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GIOVANNI LEONE: UN GALANTUOMO NEL FANGO di Carlo Nordio

Pubblicato il 20 novembre, 2018 in Cronaca, Politica, Storia | No Comments »

Quaranta anni fa gli italiani assistevano, alcuni con indifferenza benevola, altri con compiacimento grifagno, a un fatto nuovo e sconcertante: le dimissioni del Presidente della Repubblica Giovanni Leone. Una storia sintomatica delle deviazioni e delle patologie della nostra imperfetta democrazia.
Giovanni Leone era uno più illustri giuristi italiani. Nato a Napoli nel 1908, a ventisette era già docente universitario. Democristiano convinto, era stato membro della Costituente, e parlamentare in tutte le legislature. Godeva di alto prestigio per la sua autorevolezza accademica, appena temperata da una bonarietà che talvolta indulgeva al pittoresco.
Non apparteneva alle correnti del partito, e quindi non godeva di protezione, oltre a quella delle sue riconosciute capacità: quando la Dc non sapeva levarsi dai pasticci in cui la ingolfavano i suoi vertici, chiamava Leone a costituire un governo balneare. Questa indipendenza, alla fine, gli costò la carica.
Nel 1976 scoppiò lo scandalo della Lockheed, un’ impresa aeronautica che aveva venduto a mezzo mondo aerei di grande efficienza. L’ Italia aveva acquistato alcuni Hercules, e quando si seppe che l’ azienda aveva pagato cospicue tangenti ai vari governi acquirenti, i sospetti si riversarono sui nostri politici al potere. L’ inchiesta americana appurò che, tramite un certo antilope cobbler, questi denari erano finiti ad alcuni militari, ministri e faccendieri.
Tra questi ultimi vi erano i fratelli Lefèbvre, di cui Leone era amico, e questo bastò a renderlo vulnerabile. Ma furono sospettati anche altri ministri: Moro, Andreotti, Rumor, Gui e Tanassi.
Moro si difese sostenendo di non saper nemmeno cosa fosse la Lockheed. Un’ affermazione che, se veritiera, avrebbe dimostrato il deplorevole provincialismo del suo autore, visto che la fabbrica era notissima per le sue straordinarie produzioni spaziali e militari. Il suo U2, l’ aereo spia abbattuto sui cieli di Sverdlovsk nel Maggio del 1960, aveva scatenato le ire di Kruschev e determinato l’ annullamento dell’ incontro con il presidente Eisenhower; e il suo F104 equipaggiava da anni la nostra Aeronautica Militare. Bastava leggere i giornali perché quel nome ti restasse impresso per sempre.
Ma, a parte rare e lodevoli eccezioni, i nostri notabili democristiani avevano una cultura essenzialmente parrocchiale, ed erano più sensibili ai voti di sacrestia che alle grandi questioni internazionali. Rumor – il maggior sospettato – fu salvato dalla Commissione Inquirente. Quanto ad Andreotti, svicolò dalla polemica con soavità vescovile e sorniona indifferenza ciociara.
Furono rinviati a giudizio Tanassi, Gui, e altri personaggi minori. Tutti, tranne Gui, sarebbero stati condannati, peraltro a pene assai blande.
Leone rimasto estraneo all’ inchiesta, rimase però solo nel suo partito, che lo abbandonò per meschini interesse di baratteria elettorale. Fu una pagina buia per la DC, ma anche per il giornalismo italiano, che si tuffò in questo fango di contumelie e di allusioni con la più turpe e maramaldesca morbosità.
L’ Espresso si segnalò per la sua petulanza aggressiva, ma non fu il solo. Altri quotidiani e rotocalchi sbeffeggiarono l’ anziano presidente, la sua elegante consorte e persino i suoi figli.
Un giornalista arrivò al pettegolezzo che «gli occhi di donna Vittoria ricordassero quelli dell’ Antilope»; un altro fece un’ univoca allusione alle scarpe scamosciate della first lady; altri scesero a illazioni più ridicole. Il partito comunista, che all’ occorrenza sapeva abbandonare il suo plumbeo grigiore moscovita per assumere toni di eccitata grossolanità, sfruttò con la solita sapiente spregiudicatezza questa lotta intestina.
Leone non era mai piaciuto alla sinistra, un po’ per la sua indipendenza di giudizio, un po’ per la sua storia universitaria (era stato, come del resto Fanfani e tutti i docenti iscritto al partito fascista) e soprattutto perché la sua elezione era stata determinata anche dai voti del Movimento Sociale.
Per di più la sua rimozione avrebbe liberato un posto riservato, nella redistribuzione delle cariche, a un esponente della sinistra. L’ elezione di Pertini, indiscussa la caratura morale del personaggio, fu infatti salutata dal Pci come una Glorious Revolution di Redenzione Resistenziale.
Così, il 15 Giugno del 1978, Giovanni Leone annunciò le sue dimissioni. Non gli fu nemmeno risparmiata l’ umiliazione di impedirgli la lettura integrale del messaggio di commiato: mai l’ untuosità farisaica aveva raggiunto livelli di così vergognosa ingratitudine. Il vecchio professore ritornò ai suoi studi e, dopo una congrua decantazione, rientrò, sommessamente, alla vita politica, e contribuì, inascoltato, alle proposte di riforma del processo penale.
Incidentalmente, non sappiamo se l’ indirizzo dell’ attuale governo, che subordina la sospensione della prescrizione a una nuova riforma, riprenderà o meno in mano l’ opera di Giovanni Leone.
Il giudizio complessivo della vicenda è quello di una sconfortante combinazione di una stampa spregiudicata e malevola, e di una politica ancor più cinica e truffaldina. Questa stessa combinazione avrebbe portato, quindici anni dopo, alla dissoluzione dello scudocrociato e all’ umiliazione pubblica del suo segretario Forlani, corroso dalle bavette labiali davanti all’ aggressività dell’ incalzante Di Pietro e alla implacabile fissità delle telecamere.
Un significativo contrappasso per una classe dirigente che aveva rinnegato i suoi elementi migliori.
Con l’ andar del tempo, le accuse e le illazioni a carico di Giovanni Leone si dimostrarono quello che tutti sapevano fin dall’ inizio: un mélange di pettegolezzi di bottega e di calunnie programmate. Tuttavia nessuno fece ammenda. Soltanto i radicali, che erano stati i più severi critici del Presidente, e probabilmente gli unici in buona fede, trovarono il coraggio di scusarsi: Marco Pannella ed Emma Bonino ammisero pubblicamente di avere esagerato.
Ma gli altri , compresi i maestri di vita e di pensiero, rimasero in verecondo silenzio. E purtroppo la lezione non è stata imparata. In tempi recenti, la parlamentare Ilaria Capua, una delle nostre scienziate più prestigiose, è stata costretta alle dimissioni, nell’ indifferenza codarda e colpevole dei suoi colleghi, a seguito di un’ inchiesta assurda e di un’ altrettanto sciagurata aggressione mediatica. Nel nostro infelice e meraviglioso Paese le prediche sulla legalità sono inversamente proporzionali alle garanzie dei diritti dei cittadini. Purtroppo questa sconcezza non è ancora finita, e non sappiamo nemmeno se e quando finirà. Carlo Nordio per l Messaggero (20 novembre 2018).

…..Non è un caso che Carlo Nordio, magistrato in pensione, abbia scritto questo articolo rievocativo e anche di postumo omaggio a Giovanni Leone, indimenticata vittima di una squallida pagina di fango nella vita politica italiana, nell’anniversario,  il centenario, della Camera dei Deputati che ricorre proprio oggi. Leone della Camera fu Presidente, Capo del Governo, e infine Presidente della Repubblica. Ricopriva questa carica quando fu vittima di una ben orchestrata campagna di fango e di odio, ordita dalla sinistra, che utilizzò una giornalista dell’Espresso, Camilla Cederna,  come puntatrice d’assalto. L’obiettivo  fu raggiunto, Leone, accusato ingiustamente di essere stato collettore di mazzette, alla fine si dimise, benché fosse innocente. La sua innocenza fu riconosciuta dopo, quando ormai le conseguenze del fango e dell’odio riversatigli addosso avevano avuto l’effetto sperato. Fu il colpo di avvio della guerra che avrebbe portato al dissolvimento della Prima Repubblica. g.


EXPO: UN SUCCESSO, SI, MA BASTA CON LE RICONRSE DA ULTIMA NOTTE, di Gian Antonio Stella

Pubblicato il 3 maggio, 2015 in Cronaca, Politica | No Comments »

Visitatori all’Expo (LaPresse)

Da infarto, ma è andata. E hanno buonissime ragioni, tutti i protagonisti del «prodigio», da Giuseppe Sala a Matteo Renzi a tutti gli altri, a ironizzare sui «rosiconi». Ovvero tutti quelli che avevano scommesso che l’obiettivo della «data catenaccio» sarebbe stato mancato. Qualche pannello è ancora fuori posto, qualche portone resta chiuso, qualche martello continua a battere di notte per gli ultimi ritocchi? Dettagli. È andata. Ma sarebbe un delitto se dai patemi d’animo di questi anni e dagli affannati formicolii notturni di queste settimane non traessimo una lezione: basta con le date catenaccio.

È bella, l’Expo 2015. Bellissimi alcuni padiglioni, dalle gole desertiche degli Emirati Arabi al «Vaso luna» della Corea, dall’alveare britannico alle suggestioni del bosco austriaco… Per non dire dell’Albero della vita e del padiglione Italia. Dove bastano le sale sospese tra il patrimonio d’arte del passato e la potenza espressiva delle nuove tecnologie a togliere il fiato non solo agli stranieri ma anche agli italiani. Una meraviglia.

Certo, sapevamo dall’inizio, come ha spiegato Marco Del Corona, di non poter competere sui numeri con il gigantismo di Shanghai 2010: 192 Paesi, 530 ettari occupati (cinque volte più che a Rho), 73 milioni di visitatori, 4,2 miliardi di euro di investimenti diretti più 45 in opere infrastrutturali tra cui due nuovi terminal aeroportuali di cui uno da 260 mila passeggeri al giorno e tre nuove linee metro, fino a portare la rete cittadina a 420 chilometri con 269 stazioni. Troppo, per noi.
Eppure, a dispetto di tutti gli errori, i ritardi e gli incubi di questi anni, la città è riuscita a dimostrare di essere in grado di recuperare, puntando su altri valori e su una maggiore coerenza, quello spirito che a lungo la fece vedere a milioni di italiani come la vedeva il nonno di Indro Montanelli: «Per lui, Milano era la cattedrale innalzata dall’ homo faber alla Tecnica e al Progresso». L’unica città italiana, avrebbe ribadito Guido Piovene, «in cui non si chiami cultura solo quella umanistica».

Proprio perché lo sforzo enorme speso nella rimonta ha avuto successo, successo peraltro da confermare giorno dopo giorno nei prossimi sei mesi, sarebbe sbagliato rimuovere oggi gli errori, i ritardi e gli incubi di cui dicevamo. Se era suicida «gufare» contro la riuscita d’un evento planetario dove non erano in ballo la faccia della Moratti o Berlusconi, di Prodi o Renzi, ma la faccia dell’Italia, non meno suicida sarebbe brindare oggi a questo debutto rimuovendo i problemi evidenziati dal 2007 ad oggi. La litigiosità degli amministratori intorno agli uomini da scegliere, più o meno vicini a questa o quella bottega. La paralisi di tre interminabili anni prima che la macchina organizzativa si mettesse davvero in moto. L’ombra di contaminazioni tra il mondo della cattiva imprenditoria e della cattiva politica. Le mazzette. La corruzione. «Mai più date catenaccio»: questo dovrebbe essere l’obiettivo di chi ha a cuore l’Italia dopo aver portato a casa l’incontestabile successo del 1° maggio, solo parzialmente sfregiato dagli incidenti dei teppisti black bloc.

Spiegava anni fa Gianni De Michelis, ai tempi in cui si batteva perché l’Expo 2000 fosse fatta a Venezia tra padiglioni galleggianti, giochi d’acqua e hovercraft dall’aspetto di tappeti volanti: «Primo: sappiamo che ci sono delle cose da fare per non essere tagliati fuori dai grandi processi d’integrazione. Secondo: sappiamo che questo è un Paese paralizzato dalla burocrazia, dai veti incrociati, dalla cultura del rinvio. Terzo: sappiamo che occorre uscire da questa paralisi. Dunque occorre una data-catenaccio che ci costringa a fare le cose nei tempi stabiliti». Uno dopo l’altro.
E ci è andata sempre «quasi» bene. I Mondiali del ‘90, sia pure spendendo per gli stadi l’83% e per le infrastrutture il 93% più del previsto e pur essendo da completare, a campionati finiti, il 39% delle opere. Le Colombiadi di Genova del ‘92, sia pure costruendo ad esempio un sottopasso più basso rispetto al progetto col risultato che non passavano i camion ed i pullman. E poi i Mondiali di ciclismo e i campionati planetari di nuoto e il Giubileo del 2000, atteso da secoli come un appuntamento scontato eppure segnato, ancora una volta, da anni di melina burocratica fino alla febbricitante rincorsa finale… Il tutto accompagnato quasi sempre da inchieste giudiziarie, accertamenti di lavori troppo frettolosi, scoperte di scandali, affari sporchi, processi, strutture costosissime abbandonate alle erbacce… Senza alcun progetto per il «dopo».

Perché questo, troppo spesso, è stato il meccanismo infernale delle «date catenaccio». La scelta, da parte della cattiva politica e della cattiva imprenditoria, di non muoversi mai per tempo. Come nei Paesi seri. Ma di «rassegnarsi» allo scorrere dei mesi e degli anni fino all’arrivo fatidico del gong: aiuto, emergenza! Nel nome della quale, Dio non voglia anche stavolta, è stato giustificato tutto. Fino all’assurdità: lo Stato che aggira le regole dello Stato perché incapace di cambiare le proprie leggi.

È giusto che un grande Paese si dia obiettivi ambiziosi. Compreso quello, ad esempio, delle Olimpiadi. Che potrebbero essere, andasse bene l’Expo, il nostro prossimo appuntamento con la ribalta mondiale. Ma per favore: basta rincorse all’ultimo momento e pezzi di cornicione provvisoriamente attaccati con lo scotch. La «#svolta buona» dovrebbe essere, per un Paese straordinario ma un po’ matto come il nostro, lavorare giorno dopo giorno dopo giorno dopo giorno… Gian Antonio Stella, Il Corriere della Sera, 3 maggio 2015

LA TRAGEDIA DI IERI: DOVE CESSA L’UMANITA’, di Claudio Magris

Pubblicato il 20 aprile, 2015 in Cronaca, Politica estera | No Comments »

Una barca di immigrati soccorsa dalla Marina italiana (Ansa/Lami)

Ogni volta la tragedia è più grande – e lo sarà sempre più – e ogni volta si dice, mentendo in buona fede a se stessi, che si è raggiunto il colmo.
E che è vicino il momento in cui si volterà pagina, proprio perché è intollerabile che continui questo crescendo di orrori.

Invece con ogni probabilità continuerà, se non accadrà qualche radicale e inimmaginabile cambiamento nella situazione e nella politica mondiali. La pietà, l’indignazione e lo sgomento del mondo – di noi tutti – si accenderanno, sinceri e inutili, a ogni nuovo episodio di barbarie.

Ma forse sempre meno, perché ci si abitua a tutto e proprio il ripetersi delle orrende e criminose tragedie renderà più assuefatte e meno reattive le coscienze.
Che fare, come dice il titolo di un famoso pamphlet politico? Il problema è tragico,
perché agli immigrati e senza nome e senza destino si oppongono non solo le livide, imbecilli e regressive paure di chi teme ogni forestiero incapace di bestemmiare nel suo dialetto e sogna un mondo endogamico e gozzuto di consanguinei.

Alla doverosa accoglienza umana di tanti fratelli perseguitati e infelici si oppone e purtroppo si opporrà una difficoltà o impossibilità oggettiva, il numero di questi fratelli infelici, che un giorno potrebbe essere materialmente impossibile accogliere. Un ospedale che ha cento posti letto può ospitare, in situazioni di emergenza, 150 malati, ma non 10 mila, e chi facesse entrare nelle sue corsie 10 mila persone creerebbe, irresponsabilmente, la premessa di nuove difficoltà e di nuovi conflitti. Queste infami tragedie sono la prova di un’altra triste realtà: l’inesistenza dell’Europa. Il problema dei dannati della Terra che arrivano sulle nostre coste è europeo, non italiano; coinvolge l’Europa, non solo l’Italia. Che l’Unione Europea se ne disinteressi è oscenamente autodistruttivo; è come se il governo italiano si sbarazzasse del problema dicendo che è affare della regione di Sicilia, visto che i naufraghi, vivi o morti, non arrivano a Roma o a Torino. Se l’Unione Europea se ne disinteressa, e non può essere un tardivo intervento a dimostrare il contrario, significa che l’Unione Europea non esiste. Che fare? Certo, si possono adottare piccole misure. Ad esempio, sarebbe opportuno che i mercanti di schiavi, colpevoli spesso volontariamente di crimini, fossero sottoposti, data l’emergenza di questa vera guerra per l’Italia, al codice marziale.

Non sarebbe male se i mercanti di schiavi e di morte sbrigassero i loro affari rischiando la morte come i loro schiavi.
Fa impressione leggere di alcuni di questi assassini arrestati e presto scarcerati e tornati al loro traffico lurido e lucroso. Che fare? Nessuno, sembra, lo sa.
Claudio Magris, Il Corriere della Sera, 20 aprile 2015

…Ecco il punto, l’Europa non c’è, anzi c’è quando si tratta di imporre austerità e vincoli, non c’è quando si tratta dei grandi temi etici e politici che riguardano la realtà del nostro e degli altri continenti. Questa Europa nion piace a nesusno che abbia un pò di buon senso, piace solo ai banchieri ae agli affaristi , i migliori alleati dei trafficanti di morte. g.

LA “BELLA” MORETTI RITRATTA DA GIANCARLO PERNA

Pubblicato il 23 marzo, 2015 in Costume, Cronaca | No Comments »

La graziosa Alessandra Moretti è preda di un narcisismo così acuto da preoccupare il Pd. In corsa per la presidenza della Regione Veneto, preferisce dire quant’è bella

e brava  piuttosto che parlare di politica. In diverse occasioni interviste, YouTube, apparizioni tv ha fatto sperticate lodi di sé, proponendosi a modello di quarantenne (ne farà 42 in giugno) che sa quel che vuole.

«Io» ha affermato «appartengo a una stirpe di politiche più belle, più brave, più intelligenti», agli antipodi della protozoica Rosy Bindi. «Vado dall’estetista ogni settimana e ci faccio qualsiasi cosa: le mèche… la tintura… per tacere di altro. Ho deciso di prendermi cura di me. Dovrei forse stare coi peli e i capelli bianchi? Sto attenta alla linea e ogni mattina accompagno i bambini a scuola, loro in bicicletta e io correndo». Ha poi concluso: «Il mio stile è Ladylike».

ALESSANDRA MORETTI LADYLIKE

Da allora, Moretti è Ladylike, dall’inglese «signorile, raffinata». Quando parla di sé dice «Ale», diminutivo di Alessandra. «Ale pensa, Ale vuole, Ale fa». È stato Matteo Renzi ha raccontato a volerla candidata in Veneto inducendola a lasciare il seggio di Strasburgo sei mesi dopo le elezioni Ue del giugno 2014. «”Ale abbiamo bisogno di te” mi ha detto e Ale non si è potuta tirare indietro». D’altro canto, ha spiegato, «io sono la migliore». Un genio innato, il suo, che non si limita alla politica giacché è sempre lei a farlo sapere «sono anche bravissima a cantare e in mille altre cose, per esempio in cucina». E, prima che qualcuno glielo chiedesse, ha chiarito: «Il mio segreto? La passione».

Esilarante. Va detto che questa verve da vedova allegra piace. La candidata Moretti non tedia gli elettori con muffosi discorsi politici il che, con l’aiuto degli scontri nel centrodestra, può favorirne la vittoria alle urne. Il rovescio della medaglia è che il suo ego da madamin si presta agli sfottò. E poiché non c’è nulla di più insidioso del ridicolo, il Pd lugubre per antica tradizione è corso ai ripari stringendole attorno un cordone sanitario.

Al fratello, Carlo, da sempre suo consigliere, sono stati affiancati secondo indiscrezioni giornalistiche gli esperti di Dotmedia, l’agenzia fiorentina di comunicazione, che ha confezionato dagli esordi l’immagine di Renzi. Tutto il repertorio renziano, look, battute, smorfie, nasce infatti, a quanto pare, dalla collaborazione di questi creativi. A prescindere dai risultati, che ciascuno giudica come crede, la stessa squadra è ora incaricata di imbrigliare Ladylike.

Chi scrive, dubita che ci saranno risultati. Ale è una psicovanesia endocrina irresistibilmente attratta dal centro della scena. Occhi azzurri, un bell’ovale che ricorda la Barbara Bouquet dei tempi d’oro, Ale non arretra davanti a nulla per ottenere il risultato. Ne sa qualcosa il candido Pier Luigi Bersani, principale benefattore della Moretti, che è stato da lei fumato come un sigaro e abbandonato come un mozzicone.

Pierlù le aveva dato tutto, dalla nomina a portavoce nella campagna elettorale 2013, al seggio parlamentare. Fu lui il primo a mandarla in tv dov’è da tre anni una presenza debordante e dove ha trovato nel presentatore Massimo Giletti il nuovo amore dopo un breve matrimonio con due figli, Guido e Margherita, di otto e sei anni. All’epoca, guai a chi le toccava Bersani, arca di virtù, guida imperitura del Pd e «bello come Cary Grant». Ma quando, vinte di una spanna le elezioni, Pierlù si dimostrò incapace di fare il suo governo e imporre il Capo dello Stato che voleva lui, la pupilla si disamorò. Capì che lo statista di Bettola rappresentava ormai il passato e che per l’avvenire urgeva cambiare cavallo.

alessandra moretti giletti alessandra moretti giletti

Ale tradì platealmente Bersani nel giorno più nero: quel 18 aprile 2013 quando il destino dell’infelice era appeso al voto su Franco Marini, suo candidato al Quirinale. Se l’Aula lo avesse accontentato, Pierlù avrebbe ancora avuto un futuro. Se no, finiva nel Museo delle cere. Moretti disobbedì, votò scheda bianca e condannò il suo capo agli archivi della piccola storia italiana.

Pierlù ne fu straziato e le tolse il saluto. Lei fece spallucce cominciò a cercare un nuovo trespolo su cui appollaiarsi.

Guardò alla destra del Pd e adocchiò Renzi che fino ad allora aveva combattuto per conto di Bersani prendendolo anche a male parole: «Un misogino, costruito al tavolino e maschilista». Gli lanciò segnali a distanza e li condì di moine. Ma il paravento di Firenze, ancora null’altro che sindaco, reso avvertito da come aveva bidonato l’altro, si guardò bene dall’abboccare all’amo. Allora Ale guardò a sinistra, puntando sul telegenico Gianni Cuperlo, opposto antropologico di Renzi e suo rivale. Anche il biondo triestino rabbrividì al corteggiamento, ripagandolo con freddezza inversa alle turbinose lodi che Moretti gli tributava. «Gianni, che rappresenta la sinistra berlingueriana» disse lei grosso modo «è il più vicino alla mia storia politica».

Era, ovviamente, una balla sesquipedale e interessata. Con la sinistra sinistra, Ladylike non ha mai avuto a che fare. Di lì a poco, finirà infatti sotto l’ala di Renzi del quale, dopo averlo svillaneggiato, è diventata oggi la sviolinante reggicoda: «Se fallisce lui, fallisce tutta la nostra generazione».

Anche i suoi lontani esordi sono stati più moderati che di sinistra. Nata e vissuta a Vicenza, la bella piddina è figlia di due insegnanti. Il babbo, marchigiano, è stato sindacalista della Cgil-Scuola, ma mai comunista. Dopo la laurea in Legge, Ale si abbandonò alla pacifica routine dell’avvocato. Il ghiribizzo della politica le prese trentaquattrenne, nel 2007, candidandosi per le Provinciali con il centrodestra in una «lista generazionale» Under 35 che sosteneva Giorgio Carollo, un ex dc legato a due pezzi da novanta del Veneto bianco Rumor e Bisaglia -, poi approdato alla corte di Silvio Berlusconi. Quando Ale ne incrociò la strada, Carollo era già sceso anche dal carro del Cav per fare il centrista in proprio.

L’avvocatessa fu trombata ma lasciò una traccia in un spot elettorale, tuttora rintracciabile sulla rete, nel quale tesse l’elogio del centrismo con la stessa eloquenza con cui oggi inneggia alle visagiste. «Il centro» disse, occhioni puntati sulla telecamera «è il luogo dove gli estremismi non trovano spazio, il luogo ideale per una politica concreta». Niente a che vedere con ciò che diceva per accattivarsi Cuperlo. È che pur di vendersi, Ladylike è pronta a tutto. Ieri come oggi.

Fu l’anno dopo che entrò decisamente in politica. Cambiata casacca, si mise in lista con Achille Variati, ex dc traslocato nel Pd e aspirante sindaco di Vicenza. Eletta con lui ne divenne il vice e, di lì a poco, ebbe l’incontro che decise della sua vita. Spedita da Vairati a Milano per una riunione di amministratori locali, fu notata da Filippo Penati, ras meneghino di Bersani. Costui ne apprezzò le forme e la grinta. Avvertì il capo a Roma di avere trovato la tipa tosta che faceva per lui nelle comparsate da Vespa & co. Bersani la prese con sé e si scavò la fossa. Giancarlo Perna, Libero, 23 marzo 2015

……Questa qui  ci ricorda qualcuna di nostra conoscenza:  identica faccina da cenerentola, identica capacità di mentire, identico volume di ipocrisia, identica ipertendenza al narcisismo egocentrico, identico  superpieno di vacuità coniugata al nullismo,  identica assoluta mancanza di etica e di morale, cui si unisce una forte vocazione al lecchinaggio  e all’esibizionismo perchè  anche lei è  una  “psicovanesia endocrina irresistibilmente attratta dal centro della scena”.

LA BUONA SCUOLA? FRUTTI ACERBI PER TUTTI, di Gianna Fragonara

Pubblicato il 18 febbraio, 2015 in Cronaca, Politica | No Comments »

I l testo della Buona scuola, anche dopo la profonda revisione di queste ultime settimane, resta una proposta di riforma della professione di insegnante più che una riforma del sistema educativo. È un tentativo comprensibile e ambizioso di modernizzare la scuola attraverso gli uomini e le donne che ci lavorano. I due pilastri su cui si reggeva la proposta presentata a settembre non hanno retto al tentativo di essere trasformati in legge. Il primo, il sistema degli scatti solo premiali per i due terzi degli insegnanti di ogni scuola, è scomparso dal decreto in preparazione. Nelle intenzioni del governo, questo avrebbe dovuto innalzare il livello di preparazione, di impegno e di performance degli insegnanti italiani: si è capito che sarebbe stato impossibile da applicare e iniquo nei risultati, oltre che inutile. È stato sostituito da un sistema misto di scatti di anzianità e di scatti di merito assegnati con un più complicato sistema di valutazione della quantità e della qualità del lavoro e dell’aggiornamento degli insegnanti. Un sistema che funzionerà soltanto, nel suo intento di premiare i più bravi, se ci saranno fondi sufficienti a spezzare quel patto non scritto del «ti pago poco ma ti chiedo poco».

Il secondo pilastro era il mega piano di assunzioni di precari, pensato con la lodevole quanto illusoria idea di chiudere per sempre il problema dei supplenti nella scuola, si sta rivelando inattuabile, quanto meno iniquo ( lo dicono i sindacati) e addirittura dannoso (giudizio della Fondazione Agnelli) per il sistema scolastico perché riempirebbe le scuole di insegnanti spesso senza cattedra in quanto abilitati in materie secondarie e non utili. Mentre per materie fondamentali come la matematica gli studenti continuerebbero ad avere supplenti e altri precari. C’è da aspettarsi che nel decreto si trovi una soluzione migliore, magari quella dettata dai tribunali con le ultime sentenze: assumere a tempo indeterminato chi ha lavorato 36 mesi negli ultimi cinque anni.
La scelta fatta a settembre di impiegare tutti i fondi disponibili per le assunzioni – salvo briciole per gli altri capitoli come l’innovazione tecnologica – e di rinviare la formazione degli insegnanti e le loro nuove competenze al prossimo concorso autorizza a pensare che per una riforma vera anche della professione ci sarà ancora da aspettare.

Le parole chiave

Lo slogan affascinante – «La scuola che cambia l’Italia» – ha trasmesso l’idea che una riforma della scuola serva a far ripartire il Paese: ma qual è l’idea di scuola che guida la nuova legge? Le parole chiave scelte dalla Buona scuola sono: concorso, alternanza scuola-lavoro, laboratori, autonomia, inglese, Internet, programmi contro la dispersione, formazione, scuole aperte. Tutti istituti o programmi già in vigore da tempo (i concorsi dai tempi della Costituzione) o in via di sperimentazione, ma che finora non hanno funzionato per motivi vari, e che i provvedimenti del governo cercheranno di rilanciare. Norme complicate e la burocrazia hanno frenato le innovazioni ma principalmente sono mancati i fondi e questo si ripeterà.
Dei grandi temi della scuola, a partire da quello che dovrebbe essere il curriculum degli studenti – un’ora di musica alle elementari e una di economia e arte nei licei non bastano -non c’è traccia nelle bozze: davvero così come è impostata la scuola italiana è al passo con i tempi? In passato si era parlato di riformare i cicli, di cambiare le medie, di rendere più flessibile l’ultimo biennio delle superiori, di migliorare l’offerta scientifica, solo per citare i principali temi del dibattito. Ci si attenderebbe che le nuove proposte, contrariamente al testo presentato nei mesi scorsi, parlassero di questo.

Altrimenti, come spesso avviene in Italia, se non si troverà un futuro credibile per la scuola pubblica, la riforma la faranno nei fatti gli studenti. Come dimostrano già i dati anticipati ieri sulle scelte per le superiori: i genitori e i ragazzi considerano che oggi sia utile una formazione scientifica e che servano le lingue, tanto è vero che i due licei con più iscrizioni sono lo Scientifico e il Linguistico. Due genitori su 5 – sono dati della ricerca pubblicata ieri dal Corriere – pensano che i propri figli avranno un futuro professionale all’estero: sarà questa scuola all’altezza di prepararli? Gianna Fragonara, Il Corriere della Sra, 18 febbraio 2015

……Una delle tante riforme renziane, chiacchiere al vento e nesusn fatto concreto. Intanto la “buonascuola” a Pescara cade a pezzi sulle teste dei ragazzi, o, come a Toritto, tiene al freddo i ragazzi della scuola  media dove,  a due decenni dalla metanizzazione del paese, il riscaldamento della scuola  va..si fa per dire…a gasolio. g.

LA FRETTA E I DUBBI, di Michele Ainis

Pubblicato il 13 dicembre, 2014 in Cronaca, Giustizia, Politica | No Comments »

A ogni azione corrisponde una reazione. È la terza legge della dinamica, ma è anche la prima legge della politica. Che infatti s’emoziona solo quando un’onda emotiva turba l’opinione pubblica. Troppi detenuti nelle carceri? Depenalizziamo. Troppi corrotti nella municipalità capitolina? Penalizziamo. Sicché in Italia siamo giustizialisti o garantisti a giorni alterni. Basta consultare Google: 141 mila risultati per «aggravamento delle pene», 143 mila per «diminuzione delle pene».

Ma oggi è il giorno dell’inasprimento, del giro di vite e di manette. Il Consiglio dei ministri ha appena licenziato un testo urgente, benché non tanto urgente da confezionarlo in un decreto. E quel testo stabilisce la confisca dei beni del corrotto (meglio tardi che mai). Innalza i termini di prescrizione che altre leggi avevano abbassato. E per l’appunto aggrava la pena detentiva di due anni. Succede sempre, quando c’è un allarme sociale da placare. È già successo con le norme approvate dopo l’ultimo caso di pedofilia (settembre 2012) o dopo il penultimo disastro ambientale (febbraio 2014).

Funzionerà? Come dice il poeta, «un dubbio il cor m’assale». Perché chi ruba e chi intrallazza non pensa al codice penale, pensa di farla franca. E se ci pensa, non saranno dieci anni di galera anziché otto ad arrestare i suoi progetti. Perché inoltre il deterrente non risiede nella durezza della pena bensì nella sua certezza; ma alle nostre latitudini è sempre incerta la condanna non meno della pena. Perché l’ordinamento giuridico italiano ospita già 35 mila fattispecie di reato, che chiunque può commettere senza nemmeno sospettarne l’esistenza. Rendendo così insicuro il cammino degli onesti, mentre rimane lesto il passo dei disonesti. E perché infine quell’ordinamento è volubile e sbilenco come i politici che l’hanno generato. Per dirne una, la legge di depenalizzazione del 1981 inasprisce le sanzioni per chi divulghi le delibere segrete delle Camere.

Eppure una via d’uscita ci sarebbe: passare dalla (finta) repressione alla (vera) prevenzione. Come? Per esempio sforbiciando le 8 mila società partecipate dagli enti locali. O con misure efficaci contro il conflitto d’interessi, che tuttavia alla Camera rimbalzano dalla commissione all’Aula senza che i nostri deputati cavino mai un ragno dal buco. Con una legge sulle lobby: gli americani se ne dotarono nel 1946, gli italiani hanno visto 55 progetti di legge andare in fumo l’uno dopo l’altro. Con l’anagrafe pubblica degli eletti, che i Radicali propongono (invano) dal 2008. O quantomeno potremmo uscirne fuori rendendo obbligatorio per legge il provvedimento deciso dal sindaco Marino dopo la scoperta dei misfatti: rotazione dei dirigenti, degli incarichi, dei ruoli di comando. Una misura anticorruzione già emulata in lungo e in largo, dal Comune di Canicattì al Policlinico di Bologna. E già benedetta da Cantone il mese scorso, quando sempre Marino avviò la rotazione territoriale dei vigili urbani, dopo l’arresto per tangenti del loro comandante.

Dopotutto, è l’uovo di Colombo. Se non resti per secoli inchiodato alla poltrona, ti sarà più difficile poltrire, ti sarà impossibile ordire. E il corruttore avrà i suoi grattacapi, se il corruttibile cambierà faccia a ogni stagione come una maschera di Fregoli. Dice: ma così diminuirà la competenza, che cresce in virtù dell’esperienza. Vallo a raccontare agli italiani, alle vittime di un’amministrazione incompetente e per giunta inamovibile. Vallo a raccontare a chi ha dovuto specchiarsi per vent’anni nelle facce immarcescibili degli stessi politici, degli stessi alti burocrati. Qui e oggi, una ministra fresca di stampa come Boschi sta facendo meglio di tanti suoi stagionati predecessori. E comunque l’uovo non lo inventò Colombo: fu deposto nell’antica Grecia. In democrazia si governa e si viene governati a turno, diceva Aristotele. Sarebbe bello se l’Italia sapesse riparare la sua democrazia. Di più: sarebbe onesto. Michele Ainis, Il Corriere della Sra, 13 dicembre 2014

……Il prof. Ainis è entrato nel cuore del problema. Il fenomeno  della corruzione, che, va detto, è vecchio quanto il mondo,  non si combatte aumentando le pene ma scardiando all’origine tutto ciò che le fa da viatico, che la favorisce, la diffonde, cioè le occasioni che come si sa, o come dicevano saggiamente gli antichi, fa l’uomo ladro. Uno dei rimedi, oltre ad una legislazione estremamente garantista, è quello che suggerisce Ainis, cioè, nella pubblica amministraone, la rotazione negli incarichi.  E’ comprovato che quanto più si cancrenizzano le posizioni di comando, tanto più esse tendono a far da sè e qui il secondo rimedio,  cioè, nella pubblica amministrazione, evitare che uno solo abbia il potere di decidere perchè in questi casi la “solitudine2 è cattiva consigliera. E poi ciò che da sempre si auspica, cioè l’anagrafe degli eletti, e l’ablizione della cosiddetta privacy per quanti amministrano il pubblico danaro. Per loro non solo finestre aperte ma squarciate. g.


INONDAZIONI, FRANE, ALLUVIONI: UN PIANO SPECIALE PER RICOMINCIARE, di Gian Antonio Stella

Pubblicato il 16 novembre, 2014 in Cronaca, Politica | No Comments »

Il disastro dovuto al maltempo era già tutto scritto. Lo scrisse Indro Montanelli, raccontando la cecità con cui stavano seppellendo la Liguria sotto il calcestruzzo.di Gian Antonio Stella

Polizia, vigili del fuoco e volontari al lavoro nell’area dove, a causa degli allagamenti, si è verificato il parziale crollo di una casa, nel ponente di Genova, in via delle Fabbriche, a Voltri (Ansa/Zennaro)

«Meno sentimentalismo sterile e più cemento!». Così urlavano gli incoscienti che mezzo secolo fa accolsero un gruppo di studiosi scesi a Montemarcello per opporsi alla lottizzazione degli stupendi declivi. Lo scrisse Indro Montanelli, raccontando furente la cecità con cui stavano seppellendo la Liguria sotto il calcestruzzo. E condannandola ai rischi di oggi. Toglie il fiato rileggere, nel ribollio di notizie su nuove esondazioni e nuove frane e nuovi lutti e nuovi incubi, i reportage dei grandi cronisti che allora descrissero inorriditi lo scempio di quella terra flagellata oggi dal maltempo e dallo strascico di errori antichi. Stanno venendo al pettine nodi lasciati per decenni irrisolti. Sul fronte economico e sindacale. Sul fronte delle periferie, bruttissime e progettate, per dirla con Antonio Cederna, come «case-canili». Sul fronte dell’ambiente dato che, come scrisse il nobiluomo modenese Luigi F. Valdrighi, «la barbarie è sgoverno permanente e, fra le caratteristiche degli sgoverni sono anche le inondazioni».

Per troppo tempo il nostro Paese, nel rapporto con la natura, è stato «sgovernato». Ignorando quanto già avvertiva Leonardo da Vinci: «L’acqua disfa li monti e riempie le valli, e vorrebbe ridurre la terra in perfetta sfericità, s’ella potessi». Dando la colpa delle alluvioni alla malasorte o addirittura alle streghe, come nel 1493 quando i mantovani bruciarono viva una poveretta accusata di una piena del Po. Scacciando come mosche fastidiose i ricordi delle tragedie che dovevano essere di monito. Pretendendo di imprigionare le acque come a Messina dove i 52 torrenti del territorio comunale sono stati per la metà intubati. E tagliando via via i fondi per il rischio idrogeologico. Ridotti l’anno scorso a 30 milioni di miserabili euro. Briciole.

È da qui che bisogna ripartire. Dobbiamo tornare a governare la nostra terra. Proprio perché è bellissima e fragile. Perché è unica al mondo. Perché riparare i suoi guasti con un grande progetto e grandi investimenti potrebbe essere l’occasione per sfilarci dal collo il nodo scorsoio della crisi. Come potrebbe l’Europa sbatterci i suoi No in faccia su un tema come questo? Per essere credibili in questa svolta e in questa pretesa che anche i Paesi europei più diffidenti ci assecondino in uno sforzo che sarebbe immane, però, dobbiamo essere consapevoli fino in fondo delle responsabilità che abbiamo. E degli errori, qua e là irrimediabili, purtroppo, che abbiamo commesso ai danni di un patrimonio universale. Non basta vantarci di avere più siti Unesco di tutti: abbiamo l’obbligo di meritarceli. E se dal nostro passato migliore abbiamo l’opportunità di trarre la forza per ripartire, dal passato peggiore dobbiamo assolutamente ricavare la lezione per non ripetere sempre gli stessi, maledetti, criminali errori. Basti rileggere un passaggio del libro La colata di Sansa, Garibaldi, Massari, Preve e Salvaggiulo dove si racconta ad esempio di come una notte, a Sanremo, «una zona di 72 ettari che era stata classificata come “frana attiva” da Alfonso Bellini, uno dei geologi più noti d’Italia, con un tratto di colore diventa edificabile» con un voto quasi all’unanimità nonostante tutti avessero ancora «negli occhi le immagini di via Goethe, a due passi dal municipio, trasformata dalle piogge in un fiume di fango e pietre». Restò indimenticabile, allora, il commento dell’udc Luigi Patrone: «Io voto sì, ma da quelle parti i bambini non ce li porto a giocare».

Era già tutto scritto. Tutto. Fin dagli Anni 60, quando Giorgio Bocca coniò espressioni quali «Lambrate sul Tigullio» e Leonardo Vergani narrò di come «arrivati a Rapallo sull’onda di un nome una volta famoso, un nome quasi mitico negli inverni padani, i milanesi con un conticino in banca» avevano «dato la scalata al mutuo, fatto economie, firmato rogiti lasciandosi allegramente spolpare pur di diventare proprietari del loro fazzoletto piastrellato, scala B interno 14». Una corsa pazza. E «i pentimenti, al punto in cui siamo, sono liquidi come le lacrime dei coccodrilli». «Su oltre 8.000 chilometri di coste», denunciava nel ‘66 Antonio Cederna, «più della metà sono da considerarsi perduti in quanto ridotti ad agglomerati lineari semi urbani, squallidi e ininterrotti, che riproducono sulla riva del mare gli aspetti peggiori delle concentrazioni cittadine, stroncano ogni continuità fra mare e risorse naturali dell’entroterra, e distruggono praticamente la stessa potenzialità turistica delle zone investite».

Il caso limite, spiegava, era proprio la Riviera ligure, «dove località già famose per i loro parchi e giardini sono ridotte ad avere venti centimetri quadrati di verde per abitante “estivo”, e dove l’indice di affollamento supera d’estate quello del centro di Londra. Nella Riviera di Ponente, su 175 chilometri di costa restano soltanto 900 metri di spiaggia libera». Certo, la Liguria veniva soprattutto nell’entroterra da secoli di miseria, fame, emigrazione. Basti ricordare i «birbanti» che partivano dalle montagne alle spalle di Chiavari per guadagnarsi la «birba», cioè il tozzo di pane, quotidiana. Il turismo, lo sviluppo, il boom furono accolti come una manna sulla quale non bisognava fare gli schizzinosi.

Egisto Corradi, scandalizzato dalla costruzione a Rapallo di «diecimila vani all’anno» fino a farne in certe parti «una periferia di grande città» e dalle masse esagerate di turisti ingolfati sulla «spiaggia formato francobollo», raccolse l’ottuso entusiasmo di un rapallese: «Tutto vero, ma è anche vero che a 3.000 lire a testa fanno più di 10 milioni di lire lasciati a Rapallo. Siamo nell’era della produttività e dell’automazione? Se i tempi lo vogliono, Rapallo diventi pure una macchina per villeggiare!». Ma valeva davvero la pena di avventarsi in quel modo ad arraffare ogni occasione di business ? Lasciamo rispondere a Indro Montanelli, che in quel lontano ‘66, decenni prima che esplodessero insieme i torrenti intubati e le contraddizioni, scriveva: «Gli anni del boom passeranno alla storia come quelli della sistematica distruzione dell’ex giardino di Europa, perché i miliardi in mano agl’italiani sono più pericolosi delle bombe atomiche in mano ai bantu. E la prova la fornisce la Liguria dove i miliardi sono affluiti con più alluvionale intensità. Da Bocca di Magra al confine francese, per trecento chilometri, è un bagnasciuga di cemento». E concludeva amaro: «Evidentemente il buon Dio fece il «giardino d’Europa» in un momento d’indulgenza e di abbandono. Poi si accorse della propria parzialità e la corresse mettendoci come giardinieri gl’italiani». Gian Antonio Stella, Il Corriere della Sera, 16 novembre 2014.

…..Renzi, chiacchierone e imbonitore da strapazzo, non si è recato neppure una volta sui luoghi dei disastri nè ha dedicato un briciolo di attenzione alla brutalità degli eventi calamitosi  che stanno abbattendosi su tanta parte dell’Italia del Nord. Insomma non gliene può fregar di meno, solo preoccupato di mettere a punto strategie e strumenti che gli possano consentire di eternarsi un potere comunque sia. Povera Italia, “…..nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di province ma bordello”.  g.

DUELLO GIANNINI-FLORIS, CHE NOIA…. di Aldo Grasso

Pubblicato il 17 settembre, 2014 in Cronaca, Politica | No Comments »

Martedì di coppe. Il clima era da derby – Giannini contro Floris -, cosa rara per uno scontro tra due programmi tv. Ancora più rara se si pensa che a duellare erano due talk, due programmi basso costo che vivono di chiacchiere. Un derby dei poveri, verrebbe da dire. «Tanta roba», dice Mentana. Uno zapping furioso per lo spettatore. Inizia per primo «Ballarò» (Floris perde lo sprint per una misteriosa replica della Gruber) e Massimo Giannini esordisce con toni un po’ tromboneschi: «il senso della nostra missione», «la Rai, troppo spesso screditata, è la più grande azienda culturale del Paese», «i nostri azionisti di riferimento saranno i cittadini», «vogliamo raccontare l’Italia migliore».

Sarà per un comprensibile nervosismo, ma non basta essere una firma per condurre un programma, ci vorrà tempo per conquistare la scena. Iniziare poi con un faccia a faccia con Romano Prodi non aiuta certo a dare ritmo alla serata: il vero «Ballarò» parte solo alle 22. Giovanni Floris presenta subito i suoi ospiti (la solita compagnia di giro più il fighetto dei gelati Grom) ma colpisce non poco la scenografia: il vecchio impianto delle poltrone contornato da una balconata tipo «Macao». Per fortuna c’è la copertina di Maurizio Crozza che fa il verso a Renzi, Marchionne, Landini, persino allo stesso Floris. Crozza fa un umorismo funzionale al programma, non così Roberto Benigni, un «regalo» secondo Giannini. Sarà, ma il comico toscano ormai non stupisce più, sembra ripetere sempre lo stesso copione, tromboneggia anche lui in nome di un’Italia migliore. Il nuovo «Ballarò» sceglie la strada «seriosa»: le operette morali di Benigni mascherate da battute, la lunga intervista a Prodi, tempi distesi e mancanza di ritmo. «DiMartedì» è più scandito, anche per la maggiore presenza di pubblicità, e prova a essere pop, ma la distinzione rispetto agli altri talk della rete sfuma.

Floris va con il pilota automatico e non rischia nulla. La prima impressione è quella di una dissonanza cognitiva. Come dopo una separazione, i brandelli di una famiglia comune sono divisi in due nuove case. Da una parte il marchio, la collocazione, lo studio. Dall’altra le poltrone, il conduttore, il comico. Tutto il resto è poco più di un rimpiazzo, per quanto blasonato. Tutto il resto è semplice accumulo, di nomi cariche e temi, per mostrarsi al vecchio partner indifferenti al divorzio, e persino più forti. Ma il doppione rimane. I programmi sono appena cominciati e già sono spompi, sentono entrambi il peso degli anni di «Ballarò». I reportage filmati, il dibattito tra politici di opposte (più o meno) fazioni, gli innesti «speculari» dalla carta stampata o dalla fantomatica società civile: nulla di inatteso, nessun scarto rispetto al già noto. Aldo Grasso, Il Corriere della Sera, 17 settembre 2014

……E’ vero, che noia ieri sera tra Giannini, ex  giornalista d’assalto  trasformato in titubante quanto improvvido conduttore, e Floris che stancamente ripeteva il copione di sempre. Ha ragione Grasso, che noia…g.

IL SIGNOR CAPO DELLA POLIZIA E I CRETINI, di Gian Marco Chiocci

Pubblicato il 20 aprile, 2014 in Costume, Cronaca | No Comments »

LETTERA APERTA AL CAPO DELLA POLIZIA

Signor Capo della Polizia

chi le scrive, prima di assumere la direzione de Il Tempo, ha trascorso gran parte della sua esistenza professionale facendo il cronista di strada e l’inviato speciale. In queste vesti ha provato a raccontare con obiettività i fatti che gli scorrevano davanti. Un bel giorno – si fa per dire – finisce catapultato nella bolgia di Genova, città assediata, impaurita, presidiata da elicotteri, blindati, robocop in uniforme e cavalli di frisia. Abituato, per sfida e per cultura a ritrovarsi spesso dalla parte sbagliata, pensai di procedere controcorrente rispetto alla totalità dei colleghi impegnati a celebrare i proclami di guerra dei cattivi maestri in tuta bianca: e così, dopo essermi beccato sul fianco una manganellata tirata alla cieca da un agente al primo contatto con gli antagonisti, un po’ prevenuto chiesi a quei poliziotti la possibilità di seguirli come un’ombra, di registrare le loro sensazioni, di raccontare l’altra faccia degli scontri che avrebbero fatto storia. Non mi dissero di sì, e nemmeno di no. Non lo sapevo ma erano gli uomini super addestrati del famoso (“famigerato”, direbbero i no global) Settimo Nucleo, il fiore all’occhiello di tutti i reparti mobili. Mi ritrovai così in mezzo a loro a vivere un’esperienza allucinante che cambierebbe a chiunque il modo di pensare e di vedere le cose.

Trascorsi le successive sette-otto ore nell’inferno di una violenza a senso unico – quella del Blocco Nero – che non credevo possibile. Non è retorica, e nemmeno piaggeria, ma per abusare di Blade Runner ho visto davvero cose che certi opinionisti e sinistri parrucconi non possono lontanamente immaginare. Ho visto ragazzi, i suoi ragazzi, signor capo della Polizia, piegarsi in due a colpi di pietre e bastonate. Ho visto i caschi della Celere frantumarsi al contatto con le biglie d’acciaio. Ho visto divise prendere fuoco insieme a chi le indossava. Li ho visti piangere dal dolore, soffocare nei loro stessi gas lacrimogeni, chiedere aiuto e soccorso ai compagni. Ma soprattutto li ho visti ogni volta risorgere, rialzarsi miracolosamente, ricompattarsi a mo’ di testuggine, battere sugli scudi per ritrovare coraggio, rincorrere ombre anche se azzoppati, ingaggiare nuovi scontri, rispondere alle offese senza mai infierire quando al loro posto – lo confesso – li avrei presi tutti gratuitamente a mazzate. Li ho visti andare al macello in settanta contro 500/600, mi sono detto ma chi glielo fa fare, ho pensato alle loro mogli e ai figli a casa, e più avanzavano malconci e fieri verso quel muro d’odio e più pensavo che a gente così bisognerebbe dargli cinquemila euro d’aumento, minimo. Al termine di quella giornata ho visto una città distrutta, bruciata, disorientata, avvolta dal fumo nero, stuprata da migliaia di animali. Quel che ho visto l’ho raccontato senza filtri e preconcetti. Ma l’indomani, leggendo i giornali, pensavo d’aver vissuto un incubo coi responsabili di quella guerra civile osannati e coccolati e i difensori dello Stato umiliati e maltrattati. Ci fu la Diaz, è vero, con lo schifo che alcuni poliziotti senza nome fecero all’interno. Ci fu la tragedia di Carlo Giuliani, ucciso per legittima difesa da un carabiniere terrorizzato dall’orda di barbari invasati sulla camionetta incastrata. Ci fu anche una gestione dell’ordine pubblico penosa. Ma le devastazioni, i danneggiamenti, i saccheggi, gli assalti, i pestaggi, i 20 milioni di euro di danni, i 170 poliziotti e carabinieri portati all’ospedale, che fine avevano fatto?

Ecco. La storia oggi si ripete, signor Capo della Polizia. Perché la storia, talvolta, non insegna niente e quando concede il bis si diverte a indurre in errore chi dovrebbe restarne immune. Dispiace che a commetterlo, stavolta, sia stato Lei, nella fretta di dare del «cretino» a un suo poliziotto che avrà anche sbagliato a calpestare un manifestante (sarà la magistratura a stabilire se l’ha fatto apposta) ma che – assieme agli altri suoi colleghi – per ore ha subìto di tutto, come ogni giorno subiscono all’inverosimibile sui monti della Tav o allo stadio, in un crescendo d’ansia e adrenalina senza eguali. La base del Corpo è in rivolta per le sue parole, i sindacati di polizia l’hanno criticata ferocemente, il prefetto di Roma ha detto cose ovvie e naturali che i suoi uomini si aspettavano da Lei, il ministro Alfano ieri ha difeso il Corpo con parole che da decenni non si sentivano al Viminale. Non faccia finta di non ascoltare quelle voci. Anche se nella sua lunga e brillante carriera ha combattuto (bene) il crimine organizzato senza occuparsi mai della piazza, dia presto un segnale a chi rifugge il pensiero unico della polizia cilena. Come scriveva Sun Tzu nell’Arte della guerra, un vero leader non comanda con la forza ma con l’esempio.Gian Marco Chiocci, iL TEMPO 20 APRILE 2014

…..tROPPO BUONO IL DIRETTORE DE il Tempo, glorioso quotidiano romano, che al capo della polizia chiede di dare l’esempio scendendo in piazza insieme agli uomini che subiscono assalti, aggressioni, umiliazioni, e sberleffi. Davvero troppo poco visto che mensilmente guadagna 50 volte in più di un poliziotto pestato dai delinquenti che con la scusa della protesta distruggono intere citta’, ad iniziare da roma. un capo della polizia che da’ delc retino ad un suo uomo senza che ne sia stata acceertata la colpa, merita di essere esonerato dal comando  e mandato in piazza agli ordini di un qualche caporale.

UN MUSEO DEL FASCISMO A PREDAPPIO, CITTA’ NATALE DEL DUCE

Pubblicato il 19 aprile, 2014 in Cronaca, Storia | No Comments »

Chi era Benito, prima di diventare Mussolini? E com’era l’Italia, quando Mussolini era Duce? E cosa rimase, quando cadde il Duce Benito Mussolini? Soprattutto: quale città può, meglio di tutte, raccontare questa Storia?
A Predappio, città dove tutto nacque e dove tutto silenziosamente continua, ci arrivi portato da una strada maestosa, già viale Mussolini e ora, per catarsi toponomastica, viale Matteotti.

È costeggiato, a destra e a sinistra, da meravigliosi e fascistissimi edifici, voluti dal Duce e disegnati da Florestano di Fausto, l’architetto che negli anni Venti trasformò la località di Dovia, che aveva dato i natali a Mussolini, nella Predappio «Nuova» che doveva celebrare il mito delle origini del Duce. Fu detto, in sfregio alla verità e in omaggio al Condottiero, che la Predappio vecchia, in collina – la Predappio Alta di oggi – stava crollando per una frana, e attorno al casone dove il 29 luglio 1883 era nato, da un fabbro e da una maestra, Benito Mussolini, si costruì una città ex novo. Questa.
Di qua e di là dal vialone, sfilano, razionali e massicci, l’edificio delle Poste, l’esedra del mercato, il teatro, la Casa per i dirigenti dell’Aeronautica Caproni (dell’immensa fabbrica, su in collina, rimane solo una grande M di mattoni romani), la caserma dei Carabinieri, l’asilo comunale gestito, oggi come allora, caso unico in Italia, da suore… Tutti gli edifici hanno ancora le piastrelle originali in ceramica col numero civico, da cui è stato staccato il fascio littorio… E, in fondo, prima della grande piazza centrale – sproporzionata, come le ambizioni del Duce – proprio sotto Palazzo Varano dove per vent’anni risiedettero i Mussolini, e che oggi è sede del Comune, troneggia la monumentale Casa del Fascio, un tempo magnifica, oggi in completo abbandono: tre piani, 2400 metri quadrati, marmi che profumano di regime e una grande Storia da narrare. Diventerà – se le cose andranno come devono – la sede del primo museo del Fascismo. Voluto da un sindaco di sinistra.
Il sindaco di sinistra si chiama Giorgio Frassineti, ha cinquant’anni, renziano, post-ideologico, sangue romagnolo e mascella volitiva. È geologo e la propria terra la conosce molto bene. Ricandidato per le prossime elezioni amministrative del 25 maggio, ha molte probabilità di vincerle. E se ciò accadrà, con altri cinque anni davanti, farà qualcosa di rivoluzionario per queste parti: «Basta con la Predappio del turismo in camicia nera. La città non deve celebrare, né sopportare il fascismo. Lo deve conoscere, in modo completo. E per farlo, deve sapere cosa è stato il fascismo, come è nato e come è caduto: occorre raccontarlo, senza paure. Occorre un museo. A Predappio c’è anche il luogo adatto…».
Pedagogica e propagandistica, la Casa del Fascio di Predappio fu costruita fra il ‘34 e il ‘37, un parallelepipedo fluido ed eclettico: cotto romano, travertino e torre littoria. Scalone monumentale, vetrate immense, marmi e uno sfarzoso salone delle feste. All’epoca ospitava gli uffici del Partito ed era il centro della vita politica e sociale della città. Oggi è invasa da colombi che nidificano nella torre, mobili sfasciati, muffa, vetri rotti, ed è il simbolo della colpa primigenia cittadina. Architettonicamente ancora splendida, la Casa del Fascio oggi è in degrado.
Trasformarla in museo avrebbe un costo economico alto, ma con gli aiuti europei o dei privati, accessibile. Ma trasformarla in un museo del Fascismo, avrebbe costi politici ancora maggiori. La città lo accetterebbe? E la sinistra locale? E quella nazionale? Gli storici cosa direbbero? E i nostalgici? E le vestali della Resistenza?
Il sindaco Frassineti, seduto nel suo studio a Palazzo Varano, dietro la grande scrivania in rovere che arriva dalla Rocca delle Caminate, il castello sulla collina di Predappio che fu residenza estiva di Benito Mussolini negli anni Trenta («quando arrivava Lui, accendevano un faro con il fascio tricolore che aveva 60 chilometri di raggio, illuminava mezza Romagna…»), una risposta ce l’ha. È la storia che ci racconta: «Questo palazzo fu la seconda casa dei Mussolini, si trasferirono qui perché l’edificio ospitava, al primo piano, la scuola dove insegnava la mamma, Rosa Maltoni. Il mio ufficio è la stanza dove dormiva il piccolo Benito. Proprio lì, dov’è seduto lei. È comodo?».
Fare il sindaco è già difficile. Fare il sindaco di Predappio, ancora di più. Fare il sindaco di sinistra a Predappio, dev’essere scomodissimo. Il primo del dopoguerra, un comunista, si chiamava Partisani, e di nome faceva Benito… «Se nel Ventennio Predappio fu la “meta ideale” di ogni italiano, “la Galilea di tutti noi” come diceva Starace, quando si spostavano addirittura le fonti del Tevere perché tutto nascesse qui, dopo il ‘45, sulla città cadde la damnatio memoriae. Nessuno ci venne più. Solo silenzio e disonore». Fino al 1957, quando divenne presidente del Consiglio Adele Zoli, «un democristiano bacchettone, non proprio bellissimo, e infatti lo chiamavano Odone… Però era di Predappio, unica città d’Italia, finora, che ha dato i natali a due premier, neppure Roma… Comunque, Zoli fece quello che nessuno aveva osato prima. Riportò qui, da Cerro Maggiore, su un’auto americana, in una cassa di sapone, la salma di Mussolini. Fu un gesto di pietà cristiana, e di saggezza politica. Anche Montanelli e Biagi scrissero che era giusto così…». Bisognava liberare lo Stato da un cadavere in esilio che lo teneva in ostaggio da anni. E da quel momento tutto cambiò. «Quel giorno nel cimitero di Predappio, sulla tomba di famiglia dei Mussolini, il libro delle firme, primo di una lunga serie, raccolse 400 nomi». Iniziava il pellegrinaggio della memoria. «Per lungo tempo fu un pellegrinaggio silenzioso. Poi nel 1983, il giorno del centenario della nascita del Duce, 29 luglio, arrivarono venti-trentamila persone, chi lo sa? Polizia schierata, il sindaco – ancora del Pci – che temeva gli scontri, tensioni. Ma non accadde nulla… Veniva sdoganata la fascisteria nostalgica. Fino a quando, nel 1994, per la prima volta l’amministrazione comunale, Pds, concede l’autorizzazione ad aprire tre negozi di souvenir…». Paccottiglia, che prima veniva venduta sottobanco: busti, fasci, vino del Camerata… «Fu un errore: da allora Mussolini viene gestito da un gruppo di commercianti invece che dalla comunità». L’ha detto tante volte il sindaco Frassineti: «Raduni e fascisteria sono i nemici di Predappio. Non ci permettono di pensare al futuro, ci relegano al passato, fuori dalla storia. Bisogna ribaltare tutto: non celebrare il Duce degli italiani, ma capire il fascismo e Mussolini». E cosa meglio di un grande museo?
Intanto, per preparare la strada, che sarà lunga, costosa e scivolosa, il sindaco ha tracciato il solco. Con una decisione storica, pochi mesi fa, ha aperto la Casa natale di Mussolini, il «vecchio» casone sopra l’esedra del mercato – da sempre meta di pellegrinaggio, insieme alla cripta nel cimitero in fondo al paese – per ospitare una mostra su Il giovane Mussolini: lettere, cartoline, fotografie, giornali, ritratti che raccontano gli anni dell’adolescenza e la formazione politica dell’Uomo nuovo venuto dalla Terra del nulla… La mostra, per nulla celebrativa, con un comitato scientifico composto da storici di sinistra, è aperta solo nel weekend e stacca un centinaio di biglietti al giorno. Nessun neofascista, tutta gente normale.
Fa impressione, arrivando davanti alla vecchia casa del fabbro, incrociare gli occhi di un giovane Benito Mussolini, baffi e finanziera, nella gigantografia 6 metri per 6 che campeggia sulla facciata. Eppure, anche se una cosa del genere era impensabile fino a pochi anni fa, in una Predappio che certe cose preferisce non vederle, o che sopporta con fastidio, non c’è stata la minima polemica. «A riprova che la mostra è stata fatta con attenzione – è la spiegazione che si dà con orgoglio Franco Moschi, che ha concesso il materiale esposto, 200 “pezzi” su una collezione personale di oltre 35mila, probabilmente la più grande esistente sul fascismo -. Niente di politico o di politicizzato, perché non c’è niente da negare o da celebrare. Solo capire le radici di una vita che ha segnato il Novecento».
Predappiese («Ma per anni ho detto che ero di Forlì…, essere di qui non è facile, mi creda»), 53 anni, imparentato alla lontana coi Mussolini («Il mio bisnonno e Benito erano cognati, Romano è stato per me un secondo padre e Donna Rachele mi regalò i primi libri…»), Franco Moschi conosce bene il fascismo, e ancora meglio Predappio. «Non abbiamo bisogno di elmetti e gagliardetti. Ma di mostre e di studi».
In Italia si contano circa 55 Istituti storici della Resistenza. Molte le mostre e le manifestazioni per ricordare ciò che accadde alla «fine» o «dopo» il Ventennio. Nulla su ciò che fu «all’inizio» o «durante».
Predappio, dove tutto cominciò, centotrent’anni fa, sarebbe perfetta per la prima museificazione del Fascismo. C’è una splendida Casa del Fascio da recuperare, un sindaco di sinistra che ci crede, una città che vuole uscire dal silenzio e abbattere i sensi di colpa. Ben più resistenti, purtroppo, dei fasci littori di marmo.
Fonte: Il Giornale, 19 aprile 2014

…….Non è ancora ciò che è giusto che sia a oltre 70 anni dalla fine del fascismo e dalla morte del suo fondatore, cioè una riscritura oggettiva, scevra da rancori e odi, giustizialismo e aprioristiche condanne, di ciò che fu il fascismo e il suo fondatore, ma questa idea di un sindaco postcomunista di un Museo del fascismo,  nel luogo dove nacque Mussolini, e che durante il ventennio fu eretto a simbolo del regime e nel dopoguerra a  luogo di adunate nostalgiche,   sembra essere stata partorita dalla fantasia dell’indimenticabile Giovanni Guareschi. Un post comunista che si incarica di riscrivere secondo verità la storia di un quarto di secolo della nostra storia è una notizia che segna, speriamo per sempre, la fine  del clima da  guerra civile che nonostante i 70 anni trascorsi,  per taluni è ancora in atto. g.