Archivio per la categoria ‘Politica’

BERLUSCONI IN AULA?: SIA SEVERO, di Mario Sechi

Pubblicato il 9 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

Silvio Berlusconi La crisi aperta da Gianfranco Fini nella maggioranza, il conflitto e la confusione ideologica tra i finiani, la contestazione al segretario della Cisl durante la festa del Pd, sono le facce della stessa medaglia: c’è chi sguazza nel caos e cerca di trarne vantaggio, c’è chi questo caos lo alimenta tutti i giorni con atti o omissioni gravi, c’è chi il caos lo interpreta come il semaforo verde per tornare a sentirsi rivoluzionari. Di cose brutte in passato ne abbiamo viste parecchie, alcune di quelle che si presentano davanti ai nostri occhi sono davvero imbarazzanti, ma se mettiamo insieme i cocci che stanno schizzando per terra, non possiamo non vedere che uno scenario di instabilità e contrapposizione radicale rischia di far piombare il Paese in un clima ancor più pericoloso. Il Palazzo ha riaperto i battenti in uno scenario da rompicapo. Il capo del governo sta cercando di capire se e come potrà mandare avanti l’esecutivo e salvare una legislatura preziosa per consentire al Paese di continuare sulla strada della ripresa.
I menagrami nonve lo diranno, ma il mercato immobiliare italiano si sta riprendendo: è un segnale di ottimismo delle famiglie che spazza via gran parte delle critiche lanciate in questi mesi sull’operato di Berlusconi e di Giulio Tremonti. S’è detto che eravamo con le ruote sgonfie, ma se le famiglie la pensassero così non si sognerebbero di investire, accendere mutui, far ripartire il mattone, indicatore principe della ricchezza degli italiani. Sarebbe un peccato terribile far naufragare la legislatura quando ci sono segnali di ripresa della fiducia e mentre il governo si appresta a emettere altri miliardi di debito, il polmone che finanzia l’attività dello Stato. L’Italia non ha bisogno di sfascisti. Si sono fatte un sacco di ipotesi bislacche sul come uscire dallo stallo nel governo. Credo che la via maestra sia una sola: agire dentro le istituzioni e misurare di volta in volta le forze e la reale volontà dell’avversario. Tutto il resto, le manifestazioni, gli appelli, le interviste televisive, sono importanti per la comunicazione e il rapporto con la base elettorale, ma non risolvono il problema della sopravvivenza dell’esecutivo e non sono la spiegazione di cui ha bisogno il cittadino per capire che cosa sta succedendo. Per fare questo, Berlusconi deve andare in Parlamento con un discorso molto netto, chiarissimo, molto severo. Deve raccontare ai parlamentari e agli italiani che cosa è accaduto da un anno a questa parte. A costo di essere ruvido, deve far emergere tutte le contraddizioni del caso Fini. Non per far cambiare idea al presidente della Camera, questo mi pare un obiettivo vano, quanto per dare ai membri della Camera e del Senato un quadro esauriente della situazione. Deve presentarsi in Parlamento come uno statista che ricorda agli eletti dal popolo che devono rispondere al popolo dei loro atti e devono assicurare al Paese stabilità e continuità di governo. In questa maniera Berlusconi farà un richiamo – l’ultimo – a quanti hanno davvero a cuore le sorti della legislatura. Serve responsabilità, non andare avanti alla cieca. La navigazione a vista è pericolosa.
Per questo il presidente del Consiglio non può limitarsi a incassare il voto dei finiani perché questo lo metterebbe subito nella difficile condizione dell’ostaggio politico di una minoranza che in testa ha una sola cosa: logorarlo. Berlusconi ha il dovere – e deve spendere tutte le sue energie per farlo – di dare una maggioranza autosufficiente al governo. Il presidente del Consiglio deve guidare il Paese senza andare ogni giorno con il cappello in mano a chiedere il voto dei finiani. Mi rendo conto della difficoltà del progetto, ma al di fuori di questa dimensione politica ci sono solo due scenari: 1. i finiani consumano il governo, ma lo tengono in vita per tarlarlo meglio, fino a farlo implodere al momento opportuno; 2. il governo cade subito e si tenterà di dar vita altrettanto rapidamente a un ribaltone e chissà quali altri inconfessabili papocchi. La terza via, quella del voto anticipato, quella che sembrerebbe più scontata, in realtà è la più difficile. E in ogni caso, per arrivarci in maniera limpida, cristallina, occorre appunto un discorso parlamentare di Berlusconi molto solido e politicamente denso. È la pietra sulla quale fondare un nuovo patto con gli elettori, quello che condurrà poi alla data del 2013, scadenza naturale della legislatura. Prima di tutto questo, è necessario misurare le legittime ambizioni della Lega. Bossi è un uomo dal fiuto politico eccezionale, il suo obiettivo primario dichiarato è il federalismo, ma la Lega è anche un partito particolare. Non è un movimento politico riducibile alla classica bipartizione destra-sinistra.
La Lega ha un programma che di volta in volta si modula sui bisogni dei suoi elettori e gli interessi del partito nel gioco delle alleanze. Agli albori del movimento Bossi amava dire che era fondato su «basi socio-economiche» e gli intellettuali – che niente hanno mai capito del Carroccio – storcevano il naso senza afferrare che il Senatur diceva sul serio e poteva permettersi in un certo senso di essere se non a-ideologico, certamente privo degli -ismi del Novecento e robustamente pragmatico, il tanto che basta per essere percepito come alternativo e in grado di passare dalla formula di partito di opposizione, alla dimensione simultanea «di lotta e di governo». La collocazione della Lega nel centrodestra non è un dato permanente.
Il Carroccio è il miglior alleato di Berlusconi perché non è ancora un partito che ha raggiunto la dimensione che gli consentirebbe di rendersi completamente autonomo. Ma un’altra tornata elettorale, magari causata da una rottura traumatica dell’esperienza di governo, darebbe al partito di Bossi il carburante per mettersi al centro di tutto il sistema politico, cioè diventare una formazione in grado di scegliere di volta in volta gli alleati più funzionali al raggiungimento degli obiettivi politici. Una SuperLega non conviene a nessuno, né a destra né a sinistra. E un governo in ostaggio dei finiani le darebbe ancora più forza. Anche per questo motivo Berlusconi deve pensare alle elezioni anticipate come seconda miglior scelta. Prima deve venire il tentativo di rendere il governo autosufficiente. Così salva non solo il suo governo, ma il Paese da una frattura politica e sociale certa di cui gli avventurieri di destra e di sinistra non si curano. Solo così nessuno potrà rimproverargli di non aver provato a fare il suo dovere di uomo di Stato. Perché chi rompe, alla fine paga.

ANNOTAZIONI SULLA CRISI POLITICA

Pubblicato il 8 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

UFFICIO DI PRESIDENZA DEL PDL: DECIDE IL PARLAMENTO

Come volevasi dimostrare, sarà il Parlamento a decidere il proseguimento della legislatura e del mandato ricevuto dagli italiani, o viceversa il ritorno alle urne. Quanto Silvio Berlusconi, nel vertice del Popolo della Libertà del 20 agosto, aveva delineato e annunciato i cinque punti di programma da sottoporre alle Camere, aveva visto giusto: era quello il cammino politicamente e istituzionalmente più corretto, ma soprattutto più chiaro di fronte all’opinione pubblica, per valutare la tenuta o meno della maggioranza.

Tutto il resto era, ed è, roba da comizio, da corridoio, da palazzo, insomma rigurgito e scorie della vecchia politica. Il richiamo alla responsabilità, alla lealtà, agli impegni presi attraverso un voto trasparente e pubblico: questo è ed è sempre stato il modo di fare del Pdl.

Prima delle elezioni Berlusconi presentò un programma elettorale chiaro, e lo sottopose agli alleati di coalizione e soprattutto al giudizio degli italiani. E’ quanto si fa adesso in una situazione che è stata resa complessa non da colpe del governo.

Il governo – non ci stancheremo di ripeterlo – ha infatti mantenuto gli impegni e ben operato. Non lo diciamo noi, lo dicono gli altri. All’estero, la commissione europea riunita ieri e lunedì a Bruxelles assieme all’Ecofin ha riconosciuto che l’Italia non corre rischi dal punto di vista dei conti pubblici, e ha anche fatto propri due punti proposti da tempo dal governo italiano: l’emissione di obbligazioni europee per finanziare infrastrutture, e no ad altre tasse destinate a colpire il sistema finanziario.

All’interno è paradossalmente l’opposizione a riconoscere, magari in modo involontario, la bontà dell’azione di governo. Quando propone inverosimili governi tecnici presieduti da Giulio Tremonti (ma non era il ministro dei tagli e della macelleria sociale?), e quando si appella al proseguimento dell’opera di risanamento economico pur di non tornare alle urne.

Ma basta guardarsi intorno per vedere quanto sia diversa la situazione in Italia e all’estero. Ieri in Francia sciopero generale contro la riforma delle pensioni annunciata da Sarkozy: da noi pace e stabilità sociale, pur di fronte a riforme rilevanti che hanno definitivamente messo in sicurezza il sistema previdenziale.

La Federmeccanica ha deciso di disdire il contratto nazionale delle “tute blu”, di fatto attuando nella pratica la riforma dei contratti di lavoro alla quale hanno lavorato il governo e le confederazioni riformiste, contro l’ostilità preconcetta di Fiom e Cgil. E’ un riconoscimento importante da parte del mondo imprenditoriale e sindacale.

Ancora: per uscire dalla crisi, Barack Obama ha deciso di puntare sulle infrastrutture, stessa priorità individuata da sempre da Berlusconi. E dalla Russia, Vladimir Putin ha dichiarato di seguire con interesse le vicende italiane: l’interesse è che il nostro Paese mantenga la stabilità e il ruolo di protagonista nelle vicende politiche ed energetiche internazionali.

In passato mai c’era stata tanta attenzione alla stabilità politica italiana. E qui torniamo al programma dei cinque punti annunciato da Berlusconi. Sono altrettante riforme strategiche per il nostro futuro, e sono frutto del programma di governo votato dagli elettori e poi dal Parlamento all’atto dell’insediamento. Dunque non è pensabile che siano oggetto di mercanteggiamento politico da parte di chi, su quel programma, si è guadagnato il posto di parlamentare, di sottosegretario, di ministro o ancora di più.

In Parlamento si vedrà chi ci sta e chi non ci sta. Chi non ci sta si assume la responsabilità di una eventuale crisi, e dal suo logico sbocco. Dal quale uscirà nuovamente vincitore il centrodestra di Berlusconi. Non pensiamo che avrà invece molto successo il teatrino dei vecchi riti, dei vecchi comizi, e delle vecchie formule trasversali, che nessuno capisce. E che non servono all’Italia – ma diciamo a nessun Paese – in momenti come questo.

Una politica fine a se stessa era forse un lusso di altri tempi, quando potevamo mantenere un’infinità di partiti. L’ultimo a farne le spese è stato Romano Prodi, con la sua sterminata e rissosa coalizione, che non a caso si è suicidata. Noi non faremo mai questo errore. La politica delle cose concrete e del bipolarismo è ciò che serve al bene di tutti, e che l’Italia di oggi vuole.

ALCUNE RIFLESSIONI SUL SISTEMA ELETTORALE

I giochi li aveva aperti Bersani, subito seguito dalla stampa dei cosiddetti “poteri forti”: votare sì, ma solo dopo aver cambiato la legge elettorale. E subito il segretario del Pd si è messo al lavoro per gettare le basi di un eventuale governo tecnico che tenesse fuori Pdl e Lega, al solo scopo di modificare, e alterare, le regole del gioco per permettere anche a chi è minoranza nel Paese dal dopo guerra ad oggi di governare.

E’ vero che per due volte negli ultimi 14 anni la sinistra è andata al potere, ma è stata favorita proprio da una legge elettorale che ribaltava l’equilibrio politico del Paese: non a caso, in termini proporzionali ha sempre raccolto meno voti del centrodestra. Di fronte alla reazione degli esponenti del Pdl, che hanno ribattuto a Bersani proprio quest’ovvietà (volete cambiare la legge per vincere non avendo i numeri e per mettere all’opposizione permanente chi invece i numeri ce li ha da sempre), oggi, sul Corriere della Sera e su Repubblica, sono intervenuti esponenti storici della Prima Repubblica (Rino Formica ed Emanuele Macaluso, in un pezzo a doppia firma nella pagina delle lettere del quotidiano di via Solferino) e costituzionalisti (quale il presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky), per dire quanto sia brutta l’attuale legge elettorale.

Il punto è: ogni legge è perfettibile, ma è paradossale che si attacchi a testa bassa proprio quella che riflette alla perfezione gli equilibri politici del Paese. Si tratta di un proporzionale puro – con sbarramento (al 4% se non sei in coalizione, al 2% se sei in coalizione) e premio di maggioranza – che garantisce rappresentatività e governabilità, impedisce l’eccessiva frammentazione parlamentare, non altera il voto della maggioranza degli italiani. E allora? Allora vuol dire che chi tanto disperatamente vuole intervenire normativamente ha uno scopo che certo non è quello di migliorare la legge.

Si vuole cacciare Berlusconi e poiché, numeri alla mano, non possono sottrargli elettori si cerca di far pesare in modo diverso i voti, cosicché chi è maggioranza si trovi improvvisamente all’opposizione. E’ questo il piano in atto, il progetto di Bersani e compagni, ma non solo: un governo tecnico solo per il tempo necessario a portare a termine il progetto di 3 lustri: eliminare Berlusconi dalla scena politica. E poiché non ci sono riusciti per via giudiziaria, provano a farlo per via normativa.

Ecco perché la legge elettorale è così presente nel dibattito politico, come se i cittadini si cibassero di porcellum o mattarellum, e non vedessero l’ora di vedere la loro busta paga incrementata dal vademecum del perfetto elettore. Ecco perché nessuno si preoccupa di economia e degli italiani. Perché sono già partite le grandi manovre, in vista di un possibile ritorno alle urne, per sottrarre proprio al popolo ciò che l’articolo 1 della Costituzione dispone in maniera che più chiara non si può, il nostro diritto di scegliere chi governa.

Il Pd, molto semplicemente, trovando proseliti a sinistra ma non solo, cerca la solita scorciatoia: invece di riorganizzarsi, di cercare i voti, di entusiasmare gli elettori, di regalare un sogno agli italiani, di dare una svolta riformista, sta studiando il mezzo per sottrarre questi valori e pregi a chi li ha da sempre: Silvio Berlusconi.

FINI A MIRABELLO: ECCO COME AFFONDA UN SEDICENTE CAPO

Pubblicato il 7 settembre, 2010 in Politica | No Comments »


di Marcello Veneziani

Dopo sedici anni di immersione subacquea negli abissi del berlusconismo, Fini riemerge a pelo d’acqua e dice: preferisco la montagna. O Gianfranco, non te ne sei accorto prima che non ti piaceva nulla di Berlusconi e del suo piglio da monarca, che detesti tutto della maggioranza in cui sei stato eletto presidente della Camera, dal partito-azienda al presidenzialismo, dalla legge elettorale alla tua legge sull’immigrazione, dal pacchetto giustizia alla scuola e al fisco? E, dopo aver coabitato per sedici anni ventimila leghe sotto i mari, scopri ora che la Lega tira troppo per il Nord e poco per l’Italia? Ma va, non te n’eri mai accorto che Bossi non era propriamente un patriota risorgimentale, un romanesco verace e un sudista convinto? E con che stomaco citi ora la destra che hai demolito in tutte le sue versioni?
Come prevedevo facilmente alla vigilia del discorso di Mirabello, Fini ha rotto gli indugi e ha detto con fermezza che vuol tenere il piede in due staffe. Fate schifo, amici, alleati e camerati di una vita – ha detto -, il partito non esiste, ma io resto con voi. Esempio mirabile di finambolismo, variante sleale del funambolismo. Soffermiamoci su quattro passaggi chiave.
1) Il pdl non esiste. Lo penso anch’io, che da tempo traduco Pdl in Partito del Leader, aggiungendo però che Pd è Partito del e non si sa di cosa. Il partito non esiste, però esiste un leader, esiste un governo ed esiste un grande popolo di centrodestra. Non esiste una leadership del partito che faccia da pendant al premier, è vero, ma questa carenza riguarda chi avrebbe dovuto occupare quello spazio: a cominciare dal cofondatore, Fini, che è sparito per anni e ora si riaffaccia alla politica. Non s’è visto nel Pdl l’accenno di un contenuto, di una linea, di una strategia culturale e politica che andasse al di là di Berlusconi. Ma se il Pdl è niente, come dice Fini, immaginate cosa sarà una particella ribelle del niente, denominata Fli? Se il Pdl non esiste, ci può essere la scissione dal nulla?
2) Il governo sotto schiaffo. L’Italia sognava da una vita un governo di legislatura in grado di governare e decidere. E questa volta ce l’aveva. Ma Fini ci offre di tornare alla concertazione, al ricattuccio permanente, alla mediazione di partiti e partitini. E dire che la destra aveva costruito la sua fortuna sul presidenzialismo e sul capo del governo decisionista. Ora Fini diventa il megafono della vecchia Italia che vuole governi deboli, poteri forti e convergenze larghe. Perciò piace ad avversari, procure, circoli di stampa e gruppi di affari. Il governo indebolito, sotto schiaffo, è una manna per loro.
3) Fini sogna una legge elettorale che sancisca la fine del bipolarismo. Se Fini fosse davvero il leader del futuro direbbe: la legge che abbiamo voluto, me compreso, offende la sovranità popolare, ridiamo agli italiani la possibilità di decidere gli eletti con preferenze o uninominale. Ma aggiungendo: però salviamo la governabilità e il rafforzamento dell’esecutivo, col premio di maggioranza e poi magari con l’elezione diretta del premier o del capo dello Stato. Invece no, Fini chiede di poter sfasciare il bipolarismo e restituire il Paese agli aghi della bilancia, ai terzisti e ai giochini di palazzo.
4) Infine, la destra. A Mirabello è davvero rinata An, come dice Maroni, è sorta un’altra destra, come scrive La Repubblica che si commuove perfino a sentir citare Almirante da Fini (che lo ha tradito trentatré volte)? No, la furbata di portarsi il santino nipotino di Tatarella e il santone fascistone di Tremaglia, di arruffianarsi la vecchia base con un paio di citazioni del vecchio repertorio missino, non sono la destra. E tanto meno sono la destra moderna, nuova e futurista di cui si eccitano i finiani. E poi «le radici della destra» non sono a Mirabello, come ha detto Fini. Sarebbe davvero poca roba una destra con quelle radici lì, così corte e contorte. No, le radici della destra sono in luoghi, storie, opere, pensieri, tradizioni che non si possono ridurre alla piccola storia del finianesimo, nel suo viaggio tra le rovine, dal Msi ad An, dal grande nulla del Pdl al piccolo nulla del Fli. La destra è un popolo e non una setta, è una cultura e non una citazione rubata, è un disegno civile e politico e non una carriera personale, è una comunità e non una musica da Camera, un progetto di riforma dello Stato e non una riforma elettorale per sfasciare un governo e scroccare un partito. E chi è di destra nutre amor patrio, cioè amore dei padri, mica dei cognati. Trovo ridicolo il titolo del Corsera: «A Mirabello Gianfranco batte Almirante» notando che la folla di domenica era maggiore di quella dei tempi di Almirante. Ma per forza, quella missina era la festa innocua di un piccolo partito ai margini della politica, questo è un evento mediatico e politico che ha riflessi sul governo e sul Paese. Anche Bruto, se avesse fatto una conferenza stampa dopo aver pugnalato Cesare, avrebbe avuto il pienone.
A proposito di titoli, ne ho trovato sul medesimo giornale un altro, favoloso e stucchevole: «Elisabetta e quel bacio dal palco: sono qui per lui»; ma per chi volete che fosse la Tulliani a Mirabello, per Donato La Morte, per i tortelli di zucca? Questo per dire che era stata una facile profezia la ola in favore di Fini dei grandi giornali: saranno anche loro asserviti a qualcuno come i tg e i giornali berlusconiani deprecati dal medesimo Fini? Ma no, ma che dite…
Dopo Mirabello il bilancio dell’operazione finiana è il seguente: un governo e un partito azzoppati, elezioni alle porte, una destra decapitata e spaccata che piace così ridotta solo agli avversari. Complimenti. Un vero leader.

FINI, OVVERO IL DUCE DI MIRABELLO

Pubblicato il 6 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

Ciascuno ha il destino che si merita. Evidentemente a Fini è toccato quello di finire a fare il duce di Mirabello, piccolo borgo in provincia di Ferrara, città  che ha dato i natali oltre che a Italo Blabo anche a Vittorio Sgarbi. E’ a Mirabello che  l’ex fascista investito da Almirante del compito di traghettare il neofascismo italiano  nel nuovo millennio, che è passato disinvoltamente  dal definire  Mussolini quale “maggior statista del novecento” ad accusare  il fascismo  di essere “il male assoluto”, che altrettanto disinvoltamente è passato dalla assicurazione che mai avrebbe mandato un  proprio figlio a scuola da un maestro gay a sostenere  la ufficializzazione del rapporto  delle coppie omosessuali, che dopo aver firmato la legge Bossi-Fini  contro la immigrazione clandestina auspica l’ingresso in massa degli immigrati ai quali  propone di concedere subito  la cittadinanza italiana, è a Mirabello che Fini, gonfiando il torace alla stregua del pur ricusato Benito, ha fatto l’ennesima capriola della sua vita, anzi ne ha fatte parecchie. Due soprattutto, una umana e l’altra politica. L’umana riguarda Silvio Berlusconi. Dopo sedici anni  si è accorto che Berlusconi è il “nuovo male assoluto”, illiberale e stalinista, che lo ha cacciato dal partito che lui, Fini, ha contribuito a creare, cioè il PDL, sorvolando, disinvoltamente, non è manco il caso di sottolinearlo, sul fatto che è lui ad esseri messo fuori con i suoi lamentosi attacchi al governo nell’ultimo anno. E nei  confronti di Berlusconi  si è  lanciato in una aggressione rancorosa e acida che nulla ha di politico e molto di velenosa gelosia per l’uomo che lui non saprà mai essere, essendo sempre stato lui, Fini, l’uomo che ha vissuto solo e soltanto di politica e di compromessi. La capriola politica è conseguente a quella umana. Per distinguersi da Berlusconi,  con inavvertita dabbenaggine,  si sposta sull’altro versante della politica, a sinistra,  e come i suoi “caporali” (avendo  i colonnelli da tempo, giustamente!,  preso le distanze da lui) si avventura con il linguaggio  tipico della sinistra ad aggredire la Destra di cui egli si dice però il vero ed unico depositario. Anzi, ripete ancora il ritornello della “destra nuova, europea, diversa” senza ancora una volta declinare i principi e i valori cui questa sua nuova destra dovrebbe ispirarsi. Insomma, il duce di Mirabello affoga nell’ovvio e nella rabbia. Forse anche per il flop del pur tanto propagandato appuntamento di Mirabello che ha  fatto registrare una affluenza di appena un quinto di quanto annunciato dal “caporale” Bocchino  (si chiedeva un lettore come si chiamino i seguaci di Bocchino….), circa duemila persone (rispetto alle diecimila attese, con i parcheggi e i maxi

la "compagna" di Fini

schermi desolatamente rimasti inutilizzati),  pochine in verità, anche perchè  a nulla sono serviti gli espedienti circa le presunte  contestazioni usate per accendere curiosità e stimolare la partecipazione: nessuna contestazione perchè l’ovvio non vale la pena di contestarlo. Anzi, una sola  v’è stata ed è venuta non da un “affarista” berlusconiano ma dal figlio di uno dei sette fratelli Govoni, uccisi dai partigiani alla fine della guerra, allontanato sgarbatamente dal servizio d’ordine perchè non disturbasse il dire di Fini. Che forse per questo, vistosi senza contestazioni, se ne è cercata una per conto suo. Così a proposito della campagna giornalistica di Feltri e Belpietro nei confronti degli affari della “sua” famiglia, i Tullianos, dalla casa di Montecarlo, su cui Fini ha tranquillamente sorvolato, ai contratti milionari in Rai per la suocera casalinga e il cognato gaudente,  su cui pure ha  taciuto in barba al codice etico che Fini vuole per gli altri meno che per se stesso,  l’ha definita una vera e propria “lapidazione”. Magari per farsi bello dinanzi alla sua compagna, la Elisabetta, ex di Gaucci,  rotondo anzichè no patron del Perugia,. Peccato però che ha ignorato vergognosamente che c’è chi  davvero rischia la lapidazione, Sakineh, la donna  iraniana  alla quale,  forse,  Fini, ex ministro degli esteri, doveva rivolgere il suio pensiero, prima di paragonare le miserabili vicende affaristiche della sua famiglia alla tragedia che rischia di  consumarsi in Iran. In ciò c’è tutta la miseria umana e politica di Fini, il duce di Mirabello. g.

LE INFAMIE (a Mirabello) DI FINI, di Antonio Sallusti (Il Giornale)

Pubblicato il 6 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

Dice alcune cose e il loro contrario. E tace su molto, troppo per essere credibile. L’atteso discorso di Gianfranco Fini, pronunciato ieri a Mirabello, lascia le cose come stavano. Nel senso che adesso sono chiari e ufficiali i motivi della rottura. La politica non c’entra. Semplicemente Fini odia il Pdl («non c’è più, è morto», dice con soddisfazione), odia Silvio Berlusconi («si comporta come il capo della Standa»), odia Bossi («la Padania non esiste») odia il ministro Tremonti e suoi «tagli orizzontali», disprezza i suoi ex colonnelli che non l’hanno seguito, e ai quali non riconosce la libertà e il diritto al dissenso che invoca per se stesso. E odia i giornali «fogli d’ordine infami» che hanno sollevato la questione della casa di Montecarlo e degli appalti Rai ai suoi familiari.
Se il Pdl, nella testa di Berlusconi, doveva diventare il partito dell’amore, Futuro e Libertà nasce come partito dell’odio, figlio di una frustrazione personale nata il giorno dopo la fusione di An con Forza Italia. Troppo ampio era il divario tra le forze elettorali dei due partiti, troppa la differenza di carisma e capacità tra i due leader, per realizzare il sogno inconfessato di continuare a comandare e disporre come ai vecchi tempi. Fini non ha accettato di essere minoranza e ieri ha messo in scena una infame, questa sì, ricostruzione storica che non sta in piedi. A sentirlo, pareva che il Pdl fosse stata una sua idea anche se in realtà ai tempi l’aveva bollata come «comica finale» salvo ripensarci per opportunismo, che lui fosse il faro del liberismo italiano, dimenticando che ha smesso di fare il saluto fascista non molto tempo fa e su consiglio di Berlusconi. In sostanza ha detto che senza di lui quel fesso e illiberale del Cavaliere non sarebbe andato da nessuna parte.
È infame (usiamo l’aggettivo che lui ha usato nei nostri confronti), chi tradisce qualcuno (lui ha tradito il Pdl e i suoi elettori), è infame chi non dice la verità. E Fini ha avuto quantomeno molte amnesie. Ha paragonato i partiti di Berlusconi alla Standa, ma non ha detto che in quel grande magazzino lui e i suoi ci sono stati benissimo per diciassette anni, durante i quali non gli sembrava vero di essere usciti dalla bottega del Msi e di partecipare al grande shopping(…)
(…) di governo: deputati, ministri, stipendi, benefit, ricchi premi e cotillon tra i quali, per lui, la presidenza della Camera.
Ha detto che il Popolo della libertà non c’è più. Ma non ha annunciato la creazione di un nuovo, suo partito. È un po’ da infami rimanere con chi ti fa schifo per opportunismo contingente, per non avere il coraggio di andarsene e affrontare le elezioni. Dice che farà la terza gamba della maggioranza, ma a che titolo? Berlusconi è a capo del Pdl, Bossi della Lega. Per lui una corrente (Futuro e Libertà) è uguale a un partito, e giocherà con i suoi deputati e senatori a ricattare la maggioranza. Dice che si andrà avanti senza ribaltoni o cambi di campo, ma non c’è da credergli. Le dichiarazioni sue e dei suoi uomini, i fatti degli ultimi mesi dicono esattamente il contrario.
Del resto, che non ci sia da fidarsi, è dimostrato anche dal fatto che anche ieri ha taciuto sulla casa di Montecarlo. O meglio: ha liquidato l’inchiesta del Giornale come un’infamia, che la magistratura chiarirà tutto, non ha fatto cenno alla sua richiesta, da vero liberale, di licenziare i direttori dei quotidiani a lui sgraditi. Chi usa l’insulto è perché non ha argomenti, perché non può dire la verità. Ci voleva poco a spiegare dei soldi, dei paradisi fiscali, del cognato. Ma l’uomo non ha coraggio, e neppure il senso del ridicolo. Lo ha dimostrato pochi minuti dopo, quando rispolverando l’antica retorica ha detto che per i politici ci vorrebbe un codice etico perché la loro attività non deve rispondere solo ai codici penali. Evidentemente, nella sua testa, l’etica si ferma a Ventimiglia, quello che accade in Costa Azzurra sono solo affari suoi. E l’ultima infamia di Fini è non aver detto che, coerentemente con la sua analisi, domani mattina si dimetterà da presidente della Camera essendo diventato leader di uno schieramento politico ostile alla maggioranza che lo ha eletto in quella carica. Ha ragione Di Pietro che a caldo, poco minuti dopo la conclusione del discorso, ha commentato: Fini, non fare il furbo, che qua nessuno è fesso.

FINI A MIRABELLO: LE COSE IMPORTANTI SONO QUELLE NON DETTE

Pubblicato il 6 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

Il discorso di Gianfranco Fini a Mirabello è politicamente importante, ma in realtà per un paio di cose non dette che invece andavano chiarite subito. Fini non è riuscito a mettere la parola «fine» sulle due partite che si sono aperte quest’estate: 1. la vicenda davvero imbarazzante dell’abitazione monegasca occupata da Giancarlo Tulliani, il cognato in affitto; 2. il rapporto ormai logoro con il Pdl, il suo leader Silvio Berlusconi e l’elettorato di centrodestra che l’ha votato. Quello di Fini è stato un intervento eccessivamente lungo, questo ha costretto il Presidente della Camera a recitare uno spartito in due tempi.

Il primo duro e polemico con il Pdl, abbastanza efficace per far emergere l’antiberlusconismo dei suoi ammiratori; il secondo in calando, senza forza, come un ciclista che scala la vetta ma poi arriva spompato al traguardo. Fini era preparato a colpire i suoi avversari interni con la sua nota abilità di oratore, ma è risultato insufficiente nella proposta e nella spiegazione della sua missione politica. Quando un leader prepara un discorso che deve essere il lancio di una svolta, non basta solo attaccare, deve anche avere un obiettivo concreto da dichiarare. E questo è mancato clamorosamente, tanto da lasciare con l’amaro in bocca persino l’opposizione che con Pier Luigi Bersani non ha nascosto la sua cocente delusione. Fini ha giocato con la tattica, tenendo in mente il suo bersaglio minimo: cercare di tenere in piedi la maggioranza, andare avanti e provare a organizzare qualcosa di più di una festa a Mirabello. Resta però la sensazione netta di una comunicazione monca, senza il colpo finale, priva di una sorpresa. Quella che un leader di partito è obbligato a dare in frangenti come questo. Per raggiungere questo scopo Fini avrebbe dovuto annunciare la nascita di un nuovo partito, ma non potendo fare ancora lo strappo, il suo discorso s’è chiuso come un urlo strozzato in gola. Fini ha delineato in lungo e in largo le ragioni di uno strappo insanabile, dell’incompatibilità con Silvio Berlusconi e il suo partito, è arrivato a dire che «il Pdl non c’è più» ma la logica conseguenza del suo discorso, quello che tutti si aspettavano a quel punto, cioè la nascita di una nuova formazione politica, sulle sue labbra non è mai affiorata.
É un punto debole enorme della comunicazione finiana e fa scopa con l’altro silenzio, ancor più imbarazzante. Fini non ha spiegato – e questo è il minimo che ci si attende da un leader politico della sua esperienza – perché Giancarlo Tulliani aveva un contratto d’affitto a Montecarlo in un appartamento che fu ereditato da Alleanza nazionale e poi fu venduto a due società con sede nel paradiso fiscale delle Piccole Antille. Ha liquidato la faccenda accusando i giornali di «infamia», ha detto di attendere sereno il giudizio della magistratura e così facendo ha cercato di liquidare come una questione di carta bollata e aula di tribunale un tema che invece è – e rimane – squisitamente politico. Il caso Montecarlo ieri non s’è chiuso, resta aperto per volontà dello stesso Fini che con il suo silenzio alimenta tutti i sospetti su Tulliani, la vendita dell’abitazione e la gestione dell’eredità della contessa Colleoni da parte di An. Poteva e doveva – così si fa in tutte le democrazie dove la stampa è libera, e in Italia lo è – dare spiegazioni esaurienti sul tema e chiudere la faccenda una volta per tutte. Non l’ha fatto e questo per me resta un mistero poco buffo. Nel dipingere le vicende del partito Fini, inoltre, ha svolto una narrazione che non corrisponde alla verità: Fini non è stato espulso dal partito, è stato oggetto di un documento duro nei suoi confronti, ma non di una cacciata. I suoi esponenti in direzione hanno votato contro quel documento e dunque, almeno dal punto di vista delle regole invocate dallo stesso Fini, la partita è regolare anche se giocata con colpi pesanti da entrambe le parti. Questo aspetto della cacciata emergerà con forza nei prossimi giorni. É chiarissimo infatti che sia Fini che Berlusconi cercano di imputare all’avversario «la colpa» del patatrac.
Come in ogni divorzio che si rispetti, la causa scatenante va attribuita all’altro. Questo perché stiamo entrando in uno scenario in cui le elezioni – presto o tardi – sono un’opzione che non si può escludere a priori, patto o non patto. Fini ha proposto a sua volta un accordo per andare avanti, ma nella sostanza il governo da oggi si trova nella difficile condizione di dover contrattare con un soggetto che non è (ancora) un partito ma si comporta come tale, il programma della seconda parte della legislatura. Il vero nocciolo del ragionamento finiano, al di là degli attacchi, delle polemiche, delle randellate, del sarcasmo, delle rasoiate a Giulio Tremonti (bersaglio continuo del discorso insieme alla Lega), ha fatto la sua comparsa quando Fini ha detto chiaramente che il patto in cinque punti proposto da Berlusconi è pronto a sottoscriverlo, ma bisogna andare al di là dei titoli di quel patto. Questo è l’annuncio di una stagione di conflittualità interna ben più aspra di quanto abbiamo visto finora. Fini ha invitato l’ex alleato a dialogare, ma tiene alzato il ponte levatoio del suo castello e si premura di far vedere a chi s’avvicina all’ingresso le fauci dei coccodrilli. Continui sono stati i tentativi di dividere Berlusconi dai berlusconiani, il Cavaliere dai falchi e in generale dalla sua corte, di volta in volta oggetto di battute di scherno che hanno messo in mostra tutta la rabbia accumulata da Fini. Troppa, tanta da indebolire la lucidità politica del discorso. A questo punto, dentro il centrodestra ci sono almeno tre mondi in rotta di collisione (il Pdl, la Lega e i finiani) e la scissione è un dato ormai ineludibile. É solo una questione di tempo. Non si è compiuta solo per impotenza dello stesso Fini che in questo momento non può permettersi il divorzio. Ora gli costerebbe un assegno d’alimenti che non può pagare, più in là probabilmente avrà abbastanza carburante per provare a rischiare. Sul tavolo di Berlusconi, con queste premesse, manca solo la data delle elezioni. Mario Sechi, Il Tempo

IN ITALIA CHI VINCE NON GOVERNA

Pubblicato il 5 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

Pubblichiamo un estratto dell’ultimo libro di Davide Giacalone «Terza Repubblica», edito da Rubbettino. Il giornalista, che collabora con Rtl, «Il Tempo» e «Libero», descrive la situazione in cui si trova l’Italia. Secondo l’autore il Paese ha le risorse e la passione per riprendere la via dello sviluppo economico e della crescita civile ma deve chiudere la Prima Repubblica, superare la Seconda e aprirsi alla Terza Repubblica. Di seguito quasi integralmente il capitolo «Bipolarismo bislacco».
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi L’Italia in preda alle convulsioni del manipulitismo scoprì il bipolarismo. Un bipolarismo che da noi non ha storia e non ha tradizioni. Lo si scoprì non grazie a una vocazione, che non c’era, e neanche grazie ai referendum sulla legge elettorale o alla legge firmata da Sergio Mattarella (detta «mattarellum», da Giovanni Sartori), perché nulla di tutto questo avrebbe condotto in quella direzione. Lo si scoprì grazie, o, se si preferisce, a causa di Silvio Berlusconi. La sua «discesa in campo» non si limitò a occupare lo spazio lasciato vuoto dal collasso della Democrazia cristiana e del Partito socialista, da quelle forze che avevano dato vita al centrosinistra, ma portò con sé una rivoluzione logica nel fare politica, affermando che tutte le forze erano buone per opporsi a un governo che sarebbe nato attorno ad un nucleo composto dal vecchio Partito comunista e dalla corrente di sinistra della dc. Coalizzò tutto ciò che era contro quella prospettiva, e con questo vinse le elezioni del 1994. Quello è l’atto di nascita del bipolarismo. Attorno a quel gesto si è a lungo teorizzato, ed è anche nata una scuola di pensiero secondo cui il bipolarismo sarebbe stato la soluzione di tutti i mali. Finalmente l’Italia entrava nel novero delle democrazie compiute, dando agli elettori la possibilità di scegliere e creando le condizioni per far sì che chi vince governa e chi perde va all’opposizione. Le cose sono andate in modo assai diverso. La coalizione messa su da Berlusconi si sfasciò nel giro di pochi mesi, complici le pressioni esercitate dal Quirinale e, naturalmente, anche a causa delle obiettive distanze interne fra le diverse componenti. La Lega abbandonò i vincitori, D’Alema riconobbe nei seguaci di Bossi «una costola della sinistra», e nacque un governo per il quale nessuno aveva mai votato, il governo Dini. Come collaudo, non era un granché. Dopo fu la coalizione denominata Ulivo a vincere le elezioni, nel 1996, con Prodi in testa.
Ai vincitori non bastò certo un Quirinale meno ostile per potere mettere riparo alle divisioni interne, così che la maggioranza cambiò (grazie all’apporto di Francesco Cossiga) e la legislatura si condusse avvicendando quattro governi. Come può, tutto questo, chiamarsi bipolarismo? Difatti non lo è. Berlusconi non ne era solo l’inventore, ne era anche l’unico perno, l’interprete solitario. Se lui aveva coalizzato tutto quanto serviva a battere la sinistra, la sinistra rispose coalizzando tutto quanto fosse utile a battere lui. Nel giro di due anni, dal 1994 al 1996, insomma, la sinistra si era berlusconizzata, ne aveva mutuato il metodo pur di strappargli la vittoria elettorale. Procedendo con questo metodo si sono creati due poli incarnati in due coalizioni che servono solo a vincere le elezioni, ma poi rendono quasi impossibile governare. E, del resto, basterà porre mente a un dato per comprendere l’assurdità nella quale ci troviamo a vivere: dal 1948 al 1992 il governo non ha mai perso le elezioni, le maggioranze si sono allargate in Parlamento, si sono sperimentate formule nuove, ma le forze di governo hanno sempre raccolto la maggioranza assoluta dei consensi liberamente espressi dagli elettori; dal 1992 al 2008 il governo non ha mai vinto le elezioni. Va bene che l’alternanza è un valore, ma si deve essere assai ottusi per non rendersi conto che questa è una patologia. *** Da nessuna parte esiste il sistema perfetto (celebre il detto di Churchill, secondo il quale la democrazia è il peggiore sistema di governo esistente, se si escludono tutti gli altri), ma, di sicuro, il più strampalato è quel sistema che pretende di conciliare il bipolarismo con un assetto istituzionale concepito per il pluripartitismo. E siamo noi. Dunque succede che per vincere si coalizza tutto il coalizzabile, ma, poi, il governo dipende dalla propria coalizione e le diversità, anziché eliminarsi, si esaltano nel corso della legislatura.
A quel punto o il governo decide, governa, e in quel caso cade perché perde la sua maggioranza originaria, o la conserva, se la tiene buona, pagando il prezzo di non decidere e non governare, almeno sulle materie che possono creare dei problemi. Un capolavoro della dissennatezza. E non basta: per vincere si arruolano anche estremismi francamente inguardabili e improponibili, residuati storici, stravaganze campanilistiche, sopravvenienze d’altri continenti (se il parlamentare dell’Oceania fosse stato in un film di Totò se ne sarebbe potuto ridere), se si vince con uno scarto risicato di voti e di eletti tutto questo caravanserraglio diventa determinante, e non nel suo insieme, ma in ciascuna sua variopinta componente, il governo dipende da ciascuno di loro. Ecco perché non è affatto vero che chi vince governa. Al massimo si può dire che chi vince va al governo, ma non è la stessa cosa. Come ha fatto a reggere, allora, il bipolarismo? Ha retto perché viveva del conflitto elettorale, che in Italia si rinnova praticamente ogni anno, e perché c’è il suo inventore, il suo perno, che ancora lo alimenta. Berlusconi. Insomma, non vorrei essere irriverente, ma come definirebbe, ogni persona di buon senso, la coalizione di sinistra se non come il raggruppamento dove si trovano tutti quelli che sono contro Berlusconi? Toglieteglielo e nasceranno immediatamente diverse sinistre, sancendo il divorzio fra il massimalismo antagonista e il pragmatismo riformista, fra il ribellismo antioccidentale e il rispetto dei rapporti con Stati Uniti e Israele. Toglietelo alla destra e sarà sancito il divorzio fra chi vuol fare il federalismo in Europa e chi se lo vuol fare in casa, tra chi guarda alle libertà del mercato e chi guarda all’uso invadente della spesa pubblica. *** Lo sfruttamento politico delle vicende giudiziarie ha prodotto disastri, fra i quali due vale la pena sottolineare. Il primo riguarda il giudizio politico sui fatti e sulle persone. Non credo Giulio Andreotti, come altri governanti, siano immuni da responsabilità, anzi, credo ne abbiano di pesanti, nella gestione del potere fatta in Sicilia, e non credo che la vicinanza con certi ambienti imprenditoriali, che coinvolse anche i comunisti, costando la vita a Pio La Torre, possa meritare altro che un giudizio negativo. Ma se si punta tutto, come fece la sinistra giudiziaria guidata da Luciano Violante, sulla condanna penale di Andreotti, quando poi arriva l’assoluzione che si fa? Si riscrive la storia che si era prima riscritta (illecitamente) con le carte dell’accusa? È evidente a qualsiasi persona civile e ragionevole che una cosa sono le responsabilità politiche e altra cosa quelle penali.
Delle prime posso liberamente parlare, portando argomenti alla mia tesi, ma delle seconde possono parlare solo i tribunali. Se, invece, mi faccio forte delle seconde perché non ho argomenti politici, quando le accuse cadono resto come un citrullo, per giunta incivile. Il secondo disastro consiste nel fatto che se descrivo la parabola politica di Berlusconi puntando tutto sui suoi interessi, anzi, sui suoi affari, per giunta descrivendoli come criminali, mettendo in evidenza che solo per quelli egli si muove e ricordando i tanti procedimenti penali che confermano questa tesi, poi, come spiego i milioni di voti che prende? Tutti complici, tutti criminali come lui, o tutti ipnotizzati? E dato che la coalizione da lui guidata ha preso e continua a prendere la maggioranza relativa dei voti degli italiani, cribbio, la trappola logica della criminalizzazione conduce a ritenere criminale metà dell’Italia. Una totale follia. (da Terza Repubblica – Edizioni Rubettino- Davide Giacalone)

IL PIFFERAIO E LA DOPPIEZZA FINIANA, di Mario Sechi

Pubblicato il 5 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

Gianfranco Fini e Francesco Rutelli «Non abbiamo niente da guadagnare da un modello di democrazia populista dove c’è un miliardario che suona il piffero e tutti i poveracci gli vanno dietro».
Pierluigi Bersani, segretario del Pd. Adnkronos, 13 dicembre 2009.

***

«E adesso, che succederà? I “coraggiosi” (o i “traditori”, a seconda dei punti di vista) rinunceranno alla loro scelta politica, culturale, ideale? Torneranno indietro, all’ovile? Si accomoderanno sulle loro poltrone con su scritto “riservato”? Difficile. Anzi, impossibile. No, nessuno seguirà il pifferaio di Arcore».
Filippo Rossi, direttore di Fare Futuro Web Magazine. Ansa, 4 settembre 2010.

***

Due notizie d’agenzia che hanno lo stesso comune denominatore: il pifferaio Berlusconi. Una metafora usata dall’esponente del principale partito della sinistra italiana e da quello che si ritiene debba essere uno degli intellettuali di riferimento della nuova destra che si ispira a Gianfranco Fini. Opposti che si toccano. È un caso? No, non lo è. Siamo di fronte a una spia rossa accesa che segnala un grosso problema nel motore della politica italiana. A questo punto è meglio far entrare l’auto in officina e dare un’occhiata al motore per capire cosa non va. Lo facciamo dopo aver sentito Fini ieri alla festa dell’Api di Francesco Rutelli e in attesa del suo intervento oggi a Mirabello. Fini userà anche oggi un tono diverso, ne sono sicuro, ma i finiani utilizzano lo stesso linguaggio del Pd e questo a gran parte dei commentatori della politica appare come un fatto normale.

E invece non siamo dentro una semplice questione semantica, sotto le parole c’è un retroterra politico completamente sconvolto. La crisi d’identità del Pd e della sinistra in generale è in corso dal 1989, anno del crollo del Muro di Berlino. I postcomunisti non si sono mai scossi quelle macerie di dosso. La loro seduta di autocoscienza da allora è permanente ed è passata attraverso varie «cose» e sigle fino a snocciolare nel corso della nostra storia contemporanea un rosario di sigle (Pci-Pds-Ds-Pd) e aggregazioni politiche (Ulivo, Unione, Nuovo Ulivo) che nascondevano l’incapacità di formare un soggetto unico della sinistra, un vero partito socialdemocratico. Non vi è stata mutazione genetica, solo un camaleontico cambio di pelle, un continuo rigenerarsi dell’abito dentro un corpo sempre più stanco e privo di idee nuove. Quel che sta accadendo nell’area politica finiana invece è qualcosa che somiglia a una metamorfosi provocata dalle radiazioni dell’antiberlusconismo. Una mutazione genetica che avvicina sempre più i finiani a un surreale progressismo da terza via. Questo gruppo più o meno vasto di persone dedite alla politica, infatti, non ha solo cambiato sigla, ma sta tentando con un’operazione culturale spericolata di mutare i punti di riferimento culturali della destra classica. Il risultato è un guazzabuglio ideologico, la costruzione di un Pantheon di icone a dir poco imbarazzante per chiunque abbia un po’ di confidenza con la filosofia, la letteratura, il cinema, l’arte, la televisione, la cultura tout court, cioè con tutto quel materiale che poi diventa patrimonio di un partito politico e si traduce in azione di governo e/o opposizione. I finiani offrono a un elettore che fino a ieri credeva nel valore della tradizione, nei fondamenti del triangolo Dio, Patria, Famiglia, un nuovo carnet di biglietti per entrare in un teatro dove si suona uno spartito che fino a poco tempo fa era degli avversari, cioè della sinistra. Molto istruttiva in questo senso è la lettura del Secolo d’Italia, in passato quotidiano del Movimento sociale di Giorgio Almirante, poi organo ufficiale di Alleanza nazionale e oggi equivoco «quotidiano nel Pdl» con una linea politica completamente fuori dal Pdl e inserita pienamente invece in quella finiana ora in precario e bizzarro divenire.
A pagina 8 del Secolo d’Italia ieri c’era un articolo firmato da Fiorello Cortiana intitolato «La sfida di Fli? Può ripartire dall’ecologia». A moltissimi quella firma non dirà granché e ad altrettanti l’argomento può sembrare pura ricerca di eccentricità. Non è così. Cortiana è l’espressione di un mondo che oggi viene corteggiato e a sua volta corteggia i finiani, è stato eletto ben due volte senatore dei Verdi, negli anni Settanta faceva parte di Lotta Continua, nel ‘77 era nei Collettivi giovanili, è un non nuclearista e, naturalmente, un antiberlusconiano. E scrive sul Secolo d’Italia, giornale che si autodefinisce «nel Pdl». È un numero qualsiasi di un giorno qualsiasi di un giornale che però non è qualsiasi ma, come leggiamo nella gerenza, il «quotidiano di Alleanza nazionale», diretto dalla finiana Flavia Perina e amministrato dal finiano Enzo Raisi. Non penso affatto che i giornali e le culture di partito debbano essere monolitiche o monocordi, ma in politica un conto è essere plurali, altro è mostrare un minimo di coerenza. Proporsi come destra (nuova o riverniciata, poco importa) e poi parlare lo stesso linguaggio, adottare gli stessi miti di quello che dovrebbe essere il tuo avversario politico, si traduce in un’operazione di doppiezza che nasconde il vero nocciolo della questione: Fini e i finiani non riconoscono più Berlusconi come capo del centrodestra. O meglio, obtorto collo devono accettare il responso delle urne e la sua leadership, ma sotto sotto sognano la dissoluzione del berlusconismo come fenomeno sociale (commettendo lo stesso errore storico della sinistra) e si compiacciono sul Secolo d’Italia della loro superiorità antropologica (come la sinistra) perché sono «un popolo festoso in cui nessuno intona “Meno male che Silvio c’è”».
Si sentono già al di sopra di chi vota l’uomo di Arcore, sono già saliti in terrazza e discettano delle sorti del Paese sorseggiando lo champagne gentilmente offerto dai mecenati del ribaltonismo, hanno esordito in società e già realizzato – contenti loro – la vera scissione dal partito, irreversibile perché ha dentro il virus dell’antiberlusconismo, la separazione da un mondo che considerano ormai lontano dalla loro torre eburnea, dopo averne goduto i frutti (posti, cariche, visibilità) e aver contribuito a fondarlo, quel mondo. È un caso di dissociazione da manuale. E infatti, nonostante tutto questo, si sentono ancora nel Pdl ma rivendicano di essere la terza gamba della coalizione. Un pasticcio. Cambiare idea è possibile, ma stare nella stessa alleanza comportandosi come un partito nel partito è più difficile. Vedremo oggi se Fini sarà più o meno doppio dei finiani.

IN ATTESA DEL NULLA

Pubblicato il 4 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

Non v’è giornale italiano che ancora stamattina non dedichi parte della prima pagina al discorso che l’on. Fini, il traditore del centro destra, farà alla “sua” festa in quel di Mirabello, nei pressi di Ferrara, la città che diede i natali a Italo Balbo. Balbo era stato uno dei quadriumviri della marcia su Roma e durante gli anni del fascismo aveva ricoperto ruoli e cariche importanti del regime e autore di memorabili imprese, come la leggendaria transvolata atlantica cui seguì il trionfo, novello Cesare, nelle strade di New York; ma  era stato anche uno dei maggiori critici delle esagerazioni del fascismo e  uno di quelli che non mancava mai di farsi “sentire” da Mussolini, il duce, al quale,per esempio,  non lesinò le sue critiche per l’alleanza con la Germania hitleriana cui Balbo era contrario.  Era, insomma, Balbo uno che non tramava nell’ombra e che aveva, come si soleva dire un tempo, la schiena dritta.  Per questo Mussolini, che non poteva  impedirgli di parlare,  lo aveva nominato governatore della Libia e ve lo aveva mandato per tenerlo lontano da Roma. E proprio nei primissimi giorni della guerra,  giugno 1940, Balbo  precipitò con il suo aereo nel cielo di Tobruk, colpito da “fuoco amico” della contraera italiana che lo scambiò per aereo nemico. Immediatamente ci fu chi adombrò il dubbio che il “fuoco amico” in verità fosse stato un “fuoco nemico”, nel senso che l’aereo fosse stato colpito volutamente dalla contraerea su ordine di Mussolini,  per eliminare un oppositore interno che, però, la sua opposizione l’aveva fatto alla luce del sole e che, peraltro, una volta presa la decisione aveva risposto “obbedisco”. Tutte le inchieste che si sono succedute,  da quella voluta da regime mussolinano alla inchiesta giornalistica pubblicata poche settimante fa a cura  di Folco Quilici,  il cui padre,  Nello Quilici,  fu grande amico di Balbo e morì sull’aereo precipitato a Tobruk, hanno escluso che quello di Balbo sia stato un assassinio premeditato ed hanno definitivamente concluso che fu davvero la conseguenza di un tragico errore che spazzò via un personaggio che, in vita, forse avrebbe potuto far molto per evitare all’Italia i lutti della seconda guerra mondiale e la fine tragica del fascismo. Chissà!  Certo è che il traditore del  nuovo e unico centro destra italiano, cioè l’on. Fini, sta andando  proprio nella terra di Balbo per formalizzare il suo ultimo, ennesimo tradimento della destra italiana. Cosa dirà Fini domani sera a Mirabello, ha poca importanza, perchè, per dirla con lo scomparso Edmondo Berselli nel suo Postitaliani, dietro l’eloquio di Fini non v’è nulla, anzi vi è il nulla. Comizierà a Mirabello Fini, dicendo in mille parole ciò che Montanelli avrebbe detto in tre, farà il prestigiatore con le parole discettando di “nuova destra”, di “destra europea”, di “destra diversa”, diversa da quella di Berlusconi, senza però andare oltre l’eloquio, guardandosi bene dallo spiegare ai presenti e, sopratutto, agli assenti cosa sia mai la “nuova destra”, la “destra europea”, la “destra diversa” da quella berlusconiana. Si guarderà bene dal dirlo, ma non perchè voglia mantenere riserbo e segreto, non lo dirà solo perchè non lo sa neppure lui. Sono parole, sono solo aggettivi  che non spiegano  nulla,  per la smeplice ragione che la “destra” non è nè “nuova”, nè “europea”, nè “diversa”, la Destra o è o non  è. O è ancorata a valori, principi, obiettivi che affondano radici e legami nella tradizione o non è “destra” E’ qualcosaltro. E quella di Fini è qualcosaltro. E’ la sua smisurata ambizione non supportata da reali capacità, da verificate esperienze, caratterizzata da mai contraddette contrapposizioni ai Valori e ai Principi che da sempre sono stati il faro della “nostra” destra, l’unica. A Mirabello Fini raccoglierà gli applausi di quanti in nome di una presunta destra sarebbero capaci di allearsi anche con la sinistra che comunque si camuffi è pur sempre la sinistra del terrore e dell’orrore, di quelli che hanno come bandiera e parola d’ordine la vendetta el’odio. Perchè è questo che Fini, grondante di odio contro Belrusconi,  come tutti gli irriconoscenti,  anela: la vendetta, e atteggiandosi a sansone, lui che al più è un modesto emulatore della filosofia del ratto delle sabine, farà di tutto perchè, ormai certo della sua morte politica, muoiano anche tutti i “filistei”,  alfieri della Destra che è la nsotra Destra. g.

UN CAVALLO DI TROIA NEL CENTRO DESTRA

Pubblicato il 4 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

di Marcello Veneziani

Tirerà la corda ma non la spezzerà. Resterà in casa, ma farà il cavallo di Troia, senza offesa per nessuno. Non fonderà il partito farfalla di cui si parlava ma il partito-tarma che corrode la mobilia dall’interno. Dicono che parlerà chiaro e forte, e sul tono e il timbro di voce non c’è dubbio che sarà così: è sui contenuti che sarà chiara e forte la sua ambiguità, vorrà tenere il piede in due staffe. Non fonderà ma annuncerà, non deciderà ma minaccerà. Che statista, ma che bravo, diranno i giornali che faranno la ola ad ogni antiberlusconata.

L’estate finissima volge alla fine e vorrei tentare un bilancio dell’impresa alla vigilia della sua riapparizione terrestre a Mirabello. Qual è in estrema sintesi il suo attuale fatturato politico? Gode di un potere e di buona stampa perché può azzoppare il governo Berlusconi. Ha un potere in negativo.

In origine Fini aveva un partito, il terzo per numero di voti, pari al 12-15 per cento. Era il leader più piazzato nel centrodestra per la successione a Berlusconi e questa popolarità, in una formazione populista e presidenzialista, conta assai. Essendosi esposto poco a governare, a fare, a esplorare, preferendo piuttosto parlare, seguire e lasciar fare, Fini aveva ancora una sua verginità di immagine e di prospettiva come leader. Infine aveva avuto un trattamento di favore da media e magistrati perché appena il suo nome spuntava in qualche inchiesta giudiziaria, a Perugia o a Roma, su affari, sanità, assicurazioni e altri campi, toccando i suoi famigliari e il suo entourage, finiva tutto in un beato nulla di fatto e la sua integrità restava inviolata. Insomma aveva un patrimonio buono da spendere. Ma poi lo prese la second life, ovvero la fregola di cambiar vita, privata e pubblica; il suo partito lo infastidiva, i suoi colonnelli gli stavano sugli zebedei, i suoi alleati pure e sopra tutti non sopportava Berlusconi. Quando devi a qualcuno larga parte del tuo successo hai due molle: una è la gratitudine, l’altra è la voglia ingrata di liberartene, perché lui ti ricorda i tuoi limiti, i tuoi debiti, le tue origini. Insomma, Fini partì per la sua impresa, munito di tutor. La prima, brutta avvisaglia, fu quando pensò di far nascere la fondazione Fini che avrebbe dovuto incamerare i beni del vecchio Msi; ma l’idea, denunciata in tempo e sgradita a molti ex, fu resa impraticabile e si ripiegò su Fare Futuro. Però la marcia fu innestata e vi risparmio le tappe seguenti, fin troppo note, per arrivare agli esiti finali.

Il risultato è che Fini guidava un partito grande e ora capeggia un mezzo partito senza identità e collocazione, che è la terza parte di Alleanza nazionale o forse meno nei suffragi e che probabilmente regredirà a corrente o setta. Era il leader più popolare nel centrodestra e ora lo è tra i suoi avversari, che lo usano ma non lo voteranno mai. Era il successore naturale di Berlusconi ed ora è percepito dal suo stesso elettorato come il suo nemico interno, il cavallo di Troia. Era gradito ai moderati, ai cattolici, ai conservatori, ai postfascisti ed ora è la bestia nera di tutti questi. Ed appare dopo le storie emerse sul filo di Montecarlo come un politicante come gli altri, che sistema parenti e usa la Rai per appalti famigliari, che usa o lascia usare in modo indecente il patrimonio di un partito accumulato attraverso donazioni di idealisti e sacrifici, anche umani, dei suoi militanti. In più appare come il coperchio istituzionale di una famiglia fino a ieri nullatenente e ora ricca e possidente, accaparrandosi prima la fortuna di Gaucci nei modi ben noti; poi usando il potere di Fini per acquisire contratti milionari, auto lussuose, privilegi vari. Chi dice che questo è becero linciaggio, dimentica che per molto meno fu linciato e si dimise Scajola. Molti di quelli che oggi si sentono feriti dalle inchieste su casa Fini, ieri ululavano di piacere per le inchieste su casa Berlusconi. Ci sono intimità inviolabili e altre esposte al pubblico ludibrio. La privacy lampeggia a intermittenza…

Ma sul piano politico che prospettive ha ora Fini? Diventare il vice di Casini in un’alleanza terzista? Entrare nel mitico cartello degli Stati generali dell’antiberlusconismo, da Vendola a lui? Fondare un partitino o una corrente di futuristi passatisti, che nel nome di Marinetti elogiano la velocità e la macchina e poi nel nome del sociologo comunista Franco Cassano, evocato da Granata a base dei finiani, elogiano la lentezza e la natura col pensiero meridiano? Ma per Fini l’unico barese Cassano che conosce è il calciatore. E se Fini è Marinetti, allora Berlusconi è D’Annunzio e Bossi è Montale…
Non so cosa verrà fuori dagli accertamenti sul patrimonio immobiliare del vecchio Msi, dalle società fondate ai Caraibi e dal rientro in patria del giovane Tulliani. Ma so che si può tracciare un bilancio politico. Fini non è un mostro e non è un losco affarista; però si è confermato un modesto politicante, dall’ottima loquela comiziale e televisiva, che si fa pilotare ed è disposto a vendersi chiunque e ogni idea, se serve alla sua carriera.

Un politicante non diverso da quelli della prima Repubblica, che abusavano del loro potere; per anni ha campato sull’idealismo nostalgico di un partito emarginato, poi ha goduto i vantaggi e le comodità di un’alleanza che lo ha portato al governo e nelle istituzioni; e infine, quando doveva dimostrare la sua effettiva statura, si è mostrato un inaffidabile opportunista di corte vedute e mosso solo da fini personali, che non sa cogliere nemmeno le grandi opportunità al momento giusto. Qualunque cosa accadrà adesso, perfino la ricomposizione o addirittura la reintegrazione del figliol prodigo nella Casa, abbiamo misurato definitivamente Fini: è un pezzo di meringa, e si scioglie in bocca.