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IL VERO ESAME DI DEMOCRAZIA SARA’ DOPO IL REFERENDUM, di Gianfranco Pasquino

Pubblicato il 22 ottobre, 2016 in Costume, Politica | No Comments »

No, sia come Presidente del Consiglio sia come segretario del Partito democratico, Matteo Renzi esagera e sbaglia. La «partita», qualunque sarà il risultato, non finisce domenica 4 dicembre sera. In democrazia, non esiste una sola partita. C’è un lunghissimo campionato fra idee, proposte, persone e soluzioni. C’è un pubblico, che vorremmo più attento, meglio preparato, maggiormente incline a partecipare che, di volta in volta, esprime, anche andando/non andando alle urne (spettacolo) il suo parere, ma che spesso, legittimamente, lo cambia e al quale urge ricordare che deve assumersi tutte le responsabilità dei suoi comportamenti e delle conseguenze. Lunedì 5 dicembre mattina dopo avere, variamente, festeggiato e/o preso atto con dolore dell’esito referendario, dopo essersi accapigliati nei talk show, quei politici, che hanno a cuore le sorti del Paese e che non intendono essere subalterni ai mercati e agli operatori finanziari, si metteranno al lavoro. Potranno sbrigare il compito anche delle modalità con cui eventualmente sostituire il presidente del Consiglio, ma dovranno, secondo la Costituzione vigente, farlo insieme al Presidente della Repubblica. Mai come in un’occasione simile, Mattarella sarà tenuto a esercitare il suo potere di moral suasion convincendo i riluttanti ad anteporre gli interessi del paese a quelli personali, di carriera e di prestigio. Politici responsabili, se davvero volevano queste riforme oppure se davvero sono riformatori, ma si opponevano alla qualità delle riforme del governo Renzi, ritornano comunque sul discorso/percorso di adeguamento (i vincitori) e di aggiornamento (i perdenti) costituzionale.

Dopo fin troppi mesi (quasi otto) di dibattiti intensi e, spesso, personalizzati e acrimoniosi, è lecito sperare che tutti abbiano avuto e sfruttato la possibilità di imparare qualcosa. Per quanto schierato, non ho mai creduto che tutto il male si trovi/stia dalla parte del governo né che tutto il bene fosse/sia collocato nell’inevitabilmente variegato schieramento del No. Dunque, tutti, ciascuno al suo livello, dovremmo avere imparato qualcosa non solo sulle preferenze altrui, ma anche sulle soluzioni proposte, sul grado di funzionalità e di accettabilità, sulle carenze. Nessun tavolo delle riforme e nessuna Assemblea costituente (che delegittimerebbe del tutto la Costituzione vigente): le riforme ripartono, senza diktat, dalle sedi deputate in Parlamento: le Commissioni e i loro componenti. Questo è anche un modo, forse il migliore, per dimostrare al presidente emerito Giorgio Napolitano, che il Parlamento non è umiliato, ma, in quanto luogo della rappresentanza politica degli italiani (anche se, certo, con il Porcellum non abbiamo una rappresentanza apprezzabile), è perfettamente consapevole di dovere dare risposte semplici, precise, accurate a disfunzioni che esistono, sulle quali il dibattito referendario ha fatto, se non piena, abbastanza luce. Ricordando a tutti che le revisioni costituzionali sono, forse più di qualsiasi altra materia, quelle per le quali vale nella maniera più assoluta l’assenza di qualsiasi vincolo di mandato, sulle quali non è lecito imporre nessuna disciplina di partito, i parlamentari cercheranno di mettere a buon frutto il consenso, ce n’è, ce n’è, che si è espresso su alcune revisioni. Mireranno a migliorare o a cambiare del tutto altre revisioni sulla base di quello che, se hanno fatto una campagna elettorale non allarmistica, demonizzante e manipolatoria, ma informativa e sul merito, non possono non avere ascoltato dai moltissimi cittadini che hanno partecipato ai dibattiti e alle assemblee. Ho imparato dai classici della democrazia, ma anche dai contemporanei, che, oltre a non tagliare le teste, la democrazia si distingue dagli altri regimi per la sua capacità di produrre apprendimento collettivo e di correggere i suoi errori. La mattina del 5 dicembre, vincitori e vinti dovranno dimostrare che questo insegnamento vale anche per ciascuno di loro e per tutti. Gianfranco Pasquino, Il Corriere della Sera, 22 ottobre 2016

………………...Pasquino è un politologo e costituzionalista eccellente, è di sinistra ma è sempre stato equilibrato nei giudizi e nelle proposte. Questa nota descrive ciò che dovrebbe essere perchè la nostra democrazia superi l’esame di maturità dopo la difficile prova referendaria che sta dividendo il Paese fra buoni e cattivi, ovviamente secondo i punti di vista dei due concorrenti, fra il  SI e il NO. Auspico che il NO prevalga e in questo senso è maggiormente calzante l’invito di Pasquino a riprendere subito il percorso di una nuova proposta di riforma che sia calibrata sull’interesse del Paese e non di una parte, peggio di un 2uomo solo al comando” che è di per sè negazione della democrazia. Su un punto però non concordo con Pasquino lì dove ritiene che una Assemblea Costituente eletta per fare le riforme condivise sarebbe una delegittimazione della Carta Costituzionale. Non  ne spiega il motivo e sorvola sul fatto che la Carta Costituzionale è stata scritta e approvata da una Assemblea Costituente, quella eletta il 2 giugno del 1946. g.

LE DESTRE ALL’ATTACCO DELLE ELITE E LE SINISTRE RESTANO INDIETRO, di Luciano Volante

Pubblicato il 11 ottobre, 2016 in Costume, Politica | No Comments »

Theresa May, il nuovo premier conservatore britannico, illustrando a Birmingham due giorni fa il programma del suo governo, ha presentato il partito conservatore come il «partito dei lavoratori», ha elogiato lo Stato interventista, ha criticato le élite liberal, «più attente ai rapporti internazionali che alla gente della strada», ha criticato i manager «che non hanno fatto sacrifici durante la crisi», sacrifici che invece sono stati fatti dai «comuni cittadini». È una destra che si sposta a sinistra per conquistare maggiore consenso? La questione non è così banale. La geografia politica europea sta cambiando tra rimescolamenti di alleanze e nuove emarginazioni. Molti dirigenti del partito socialista spagnolo sono tentati dall’ipotesi di un accordo di governo con la destra al fine di evitare un ennesimo ritorno alle urne. Tsipras, in Grecia, sostiene il rigore economico e sta al governo con il Partito dei Greci Indipendenti, forza di destra anti austerità. I laburisti olandesi sono al governo con un primo ministro liberale. I socialdemocratici austriaci sono rimasti fuori dal ballottaggio per l’elezione del presidente della Repubblica. Lo stesso esito potrebbe avere la ricandidatura di Hollande alla presidenza della Repubblica Francese.

L’internazionalismo proletario del secolo scorso è stato sostituito da un «internazionalismo del popolo onesto» in lotta contro le élite «approfittatrici». Le élite, approfittatrici o meno, sono sotto attacco in gran parte del mondo occidentale. Donad Trump negli Stati Uniti, Alvaro Uribe in Colombia, Marine Le Pen in Francia, Nigel Farage in Gran Bretagna, Geert Wilders capo del partito olandese della libertà, Grillo e Salvini in Italia sono i più noti esponenti di questa nuova identità della destra, quella del populismo greve, come ha detto recentemente Obama. Un sentimento che tocca anche frange della sinistra radicale in diverse parti del mondo occidentale.

La antica contrapposizione tra lavoro e capitale sta cedendo il passo a una nuova contrapposizione, tra nativisti e mondialisti, tra coloro che difendono la sovranità delle comunità nazionali e quelli che si collocano in un’ottica globale. I primi, tendenzialmente di destra, si presentano come vicini agli interessi del popolo contro le élite che guardano al mondo invece che ai concittadini. I secondi, tendenzialmente di sinistra, appaiono più preoccupati delle grandi questioni del mondo che dei problemi quotidiani dei concittadini. Questo mutamento è potuto accadere perché le forze di sinistra, forse ritenendo di rappresentare in ogni caso gli interessi del popolo più e meglio di altri, come per concessione divina, hanno smesso di occuparsene in modo prioritario. Hanno preferito dedicarsi alla scelta del capitalismo da sostenere e alle riflessioni sui cambiamenti indotti dalla globalizzazione. Si sono perciò trovate al fianco delle élite piuttosto che al fianco del popolo.

Le destre stanno già tentando una sintesi. Hanno incamerato la nuova forza che il capitalismo ha tratto dalla globalizzazione, hanno rivestito di panni popolari il loro tradizionale nazionalismo, si sono schierate contro le élite dando così una rappresentanza al rancore sociale di chi ha pagato il costo più pesante della crisi. Le sinistre sono più indietro. Dovrebbero riprendere la vecchia abitudine di occuparsi dei bisogni quotidiani delle persone dando spazio non ai loro rancori, ma alle loro speranze. E dovrebbero spiegare che le classi dirigenti si possono e a volte si devono cambiare; ma un Paese senza classi dirigenti è destinato all’ignoranza e all’anarchia. Luciano Violante, Il Corriere della Sera, 11 ottobre 2016

LA GUERRA DELL’ISIS E’ DI RELIGIONE, di Antonio Polito

Pubblicato il 6 agosto, 2016 in Costume, Politica | No Comments »

Papa Francesco sta facendo uno sforzo eccezionale, direi quasi sovrumano, per evitare che la Cristianità si senta in guerra con l’Islam. È un grande contributo alla causa della pace, ricorda e replica l’inflessibilità con cui Giovanni Paolo II respinse, anche dopo la strage delle Torri Gemelle, il tentativo di Bin Laden di trasformare la sua guerra in guerra santa, e di combatterla come guerra di religione. Però all’interno della più vasta Cristianità, alla cui dimensione globale appartiene un Pontefice per la prima volta nella storia non europeo, ma «venuto dalla fine del mondo», c’è una comunità di princìpi e di valori che affondano le radici nel Cristianesimo ma non si identificano tout court con esso. Questa comunità è l’Occidente, cristiano, laico e secolarizzato. E l’Occidente è invece certamente sfidato dal radicalismo islamico in una vera e propria guerra di religione, un conflitto cioè in cui chi uccide lo fa in nome di un credo, e a un dio con blasfemia dedica il sangue che versa. Sfruttando la duttilità e precisione della lingua italiana, si potrebbe dire che non è in corso una «guerra tra religioni», ma una «guerra di religione» sì. E l’Occidente, cristiano e non, deve saperla combattere come tale.

Questa guerra di religione sconvolge innanzitutto il mondo islamico, si svolge al suo interno prima ancora che rivolgersi a noi. Non è affatto la prima volta che accade nella Storia. Anche i cristiani hanno dato vita a un secolo di sanguinosissime guerre di religione. In cui certamente giocavano un ruolo anche «gli interessi, i soldi, le risorse della natura, il dominio dei popoli», come ha detto Francesco a proposito di quella in corso adesso. Ma la cui ideologia necessaria, vale a dire senza la quale la guerra non sarebbe stata possibile, era l’intolleranza religiosa e lo scontro tra cattolici e protestanti sull’interpretazione delle Sacre Scritture e sul ruolo della Chiesa. Così è oggi. Muoiono molti più sciiti e sunniti che cristiani per mano degli islamisti. E per questo sarebbe assurdo, oltre che pericoloso, considerare i musulmani che vivono da noi come i nostri nemici, antropologicamente dediti a odiarci. Bisogna piuttosto provare pietà per l’enorme sacrificio cui sono sottoposti loro malgrado, come sul lungomare di Nizza, dove a festeggiare la presa della Bastiglia e a finire sotto un Tir c’erano decine di francesi di fede islamica. Bisogna rispettarne lo sforzo culturale ed esistenziale per far convivere la religione dei padri con la vita all’occidentale dei figli, soprattutto quando chiediamo loro di denunciare i correligionari per proteggere il nostro stile di vita.

Ma se quella che abbiamo di fronte non fosse una guerra di religione, che senso avrebbe chiedere agli islamici europei di condannare e isolare i terroristi? Perché mai avremmo invitato i musulmani a pregare nelle nostre chiese, se a sconvolgerci non fosse un conflitto istigato da un centro operativo che si fa chiamare Stato Islamico e condotto da una minoranza di islamici per conquistare la maggioranza e trascinarla in una guerra civile europea? È stata da molti contestata a Francesco la mancata distinzione tra chi versa il sangue degli innocenti in nome di Dio e chi lo fa pur credendo in Dio, a proposito del suo equiparare un cristiano che uccide la fidanzata o la suocera a un islamico che fa strage gridando «Allah Akbar». È però difficile, e forse improprio, chiedere al vicario di Cristo di non condannare allo stesso modo l’assassinio, qualsiasi ne sia il motivo. A noi europei laici che non possiamo non dirci cristiani, spetta invece il compito di distinguere e capire, e di dare i nomi giusti alle cose, perché abbiamo il dovere di difendere la nostra civiltà da questa ennesima barbarie che la sta attaccando, come l’hanno difesa i nostri padri dai cristiani in camicia bruna durante la Seconda guerra mondiale e dagli atei con la bandiera rossa durante la Guerra fredda. Antonio Polito, Il Corriere della Sera, 6 agosto 2016

SEPPELLITO DALLE URNE, IL NOVECENTO SALUTA, di Pierluigi Battista.

Pubblicato il 11 luglio, 2016 in Costume, Cultura | No Comments »

Una delle ragioni dello sbandamento frastornato delle élites dopo il voto sulla Brexit è che la cultura politica del Novecento, quella in cui appunto si sono formate in grande maggioranza le classi dirigenti dell’economia, della politica, della cultura, del giornalismo, della tecnocrazia, è stata irreversibilmente e ingloriosamente seppellita nelle urne di quasi tutto il continente. Non è solo il passaggio, caro ai politologi, da un sistema bipolare a uno sempre più tripolare, ma qualcosa di più profondo e radicale: la secessione culturale e psicologica che ormai un terzo stabile dell’elettorato europeo (e americano) ha consumato nei confronti delle famiglie politiche e ideologiche in cui si è strutturato il Novecento del dopoguerra, quella del socialismo declinato in tutte le sue variopinte denominazioni, e quella della liberaldemocrazia e del popolarismo, anch’essa variegata e multiforme, ma destinata a presidiare il lato moderato e di centrodestra del sistema politico.

Quell’ordine è crollato, e con esso la distribuzione tradizionale dello spazio politico in una destra e una sinistra separate da confini netti. In Spagna Podemos, sebbene sconfitta, erode il Partito socialista fino a tallonarlo e con Ciudadanos che morde i Popolari raggiunge un discreto 35 per cento che fugge dai partiti tradizionali. In Francia la Le Pen è attestata stabilmente a oltre il doppio dei consensi riscossi da suo padre Jean-Marie. In Italia il trionfo dei 5 Stelle, con l’aggiunta della Lega, smentisce chi parlava di un fenomeno effimero. In Germania ciò che dovrebbe essere un’eccezione, la Grande Coalizione, rischia di diventare la condizione permanente dell’assetto politico, e le prossime elezioni ci diranno se la malattia nel frattempo non si sia aggravata. In Grecia Tsipras ha annullato il partito socialista. In Austria il candidato estremista devasta i Popolari e per contrastarlo ci vuole la grande alleanza della paura (e pure qualche manomissione nelle schede) che elegge un Verde a suo salvatore. In Olanda il bipolarismo è finito. In Inghilterra, patria della democrazia dell’alternanza bipartitica, vince la Brexit osteggiata dai Conservatori e (più blandamente) dai Laburisti. Negli Usa il fenomeno Trump (e anche Sanders nel campo opposto) infligge duri colpi alla tradizione repubblicana.

Nel frattempo le élites si baloccano impotenti deplorando il «populismo» e recriminando sul «popolo bue». E il Novecento, tristemente, saluta. Pierluigi Battista, Il Corriere della Sera, 11 luglio 2016

ALBERTAZZI, QUELL’ODIO INCIVILE DELL’ISTITUTO PARTIGIANO, di Giovanni Belardelli.

Pubblicato il 19 giugno, 2016 in Costume, Politica | No Comments »

Sul sito dell’Istituto bergamasco per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea fa mostra di sé una critica post mortem a Giorgio Albertazzi che lascia senza parole, fin dal titolo: «Un bastardo che ci lascia». Ecco il testo: «Increduli e sgomenti per gli elogi e il cordoglio che si alzano — anche da parte delle più alte cariche dello Stato — in occasione della morte dell’attore Giorgio Albertazzi, vogliamo ricordarne la figura di milite della Tagliamento, di feroce rastrellatore di partigiani e civili, dal Grappa alla Valcamonica. In occasione dell’anniversario delle bombe di Piazza della Loggia ci pare doveroso sottolineare che quella orribile strage è opera dei figli e nipoti di quella splendida figura di italiano, che in questo smemorato paese si tende ad onorare. Che ognuno, per favore, pianga i suoi di morti». Il testo è firmato dagli organi direttivi dell’istituto, inserito in quella rete di istituti per la storia della Resistenza che rappresenta, grazie anche a finanziamenti pubblici, la maggiore struttura nel campo della ricerca storica al di fuori dell’università. Si tratta di istituti impegnati anche in varie attività educative: dall’aggiornamento degli insegnanti a iniziative nelle scuole, mostre, convegni ecc. Ma non si capisce quale mai attività educativa possa svolgere un istituto come quello bergamasco. Il punto non è, ovviamente, che si ricordi il fatto che il ventenne Albertazzi, come altri suoi coetanei, avesse servito nelle formazioni della Rsi. Le guerre civili, è perfino banale ricordarlo, sono tali appunto perché esistono due schieramenti che ferocemente si affrontano. E spesso, come fa dire Calvino a un partigiano nel romanzo Il sentiero dei nidi di ragno, «basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima, e ci si trova dall’altra parte». Ciò che è inqualificabile, piuttosto, è che un’istituzione che dovrebbe essere volta ad attività educative e di ricerca possa produrre un testo improntato all’odio, come quello citato. Giovanni Belardelli, Il Corriere della Sera, 19 giugno 201

…..Si, è vero, Gorgio Albertazzi giovanissimo “scelse l’altra parte”, cioè la RSI di Mussolini nel 1943, e alla fine della guerra fu imprigionato e condannato a morte e salvato dall’amnistia Togliatti. Ed è anche vero che mai Albertazzi rinnegò quella scelta, sebbene mai più si interessò di politica e le poche volte nella sua lunga e straordinaria vita di artista leggendario del nostro Teatro che dedicò qualche parola a gli eventi di allora, non ebbe mai parole di recriminazione ma neanche di rimpianto. Ed è anche vero che Albertazzi non fu l’unico allora a scegliere quella strada, tantissimi furono i giovani che nel 1943  furono “i balilla che andarono a Salò″ come titola Carlo Mazzantini, scrittore e giornalista approdato al’altra paete della sponfa del fiume, cioè nella sinistra comunista,  i suoi ricordi commoventi e onesti dei tanti suoi coetanei che scelsero l’altra parte. S ne potrebbero citare a centinaia, tra i più o meno noti e i tanti meno noti che infoltirono i ranghi dell’esercito di Salò. Ne ricordo due. Dario Fò e Walter Chiari. Il secondo come Albertazzi mai rinnegò o maledisse la scelta fatta a 20 anni, il primo con la stessa virulenza della prima fece la seconda di scelta, quella comunista a cui è rimasto fedele, facendosene alacre vessillo. Ma può la scelta fatta a 20 anni, essere ragione,  70 anni dopo la fine della guerra e le tante parole spese a proposito della riconciliazione nazionale, per rivolgere a chi non può più difendersi gli insuti che un istituto dedito alla ricerca storica  rivolge ad Albertazzi dopo la  sua morte con una violenza e una cattiveria che nulla può giustificare? Assolutamente no, per cui ha ragione Belardinelli a definire inqualificabile ciò che ha scritto l’istituto storico di Bergamo nei confronti di Albertazzi. E quindi  nei confronti dei tanti ragazzi, i balilla di Salò, che non ebbero la fortuna di sopravvivere e che sul campo lasciarono la loro giovinezza sacrificata per un ideale che sebbene “perdente” era il loro Ideale.  g.

SE LA POLITICA SPEGNE “VIRUS” E “BALLARO’ ” di Pierluigi Battista

Pubblicato il 16 maggio, 2016 in Costume, Cultura, Politica | No Comments »

Un po’ ci avevamo creduto. Davvero abbiamo pensato che nel suo slancio rottamatore, nel suo ripudio della vecchia politica, nel suo afflato liberalizzatore, Matteo Renzi volesse mantenere la promessa di farla finita con la politica e i partiti che occupano militarmente la Rai, con il governo e il Parlamento che lottizzano, con la tv pubblica che prende ordini dal suo «editore di riferimento». Per un momento, ma solo per un momento per carità, abbiamo creduto addirittura alla tentazione renziana di una sia pur parziale privatizzazione della Rai, prologo di un ripensamento sul ruolo del servizio pubblico televisivo che potesse legittimare il pagamento della tassa che i cittadini sono costretti a sborsare anche se non desiderano guardare programmi della tv di Stato. Niente, c’eravamo sbagliati anche questa volta. L’occupazione di Viale Mazzini ha continuato a essere lo sport più praticato a Palazzo Chigi.

La politica si è ripresa i suoi diritti. Per il resto, pagare il canone in silenzio, per foraggiare la tv lottizzata e svantaggiare i concorrenti delle tv private che non possono usufruire dei proventi di una tassa oramai priva di ogni legittimazione. Peccato. I meccanismi e le consuetudini del controllo politico della Rai evidentemente sono troppo forti per essere elusi con un semplice atto di volontà. Si impone invece come inevitabile corollario della smania occupatrice della Rai la tentazione del silenziatore sui programmi non allineati, come sempre, come prima, come tutti gli altri predecessori. Si alimenta attorno a Massimo Giannini l’irritazione del governo per la sua conduzione di «Ballarò». Dicono: ma gli ascolti sono insoddisfacenti. Bene, vedremo i risultati brillanti di un talk show a conduzione improntata alla più affidabile ortodossia renziana («Buonasera, anche questa settimana l’Italia ha cambiato verso»: davvero uno share da boom). Si licenzia via intervista, senza nemmeno un atto formale, un conduttore come Nicola Porro, che con «Virus» ha dato espressione all’unica trasmissione politica di stampo «liberale», senza urla, gabbie, prediche da guru, piazze in fiamme. Via quello troppo «di sinistra», via quello troppo «di destra». E meno male che la Rai doveva essere lasciata in pace. Meno male che i partiti avrebbero allentato la presa. E si illudono che controllando la Rai vinceranno le elezioni. Sbagliano: basta vedere cosa è accaduto nei vent’anni precedenti. Peggio per loro. Pierluigi Battista, Il Corriee della Sera 16 maggio 2016

……E bravo Battista. Si è ricreduto su Renzi al quale , ma “poco poco”,  aveva dato credito, prendendo per vere le sue promesse di rottamazione e in particolare di liberalizzazione della Rai dallo strapotere dei partiti. Invece no e Battista ne prende atto e prende atto invece che proprio sulla Rai si è espressa “al meglio” la vocazione padronale della politica e degli strumenti di potere  da parte di Renzi. Meglio tardi che mai questa presa d’atto di Battisti (che non è nuovo a prese d’atto postume come testimonia il suo libro “Mio padre fascista”). E’ auspicabile che, sulla scia di Battista,  anche altri opininisti abbiano lo stersso coraggio di riconioscere di essersi sbagliati cosichcè da indurre i loro lettori che spesos si fidano delle loro opinioni di rivedere, se nko  l’hanno già fatto , il loro giudizio sul prepotente fiorentino che ce fa rimpiangere tanti altri. g.

UN TEMPO I POLITICI PROVAVANO VERGOGNA E FACEVANO BENE, di Sergio Rizzo

Pubblicato il 24 aprile, 2016 in Costume, Politica | No Comments »

«Se un’ intera nazione sperimenta davvero il senso di vergogna è come un leone accovacciato pronto al balzo»: lo scriveva Karl Marx in una lettera al filosofo Arnold Ruge, 173 anni fa. L’elogio della vergogna come baluardo dell’etica pubblica precede dunque di un po’ quelle parole tanto scomode dette da Piercamillo Davigo al nostro Aldo Cazzullo a proposito di certi politici: «Non hanno smesso di rubare; hanno smesso di vergognarsi». E non è certo una prerogativa del pensiero marxista. La politologa della Columbia University Nadia Urbinati ricordava qualche anno fa su Repubblica come Giacomo Leopardi avesse anticipato il filosofo di Treviri nell’esaltazione del potere rivoluzionario della vergogna, sentimento a cui lo stesso Giambattista Vico aveva attribuito le origini della responsabilità morale della società. Ma forse nessuno come Papa Francesco, e ben prima di Davigo, si era scagliato contro «i corrotti», bollati dal pontefice come coloro «che non hanno vergogna». Accadeva tre anni fa, durante una funzione nella cappella di Santa Marta. E perché il messaggio risuonasse forte e chiaro, ancor più di quanto non avesse già fatto nel 2011 il cardinale Gianfranco Ravasi citando la famosa la battuta dell’Amleto di William Shakespeare («Vergogna, dov’è il tuo rossore?»), quel concetto l’aveva ripetuto in un libro, Il nome di Dio è Misericordia, scritto con Andrea Tornielli: «Dobbiamo pregare in modo speciale, durante questo Giubileo, perché Dio faccia breccia anche nei cuori dei corrotti donando loro la grazia della vergogna». Già, la vergogna.

Sulle ragioni per cui quel sentimento sia stato smarrito, si potrebbe dissertare a lungo. Di sicuro c’è stato anche un tempo in cui le cose erano diverse. Il presidente della Repubblica Giovanni Leone si dimise nel 1978 in seguito alla vicenda Loockheed, pur essendone totalmente estraneo. «Le siamo grati per l’esempio», gli scrissero anni dopo in una lettera di scuse i suoi accusatori Marco Pannella ed Emma Bonino. Nel 1993, durante Tangentopoli, i ministri si alzavano dalla poltrona all’apparire dell’avviso di garanzia. Qualcuno anche soltanto all’odore. Lo fecero due ministri delle Finanze, poi riconosciuti immacolati, come Giovanni Goria prima e Franco Reviglio un mese dopo di lui. Il repubblicano Oscar Mammì si dimise addirittura da deputato. Il suo giornale, la Voce repubblicana, scrisse qualche giorno dopo: «Non siamo ipocriti e in queste ore misuriamo sulla nostra pelle la sferzata di vergogna». Frasi che oggi sarebbe impossibile leggere…

Antonio Merlo della Pennsylvania university ha appioppato cinque anni fa il termine «mediocracy» alla nostra classe politica, qualificandola come «la più mediocre che l’Italia abbia avuto dal 1948«. Ed è francamente difficile non vedere una relazione fra questo degrado, la diffusione del malaffare e il progressivo impoverimento di quel senso di vergogna che in tutte le società avanzate rappresenta un formidabile deterrente contro la corruzione. Ma anche contro comportamenti non etici, sintetizzati così da Davigo: «Dicono cose tipo: “con i nostri soldi facciamo quello che ci pare”. Ma non sono soldi loro, sono dei contribuenti».

In Germania il ministro della Difesa Karl-Theodor zu Guttenberg, astro nascente della Cdu, si dimise dopo la scoperta che aveva copiato parte della sua tesi di dottorato, perché «lo scandalo sarebbe ricaduto su tutti i militari». Il ministro inglese dell’Energia Chris Huhne se ne andò «per evitare interferenze con l’incarico pubblico» perché un giornale rivelò che aveva addossato alla moglie una multa per cui avrebbe perso punti della patente. In Gran Bretagna il portavoce del parlamento Michael Martin lasciò l’incarico quando scoppiò la bufera delle note spese gonfiate, pur non avendo responsabilità personali. Non l’ha imitato il presidente di quel consiglio regionale del Lazio travolto dallo scandalo dei fondi milionari dei gruppi consiliari, Mario Abbruzzese: nonostante fosse a capo dell’ufficio che distribuiva i quattrini ai partiti. Si è anzi ricandidato ed è stato rieletto. Ora è presidente di una commissione regionale.

Il presidente tedesco Christian Wulff gettò la spugna quando si seppe che aveva avuto da un amico banchiere un prestito a tassi di favore. Le sue parole: «Ho fatto degli errori. C’è bisogno di un presidente che abbia fiducia ampia dei cittadini. Gli sviluppi di questa settimana hanno dimostrato che questa non c’è più». Succedeva all’inizio del 2012, mentre da noi lo scandalo dei rimborsi elettorali usati impropriamente anche per scopi personali della famiglia del leader si abbatteva sulla Lega Nord di Umberto Bossi. Che liquidava la faccenda con un’alzata di spalle: «Non c’è reato. Dei soldi della Lega, la Lega può fare quello che vuole». Seguì un durissimo scontro interno al partito e Bossi si dovette fare da parte. Un mese fa suo figlio Riccardo è stato condannato in primo grado a un anno e otto mesi per appropriazione indebita aggravata. «Pensava fossero soldi di famiglia», ha detto l’avvocato ai giudici. Un pizzico di vergogna forse l’avrebbe evitato. Sergio Rizzo, Il Corriere della Sera, 24 aprile 2016

L’ILLUSIONE DELLO STATO TRASPARENTE, di Ferruccio De Bortoli

Pubblicato il 1 aprile, 2016 in Costume, Politica | No Comments »

Un piccolo ma prezioso termometro dello stato di salute della democrazia italiana è racchiuso in un provvedimento semisconosciuto adottato dal governo, in via preliminare, il 20 gennaio. Stiamo parlando del diritto di ogni cittadino ad accedere agli atti della pubblica amministrazione. È la versione italiana del Freedom of Information Act. Negli Stati Uniti esiste dal 1966. In molti Paesi, una novantina, è un paradigma della trasparenza. Dà la misura reale della cittadinanza. E della libertà d’informazione, del diritto di cronaca. Senza quelle norme — tanto per fare un solo esempio — non avremmo avuto l’inchiesta del Boston Globe sui preti pedofili (si chiese l’accesso agli atti giudiziari), da cui è stato tratto il film premio Oscar Spotlight. Da noi invece la legge rischia di assumere il tono di una concessione dovuta, una fastidiosa e vuota incombenza. Eppure va dato atto al governo, e in particolare a Renzi (ne fece cenno durante il suo discorso di insediamento al Senato il 24 febbraio 2014) e al ministro Madia (Leopolda del 2015), di averne fatto una bandiera. Peccato che questo vessillo di libertà sia stato velocemente ripiegato nel testo varato a inizio anno, ed esprima, al contrario, tutto il potere discrezionale di cui la burocrazia italiana è ghiotta. All’articolo 6 del decreto legislativo, si legge che «chiunque ha diritto di accedere ai dati e ai documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni». Bene.

Peccato però che l’elenco delle eccezioni sia semplicemente sterminato. Alcune (sicurezza, difesa, relazioni internazionali) sono condivisibili. Altre decisamente meno. Il limite della «tutela di interessi pubblici e privati giuridicamente rilevanti» forma una categoria talmente vasta da porre il diritto del cittadino a conoscere l’iter di un atto, i tempi e i costi della sua esecuzione, in una condizione di palese inferiorità, alla stregua di una curiosità molesta. La legge non identifica, nelle varie amministrazioni, un responsabile unico cui rivolgersi. Non c’è uno sportello. La mancata risposta dopo trenta giorni alla domanda di un singolo cittadino (destinata a perdersi nelmare magnum degli uffici) configura una sorta di silenzio-rigetto privo di sanzione. L’obbligo di motivazione del rifiuto, da parte dei pubblici uffici, era già previsto dalla legge 241 del 1990. Disposizione quasi mai rispettata. E dunque il legislatore, innovando la 241, ne avrebbe tenuto conto (cioè si sarebbe arreso a un’inadempienza), ipotizzando, con il silenzio-rigetto, una particolare «garanzia» per il cittadino titolare di un interesse legittimo. Rivolgendosi al Tar, questi potrebbe costringere l’amministrazione a spiegare il suo no. Una procedura troppo complessa e costosa per un semplice diritto all’informazione.

Nel suo parere, il Consiglio di Stato (18 febbraio 2016) è assai critico sullo schema di decreto legislativo. Condivide, citando Norberto Bobbio, «l’aspirazione a una democrazia intesa come regime del potere visibile». Sottolinea come la trasparenza sia «una forma di prevenzione dei fenomeni corruttivi». Ma senza semplicità nell’accesso ai dati e con troppe eccezioni, è tutto inutile. Il silenzio-rigetto, decorsi i 30 giorni dalla richiesta, realizzerebbe poi «il paradosso che un provvedimento in tema di trasparenza neghi all’istante di conoscere in maniera trasparente gli argomenti in base ai quali la pubblica amministrazione non gli accorda l’accesso richiesto».

I fautori di un più esteso Freedom of Information Act italiano si sono mobilitati. Hanno raccolto firme. Saranno ascoltati dalle Commissioni Affari costituzionali delle Camere il 7 aprile. Meritano di essere presi sul serio. E non considerati dei petulanti rompiscatole legislativi. Qualche loro richiesta è opinabile (come la gratuità dell’accesso agli atti) ma le loro critiche sono fondate. Il provvedimento finale verrà probabilmente varato entro un paio di mesi ed è auspicabile che sia corretto tenendo conto, non solo dei rilievi del Consiglio di Stato, ma anche delle osservazioni dell’Anac, l’autorità anticorruzione (ribadite ieri nell’audizione del presidente Raffaele Cantone) e del Garante per la protezione dei dati personali.

Il governo ha l’occasione di dare attuazione a una promessa che riguarda la libertà dei cittadini e il loro diritto ad essere informati. La trasparenza non va vissuta come un intralcio all’attività amministrativa ed economica. Se attuata senza eccessi (e con buon senso) è garanzia di correttezza e incisività degli atti. Un deterrente efficace contro la corruzione e i soprusi. Valorizza le buone pratiche, contrasta abusi di potere e assenteismi. Se, al contrario, vincerà ancora una volta la burocrazia, non dovremo più stupirci se il nostro Paese è così arretrato nelle classifiche internazionali (libertà di stampa compresa). Conoscere la qualità dell’assistenza di un ospedale, le sue liste d’attesa, sapere le condizioni igieniche dei ristoranti e dei bar che frequentiamo, gli stipendi di coloro che gestiscono i servizi pubblici, non ha una portata rivoluzionaria o distruttiva dei rapporti economici. Non è il Panopticon di Jeremy Bentham. L’occhio ossessivo di una prigione di vetro. È solo la normalità di una democrazia avanzata che non ha paura né della trasparenza né del diritto d’informazione. Anzi, ne va orgogliosa. Ferruccio De Bortoli, Il Corriere della Sera 1° aprile 2016

…..Chiunque anche una sola volta nella vita abbia avuto a che fare con la pubblica amminiustrazione non potrà non condividere le amare considerazioni di De Bortoli   sulla burocrazia italiana e sulla parvenza di trasparenza che assicurata a parole, nei fatti è del tutto assente nei rapporti tra Stato e cittadini, i quali continuano ad essere sudditi rfispetto allo strapotere della burocrazia. g.

IL FRONTE DEI MODERNISTI, di Ernesto Galli della Loggia

Pubblicato il 13 febbraio, 2016 in Costume | No Comments »

Attraverso quali vie oggi possono nascere e diffondersi in un Paese come l’Italia sentimenti di estraneità ostili nei confronti delle élite, a cominciare magari da quelle culturali e giornalistiche? Di avversione verso il loro ruolo nello spazio pubblico, e quindi, inevitabilmente, di protesta verso la politica? Quei sentimenti, cioè, che poi finiscono per confluire indifferentemente da destra o da sinistra nel grande collettore che abbiamo convenuto di chiamare «populismo»? Per cercare una risposta può forse dirci qualcosa il modo in cui si è svolta in queste settimane la discussione sulle unioni civili e sul problema connesso (almeno fino ad oggi) dell’adozione del figliastro (stepchild adoption).

Essendo incerta l’effettiva percentuale dei favorevoli e contrari tra gli elettori, qualunque dibattito in merito avrebbe dovuto equamente rappresentare, come è ovvio, entrambe le posizioni. Posizioni le quali, prima che politiche sono posizioni culturali e morali riguardanti questioni di grande complessità, ambiti fondamentali della vita personale e collettiva. Ebbene, mi chiedo e chiedo: si può onestamente dire che il dibattito in merito sulla grande stampa e in televisione — le uniche sedi che contano — sia stato all’altezza di tale complessità?

Per almeno due ragioni a me sembra di no. Innanzi tutto per una soverchiante, ossessiva presenza — parlo della televisione e della radio ma non solo — di esponenti politici. In Italia, anche se si tratta del peccato originale o delle cure palliative, la Rai si ostina a credere che i più titolati a discuterne siano un parlamentare dei 5Stelle insieme a un senatore di Fratelli d’Italia. E le radio e tv commerciali non sanno fare di meglio. Ne è risultato — nel caso della discussione sulla legge Cirinnà ma così come sempre — un succedersi, in genere semiurlato o punteggiato di interruzioni, di frasi di un minuto, di affermazioni immotivate e ripetute senza tener conto delle eventuali obiezioni. Con la maggioranza dei cosiddetti conduttori non solo incuranti di tenere la discussione su un binario di reale approfondimento di alcunché, ma usi a intervenire di continuo con sorrisetti derisori, sguardi di compatimento e opportune interiezioni (campioni assoluti del genere Gruber e Formigli) per screditare l’opinione da loro non condivisa. Che nove volte su dieci era in questo caso l’opinione degli oppositori alla legge.

Ciò che peraltro rimanda a un dato generale — che rappresenta la seconda delle due ragioni di cui sopra. Vale a dire la iper rappresentazione che su tutti i media così come nell’intrattenimento, nel cinema, in qualunque produzione culturale, ha costantemente l’opinione per così dire laico-progressista, favorevole al cambiamento, a innovare, a cancellare tutto ciò che appare tradizionale, a cominciare — c’è bisogno di dirlo? — della dimensione religiosa. A cui naturalmente corrispondono la svalutazione sussiegosa, quando non il vero e proprio dileggio nei confronti di chi invece è fuori dal mainstream dell’ideologicamente corretto, dalla parte di un pensiero tradizionale, magari convenzionale o ispirato a un antico «buon senso» (molto diffuso ad esempio in merito all’immigrazione o alla sfera della «legge e l’ordine»). Per avere un’idea di un simile atteggiamento partigiano basta ascoltare certi programmi di Radio 24, la radio del Sole 24 Ore.

Che cosa deve pensare, mi chiedo, che sentimenti (e risentimenti) può provare, quella parte del Paese — non proprio minuscola, credo — nel vedersi non solo così continuamente esclusa dalle sue più autorevoli fonti di rappresentazione pubblica, ma palesemente considerata una sorta di sottospecie culturale da tenere di continuo sotto schiaffo? Crediamo davvero che basti il programma di una rete Fininvest che strizzi l’occhio alle passioni di questa Italia «reazionaria» per bilanciare, che so, il Festival di Sanremo, l’evento televisivo in assoluto più ascoltato dell’anno, trasformato disinvoltamente in una manifestazione in sostegno delle varie cause che vanno sotto la sigla dell’«arcobaleno» (a cominciare per l’appunto da quella delle unioni civili)? Che cosa sarebbe successo se il Festival di Sanremo fosse stato dedicato, mettiamo, a esaltare la causa delle «famiglie»?

Naturalmente non sono così sprovveduto da ignorare le tante ragioni per cui tutto ciò avviene. Le buone ragioni per cui in tutto il mondo occidentale i media e la cultura sono dominati da un punto di vista diciamo così «liberal». E cioè il fatto che gli uni e l’altra hanno la loro storica ragion d’essere nella libertà e nell’anticonformismo. Ma anche sapendo tutto ciò non riesco a non stupirmi dell’unilateralità smaccata travestita da devozione ai Lumi, dell’indifferenza per l’opinione dissenziente da parte del noto «giornalista democratico», del celebre «professore liberal». Ma soprattutto sono colpito dall’amore sempre e comunque per la novità, per il cambiamento, per il punto di vista che si presenta come più «moderno», più «avanzato», più «democratico», più «laico», che in Italia domina incontrastato la discussione pubblica. Anche la più colta, anche quando questa riguarda temi come l’istruzione, la scuola, la vita sessuale, la religione, la morte, i rapporti tra le culture. Ambiti rispetto ai quali, se non mi sbaglio, non è proprio così ovvio che cosa voglia dire «progresso», «democrazia» e quant’altro.

Insomma: gli italiani orientati culturalmente e spiritualmente — molto spesso in modo assai ingenuo, se si vuole — in senso lato conservatore, a favore di assetti tradizionali, legati al passato (ma attenzione! con colori politici per nulla uniformi), sono di sicuro un buon numero. Tuttavia nel dibattito pubblico del loro Paese un punto di vista culturale che li rappresenti è di fatto inesistente. Da quando è scomparsa ogni vestigia di Sinistra marxista con la fine del vecchio Partito comunista, e da quando la Chiesa cattolica ha rivolto la sua attenzione in prevalenza verso il «sociale», il campo è dominato per intero da una prospettiva uniformemente e spensieratamente innovatrice-modernista, univocamente assertrice delle verità di oggi. Ci sarebbe la Destra, naturalmente. Ma in Italia, si sa, la Destra ha solo carattere politico. Dal punto di vista ideale, culturale, antropologico, la Destra italiana non esiste o è in tutto e per tutto simile al resto: anzi, è perlopiù una sua brutta copia. Di fronte a un establishment così ideologicamente blindato, quale altra diversità autentica, quale altra protesta sono allora possibili, alla fine, se non quelle distruttive offerte dal populismo? Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera, 13 febbraio 2016

La conferma di quanto scrive Galli della Loggia? La seconda sera del festival, sul palcoscenico dell’Ariston è salito il presidene della Liguria, Giovanni Toti, che a differenza dei colori arcobaleno esibiti spavaldamente da quasi tutti i concorrenti in aperta gara non canora ma di conformismo, esibiva sul bavero della giacca una coccarda tricolore avvolta in un nastro giallo. La coccarda,  ha spiegato Toti nell’indifferenza più totale di Conti,  dei cantanti sul palco  e di gran parte del pubblico in sala, era  dedicata ai due marò, uno dei quali ancora in India, e il nastro giallo era dedicato alle vittime delle Fobe  nel Giorno del Ricordo. Non solo sul palcoscenico dell’Ariston era palpabile l’indifferenza rispetto ai colori arcobaleno esibiti e dipananati più volte da ciascun cantante, ma in rete è immediatamente partita una vera e propria caccia a Toti per aver “guastato” l’atmosfera del festival ricordando i due marò e gli assassnati dai titini.  g.

SHOAH, PERCHE’ RIFLETTERE E’ ANCORA NECESSARIO

Pubblicato il 27 gennaio, 2016 in Costume, Cultura, Politica | No Comments »

Ecco, dunque, il 27 gennaio, il «Giorno della memoria». Di nuovo celebrazioni, cerimonie, discorsi di circostanza, dove si ripetono luoghi comuni, mostre stantie, dove anche le immagini, un tempo vivide, sono condannate a divenire icone sbiadite. E tutto per un genocidio che risale a un passato ormai lontano, uno fra i tanti. Sì, perché le pagine della storia sono piene di tragedie analoghe – prima e, persino, dopo la Shoah. Come dimenticare il genocidio armeno, la bomba su Hiroshima, l’eccidio in Ruanda, i massacri in Bosnia? E perché non affrontare l’immane tragedia dei profughi? «Basta con questi ebrei che hanno preteso per anni di avere il monopolio del dolore!». «Basta con questi ebrei che hanno fatto di Auschwitz l’emblema del male assoluto!». «Basta con questi ebrei, il sedicente popolo “eletto” che rivendica una eccezionalità perfino dello sterminio». Come se «unico e incomparabile» fosse il crimine che hanno subìto. «Basta con questi ebrei che dall’Olocausto hanno tratto un redditizio business e ogni anno tornano a presentare il conto». «Basta con questi ebrei che vogliono essere le vittime per eccellenza, come se ci potesse essere una gerarchia, come se le morti non fossero sempre e ovunque uguali per tutti!».

Da anni infuria la polemica sul Giorno della memoria. Si stigmatizzano i cosiddetti «abusi». Si chiede di voltare pagina. Come se il passato non fosse indispensabile per guardare al futuro. È indubbio che la sindrome del «dovere della memoria» ha sortito effetti perversi. Così come è indubbio che, nei Paesi europei, implicati nello sterminio, la cultura, la politica e l’informazione hanno enormi responsabilità. I progetti didattici, che si limitano spesso ai «viaggi della memoria», mostrano tutti i loro limiti. Tra la ragionieristica del lager e l’emozione del momento non c’è spazio per la riflessione critica. Come spiegare altrimenti lo sconcertante aumento dell’odio verso gli ebrei? In Germania le cifre sono ormai da record. La maggior parte dei tedeschi vuole lasciarsi alla spalle Auschwitz e puntare liberamente l’indice contro Israele. L’Italia non è da meno. Ecco perché la polemica sul Giorno della memoria ha il sapore greve dell’antisemitismo, il gusto acre della cattiva coscienza. Non è difficile trovare ciò nel web, dove diffusa è anche la macabra competizione tra i genocidi.

A che cosa dovrebbe servire questa gara? A meno che lo scopo recondito non sia gettare discredito sugli ebrei. Ricordare è pensare. E della Shoah resta ancora molto su cui riflettere. Si deve parlare delle camere a gas, delle officine hitleriane, perché le morti sono tutte uguali – ma non lo sono i modi di morire. Non vogliamo che si ripeta né la fabbricazione dei cadaveri né, tanto meno, quell’esperimento del non-uomo, mai compiuto prima, in cui l’umanità stessa è stata messa in questione. Sebbene sia insopportabile, occorre ricordare quel che è accaduto, perché viviamo all’ombra di Auschwitz e, senza conoscere, si rischia di non ri-conoscere: l’odio per l’altro, il cripto-nazismo, l’antisemitismo. L’Europa non può sottrarsi. Tutto allora iniziò con le frontiere sbarrate ai profughi ebrei, chiuse a un intero popolo, che fu consegnato all’annientamento. Donatella Di Cesare, Il Corriere della Sera, 27 gennaio 2016