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LA STORIA DEL 900 RACCONTATA DALLA SINISTRA: LE FOIBE SONO DELLE FOSSE E BERLUSCONI E’ UN FARABUTTO

Pubblicato il 14 aprile, 2011 in Costume, Cultura, Storia | No Comments »

In questi giorni divampa nel già rovente  clima della politica italiana un altro tema: quello della rivisitazione dei libri di storia nelle scuole italiane perchè siano raddrizzate eclatanti storture e ignominiose baggianate  che in questi testi, sui cui studiano i nostri ragazzi,  compaiono con grande compiacimento della sinsitra. La proposta,  avanzata da alcuni deputati del PDL, tra cui l’on. Carlucci e il ministro  per la Gioventù, Meloni, è destinata ad arroventare ancor di più lo scontro, perchè è evidente che una equilibrata narrrazione della storia apre la strada ad una diversa epiù oggettiva valutazione dei fatti. Sull’argomento  e sulle storture storiografiche operate dagli autori dei testi di storia attualmente inuso nelle scuole italiane,   ecco uno piccolo ma eloquente saggio di Francesco Maria Del Vigo.

I gulag? “In linea di principio il comunismo esprimeva l’esigenza di uguaglianza come premessa di libertà e l’ignominia dei gulag non è dipesa da questo sacrosanto ideale, ma dal tentativo utopico di tradurlo immediatamente (…)”. Il Manifesto? Un comizio di Toni Negri della metà degli anni Settanta? No, un libro di testo, uno di quelli che potrebbe finire sui banchi dei nostri figli: esattamente pagina 1575, quarta edizione (del 1998) di Elementi di storia del XX secolo di Augusto Camera e Renato Fabietti.

I libri di storia faziosi? L’argomento è tornato alla ribalta in questi giorni in seguito alla proposta di una pattuglia di parlamentari del Pdl, capitanati da Gabriella Carlucci, di istituire una commissione d’inchiesta sulla faziosità dei libri di storia. Un tema che viene da lontano, sul finire degli anni Novanta avanzò una proposta simile Giorgia Meloni, allora segretario nazionale di Azione Giovani, il movimento studentesco di Alleanza Nazionale. Un’iniziativa gloriosamente inascoltata: nessuno raccolse l’invito del futuro ministro della Gioventù. Ed è proprio dai dossier di allora che emergono le aberrazioni storiche contenuti in alcuni testi poco scolastici e molto politici.

Torniamo al testo. Una decina di pagine dopo le foibe vengono licenziate come: “uno sfogo dell’ira popolare”. Il terrorismo degli anni di piombo? A quello “nero si salda presto il terrorismo che si dichiara rosso e proletario, ma che in realtà matura in ambienti universitari e piccolo borghesi e consegue, oggettivamente, gli stessi risultati del terrorismo nero, cioè genera tensione e disordini, dai quali può nascere solo un’involuzione reazionaria e fascistoide”.

Cambiamo libro e passiamo al Manuale di storia 3 L’età contemporanea di Giardina, Sabbatucci e Vidotto: “La politica staliniana in tema di nazionbalità non fu solo di carattere repressivo. Bisogan tener conto che, nella lista dei popoli perseguitati dal regime compaiono solo etnie nettamente minoritarie, spesso isolate nella loro zona di insediamento”. Beh, se sono minoritarie…

Nel Vocabolario della lingua parlata in Italia Di Carlo Salinari le foibe sono spiegate così: “Fosse (…) in cui durante la guerra 40-45 furono gettati i corpi delle vittime della rappresaglia nazista”. E qui siamo al paradosso: la frittata è totalmente ribaltata. Viee da chiedersi da chi sia parlata questa fantomatica lingua…

E poi non può mancare Silvio Berlusconi, ancora in vita e saldamente al governo ma già storicizzato dagli intellettuali engagé e, ovviamente, descritto con le fattezze del cattivo. Sull’esposto del governo in cui si denuncia l’attacco della procura di Milano: “Qui va rilevata, oltre alla grossolanità degli uomini, la sfacciata ribellione alla legge da parte delle forze di governo e l’ostilità verso una sia pur piccola pattuglia di magistrati indipendenti. In un crescendo di vendetta macbethiana si colloca la vicenda di Antonio Di Pietro, inquisito, oggetto di una lunga e implacabile persecuzione da parte della forza legale”. Questo è un testo per addetti ai lavori: Dizionario giuridico italiano-inglese di Francesco de Franchis.

La lista dei soggetti bersagliati dalla censura storiografica è infinita: dal fiumanesimo a Marinetti, da D’Annunzio a Nietzsche passando per poeti, pittori e personaggi pubblici. Omissioni, menzogne, morti che valgono meno di altri morti, solo perché sono caduti dalla parte sbagliata.  Francesco Maria Del Vigo

CI PARLA MALE, PENSA MALE. E LA SINISTRA PARLA MALISSIMO

Pubblicato il 23 marzo, 2011 in Cultura | No Comments »

È vero che molte parole sono scomparse dal lessico quotidiano: non ci sono più i «fotoromanzi», per esempio, non si gioca più a «flipper», non si parte più per la «villeggiatura» e tantomeno per il «confino» o la «naja». Tantomeno ci sono più gli «scapoli» né le «signorine», non ci si mette più la «brillantina» e non si parla più delle «plutocrazie» e la sera non si va al «night» a sentire Buscaglione e Carosone. Eppure a leggere il libro di Raffaella De Santis Le parole disabitate, edito da Aragno, anche se lei non lo scrive, ci si rende conto che la maggior parte delle parole sono state aggiornate e riabitate, e in questo senso vorrei chiosarlo suggerendo all’autrice le sostituzioni moderne. I «compagni», per esempio, ci sono ancora, si chiamano antiberlusconiani. La «controcultura» non è scomparsa, si è anzi affermata e bestsellerizzata, è quella che fa chiunque si opponga a Berlusconi, e ha preso il posto della cultura ufficiale: se ti appelli a Leopardi o De Roberto ti prende per un alieno anche colui che un tempo sarebbe stato definito un «professorino» e oggi conferisce la laurea honoris causa a Saviano che la dedica ai Pm di Milano che combattono Berlusconi. Idem per la «cultura giovanile», visto che perfino il grigio Bersani, Pierluigi non Samuele, durante un comizio il cui tema sono le dimissioni di Berlusconi, cita Vasco Rossi: «come dice Vasco Rossi: eh già!». Invece la vecchia «alienazione» marxista è stata sostituita dalle «vittime della propaganda berlusconiana», alle quali si contrappone la «società civile», antiberlusconiana per definizione. I «capelloni» non ci sono più, in tema tricologico si ama piuttosto evocare i capelli trapiantati di Berlusconi, argomento che, dopo anni, ancora ricorre nelle conversazioni provocando un obbligatorio brivido di sagacia satirica. La «dolce vita», va da sé, non c’è più, né in via Veneto né altrove, tranne ad Arcore, e si chiama bunga-bunga: nessuno ha ancora capito bene cosa sia esattamente e come funzioni ma tutti ne parlano perché suona strano, misterioso e esotico, tanto che lo stesso Berlusconi ci gioca e chiude gli incontri pubblici con l’invito corale «Venite tutti al bunga-bunga!», dimenticandosi però di dire dove e quando ma tanto nessuno ci fa caso. Il «dibattito» al Cine Club, il dibattito di C’eravamo tanto amati, «il dibattito no!» dell’autarchico Moretti è stato rimpiazzato dalla «lite» (si veda youtube), in particolare dai politici di destra e di sinistra che litigano in televisione su Berlusconi: chi a favore, qualsiasi cosa faccia, chi contro, qualsiasi cosa faccia. Il «commendatore», ha ragione la De Santis, non esiste più: «Il “commendatore” sapeva vestire, poi era simpatico e sapeva lusingare una donna; la quale cosa era molto apprezzata, soprattutto dalla “signorina d’ufficio”, una giovane che avrà avuto poco più di vent’anni, dunque per età e indole molto sensibile alle carinerie», verissimo, e però, a pensarci, oggi al posto del commendatore c’è il Cavaliere. Il «discorso» («il discorso della gelosia», il discorso «da portare avanti», il discorso interrotto, da riprendere, di cui riannodare i fili) è stato sostituito dalla «narrazione», parola come è noto molto usata da Nichi Vendola in svariate declinazioni (in frasi del genere: «La narrazione berlusconiana è piena di smagliature»). Quanto all’«emancipazione», specie se femminile, quella che gridava in piazza «l’utero è mio e me lo gestisco io» e «rivendichiamo il diritto alla proprietà del nostro corpo», oggi scende in piazza contro i corpi altrui, specie corpi di altre donne, e specie se il proprio corpo e il resto lo danno a Berlusconi. A proposito, la «piazza» regge, e anzi è la sede permanente dell’opposizione («la sinistra scenderà in piazza» non è più una notizia), quindi si scende in piazza ogni due settimane: per la dignità delle donne, vale a dire contro Berlusconi, in difesa della Costituzione, vale a dire contro Berlusconi, e perfino tatutologicamente contro Berlusconi, che è anche, in sintesi, il programma dell’opposizione. Non si parla più di «radio libere», casomai di «televisioni libere», qualsiasi emittente non sia di Berlusconi, e «giornali liberi», quelli non di Berlusconi. Il «campo» non evoca il campo di concentramento, «il recinto che chiude, il perimetro che nega l’aperto, la prigione fortezza», gli ebrei, Primo Levi, Adorno, Agamben, Auschwitz; oggi se dici «campo» viene solo in mente che Berlusconi è sceso in campo. Nessuno, d’altra parte, fa più del «volantinaggio», in compenso si è sommersi dalle mailing list di Micromega che annunciano ogni settimana una manifestazione contro Berlusconi alla quale poi non si presenteranno neppure quelli di Micromega. Non ci sono più le battaglie contro i «tabù» (le battaglie per liberarsi dai tabù sessuali, dal tabù del corpo, il tabù della nudità, il tabù dei pregiudizi) né i «perbenisti» né i «bigotti», e però mentre un tempo l’Azione Cattolica si scandalizzava per il bikini, perché «contrario al pudore cristiano della nostra terra», oggi ci pensano gli oppositori alle scosciature delle veline come Gad Lerner e a brandire le tavole mosaiche la Presidente del Partito Democratico Rosi Bindi («Berlusconi ha violato il secondo comandamento»). Non esiste più il «Piccì», ma neppure il PDS, tantomeno i DS, e tra poco finirà il PD: oggi l’essenza del partito di sinistra è rappresentato dalla parola «oltre», che non significa oltretomba, come ha malignato Oliviero Toscani, ma oltre Berlusconi, così, tanto per essere autonomi negli orizzonti. Infine sarà anche vero, come dice la De Santis alla voce «playboy» del suo libro-dizionario, che «abbiamo imparato tutti a giocare, trasformandoci in una playhumanity in cerca di eccitazioni momentanee» e quindi «finisce che il vecchio playboy non sappia davvero con chi flirtare», ma alla fine, se proprio vogliamo, indovinate chi è l’ultimo playboy? 23 MARZO 2011

SAVIANO E LA MACCHINA DEL FANGO: OSSESSIONE CHE LO COPRE DI RIDICOLO

Pubblicato il 17 marzo, 2011 in Costume, Cultura | No Comments »

Sarà colpa della stanchezza dovuta al massacrante tour cui l’editore Feltrinelli lo sta costringendo per promuovere il nuovo tomo Vieni via con me: le presentazioni in libreria (una al giorno, da Nord a Sud dello Stivale) e le apparizioni a ripetizione nei programmi televisivi – per lui che ha sempre detto di vivere blindato, segregato per motivi di sicurezza – devono essere parecchio faticose. Fatto sta che ormai Roberto Saviano vede fango dappertutto. Le osservazioni di Libero non gli vanno a genio? Subito tira in ballo la Macchina del Fango. Il Tg1 gli fa notare un’imprecisione? Di nuovo dà la colpa alla Macchina del Fango. E se al risto- rante gli dovessero servire un piatto di spaghetti poco saporiti, che farà Saviano? Dirà che li hanno conditi con il fango?

La psicosi sulla melma gioca brutti scherzi all’autore di Gomorra. L’ultimo dei quali riguarda il direttore uscente del Sole 24 Ore, Gianni Riotta. Appreso che il giornalista non avrebbe più guidato il quotidiano di Confindustria, Saviano ha immediatamente trovato traccia di un complottone, una oscura trama di cui è responsabile – di nuovo! – la Macchina del Fango. Lo scrittore campano ha dichiarato alle agenzie: «Mi dispiace molto che Gianni Riotta abbia deciso di lasciare il Sole 24 Ore, perché la sua direzione ha realizzato un giornale libero, con al centro la battaglia contro la mafia». Come mai Gianni ha mollato l’incarico? Colpa, dice Saviano, delle bugie prodotte in serie dalla Macchina del Fango di cui sopra: «Il fango insinua che con la direzione Riotta il Sole perdeva copie, la verità è un’altra e basta vedere i dati reali, in Italia fare il giornalista è un mestiere pericoloso se si vuole essere liberi e senza condizionamenti». Ecco fatto, con l’imposizione delle sue mani dotate di stimmate da romanziere impegnato, Saviano ha tramutato Riotta in un martire, un giornalista scomodo che qualcuno ha voluto eliminare perché parlava di mafia.

Il fatto singolare è che a smentire Robertino è intervenuto proprio un giornalista ed ex componente del comitato di redazione del Sole 24 Ore, Nicola Borzi, il quale ha inviato agli organi di stampa una lettera in cui si legge: «Il tono della “lotta antimafia” di Riotta è sempre stato a corrente alternata: forte con la criminalità “bassa”, quella che strangola i commercianti col pizzo (specie se i commercianti in questione sono i suoi cugini della “Antica Focacceria San Francesco” di Palermo), debolissimo, quasi assente, con la criminalità “alta”, quella dei colletti bianchi». Borzi, s’intuisce dalla sua missiva, non è certo un fan di Berlusconi. Anzi, lamenta che Riotta avesse rifiutato un’intervista (poi pubblicata dal Fatto) a un banchiere siciliano il quale «negli anni ’80 incon- trò Vito Ciancimino e Marcello Dell’Utri» che chiedevano prestiti per conto di Silvio. Prosegue il giornalista del Sole: «Saviano (…)
fa un torto all’intelligenza dei lettori, offende noi che viviamo e lavoriamo in un’azienda in crisi (solo ieri sono stati pubblicati i ri- sultati del bilancio 2010: 40 milioni di perdite dopo i 52 e mezzo del 2009), sputa sui 27mila piccoli risparmiatori che hanno visto il loro investimento in azioni del Sole 24 Ore decurtato del 75% da una gestione editoriale fallimentare». Che il Borzi sia stato corrotto dalla Macchina del Fango? Non sarebbe il primo. Persino Marta Herling, nipote di Benedetto Croce – che è si sentita offesa da un passaggio del libro di Saviano contenente un aneddoto falso su suo nonno – secondo l’autore di Gomorra si sarebbe «prestata al gioco» della orrenda Macchina.

A noi, sinceramente, sorge un altro sospetto. Che Roberto, da rockstar letteraria qual è, si indi- spettisca quando qualcuno lo contraddice o critica i suoi amici. Per esempio Riotta, che da direttore del Tg1 gli dedicò una lunga intervista e sul Sole ha celebrato a ripetizione i suoi libri. E se si irrita, Saviano scomoda la Macchina del Fango. La quale è suggestiva e divertente, ma presenta una controindicazione: quando si gioca troppo con la melma, si rischia di finire coperti. Oltre che di fango, pure di ricolo. Francesco Borgonovo, Libero, 17 marzo 2011

150 ANNI: VERDE BIANCO ROSSO

Pubblicato il 17 marzo, 2011 in Cultura, Storia | No Comments »

Oggi si celebrano i 150 anni dell’Unità Nazionale. E’ quindi il giorno delle commemorazioni, non certo il momento delle polemiche, sebbene ne siamo  tentati: per esempio dal proverbio secondo il quale “il troppo storpia”, oppure dalle risposte che ieri sera parlamentari di tutti i partiti hanno dato alle domande delle Iene: una fra tutte, perchè Garibaldi era definito l’eroe dei due mondi? uno ha risposto: perchè Garibaldi ha combattuto (udite, udite) al nord e al sud d’Italia, oppure, ancora dalla ipocrisia di tanti che sino a pochi anni addietro hanno pensato all’Italia come ad una piccola contrada della grande madre Russia, come i comunisti, i quali per bocca di Bersani oggi  si sono definiti “i veri patrioti” e in polemica con la Lega che non ha partecipato alle manifestazioni unitarie si sono recati, dopo Napolitano, a depositare anche loro, evidentemente non identificandosi in Napolitano che rappresenta tutti, anche loro,  una corona al Vittoriano,  Monumento eretto dalla Nazione, nel 1911, in onore del Padre della Patria Vittorio Emanuele secondo e dove riposa per sempre il Milite Ignoto, simbolo di tutti i Caduti per la Patria che per molto tempo non fu la patria di Bersani e di quelli come lui…..e potremmo continuare ancora. Ma non è il caso. Preferiamo dedicare all’avvenimento,  che va celebrato ogni anno, anno dopo anno, come fanno i popoli che si riconoscono Nazione, l’articolo che oggi scrive il direttore de Il Tempo, Mario Sechi, non a caso intitolato:VERDE BIANCO ROSSO . I Colori, i Valori, i Prinicipi cui  ci siamo ispirati tutta la vita. g.

Palazzo Wedekind, sede de Il Tempo, illuminato per i 150 anni dell'Unità d'Italia Italia. Europa. Quando penso alla nostra nazione non posso fare a meno di associarla al Vecchio Continente. È un link meno automatico di quanto si pensi, soprattutto in questo scenario contemporaneo. E lo faccio perché guardo con preoccupazione alla sorte di entrambi. Il nostro Paese festeggia i suoi 150 anni di unità mentre l’Unione europea mostra segni di cedimento e tentazioni di ripiegamento che si conciliano forse con l’interesse di qualche Stato ma non con il destino comune di noi europei. Scrivo quest’ultima parola senza enfasi, ma penso che sia fondamentale guardare al nostro passato e soprattutto al nostro futuro in un quadro globale, in un teatro più grande di quello dei nostri confini, non disgiunto dalle fortune degli altri Paesi. Questo anniversario è un’occasione unica – e spero vivamente non episodica – per riflettere sulla costruzione della nostra unità, sui suoi motivi fondanti ieri e su quelli che la possono cementare, rafforzare, rendere dinamica e creativa domani.


Centocinquant’anni di storia sono un periodo lungo per una nazione e cortissimo per la storia del mondo. Il nostro carattere in un secolo e mezzo si è forgiato su alterne fortune e biografie tragiche, uniche, scintillanti. Un amico banchiere soleva dirmi: «Le cose sono più forti degli uomini». Vero, ma solo in parte. Perché gli uomini e le donne che hanno costruito questo Paese sono quelli che hanno messo in moto «le cose», le stesse che poi prendono vita autonoma e determinano la nostra esistenza.


Non farò una carrellata di personaggi, né cadrò nella tentazione agiografica o, peggio, nella retorica. Tuttavia, come possiamo parlare di Italia senza considerare la nostra grandiosa letteratura del passato? Come possiamo immaginare lo Stivale senza conoscere chi fu Camillo Benso di Cavour e quel personaggio incredibile, controverso e lucente come la lama di una spada, Garibaldi? È semplicemente impossibile concepire l’Italia senza queste figure. Quando ero un piccolo studente, il fascino del Medioevo e del Rinascimento mi conduceva verso il sentiero di un’Italia che ancora non c’era, eppure già palpitava nei testi poetici, nelle rime perfette del Petrarca e nella cosmologia grandiosa di Dante.


La memoria mi riporta sui banchi di scuola. Ieri e oggi ritrovo nel Manzoni il talento del narratore di una società in fieri, un magma in cui il genio del Gran Lombardo forgiava la lingua della nostra unità, edificando il nostro futuro di casa comune in una lingua comune a tutti.

Ognuno di noi porta con sé i frammenti di questa Italia, forse atomizzata, certamente un po’ dimenticata e sottovalutata. Voltarsi indietro però non significa abbandonarsi al facile sentimento dei «bei tempi andati». Non è così. Il nostro Paese ha vissuto anni terribili e ha dimostrato di saper costruire il suo avvenire nella pace, nella prosperità e nella solidarietà. Questi elementi non sono persi per sempre né sono spariti. Sono vivi, hanno bisogno di uno stimolo, di un orizzonte per ritornare ad essere energia viva. Ho la fortuna, ogni giorno, di poter scrivere e rappresentare le mie idee – e quelle dei miei lettori – su questo straordinario giornale che è Il Tempo. Anche noi abbiamo una nostra storia. Dal 1944 facciamo parte del libro della storia repubblicana e della borghesia italiana. Amo pensare al nostro quotidiano come a una «forza tranquilla», un punto di riferimento per chi nella tradizione e nel coraggio delle proprie opinioni ritrova il Paese che amiamo: quello che sa pensare e costruire. Bianco. Rosso. Verde. Viva l’Italia. Mario Sechi, Il Tempo, 17 marzo 2011

MARINA BERLUSCONI REPLICA A SAVIANO E LO ZITTISCE: “IO NON CENSURO, CRITICO”

Pubblicato il 7 marzo, 2011 in Costume, Cultura | No Comments »

Domenica sera durante la trasmissione di RAI 3 di Fazio, Saviano, come al solito senza contradditorio, ha accusato la figlia di Berlusconi di averlo censurato e di non saper fare l’editrice. A Saviano, che evidentemente ha solo cercato di giustificare il cambio di editore dopo le estermazioni su Berlusconi, ha replicato duramente Marina Berlusconi. Ecco come.

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“Di quale paura sta parlando Saviano? E di quale contraddizione? Non ho e non ho mai avuto paura di esprimere le mie opinioni, anche estremamente critiche: nei confronti di Saviano e non solo nei suoi”. Il presidente della Fininvest e della Mondadori, Marina Berlusconi, risponde alle accuse lanciate dall’autore di Gomorra, ospite ieri sera di Fazio a Che tempo che fa. “Il fatto è che Saviano continua a non distinguere, o a far finta di non distinguere – continua Marina Berlusconi – tra le mie opinioni personali e le scelte della casa editrice che presiedo”.

Marina Berlusconi replica a Saviano Quanto detto ieri sera da Saviano costringe Marina Berlusconi a intervenire in quella che ritiene “una polemica ormai stucchevole”. Ma non può tacere di fronte alle accuse avanzate ieri dal giornalista: “Avrei dimostrato ‘paura politica’ perché mi sarebbe mancato il ‘coraggio di dire chiaramente’ che non sopporto più le parole di Saviano, sarei protagonista di una ‘contraddizione pesante’ in quanto sedicente ‘editore libero che poi, quando qualcosa non va, mi dà addosso’”. “La libertà di pensiero e di espressione è un diritto universale che a nessuno, e sottolineo nessuno – ribatte la numero uno della Mondadori – può essere negato: tutti hanno il diritto di criticare e tutti possono essere criticati. Ma criticare non vuol dire censurare”.

Opinioni personali e scelte editoriali “Le mie opinioni personali – continua Marina Berlusconi – nulla hanno a che vedere con le scelte della casa editrice che presiedo. Scelte che erano e restano totalmente libere e pluraliste: e questo, sia ben chiaro, non ‘nonostante’ la famiglia Berlusconi come azionista di riferimento, ma ‘anche grazie’ a noi e al modo autenticamente liberale di interpretare il nostro ruolo di editori”. Marina Berlusconi spiega, poi, che “ci sono i vent’anni della nostra presenza in Mondadori a dimostrare che questi non sono proclami retorici ma fatti incontestabili”. “Del resto Saviano può lamentare una censura? Una minor attenzione da parte della Mondadori nei suoi confronti? – si chiede il presidente della Mondadori – la tutela della più assoluta libertà di espressione degli autori,a cominciare da Saviano, è e resterà al centro del nostro essere editori”. In tutto questo, Marina Berlusconi non vede “la minima contraddizione”. “La contraddizione mi sembra piuttosto quella di chi rivendica giustamente per sè la sacrosanta libertà di parola e di critica che poi però pare non riconoscere ad altri – spiega – ma al diritto di avere delle idee e di esprimerle non ho alcuna intenzione di rinunciare”. “Se tutto questo a Saviano non sta bene, francamente non è certo un problema mio, ma solo e soltanto suo – conclude Marina Berlusconi – per quanto mi riguarda, posso solo aggiungere, e concludere, che continuare a giocare sull’equivoco, a voler confondere la legittima manifestazione di un’opinione con le scelte editoriali, mi pare strumentale e provocatorio oltre che decisamente ripetitivo”.

DISPERSA E SENZA LEADER: LA DIASPORA DELLA DESTRA ITALIANA

Pubblicato il 7 marzo, 2011 in Cultura, Politica | No Comments »


Mattia Feltri per “La Stampa

D’ improvviso, mentre la Seconda Repubblica volge a sera, la destra non c’è più. Se ne raccattano i pezzi, gli storaciani nel loro semi-ghetto, i berlusconiani aggrappati al governo, i finiani vaganti altrove. Ci sono pure gli apolidi, Domenico Fisichella a casa, i Silvano Moffa e i Pasquale Viespoli perduti nei gruppi misti parlamentari. Il fascismo fu archiviato con tutto il Novecento in sbrigativi congressi o addirittura in isolate e apodittiche sentenze ma, quando sarà conclusa la galoppata di Silvio Berlusconi, è la destra che rischia di svaporare senza un lamento.

Perché adesso? Perché nel lampo di pochi anni? «Perché tutto è finito», dice Pietrangelo Buttafuoco, il più affascinante fra gli intellettuali usciti dal Movimento sociale. L’arrivo della stagione del potere, spiega, ha dato l’occasione a ognuno «di farsi i fatti propri».

Alessandro Giuli (vicedirettore del Foglio di Giuliano Ferrara e autore del Passo delle oche, bel saggio edito da Einaudi che quattro anni fa analizzava la sterile identità postfascista e i guai che ne sarebbero derivati) condivide e la spiega così: «Il Movimento sociale era programmato per rispettare una leadership carismatica, magari contendibile ma non contestabile. Fosse Romualdi o Almirante non importava, ci si divideva in correnti, ma davanti a un leader indiscusso».

C’era naturalmente l’istinto di sopravvivenza del branco, dice Giuli. C’era l’arco costituzionale, i fascisti erano i topi di fogna, «e magari nelle sezioni ci si prendeva a cazzotti, ma fuori i comunisti ci davano la caccia. Fuori si rimaneva una falange», dice Giuli.

Quando non è più una questione di sopravvivenza, quando arrivano Berlusconi e il potere, «il gruppo dimostra di non avere tenuta. Già nella legislatura 2001-2006, Gianni Alemanno coltivava relazioni col mondo cattolico, Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri erano detti berluscones e restavano con Fini per un rapporto personale alla lunga insufficiente», osserva Giuli.

E Buttafuoco rincara: «Una destra al potere la si penserebbe capace di dare una struttura all’establishment, di avere legami stretti con la scuola, con l’università, con la magistratura, con l’esercito. Non è successo niente di tutto ciò. Pure alla Rai, che è l’industria culturale, ci si è limitati a piazzare qualche parente e qualche famiglio». Buttafuoco aggiunge che non è stata formata una leadership, e in effetti le facce sono le stesse da anni.

Insomma, è una destra che non resiste a Berlusconi e alla prova del potere. Ma qui Luciano Lanna (firma del Secolo di Flavia Perina e autore del Fascista libertario , un manifesto culturale del neofuturismo appena uscito con Sperling & Kupfer) devia un poco: «Non credo che nella diaspora attuale c’entri la conquista del potere. Penso si tratti di una scomposizione e ridefinizione post-ideologica.

La Prima Repubblica ha tenuto sulla barricata missina persone profondamente diverse fra di loro, e le ha tenute insieme provocando grossi equivoci. C’erano i nostalgici, c’erano i conservatori, ma c’erano quelli come me che di destra non erano, che leggevano Junger e Pavese, che già allora si sentivano più vicini ai radicali, ai socialisti, al giovane Francesco Rutelli che a Storace».

La ratifica è di Buttafuoco: «Soltanto per ignoranza ci si stupisce che alcuni fra i finiani dicano cose di sinistra. Ma le dicevano ai tempi dell’Msi… Quello era un partito all’avanguardia, che si permetteva libertà sconosciute ad An o al Pdl e al Fli. Nel Msi c’era dibattito, spazio per tutte le idee, fermento, persino lacerazione. Questo improvviso e recente incendio, questo prevalere delle tensioni culturali, lo trovo molto interessante».

Lo sarà, soprattutto, se contribuirà a un passo ulteriore. Ne dubita Giuli, che considera quelli come Lanna «la cosa più genuina prodotta da Fli». Ma nel loro portentoso ecumenismo culturale, Giuli vede «una danza infinita sopra l’immaginario, da Evola ai Beatles (cita un capitolo del Fascista libertario , ndr)… un clamoroso complesso di inferiorità».

Non sarà da lì, dice Giuli, che uscirà una destra nuova. «Il fallimento attuale è figlio della liquidazione del fascismo senza l’elaborazione del lutto, soltanto perché un giorno Pinuccio Tatarella ci disse di levarci i calzoni neri e di indossare la grisaglia. Non si diventa grandi così. Forse una destra nuova, interessante, sorgerà soltanto al collasso della Repubblica antifascista», è la conseguenza che trae Giuli.

E sul punto non è lontano Lanna: «Io non faccio politica dal 1991. Non ho mai votato An ma voterò Fli. E spero che davvero sia arrivato il momento di buttare a mare destra e sinistra. Mi immagino un’alleanza della politica contro l’antipolitica, e soltanto dopo si riuscirà, spero, a cogliere quella fantastica occasione mancata con la Bicamerale del ‘97, quando ex fascisti ed ex comunisti stavano riscrivendo la Costituzione e cambiando la storia».

Un refolo di ottimismo che a Buttafuoco non muove un capello: «Temo che la destra sia legata inevitabilmente a dei blocchi sociali o delle stagioni, e che non sia capace di radicarsi, come dimostra la lunga stagione berlusconiana durante la quale non si è costruito nulla. Osservo. In particolare non mi piace nessuno. Dedico le mie simpatie a Casa Pound, l’unico luogo dove ancora si fronteggia il pregiudizio».

L’ELEFANTINO TORNA IN TV

Pubblicato il 25 febbraio, 2011 in Costume, Cultura | No Comments »

Giuliano Ferrara: “Ho avuto l’offerta di rifare la mia vecchia rubrica Radio Londra e l’ho accettata”

“Ho avuto l’offerta di rifare la mia vecchia rubrica Radio Londra e l’ho accettata”. Così Giuliano Ferrara ha confermato il suo ritorno sulle reti Rai con il programma “Radio Londra”, trasmissione che andrà in onda su Rai1 tra il Tg1 delle 20 e “Affari Tuoi”. Il programma dovrebbe esordire entro marzo.

TRITT’ STREETS, “PRIMA E DOPO” AL PICCOLO TEATRO SAN GIUSEPPE DI TORITTO

Pubblicato il 27 gennaio, 2011 in Cultura, Il territorio, Spettacolo | No Comments »

Domenica 30 Gennaio, alle 20:30, presso il Piccolo Teatro San Giuseppe, via E.  Medi, in occasione del 35° anniversario,

la band Tritt’ Streets

presenta lo spettacolo

“Prima e Dopo”.

Ingresso gratuito.

Domenica 30 Gennaio,  Ore 20:30
Piccolo Teatro San Giuseppe, via E. Medi,
Toritto (BA)
Ingresso gratuito

VOTARE CON UN CLIK, ECCO LA DEMOCRAZIA DEL FUTURO

Pubblicato il 31 dicembre, 2010 in Costume, Cultura, Politica | No Comments »

Dall’Inghilterra, che è stata modelo di demcorazia,   arriva la proposta di far partecipare tutti i cittadini al procedimento legislativo

E’ stato il Parlamento di Westminster a fare da modello alle democrazie rappresentative moderne. Proprio ora che è al governo una coalizione formata dal partito conservatore e da quello liberale, che attraverso i loro antenati tories e whigs hanno forgiato la democrazia, il premier Cameron ha una proposta che potrebbe costituire un precedente per le democrazie del futuro: l’iniziativa popolare via web.

Alle elezioni di maggio era questo punto uno dei più innovativi nel programma del Partito Conservatore. “È assurdo che solo una piccola percentuale della popolazione possa mettere mano a una legislazione che si applicherà al 10 per cento della popolazione. Invece che tenere la gente fuori da questo processo, abbiamo bisogno di invitarceli”, aveva detto David Cameron. Già Tony Blair, a dir la verità, aveva istituito un sistema di petizioni collegato alla pagina Internet di Downing Street.

Ed è attraverso questo canale che ad esempio il governo laburista rinunciò a introdurre un sistema di pedaggi che attraverso il satellite avrebbe dovuto estendersi a tutte le strade del Regno Unito, in quando 1.811.424 firme contro ne dimostrarono l’impopolarità. 531.400 firme raccolse invece la proposta di trasformare in giorno festivo quel Remembrance Day con cui l’11 novembre si ricordano i caduti della Prima Guerra Mondiale. In 502.625 firmarono contro un divieto di far volare la pattuglia acrobatica nazionale delle Red Arrowes alle Olimpiadi di Londra del 2012, che peraltro si rivelò poi essere una bufala.  In 304.461 firmarono per far ridurre la tassa sul carburante, 281.882 contro la costruzione di una mega-moschea, 128.622 contro l’imposta di successione, 113.979 per la creazione di un ospedale per militari e veterani, 93.626 per il mantenimento degli assegni familiari, 49.457 in favore della nomina a Primo Ministro di Jeremy Clarkson, noto giornalista esperto in temi automobilistici.

Il valore di questo strumento, però, era poco più che un grande sondaggio di opinione: utile a indirizzare i governanti, ma non vincolante. D’altra parte, non c’erano particolari filtri per impedire che un internauta votasse anche più di una volta. Secondo il nuovo schema tutte le petizioni che via Internet raccoglieranno almeno 100.000 firme di cittadini iscritti nei registri elettorali dovranno essere per lo meno dibattute dalla Camera dei Comuni, entro il periodo tassativo di un anno. È vero che tra questi 100.000 ci dovrà essere per lo meno un deputato, ma in compenso, con un milione di firme la petizione potrebbe proporre direttamente una legge. Già quando la proposta era stata pubblicata lo United Kingdom Indipendence Party aveva promesso: “E allora presenteremo un milione di firme per uscire dall’Unione Europea”.

Qualcuno pensa che i Comuni possano anche presto ritrovarsi a discutere sulla reintroduzione dell’impiccagione: nel febbraio del 2008 un sondaggio del Sun sul tema ebbe 95.000 risposte, e il 99 per cento a favore della pena di morte. Maurizio Stefanini, FOGLIO QUOTIDIANO, 31 GENNAIO 2010

….Sarebbe bello  poter con un semplice clik chiedere al Parlamento, per esempio,  di discutere su Fini  o, sempre per esempio, chiedere l’espulsione di Di Pietro. Sarebbe bello, ma tra la democrazia inglese e quella italiana c’è uno spazio siderale. Però sperare e sognare non è reato.g.

L’ULTIMA IMPRESA DI FINI: HA FATTO SPARIRE LA DESTRA

Pubblicato il 29 dicembre, 2010 in Cultura, Politica | No Comments »

Ho trovato divertente il finto scoop sul finto agguato al finto leader, il presidente GianFi­tzgerald Fini. Dopo la finta indignazione aspettiamo ora la finta rivendicazione del­­l’attentato, e magari il finto arresto, così com­pletiamo il circolo della finzione. Io però vor­rei tornare alla realtà per capire cosa c’è di vero e di vivo nella destra di oggi, dopo un anno terribile che l’ha de­capitata, lacerata e mozza­ta. Dico la destra, non il centrodestra nel suo com­plesso, non il Pdl berlusco­niano. Ne ricostruisco la storia per capire il presen­te. C’era una volta una de­stra piccina ma compat­ta, che però riduceva la più ampia e più variegata destra al piccolo mondo missino, animato dalla nostalgia e da un ra­dicalismo politico, etico e ideologico tipico di chi vuol testimoniare un’idea e un’appar­tenenza, senza modificare la realtà. In quel tempo c’era una fiorente galassia di piccoli giornali, riviste, aree che si definivano di de­stra. Poi venne la mutazione necessaria e sa­lutare in un partito di destra più ampio e me­no retrospettivo, chiamato Alleanza nazio­nale. Un partito che non seppe darsi conte­nuti all’atto della svolta, ma compì un salto nel tempo e nel modo di pensare la politica. Il suo ruolo nell’ambito del centrodestra non fu mai egemone ma via via decrescente; fino a diventare quasi irrilevante sul piano politico, culturale e pratico. L’omologazio­ne di An andò di pari passo con l’insofferenza cre­scente del suo leader verso Berlusconi, fino a remare contro (ricorderete l e elezio­ni del 2006). Divenuto ormai u n pallido clone d i Forza Italia, incapa­c e d i bilanciare il ruolo della Lega, avvertendo un’immi­nente emorragia di consen­si, A n s i sciolse come burro e confluì nel Pdl, metà soddi­sfatto e metà malvolentieri. Vinte le elezioni, incassati i dividendi e gli incarichi, a co­minciare dalla presidenza della Camera, avviò la mar­cia contro Berlusconi. Resto dell’idea che sia stato u n erro­re l’estate scorsa non acco­gliere l a critica d i Fini all’ine­sistenza del Pdl: primo per­ché era motivata, secondo perché poteva essere l’occa­sione per rifare il Pdl; terzo, perché trasferiva l a tensione dal governo al partito, argi­nando l a bufera. M a l a storia non s i f a con i se, e Fini ormai d a troppo tempo non soppor­tava Berlusconi, sperava nei giudici e nello sfascio. L a sua operazione h a avuto u n sostegno mediatico senza precedenti, branchi d i lupi s i sono raggruppati per attacca­r e i l governo: giornali, cortei, partiti, lobby, poteri. Però do­p o la sconfitta del 14 dicem­bre i lupi si sono dispersi o sono rientrati nelle loro ta­ne. E i fuoriusciti finiani han­n o dovuto rinunciare pure a l racconto consolatorio che stavano dando vita a una d e­stra nuova, autonoma e mo­derna, perché sono finiti co­m e una costola d i quel che re­sta della vecchia dc, sotto la leadership di Casini, al fian­c o d i Rutelli, L a Malfa e Lom­bardo (baciamo le mani). Certo, l a polverizzazione del­la destra è avvenuta di pari passo con la mortificazione della sinistra. E tutto questo è accaduto per un parados­so: il passaggio dal bipolari­smo al tentato bipartitismo ha prodotto la scomparsa della destra e della sinistra. Per la prima volta nessuna formazione politica in Parla­mento si definisce aperta­mente d i destra o d i sinistra. Veltroni liquidò la sinistra, facendo nascere i l P d e azze­rando la sinistra. E Fini ha completato l’opera sull’al­tro versante, liquidando la destra in tre mosse: scioglie An, sfascia il Pdl e convoglia i residui del Fli nel terzo po­lo. Entrambi incolpano i l ber­lusconismo del duplice omi­cidio, m a s i tratta d i due sui­cidi. Ora si pone un problema: fallito il Fli, cosa resta della destra i n Italia? Vedo singo­li, a volte rispettabili, politici che provengono da quella storia e fanno il loro mestie­re. Vedo frammenti, piccole fondazioni che ricalcano gli ultimi scampoli delle vec­chie correnti di An, m a non c’è u n soggetto che l e coordi­ni, non un’area, non u n gior­nale, una rivista, una fonda­zione, una cabina di regia che dentro i l centrodestra c o­stituisca i l suo riferimento. I l nulla. Allora pongo alcune do­mande finali a i signori d i de­stra, d i vertice e d i base, elet­tori inclusi. V i sta bene così? Ritenete che la destra abbia ormai esaurito l a sua missio­n e storica e politica e che a l­tre debbano essere oggi le fonti della politica e , s e pos­so permettermi di sapere, quali? Preferite riconoscervi dentro u n gran contenitore e poi ciascuno coltiva private predilezioni e civetterie? Sie­t e i n attesa vigile sotto coper­ta e aspettate di riaffiorare quando finirà questo ciclo e allora giocoforza d a qualche punto fermo bisognerà parti­re? Rispondete a vostra scel­ta a solo una di queste do­mande. Qualunque sia la ri­sposta sarà benvenuta, per­ché vorrà dire che nel frat­tempo non v i siete liquefatti o assiderati. P.S. Per tornare a divertirci come all’inizio, ripenso a l fin­to incontro del finto leader con una sedicente escort. L a storia mi sembra finta per tante ragioni, m a per una so­pra tutte: mai Fini andrebbe con una donna di nome Ra­chele. Il suo antifascismo gli impedirebbe d i imitare i l cre­atore del Male Assoluto.