Archivio per la categoria ‘Politica estera’

L’AMERICA IGNOTA DI TRUMP, di Massimo Gaggi

Pubblicato il 3 marzo, 2016 in Politica estera | No Comments »

Dopo il voto di ieri per la politica americana è già arrivata l’ora di fare i conti col ciclone Trump. C’è chi — primo Chris Christie, ma altri seguiranno — spinge il reset button e sale sul carro del vincitore, magari promettendo all’establishment dal quale proviene che farà buona guardia. Poi ci sono gli intellettuali e i commentatori (di destra e di sinistra, stavolta non fa differenza) attoniti e costretti al mea culpa: per non aver preso sul serio il fenomeno Trump, ma soprattutto per non aver capito cosa stava bollendo nel pentolone del malessere sociale del ceto medio americano schiacciato da globalizzazione e rivoluzione tecnologica. Poi c’è il partito repubblicano: panico e scenari apocalittici. Trump, che non si fa problemi a demolire i cardini ideologici della destra promettendo più tasse per i ricchi, sgravi per i poveri e protezionismo commerciale mentre sulle questioni bioetiche, dall’aborto ai matrimoni gay, è più vicino ai democratici che ai conservatori religiosi, può ridurre il «Grand Old Party» a un cumulo di macerie.

Un quadro caotico, senza precedenti, ma si possono azzardare tre scenari: il primo è quello di una sorta di guerra civile non dichiarata contro Trump coi repubblicani che, per liberarsene, non escludono nemmeno di lasciare la Casa Bianca alla Clinton. E se l’imprenditore diventerà comunque presidente, possono bloccare i suoi atti più controversi attraverso il Congresso (come hanno fatto con Obama). Tenendosi sempre di riserva l’arma dell’impeachment. Sarebbe molto pericoloso: un Trump dalle chiare tendenze autoritarie che già ha usato espressioni mussoliniane, potrebbe essere tentato di trasformare il Congresso, già oggi l’istituzione più impopolare d’America, in «un bivacco di manipoli».

Il secondo scenario è quello di Trump come incidente della storia che innesca una rifondazione della destra americana. C’è già chi sostiene che il Partito repubblicano, sclerotizzato, sconvolto dalla rivoluzione dei Tea Party, condizionato dalle sue rigidità ideologiche, potrebbe essere lasciato come un guscio vuoto nelle mani di Trump, trasferendo l’energia positiva dei conservatori più dinamici in un nuovo Partito della Costituzione. Un processo con vari sbocchi possibili, soprattutto se alla fine dovesse candidarsi da indipendente anche il conservatore illuminato Michael Bloomberg: sarebbe la fine del bipartitismo Usa. Ma c’è anche chi comincia a dire — terzo scenario — che Trump non è il diavolo: da imprenditore capisce meglio di un partito impiccato alle sue parole d’ordine che un’austerity fiscale troppo severa, la bassa tassazione della ricchezza e i processi di deregulation e globalizzazione attuati senza limiti e controlli sono all’origine dello schiacciamento della classe media.

Bisogna essere molto ottimisti per credere a uno scenario simile perché nei discorsi di Trump le poche idee forse di buon senso su economia e società sono sepolte sotto cumuli di invettive e proclami che, a prenderli sul serio, presuppongono un’attività di governo fatta di violazioni della Costituzione e del diritto internazionale. Ma non è detto che, una volta eletto presidente, Trump adotterebbe le ricette da «olio di ricino» di cui parla nelle piazze americane. «Servono solo a catturare ampi consensi nell’elettorato conservatore» dice a mezza bocca qualche consigliere del tycoon. Noto per una certa tendenza, su varie questioni, a sostenere tutto e il contrario di tutto. Lui stesso, del resto, non ha smentito di aver detto, durante un incontro off the record coi capi del New York Times, che le sue idee sugli immigrati sono meno dure di quelle che distilla nei comizi: «Tutto è negoziabile» ha replicato a chi gli chiedeva delucidazioni.

Comprensibile il panico della destra davanti a un personaggio che la trascina verso l’ignoto. Ma ora c’è allarme anche tra i democratici: una candidatura dell’impresentabile Trump sembrava un regalo fatto a Hillary Clinton. Ora molti cominciano a sospettare che il costume indossato da Trump, quello di un «Superman antisistema», possa sedurre anche qualcuno a sinistra. Unica certezza: Donald non può più essere liquidato come un fenomeno folkloristico. Va spiegato a Rubio e Cruz che hanno cominciato a trattarlo da clown, acrobata e truffatore fuori tempo massimo. Massimo Gaggi, Il Corriere della Sera, 3 marzo 2016

ATTENTATI DI PARIGI, BATTAGLIA CULTURALE SENZA IPOCRISIE, di Ernesto Galli della Loggia

Pubblicato il 16 novembre, 2015 in Cultura, Politica, Politica estera | No Comments »

Come faccia il terrorismo che tutti, ma proprio tutti, definiscono islamista a non avere nulla a che fare con l’Islam, è qualcosa che dovrebbe, mi pare, richiedere una spiegazione. Che invece non ci viene mai data dai tanti che pure ci ammoniscono con severità a tenere separate le due cose. L’unica spiegazione talvolta offertaci circa l’obbligo di tale separazione starebbe nel fatto che la maggior parte delle vittime del terrorismo suddetto – a Bagdad per esempio, o a Beirut o ad Aleppo o al Cairo – sarebbero in realtà proprio degli islamici. Il che è vero: peccato però che nessuno dei mille attentati commessi in quei luoghi sia mai stato rivendicato, che si sappia, con proclami a base di citazioni di «sure» del Corano e di relative maledizioni contro gli «infedeli»: come invece è la regola quando nel mirino è ieri Parigi o in genere l’Occidente. In realtà, a Bagdad o a Beirut, l’impiego del tritolo o del kalashnikov corrisponde semplicemente al modo oggi più comune da quelle parti di regolare i conflitti politici con gli avversari. L’impiego ad uso bellico dei testi sacri, insomma, è riservato soltanto a noi. Dunque, smettiamola di nasconderci dietro un dito: la religione c’entra eccome. Innanzi tutto perché islamici ferventi e religiosamente motivati sono i terroristi, e poi per un’altra importante ragione.

Perché ciò che lega le mani all’islamismo moderato – che senz’altro esiste ed è maggioritario – impedendogli regolarmente di farsi sentire e di opporsi alle imprese sanguinarie degli altri, è per l’appunto il ferreo ricatto della comunanza religiosa. Ed è sempre questo ricatto-vincolo che a suo modo crea nella gran parte dell’opinione pubblica islamica, nelle sterminate folle delle periferie come negli strati più elevati, se non una qualche tacita complicità, certamente l’impossibilità di dissociarsi, di schierarsi realmente contro. Ciò che a propria volta vincola in misura determinante anche l’azione dei governi di quei Paesi.

Ma se le cose stanno così, se per l’esistenza del terrorismo è decisiva l’esistenza di questo ampio retroterra costituito e cementato dal fortissimo ruolo identitario della religione, non è forse qui, allora, a proposito di questo ruolo, che l’Occidente dovrebbe impegnarsi in uno scontro, lanciare una sfida? Certe guerre non si vincono solo militarmente grazie alle armi (che pure sono importanti e vanno impiegate fino in fondo) ma anche con altri strumenti.

Non si tratta di dichiarare né una guerra tra civiltà né una guerra tra religioni. Bensì di iniziare un’analisi, una discussione dai toni anche aspri se necessario, sugli effetti che ha avuto per l’appunto il ruolo identitario della religione islamica sulle società dove essa storicamente è stata egemone, una discussione su che cosa sono queste società, e sulle vicende storiche stesse del mondo islamico, forse un po’ troppo incline all’oblio e all’autoassoluzione. Un confronto-scontro con quel mondo di carattere eminentemente culturale. In sostanza lo stesso confronto-scontro che la cultura laico-illuministica occidentale ha avuto per almeno due secoli con il Cristianesimo e con la sua influenza storico-sociale, ma che viceversa si mostra quanto mai restia ad avere oggi con l’Islam. Riducendosi così a menare scandalo, magari, per il mancato ma-trimonio dei gay a Roma ma in pratica a non dire nulla sulla loro impiccagione a Teheran, o sulla lapidazione delle adultere a Islamabad.

Il modo migliore per aiutare l’Islam moderato a liberarsi del ricatto religioso, delle sue paure di lesa solidarietà comunitaria, è proprio quello di incalzarlo a un confronto senza mezzi termini con un punto di vista diverso che non abbia paura della verità. Un punto di vista fatto proprio dai media, dagli scrittori, dagli intellettuali occidentali, che quindi chieda conto di continuo a quell’Islam del perché mai quasi sempre nel suo mondo le donne debbano essere tenute in una condizione di spaventosa inferiorità, perché nei suoi Paesi non si traduca un libro (tranne il Mein Kampf e I Protocolli dei Savi di Sion , con tirature da capogiro), perché non ci sia mai un’importante mostra d’arte, perché costruire una chiesa o una sinagoga debba essere vietato, perché essi non abbiano sottoscritto se non parzialmente le dichiarazioni sui diritti dell’uomo, perché in genere si faccia così poco per debellare l’analfabetismo. Un confronto che chieda il suo giudizio su ognuna di queste cose, e crei l’occasione per ascoltarlo e discuterne. Dare per scontata l’esistenza di un Islam moderato ma poi non cercare un confronto con esso non ha senso.

Un simile confronto potrebbe anche servire a dissipare l’unilateralità vittimistica con cui troppo spesso l’opinione pubblica islamica, anche quella moderata, è portata a vedere il rapporto storico tra il mondo islamico stesso e quello cristiano. Potrebbe servire a ricordare, per esempio, che le Crociate furono soprattutto una debole e caduca risposta (per giunta limitata alla Palestina e poco più) alle immani conquiste militari realizzate dall’Islam nei tre secoli precedenti di territori in parte cristiani come il Nord Africa. O ricordare, per fare un altro esempio, che i massacri compiuti nel 1945 e in seguito dal colonialismo francese in Algeria non hanno avuto certo nulla da invidiare a quelli, ancora più efferati, commessi dalla Turchia mussulmana ai danni dei cristiani in Bulgaria a fine Ottocento.

Il terrorismo islamista e il suo richiamo religioso si nutrono in misura notevole degli autoinganni, dell’ignoranza della realtà storica, delle vere e proprie falsificazioni, che hanno più o meno largo corso nelle società che gli stanno dietro, e che da lì arrivano anche alle comunità islamiche in Europa. È di questi succhi velenosi che si nutre la formazione elementare di molti dei suoi adepti. Se a costoro si riuscisse a svuotare un poco l’acqua in cui nuotano, o a chiarirgli appena un po’ le idee prima che imbraccino un mitra, non sarebbe un risultato da poco. Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera, 16 novembre 2015

C’e un passo di questo editoriale di Galli della Loggia che è fondamentale “ si chieda conto di continuo a quell’Islam ( quello cosiddetto moderato)  del perché mai quasi sempre nel suo mondo le donne debbano essere tenute in una condizione di spaventosa inferiorità, perché nei suoi Paesi non si traduca un libro (tranne il Mein Kampf e I Protocolli dei Savi di Sion , con tirature da capogiro), perché non ci sia mai un’importante mostra d’arte, perché costruire una chiesa o una sinagoga debba essere vietato, perché essi non abbiano sottoscritto se non parzialmente le dichiarazioni sui diritti dell’uomo, perché in genere si faccia così poco per debellare l’analfabetismo”. Solo dopo che si sarà data risposta   a questi quesiti e sopratutto si sarà posto rimedio vero, effettivo, efficace a quello che sinora accade nell’Islam moderato  si potrà avviare una vera e reale integrazione fra le due culture e rendere inoffesivo il terrorismo che su queste contraddizioni  fonda il suo potere. g.

LA TRAGEDIA DI IERI: DOVE CESSA L’UMANITA’, di Claudio Magris

Pubblicato il 20 aprile, 2015 in Cronaca, Politica estera | No Comments »

Una barca di immigrati soccorsa dalla Marina italiana (Ansa/Lami)

Ogni volta la tragedia è più grande – e lo sarà sempre più – e ogni volta si dice, mentendo in buona fede a se stessi, che si è raggiunto il colmo.
E che è vicino il momento in cui si volterà pagina, proprio perché è intollerabile che continui questo crescendo di orrori.

Invece con ogni probabilità continuerà, se non accadrà qualche radicale e inimmaginabile cambiamento nella situazione e nella politica mondiali. La pietà, l’indignazione e lo sgomento del mondo – di noi tutti – si accenderanno, sinceri e inutili, a ogni nuovo episodio di barbarie.

Ma forse sempre meno, perché ci si abitua a tutto e proprio il ripetersi delle orrende e criminose tragedie renderà più assuefatte e meno reattive le coscienze.
Che fare, come dice il titolo di un famoso pamphlet politico? Il problema è tragico,
perché agli immigrati e senza nome e senza destino si oppongono non solo le livide, imbecilli e regressive paure di chi teme ogni forestiero incapace di bestemmiare nel suo dialetto e sogna un mondo endogamico e gozzuto di consanguinei.

Alla doverosa accoglienza umana di tanti fratelli perseguitati e infelici si oppone e purtroppo si opporrà una difficoltà o impossibilità oggettiva, il numero di questi fratelli infelici, che un giorno potrebbe essere materialmente impossibile accogliere. Un ospedale che ha cento posti letto può ospitare, in situazioni di emergenza, 150 malati, ma non 10 mila, e chi facesse entrare nelle sue corsie 10 mila persone creerebbe, irresponsabilmente, la premessa di nuove difficoltà e di nuovi conflitti. Queste infami tragedie sono la prova di un’altra triste realtà: l’inesistenza dell’Europa. Il problema dei dannati della Terra che arrivano sulle nostre coste è europeo, non italiano; coinvolge l’Europa, non solo l’Italia. Che l’Unione Europea se ne disinteressi è oscenamente autodistruttivo; è come se il governo italiano si sbarazzasse del problema dicendo che è affare della regione di Sicilia, visto che i naufraghi, vivi o morti, non arrivano a Roma o a Torino. Se l’Unione Europea se ne disinteressa, e non può essere un tardivo intervento a dimostrare il contrario, significa che l’Unione Europea non esiste. Che fare? Certo, si possono adottare piccole misure. Ad esempio, sarebbe opportuno che i mercanti di schiavi, colpevoli spesso volontariamente di crimini, fossero sottoposti, data l’emergenza di questa vera guerra per l’Italia, al codice marziale.

Non sarebbe male se i mercanti di schiavi e di morte sbrigassero i loro affari rischiando la morte come i loro schiavi.
Fa impressione leggere di alcuni di questi assassini arrestati e presto scarcerati e tornati al loro traffico lurido e lucroso. Che fare? Nessuno, sembra, lo sa.
Claudio Magris, Il Corriere della Sera, 20 aprile 2015

…Ecco il punto, l’Europa non c’è, anzi c’è quando si tratta di imporre austerità e vincoli, non c’è quando si tratta dei grandi temi etici e politici che riguardano la realtà del nostro e degli altri continenti. Questa Europa nion piace a nesusno che abbia un pò di buon senso, piace solo ai banchieri ae agli affaristi , i migliori alleati dei trafficanti di morte. g.

L’ONU, UNA FALSA AUTORITA’ MORALE, di Ernesto Galli della Loggia

Pubblicato il 22 febbraio, 2015 in Politica estera | No Comments »

Meglio chiarirlo subito: per sbarrare la strada all’Isis va benissimo cercare ogni possibile via diplomatica (puntare al «dialogo» mi sembra davvero un po’ troppo); egualmente giustissimo non affrettare in alcun modo un’eventuale soluzione militare della questione Libia. Tutto ciò per dire che in vista di qualunque decisione nel merito di tale questione mi sembra più che sensato guardare alle Nazioni Unite. Considerare cioè il Palazzo di Vetro come una sede preliminare ineludibile di qualunque via futura si scelga. Tuttavia, da ciò a celebrare il culto dell’Onu, a proclamarne obbligatoria l’osservanza in ogni circostanza, come sono inclini a fare da sempre una parte dell’opinione pubblica italiana e la totalità della classe politica, ce ne corre (o dovrebbe corrercene). Invece solo da noi, mi pare, l’Onu è considerata quasi una sorta di sede della coscienza universale, di unica titolare autorizzata a giudicare che cosa è bene e che cosa è male negli affari del mondo. Solo nel nostro discorso pubblico o quasi le sue pronunce sono generalmente accolte come l’inappellabile voce della giustizia. Da qui la necessità – sentita in Italia come assoluta – di un consenso dell’Onu stessa per attestare la liceità di qualsivoglia uso della forza: non già, come invece è, per dichiararne semplicemente la conformità formale al deliberato dell’organizzazione. Deliberato – bisognerà pur ricordarlo – che non proviene però da nessuna autorità imparziale (tipo tribunale o gruppo di «saggi» o esperti super partes ), bensì da un’assemblea di Stati. Di quei «freddi mostri», come li definì a suo tempo un grande europeo, i quali sono soliti giudicare legale o meno l’uso della forza (come del resto qualunque altra cosa) sempre e comunque in base a un solo criterio: il proprio interesse politico (o, ciò che è la stessa cosa, il proprio schieramento ideologico di appartenenza). Quale autentico valore morale abbia una simile pronuncia può essere oggetto perlomeno di qualche dubbio. Del resto il carattere moralmente spurio perché fondamentalmente solo politico delle pronunce delle Nazioni Unite è attestato dal suo stesso statuto, quando istituisce il diritto di veto. Cioè la regola per cui qualunque verdetto dell’Assemblea generale degli Stati è di fatto reso inoperante e perciò nullo dal diritto riconosciuto ai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna) di opporre la loro volontà contraria. Che razza di accertamento legale, e tanto più etico, è mai quello che può concludersi in questo modo?
Un’ulteriore riprova della base in realtà assai debole su cui poggia l’autorità delle Nazioni Unite è data dagli stessi che per un altro verso si presentano come i loro più convinti paladini. Cioè da coloro che si riconoscono nelle culture politiche che maggiormente auspicano in ogni occasione il ricorso all’Onu e l’ossequio alle sue risoluzioni. Per esempio i cattolici in generale e le gerarchie vaticane: gli uni e le altre sempre pronti a sostenere l’opportunità dell’intervento del Palazzo di Vetro, l’uso delle sue istanze e l’adeguamento alle sue direttive quando si tratta di tensioni e scontri politici tra gli Stati, di minacce di guerra. Quando però si tratta di questioni di diversa natura come l’aborto, la definizione di genere o il matrimonio tra persone dello stesso sesso – questioni dove l’etica conta davvero – allora, invece, all’Onu e ai suoi meccanismi decisionali non vengono più attribuiti, chissà perché, alcuna autorità e alcun valore. Così come del resto una vasta parte dell’opinione pubblica occidentale non attribuisce neppure lei alcun valore alle varie, pazzotiche (per non dir peggio) delibere delle Nazioni Unite in materia di razzismo, sionismo e via dicendo.

La verità, come non è difficile capire, è che dietro il ritornello del ricorso all’Onu che domina la politica estera dell’Europa c’è innanzitutto l’inconsistenza di quella politica. E subito dopo il deperimento del concetto tout court di politica in senso forte: come decisione per l’appunto sulla pace e sulla guerra, sulla vita e sulla morte. E questo è, a sua volta, l’effetto dell’incertezza che regna nella nostra coscienza su che cosa siamo e sul suo senso, su che cosa dunque ci è consentito di volere e sui mezzi da impiegare per volerlo. Ormai anche il concetto primordiale di autodifesa ci appare un concetto problematico. Per qualunque cosa o quasi abbiamo bisogno del consenso degli altri, e per metterci a posto la coscienza ci diciamo che è così perché sono gli altri meglio di noi a sapere che cosa è giusto e che cosa è sbagliato. Anche se dentro di noi sappiamo benissimo che gli altri, in realtà, ci indicheranno solo ciò che sembrerà più utile per loro. Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera, 22 febbraio 2015

……..A conferma di quanto scrive Galli della Loggia, cui sono l’Egitto e la Turchia che infischiandosene dell’Onu, vanno all’attacco armato, aereo e sul campo, dell’ISIS…del resto anche Sarkozy e Cameron nel 2011 non attesero il via libera dell’ONU per attaccare la Libia, paese sovrano, non certo per ragioni umanitarie ma per il vile danaro.

CATIVA COSCIENZA DELL’EUROPA, di Ernesto Galli della Loggia

Pubblicato il 16 febbraio, 2015 in Politica, Politica estera | No Comments »

Mentre scriveva nel suo editoriale per il Corriere di ieri che «gli europei sembrano ormai incapaci di pensare seriamente alla sicurezza», Angelo Panebianco non poteva immaginare quanta ragione gli avrebbero dato dopo solo poche ore le notizie giunte da Copenaghen sull’ultima impresa del terrorismo jihadista. E sempre sperando che non facciano lo stesso le notizie provenienti in futuro dall’Ucraina. Alla sua analisi manca tuttavia una premessa importante: gli europei sono incapaci di pensare alla loro sicurezza innanzi tutto perché sono ormai incapaci di pensare alla guerra. Di pensare concettualmente la guerra. Di convincersi cioè che quando in una situazione di crisi una delle due parti appare decisa per segni indubitabili a usare la violenza, c’è un solo modo di fermarla: minacciare di usare una violenza contraria. E quando è inevitabile, usarla.

Da settant’anni questa elementare verità all’Europa di Bruxelles ripugna. Non a caso tutto il suo establishment politico-culturale ha appena potuto permettersi di ricordare il centesimo anniversario della Grande guerra solo a patto di farne propria l’antica qualifica papale di «inutile strage». Inutile dunque l’indipendenza della Polonia, dell’Ungheria o dei Paesi baltici che scaturì da quel conflitto. E perché? In che senso, da quale punto di vista? Inutile pure il risveglio politico di tutto il mondo islamico in seguito al crollo dell’impero ottomano: ma chi può dirlo? Così come inutile, naturalmente, nel suo piccolo, anche il ritorno all’Italia di Trento e Trieste, non si capisce in base a quale criterio. I n base al criterio, si risponde, che tutto questo è costato un enorme numero di morti. È vero. Ma un enorme numero di morti, per fare solo qualche esempio, sono costate anche le invasioni barbariche, le guerre di religione del Seicento, la battaglia di Stalingrado, per non parlare, che so, della colonizzazione dell’America in seguito alla scoperta del Nuovo mondo: si è trattato perciò di avvenimenti «inutili»? Ma via, che modo è mai questo di fare storia, assumendo come criterio chiave il numero dei morti?
È peraltro in questo modo, a forza di suscitare emozioni e di consolidare giudizi del genere, che la storia – quella vera, quella che secondo una famosa immagine di Hegel assomiglia inevitabilmente a un banco di macelleria dal momento che gli uomini sono sempre quelli del peccato originale – è in questo modo, dicevo, che la storia si è progressivamente dileguata dall’orizzonte concettuale dell’opinione pubblica europea. E insieme dalla cultura delle sue élite politiche, dopo il ‘45 orientate massicciamente in senso cristiano-socialdemocratico. Il vuoto lasciato dalla storia è stato riempito dai principi. Unicamente i principi devono guidarci nell’arena del mondo: la giustizia, la libertà, l’eguaglianza, il diritto. Ma soprattutto la pace. Peccato che in quell’arena i principi, se non sono sostenuti dalle armi, possono voler dire una sola cosa: il compromesso a tutti i costi, il compromesso sempre e comunque. E alla fine – nella sostanza, anche se ogni sostanza può sempre essere mascherata – quasi sempre la resa.

E infatti a cos’altro si prepara se non alla resa un’Unione Europea la quale – c’informava sempre ieri sul Corriere Danilo Taino, immagino con intima soddisfazione di Federica Mogherini, ormai avviata a farci rimpiangere lady Ashton – negli ultimi vent’anni, mentre ai suoi confini crollava il mondo, ha visto dimezzare la propria aviazione tattica, l’artiglieria passare da circa 40 mila pezzi a poco più di 20 mila, e i suoi tre Paesi più popolosi (Germania, Francia e Italia) attualmente in grado di schierare insieme solo 770 (dicesi 770) carri armati? E le altre cifre relative agli armamenti declinare più o meno nella stessa clamorosa misura? Forse, per risultare credibile, un presunto ministro degli Esteri dovrebbe occuparsi anche di queste minutaglie.

Niente guerra, invece, niente inutili stragi. L’Italia in specie poi, si sa, è votata alla pace. Se domani andremo in Libia, se mai ci andremo, anche lì, c’è da giurarci, non andremo per fermare con le armi le orde dello «Stato islamico», cioè con la guerra. No. Dimentichi che non c’è ipocrisia maggiore di quella delle parole, ma decisi a non dismettere la nostra sciocca ideologia, andremo «per mantenere la pace».
La guerra, gli europei dell’Ue hanno deciso di lasciarla agli americani. Credendo così, tra l’altro, di poterli comodamente giudicare dei «guerrafondai» schiavi della «cultura delle armi» e di potersi sentire quindi moralmente superiori ad essi: in una parola più democratici.

E invece è vero proprio il contrario. Se anche dopo il terribile Novecento gli Usa hanno potuto lasciare posto nel proprio arsenale ideale e politico alla guerra – e continuare a fare delle guerre – è stato anche perché consapevoli del forte legame della loro società con i valori democratici. Un legame che si è dimostrato capace di rimetterli sulla strada giusta dopo ogni guerra sbagliata, di suscitare gli anticorpi in grado di immunizzarli dai pericoli politici e dalle cadute etiche che sempre si accompagnano alla guerra. È per l’appunto questa consapevolezza (degli americani ma anche dei britannici) che gli europei invece, i quali pure si credono tanto più democratici, non possono avere. Oscuramente essi avvertono che il loro rifiuto della guerra, apparentemente così virtuoso, in realtà copre la paura che in qualche modo la guerra possa resuscitare come d’incanto i démoni che affollano il loro passato così poco democratico. È solo un caso se il Paese non da oggi più pacifista di tutti è la Germania? Il nostro amore per la pace, insomma, assomiglia molto a un antico rimorso divenuto cattiva coscienza. Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera, 16 febbraio 2015


MARINE LE PEN, LA NUOVA DESTRA EUROPEA

Pubblicato il 24 marzo, 2014 in Il territorio, Politica, Politica estera | No Comments »

“Che piaccia o preoccupi, la bionda Marine Le Pen  ha compiuto il capolavoro politico che non era riuscito a suo padre. Ha svecchiato la gerarchia del partito, ha attenuato l’armamentario xenofobo e razzista e ha cavalcato le inquietudini dei cittadini di fronte a un’Europa lontana, irriconoscibile rispetto agli ideali per cui è stata concepita. Un sogno diventato un insieme di regole vicino al naufragio. Marine è riuscita, come altri capipopolo europei, a sfuggire all’esorcismo inutile di quanti si ostinano a definire populismo ed «eurofobia» le domande di sicurezza, di giustizia fiscale, di difesa delle identità nazionali, di sviluppo e lavoro. E a predicare nel deserto sociale il verbo dell’austerità e la legge dello spread.” Così Massimo Nava sul Corriere della Sera di questa mattina ha commentato lo storico risultato elettorale al primo turno amministrativo dei francesi che hanno attribuito al partito di Marine Le Pen, il Front National, un successo strepitoso, che ha  ottenuto circa il 7% dei voti a livello nazionale pur avendo presentato liste in soli 500 comuni sui 36.000 in cui si votava, conquistando anche molti cComuni al primo turno, in ogni parte della Francia.  Proiettando i dati a livello nazionale si prefigura per il partito di Marine Le Pen un risultato eccezionale alle europee del 25 maggio quando potrebbe risultare il primo partito francese e quindi di fatto partito guida della Destra, una nuova Destra Europea, in Europa, rompendo, così come di fatto è accaduto ieri in Francia, il sistema bipolare – PPE e PSE – che sinora ha governato, male, il vecchio continente. Sistema che ha  provocato ovunque insofferenza quando una vera e propria repulsione nei confronti di una istituzione che ha sottratto ai popoli europei identità, sovranità, libertà, per attribuirle ad una casta di burocrati senza anima e pulsioni.  Non era questa l’Europa che i grandi europeisti, da De Gasperi ad Adenauer avevano sognato, non era questa l’Europa dei Popoli, l’Europa Nazione,  gli Stati Uniti di Europa, che  avevamo sognato  da ragazzi, quando ad essa inneggiavamo per contrapporla  alle due potenze che a Yalta si erano spartiti il mondo come fosse un cocomero.  Non era di certo l’Europa delle banche e dei banchieri, l’Europa del rigore e dell’ottusa burocraticismo, sbarcato a Bruxelles al seguito dei sistemi corrosivi delgli stati nazionali, quella che si doveva costruire. Ed è contro questa Europa mal fatta, che ovunque, in tanti patrie europee che sono insorti i cosiddetti euroscettici che ora hanno anche un Capo, una signora bionda vestita di blu, che ha il coraggio delle proprie idde, che non recita poesie ma innalza la bandiera della verità, che si pone come  simbolo di una Destra che non ha paura delle parole e di dirle senza infingimenti e timori, che non ha paura di chiamarsi Destra senza se e senza ma. Questa signora è Marine Le Pen. Grazie per aver ridato speranza e rappresentanza alla Destra, anche alla distratta o forse del tutto latitante destra italiana.  g.

RENZI: IN GERMANIA LO PARAGONANO A MR. BEAN

Pubblicato il 26 febbraio, 2014 in Politica, Politica estera | No Comments »

Così  la stampa tedesca vede Renzi, lo paragona a mr. Bean, cioè ad una maschera comica se non pagliaccesca. E Renzi non è ancora andato a Berlino, chissà quando ci andrà come ce lo disegneranno i tedeschi, abituati alla serietà e alla compostezza, anche quando, anzi specie quando  stanno per farla a qualcuno. Intanto Renzi, in attesa di andare a Berlino, ha fatto le prove generali questa mattina a Treviso dove ha già iniziato a fare marcia indietro. A un imprenditore che gli chiedeva di eliminare o ridurre l’IRAP, tutto giulivo ha detto che avendo a disposizione 10 miliardi – ma non li ha ancora dovendo il neo ministro dell’Economia ancora trovarli da chissà dove – per ridurre il cuneo fiscale come promesso in Parlamento, se riducesse l’IRAP, che vale 30 miliardi,  di un terzo, cioè 10 miliardi, favorendo così gli imprenditori,  non ci sarebbero più i 10 miliardi per ridurre il cuneo fiscale. Gli è sfuggito che una cosa è l’IRAP e un’altra cosa è il cuneo fiscale, perchè mentre l’IRAP pesa sugli imprendtori, il cuneo fiscale riguarda i lavoratori. Insomma, in breve, Renzi, senza volerlo, forse, ma forse neanche rendendosene conto, ha praticamente detto quello che sanno da sempre tutti e cioè che il problema del nostro Paese  è la mancanza di risorse difronte all’enorme debito pubblico alimentato da una spesa pubblica improduttiva che nessuno si sogna di tagliare. La prova? L’avremo fra qualche ora quando saranno nominati viceministri e sottosegretari. Si parla di una cinquantina di teste che servono per tenere buoni i tanti malpancisti il cui voto è stato necessario  specie al Senato, per far andare in mare aperto il governicchio di Renzi e senza dei quali la barca rischia di andare a fondo prima ancora di allontanarsi dalla riva. Intanto, però, teniamoci lo sberleffo della stmpa tedesca che ci ricorda il risolino della Merkel su Berlusconi. E se tanto ci dà tanto, non ci sarà da meravigliarsi che l’ex legionaria della Germania dell’Est quando lo vedrà Renzi,  se lo spupazzerà come vuole. g.

KIEV BRUCIA, COME PRAGA, COME BUDAPEST, NEL SECOLO SCORSO

Pubblicato il 19 febbraio, 2014 in Politica estera | No Comments »

Non sembra vero che nel  secondo decennio del 21° secolo si debbano rivedere  in Europa scene che eravamo convinti dovessero ormai appartenere al passato. Almeno al secolo scorso, quello che fu insanguinato da ben due guerre mondiali e nella seconda parte  del secolo dal predominio di una terribile e sanguinosa dittatura che avrebbe tenuto in galera interi popoli, quelli dell’Europa dell’Est, imprigionati dietro la cosiddetta cortina di ferro, costretti alla miseria e ridotti alla schiavitù, sino a quando la caduta del Muro di Berlino, nel 1989, non li avrebbe infine resi liberi e restituiti alla vita. Prima che ciò accadesse,   tragici eventi sconvolsero alcune di quelle Nazioni, tra cui la Cecoslovacchia e l’Ungheria, le cui capitali, prima Budapest nel 1956 e poi Praga nel 1968 furono teatro della  sanguinosa  repressione dei carri armati sovietici e pagarano con il sangue di tanti sconosciuti eroi il loro anelito di libertà e di indipendenza. Da allora  sono trascorsi decenni, l’Europa si è unita, almeno sotto il profilo economico e monetario, tanti dei Paesi al di là della ex cortina di ferro, non solo sono governati da sistemi ispirati alla democrazia parlamentare, ma molti fanno parte  a pieno titolo,  dell’Unione Europea. Eppure tutto ciò non ha impedito che  in Ucraina, ex granaio d’Europa, e nella sua capitale, la splendida Kiev,  ancora in queste ultime ore,  un governo illiberale  tornasse ad utilizzare i sistemi e ad adottare gli strumenti tipici delle dittature comuniste, tentando di impedire lo svolgersi di manifestazioni antigovernative e filoeuropee, e poi aprendo il fuoco sui manifestanti, nel tentativo di disperderli. Le immagini giunte da Kiev non lasciano spazio ad equivoci, si tratta di una brutale repressione che mira, come già era accaduto più di mezzo secolo fa a Budapest e a Praga, a reprimere la rivolta e il diritto alla libera autodeterminazione del popolo ucraino. Sono decine i morti che si contano al termione degli scontri tra poliza e manifestanti e solo a tarda notta il presidente filosovietico  ha acconsentito ad una tregua accettando l’invito in tal senso dell’Europa e il pressing esercitato dal presidente americano, sconvolto, sonmo sue parole, dalle immagini che “mai più avremmo voltuo rivedere”. Invece le rivediamo, perchè dovunque il comunismo continua a governare lo fa con il solo modo che conosce, il terrore e la repressione. Kiev brucia, il mondo libero intervenga prima che sia troppo tardi. g.

Ultimora: la tregua si è infranta già alle prime ore del mattino, e scontri vilentissimi sono in corso tra manifestanti antigovernativi e forse speciali del regime filorusso che vuole impedire  l’adesione alla UE dell’Ucraina, che è sempre sull’orlo della guerra civile. Non accada anche ora ciò che accadde all’epoca delole rivolte di Budapest e di Praga, quando gli occhi del mondi si volsero dall’altra parte. Intervengano gli organismi intgernazionali come tre anni addietro in Libia, anche se l’Ucraina non ha giacimenti petroliferi o altgre ricchezze, salvo una, l’antica civiltà cattolica ed europea.g.

L’IMPROBABILE ESPULSIONE (DELLA GUERRA)

Pubblicato il 8 settembre, 2013 in Costume, Politica estera | No Comments »

Quale persona ragionevole può preferire la guerra alla pace? Non stupiscono dunque i vasti consensi che alla luce di un possibile intervento militare americano in Siria ha ricevuto l’appello del Papa contro la guerra. Appello che, si badi, non evoca affatto l’argomento che in questo specifico caso la guerra sarebbe ingiustificata (cioè «non giusta»), ma esprime semplicemente un reciso e totale no alla guerra. Proprio questo carattere generale e programmatico dell’appello papale alla pace – oggi in palese sintonia con un orientamento profondo proprio dello spirito pubblico dell’intera Europa continentale – solleva però almeno tre grandi ordini di problemi, che sarebbe ipocrita tacere.
l) L’ostilità di principio alla guerra (fatto salvo, immagino, il caso di una guerra di pura difesa, tuttavia non facilmente definibile: la guerra dichiarata dalla Gran Bretagna e dalla Francia alla Germania nel 1939, per esempio, era di difesa o no?) cancella virtualmente dalla storia la categoria stessa di «nemico» (e quella connessa di «pericolo»). Cioè di un qualche potere che è ragionevole credere intento a volere in vari modi il nostro male; e contro il quale quindi è altrettanto ragionevole cercare di premunirsi (per esempio mantenendo un esercito). Chi oggi dice no alla guerra è davvero convinto che l’Europa e in genere l’Occidente non abbiano più nemici? E se pensa che invece per entrambi di nemici ve ne siano, che cosa suggerisce di fare oltre a essere «contro la guerra»?
2) In genere, poi, chi si pronuncia in tal senso è tuttavia favorevole all’esistenza di un’Europa unita quale vero soggetto politico. Un’Europa perciò che abbia una politica estera. La questione che si pone allora è come sia possibile avere una tale politica rinunciando ad avere insieme una politica militare, un esercito e degli armamenti (e quindi anche delle fabbriche d’armi). È immaginabile un qualunque ruolo internazionale di un minimo rilievo non avendo alcuna capacità di sanzione? Altri Stati senza dubbio tale capacità l’avranno: si deve allora lasciare campo libero ad essi? Ma con quale guadagno per la pace?
3) C’è infine un argomento molto usato per dirsi in generale contro la guerra: «La guerra non ha mai risolto alcun problema». Nella sua perentorietà l’argomento è però palesemente falso. Dipende infatti dalla natura dei problemi: non pochi problemi la guerra li ha risolti eccome (penso a tante guerre per l’indipendenza nazionale, ad esempio); per gli altri bisogna intendersi su che cosa significa «risolvere» (tenendo presente che nella storia è rarissimo che per qualunque genere di questioni vi sia una soluzione definitiva, «per sempre»). Se si parla di un pericolo politico, una «soluzione» può benissimo essere rappresentata dal suo semplice ridimensionamento, dall’allontanamento nel tempo, dalla sostituzione di un nemico più forte con uno meno forte. Tutti obiettivi che un’azione militare è di certo in grado di conseguire.
Insomma: essere in generale a favore della pace è sacrosanto; proporsi invece di espellere la guerra dalla storia è, come si capisce, tutt’un altro discorso. Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera, 8 settembre 2013

……………….Oggi, 8 settembre, ricorre l’anniversario, il settantesimo, dell’armistizio dell’Italia con gli alleati e, di lì a poco, i verificarsi di eventi, la nascita al Nord della Repubblica di Salò e al Sud del Regno d’Italia, he avrebbero provocato la sanguinosa guerra civile tra i fascisti e gli antifascisti che a 78 anni dalla fine della guerra continua a dividere il nostro Paese non solo politicamente ma anche, in alcuni periodi, con la violenza contrapposta tra le parti. Basta questo ricordo e questo esempio per condividere le osservazioni di Galli della Loggia al pur lodevole appello  “no alla guerra”: purtroppo è un appello che al di là del suo monito etico  è destinato a rimanere inascoltato da chi vive nella logia della guerra e della violenza. v

ARMI DEMOCRATICHE, di Sergio Romano

Pubblicato il 1 settembre, 2013 in Politica estera | No Comments »

Barack Obama corre il rischio di passare alla storia come uno dei più tentennanti presidenti degli Stati Uniti. Nella sua ultima dichiarazione, sul prato della Casa Bianca, ha chiesto un voto del Congresso sull’opportunità di un intervento militare contro il regime siriano di Bashar Al Assad. Ma ancor prima di appellarsi ai rappresentanti del Paese aveva annunciato, in una recente intervista alla televisione Pbs, che la sua intenzione era quella di inviare uno shot across the bow , uno di quei colpi di cannone che vengono tirati di fronte alla prua di una nave per intimarle di fermarsi e tornare indietro.

Barack Obama (Ap/Vucci)

Non sappiamo se con l’appello al Congresso il presidente americano chieda una formale autorizzazione o voglia più semplicemente metterlo di fronte alle proprie responsabilità. Ma sappiamo che una tale decisione, se adottata, avrebbe in ultima analisi l’inconveniente di non piacere a nessuno. Non ai pacifisti americani per cui sarebbe pur sempre un atto di guerra. Non ai paladini dell’ingerenza umanitaria e del dovere di proteggere le popolazioni civili, a cui sembrerebbe irrilevante. Non a quella fazione della destra repubblicana, erede dei «neocon», che accusa il presidente di essere debole, inetto, incapace di pestare il pugno sul tavolo nell’interesse dell’America. Non ai ribelli siriani, convinti che l’uso delle armi chimiche avrebbe fatto traboccare il vaso dell’indignazione occidentale e segnato la fine di Assad. Non agli alleati internazionali della Siria: Russia, Iran, Cina. Non, infine, alla maggioranza della sua opinione pubblica (una percentuale vicina, sembra, all’80%) per non parlare di quella delle altre maggiori democrazie occidentali. Sono contrari all’intervento persino coloro che in altri tempi avevano approvato le guerre di Bush e salutato con soddisfazione l’offensiva anglo-franco-americana contro la Libia di Gheddafi.

Non è sorprendente. Oggi, dopo l’esperienza degli ultimi tredici anni, nessuno può ignorare quali siano stati il costo e gli effetti di quelle guerre. L’operazione afghana parve giustificata dal patto che legava Al Qaeda e i suoi fedeli al regime talebano di Kabul. Sostenuti dalla Nato e persino dall’Iran, gli americani credettero di avere eliminato la maggiore base di Al Qaeda nel Medio Oriente. Ma nella caccia allo sceicco yemenita si perdettero, come altri eserciti occidentali, nel labirinto delle montagne che separano l’Afghanistan dal Pakistan; e di lì a poco lasciarono il Paese agli europei per concentrare ogni loro sforzo sull’Iraq di Saddam Hussein. Un’altra guerra, un’altra vittoria apparente.

Qualche mese dopo la conquista di Bagdad, Washington dovette constatare che quella dei talebani in Afghanistan era stata soltanto una ritirata strategica, che in Iraq non vi erano armi di distruzione di massa, che i sunniti iracheni non erano disposti ad accettare la sconfitta e che gli sciiti liberati dal giogo di Saddam amavano i confratelli iraniani più degli americani.
Comincia da allora la lunga sequenza dei rimedi falliti. In Afghanistan tornarono con forze più importanti e cercarono di sloggiare i talebani dalle regioni riconquistate. In Iraq cercarono di armare i sunniti contro il variegato fronte dell’integralismo islamico. Subentrato a George W. Bush, Barack Obama concepì un piano apparentemente razionale e un calendario inderogabile. In Afghanistan avrebbe lanciato un’ultima offensiva contro i talebani e offerto un negoziato a coloro che erano pronti a deporre le armi. In Iraq avrebbe assicurato la presenza militare americana soltanto sino alla fine del 2011.

Il risultato di quel piano, all’inizio del suo secondo mandato, è deprimente. I talebani non hanno alcuna intenzione di negoziare con una potenza che ha già, comunque, deciso di ritirare le proprie truppe nel 2014. L’uccisione di Osama bin Laden nel suo fortilizio pachistano è parsa uno straordinario successo della presidenza Obama (la vendetta è sempre, per un certo periodo, consolatoria) ma ha peggiorato i rapporti degli Stati Uniti con il Pakistan. In Iraq si muore, grazie alle bombe sunnite, molto più di quanto si morisse all’epoca di Saddam Hussein. In Libia, infine, Obama ha avuto il merito di comprendere prima dei suoi alleati i rischi di una operazione che era divenuta molto più lunga del previsto. Ma del caos in cui il Paese è precipitato dopo la vittoria dei ribelli Obama non è meno responsabile di Nicolas Sarkozy e David Cameron. È davvero sorprendente che dopo tre guerre non vinte, come la buona educazione internazionale preferisce chiamare quelle perdute, gli americani e le opinioni pubbliche occidentali non vogliano essere trascinati nella quarta?

Resta da capire, a questo punto, perché un uomo politico accorto e razionale come Barack Obama dovrebbe a tutti i costi prendere una iniziativa militare contro la Siria. Per non permettere che l’uso dei gas vada impunito? Per evitare che l’America, agli occhi del mondo, appaia inaffidabile? Credo che il criterio dell’affidabilità, in questo caso, concerna soprattutto il presidente degli Stati Uniti. Quando ha dichiarato, un anno fa, che l’uso dei gas sarebbe stato una «linea rossa» e che l’attraversamento di quella linea lo avrebbe costretto a rivedere la propria posizione, Obama è diventato prigioniero di se stesso. Ha usato la «linea rossa» per mascherare le proprie incertezze e allontanare per quanto possibile il momento delle decisioni. Ora quella «linea rossa» gli si è ritorta addosso come un boomerang e il presidente, privo di argomenti, è nudo di fronte al mondo come il re della favola di Andersen.

Vi è infine in questa vicenda un tragico paradosso. Le armi chimiche sono atroci, ignobili e suscitano una comprensibile condanna. Ma le vittime della periferia di Damasco rappresentano una minuscola percentuale di quelle provocate dalla guerra. Le armi letali in Siria sono i fucili mitragliatori, le mitragliatrici, i cannoni, le bombe, i mortai. Collegare il giudizio sull’opportunità dell’intervento all’uso delle armi chimiche ha l’assurdo effetto di rendere altre armi più legittime o meno deprecabili. Non è tutto. Mentre l’Occidente si scandalizza per l’uso dei gas, vi sono probabilmente altri popoli per cui i droni, i proiettili all’uranio impoverito, il napalm e le bombe a grappolo, per non parlare delle armi nucleari, non sono meno tossici dell’arsenale chimico di Assad. In questo scontro di culture e di civiltà è meglio evitare che l’Occidente venga accusato di considerare tossiche soltanto le armi degli altri. Sergio Romano, Il Corriere della Sera, 1° settembre 2013

….L’analisi di Romano, più che esperto in politica estera anche per la sua passata e notevole esperienza diplomatica, è tragicamente esatta e pone il dito nella piaga più virulenta: l’affidabilità degli Stati Uniti ormai ridotta ai minimi termini. E’ la conseguenza della presidenza affidata ad un presidete privo del tutto di esperienza, frutto dei poteri forti americani, insignito del premio Nobel per la pace  “a futura memoria” , che alla prova dei fatti si è rivelato un grande bluff, bravo con le parole, meno bravo, anzi per nulla bravo, con i fatti. Il banco della Siria ne è la prova più immediata e più stringente. Si è infilato in un imbuito dal quale non gli sarà facile uscirene senza combinare guai peggiori di quelli che in politica estera a sinora combinato, specie lì dove ha abbandonato al loro destino alleati storici dell’America  e dell0′Occidente – Mubarah in Egitto e Ben Alì in Tunisia in primo luogo- che avevano innalzato una imponente diga difensiva lungo il confine che separa le democrazie occidentali dal fondamentalismo islamico e la cui detronizzazione complice proprio l’America di Obama ha di fatto scardinato quella diga e aperto falle   che rischiano di favorire una irrefeanabale valanga che può travolgere l’Occidente.