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INENSIBILI ALLA 8NOSTRA) DECADENZA, di Ernesto GALLI DELLA LOGGIA

Pubblicato il 31 ottobre, 2020 in Politica | No Comments »

Fino a pochi anni fa l’Italia e la sua stampa si mostravano sensibilissimi a ogni critica nei nostri confronti provenisse dall’estero. E spesso con i toni di una patetica permalosità salvo che oggetto delle critiche fossero il capo e il governo del partito avversario (ad esempio Berlusconi), nel qual caso la fonte della critica straniera diveniva ipso facto un indiscutibile oracolo di Delfi.

Con tali precedenti sorprende l’eco limitatissima (non su questo giornale) che ha avuto la diagnosi spietata della situazione italiana che nel suo numero in edicola ha fatto l’Economist. Poco importa che si possa discutere sull’esattezza di certe classifiche, di questo o quel dato. Quel che conta è il giudizio complessivo. La nostra economia non cresce da decenni, le imprese straniere comprano a man bassa i nostri marchi e le nostre imprese, grazie a leggi e procedure sciagurate la burocrazia è in grado di paralizzare ogni cosa, e infine, priva di qualsiasi idea direttrice la classe dirigente spreca risorse e non è capace di porre rimedio a niente. Insomma, ci dice il settimanale inglese — che, non lo si dimentichi, ispira e al tempo stesso riflette l’opinione di chi nel mondo più conta — siamo un Paese in pieno declino. Nell’arena mondiale valiamo poco o nulla.

In altri tempi si sarebbero levate voci di protesa; oggi no. Perché forse è ai nostri stessi occhi che ormai le cose stanno realmente così. Perché forse abbiamo noi stessi ormai introiettato come un fatto acquisito la decadenza del Paese ed è per questo che non facciamo una piega se qualcuno la nota e ne parla. Solo l’universo politico acquartierato nel centro di Roma tra auto blu in terza fila e portaborse, sembra non rendersi conto di nulla. Del resto se pure si accorgesse della reale situazione in cui versa l’Italia, che altro potrebbe fare se non misurare la propria incapacità di concepire un’idea, di mobilitare energie, di battersi per la salvezza? Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera 31 ottobre 2020

LA SECONDA VOLTA TRA TRABBIA E FRUSTRAZIONE, di Antonio POLITO

Pubblicato il 27 ottobre, 2020 in Costume, Politica | No Comments »

«Quando un Paese è grande una volta — ha detto il presidente Conte — deve essere grande sempre». Non è chiaro se quel «deve» equivale a un pronostico o è invece una «raccomandazione», come le altre impropriamente inserite nel testo normativo del Dpcm. Se è una previsione, non pare però fondata su dati di fatto. Prima di tutto perché la storia è purtroppo piena di «seconde volte» andate peggio della prima: dalla seconda ondata di influenza «spagnola» alla Seconda guerra mondiale. Poi perché il pessimismo della ragione ci ricorda che se una cosa può andare male, se cioè non si è fatto tutto il possibile perché andasse bene, è probabile che andrà male. E infine perché il Paese è stanco di sentirsi chiamato a essere di nuovo «grande», visto che l’altra volta, in primavera, abbiamo pianto 35 mila morti, e tanto bene non ci era davvero andata. Del resto, fuor di retorica, è stato lo stesso capo del governo, nella stessa conferenza stampa, a dire che cosa provano davvero gli italiani in queste ore: «stanchezza, ansia, rabbia, frustrazione, sofferenza». Per ognuno di questi sentimenti c’è una ragione. Vorrei soffermarmi su «rabbia» e «frustrazione», perché sono due stati d’animo che chiamano in causa l’operato dei poteri pubblici.

La rabbia deriva dalla convinzione che gran parte di ciò che era stato promesso, garantito, programmato, non è stato fatto. Prendiamo i «tracciatori», la prima linea che ormai tutti dichiarano già travolta. Ce ne sono 9.241 in Italia (fonte Sole 24 Ore). Nessuno può essere stato colto alla sprovvista dalla necessità di averne di più. Eppure dopo più di tre mesi sono aumentati di appena 275 unità.

Nell’area metropolitana di Milano, tre milioni di abitanti, ci sono solo 25 medici delle Usca, le «unità speciali» che dovrebbero controllare i positivi nelle loro case invece di intasare gli ospedali: era stato previsto un fabbisogno di 130.

Anche senza studiare le statistiche (ne vengono del resto fornite troppo poche e troppo generiche) gli italiani hanno capito che non si è fatto abbastanza per «gestire» questa seconda ondata. Non danno certo a chi li governa la colpa della diffusione del virus, anzi spesso sembra accadere piuttosto il contrario; ma si rendono conto se devono fare un tampone, se hanno un malato in casa, se sono in auto di notte davanti all’ospedale con un familiare in crisi respiratoria che muore in attesa di un letto (è successo ad Avezzano), che si doveva fare di più e meglio.

Poi c’è la «frustrazione», per tornare all’elenco del presidente Conte. Questo stato d’animo ha almeno due ragioni. La prima è la perdita di reddito che sta subendo una parte importante dell’economia italiana specialmente urbana, quella dei servizi di prossimità, dei ristoranti, dei bar, delle palestre. A differenza del lockdown di primavera, e anzi proprio nel lodevole intento di evitarlo, stavolta il governo ha dovuto scegliere che cosa chiudere e che cosa lasciare aperto. Era dunque forse inevitabile che le «vittime» avvertissero di subire una «ingiustizia». Anche perché si tratta spesso di aziende familiari che, oltre alle spese fisse, avevano investito nella sicurezza, acquistando sistemi di sanificazione, riordinando gli spazi, allestendo dehors, per ottemperare ai protocolli emanati dal governo. Questo malessere anima la maggior parte delle proteste e rischia di determinare la più pericolosa delle fratture: tra i garantiti e i non garantiti, tra chi ha il «buono pasto» e chi no. Bisogna porvi rimedio il più urgentemente possibile, e non con la pachidermica lentezza burocratica di primavera.

Ma la «frustrazione» ha un’origine forse anche più profonda: e cioè il dubbio che questi sacrifici siano quelli giusti e servano davvero. Siamo infatti al terzo Dpcm in pochi giorni. E dunque — come ha notato Vitalba Azzollini sul Domani — noi non possiamo sapere se le misure precedenti abbiano funzionato, semplicemente perché non è passato abbastanza tempo per verificarlo. Di quanto ha ridotto la circolazione del virus la chiusura dei ristoranti alle 23? Non lo sappiamo. Dunque non sappiamo neanche che effetti produrrà la chiusura alle 18. È lecito pensare che in realtà si tratti solo di una marcia di avvicinamento alla chiusura totale?

Le palestre sono forse un potenziale focolaio di infezione, anche se finora non ne sono tanti segnalati di rilevanti (un vagone di metropolitana affollato lo è sicuramente di più). Ma se sono pericolose, perché non sono state chiuse una settimana fa, quando invece si decise di lasciarle aperte?

Queste contraddizioni, e l’accavallarsi di decisioni e annunci tra Governo e Regioni, ci stanno facendo perdere fiducia nella capacità del guidatore di tenere la strada. Che poi non è uno solo, ma un’affollata assemblea di ministri, capi delegazione, governatori, membri del comitato tecnico-scientifico.

Il malessere, o la rabbia, o la frustrazione, hanno dunque una loro ragion d’essere. Il ricorso all’agitazione e alla violenza di gruppi organizzati con una loro agenda criminale o politica (a proposito, perché teatri e cinema chiudono e i centri sociali restano aperti?) era anch’esso prevedibile. E, come il virus, merita di essere combattuto con la forza dello Stato, che deve saper proteggere i cittadini, anche quelli che protestano, dai mestatori di torbidi, piaga antica che ha spesso infettato la nazione dal 1919 a oggi. Tanto più lo Stato lo potrà fare se saprà distinguere tra la sedizione di piazza, alla quale deve dare una risposta di ordine pubblico, e il malessere giustificato, al quale deve dare una risposta politica e sociale.

L’argomento che le cose non vanno meglio in altri Paesi europei (anche se in qualcuno sì), non può infatti bastare a renderci più sereni. L’Italia sa stringersi intorno alle sue istituzioni, ma pretende di più. Il nostro, ha ragione il presidente Conte, è un grande Paese. Merita di essere trattato come tale. Antonio POLITO, Il Corriere della Sera, 27 ottobre 2020

A CHI CONVIENE OGGI FAR CADERE IL GOVERNO CONTE? A NESSUNO, parola di dagospia

Pubblicato il 22 ottobre, 2020 in Politica | No Comments »

Che succede dentro la maggioranza? Ma soprattutto: a chi conviene far cadere il governo Conte? A nessuno, compresa l’opposizione. Quand’è stata l’ultima volta che avete sentito Salvini e Meloni chiedere ”elezioni subito”? Ciò non toglie che certi equilibri precari mostrino fratture e tensioni. Ma non abbastanza da metterne a rischio la sopravvivenza. La debolezza del governo resta la sua forza, e ora persino l’opposizione si è messa l’anima in pace.

Prendete l’intervista di Goffredo Bettini dell’altro ieri al Corriere. È stata letta come una presa di distanza o un vero abbandono di Zingaretti da parte del suo elefante parlante. Non è così, è che l’ex europarlamentare non vuole essere considerato solo l’intellettuale ventriloquo del muto segretario e quindi ha cercato un po’ di distinguersi.

Il suo ruolo di ideologo nel Pd ovviamente è osteggiato da molti: i suoi continui endorsement a favore di Conte hanno sortito un solo effetto: far incarognire Di Maio che si sente tagliato fuori dall’asse Conte-Zinga.

E riparte il solito duello in consiglio dei ministri: i 5stelle che contano il numero dei loro parlamentari (291) rispetto ai 126 del PD. A loro volta i dem scodellano i dati unanimi dei sondaggi che vedono i grillozzi dimezzati dal 32% al 15.

Uno dei temi che sembra ormai morto è quello dei due vice da affiancare a Conte. Il premier è riuscito a impallinare l’idea di essere stritolato dalla tenaglia PD-M5S. Una sponda gliel’ha data proprio Zingaretti che non ci pensa affatto a lasciare il Lazio (che il centrosinistra rischierebbe di perdere) per entrare nell’esecutivo con non si sa bene quale dicastero.

Se non è Zingaretti, allora dovrebbe essere Su-Dario Franceschini, e nessuno nel Pd vuole dar altro potere al loro malfido capodelegazione. L’arrivo dei vice avrebbe innescato un rimpasto generale, con i soliti nomi in ballo (De Micheli, Azzolina, Bonafede…), ma al momento nessuno può mettersi a fare giochi di palazzo. Basta un soffio per far crollare il castello di carte.

Ancora una volta, questa pandemia non solo allunga la vita del governo, ma ne pacifica anche la convivenza. Poiché ormai come tiri un filo, e viene giù tutto, la soluzione adottata da Pd e 5Stelle è di non tirare un bel niente.

Resta però per i dem il problema di Gualtieri, che è l’unico big del partito a non essersi schierato a favore del Mes. Anzi dopo aver fatto eco a Conte nei mesi scorsi, ora si è fatto superare dal premier in conferenza stampa, che ha messo sul piatto la parola che nessuno osava pronunciare: ‘’stigma”.

Gualtieri è in contatto con i suoi omologhi degli altri paesi del Sud Europa e sa benissimo che l’Italia sarebbe la sola a ricorrere al Fondo Salva-Stati. Cosa che provocherebbe immediatamente la speculazione dei mercati finanziari internazioni verso il nostro disgraziato paese.

E tra un po’ sarà pure l’unico paese europeo a usare la parte di loans del Recovery Fund (prestiti da rimborsare), visto che Spagna e Portogallo hanno già detto che si accontentano dei grants (la parte gratuita) ed eviteranno di indebitarsi con le condizionalità. Noi invece prenderemo tutto, vista la situazione economica tragica.

Conte e Gentiloni, attraverso la Merkel, ora si stanno muovendo per avere la prima tranche non più a febbraio bensì ad aprile. E trattano per prolungare il blocco dei licenziamenti fino a marzo. Il premier, insieme ai suoi due fedelissimi Goracci e Chieppa, monitora quotidianamente la situazione epidemiologica. Il suo nuovo mantra sono ”interventi mirati, il più possibile chirurgici”, e non più lockdown con soldi a pioggia in maniera indiscriminata (che poi sai quanti soldi erano…).

L’idea è di aggiustare i contributi in funzione degli interventi che penalizzano singole categorie (ristoratori, gestori di bar e locali notturni etc).

Nel Pd però l’atteggiamento nei confronti del premier non è più idilliaco come un tempo. In particolare, gli rimproverano di non aver fatto un singolo investimento infrastrutturale da quando è iniziata la pandemia. C’è stato il piano Colao (che fine ha fatto?), gli Stati Generali, le fregnacce e le promesse, ma di concreto non si è visto nulla. Ha mandato dieci ultimatum ad Autostrade, e abbiamo visto che paura ha scatenato nei Benetton.

Certo, i grillini possono replicare che buona parte di questa responsabilità è in capo a Paoletta De Micheli, che sarebbe il ministro delle Infrastrutture ma che con i suoi scudieri Stancanelli e Mauro Moretti è rimasta invischiata nella burocrazia, tra un premier che temporeggia su tutto e un governo che non sa più dove trovare i soldi per l’emergenza covid, figuriamoci per le grandi opere.

Al che nel Pd replicano ancora: e allora Arcuri? Com’è possibile che il commissario straordinario all’emergenza pandemica sia ancora amministratore delegato di Invitalia e che a questo dedichi non poco tempo, inclusi i giochi di potere e di poltrone sulla Popolare di Bari commissariata dal Mediocredito Centrale (che è di Invitalia al 100%). Lì c’è ancora un De Gennaro, fortemente voluto da Arcuri alla presidenza, che ancora deve superare l’esame di Bankitalia.

A proposito di Bari, Conte ha fatto nominare nel cda un avvocato pugliese del suo entourage, Bartolomeo Cozzoli, che conosce molto bene le banche in quanto ogni tanto va a versare un assegno e usa l’app per i bonifici online.

Alle recriminazioni su Arcuri rimpallano ancora dal M5S: e allora Zingaretti? Come può tenere la segreteria del Pd e allo stesso tempo guidare una delle regioni più colpite dal Covid, dove regna un assessore alla sanità (D’Amato) sul quale è meglio stendere un velo pietoso? Così all’infinito, in un gioco di recriminazioni incrociate e di incompetenza generalizzata che protegge il governo e le poltrone dei suoi inadeguati protagonisti. Tratto da DAGOPSIA DEL 22 OTTOBRE 2020

IL PASSATO CHE FERMA IL MOVIMENTO 5STELLE, di Antonio Polito

Pubblicato il 30 giugno, 2020 in Il territorio, Politica | No Comments »

Non risulta che durante gli Stati Generali il presidente Conte abbia messo al centro delle sue pur amplissime consultazioni la domanda: che dobbiamo fare del Mes? Singolare, no? Il dilemma più controverso sul futuro dell’Italia non pare essere stato oggetto di riflessione nella Villa in cui il premier si riprometteva di «reinventare il Paese» (parole sue, anzi di Baricco). Meno che mai lo è stato nella sede anche più appropriata del Parlamento, che anzi Conte ha finora accuratamente evitato.

La ragione è molto semplice: sul Mes Conte non ha la maggioranza. O meglio, ne ha un’altra. Quella di prima. La maggioranza giallo-verde. Se oggi si votasse alle Camere sul meccanismo europeo, che ci consentirebbe di avere prestiti fino a 36 miliardi con interessi quasi pari allo zero per finanziare la Sanità pubblica, vincerebbero i contrari. Lega e Cinquestelle tornerebbero insieme, come ai vecchi tempi.

Lo stesso vale per i decreti sicurezza. Varati quando Salvini stava al Viminale, la loro revisione era nei programmi politici della nuova maggioranza e in parte anche nelle raccomandazioni del capo dello Stato, per motivi costituzionali. Ma non si procede. Perché i Cinquestelle, anche su questo, sono quelli di prima: quei decreti li hanno votati. E lo stesso vale per la ormai annosa questione della concezione autostradale.

I pentastellati sono prigionieri del passato. Hanno cambiato alleati ma non cultura politica. Che è sempre la stessa: rispetto all’Europa, all’immigrazione, alle grandi infrastrutture, al rapporto con il mercato. Con un’aggravante: prima avevano un capo politico che poteva «forzare» il Movimento attraverso passaggi stretti ma necessari: con Di Maio digerirono la Tav. Ora sono una forza politica acefala, governata da una logica di veti reciproci che le rende impossibile adeguare i principi non negoziabili alle esigenze del governo. Per questo il Movimento ha finito per delegare in toto la governabilità a Conte; con il patto implicito che il premier ne eviti la spaccatura o almeno la procrastini. Il paradosso è che il partito di maggioranza relativa, nato come forza di protesta, non può più rischiare di perdere il governo ma non può neanche rischiare di governare.

Dal che deriva la domanda fatale per l’altro partner della maggioranza giallo-rossa: che ci faccio io qui? Il Pd, trascinato a viva forza dal transfuga Renzi al governo con i Cinquestelle, ha finito con il trovarcisi a suo agio. Prima di tutto perché ha ripreso una centralità che sembrava finita per sempre di fronte alla esplosione elettorale dei «due populismi». E poi perché un partito di amministratori in provincia ha bisogno quasi naturalmente di essere un partito di ministri e sottosegretari nella capitale. Ma Zingaretti sa che non può essere a ogni prezzo. Come può la forza politica che ha preso Gualtieri da Bruxelles per fare il ministro del Tesoro e ha mandato Gentiloni a Bruxelles a fare il commissario, respingere il Mes, accettando la logica anti-europea che sottintende e giustifica il «gran rifiuto»? Come può il partito che mandava i parlamentari a bordo delle navi sequestrate da Salvini tenersi ancora dopo un anno i decreti Salvini? E come può il centrosinistra che privatizzò le autostrade ridarle ora allo Stato? Ecco perché ieri ha cominciato, con la sua lettera al Corriere, a dire a Conte ciò che Conte non può dire: il Mes ci serve.

Si obietterà: ma la vera ragione di questo «connubio» tra giallo e rosso era scegliere il prossimo presidente della Repubblica. Movente e obiettivo del resto dichiarati. Però, se davvero i Cinquestelle sono rimasti quelli di prima, e se per giunta sono privi di una leadership, e se sono spaccati come sono, e se perdono pezzi quasi ogni giorno al Senato, può il Pd fidarsi di loro al momento delle votazioni a scrutinio segreto per eleggere il capo dello Stato? Per più di quarant’anni l’Italia è stata una democrazia bloccata, ma governata, perché il partito di maggioranza solo al governo poteva stare. In questa legislatura l’Italia è tornata a essere una democrazia bloccata, ma rischia di essere sempre meno governata. E pensare che la chiamarono Terza Repubblica. Antonio Polito, Il Corriere della Ser, 30 giugno 2020

GIUSTIZIA E POLITICA:ACROBAZIE BIPARTISAN, di Fiuorella Sarzanini

Pubblicato il 13 febbraio, 2020 in Politica | No Comments »

Quanto accaduto ieri nell’aula del Senato dimostra ancora una volta come le vicende giudiziarie siano ormai per ministri e parlamentari uno strumento di lotta politica che nulla ha a che fare con l’accertamento dei fatti e della verità. Ma soprattutto con la verifica di quanto previsto dalla legge e cioè se «il ministro inquisito abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante, ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo». E così anche il caso della nave Gregoretti — rimasta in mare per una settimana con a bordo 131 migranti soccorsi nel Mediterraneo — è stato affrontato da tutte le forze politiche senza mai analizzare in maniera approfondita la sequenza dei fatti; le diverse posizioni dei magistrati che se ne sono occupati, visto che la Procura di Catania aveva sollecitato l’archiviazione dell’inchiesta; le ragioni dell’accusa e quelle delle difesa. Tanto che persino l’imputato Matteo Salvini ha dovuto precisare nell’intervento a palazzo Madama, di non poter seguire i suggerimenti del suo avvocato Giulia Bongiorno che nei giorni lo aveva esortato a «tenere conto dei rischi del processo». E ha continuato a sfidare avversari politici e giudici.
Nel corso dell’ultimo mese, peraltro segnato dalla campagna elettorale in Emilia-Romagna e Calabria, alcuni cambi di linea sono apparsi imbarazzanti. Quando Salvini fu indagato per sequestro di persona per aver bloccato l’ingresso in un porto sicuro della nave Diciotti i ministri del governo gialloverde in carica all’epoca, Luigi Di Maio e Danilo Toninelli, ma anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, decisero addirittura di autodenunciarsi pur di dimostrare la condivisione di ogni mossa, l’unità della squadra. Con il cambio di maggioranza e l’alleanza con il Pd — governo giallorosso — i 5 Stelle sono arrivati ad accusare Salvini di «aver agito da solo» per la Gregoretti, votando sì all’autorizzazione a procedere. E questo nonostante le dichiarazioni pubbliche del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede che, mentre la nave era bloccata in mare, disse: «C’è un dialogo tra i ministeri delle Infrastrutture, dell’Interno e della Difesa, la posizione del governo è sempre la stessa: vengono salvaguardati i diritti, le persone che dovevamo scendere sono scese, sono monitorate le condizioni di salute, ma del problema immigrazione deve farsi carico tutta l’Europa».
Il 20 gennaio scorso, una settimana prima delle Regionali, Salvini esortò i parlamentari leghisti componenti della Giunta a concedere il via libera al processo. «Penso di essere il primo politico al mondo che chiede di essere processato», dichiarò pensando probabilmente più alle urne che al dibattito parlamentare. Prova ne sia che ieri — passate le Regionali — ha cambiato idea e i senatori del Carroccio hanno abbandonato l’aula. Esattamente come avevano fatto gli esponenti del Pd in Giunta — scelta che sarebbe stato opportuno evitare se davvero si vogliono contestare in ogni sede le scelte del leader leghista in materia di migranti — e per questo Salvini li aveva definiti «vigliacchi».
Tra qualche settimana ci sarà un’altra occasione: per Salvini è scattata un’accusa analoga, questa volta relativa alla gestione della nave Open Arms, e il Senato dovrà nuovamente pronunciarsi. Chissà che lo spettacolo offerto ieri non convinca tutti ad abbandonare la propaganda, concentrandosi sull’esame delle carte processuali. E così dimostrando ai cittadini che il Parlamento è il luogo dove si analizza quel che accade nel Paese e si prendono decisioni in loro nome e non propri tornaconti. Perché se davvero si crede — come sostengono molti parlamentari e leader di partito — che i magistrati usino le inchieste a fini politici, dovrebbe essere proprio la politica a dover rispondere in maniera coerente e adeguata. Lasciando perdere le convenienze momentanee e gli interessi di bottega.
Fiorella Sarzanini, Il Corriere della Sera, 13 febbraio 2020

GIOVANNI LEONE: UN GALANTUOMO NEL FANGO di Carlo Nordio

Pubblicato il 20 novembre, 2018 in Cronaca, Politica, Storia | No Comments »

Quaranta anni fa gli italiani assistevano, alcuni con indifferenza benevola, altri con compiacimento grifagno, a un fatto nuovo e sconcertante: le dimissioni del Presidente della Repubblica Giovanni Leone. Una storia sintomatica delle deviazioni e delle patologie della nostra imperfetta democrazia.
Giovanni Leone era uno più illustri giuristi italiani. Nato a Napoli nel 1908, a ventisette era già docente universitario. Democristiano convinto, era stato membro della Costituente, e parlamentare in tutte le legislature. Godeva di alto prestigio per la sua autorevolezza accademica, appena temperata da una bonarietà che talvolta indulgeva al pittoresco.
Non apparteneva alle correnti del partito, e quindi non godeva di protezione, oltre a quella delle sue riconosciute capacità: quando la Dc non sapeva levarsi dai pasticci in cui la ingolfavano i suoi vertici, chiamava Leone a costituire un governo balneare. Questa indipendenza, alla fine, gli costò la carica.
Nel 1976 scoppiò lo scandalo della Lockheed, un’ impresa aeronautica che aveva venduto a mezzo mondo aerei di grande efficienza. L’ Italia aveva acquistato alcuni Hercules, e quando si seppe che l’ azienda aveva pagato cospicue tangenti ai vari governi acquirenti, i sospetti si riversarono sui nostri politici al potere. L’ inchiesta americana appurò che, tramite un certo antilope cobbler, questi denari erano finiti ad alcuni militari, ministri e faccendieri.
Tra questi ultimi vi erano i fratelli Lefèbvre, di cui Leone era amico, e questo bastò a renderlo vulnerabile. Ma furono sospettati anche altri ministri: Moro, Andreotti, Rumor, Gui e Tanassi.
Moro si difese sostenendo di non saper nemmeno cosa fosse la Lockheed. Un’ affermazione che, se veritiera, avrebbe dimostrato il deplorevole provincialismo del suo autore, visto che la fabbrica era notissima per le sue straordinarie produzioni spaziali e militari. Il suo U2, l’ aereo spia abbattuto sui cieli di Sverdlovsk nel Maggio del 1960, aveva scatenato le ire di Kruschev e determinato l’ annullamento dell’ incontro con il presidente Eisenhower; e il suo F104 equipaggiava da anni la nostra Aeronautica Militare. Bastava leggere i giornali perché quel nome ti restasse impresso per sempre.
Ma, a parte rare e lodevoli eccezioni, i nostri notabili democristiani avevano una cultura essenzialmente parrocchiale, ed erano più sensibili ai voti di sacrestia che alle grandi questioni internazionali. Rumor – il maggior sospettato – fu salvato dalla Commissione Inquirente. Quanto ad Andreotti, svicolò dalla polemica con soavità vescovile e sorniona indifferenza ciociara.
Furono rinviati a giudizio Tanassi, Gui, e altri personaggi minori. Tutti, tranne Gui, sarebbero stati condannati, peraltro a pene assai blande.
Leone rimasto estraneo all’ inchiesta, rimase però solo nel suo partito, che lo abbandonò per meschini interesse di baratteria elettorale. Fu una pagina buia per la DC, ma anche per il giornalismo italiano, che si tuffò in questo fango di contumelie e di allusioni con la più turpe e maramaldesca morbosità.
L’ Espresso si segnalò per la sua petulanza aggressiva, ma non fu il solo. Altri quotidiani e rotocalchi sbeffeggiarono l’ anziano presidente, la sua elegante consorte e persino i suoi figli.
Un giornalista arrivò al pettegolezzo che «gli occhi di donna Vittoria ricordassero quelli dell’ Antilope»; un altro fece un’ univoca allusione alle scarpe scamosciate della first lady; altri scesero a illazioni più ridicole. Il partito comunista, che all’ occorrenza sapeva abbandonare il suo plumbeo grigiore moscovita per assumere toni di eccitata grossolanità, sfruttò con la solita sapiente spregiudicatezza questa lotta intestina.
Leone non era mai piaciuto alla sinistra, un po’ per la sua indipendenza di giudizio, un po’ per la sua storia universitaria (era stato, come del resto Fanfani e tutti i docenti iscritto al partito fascista) e soprattutto perché la sua elezione era stata determinata anche dai voti del Movimento Sociale.
Per di più la sua rimozione avrebbe liberato un posto riservato, nella redistribuzione delle cariche, a un esponente della sinistra. L’ elezione di Pertini, indiscussa la caratura morale del personaggio, fu infatti salutata dal Pci come una Glorious Revolution di Redenzione Resistenziale.
Così, il 15 Giugno del 1978, Giovanni Leone annunciò le sue dimissioni. Non gli fu nemmeno risparmiata l’ umiliazione di impedirgli la lettura integrale del messaggio di commiato: mai l’ untuosità farisaica aveva raggiunto livelli di così vergognosa ingratitudine. Il vecchio professore ritornò ai suoi studi e, dopo una congrua decantazione, rientrò, sommessamente, alla vita politica, e contribuì, inascoltato, alle proposte di riforma del processo penale.
Incidentalmente, non sappiamo se l’ indirizzo dell’ attuale governo, che subordina la sospensione della prescrizione a una nuova riforma, riprenderà o meno in mano l’ opera di Giovanni Leone.
Il giudizio complessivo della vicenda è quello di una sconfortante combinazione di una stampa spregiudicata e malevola, e di una politica ancor più cinica e truffaldina. Questa stessa combinazione avrebbe portato, quindici anni dopo, alla dissoluzione dello scudocrociato e all’ umiliazione pubblica del suo segretario Forlani, corroso dalle bavette labiali davanti all’ aggressività dell’ incalzante Di Pietro e alla implacabile fissità delle telecamere.
Un significativo contrappasso per una classe dirigente che aveva rinnegato i suoi elementi migliori.
Con l’ andar del tempo, le accuse e le illazioni a carico di Giovanni Leone si dimostrarono quello che tutti sapevano fin dall’ inizio: un mélange di pettegolezzi di bottega e di calunnie programmate. Tuttavia nessuno fece ammenda. Soltanto i radicali, che erano stati i più severi critici del Presidente, e probabilmente gli unici in buona fede, trovarono il coraggio di scusarsi: Marco Pannella ed Emma Bonino ammisero pubblicamente di avere esagerato.
Ma gli altri , compresi i maestri di vita e di pensiero, rimasero in verecondo silenzio. E purtroppo la lezione non è stata imparata. In tempi recenti, la parlamentare Ilaria Capua, una delle nostre scienziate più prestigiose, è stata costretta alle dimissioni, nell’ indifferenza codarda e colpevole dei suoi colleghi, a seguito di un’ inchiesta assurda e di un’ altrettanto sciagurata aggressione mediatica. Nel nostro infelice e meraviglioso Paese le prediche sulla legalità sono inversamente proporzionali alle garanzie dei diritti dei cittadini. Purtroppo questa sconcezza non è ancora finita, e non sappiamo nemmeno se e quando finirà. Carlo Nordio per l Messaggero (20 novembre 2018).

…..Non è un caso che Carlo Nordio, magistrato in pensione, abbia scritto questo articolo rievocativo e anche di postumo omaggio a Giovanni Leone, indimenticata vittima di una squallida pagina di fango nella vita politica italiana, nell’anniversario,  il centenario, della Camera dei Deputati che ricorre proprio oggi. Leone della Camera fu Presidente, Capo del Governo, e infine Presidente della Repubblica. Ricopriva questa carica quando fu vittima di una ben orchestrata campagna di fango e di odio, ordita dalla sinistra, che utilizzò una giornalista dell’Espresso, Camilla Cederna,  come puntatrice d’assalto. L’obiettivo  fu raggiunto, Leone, accusato ingiustamente di essere stato collettore di mazzette, alla fine si dimise, benché fosse innocente. La sua innocenza fu riconosciuta dopo, quando ormai le conseguenze del fango e dell’odio riversatigli addosso avevano avuto l’effetto sperato. Fu il colpo di avvio della guerra che avrebbe portato al dissolvimento della Prima Repubblica. g.


TRA SALVINI E FORZA ITALIA UN’ALLEANZA SENZA FUTURO, di Antonio Polito

Pubblicato il 12 agosto, 2018 in Politica | No Comments »

Non chiamiamolo più «centrodestra». Qualsiasi sia la «cosa» che verrà fuori dall’Opa di Salvini sull’elettorato di Berlusconi, e che potrebbe vedere la luce già nelle prossime elezioni regionali, non potrà più portare quel nome. Non potrà essere un Polo, una Casa o un Partito della libertà, come l’alleanza di centrodestra
si è chiamata dal 1994, semplicemente perché al centro del suo messaggio non c’è più la libertà, nelle sue varie forme di liberalismo politico, di liberismo economico, di libertarismo nei costumi e perfino di libertinismo privato, come ai tempi di Berlusconi.

Quello che sta avvenendo non è soltanto un fisiologico ricambio di leadership. Se di questo si trattasse, è chiaro che Matteo Salvini se la sarebbe meritata sul campo. Berlusconi, come Crono, si è mangiato uno alla volta tutti i suoi ipotetici delfini, da Casini a Fini, da Alfano a Tremonti. Era scontato che prima o poi spuntasse uno squalo in grado di mangiarselo, approfittando del passare degli anni e della vigoria fisica. Il giovane pretendente ha la grinta per farcela: si è tolto persino la canottiera di Bossi, lui azzanna a torso nudo.

Ma se anche Salvini riuscisse a fagocitare ciò che resta del berlusconismo, una profonda differenza di cultura politica gli impedirebbe di incoronarsi con le sue mani nuovo imperatore del centrodestra. Nel 1994 il centrodestra fu fondato per fermare la sinistra, pronta a prendere il posto della Prima Repubblica morente. Pur con tutte le sue ambiguità segnò la nascita, per la prima volta nella storia d’Italia dai tempi della Destra Storica, di un raggruppamento liberale di massa.Prometteva la liberazione degli «animal spirits» della società italiana. Poi in gran parte ha fallito.

Ma un abisso divide quel progetto politico dall’appello ai «basic instincts» che fa Salvini. Tutto nel suo messaggio parla di protezione, salvaguardia, difesa: dei confini, dei commerci, della tradizione. Berlusconi si ispirava a Reagan, lui a Trump. Il primo si è alleato con la Merkel e ha pianto per i migranti morti in mare, il secondo preferisce la Le Pen e le navi dei migranti le ferma. Il Cavaliere onorava Craxi e ne ha assorbito ceto politico e cultura libertaria: nonostante la zia suora, non esitò a flirtare con il movimento per i diritti omosessuali. Salvini flirta con il ministro Fontana. All’ottimismo dell’edonismo berlusconiano, che prometteva di metterci il sole in tasca, si è sostituita una versione pessimistica del nostro futuro come lotta tra popoli, basata sulla legge del più forte.

Sta nascendo insomma qualcosa di completante nuovo, e moderno. Molto più moderno di Forza Italia anche nella sua versione migliore, sebbene tardiva e ancora incompiuta, affidata all’esperienza e all’azione di Antonio Tajani. È propio per rimarcare questo che Salvini sente il bisogno di rompere platealmente ogni volta che può, perfino per il candidato alle presidenze della Rai e dell’Abruzzo. In un’ottica continuista gli converrebbe prendere per mano il leader declinante, e portarlo dove vuole. Invece, scegliendo di correre da solo nell’unica Regione del Mezzogiorno in cui il centrodestra ha resistito allo tsunami dei Cinque Stelle alle elezioni del 4 marzo, Salvini dichiara implicitamente di essere pronto anche a far vincere i grillini, pur di mandare all’aria il vecchio centrodestra.

Che cosa voglia metterci al suo posto, non è ancora chiaro. Forse nemmeno a lui. L’ipotesi di un fronte sovranista-populista, che oggi va forte nei sondaggi, non è detto possa reggere per una legislatura, e la competizione già si fa sentire aspra.Trasformare la sola Lega nel nuovo centrodestra è una tentazione, e non è detto che non venga sperimentata oltre che in Abruzzo anche altrove, partendo da Basilicata, Piemonte e Sardegna, le prime Regioni che andranno al voto. Ma tutto quello che la nuova Lega disprezza del vecchio centrodestra è anche ciò che le manca per diventare un polo stabile e autosufficiente del futuro bipolarismo l’italiano: qualcuno o qualcosa che incarni il moderatismo italiano, cultura politica dura a morire, sopratutto al Sud; che non sia visto come un Attila dai mercati; che scommetta sullo spirito mercantile di un Paese che ha fatto delle esportazioni la sua forza; che ricordi al mondo che l’Italia non è la Turchia.

Se Salvini ucciderà Forza Italia, e con essa il centrodestra, come nella favola della rana potrebbe gonfiarsi di voti e di hubris. Ma fino a scoppiarne. Antonio Polito, Il Corriere della Sera, 12 agosto 2018

LA STORIA DI MIO PADRE, di Stefano Zurlo

Pubblicato il 7 maggio, 2018 in Costume, Politica | No Comments »

Ventuno giugno 1993. Gabriele Cagliari scrive dal carcere di San Vittore alla moglie Bruna: «Comincia l’ estate, oggi è il primo giorno. Ho passato qui l’ intera primavera e alcuni giorni di inverno. Chi l’ avrebbe mai detto?». L’ epilogo è vicino e, col senno di poi, quel punto di domanda sgomento sembra già scandagliare la vertigine dell’ abisso.

L’ ex presidente dell’ Eni, travolto dal ciclone Mani pulite, sta meditando la scelta irrevocabile. Il 5 luglio, dopo altre due settimane di supplizio, si rivolge ai figli Stefano e Silvano con parole definitive. Il suicidio è stato stabilito e lui sa che i ragazzi leggeranno dopo. Dopo aver asciugato, se mai ci riusciranno, le lacrime. Dopo le polemiche e tutto il resto. «In una lunga lettera a voi tutti e che ho indirizzato alla mamma – è la comunicazione struggente e lucidissima, animata da una sovrumana forza di volontà – ho spiegato le ragioni di questo mio andarmene. Non me la sono più sentita di sopportare ancora a lungo questa vergogna e questa tortura, mirata a distruggere l’ anima».

Parla di se al passato, l’ amico di Bettino Craxi. È solo questione di giorni. La goccia che fa traboccare il vaso arriva nel filone Eni-Sai, parallelo a Mani pulite. Il pubblico ministero Fabio De Pasquale, almeno secondo l’ avvocato Vittorio D’ Aiello, promette un parere positivo sugli arresti domiciliari, ma poi si arrocca sul no. È finita, anche se il giudice deve ancora pronunciarsi. Gabriele Cagliari ha esaurito la pazienza e le energie e pensa che quel gesto di ribellione sia l’ unico modo per preservare la propria dignità.

La mattina del 20 luglio si chiude in bagno bloccando la porta con un pezzo di legno, infila la testa in un sacchetto di plastica, lo lega intorno al collo con un laccio di scarpe e si uccide in quel modo cosi crudele e fragoroso. Venticinque anni dopo, Stefano Cagliari prova a rielaborare quelle ferite, personali e di un intero Paese, in un libro misurato e sofferto, ma senza nemmeno una goccia di rancore, scritto con Costanza Rizzacasa d’ Orsogna: Storia di mio padre (Longanesi, pagg. 264, euro 18,80).

Dentro c’ è la ricostruzione, sommessa e mai urlata ma attenta al dettaglio, di quei mesi drammatici del terribile Novantatrè. Un padre chiuso per 134 giorni nel «canile di San Vittore», come lui lo chiama senza sconti nelle sue missive. E una famiglia un tempo potente precipitata nell’ angoscia, frastornata, colpita da una successione inarrestabile di lutti. Non solo. Il volume propone la corrispondenza, in buona parte inedita, partita dal carcere o spedite da casa al detenuto.

C’ è insomma, la progressione di una tragedia sullo sfondo di un Paese lacerato e incattivito che ha smarrito la propria anima nel tentativo di purificarsi. Perfino il funerale diventa un problema: «Il parroco della chiesa di San Babila non c’ era, il vice si rifiutò e cosi il vicario di Carlo Maria Martini all’ Arcivescovado». Allora il cardinale che è in Francia chiama il cappellano di San Vittore, don Luigi Melesi, e lo prega di celebrare la funzione al posto suo. Ma quel momento di pietà viene sconvolto e funestato: «La chiesa era gremita, la gente si accalcava fuori. Arrivò la notizia del suicidio di Raul Gardini, ci guardammo. Era tutto più grande di noi».

Un quarto di secolo dopo, questo testo abbraccia l’ umanità, allora calpestata. E fa un passo decisivo sulla strada di una pacificazione che non sia solo la spugna del tempo. La prefazione, sorprendente, porta la firma autorevole di Gherardo Colombo, uno dei magistrati del Pool che chiesero l’ arresto di Cagliari. E Colombo, senza rinnegare nulla, con toni altrettanto sobri, compone una critica del sistema giudiziario, peraltro abbandonato nel 2007.

Dunque, in qualche modo fa autocritica: «Il magistrato si concentra sulle esigenze della giustizia – termine che inserisco fra molte virgolette – ma cosi facendo, non si rende conto delle conseguenze che i suoi atti producono su coloro che le investigazioni subiscono». Schiacciati in celle anguste, esposti alla gogna feroce – il ‘93 diventa un calco dell’ originale 1793 giacobino- con interrogatori diluiti sul calendario con il contagocce, oggi per fortuna meno di allora. «Bisogna riconoscere – ammette ora Colombo -la persona. Vedere il volto dell’ altro». Allora, e non solo allora, andò in un altro modo. Stefano Zurlo, Il Giornale 7 maggio 2017

…A 25 anni di distanza, il figlio di Gabriele Cagliari, presidente dell’Eni, racconta la storia di suo padre, rinchiuso nel “canile di S. Vittore2 come lo stesso Cagliari lo defnisce nell’episstolario con la famiglia, e nel quale si tolse la vita fiaccando la testa in un sacchetto di plastica, non riuscendo più a sopportae la carcerazione, specie dopo che, sostenne il suo avvocato, il magistrato prima promise e poi cambiò idea sulla concessione deglia rresti domiciliari. Fu una pagina sconvolgente di quella immensa saga di robesperriana memoria che  passò sotto il nome di Tangentopoli che fece tante vittime e non cambiò il mondo. Il figlio di Cagliari, racconta Zurlo che ne ha recensito il libro, racconta i fatti con estrema misura e con linguaggio più che soburio, non cervcando vendetta ma solo chiarezza. Illuminante nel libro quanto scrive nella prefazione firmata da Gherardo Colombo che del pool di ani pulite faceva parte. Ammette Colombo sia l’eccessivo zelo sia la mancanza di attenzione per le persone, molte delle quali risultarono innocenti ma distrutte nell’animo e nel corpo. Come Cagliari, appunto.  g.

IL PROCESSO (INFINITO) ALLO STATO, di Paolo Mieli

Pubblicato il 25 aprile, 2018 in Costume, Giustizia, Politica | No Comments »

Illustrazione di Fabio Sironi

Oggi, 25 Aprile, festa della Liberazione, è il giorno giusto per fermarci a riflettere sulla salute dello Stato italiano. Che non è buona per colpa dei molti che da decenni attentano con noncuranza al suo buon nome o alla sua stessa integrità e per il fatto che sono pochi, troppo pochi, quelli che danno prova — non a chiacchiere — di averne a cuore le sorti. Ma c’è poi anche una questione che attiene alla reputazione dello Stato medesimo. Reputazione danneggiata dal progressivo formarsi di un senso comune genericamente ad esso ostile al quale rischiano di contribuire talvolta anche coloro che se ne ergono a difensori. Di cosa parliamo? Prendiamo il caso della sentenza del processo sulla «trattativa Stato-mafia» nel cui merito qui non entriamo in attesa del secondo e terzo grado di giudizio (oltreché di poterla leggere per esteso). Già adesso, però, non possono sfuggirci le ripercussioni che in tema di Stato tale sentenza avrà nel discorso pubblico e sui libri di storia. In che senso? Ecco in che termini ne ha riferito un giornale che — oltreché del direttore Gian Maria Vian e dei suoi giornalisti — è la voce, per così dire, di papa Francesco, L’Osservatore Romano: la sentenza della Corte d’assise di Palermo avrebbe «stabilito in primo grado che la trattativa tra l’organizzazione mafiosa Cosa Nostra e gli uomini delle istituzioni non solo c’è stata ma ha anche toccato i massimi vertici dello Stato italiano».

Proprio così, secondo il quotidiano della Santa Sede (o meglio: secondo la sentenza), «i massimi vertici dello Stato» avrebbero interloquito con l’organizzazione criminale, per giunta «proprio mentre venivano assassinati i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e le loro scorte, nonché cittadini inermi, vigili del fuoco e agenti di polizia, nelle stragi di Firenze e Milano e venivano fatte esplodere bombe nel cuore di Roma». Più o meno quello che, con maggiore o minore enfasi, hanno riportato quasi tutti gli organi di stampa. Ed è questa, ad ogni evidenza, una percezione destinata a restare. Anche se, come qualcuno ha notato, nella sentenza compaiono sì i nomi dei capi mafiosi e degli ufficiali del Ros responsabili di aver «avvicinato» i boss, ma neanche uno di un qualche appartenente ai suddetti «massimi vertici dello Stato italiano». L’unico, Nicola Mancino – per il quale Nino Di Matteo e gli altri pm avevano chiesto una condanna (sia pure per un reato minore: falsa testimonianza) – è stato assolto. Per il resto, niente nomi né cognomi.

Non è una storia nuova. L’anno prossimo, il 12 dicembre, saranno cinquant’anni dalla bomba di piazza Fontana. E saranno poco meno di cinquant’anni da quando, per spiegare l’accaduto, la casa editrice Samonà e Savelli diede alle stampe un libro, «La strage di Stato», il cui titolo è rimasto a definire quell’orribile fatto di sangue. Strage o stragi «di Stato». Sempre, dal ’69 in poi, si è creduto di individuare lo zampino dello «Stato» dietro qualche colpa di questo o quel funzionario o appartenente alle forze dell’ordine. Ma nomi riconducibili ai «massimi vertici» non ne sono venuti fuori. Mai. Nonostante ciò, «lo Stato» a poco a poco, nei nostri manuali di storia (non tutti, per fortuna), è andato prendendo le forme del possibile mandante di questa o quell’impresa delittuosa. Sempre beninteso come un’entità impersonale (e in qualche caso, nelle ricostruzioni, assumeva proprio la denominazione di «entità»). Nemmeno una volta che si sia riusciti ad arrivare all’identificazione di qualcuno che ben più di più di un ufficiale infedele ci avvicinasse a quei «massimi vertici». Eppure si moltiplicavano pentiti, dissociati, imputati che vuotavano il sacco e raccontavano, raccontavano. Ma al momento di indicare nominativamente qualche appartenente alle vette statuali di cui ha correttamente riferito L’Osservatore Romano, niente. E anche in questa occasione…

Qualcuno ha provato a individuarli quei nomi. Marco Travaglio, persona più di qualsiasi altra capace di decrittare quel che scrivono i giudici, ha riassunto sul Fatto ciò che si potrebbe desumere dal dispositivo dell’attuale sentenza: «i tre carabinieri (Mori, Subranni e De Donno) sono stati condannati insieme a Bagarella e Cinà per avere trasmesso ai governi Amato e Ciampi il messaggio ricattatorio di Cosa Nostra (il “papello” con le richieste di Riina in cambio della fine delle stragi) perché lo Stato si piegasse ai mafiosi». E lo Stato, ha scritto ancora il direttore del Fatto, «si piegò». Se ne dovrebbe dedurre che la sentenza punta il dito accusatore contro Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi, i quali, appunto, «si piegarono». O contro qualche innominato di pari livello che lo fece al posto loro. Innominato a cui sarebbe riconducibile anche la «rimozione degli uomini della linea dura» (il ministro Enzo Scotti e il direttore del Dap Niccolò Amato) «per rimpiazzarli con quelli della linea molle» (il Guardasigilli Giovanni Conso, il nuovo capo del Dap Capriotti) che nel ’93 «revocarono il 41 bis a ben 330 mafiosi detenuti». «Fu quello», ha scritto ancora Travaglio continuando a riassumere il dispositivo della sentenza, «il primo di una lunga serie di regali a Cosa Nostra, proseguiti per vent’anni sotto i governi di centrodestra e centrosinistra, ma purtroppo non punibili penalmente». E così anche Silvio Berlusconi (esplicitamente chiamato in causa per via della condanna a Marcello dell’Utri) e Romano Prodi sono sistemati.

Davvero non si capisce perché i nomi degli esponenti dei «massimi vertici» del Paese al momento decisivo siano scomparsi dalle carte giudiziarie e al loro posto sia rimasto solo soletto «lo Stato». Abbiamo scritto che un tal modo di attribuire allo Stato ogni genere di male ebbe una data d’inizio ai tempi della strage di piazza Fontana (1969). In realtà – in termini meno espliciti e diretti – qualcuno aveva cominciato molto prima, nel 1947, in occasione dell’eccidio di Portella della Ginestra; successivamente avevamo avuto un obliquo rinvio al presidente della Repubblica Antonio Segni per il piano Solo (1964): sempre si alludeva a ordini «partiti dall’alto, da molto in alto», salvo poi sfumare il tutto al momento in cui sarebbe stato necessario circostanziare le accuse nelle aule di giustizia. Negli anni Settanta e Ottanta ci si accorse di questo inconveniente e dagli studiosi furono introdotte nuove categorie a giustificare il perché la mancata identificazione degli statisti responsabili di misfatti: «Stato nello Stato», «Stato parallelo», «Doppio Stato». Ma nomi e cognomi degli appartenenti ai «massimi vertici» dello Stato – parallelo o doppio che fosse – non furono mai identificati. Così – eccezion fatta per Giulio Andreotti e la mafia, con la stravagante condanna/assoluzione double face – i grandi accusati evaporavano nel nulla e nelle reti giudiziarie restavano impigliati imputati medi e piccoli che, diciamolo, sarebbe davvero ingiusto qualificare ancora come «lo Stato». Anche perché, così facendo, è accaduto che lo «Stato» abbia dovuto farsi carico di una serie mostruosa di capi di imputazione ed entrare, aggravato da questo non lieve fardello, in tv, manuali di storia, libri, film (e, per via subliminale, nella coscienza di moltissimi italiani) come «mandante occulto» di orribili delitti.

Restando in tema di mandanti, il 14 novembre del 1974 Pier Paolo Pasolini pubblicò su queste colonne un celeberrimo scritto in cui, parlando delle stragi di quegli anni, sosteneva di conoscere i nomi di chi le aveva commissionate, ma di non poterli mettere nero su bianco dal momento che non ne aveva le prove. Fu, quell’articolo, una scossa salutare. Ma forse non immaginava, Pasolini, che nei successivi quarantaquattro anni la magistratura italiana avrebbe annoverato una gran quantità di «pasoliniani» i quali, senza neanche disporre della sua ispirazione poetica, non avrebbero esitato a puntare l’indice contro non meglio identificati «alti vertici dello Stato», senza poi sentirsi in obbligo di circostanziare le accuse. Povero «Stato» che nella sua immaterialità, a differenza dei singoli individui, non può difendersi, né nei tribunali, né nei talk show, né nelle piazze. Dopo che per 50 o 70 anni lo si è indicato all’origine di più di un misfatto, non potrà certo essere «assolto» in appello. Né essere risarcito. Dovrà restarsene nei libri di storia sempre più afflitto nella reputazione a pagare per chi sa essere efficace nelle invettive ma non ritiene di doversi presentare all’appuntamento decisivo: quello dell’addebito delle colpe a un essere in carne e ossa. Eventualmente provvisto di identità. Paolo Mieli, Il Corriere della Sera, 25 aprile 2018

PICCONATE SUL MITO DELLA RESISTENZA, di Gianlcuca Veneziani

Pubblicato il 7 aprile, 2018 in Politica, Storia | No Comments »

A picconate, o a piccoli colpi di scalpello, il mito della Resistenza si va via via sgretolando, fino a ridursi a un cumulo di macerie. Ad abbatterlo non ci pensa più solo la revisione salvifica relativa al sangue dei vinti, ossia alle brutalità commesse dai partigiani a guerra finita, a mo’ di vendette private o di epurazione sistematica dell’ ex nemico: storia diventata patrimonio collettivo grazie all’ opera di Giampaolo Pansa. Adesso scricchiola pure l’ edificio della Resistenza come grande movimento di popolo, come insurrezione spontanea, immediata e partecipata, oltreché risolutiva, su cui a lungo si è basata la vulgata storica.

Se anche questo mito aurorale della Resistenza mostra le sue falle, il merito è dello storico francese Olivier Wieviorka che ha appena dato alle stampe il documentatissimo saggio Storia della Resistenza nell’ Europa occidentale 1940-1945 (Einaudi, pp.464, euro 35), analisi sull’ effettivo contributo dei partigiani durante il conflitto e il loro reale peso politico e militare nei Paesi occupati. Ma il merito è anche dello storico Paolo Mieli che ieri, recensendo il libro di Wieviorka sul Corriere della Sera, è riuscito poderosamente a infrangere, su un grande giornale, quel conformismo che fa della Resistenza insieme un Totem da venerare e un Tabù, del quale non è possibile parlare (male).

Leggendo Wieviorka, Mieli non esita a smontare quelle che lo storico francese definisce «agiografie», derubricando cioè l’ azione dei partigiani europei, e anche italiani, a un contributo residuale ai fini della Liberazione. A lungo infatti, fa notare Wieviorka, è stato «sopravvalutato il ruolo svolto dalla dimensione nazionale della lotta comune» ed è stato «ritenuto che le resistenze locali potessero svilupparsi adeguatamente senza aiuti esterni».

Quasi fossero movimenti volontari, auto-finanziati e operativi grazie a una libera scelta insurrezionale In realtà, le cose andarono diversamente, sia perché la nascita di quei fronti di lotta fu sollecitata dal Soe (Special Operations Executive), organismo creato dagli inglesi al fine di fomentare la Resistenza; sia perché l’ apporto dei partigiani fu pressoché irrilevante tanto che «con o senza Resistenza, l’ Europa sarebbe stata liberata dalle forze angloamericane».

Ma l’ aspetto forse più interessante del saggio è che non ci fu, sin dagli albori in Europa, e tanto meno in Italia, l’ insorgere di dissidenti pronti a darsi alla macchia né una risoluta «opposizione all’ apparente inesorabilità della disfatta» nei Paesi occupati. Piuttosto, i governi di quegli Stati cercarono compromessi con il Reich e gli stessi popoli a tutto pensarono tranne che a mettersi subito in armi contro l’ invasore. Smentita evidente della leggenda secondo cui sarebbe esistita una Resistenza implicita e silenziosa, nata nel momento dell’ occupazione e poi sfociata nella Resistenza armata.

Questo fu vero soprattutto in Italia, dove il movimento resistenziale tardò a manifestarsi sia per quella che Mieli definisce «apatia politica degli italiani» sia per una comprensibile mancanza di ardore che portava i nostri prigionieri di guerra a non voler rischiare la pelle per rovesciare il regime, sia per il consenso di cui – almeno fino al 1943 – il fascismo godette nel nostro Paese, al punto che molti soldati o cittadini consideravano un “tradimento” opporsi al governo vigente.

E infatti da noi gli angloamericani faticarono ad alimentare uno spirito ribellista e a mettere su gruppi di lotta armata. Wieviorka racconta di tentativi grotteschi, come quando si cercarono ribelli italiani in Nord Africa e in Svizzera, ma si trovarono soltanto «cospiratori da salotto»; o quando, non riuscendo a identificare una figura spendibile come leader dei futuri partigiani, la si trovò in un certo Annibale Bergonzoli, un generale che tuttavia presto si dimostrò «un ciarlatano di temperamento esaltato». Insomma, non la persona ideale nelle cui mani mettere le sorti d’ Italia.

È interessante notare come questa rilettura della Resistenza continui a essere portata avanti da studiosi esterni alla cultura di destra. Wieviorka, nipote di ebrei uccisi ad Auschwitz, collabora con un inserto del giornale di sinistra Libération; lo stesso Mieli, cresciuto negli ambienti della sinistra extraparlamentare, è stato allievo del grande Renzo De Felice, storico comunista, e nondimeno principale artefice della revisione sul fascismo. Come già nel caso di Pansa, la demitizzazione della Resistenza non può che partire da sinistra. Dove le menti più illuminate, ormai da tempo, si sono accorte che della Resistenza non resiste più niente. Gianluca Veneziani, Libero Quotidiano, 7 aprile 2018