Archivio per la categoria ‘Politica estera’

I NOSTRI MARO’ IN CARCERE. E MONTI FA L’INDIANO…

Pubblicato il 6 marzo, 2012 in Politica estera | No Comments »

Due nostri soldati, marò del San Marco, da ieri sono in carcere in India. Li hanno presi con l’inganno, in spregio ai trattati internazionali.

India, i marò italiani in cella

Fessi noi che ci siamo fatti intortare. Ma questo non può giustificare un affronto all’Italia intera. I fatti sono noti. I due erano a bordo di una nave italiana che navigava in acque internazionali al largo delle coste indiane. Ce li aveva mandati il nostro governo per proteggere un pezzo di Italia dagli assalti dei pirati che infestano quelle zone. C’è stato un incidente, una sparatoria in cui sono rimasti uccisi due pescatori probabilmente scambiati per pirati. I nostri negano di aver fatto fuoco, altre navi incrociavano in quel momento poco lontano. Gli indiani non hanno dubbi: hanno sparato gli italiani, ma non forniscono alcuna prova. Ma al di là della dinamica una cosa è chiara: l’inchiesta deve essere svolta da un tribunale militare italiano e, se ritenuti colpevoli, i marò dovranno scontare la pena in un carcere italiano.

Siamo quindi di fronte a un sequestro di militari italiani da parte di un Paese straniero. I marò devono essere subito liberati e consegnati ai nostri. Il problema non riguarda solo l’Italia ma l’intera alleanza politica e militare della quale facciamo parte e alla quale abbiamo dato un tributo di sangue non indifferente sui fronti di crisi aperti nel mondo. Un Paese non vive di solo spread, e un governo che non sa difendere i suoi uomini, che non ottiene il rispetto dei trattati, è meglio che si faccia da parte. La presunta autorevolezza internazionale del nuovo premier e della nuova Italia va dimostrata innanzi tutto su questo piano. Monti non può fare anche lui l’indiano, il suo silenzio fa male. Non siamo tutti come Pisapia e la sua maggioranza che ieri a Milano hanno negato l’esposizione sulla facciata del Comune della foto dei due marò in segno di solidarietà, come avviene con i civili italiani sequestrati nel mondo. Noi non ci stiamo. A pagina tre trovate il poster dell’orgoglio. Facciamone buon uso. Alessandro Sallusti, 6 marzo 2012

L’INDIA METTE IN GALERA I DUE MARO’ ITALIANI…CHE FIGURACCIA PER LA DIPLOMAZIA ITALIANA

Pubblicato il 5 marzo, 2012 in Cronaca, Politica estera | No Comments »

I due marò arrestati

I due marinai italiani illegittimamente deportati dalla nave italiana nella sede della Polizia indiana,  da oggi sono in carcere per ordine di un solerte giudice indiano. Il Ministero degli Esteri italiano ha diffuso una not ain cui esprime meraviglia per questa involuzione della controversa vicenda che vede i due marinai italiani accusati di omicidio, proprio loro che lì stavano compiendo aloro rischio una misisone di tutela in acque spesso teatro di insidiose scorribande di pirati del 21° secolo. L’arresto peraltro avviene ancor prima che siano accertate le loro responsabilità. Anche alcuni organi di stampa stanno stimolando i loro lettori ad inviare email di protesta all’Ambasciata indiana a Roma. Ci sembra che a prescidnere dalle iniziative di natura propagandistica e accertato che in base alle leggi internazionali la competenza a processare, eventualmente,  i due marinai apparteine all’Italia, ci pare che sia arrivato il momento di alzre il dito contro coloro che permisero ad uomni armati di un Paese straniero di metter epiede sulla nave italiana che essendo in acque internazionali era ed è territorio italiano. Averlo permesso è di per sè ragione di dubitare delle capacità di chi aveva il comando dela nave e anche della diplomazia romana che lo ha permesso. In altri tempi e per molto meno ci fu chi schierò i corpi armati poer impedire che sul suolo italiani agenti stranieri (di un Paese amico!)  facessero il loro comodo. Altri tempi e altri uomini. g.

PUTIN SI RIPRENDE LA RUSSIA

Pubblicato il 5 marzo, 2012 in Politica estera | No Comments »

Il patriarca della chiesa russa non lo ha detto apertamente, ma ci è andato davvero vicino. «Spero che il risultato di queste elezioni permetta al nostro paese di proseguire lo sviluppo spirituale e materiali degli ultimi anni», ha commentato ieri pomeriggio, mentre votava nel seggio speciale allestito a Chisty Pereulok, la sua dimora di Mosca.

Se si pensa che la parola usata più spesso da Vladimir Putin in questa campagna elettorale è stata «stabilità», non è difficile immaginare quale nome fosse scritto sulla scheda del patriarca Cirillo. Ieri la Russia è andata alle urne per scegliere il nuovo presidente, i risultati definitivi ancora non ci sono ma Putin ha conquistato il suo terzo incarico al Cremlino dopo una parentesi di quattro anni alla guida del governo. Putin ha votato nel centro della capitale con la moglie Ludmylla: poche ore più tardi le attiviste di Femen, il movimento di ragazze ucraine conosciuto in tutta Europa per le proteste in topless contro banche, governi e personaggi politici, ha cercato di rubare l’urna con la scheda del presidente. Quel che si sa è che si trovano agli arresti e che potrebbero essere espulse dal paese già nelle prossime ore.

I movimenti di opposizione hanno già denunciato brogli e irregolarità nei seggi, anche se le percentuali degli exit poll e dei primi risultati, che oscillano fra 59 e 63%, riportano Putin, che ha festeggiato in lacrime, alla presidenza della Federazione senza passare dal secondo turno di ballottaggio. Alla fine dello spoglio il suo rivale più pericoloso, il comunista Gennady Zyuganov, dovrebbe arrivare secondo; lontano il milionario Alexandr Prokhorov, che aveva deciso di scendere in politica per portare vento liberale in Russia.

La popolarità di Putin è trasversale, parte dai ranghi della chiesa ortodossa (che pure lo avevano criticato nel corso della campagna elettorale) e arriva alle grandi masse delle periferie urbane. Negli ultimi mesi si sono registrate decine di proteste contro il Cremlino, che hanno avuto come protagonisti giovani intellettuali, manager ed esponenti della classe media. La grande maggioranza della popolazione, tuttavia, resta con il leader. «Noi crediamo che sia un buon politico, Putin ha sempre fatto il bene del nostro paese», dice Dmitri, un uomo sui cinquanta seduto a un tavolo del ristorante Le Borshch, nel centro di San Pietroburgo.

In questa città, la città in cui sono nati sia Putin sia il suo delfino, Dmitri Medvedev che oggi siede al Cremlino ma presto prenderà la guida del governo, la domenica del voto è passata come se fosse un giorno qualunque: le mamme con il cappotto accompagnano i bambini alle piste da hockey trascinando i loro borsoni enormi e le coppie passeggiano lungo le strade eleganti del centro. Non ci sono molti manifesti elettorali, quelli di Putin non hanno la sua fotografia ma soltanto il nome. «Non sono andata a votare, la politica non mi interessa per niente», racconta Ksenia, una ragazza di vent’anni che studia all’università. Viene proprio dal dato dell’astensionismo la grande incognita di queste elezioni: ieri, intorno alle 13 di Mosca, il tasso di partecipazione viaggiava intorno al 30 per cento, il 4 in più rispetto alla tornata precedente.

Il governo ha fatto installare centinaia di telecamere nei seggi prima del voto, un sistema per tenere sotto controllo la fase del conteggio. L’operazione sembra efficace: a San Pietroburgo la polizia ha già confermato un caso di urne truccate. A Mosca, i sostenitori di Putin si sono radunati già ieri pomeriggio in attesa degli annunci ufficiali. Il ministero dell’Interno ha rafforzato i controlli in città, aumentando il numero degli agenti in servizio. Quel che si teme non è la festa dei Nashi, il giovane esercito del presidente: oggi l’opposizione potrebbe organizzare un grande corteo di protesta, come dicono gli accordi siglati nei giorni scorsi nel palazzo del governatore, e il pericolo di scontri è elevato. Alla marcia non dovranno partecipare più di diecimila persone, ha detto il numero uno di Mosca, Sergei Sobyanin: «Non permetteremo a nessuno di mettere le tende nelle nostre piazze».

In altre parti del paese, questo giorno non sarà ricordata soltanto per il (probabile) successo di Putin. In Inguscezia, la Repubblica più piccola e più povera del Caucaso, un anziano signore è arrivato al seggio per firmare un record stravagante: con i suoi 116 anni compiuti, Appas Iliyev è diventato il più vecchio elettorale nella storia del paese. «Quest’uomo è nato nel 1896 e ha votato nel villaggio di Guli», ha fatto sapere il presidente della commissione elettorale. Ma le elezioni del 2012 hanno anche un altro primato, decisamente meno triviale: ben cinque persone sono morte per arresto cardiaco ai seggi. Ma questa è l’unica notizia luttuosa nella domenica di Putin.Il Giornale 5 marzo 2012

LA DISTRUZIONE DI UN POPOLO (greco) di Mario Sechi

Pubblicato il 13 febbraio, 2012 in Politica, Politica estera | No Comments »

il sogno dei fondatori dell’Unione? L’Europa è l’odore acre dei lacrimogeni sparati contro il compositore greco Mikis Teodorakis, un artista di 88 anni che voleva parlare alla folla? Quali parole avrebbero usato oggi il francese Jean Monnet, il franco-tedesco Robert Schuman, gli italiani Altiero Spinelli e Alcide De Gasperi, il belga Paul-Henri Spaak, il tedesco Konrad Adenauer, i padri fondatori dell’Europa, di fronte allo scempio di Berlino, alla debolezza di Parigi e ai tentennamenti dell’Italia di fronte a un’azione che ha un punto di partenza ipocrita (salvare le banche tedesche e francesi) e un punto d’arrivo folle (ridurre in povertà una nazione). Quando perfino uno speculatore da mar degli squali come George Soros dice che «la Merkel sta portando l’Europa nella direzione sbagliata» allora bisogna drizzare le antenne. La ricetta del rigore in questo scenario produce più recessione. I poveri diventano più poveri. E i ricchi mettono le ali ai capitali. Consiglio la rilettura de «Il Grande Crollo» di John Kenneth Galbraith. È il racconto della crisi del 1929, sono elencati tutti gli errori di ieri che si stanno ripetendo oggi. Solo che lo scenario è quello europeo e gli americani – che quella lezione l’hanno imparata – sono preoccupati. Il piano di salvataggio della Grecia è in realtà un piano di affondamento di una nazione e della stessa Europa. Il Parlamento di Atene lo vota? Passa la linea kamikaze tedesca sposata dal ministro delle Finanze greco, Venizelos, che dice «scegliamo il male per evitare il peggio»? Bene. È la soluzione? Il risultato sarà l’innesco di una tensione sociale senza più limiti, la depauperazione della ricchezza, la fuga degli ultimi capitali rimasti e la nascita di un fasciocomunismo che si propagherà al resto dell’Europa. Quello di Atene era un problema relativamente piccolo tre anni fa e lo si poteva risolvere. Ma Francia e Germania hanno pensato ai bilanci delle loro banche (piene di debito greco) e ora pensano al conto elettorale. Nel frattempo il sogno dell’Europa si sta trasformando in un incubo. È una situazione che indigna e suscita rabbia. Nessun popolo va al patibolo cantando e dicendo grazie. Nessun popolo si fa condurre alla fame e alla disperazione. Promemoria per i saggi di Berlino: quel popolo brucerà la casa di chi lo affama. La cancelliera Merkel porterà sulle sue spalle il peso di una politica che rischia di disgregare la già fragile solidarietà europea. È una deriva già presente nel linguaggio. Il ministro tedesco Wolfgang Schauble in questi giorni ha usato parole e toni che umiliano un intero popolo e hanno un suono sinistro e minaccioso. Quando centomila persone in piazza Syntagma applaudono gli anarchici, i black bloc, l’estrema destra e l’estrema sinistra, vuol dire che la ragione è tramontata da un pezzo e che c’è il pericolo concreto di un ritorno del caos nel Vecchio Continente. La polarizzazione della politica produce mostri. Altro che bilanci. Tirare una linea sul conto profitti e perdite non significa saper leggere cosa s’agita nel cuore e nella mente delle persone. Significa perdere di vista quel che sta accadendo e rischiare di finire bruciati nel magma bollente della Storia. Sul Partenone sono nate la nostra cultura, la nostra filosofia, la nostra prima idea di politica. Se Platone uscisse oggi dalla sua caverna, piangerebbe. Mario Sechi, Il Tempo, 13 febbraio 2012

.…………Non bastano più le parole. Dinanzi alla tragedia della Grecia che in un domani prossimo venturo potrebbe essere anche la nostra,  bisogna intraprendere iniziative concrete per impedire che la Merkel con il suo vassallino Sarkozy completi l’opera di distruzione dei popoli e della stessa Europa che non è ceerto quella che avevano sognato i grandi idealisti dell’800,  i grandi uomini di stato del 900, e gli uomini e le donne all’inizio del 2000, quando  era stato fatto credere che l’euro sarebbe stato solo l’anticamera per giungere alla tanto sognata unione dei popoli e delle nazioni. Così non è stato, anzi l’euro è stato lo strumento attraverso il quale alcuni cinici burocrati slegati dalle realtà e dalla storia stessa dell’Europa hanno strangolato ogni sogno e dissolto ogni speranza. L’affossamento della Grecia per salvare le banche franco-tedesche è la ghigliottina di ogni speranza di superare i nazionalismi per imboccare la strada della coesione europea. Lo strangolamento del popolo greco è una ripetizione di antiche  e non dimenticate prevericazioni dei potenti contro i deboli. Non è così che avevamo sognato che potesse nascere l’unione europea. Sta prevalendo l’egoismo e, diciamolo pure, la strafottente cattiveria dei tedeschi in uno alla abituale vocazione alla presunta  grandeur degolliana dei francesi. Gli uni e gli altri mostrano di non aver compreso le lezioni della storia. Potranno tentare di strangolare i popoli ma finiranno sotto le macerie della rivolta che spesso più che dagli ideali è provocata dalla fame. In Grecia ci siamo, tra poco si estenderà in ogni parte del vecchio continente. E allora, si salvi chi può. g.

ELEZIONI AMERICANE: IL REPUBBBLICANO ITALO AMERICANO SANTORUM IN TESTA NEI SONDAGGI FEDERALI

Pubblicato il 11 febbraio, 2012 in Il territorio, Politica estera | No Comments »

Rick Santorum

WASHINGTON – Continua il momento di grazia di Rick Santorum, l’ex senatore della Pennsylvania, dopo il trionfo nelle ultime tre primarie repubblicane in Colorado, Missouri e Minnesota. Il candidato cattolico ultraconservatore non solo sta incassando ingenti somme di denaro per la sua campagna elettorale, ma è passato in testa, staccando Mitt Romney, l’ex Governatore del Massachusetts, anche al livello nazionale tra i candidati del Grand Old Party (Gop) per la presidenza degli Stati Uniti. Secondo l’ultimo sondaggio di Public Policy Polling, per la prima volta dall’inizio della battaglia per la nomination repubblicana l’ex senatore della Pennsylvania è in pole position, con il 38% di popolarità calcolata a livello federale.

Secondo, ma a grande distanza, c’é Mitt Romney fermo con il 23%. Terzo Newt Gingrich, l’ex speaker della Camera, con il 17%.

Ultimo Ron Paul, il candidato libertario, con il 13%. In un eventuale scontro diretto, sempre secondo la stessa inchiesta, Santorum batterebbe seccamente Romney, 56% a 32%. Gli elettori del Gop ormai identificano Santorum come il vero conservatore. E facendo due conti, se i suoi voti venissero sommati a quelli di Gingrich dopo un suo eventuale abbandono l’ex senatore si troverebbe al 55%. Tanto che David Axelrod, il braccio destro di Obama ha commentato su Twitter: “Chi avrebbe immaginato, appena sei settimane fa, che Romney avrebbe sperato nel Caucus del Maine per cercare il rilancio. Assolutamente incredibile!”. In Maine le assemblee primarie, tradizionalmente considerate irrilevanti, sono in calendario il 26 febbraio. E dire che l’ex governatore del Massachusetts, impegnato in questi giorni a WAshington come tutti i leader repubblicani alla Conferenza annuale della destra americana del Cpac, ha fatto di tutto per far dimenticare il suo moderatismo. Un cronista della Abc s’é divertito a seguire il suo intervento di ieri a questo grande appuntamento politico, scoprendo che ha pronunciato la parola “conservatore” la bellezza di 29 volte in un discorso di 26 minuti, oltre una volta al minuto, una media da record. Brutte notizie per il miliardario mormone, anche sul fronte della rete. Tutti gli osservatori dicono che queste elezioni saranno ricordate per essere le prime in cui i social network hanno avuto un ruolo gigantesco. Fonte ANSA, 11 febbraio 2012

………………Alla faccia dei Monti, Fornero e Cancellieri, ecco un esempio della laboriosità  e dello spirito di avventura degli italiani. Santorum è figlio di un italiano emigrato con la valigia di cartone in America nel secolo scorso, quando in Italia c’era poco pane e nessun campanatico, per cui chi aveva avuto la sfortuna di nascere in famiglie poco abbienti e senza speranza di trovare un posto nella pubblica amministrazione, come è capitato ai suddetti personaggi e, come scrive Panorama,  anche ai loro figli e nipoti, doveva scegliere se morire di fame in Italia oppure emigrare. Il padsre di Santorum emigrò e  così fecero milioni di italiani e tanti di loro in America hanno trovato una seconda Patria che essi hanno onorato come fosse la loro, quella che si era mostrata, suo malgrado, matrigna. Non sappiamo se Santorum,  che è agli inizi della corsa per la nomination repubblicana per le presidenziali del prossimo novembre,  riuscirà a vincere la competizione e a risultare il  candidato repubblicano  contro il liberal Obama, ma non possiamo non tifare per lui. Per due ragioni. Primo,  perchè è conservatore  e i conservatori, come insegnava Giuseppe Prezzolini, sono i veri progressisti e da loro ci si può aspettare coraggio e creatività  nella continuità. Sec0ndo,  perchè è l’ italo americano che un bel giorno di una ventina di anni fa, inaspettato, si presentò a casa dei parenti italiani di suo padre, a Riva del Garda,  per rivendicare con orgoglio la sua italianità e le sue origini popolari. E sarebbe il primo italiano a correre come candidato presidente  per la Casa Bianca (Geraldine Ferraro nel 1988 era candidata alla VicePresidenza e Rudolfh Giuliani nel 2008 si ritirò dalla corsa prima della convention repubblicana)   e , chissà, anche a vincere. Di certo non gli mancheranno i voti di tutti gli italo americani d’America che in lui potrebbero ritrovare il mitico e indimenticato Fiorello La Guardia, anch’egli repubblicano, il primo italiano a ricoprire per ben 4 mandati  la prestigiosa carica di sindaco di New York. g.

ALTRO CHE DARCI PAGELLE: I VERI MAGLIARI SONO GLI USA, di Vittorio Feltri

Pubblicato il 11 febbraio, 2012 in Politica, Politica estera | No Comments »

Mario Monti sulla copertina di Time , grande settimanale statunitense (e internazionale), è motivo di soddisfazione. Il titolo poi che accompagna l’immagine suona come un complimento per il nostro Paese: «Può quest’uomo salvare l’Europa? ».

Mario Monti e Barack Obama

Mario Monti e Barack Obama
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Ce lo auguriamo davvero. Ma ci accontenteremmo che riuscisse a salvare l’Italia, cosa niente affatto scontata, visto che la crisi dalle nostre parti è particolarmente grave. Vabbè, sperare non costa niente.

L’accoglienza riservata al premier negli Usa è stata ottima, fa bene al morale, ma non va sopravvalutata. Anche Silvio Berlusconi, d’altronde, quando alcuni anni fa parlò al Congresso venne applaudito a lungo, eppure la cosa non gli portò fortuna. Sappiamo come la sua ultima esperienza a Palazzo Chigi è andata a finire: bruscamente interrotta causa una serie di problemi, primo fra i quali le difficoltà italiane con lo spread, e sorvoliamo sul terremoto borsistico. Ma non è questo il punto.

Ciò che in questi giorni ci ha sorpresi è la sfacciataggine con cui l’America si arroga il diritto di dare le pagelle ad altre nazioni, inclusa la nostra. Come si permette di stare in cattedra, quando sono risapute e accertate le sue colpe nel disastro finanziario globale che ha ridotto a malpartito quasi tutte le economie? O ci siamo dimenticati di quanto accadde a New York nel 2008? Banche che saltavano per aria, titoli tossici che imperversavano suscitando scandalo e preoccupazione, società finanziarie che fallivano, migliaia di funzionari licenziati in tronco che abbandonavano l’ufficio con i loro scatoloni divenuti simbolo di fallimento e disoccupazione.

Il giudizio degli esperti fu unanime: la tragica bolla, provocata da eccessi speculativi e da un capitalismo corrotto e spregiudicato, si era gonfiata ed era esplosa proprio lì, negli Stati Uniti. Altro che finanza creativa. Eravamo di fronte a un fenomeno di cattiva gestione del denaro, a un vero imbroglio su vasta scala, a una specie di catena di Sant’Antonio che penalizzava gli ultimi acquirenti di prodotti avvelenati, pezzi di carta cui era attribuito un valore in realtà inesistente. Anche i nostri istituti di credito avevano abboccato alle lusinghe dei truffatori statunitensi, che promettevano lauti guadagni (interessi elevati) sul nulla, e comprato schifezze poi girate ai loro clienti come fossero pepite. Un disastro illimitato che ha travolto tutto il Vecchio continente, messo in ginocchio l’Inghilterra (con la sua boria di capitale europea della finanza) e via via tutta la Comunità europea, Italia inclusa.

È noto che la responsabilità del crac è degli States, dell’economia basata sul debito, sulle carte di credito usate come cambiali senza scadenza, sui mutui ipotecari concessi a chi non aveva mezzi per pagare le rate. Il peggio del peggio recava il marchio «made in Usa». Con che coraggio, a distanza di qualche anno, gli Stati Uniti si impancano a giudici e distribuiscono attestati di affidabilità a questo o a quel Paese?

Ieri, tra l’altro, il nostro presidente del Consiglio è stato posto sotto esame da Wall Street, come se fosse lui a doversi giustificare dei guai che rendono difficoltosa la ripresa nella Ue. Siamo all’assurdo. Al controsenso.

A rigor di logica sarebbe Monti autorizzato a processare gli americani per i pasticci che hanno combinato, anche a nostro danno, e non viceversa. Non accettiamo lezioni dai magliari. Rifiutiamo di salire sul banco degli imputati se a emettere le sentenze sono coloro che andrebbero condannati. Vittorio Feltri, il Giornale 11 febbraio 2012

……………E Monti, beatamente, ha accettato le promozioni, sue!, da parte del capo dei magliari, cioè Obama. E Monti dovrebbe salvare l’Italia e addirittura salvare l’Europa? Barzellette. g

STATI UNITI: L’ITALOAMERICANO RICK SANTORUM SPARIGLIA LA CORSA ALLA PRESIDENZA NEL PARTITO REPUBBLICANO

Pubblicato il 8 febbraio, 2012 in Politica estera | No Comments »

Rick Santorum

Rick Santorum

Rick Santorum fa la tripletta. Terremoto politico all’interno del partito repubblicano che a sorpresa vede riaprirsi la lotta per la nomination. Rick Santorum, l’ex parlamentare della Pennsylvania, si aggiudica Missouri, Minnesota e Colorado battendo Mitt Romney, sinora lanciatissimo verso le presidenziali.

Tutti gli osservatori fanno notare come questa pazza corsa tutta interna al Grand Old Party non smetta di sorprendere. Solo la settimana scorsa l’ex Governatore del Massachusetts sembrava aver ipotecato la sfida contro Obama trionfando senza incertezza in Nevada. Ma oggi e’ tutta un’altra storia: tanto che alcuni commentatori della Cnn, citando un noto detto riferito alla Sin City, oggi affermano ironico: ”Quello che e’ successo a Las Vegas e’ rimasto a Las Vegas”.

Ieri sera era in programma una tornata elettorale in tre stati, ribattezzata mini-super Tuesday. Di fatto si trattava di una sorta di prova generale del famoso supermartedi’ del prossimo 6 marzo. Quel giorno andranno al voto ben 10 stati e saranno aggiudicati 476 delegati. Stasera si e’ votato in tre stati ed erano in gioco 76 delegati. Lo staff di Romney aveva gia’ messo le mani avanti, ricordando che non si puo’ vincere ovunque. Ricordava che lo stesso John McCain, 4 anni fa, perse in ben 19 stati. Ma stasera e’ diverso: a far male al front-runner e’ la dimensione della sconfitta, sinora netta. Proprio nel Minnesota, 4 anni fa, Romney sconfisse McCain. Ma all’epoca lui era il candidato ‘estremista’ che si batteva con ‘il moderato’. Stavolta le parti si sono invertite. E Santorum, il candidato italoamericano ha avuto la meglio.

…………..Almeno in America c’è un italiano che si fa onore. E’ difficile che possa conquistare la nomination repubblicana alle presidenziali di novembre, ma non possiamo non fargli i nostri auguri.

NEANCHE UN EURO PER LE STRAGI DEI NAZISTI

Pubblicato il 4 febbraio, 2012 in Giustizia, Politica estera | No Comments »

La Germania della signora Merkel ha ottenuto di non risarcire le vittime delle stragi compiute dai nazisti in Italia durante la Seconda guerra mondiale. La Corte internazionale dell’Aia ha infatti annullato, su ricorso tedesco, le sentenze di condanna emesse dai tribunali militari italiani già rese definitive dalla nostra Cassazione.

Strage nazista

Non siamo esperti diritto internazionale, ma ci chiediamo in base a quale legge o norma si possa lasciare impunita la barbarie di aver sparato su civili inermi, la maggior parte dei quali anziani, donne e bambini.

Ma ridurre la questione a un fatto di malagiustizia sarebbe riduttivo.

La Corte dell’Aia è di fatto un organo politico, come tutti quelli dell’Onu di cui è diramazione. L’Onu è nata per essere un super governo del mondo, da subito si è dimostrata essere il centro di tutti gli intrighi, le malefatte e le arroganze dei padroni del momento, un carrozzone più pericoloso che inutile. In quel consesso arrogante i voti non si contano, si pesano. E la Germania ha fatto pesare il suo ritrovato ruolo di leader d’Europa. Vuole rimuovere, dimenticare di essere stata nazista, e questo non è un male. Ma non può pretendere di farlo sulla pelle di altri, perché altrimenti si pone sullo stesso piano di forza, supponenza e violenza dei gerarchi al servizio di Hitler.

La Merkel ha preteso questa sentenza per l’onore della Germania, non le mancavano certo gli spiccioli per risarcire gli eredi delle vittime delle stragi. Ora serve che qualcuno difenda il nostro di onore, la memoria degli italiani morti innocenti.

Che triste questo Occidente che si sta riempiendo la bocca con i diritti degli uomini e poi calpesta per interesse e ossequio politico i princìpi più elementari. Ho letto che il ministro degli Esteri Terzi ha intenzione di non fare cadere la questione. Ci contiamo, e la sua soluzione può essere solo una. Cioè che la Germania, può ancora farlo, esegua spontaneamente quanto stabilito dalle sentenze dei tribunali italiani. Altrimenti dovremmo dimostrare alla Merkel che non siamo il Paese degli Schettino. I modi non mancano. Alessandro Sallsuti, Il Giornale 4 febbraio 2012

La sentenza della Corte dell’Aia richiama alla memoria la decisione del Brasile che non ha voluto restituire all’Italia il pluriomiciuda Cesare Battisti che negli anni 70 seminò sangue e terrore in nome dei suoi idelai che nonerano diversi da queli dei nazisti. Ora è la Corte dell’Aia, Alta corte di giustizia, o,  piuttosto,  di ingiustizia, che ha disconosciuto le sentenze dei tribunali  italiani che avevnao condannato la Germania (della Merkel)  a risarcire i danni alle vittime delle stragi naziste compiute in Italiua durante l’ultimo scorcio della seconda guerra mondiale. Ignobile il comportamento del Brasile, scandaloso quello della Corte dell’Aia. Sulla vicenda Battisti ontervfenne aq suo tempo Napolitano m a di recente Battisti è tornato a sproloquiare sulla cancellazione degli anni di piombo dalla coscxienza nazionale per poter egli, l’assassino, ritoranre libero in Italia a sghignazzare sulle vititme e sui  loro familiari che avevano creduto nella “giustizia”; sul caso dell’Aia il miniostro degli Esteri assicura che non si tralascierà nulla per ottenere dalla Germania i risarcimenti negati dall’Aia proprio su ricorso della Germania. Se  non si trattasse di una tragedia, ci sarebbe da ridere su questa Italia che blatera e nel frattempo subisce. A proposito, e il “miglior genero che un tedesco possa desiderare” cioè Monti perch ènon ha rilasciato una qualche dichiarazione su questa vicenda che non può essere confinata nelle competenze del ministro degli esteri ma coivolge tutto il governo   e quindi anche lui? O forse per Monti si tratta di una cosa monotona  di cui non occuparsi? g

SARKOZY: RIDI PAGLIACCIO, GLI USA TI DECLASSANO E LA RIELEZINE ALL’ELISEO E’ ORMAI UN MIRAGGIO

Pubblicato il 14 gennaio, 2012 in Economia, Politica estera | No Comments »

Sarkozy Ridi pagliaccio, gli Usa ti declassano La tua  rielezione all'Eliseo sempre più lontana

Il declassamento della Francia ad opera di Standard & Poors rischia di essere un colpo fatale per Sarkozy che pure fino a qualche mese fa faceva il baldanzoso. Il presidente francese a questo punto vede sfumare la rielezione alla presidenza del Paese. I sondaggi lo davano già in svantaggio nei confronti del candidato socialista Hollande ma Sarkò usava il mantenimento della Tripla A come un’arma con cui difendersi dalle critiche degli avversari. Ora che questa arma non c’è più, il presidente francese è rimasto senza difese. L’opposizione dopo la notizia del declassamento è partita all’attacco. “Un record di deficit e debito, lassismo di  bilancio per preservare gli interessi di pochi: è questa la politica di Nicolas Sarkozy – ha affermato la socialista Marisol Touraine a Le Monde – è la Francia che viene sanzionata e il presidente ne è ora direttamente responsabile”. Più duro il presidente del gruppo socialista al Senato, Francois Rebsamen “La presidenza di Sarkozy “è stata una presidenza di degrado della Francia, degrado finanziario, sociale e morale”.Libero, 14 gennaio 2012

L’UNGHERIA SOTTO ATTACCO DELL’U.E., PROPRIO COME BERLUSCONI

Pubblicato il 8 gennaio, 2012 in Politica estera | No Comments »

Il premier ungherese Orban sotto attacco perché vuole cambiare la Costituzione. Ma è l’Europa il vero regime illiberale: è un’unione monetaria ma vuole dettare legge in ogni campo e in tutti i Paesi

Chi ha paura di Viktor Orban? Chi aveva paura di Silvio Berlusconi? Chi ha paura dei vescovi cattolici? Chi ha paura che le nazioni, i popoli, i costumi, le culture, le idee, le fedi d’Europa sopravvivano e anzi vivano in modo non folcloristico, come pegno di sovranità, come elemento di diversità e di ricchezza?

Il premier ungherese Viktor Orban

Il premier ungherese Viktor Orban

Il premier ungherese ha cambiato la Costituzione e apertamente rivendicato la necessità di nuove regole, di un nuovo regime politico. Non ha attaccato le libertà civili, non ha violato la sovranità delle Camere di una Repubblica parlamentare, al contrario l’ha fatta funzionare in modo aperto e radicale; non ha abolito la libertà di stampa o di culto, non ha espropriato la proprietà individuale, non ha annullato la funzione giudicante, non ha messo in mora i partiti; ha reso la Banca centrale magiara che batte una moneta nazionale responsabile di fronte al Parlamento, meno vicina a una logica sovranazionale di mercato, come accadeva in Europa ancora vent’anni fa senza strepito e senza scandalo.

Si può criticare, attaccare, Orban, e si può diffidare di lui. Ma non esistono un potere e una ideologia che gli corrisponda, sul piano europeo e mondiale, che abbiano titoli per impedire il libero esercizio della democrazia ungherese. Forzare la situazione verso una crisi, ieri in Italia oggi in Ungheria, è diverso da un richiamo ai valori universali, è il tentativo di strangolare un meccanismo decisionale democratico in nome di qualcosa di oscuro, di non normato, di non convalidato da alcuna legittimità, e cioè un potere burocratico, tecnocratico, che vuole ordinare la storia senza avere la chiave per farlo. Berlusconi aveva cambiato la costituzione materiale italiana, cambiando la natura politica del regime nel senso del sistema maggioritario, un processo di uscita dal modo di funzionare dellavecchia repubblica dei partiti assai meno impegnativo della svolta ungherese ma altrettanto allarmante per le eurocrazie. È durato di più di quanto prevedibilmente durerà l’esperimento di Orban e della sua maggioranza di due terzi, ma anche a lui sono toccati la delegittimazione, la corrosione sistematica da parte di un fronte interno saldato a un fronte esterno, l’aggressione giudiziaria, la gogna intellettuale e morale, infine lo scherno a un passo dalla cacciata.

Quanto ai vescovi cattolici, e allo stesso papato, c’è una lunga storia di delegittimazione giuridica e civile dello spazio pubblico della religione che parte dal Parlamento europeo e dall’Onu: anche qui si vede all’opera l’intolleranza paragiacobina di un’ideologia dottrinaria, confusa ma possente e mobilitante, in nome della difesa arcigna e intollerante di ogni aspetto della secolarizzazione del costume, dello spirito e dell’etica familiare e matrimoniale, per non parlare della biopolitica e della questione dell’aborto e del maltrattamento della vita umana dalla nascita alla morte. Non c’è bisogno di essere seguaci del partito di Orban o di Berlusconi o di Ratzinger per capire che l’Europa e in genere i poteri sovranazionali, tra i quali le organizzazioni che dominano i mercati finanziari, si stanno da anni allargando oltre i limiti del consentito, da un punto di vista liberale.L’Europa della moneta è in crisi, ma vuole dettare legge in tutti i campi nel momento stesso in cui non riesce a governare la sua vera ragion d’essere, che è un mercato unico, un regime di cooperazione e concorrenza ben regolato, una disciplina di bilancio comune che sia capace di sostenere l’uno e l’altra. Gli stessi che hanno considerato criminale l’interventismo politico e militare degli occidentali a contrasto del terrorismo binladenista e delle sanguinarie tendenze jihadiste che pervadono la umma islamica, ora invocano l’ingerenza politica e correzionale per dannare con iperboliche e false accuse di populismo e fascismo, o di oscurantismo, ogni elemento della storia europea e globale non riconducibile al pensiero unico corrente.

Io credo che i diversissimi tra loro Orban e Berlusconi non siano vittime di complotti, e che la chiesa cattolica sa difendersi benissimo da sé, e non voglio cambiare le carte in tavola, non voglio impedire il libero esercizio della critica e della lotta politica. Ma la strategia di schiacciamento del diverso è il primo nucleo di un regime, quello sì illiberale, che nessun popolo europeo, nessuna nazione e nessuna democrazia di mercato hanno mai nemmeno lontanamente immaginato.

Burocrazie e media non possono prendere il posto delle sovranità e delle libertà che fanno parte della nostra storia comune. Giuliano Ferrara, Il Giornale, 8 gennaio 2012