizzata, in buona o in cattiva fede, dal vuo­to ». Ora, a parte l’assurdo di de­dicare centinaia di pagine al «vuoto», ne avessero dalle sue parti di «vuoti» come quei gigan­ti del pensiero e della letteratu­ra prima citati… E conclude allu­dendo, come è ovvio, a Berlu­sconi: la cultura di destra ama la relazione tra «la moltitudine e il vate» e perciò si ritrova nel pre­sente: «un simile benefattore è il tipo politico dei nostri giorni», «il linguaggio delle idee senza parole è la dominante di quan­to oggi si stampa e si dice» (ma che dice? Oggi dominano le pa­role senza idee e la stampa non è certo in mano alla cultura di destra) e la cultura di destra è egemone perché «ciò che la ca­ratterizza è la produzione del vuoto dal vuoto» (ma crede che Evola e Spengler siano i precur­sori di Lele Mora e Fede?). Con un livello così misero, capite il disagio nel discutere sulla cultu­ra di destra. E capite perché ne­ghino ancora, al più grande filo­sofo italiano del ’900, Giovanni Gentile, una via a Firenze dove fu ucciso dopo aver predicato la concordia in piena guerra civi­le.

Ma torno alla domanda inizia­le su chi ha ucciso la cultura di destra. Sono plausibili tutte le piste indicate ma a patto di chia­rirle meglio.
Certo, la cultura dominante di sinistra, dopo un periodo di dialogo e apertura, si è reincatti­vita e condanna la cultura di de­stra alla morte civile. Sono lon­tani i tempi in cui un editore co­me Laterza pubblicava, facen­do 15 ristampe, un saggio sulla cultura della destra di un auto­re di destra. In seguito, inaspri­to il clima, lo stesso editore ha declinato l’invito a integrare quel testo con i dialoghi dell’au­t­ore con Dahrendorf e con Bob­bio. Oggi dialogano solo se ti di­chiari antiberlusconiano. Ma la cultura di sinistra era egemone e faziosa già ai tempi in cui fiori­va la cultura di destra; dunque l’ipotesi è fondata ma non ba­sta.

Certo, la sottocultura televisi­va, il frivolo e il banale domi­nanti hanno reso straniera la cultura di destra, la fanno senti­re a disagio, fuori posto. Ma quella sottocultura imperversa­va dai tempi della Carrà e dei quiz, di Giovannona coscialun­ga e affini; e allora non c’era an­cora il berlusconismo. Insom­ma pure questa ipotesi è fonda­ta ma non basta.

Anche l’insipienza della de­stra politica è storia vecchia, Fi­ni l’ha portata al suo gradino ul­timo e più infame, ma sarebbe troppo ritenere che le sue piro­ette abbiano cancellato la cul­tura di destra. Quella cultura non viveva all’ombra di un par­tito; per la stessa ragione non può essere uccisa dalla politi­ca.

All’evaporazione, infine, non credo; piuttosto è vera la ra­refazione dei talenti, anche per il clima di cui sopra, tra nemici di fuori, ignoranti di dentro e il nulla che tutto pervade. Nel ge­nerale degrado della cultura, anche quella di destra spari­sce. Della cultura di sinistra so­pravvive la cappa di potere, l’as­setto mafioso e intollerante, non certo l’elaborazione di idee. Non mancano pulsioni autodistruttive, nella cultura di destra, derivate da pessimismo endogeno e sconforto esoge­no. Ma la cultura di destra ha dismesso i panni della cultura militante, panni vecchi e fuori tempo, ed è tornata al Padre. Si è fatta invisibile e celeste, me­no legata alla storia e alla lotta, più essenziale ed esistenziale, liberata dalle categorie ideolo­giche. Quegli autori citati, no­nostante alcuni brutti risvolti, restano grandi ed è meglio che non siano sporcati nella conte­sa politica e siano lasciati alla loro grandiosa solitudine.

Al termine delle indagini sommarie, si può dire: la cultu­ra di destra non è stata uccisa e vive sotto falso nome; o forse fal­so era il nome di «destra» che le fu affibbiato. Per metà non la ve­diamo perché abbiamo perso gli occhi della mente, accecati dal livore presente e dalla nullo­crazia. Per metà non si fa vede­re lei, perché si è spostata su pia­ni diversi, impolitici. È passata alla clandestinità e non ha per­messo di soggiorno.