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DA ANTICRAXIANO VI DICO: GLI DOBBIAMO QUALCOSA, di Piero Sansonetti

Pubblicato il 21 gennaio, 2017 in Politica, Storia | No Comments »

Il 19 gennaio del 2000 moriva esule in Tunisia. Lo hanno fatto passare per un brigante ma era uno statista. Fu abbattuto da Mani Pulite: era rimasto l’unico a difendere l’autonomia della politica. Da allora la politica ha perso autonomia.

Il 19 gennaio del 2000, e cioè 17 anni fa, moriva Bettino Craxi. Aveva 65 anni, un tumore al rene curato male, un cuore malandato, curato malissimo.

Il cuore a un certo punto si fermò. Non fu fatto molto per salvarlo. Non fu fatto niente, dall’Italia. Craxi era nato a Milano ed è morto ad Hammamet, in Tunisia, esule. Era stato segretario del partito socialista per quasi vent’anni e presidente del Consiglio per più di tre. In Italia aveva subito condanne penali per finanziamento illecito del suo partito e per corruzione. Quasi dieci anni di carcere in tutto. Prima delle condanne si era trasferito in Tunisia. Se fosse rientrato sarebbe morto in cella.

Craxi ha sempre respinto l’accusa di corruzione personale. Non c’erano prove. E non furono mai trovati i proventi. In genere quando uno prende gigantesche tangenti e le mette in tasca, poi da qualche parte questi soldi saltano fuori. In banca, in acquisti, in grandi ville, motoscafi. Non furono mai trovati. I figli non li hanno mai visti. La moglie neppure. Lui non li ha mai utilizzati. Non ha lasciato proprietà, eredità, tesori. Craxi era un malfattore, o è stato invece uno statista importante sconfitto da una gigantesca operazione giudiziaria? La seconda ipotesi francamente è più probabile. La prima è quella più diffusa nell’opinione pubblica, sostenuta con grande impegno da quasi tutta la stampa, difesa e spada sguainata da gran parte della magistratura.

Craxi era stato uno degli uomini più importanti e potenti d’Italia, negli anni Ottanta, aveva goduto di grande prestigio internazionale. Si era scontrato e aveva dialogato con Reagan, col Vaticano, con Israele e i paesi Arabi, con Gorbaciov, con quasi tutti i leader internazionali. Aveva sostenuto furiose battaglie con i comunisti in Italia, con Berlinguer e Occhetto e D’Alema; e anche con la Dc, con De Mita, con Forlani, epici gli scontri con Andreotti; con la Dc aveva collaborato per anni e governato insieme. Bene, male? Poi ne discutiamo. Aveva anche firmato con la Chiesa il nuovo concordato.

LAPRESSE - CRAXI - © INTERNATIONALPHOTO/LAPRESSE 23-05-1987 PARMA POLITICA NELLA FOTO : BETTINO CRAXI PARLA AL COMIZIO SOCIALISTA

Morì solo solo. Solo: abbandonato da tutti. Stefania, sua figlia, racconta di quando la mamma la chiamò al telefono, nell’autunno del ‘ 99, e le disse che Bettino era stato ricoverato a Tunisi, un attacco di cuore. Lei era a Milano, si precipitò e poi cercò di muovere mari e monti per fare curare il padre. Non si mossero i monti e il mare restò immobile. Craxi fu curato all’ospedale militare di Tunisi. Stefania riuscì ad avere gli esami clinici e li spedì a Milano, al San Raffaele, lì aveva degli amici. Le risposero che c’era un tumore al rene e che andava operato subito, se no poteva diffondersi. Invece passarono ancora due mesi, perché a Tunisi nessuno se la sentiva di operarlo. Arrivò un chirurgo da Milano, operò Craxi in una sala operatoria dove due infermieri tenevano in braccio la lampada per fare luce. Portò via il rene, ma era tardi. Il tumore si era propagato, doveva essere operato prima, si poteva salvare, ma non ci fu verso.

In quei giorni drammatici dell’ottobre 1999 Craxi era caduto in profonda depressione. Non c’è da stupirsi, no? Parlava poco, non aveva forse voglia di curarsi. Era un uomo disperato: indignato, disgustato e disperato.

Stefania mi ha raccontato che lei non sapeva a che santo votarsi: non conosceva persone potenti. Il Psi non esisteva più. Chiamò Giuliano Ferrara e gli chiese di intervenire con D’Alema. Il giorno dopo Ferrara gli disse che D’Alema faceva sapere che un salvacondotto per l’Italia era impossibile, la Procura di Milano avrebbe immediatamente chiesto l’arresto e il trasferimento in carcere. Stefania chiese a Ferrara se D’Alema potesse intervenire sui francesi, i francesi sono sempre stati generosi con la concessione dell’asilo politico. Era più che naturale che glielo concedessero. Curarsi a Parigi dava qualche garanzia in più che curarsi all’ospedale militare di Tunisi.

Passarono solo 24 ore e Jospin, che era il presidente francese, rilasciò una dichiarazione alle agenzie: «Bettino Craxi non è benvenuto in Francia».

Quella, più o meno, fu l’ultima parola della politica su Craxi. Fu la parola decisiva dell’establishment italiano e internazionale. Craxi deve morire.

Il 19 gennaio Craxi – per una volta – obbedì e se andò all’altro mondo. E’ curioso che quasi vent’anni dopo la sua morte, e mentre cade il venticinquesimo anniversario dell’inizio della stagione di Tangentopoli ( Mario Chiesa fu arrestato il 17 febbraio del 1992, e da lì cominciò tutto, da quel giorno iniziò la liquidazione della prima repubblica), qui in Italia nessuno mai abbia voluto aprire una riflessione su cosa successe in quegli anni, sul perché Craxi fu spinto all’esilio e alla morte, sul senso dell’inchiesta Mani Pulite, sul peso della figura di Craxi nella storia della repubblica. Ci provò Giorgio Napolitano, qualche anno fa. Ma nessuno gli diede retta.

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Vogliamo provarci? Partendo dalla domanda essenziale: Statista o brigante.

Forse sapete che Bettino Craxi negli anni Ottanta scriveva dei corsivi sull’Avanti! , il giornale del suo partito, firmandoli Ghino di Tacco. Ghino era un bandito gentiluomo vissuto verso la metà del 1200 dalle parti di Siena, a Radicofani. Boccaccio parla di lui come una brava persona. A Craxi non dispiaceva la qualifica di brigante. Perché era un irregolare della politica. Uno che rompeva gli schemi, che non amava il political correct. Però non fu un bandito e fu certamente uno statista. Persino Gerardo D’Ambrosio, uno dei più feroci tra i Pm del pool che annientò Craxi, qualche anno fa ha dichiarato: non gli interessava l’arricchimento, gli interessava il potere politico. Già: Craxi amava in modo viscerale la politica. La politica e la sua autonomia. Attenzione a questa parola di origine greca: autonomia. Perché è una delle protagoniste assolute di questa storia. Prima di parlarne però affrontiamo la questione giudiziaria. Era colpevole o innocente? Sicuramente era colpevole di finanziamento illecito del suo partito. Lo ha sempre ammesso. E prima di lasciare l’Italia lo proclamò in un famosissimo discorso parlamentare, pronunciato in un aula di Montecitorio strapiena e silente. Raccontò di come tutti i partiti si finanziavano illegalmente: tutti. Anche quelli dell’opposizione, anche il Pci. Disse: se qualcuno vuole smentirmi si alzi in piedi e presto la storia lo condannerà come spergiuro.

Beh, non si alzò nessuno. Il sistema politico in quegli anni – come adesso – era molto costoso. E i partiti si finanziavano o facendo venire i soldi dall’estero o prendendo tangenti. Pessima abitudine? Certo, pessima abitudine, ma è una cosa molto, molto diversa dalla corruzione personale. E in genere il reato, che è sempre personale e non collettivo, non era commesso direttamente dai capi dei partiti, ma dagli amministratori: per Craxi invece valse la formula, del tutto antigiuridica, “non poteva non sapere”.

Craxi era colpevole. Nello stesso modo nel quale erano stati colpevoli De Gasperi, Togliatti, Nenni, la Malfa, Moro, Fanfani, Berlinguer, De Mita, Forlani… Sapete di qualcuno di loro condannato a 10 anni in cella e morto solo e vituperato in esilio?

Ecco, qui sta l’ingiustizia. Poi c’è il giudizio politico. Che è sempre molto discutibile. Craxi si occupò di due cose. La prima era guidare la modernizzazione dell’Italia che usciva dagli anni di ferro e di fuoco delle grandi conquiste operaie e popolari, e anche della grande violenza, del terrorismo, e infine della crisi economica e dell’inflazione. Craxi pensò a riforme politiche e sociali che permettessero di stabilizzare il paese e di interrompere l’inflazione.

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La seconda cosa della quale si preoccupò, strettamente legata alla prima, era la necessità di salvare e di dare un ruolo alla sinistra in anni nei quali, dopo la vittoria di Reagan e della Thatcher, il liberismo stava dilagando. Craxi cercò di trovare uno spazio per la sinistra, senza opporsi al liberismo. Provò a immaginare una sinistra che dall’interno della rivoluzione reaganiana ritrovava una sua missione, attenuava le asprezze di Reagan e conciliava mercatismo e stato sociale. Un po’ fu l’anticipatore di Blair e anche di Clinton ( e anche di Prodi, e D’Alema e Renzi…). Craxi operò negli anni precedenti alla caduta del comunismo, ma si comportò come se la fine del comunismo fosse già avvenuta. Questa forse è stata la sua intuizione più straordinaria. Ma andò sprecata. Personalmente non ho mai condiviso quella sua impresa, e cioè il tentativo di fondare un liberismo di sinistra. Così come, personalmente, continuo a pensare che fu un errore tagliare la scala mobile, e che quell’errore di Craxi costa ancora caro alla sinistra. Ma questa è la mia opinione, e va confrontata con la storia reale, e non credo che sia facile avere certezze.

Quel che certo è che Craxi si misurò con questa impresa mostrando la statura dello statista, e non cercando qualche voto, un po’ di consenso, o fortuna personale. Poi possiamo discutere finché volete se fu un buono o un cattivo statista. Così come possiamo farlo per De Gasperi, per Fanfani, per Moro.

E qui arriviamo a quella parolina: l’autonomia della politica. Solo in una società dove esiste l’autonomia della politica è possibile che vivano ed operano gli statisti. Se l’autonomia non esiste, allora i leader politici sono solo funzionari di altri poteri. Dell’economia, della magistratura, della grande finanza, delle multinazionali…

Photo prise le 20 octobre 1988 ‡ la Maison Blanche ‡ Washington, du prÈsident Ronald Reagan en discussion avec l'ancien prÈsident du Conseil italien Bettino Craxi (D) qui est dÈcÈdÈ ‡ son domicile tunisien, le 19 janvier 2000, ‡ l'‚ge de 65 ans. Bettino Craxi s'Ètait rÈfugiÈ en 1994 ‡ Hammamet pour Èchapper ‡ la justice italienne qui l'a condamnÈ par contumace, dans diverses affaires de corruption et de financement illicite du PSI, ‡ un total de 27 ans de prison. // Picture dated 20 October 1988 at the White House in Washington shows the then US president Ronald Reagan with former Italien premier Bettino Craxi. Craxi died at his home in southern Tunisia 19 January 2000 at age 65. He fled to Tunisia in 1994 to escape imprisonment on corruption convictions.

In Italia l’autonomia della politica è morta e sepolta da tempo. L’ha sepolta proprio l’inchiesta di Mani Pulite. C’erano, negli anni Settanta, tre leader, più di tutti gli altri, che avevano chiarissimo il valore dell’autonomia. Uno era Moro, uno era Berlinguer e il terzo, il più giovane, era Craxi. Alla fine degli anni Ottanta Moro e Berlinguer erano morti. Era rimasto solo Craxi. Io credo che fu essenzialmente per questa ragione che Craxi fu scelto come bersaglio, come colosso da abbattere, e fu abbattuto.

Lui era convinto che ci fu un complotto. Sospettava che lo guidassero gli americani, ancora furiosi per lo sgarbo che gli aveva fatto ai tempi di Sigonella, quando ordinò ai carabinieri di circondare i Marines che volevano impedire la partenza di un un aereo con a bordo un esponente della lotta armata palestinese. I carabinieri spianarono i mitra. Si sfiorò lo scontro armato. Alla fine, in piena notte, Reagan cedette e l’aereo partì. Sì, certo, non gliela perdonò.

Io non credo però che ci fu un complotto. Non credo che c’entrassero gli americani. Penso che molte realtà diverse ( economia, editoria, magistratura) in modo distinto e indipendente, ma in alleanza tra loro, pensarono che Tangentopoli fosse la grande occasione per liquidare definitivamente l’autonomia della politica e per avviare una gigantesca ripartizione del potere di stato. Per questo presero Craxi a simbolo da demolire. Perché senza di lui l’autonomia della politica non aveva più interpreti.

Dal punto di vista giudiziario “mani pulite” ha avuto un risultato incerto. Migliaia e migliaia di politici imputati, centinaia e centinaia arrestati, circa un terzo di loro, poi, condannati, moltissimi invece assolti ( ma azzoppati e messi al margine della lotta politica), diversi suicidi, anche illustrissimi come quelli dei presidenti dell’Eni e della Montedison. Dal punto di vista politico invece l’operazione fu un successo. La redistribuzione del potere fu realizzata. Alla stampa toccarono le briciole, anche perché nel frattempo era sceso in campo Berlusconi. All’imprenditoria e alla grande finanza andò la parte più grande del bottino, anche perché decise di collaborare attivamente con i magistrati, e dunque fu risparmiata dalle inchieste. Quanto alla magistratura, portò a casa parecchi risultati. Alcuni molto concreti: la fine dell’immunità parlamentare, che poneva Camera e Senato in una condizione di timore e di subalternità verso i Pm; la fine della possibilità di concedere l’animista; la fine della discussione sulla separazione delle carriere, sulla responsabilità civile, e in sostanza la fine della prospettiva di una riforma della giustizia. Altri risultati furono più di prospettiva: l’enorme aumento della popolarità, fino a permettere al Procuratore di Milano – in violazione di qualunque etica professionale – di incitare il popolo alla rivolta contro la politica (“resistere, resistere, resistere… ”) senza che nessuno osasse contestarlo, anzi, tra gli applausi; il via libera all’abitudine dell’interventismo delle Procure in grandi scelte politiche ( di alcune parlava giorni fa Pierluigi Battista sul Corriere della Sera); l’enorme aumento del potere di controllo sulla stampa e sulla Tv; la totale autonomia.

Ora a me restano due domande. La prima è questa: quanto è stata mutilata la nostra democrazia da questi avvenimenti che hanno segnato tutto l’ultimo quarto di secolo? E questa mutilazione è servita ad aumentare il tasso di moralità nella vita pubblica, oppure non è servita a niente ed è stata, dunque, solo una grandiosa e riuscita operazione di potere?

E la seconda domanda è di tipo storico, ma anche umano: è giusto che un paese, e il suo popolo, riempano di fango una figura eminente della propria storica democratica, come è stato Craxi, solo per comodità, per codardia, per “patibolismo”, deturpando la verità vera, rinunciando a sapere cosa è stato nella realtà il proprio passato?

Io penso di no. Da vecchio anticraxiano penso che dobbiamo qualcosa a Bettino Craxi. PIERO SANSONETTI.

.….CONDIVIDO. g.



CON REFERENDUM FINITA LA STAGIONE DELLA SECONDA REPUBBLICA, di Antonio Polito

Pubblicato il 14 dicembre, 2016 in Politica | No Comments »

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Rifiutandosi di entrare nella Terra Promessa da Renzi, gli elettori hanno forse scritto la parola fine sulla Seconda Repubblica. Il referendum costituzionale può assumere il valore storico che ebbe quello sul divorzio nel 1974: la chiusura di un’era. Per la verità gli italiani ci avevano provato già nelle elezioni politiche del 2013, mandando in frantumi il bipolarismo. Ma Renzi si inserì abilmente e velocemente nel vuoto di potere.Così illuse se stesso e tutti noi che fosse possibile riesumare, stavolta con un volto più giovane, la salma di un sistema politico che aveva fatto il suo tempo. La Seconda Repubblica ha avuto infatti quattro tratti distintivi: era fondata sul leaderismo, tenuta in piedi dal maggioritario, ingessata in due coalizioni, nutrita dallo strapotere della tv. Nessuno di questi pilastri ha resistito allo tsunami della crisi.

Il primo comandamento dell’epoca politica iniziata nel 1994 era il leaderismo, e diceva che il capo della coalizione di maggioranza, il cui nome venne scritto sulla scheda elettorale, è automaticamente il capo del governo, perché quest’ultimo non si elegge più nel Parlamento ma direttamente nelle urne. Così è stato tre volte con Berlusconi e due volte con Prodi. Dopo la pausa di Monti e Letta, Renzi ha tentato di ripristinare il dogma pur senza passare per il voto popolare. È finita invece come ai tempi della Dc: Gentiloni a Palazzo Chigi nel ruolo di un Goria, un governo balneare a Natale che tiene il posto al prossimo, mentre il potere e la lotta per acquisirlo si spostano nel partito.

Il secondo comandamento era il maggioritario, condizione essenziale del leaderismo. Ma il maggioritario non esiste più nella versione del Porcellum, perché lo ha raso al suolo la Consulta per la sua incostituzionalità; non esiste ancora nella versione dell’Italicum, né forse esisterà mai perché ripudiato già da tutti e sub iudice; e non facilmente potrà risorgere nella versione del Mattarellum, che per tornare avrebbe bisogno di coalizioni che non ci sono più.

Erano appunto le coalizioni il terzo comandamento: tutti insieme contro il nemico comune. Ma da quando ci sono su piazza i Cinque Stelle il nemico non è più comune per nessuno, ciascuno ne ha almeno due, e dunque ognuno per sé. È per questo che la prossima legge elettorale rischia di essere, in ogni caso, più proporzionale di tutte le precedenti. È per questo che il centrodestra è diviso in tre tronconi al momento inconciliabili. Ed è per questo che il Pd è rimasto solo, senza uno straccio di alleati.

Infine il quarto comandamento: se occupi le tv e sei un buon comunicatore, vinci le elezioni. Con Berlusconi funzionò, anche perché lui era padrone della materia. Con Renzi ha funzionato per un po’. Al referendum ha invece funzionato a rovescio. L’occupazione militare delle tv da parte del premier ha generato fastidio, intolleranza e rigetto. Mentre i social hanno dato il mood alla campagna, definendo l’umore del Paese e alimentandolo. Cosa analoga a quella che è successa in America, dove la vittoria dell’outsider Trump è stata cucinata sul web.

Tutto questo ha conseguenze politiche immediate per il Pd. Quel partito è infatti nato nella e per la Seconda Repubblica, si è modellato su di essa per competere con Berlusconi che l’aveva inventata, e perfino il suo statuto e le sue regole interne (lo ha notato ieri acutamente Francesco Cundari sull’Unità) sono costruite sul titanismo autosufficiente del leader, una specie di «berlusconismo democratico», in cui il partito serve solo come strumento elettorale del capo. Ora che l’habitat naturale in cui era nato il Pd si è dissolto, suona stanca, se non patetica, l’idea che si possa ricominciare daccapo nel solito modo. Primarie e camper sono, prima di tutto nell’immaginario collettivo, come mobili di modernariato: eleganti e carini, ma vecchi. Radicamento sociale e social, gioco di squadra invece di idolatria del capo, freschezza di idee e proposte per il futuro al posto di difesa puntigliosa di mille giorni di governo che sono ormai passati e anche elettoralmente bocciati, richie- dono una trasformazione radicale del Pd che francamente non è alle viste. Attenzione, perché nel falò della Seconda Repubblica è già sparito il Pdl, non è affatto detto che il Pd ce la faccia. Certo non ce la farà se continua a considerare la sconfitta referendaria come una specie di accidente, di evento atmosferico disgraziato che ha solo momentaneamente fermato l’irresistibile ascesa di Renzi. Antonio Polito, Il Corriere della Sera, 14 dicembre 2016

REFERNDUM, LE CINQUE RAGIONI DI UNA SCONFITTA, di Ernesto Galli della Loggia

Pubblicato il 6 dicembre, 2016 in Politica | No Comments »

Le cinque ragioni
di una sconfitta

La personalizzazione controproducente, certo; e poi l’eccessiva invadenza mediatica; poi ancora il fatto di avere contro 4/5 dei partiti del Paese e perfino buona parte del suo: tutto vero, sicché sembra essercene abbastanza per spiegare la sconfitta di Matteo Renzi al referendum di domenica.

Invece non basta, credo. In quel risultato c’è qualcos’altro. Le sue proporzioni rovinose manifestano qualcosa di più: un rifiuto profondo che via via ha preso corpo nei confronti della personalità stessa dell’ormai ex presidente del Consiglio, il rigetto della sua proposta in un certo senso «a prescindere», la crescita di un’insofferenza radicale per la sua immagine e il suo discorso

Lo dirò molto alla buona: il risultato del referendum più che mostrare la devozione degli italiani al testo della Costituzione indica che alla maggioranza di essi Matteo Renzi era ormai diventato insopportabilmente antipatico. «Poco convincente», se si preferisce un termine politologicamente più nobile.

Eppure Matteo Renzi non è mai stato il giovane Achille Starace, anche se in tutte queste settimane i suoi avversari di sinistra e di destra — uniti in un lodevole afflato di impegno antifascista — si sono sforzati di dipingerlo in qualcosa di simile a un pericolo per la democrazia e di descrivere la sua riforma come la potenziale anticamera di una dittatura. Invece, particolarmente oggi, nel giorno della sua sconfitta, sarebbe più che ingeneroso spregevole dimenticare le non poche buone leggi che il suo governo ha promosso, l’impulso dinamico che ha cercato d’imprimere in certi settori dell’amministrazione pubblica, la sua continua insistenza sulla necessità di svecchiare, sveltire, semplificare. Ma perché allora il risultato così negativo di domenica, perché l’ondata di antipatia e di avversione che ha travolto Renzi? Per effetto dei suoi errori, naturalmente, che hanno oscurato tutto il resto. Ecco un elenco disordinato di quelli che specie sul piano della comunicazione e dell’immagine, ma non solo, mi sembrano essere stati i più gravi.

1) Il profluvio dell’ottimismo, degli annunci sull’uscita dal tunnel, del «ce la stiamo facendo», «ecco ormai ce l’abbiamo fatta». Ai tanti italiani che viceversa se la passano tuttora male, talvolta malissimo e senza speranza, sentirsi dire che invece e contrariamente alla loro esperienza quotidiana le cose si stavano mettendo bene, deve essere suonata come una beffa e deve aver provocato un effetto di esclusione e di immeritata colpevolizzazione. Specie al Sud — verso il cui declino storico la comprensione politico-intellettuale e la personale empatia di Renzi non sono riusciti a mostrarsi se non eguali pressoché allo zero — l’effetto è stato catastrofico.

2) A una conferenza stampa o a una riunione di responsabili acquisti di una catena di supermercati si può comunicare all’uditorio attraverso le slide: a una massa di cittadini elettori no. Di un discorso complesso la gente comune può capire spesso la metà, ma capisce che se le si rivolge in quel modo significa che la si tiene in considerazione, che la si ritiene importante. Renzi non ha mai parlato al Paese in modo «alto» ed «eloquente»: starei per dire in modo «serio». La sola cifra di serietà del suo discorso è stata solitamente quella del sarcasmo: non proprio l’ideale, come si capisce, per suscitare simpatia. Per il resto la sua irresistibile propensione al tono leggero e alla battuta ne hanno inevitabilmente diminuito la statura politica.

3) La mancanza di posizioni critiche vere, argomentate e conseguenti di qualunque tipo verso le élite del potere che non fossero le élite politico-parlamentari o mediatiche italiane. In un’epoca invece nella quale — almeno a mio giudizio con più di un fondamento — è largamente diffuso un sentimento opposto, questo orientamento di Renzi non gli ha procurato alcuna simpatia. Che a mia memoria al capo del nostro governo non sia mai uscita di bocca un’espressione di censura verso i dirigenti dell’inefficiente e per più versi marcio mondo bancario o verso la Consob, responsabili della rovina di decine di migliaia di cittadini italiani, è apparso quanto mai significativo. Egualmente significativo, per esempio, che per tanto tempo egli non sia mai andato al di là delle battute circa il modo spudorato con cui l’Unione Europea si stava comportando con l’Italia a proposito della questione dei migranti. Cose come queste hanno allontanato Renzi dal modo d’essere e di sentire prevalente nel Paese. La sintonia con il quale non credo che sia stata di molto accresciuta dalla sua frequentazione intensa, a tratti si sarebbe detta compulsiva, con gli ambienti dell’industria e della finanza.

4) La politica dei bonus: dagli 80 euro ai lavoratori dipendenti, ai 500 euro a insegnanti e neo-diciottenni. Personalmente, così come dubito che i primi siano stati cruciali per il successo di Renzi alle Europee del 2014, invece sono sicuro che tanto i primi che i secondi non siano serviti ad aggiungergli il minimo consenso domenica scorsa. Il fatto è che l’attribuzione di tali somme (con quel termine «bonus», degno della pubblicità di un casinò volta ad attrarre clienti alle slot machine) è stata sentita probabilmente non già come il riconoscimento di un compenso atteso e meritato quanto, più che altro, come l’elargizione di una mancia umiliante, concessa per acquistarsi il buon volere e la gratitudine del «beneficato». È facile immaginare la popolarità derivatane al «benefattore».

5) Il tratto marcato di «consorteria toscana» che Matteo Renzi non ha esitato a dare all’intera, vasta cerchia dei suoi collaboratori. È ovvio come ciò lo abbia fatto percepire dal resto del Paese come murato in una posizione «chiusa», non disposta ad accogliere e a colloquiare con apporti diversi. Si aggiunga il carattere non proprio di rango di un gran numero di tali collaboratori, così come dei tanti nominati in una miriade di posti: troppo spesso scelti con ogni evidenza più che per i loro meriti per la loro sicura fedeltà (vedi il caso, esemplare tra i tanti, per il risultato grigissimo verificabile quotidianamente da tutti 24 ore su 24, dei vertici Rai). Il Corriere della Srra, 6 dicembre 2016, Ernesto Galli della Loggia

IL VERO ESAME DI DEMOCRAZIA SARA’ DOPO IL REFERENDUM, di Gianfranco Pasquino

Pubblicato il 22 ottobre, 2016 in Costume, Politica | No Comments »

No, sia come Presidente del Consiglio sia come segretario del Partito democratico, Matteo Renzi esagera e sbaglia. La «partita», qualunque sarà il risultato, non finisce domenica 4 dicembre sera. In democrazia, non esiste una sola partita. C’è un lunghissimo campionato fra idee, proposte, persone e soluzioni. C’è un pubblico, che vorremmo più attento, meglio preparato, maggiormente incline a partecipare che, di volta in volta, esprime, anche andando/non andando alle urne (spettacolo) il suo parere, ma che spesso, legittimamente, lo cambia e al quale urge ricordare che deve assumersi tutte le responsabilità dei suoi comportamenti e delle conseguenze. Lunedì 5 dicembre mattina dopo avere, variamente, festeggiato e/o preso atto con dolore dell’esito referendario, dopo essersi accapigliati nei talk show, quei politici, che hanno a cuore le sorti del Paese e che non intendono essere subalterni ai mercati e agli operatori finanziari, si metteranno al lavoro. Potranno sbrigare il compito anche delle modalità con cui eventualmente sostituire il presidente del Consiglio, ma dovranno, secondo la Costituzione vigente, farlo insieme al Presidente della Repubblica. Mai come in un’occasione simile, Mattarella sarà tenuto a esercitare il suo potere di moral suasion convincendo i riluttanti ad anteporre gli interessi del paese a quelli personali, di carriera e di prestigio. Politici responsabili, se davvero volevano queste riforme oppure se davvero sono riformatori, ma si opponevano alla qualità delle riforme del governo Renzi, ritornano comunque sul discorso/percorso di adeguamento (i vincitori) e di aggiornamento (i perdenti) costituzionale.

Dopo fin troppi mesi (quasi otto) di dibattiti intensi e, spesso, personalizzati e acrimoniosi, è lecito sperare che tutti abbiano avuto e sfruttato la possibilità di imparare qualcosa. Per quanto schierato, non ho mai creduto che tutto il male si trovi/stia dalla parte del governo né che tutto il bene fosse/sia collocato nell’inevitabilmente variegato schieramento del No. Dunque, tutti, ciascuno al suo livello, dovremmo avere imparato qualcosa non solo sulle preferenze altrui, ma anche sulle soluzioni proposte, sul grado di funzionalità e di accettabilità, sulle carenze. Nessun tavolo delle riforme e nessuna Assemblea costituente (che delegittimerebbe del tutto la Costituzione vigente): le riforme ripartono, senza diktat, dalle sedi deputate in Parlamento: le Commissioni e i loro componenti. Questo è anche un modo, forse il migliore, per dimostrare al presidente emerito Giorgio Napolitano, che il Parlamento non è umiliato, ma, in quanto luogo della rappresentanza politica degli italiani (anche se, certo, con il Porcellum non abbiamo una rappresentanza apprezzabile), è perfettamente consapevole di dovere dare risposte semplici, precise, accurate a disfunzioni che esistono, sulle quali il dibattito referendario ha fatto, se non piena, abbastanza luce. Ricordando a tutti che le revisioni costituzionali sono, forse più di qualsiasi altra materia, quelle per le quali vale nella maniera più assoluta l’assenza di qualsiasi vincolo di mandato, sulle quali non è lecito imporre nessuna disciplina di partito, i parlamentari cercheranno di mettere a buon frutto il consenso, ce n’è, ce n’è, che si è espresso su alcune revisioni. Mireranno a migliorare o a cambiare del tutto altre revisioni sulla base di quello che, se hanno fatto una campagna elettorale non allarmistica, demonizzante e manipolatoria, ma informativa e sul merito, non possono non avere ascoltato dai moltissimi cittadini che hanno partecipato ai dibattiti e alle assemblee. Ho imparato dai classici della democrazia, ma anche dai contemporanei, che, oltre a non tagliare le teste, la democrazia si distingue dagli altri regimi per la sua capacità di produrre apprendimento collettivo e di correggere i suoi errori. La mattina del 5 dicembre, vincitori e vinti dovranno dimostrare che questo insegnamento vale anche per ciascuno di loro e per tutti. Gianfranco Pasquino, Il Corriere della Sera, 22 ottobre 2016

………………...Pasquino è un politologo e costituzionalista eccellente, è di sinistra ma è sempre stato equilibrato nei giudizi e nelle proposte. Questa nota descrive ciò che dovrebbe essere perchè la nostra democrazia superi l’esame di maturità dopo la difficile prova referendaria che sta dividendo il Paese fra buoni e cattivi, ovviamente secondo i punti di vista dei due concorrenti, fra il  SI e il NO. Auspico che il NO prevalga e in questo senso è maggiormente calzante l’invito di Pasquino a riprendere subito il percorso di una nuova proposta di riforma che sia calibrata sull’interesse del Paese e non di una parte, peggio di un 2uomo solo al comando” che è di per sè negazione della democrazia. Su un punto però non concordo con Pasquino lì dove ritiene che una Assemblea Costituente eletta per fare le riforme condivise sarebbe una delegittimazione della Carta Costituzionale. Non  ne spiega il motivo e sorvola sul fatto che la Carta Costituzionale è stata scritta e approvata da una Assemblea Costituente, quella eletta il 2 giugno del 1946. g.

LE DESTRE ALL’ATTACCO DELLE ELITE E LE SINISTRE RESTANO INDIETRO, di Luciano Volante

Pubblicato il 11 ottobre, 2016 in Costume, Politica | No Comments »

Theresa May, il nuovo premier conservatore britannico, illustrando a Birmingham due giorni fa il programma del suo governo, ha presentato il partito conservatore come il «partito dei lavoratori», ha elogiato lo Stato interventista, ha criticato le élite liberal, «più attente ai rapporti internazionali che alla gente della strada», ha criticato i manager «che non hanno fatto sacrifici durante la crisi», sacrifici che invece sono stati fatti dai «comuni cittadini». È una destra che si sposta a sinistra per conquistare maggiore consenso? La questione non è così banale. La geografia politica europea sta cambiando tra rimescolamenti di alleanze e nuove emarginazioni. Molti dirigenti del partito socialista spagnolo sono tentati dall’ipotesi di un accordo di governo con la destra al fine di evitare un ennesimo ritorno alle urne. Tsipras, in Grecia, sostiene il rigore economico e sta al governo con il Partito dei Greci Indipendenti, forza di destra anti austerità. I laburisti olandesi sono al governo con un primo ministro liberale. I socialdemocratici austriaci sono rimasti fuori dal ballottaggio per l’elezione del presidente della Repubblica. Lo stesso esito potrebbe avere la ricandidatura di Hollande alla presidenza della Repubblica Francese.

L’internazionalismo proletario del secolo scorso è stato sostituito da un «internazionalismo del popolo onesto» in lotta contro le élite «approfittatrici». Le élite, approfittatrici o meno, sono sotto attacco in gran parte del mondo occidentale. Donad Trump negli Stati Uniti, Alvaro Uribe in Colombia, Marine Le Pen in Francia, Nigel Farage in Gran Bretagna, Geert Wilders capo del partito olandese della libertà, Grillo e Salvini in Italia sono i più noti esponenti di questa nuova identità della destra, quella del populismo greve, come ha detto recentemente Obama. Un sentimento che tocca anche frange della sinistra radicale in diverse parti del mondo occidentale.

La antica contrapposizione tra lavoro e capitale sta cedendo il passo a una nuova contrapposizione, tra nativisti e mondialisti, tra coloro che difendono la sovranità delle comunità nazionali e quelli che si collocano in un’ottica globale. I primi, tendenzialmente di destra, si presentano come vicini agli interessi del popolo contro le élite che guardano al mondo invece che ai concittadini. I secondi, tendenzialmente di sinistra, appaiono più preoccupati delle grandi questioni del mondo che dei problemi quotidiani dei concittadini. Questo mutamento è potuto accadere perché le forze di sinistra, forse ritenendo di rappresentare in ogni caso gli interessi del popolo più e meglio di altri, come per concessione divina, hanno smesso di occuparsene in modo prioritario. Hanno preferito dedicarsi alla scelta del capitalismo da sostenere e alle riflessioni sui cambiamenti indotti dalla globalizzazione. Si sono perciò trovate al fianco delle élite piuttosto che al fianco del popolo.

Le destre stanno già tentando una sintesi. Hanno incamerato la nuova forza che il capitalismo ha tratto dalla globalizzazione, hanno rivestito di panni popolari il loro tradizionale nazionalismo, si sono schierate contro le élite dando così una rappresentanza al rancore sociale di chi ha pagato il costo più pesante della crisi. Le sinistre sono più indietro. Dovrebbero riprendere la vecchia abitudine di occuparsi dei bisogni quotidiani delle persone dando spazio non ai loro rancori, ma alle loro speranze. E dovrebbero spiegare che le classi dirigenti si possono e a volte si devono cambiare; ma un Paese senza classi dirigenti è destinato all’ignoranza e all’anarchia. Luciano Violante, Il Corriere della Sera, 11 ottobre 2016

FELTRI A MATTARELLA: “PRESIDENTE, COSI CI SCAPPA UN VAFFA”

Pubblicato il 21 agosto, 2016 in Politica | No Comments »

Vittorio Feltri a Mattarella: "Presidente, così ci scappa un vaffa"

Sergio Mattarella non è antipatico e neppure simpatico: è enigmatico, oserei dire sconosciuto perlomeno alle masse, che si sono sempre disinteressate della sua persona fino a quando non è stata issata al vertice del Colle.

Dimessosi Giorgio Napolitano dopo che aveva commesso una serie indimenticabile di bischerate, si trattava di sostituirlo con un personaggio opaco, capace di non farsi notare e di non disturbare il manovratore, nella fattispecie Matteo Renzi, novello timoniere.

Insomma si richiedeva un uomo grigio e innocuo. Chi? Illuminato dal proprio genio perverso, il premier scelse Mattarella, la cui esistenza era pressoché ignorata da tutti, forse anche dai parenti stretti. Una scelta di buon senso che tuttavia Berlusconi non apprezzò, non essendo stato lui a farla.

In ogni caso Sergio il siculo si è insediato al Quirinale senza fare rumore, come avrebbe fatto un gatto, animale che egli ama, cosa che mi ha sempre impedito di parlare male del presidente, dato che anche io sono un gattolico praticante. Insomma, fino a ieri, consideravo Mattarella il minore dei mali italiani. Già, fino a ieri, allorché celebrando i 70 anni della Repubblica a Rimini, davanti al pubblico del Meeting ciellino, Sergio ha sbracato completamente. Dalla sua bocca sono sfuggiti alcuni luoghi comuni che ci hanno inorridito, tra cui il seguente: bisogna accogliere festosamente i profughi, gli immigrati, clandestini inclusi.

A vedere il capo dello Stato in ginocchio al cospetto dei buonisti professionali, ai predicatori dell’ accoglienza indiscriminata (tipo quelli di Capalbio, cui piacciono gli stranieri solo se non gli vanno fra i piedi in spiaggia), siamo stati colti da una crisi di tetro sconforto. E abbiamo constatato che perfino un gattaro taciturno quale il presidente è pronto ad adagiarsi sul più morbido conformismo, pur di essere gradito ai cretinetti convinti che il futuro dell’ Italia si tinga di rosa grazie alla moltitudine di neri invasori (non contrastati) del nostro Paese. È vero che siamo un popolo disposto ad accettare tutto: un fisco predatore; una previdenza sociale che usa i soldi dei lavoratori per finanziare attività varie, anche truffaldine, tranne che le pensioni; case di proprietà pubblica assegnate a chiunque meno che a chi ne ha bisogno; una sanità gratuita per i ricchi e gravata dai ticket per i poveri; sussidi a iosa ai forestieri e zero aiuti ai disperati indigeni, costretti a pernottare in auto scassate.

Siamo gente che esercita la virtù della pazienza, che digerisce molte ingiustizie e tollera ogni genere di porcherie, ma qualche volta, dinanzi a certe esagerazioni, ha il diritto di irritarsi. Se addirittura il presidente della settantenne Repubblica delle banane si mette a sponsorizzare l’ immigrazione sfrenata, è fatale che ad alcuni saltino i nervi e scappi un vaffanculo. Che è una espressione volgare e inaccettabile al Rotary ma è densa di significato: rivela meglio di un trattato sociologico lo stato d’ animo di chi, invece di vivere negli austeri saloni del palazzo del potere, si arrabatta come può a Como o a Ventimiglia o a Milano tra folle di sbandati privi di tetto e di ciò che normalmente sta sotto i tetti.

Caro Mattarella, illustre gattaro, non si lasci più trascinare da coloro che non sanno nulla di come campino gli italiani, in un momento in cui i politici non lesinano la solidarietà a nessuno eccetto che ai cittadini che li hanno votati. Sia il presidente dei cittadini e non degli intrusi. Con mutata stima, le auguro di tornare a tacere o almeno di non pronunciare più parole che hanno per noi il sapore della cicuta. Vittorio Feltri.

.…che dire…perfetamnete d’accordo con Feltri.

LA GUERRA DELL’ISIS E’ DI RELIGIONE, di Antonio Polito

Pubblicato il 6 agosto, 2016 in Costume, Politica | No Comments »

Papa Francesco sta facendo uno sforzo eccezionale, direi quasi sovrumano, per evitare che la Cristianità si senta in guerra con l’Islam. È un grande contributo alla causa della pace, ricorda e replica l’inflessibilità con cui Giovanni Paolo II respinse, anche dopo la strage delle Torri Gemelle, il tentativo di Bin Laden di trasformare la sua guerra in guerra santa, e di combatterla come guerra di religione. Però all’interno della più vasta Cristianità, alla cui dimensione globale appartiene un Pontefice per la prima volta nella storia non europeo, ma «venuto dalla fine del mondo», c’è una comunità di princìpi e di valori che affondano le radici nel Cristianesimo ma non si identificano tout court con esso. Questa comunità è l’Occidente, cristiano, laico e secolarizzato. E l’Occidente è invece certamente sfidato dal radicalismo islamico in una vera e propria guerra di religione, un conflitto cioè in cui chi uccide lo fa in nome di un credo, e a un dio con blasfemia dedica il sangue che versa. Sfruttando la duttilità e precisione della lingua italiana, si potrebbe dire che non è in corso una «guerra tra religioni», ma una «guerra di religione» sì. E l’Occidente, cristiano e non, deve saperla combattere come tale.

Questa guerra di religione sconvolge innanzitutto il mondo islamico, si svolge al suo interno prima ancora che rivolgersi a noi. Non è affatto la prima volta che accade nella Storia. Anche i cristiani hanno dato vita a un secolo di sanguinosissime guerre di religione. In cui certamente giocavano un ruolo anche «gli interessi, i soldi, le risorse della natura, il dominio dei popoli», come ha detto Francesco a proposito di quella in corso adesso. Ma la cui ideologia necessaria, vale a dire senza la quale la guerra non sarebbe stata possibile, era l’intolleranza religiosa e lo scontro tra cattolici e protestanti sull’interpretazione delle Sacre Scritture e sul ruolo della Chiesa. Così è oggi. Muoiono molti più sciiti e sunniti che cristiani per mano degli islamisti. E per questo sarebbe assurdo, oltre che pericoloso, considerare i musulmani che vivono da noi come i nostri nemici, antropologicamente dediti a odiarci. Bisogna piuttosto provare pietà per l’enorme sacrificio cui sono sottoposti loro malgrado, come sul lungomare di Nizza, dove a festeggiare la presa della Bastiglia e a finire sotto un Tir c’erano decine di francesi di fede islamica. Bisogna rispettarne lo sforzo culturale ed esistenziale per far convivere la religione dei padri con la vita all’occidentale dei figli, soprattutto quando chiediamo loro di denunciare i correligionari per proteggere il nostro stile di vita.

Ma se quella che abbiamo di fronte non fosse una guerra di religione, che senso avrebbe chiedere agli islamici europei di condannare e isolare i terroristi? Perché mai avremmo invitato i musulmani a pregare nelle nostre chiese, se a sconvolgerci non fosse un conflitto istigato da un centro operativo che si fa chiamare Stato Islamico e condotto da una minoranza di islamici per conquistare la maggioranza e trascinarla in una guerra civile europea? È stata da molti contestata a Francesco la mancata distinzione tra chi versa il sangue degli innocenti in nome di Dio e chi lo fa pur credendo in Dio, a proposito del suo equiparare un cristiano che uccide la fidanzata o la suocera a un islamico che fa strage gridando «Allah Akbar». È però difficile, e forse improprio, chiedere al vicario di Cristo di non condannare allo stesso modo l’assassinio, qualsiasi ne sia il motivo. A noi europei laici che non possiamo non dirci cristiani, spetta invece il compito di distinguere e capire, e di dare i nomi giusti alle cose, perché abbiamo il dovere di difendere la nostra civiltà da questa ennesima barbarie che la sta attaccando, come l’hanno difesa i nostri padri dai cristiani in camicia bruna durante la Seconda guerra mondiale e dagli atei con la bandiera rossa durante la Guerra fredda. Antonio Polito, Il Corriere della Sera, 6 agosto 2016

ALBERTAZZI, QUELL’ODIO INCIVILE DELL’ISTITUTO PARTIGIANO, di Giovanni Belardelli.

Pubblicato il 19 giugno, 2016 in Costume, Politica | No Comments »

Sul sito dell’Istituto bergamasco per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea fa mostra di sé una critica post mortem a Giorgio Albertazzi che lascia senza parole, fin dal titolo: «Un bastardo che ci lascia». Ecco il testo: «Increduli e sgomenti per gli elogi e il cordoglio che si alzano — anche da parte delle più alte cariche dello Stato — in occasione della morte dell’attore Giorgio Albertazzi, vogliamo ricordarne la figura di milite della Tagliamento, di feroce rastrellatore di partigiani e civili, dal Grappa alla Valcamonica. In occasione dell’anniversario delle bombe di Piazza della Loggia ci pare doveroso sottolineare che quella orribile strage è opera dei figli e nipoti di quella splendida figura di italiano, che in questo smemorato paese si tende ad onorare. Che ognuno, per favore, pianga i suoi di morti». Il testo è firmato dagli organi direttivi dell’istituto, inserito in quella rete di istituti per la storia della Resistenza che rappresenta, grazie anche a finanziamenti pubblici, la maggiore struttura nel campo della ricerca storica al di fuori dell’università. Si tratta di istituti impegnati anche in varie attività educative: dall’aggiornamento degli insegnanti a iniziative nelle scuole, mostre, convegni ecc. Ma non si capisce quale mai attività educativa possa svolgere un istituto come quello bergamasco. Il punto non è, ovviamente, che si ricordi il fatto che il ventenne Albertazzi, come altri suoi coetanei, avesse servito nelle formazioni della Rsi. Le guerre civili, è perfino banale ricordarlo, sono tali appunto perché esistono due schieramenti che ferocemente si affrontano. E spesso, come fa dire Calvino a un partigiano nel romanzo Il sentiero dei nidi di ragno, «basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima, e ci si trova dall’altra parte». Ciò che è inqualificabile, piuttosto, è che un’istituzione che dovrebbe essere volta ad attività educative e di ricerca possa produrre un testo improntato all’odio, come quello citato. Giovanni Belardelli, Il Corriere della Sera, 19 giugno 201

…..Si, è vero, Gorgio Albertazzi giovanissimo “scelse l’altra parte”, cioè la RSI di Mussolini nel 1943, e alla fine della guerra fu imprigionato e condannato a morte e salvato dall’amnistia Togliatti. Ed è anche vero che mai Albertazzi rinnegò quella scelta, sebbene mai più si interessò di politica e le poche volte nella sua lunga e straordinaria vita di artista leggendario del nostro Teatro che dedicò qualche parola a gli eventi di allora, non ebbe mai parole di recriminazione ma neanche di rimpianto. Ed è anche vero che Albertazzi non fu l’unico allora a scegliere quella strada, tantissimi furono i giovani che nel 1943  furono “i balilla che andarono a Salò″ come titola Carlo Mazzantini, scrittore e giornalista approdato al’altra paete della sponfa del fiume, cioè nella sinistra comunista,  i suoi ricordi commoventi e onesti dei tanti suoi coetanei che scelsero l’altra parte. S ne potrebbero citare a centinaia, tra i più o meno noti e i tanti meno noti che infoltirono i ranghi dell’esercito di Salò. Ne ricordo due. Dario Fò e Walter Chiari. Il secondo come Albertazzi mai rinnegò o maledisse la scelta fatta a 20 anni, il primo con la stessa virulenza della prima fece la seconda di scelta, quella comunista a cui è rimasto fedele, facendosene alacre vessillo. Ma può la scelta fatta a 20 anni, essere ragione,  70 anni dopo la fine della guerra e le tante parole spese a proposito della riconciliazione nazionale, per rivolgere a chi non può più difendersi gli insuti che un istituto dedito alla ricerca storica  rivolge ad Albertazzi dopo la  sua morte con una violenza e una cattiveria che nulla può giustificare? Assolutamente no, per cui ha ragione Belardinelli a definire inqualificabile ciò che ha scritto l’istituto storico di Bergamo nei confronti di Albertazzi. E quindi  nei confronti dei tanti ragazzi, i balilla di Salò, che non ebbero la fortuna di sopravvivere e che sul campo lasciarono la loro giovinezza sacrificata per un ideale che sebbene “perdente” era il loro Ideale.  g.

SE LA POLITICA SPEGNE “VIRUS” E “BALLARO’ ” di Pierluigi Battista

Pubblicato il 16 maggio, 2016 in Costume, Cultura, Politica | No Comments »

Un po’ ci avevamo creduto. Davvero abbiamo pensato che nel suo slancio rottamatore, nel suo ripudio della vecchia politica, nel suo afflato liberalizzatore, Matteo Renzi volesse mantenere la promessa di farla finita con la politica e i partiti che occupano militarmente la Rai, con il governo e il Parlamento che lottizzano, con la tv pubblica che prende ordini dal suo «editore di riferimento». Per un momento, ma solo per un momento per carità, abbiamo creduto addirittura alla tentazione renziana di una sia pur parziale privatizzazione della Rai, prologo di un ripensamento sul ruolo del servizio pubblico televisivo che potesse legittimare il pagamento della tassa che i cittadini sono costretti a sborsare anche se non desiderano guardare programmi della tv di Stato. Niente, c’eravamo sbagliati anche questa volta. L’occupazione di Viale Mazzini ha continuato a essere lo sport più praticato a Palazzo Chigi.

La politica si è ripresa i suoi diritti. Per il resto, pagare il canone in silenzio, per foraggiare la tv lottizzata e svantaggiare i concorrenti delle tv private che non possono usufruire dei proventi di una tassa oramai priva di ogni legittimazione. Peccato. I meccanismi e le consuetudini del controllo politico della Rai evidentemente sono troppo forti per essere elusi con un semplice atto di volontà. Si impone invece come inevitabile corollario della smania occupatrice della Rai la tentazione del silenziatore sui programmi non allineati, come sempre, come prima, come tutti gli altri predecessori. Si alimenta attorno a Massimo Giannini l’irritazione del governo per la sua conduzione di «Ballarò». Dicono: ma gli ascolti sono insoddisfacenti. Bene, vedremo i risultati brillanti di un talk show a conduzione improntata alla più affidabile ortodossia renziana («Buonasera, anche questa settimana l’Italia ha cambiato verso»: davvero uno share da boom). Si licenzia via intervista, senza nemmeno un atto formale, un conduttore come Nicola Porro, che con «Virus» ha dato espressione all’unica trasmissione politica di stampo «liberale», senza urla, gabbie, prediche da guru, piazze in fiamme. Via quello troppo «di sinistra», via quello troppo «di destra». E meno male che la Rai doveva essere lasciata in pace. Meno male che i partiti avrebbero allentato la presa. E si illudono che controllando la Rai vinceranno le elezioni. Sbagliano: basta vedere cosa è accaduto nei vent’anni precedenti. Peggio per loro. Pierluigi Battista, Il Corriee della Sera 16 maggio 2016

……E bravo Battista. Si è ricreduto su Renzi al quale , ma “poco poco”,  aveva dato credito, prendendo per vere le sue promesse di rottamazione e in particolare di liberalizzazione della Rai dallo strapotere dei partiti. Invece no e Battista ne prende atto e prende atto invece che proprio sulla Rai si è espressa “al meglio” la vocazione padronale della politica e degli strumenti di potere  da parte di Renzi. Meglio tardi che mai questa presa d’atto di Battisti (che non è nuovo a prese d’atto postume come testimonia il suo libro “Mio padre fascista”). E’ auspicabile che, sulla scia di Battista,  anche altri opininisti abbiano lo stersso coraggio di riconioscere di essersi sbagliati cosichcè da indurre i loro lettori che spesos si fidano delle loro opinioni di rivedere, se nko  l’hanno già fatto , il loro giudizio sul prepotente fiorentino che ce fa rimpiangere tanti altri. g.

MAGISTRATI E POLITICA, DANNOSI SCAMBI DI RUOLO, di Michele AINIS

Pubblicato il 4 maggio, 2016 in Politica | No Comments »

«E tu, che lavoro fai?». «Il tuo». Alle nostre latitudini, succede di frequente: lo sport più praticato è il gioco a rubamazzo. Perché i ruoli di ciascuno non sono mai precisi, univoci, scolpiti sulla pietra. Perché l’invasione di campo non può essere un delitto, quando manca il campo. E perché, mentre in Italia gli incompetenti sono ormai legioni, tutti si dichiarano pluricompetenti. Le baruffe tra politica e giustizia (ultimo episodio: l’arresto del sindaco di Lodi) trovano proprio qui la loro miccia detonante, anche se per lo più non ci facciamo caso. D’altronde si tratta d’una vecchia storia, che ci accompagna da quando giravamo coi calzoni corti. Quante volte il Csm ha cercato di rimpiazzare il Parlamento, dettando moniti e pareri non richiesti sulle leggi da approvare? E quante volte il Parlamento si è sostituito alle procure? Provate a domandarvi chi sia il personaggio più noto nell’azione di contrasto alle cosche mafiose. Risposta: Rosy Bindi, presidente dell’Antimafia. Una Commissione parlamentare d’inchiesta che rimbalza da una legislatura all’altra fin dal 1962, e che fin qui ha alternato 15 diversi presidenti.

Chi fa cosa, ecco il problema. Non solo nel rapporto fra giudici e politici: anche nelle scuole, negli ospedali, nelle aziende pubbliche e private. Anche nei ministeri, o nelle relazioni fra lo Stato e le Regioni. Dove gli sconfinamenti hanno innescato oltre 100 conflitti l’anno dinanzi alla Consulta, nel lustro successivo alla riforma del Titolo V. Magari adesso la riforma della riforma ci metterà una pezza, o magari aprirà un altro contenzioso fra Camera e Senato, per regolare il loro diritto di parola sulle leggi. Tanto, si sa, nel dubbio ognuno chiede la parola. E il giudice che dovrebbe giudicare non di rado straparla a sua volta. Per dirne una, nel 2015 le Sezioni unite della Cassazione (sentenza n. 19.787) hanno dovuto alzare la paletta multando il Tar del Lazio, che pretendeva di surrogarsi al Csm nel conferimento degli incarichi giudiziari direttivi. Da qui la fortuna d’un mestiere ormai praticato in lungo e in largo: il supplente. Irrinunciabile, a quanto pare, nella scuola, dove quest’anno sono state assegnate 122 mila supplenze, nonostante l’assunzione di 86 mila docenti. Anche in famiglia, però, il reddito di cittadinanza al figlio disoccupato viene garantito dal papà, l’asilo per i nipotini sta a casa dei nonni, mentre del bisnonno s’occupa una badante ucraina. Tutti supplenti rispetto allo Stato assente, come le associazioni di volontariato, come le fondazioni bancarie, chiamate a turare le falle del welfare.  E se il nostro ordinamento lesina i diritti civili, oltre a quelli sociali? Possiamo sempre rivolgerci a un supplente di Stato, con una toga sulle spalle o con una fascia tricolore al petto. Nel primo caso supplisce la magistratura, che nel 1975 stabilì il diritto alla privacy (la legge intervenne 21 anni dopo), nel 1988 offrì tutela al convivente more uxorio (la legge manca ancora), mentre nel dicembre scorso il Tribunale di Roma ha riconosciuto la stepchild adoption, proprio mentre il Parlamento la disconosceva. Nel secondo caso entra in scena il sindaco: per esempio trascrivendo i matrimoni gay (nell’ottobre 2014 Marino l’ha fatto per 16 coppie) oppure con il Registro dei testamenti biologici (fin qui adottato in 169 Comuni, oltre che dal Friuli Venezia Giulia a livello regionale). E se invece il sindaco si rivela un incapace? Allora tocca al supplente del supplente, nelle vesti del commissario prefettizio. Il record è in provincia di Caserta, con 18 amministrazioni comunali decapitate; tanto che la prefettura ha dovuto chiedere rinforzi al ministero, perché da quelle parti i viceprefetti sono soltanto 11. Una Repubblica male ordinata reca più danni d’una tirannia, diceva nel Cinquecento Donato Giannotti. Ieri come oggi, il disordine è allevato da un ordinamento sovraccarico e confuso, dove le leggi si fanno per decreto, dove i decreti durano quanto un volo di farfalla. Sicché in ultimo il destino che ci aspetta sarà uguale a quello già sperimentato da una maestra di Bergamo: licenziata a gennaio, continua ad insegnare grazie alle liste fuori graduatoria. Proprio come lei, ogni italiano diventerà ben presto il supplente di se stesso. Michele Ainis, Il Corriere della Sera, 4 maggio 2016