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LA SCUOLA ITALIANA BOCCIATA DALL’OCSE: E’ POCO EFFICIENTE.

Pubblicato il 5 settembre, 2014 in Cultura, Politica | No Comments »

Al 23/mo posto della classifica di 30 Paesi. In vetta c’è la Finlandia (87,81% di efficienza)

Italia “tra gli ultimi della classe” per efficienza scolastica. Se si rapportano i risultati ottenuti dagli studenti nei test Pisa con la spesa per l’istruzione, il nostro paese si colloca appena al 23/mo posto della classifica di 30 paesi Ocse. In vetta c’è la Finlandia (87,81% di efficienza). In fondo, invece, dopo l’Italia (69,81%), si piazzano Portogallo, Spagna, Grecia, Indonesia, Brasile, ma anche Germania (25/mo) e Svizzera (28/mo), “le cui politiche di efficienza potrebbero non essere tra le priorità“. Per guadagnare qualche posto in classifica l’Italia potrebbe dunque avere due alternative: o aumentare gli stipendi degli insegnanti o ridurre il rapporto prof-studenti. E’ quanto emerge dal primo rapporto internazionale sull’Efficienza della spesa per l’educazione, condotto da Peter Dolton, esperto mondiale di economia dell’educazione della London School of Economics, insieme a Oscar Marcenaro Gutiérrez dell’Università di Malaga e ad Adam Still di Gems Education Solutions.

Il rapporto – commissionato da Gems e presentato a Londra – analizza “l’efficienza con cui vengono allocati i budget per l’istruzione in ciascun paese” per misurare “qual è il sistema che produce un ritorno più elevato dal punto di vista educativo per ogni dollaro investito”. Secondo il modello econometrico applicato, dunque, “che calcola il legame statistico provato tra stipendi degli insegnanti o dimensione delle classi (le due varianti che più incidono sul bilancio) e i punteggi Pisa, l’Italia potrebbe ottenere risultati Pisa ai livelli della Finlandia, se riducesse il rapporto insegnante-allievo da 10,8 a 8,2 alunni per ogni insegnante (-24,4%). O, in alternativa, se aumentasse lo stipendio degli insegnanti dalla media attuale di 31.460 dollari a 34.760 dollari, cioè un aumento del 10,5%.
Stando a questi calcoli – secondo il rapporto – l’Italia, per avere un migliore rapporto qualità-prezzo dovrebbe spendere di più e ridurre il numero di allievi per insegnante o aumentarne lo stipendio”. Obiettivo della ricerca è però solo l’analisi dei dati, sottolineano gli autori, “non si intende fornire raccomandazioni sulle scelte politiche degli Stati”.

“Questo rapporto – osserva Andreas Schleicher dell’Ocse – getta uno sguardo rinfrescante sui dati comparativi a livello internazionale per esaminare le scelte di spesa fatte da quei paesi che stanno ottenendo i migliori risultati con meno risorse. Rompe il silenzio sull’efficienza dei servizi educativi. Mentre la spesa per ogni studente del mondo industrializzato è aumentata di oltre il 30% nell’ultimo decennio, il livello di apprendimento nella maggior parte dei paesi è rimasto piatto. Chi considera i servizi del settore educativo troppo importanti per essere misurati per la loro efficienza priverà molti giovani di un’istruzione migliore e una vita migliore”.

Complessivamente i 30 paesi Ocse dello studio hanno speso ogni anno 2.200 miliardi di dollari per la scuola e la quota del Pil riservata all’istruzione è in aumento da decenni. In generale, secondo il rapporto, i Paesi che mostrano un’elevata efficienza riescono anche a raggiungere risultati educativi elevati. L’Italia rientra nel gruppo dei paesi “più efficaci che efficienti: raggiunge risultati migliori in termini di qualità piuttosto che di efficienza. Ciò potrebbe dipendere anche dal fatto che i suoi sistemi generano altri risultati che non vengono acquisiti dalle statistiche Pisa”. Fonte: ANSA, 5 settembre 2014

….Ma adesso ci penseranno Renzi e la Giannini (quest’ultima poppe al vento) a rimettere in sesto la scuola italiana e portarla al primo posto della  scala europea. Lo ha detto Renzi e se non lo ha detto di certo lo dirà,  quindi è come se lo avesse detto.

CIO’ CHE RENZI ANCORA NON HA, di Ernesto Galli della Loggia

Pubblicato il 29 giugno, 2014 in Costume, Cultura, Politica | No Comments »

Non una battaglia contro agguerriti schieramenti politici ma lo scontro con pezzi importanti di società autonomamente in campo: ecco che cosa annuncia l’avvenire a Matteo Renzi. La sua azione di governo, infatti, se appare destinata in caso di successo a conquistare sempre più quote significative di elettorato moderato di tradizione anticomunista e al tempo stesso di elettori della sinistra radicale e di 5 Stelle – e dunque a garantirgli una relativa tranquillità nell’ambito del Parlamento e dei partiti – invece incontrerà presumibilmente un’opposizione sempre più forte a livello della società. Qui, infatti, tutto ciò che si sente minacciato di «rottamazione» – dalla burocrazia alle magistrature, dalle corporazioni professionali e sindacali alle vecchie oligarchie bancario-imprenditoriali, dai vari interessi protetti alle «cricche» che da decenni paralizzano e dissanguano il Paese – tutti questi pezzi di società costituiranno il vero, futuro nemico di Renzi.

La sua sarà più o meno la stessa situazione, sia pure con contenuti diversissimi, in cui venne a trovarsi vent’anni fa Silvio Berlusconi. Non a caso: dal momento che tanto quella di Berlusconi che quella di Renzi sono state nella sostanza due grandi operazioni di ridefinizione profonda della geografia politica del Paese, potenzialmente ostili verso i poteri tradizionali e in vista di una radicale frattura rispetto al passato. Entrambe capaci di ottenere un immediato consenso elettorale, ma entrambe bisognose, per mettere radici e dare i loro frutti, di tradurre tale consenso – con ciò che di caduco ha sempre il consenso elettorale – in qualcosa di più solido e più ampio: cioè in un consenso ideologico-culturale, in un’idea-forza: la sola cosa capace d’indurre una società a cambiare davvero. Da sola capace di avere ragione degli interessi ostili.

Berlusconi non ha mai neppure intuito una tale necessità. Ha sempre pensato che per governare a lungo un Paese, addirittura per cambiarlo (come forse in qualche suo trasalimento iniziale pure si proponeva), bastasse vincere le elezioni. Si è visto il risultato.

Come invece in questo campo si muoverà il nuovo presidente del Consiglio nessuno può dirlo. Ciò che si può dire è che ancor più di quando dopo il terremoto di Tangentopoli la destra arrivò per la prima volta al potere, oggi l’Italia, proprio l’Italia che si è riconosciuta in Renzi, sente il bisogno di una svolta profonda, di cambiare regole e mentalità. Essa sente soprattutto il bisogno di ritrovarsi. Sfibrata dalla crisi economica e avvilita dai continui scandali, nel suo intimo anela a un soffio potente di aria nuova. Ma per far ciò questa Italia ha bisogno di riacquistare fiducia nel suo genio, di ricostruire un’idea del proprio significato e del proprio ruolo nel mondo, di alimentare la propria volontà e il proprio spirito cominciando con il riacquistare un rapporto con il proprio passato, e con ciò la consapevolezza delle proprie potenzialità. Anche per questo – sia detto incidentalmente – ha bisogno di più scuola, di diventare più istruita. C’è una relazione profonda, infatti, tra il nostro declino degli ultimi venti anni e la circostanza che sì e no un italiano su due legga nell’arco di dodici mesi almeno un libro (un solo libro!), o che nella Penisola si registri ancora oggi un tasso elevatissimo di abbandono scolastico.

Ma la politica lo capirà? Capirà che perché muti il futuro deve mutare il passato? Che ad esempio ciò che oggi serve per cambiare la coscienza del Paese è innanzitutto una nuova narrazione dell’Italia? E capirà che essa non può sottrarsi al compito di impegnarsi in un’opera di direzione culturale in tal senso?
Certo, non bisogna scherzare con le parole; ma neppure averne paura. E dunque sì: una direzione culturale che veda la politica protagonista. Per carità: non si tratta di auspicare che questa detti la linea alla cultura stabilendo i contenuti delle sue produzioni, bensì che si muova con decisione lungo due direttrici. Per prima cosa approntando gli strumenti nuovi e insieme rinvigorendo tutte le occasioni, le istituzioni, le sedi, nelle quali possano crescere gli studi, prendere forma o diffondersi i nuovi saperi del mondo e sul mondo; moltiplicando i luoghi in cui il maggior numero di cittadini possa fare esperienza delle immagini, delle idee, delle emozioni utili a far loro conoscere qualità e peculiarità del nostro passato come del nostro presente. Dall’altro lato chi governa non deve aver paura di manifestare gli obiettivi ideali e culturali, i valori – sì, i valori – cui legare direttamente il proprio impegno politico – oggi penso specialmente al merito, all’eguaglianza delle opportunità, all’identità nazionale, all’amore per la conoscenza – e impegnarsi a perseguirli adoperando in modo incisivo tutti i mezzi di governo che ha lecitamente nelle mani.

L’esecutivo dispone – direttamente o indirettamente, attraverso il finanziamento – di un imponente apparato di strumenti nel campo dell’azione culturale: dall’istruzione alla comunicazione, dall’editoria allo spettacolo. Strumenti che languono ingabbiati da leggi paralizzanti, oppressi da pratiche consociative e spartitorie ad uso di chi ci lavora o li usa per il proprio tornaconto, in mano spesso a cricche sindacali o a reti di veri e propri manutengoli. Gestiti il più delle volte da personale demotivato, affidati alla guida di esponenti politici o personalità intellettuali e professionali di serie B.
Da anni il ministro dell’Istruzione non s’interessa affatto di che cosa s’insegni ma al massimo di come. Si occupa in pratica di due cose sole: di come immettere nei ruoli decine di migliaia di precari, e d’introdurre lavagne luminose e aggeggi simili nelle scuole. In placida contemplazione della rovina del sistema dell’istruzione superiore, provocata dall’autonomia degli atenei e dalla mancanza di soldi, non rivendica neppure il potere, chessò, di chiudere qualcuna delle svariate decine di università in eccesso, di livello mediocrissimo, disseminate nella Penisola, le quali assorbono risorse molto meglio utilizzabili altrove. Il ministero dei Beni culturali, dal canto suo, è stato fino ad oggi gestito burocraticamente (per la verità da un solo alto burocrate in veste di mammasantissima permanente); bene che vada riesce a mantenere in piedi alla meglio il nostro patrimonio, ma nulla di più. Da decenni in Italia non viene inaugurato un grande museo, una grande biblioteca, una grande istituzione di cultura di respiro nazionale, e a Roma, per esempio, si sono aperti ben due ridicoli musei di arte contemporanea (il Maxxi e il Macro) mentre con minore spesa poteva essere messo in sicurezza per sempre un tesoro inestimabile come la Domus Aurea. La Rai, dal canto suo, è da tempo immemorabile l’ombra di ciò che fu; mentre il cinema italiano, escluso qualche raro bagliore, è sempre più una commediaccia senz’anima che non sa più raccontare il Paese profondo. E mi fermo qui per non farla ancora più lunga.

Questo insieme d’organismi, tutti all’incirca alimentati in un modo o nell’altro dalla sfera pubblica e ad essa collegati, oggi vive solo per sopravvivere. Esso opera in maniera totalmente scoordinata, non obbedisce ad alcuna idea ispiratrice, non ha alcun progetto, non trasmette alcuna visione generale. Politicamente non serve a nulla. Si badi: politicamente non significa il governo in carica, significa la polis , la comunità dei cittadini. Significa che tutto questo insieme di organismi non serve al Paese, non lo aiuta a riprendere in mano il filo della propria storia, a ritrovarne il senso, e tanto meno a tracciarne le possibili proiezioni nell’oggi e nel domani. Le cose stanno così perché la democrazia è convinta che intervenire nel campo della cultura non possa che equivalere a un intervento comunque condizionante se non coercitivo. Pensa che se s’inoltra sul sentiero della cultura essa è condannata a seguire le orme dei totalitarismi. Ma ha dimenticato che nella sua stessa storia, nella storia della democrazia – per non dire di quanto fu capace l’Italia liberale nei primi decenni dopo l’Unità – c’è anche l’America di Roosevelt, con il suo straordinario fervore d’iniziative culturali pensate e volute da Washington, che furono tra i segni più significativi della rinascita degli Stati Uniti.

Pure in politica nulla si costruisce e nulla dura senza le idee, senza un’idea-forza. E le idee nascono dall’impulso a conoscere, a studiare, a pensare. Matteo Renzi è giovane d’anni ma appare un politico già sagace abbastanza per non capirlo. Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera, 29 giugno 2014

………………..Analisi spietatatamente esatta quella di Galli della Loggia, specie per quanto riguarda il mondo delle idee e quello della cultura. Purtroppo, sino a  prova contraria, Renzi,  sul quale Galli della Loggia  pogge molte speranze, non sembra possedere lo spirito roosveltiano,  piuttosto sembra animato solo da  una voglia matta di potere e del suo mero esercizio,  proprio a scapito delle idee a  lungo tempo,  capaci di consentire alla nostra società di tornare a crescere.  g.

PERCHE’ FU GIUSTIZIATO IL FILOSOFO GIOVANNI GENTILE? A 70 ANNI DALLA MORTE UN LIBRO RIAPRE GLI INTERROGATIVI SULLA SUA MORTE.

Pubblicato il 16 aprile, 2014 in Cultura, Storia | No Comments »

gentile.JPGGiovanni Gentile, assassinato a Firenze il 15 aprile 1944, era stato Ministro della Pubblica Istruzione nel primo governo Mussolini, reca la sua “firma” la riforma della scuola  del 1923 che ha resistito per decenni, mal sostituita dalle altre riforme che si sono susseguite in questi ultimi anni. La sua uccisione destò scalpore e sdegno perchè benchè Gentiule avesse aderito alla RSI, se ne coniosceva la dirittura morale, l’alto senso dello Stato, la sua profonda dedizone alla causa della pacificazione nazionale mentre imperversava la guerra civile. Che sia stato ucciso dai comunisti è fuor di dubbio, resta un mistero il perchè. Un libro appena publicato riapre la questione e propone molti dubbi, provocando molti interrogativi. Lo ha recensito l’Occidentale con una nota di Daniela Coli che qui si riproduce.

La morte di Giovanni Gentile, ucciso  il 15 aprile 1944 a Firenze appena arrivato  a casa, a Villa Montalto, alle pendici di Fiesole, è uno dei grandi delitti italiani irrisolti, come quello di Moro, perché si sa chi ha sparato, un gappista, e che fu rivendicato dal Pci, ma rimangono  dubbi sui mandanti, perché erano molti a volerlo morto per la sua campagna di pacificazione: Gentile non voleva che gli italiani si scannassero tra loro, come nella secolare storia della penisola, mentre due eserciti stranieri combattevano furiosamente sul suolo italiano per decidere il futuro dell’Italia.

I comunisti lo condannarono a morte nel marzo ’44 sulla “Nostra Lotta”, ma anche sulla Stampa – come ha ricordato Gennaro Malgieri in questi giorni – giornalisti solitamente non estremisti lo attaccavano sdegnati come alcuni intransigenti della Rsi. La Ghirlanda fiorentina, in uscita da Adelphi il 16 aprile, di Luciano Mecacci, autorevole psicologo dell’ateneo fiorentino, è un volume documentatissimo, che apre molte zone d’ombra del delitto Gentile e nuove piste su mandanti e complici. Con intelligenza e pazienza, Mecacci, usando il metodo delle costellazioni, ricostruisce reti di  interessi disparati – da quelli politici a quelli più banalmente accademici – che con strategie diverse avevano in comune l’obiettivo della morte dell’ultimo grande filosofo accademico italiano.

Ritorna la pista britannica: dall’italianista scozzese John Purves, a Firenze nel ‘38 incaricato dai servizi segreti inglesi di raccogliere nomi e informazioni di uomini di cultura utilizzabili dall’intelligence britannica nell’imminente conflitto all’orizzonte, che dette appunto il titolo di Ghirlanda fiorentina alla lista dei nomi raccolti, a radio Cora, l’emittente azionista fiorentina in contatto con gli inglesi, a Bernard Berenson nella splendida villa di Settignano con ospite Igor Markevitch, ai servizi segreti britannici di radio Bari, fino  agli azionisti fiorentini, i quali per primi cercarono un killer per Gentile.

Ci sono poi gli accademici, il meglio dell’intellighenzia italiana del secondo Novecento, amici, allievi e collaboratori di Gentile: Cesarini Luporini, Eugenio Garin, Mario Manlio Rossi, Antonio Banfi,  Guido Calogero, Ranuccio Bianchi Bandinelli, Concetto Marchesi e, sullo sfondo, l’inquietante Igor Markevitch, con un ruolo importante nella rivista fiorentina “Società”, a cui collaborano Ranuccio Bianchi Bandinelli, Romano Bilenchi e Luporini. In questo puzzle di doppi giochi e ipocrisie di ogni tipo, il filosofo marxista e senatore comunista Luporini rimane la figura più coerente e più umana, perché la sua appartenenza al Cnl e al Pci era nota a Gentile.

Dopo la pubblicazione de La Sentenza di Luciano Canfora, che riaprì il dibattito sul delitto Gentile, in una trasmissione radiofonica del 1989 in onore di Eugenio Garin, Luporini, ancora sconvolto per la morte di Gentile, rivela che “ci sono cose che forse ancora non si possono dire”. Attento ai dettagli, senza mai puntare il dito, in oltre cinquecento pagine Mecacci tenta di scoprire le cose che Luporini pensava non si potessero ancora dire nel 1989.

Mecacci ricostruisce il grande affresco della Firenze dell’aprile del ’44, quella di “Italia e civiltà”, fondata e diretta da Barna Occhini, genero di Giovanni Papini, con collaboratori come il giovanissimo Giovanni Spadolini, Ardengo Soffici e il giovane filosofo Raffaello Franchini, che accusò della morte di Gentile gli intellettuali del Cln e gli accademici, gli amici, gli allievi e i collaboratori di Gentile, quella dei professori di Lettere e filosofia, quella dei massoni, quella di Carità, quella dei tedeschi, quella dei gappisti, organizzati in una struttura piramidale, simile a quella delle Brigate rosse, quella dei partiti del Cln toscano.

Descrive vari salotti fiorentini, dove s’incontrano spie, artisti, future celebri ballerine, nobili, scrittori, intellettuali, accademici, massoni e perfino ufficiali tedeschi. Mecacci approfondisce un episodio finora ignorato dagli storici che si sono occupati di Gentile, ma che non sfuggì all’ineffabile Berenson: l’uccisione del segretario fidatissimo di Gentile, Brunetto Fanelli a Cercina, il 10 aprile, insieme a cinque giovani della zona. Una esecuzione inspiegabile, compiuta non si sa da chi – se  da tedeschi o italiani travestiti da tedeschi – perché Fanelli non era un attivista politico di alcun genere. Il cadavere di Fanelli e degli altri cinque furono nascosti e solo il 15 aprile Giovanni Gentile seppe della fine del suo segretario.

Le ore precedenti la morte Gentile le passò sconvolto dall’uccisione del suo segretario e preoccupato dalla scomparsa di documenti importanti affidati a Fanelli. Poiché il 18 aprile Gentile doveva recarsi a Gargnano a incontrare Mussolini, dove si sarebbe discusso dell’impiego dell’ingente eredità Feltrinelli lasciata all’Accademia d’Italia a Firenze, la strana uccisione di Fanelli, la casa messa sottosopra alla ricerca di qualcosa, e il materiale importante che il filosofo voleva recuperare, aprono l’autore alla nuova prospettiva che i colpi sparati a Gentile non siano stati per il suo passato, ma per il ruolo che avrebbe potuto avere in futuro.

E’ noto che Gentile fin dal 24 giugno del ’43, nel famoso discorso del Campidoglio, e sul Corriere della Sera alla fine del ‘43, dopo l’adesione alla Rsi, si era posto come obiettivo quello della pacificazione nazionale. Gentile voleva evitare qualsiasi guerra tra italiani e, per questo, in un’Italia divisa e occupata da angloamericani e tedeschi, invitava sia i partigiani sia i fascisti a non prendere le armi gli uni contro gli altri. Gentile non era un pacifista, né un filosofo con la testa tra le nuvole, era un realista politico e sapeva quanto sia importante per un popolo rimanere unito e dignitoso anche in caso di sconfitta.

Gentile fu il filosofo della nazione, al fascismo era arrivato attraverso la riflessione sul Risorgimento, era consapevole come l’unificazione italiana fosse stata un processo elitario e quanto fosse necessario farla diventare un valore di tutti. Il fascismo, come disse nel ’27, inaugurando l’Istituto nazionale di cultura fascista, consisteva per lui nel tentativo di unificare “una nazione di quaranta milioni di uomini; una nazione tra le più antiche del mondo, passate per tutte le esperienze, esperta in tutte le idee, logorata da tutte le ideologie e da tutte le tirannidi, e, almeno apparentemente, prona allo scetticismo e alla indisciplina”. Non aveva la testa tra le nuvole Gentile.

Aveva lavorato una vita, scritto tanto, per tentare di fare diventare l’Italia una nazione, e non voleva vederla spezzarsi nel sangue, alleata a due eserciti stranieri. Voleva evitare una guerra tra italiani e forse pensava a una soluzione per evitarla, forse ne avrebbe parlato a Mussolini, e per questo fu probabilmente ucciso. A settant’anni dalla morte di Gentile, ai tanti storici e filosofi accademici che anche negli ultimi anni hanno continuato a ripetere che Gentile doveva essere ammazzato, l’unica obiezione sensata pare il dubbio con cui Paolo Mauri conclude la recensione al libro di Mecacci su Repubblica: “Ma Gentile doveva essere giustiziato?”.

Dall’immediato dopoguerra a oggi su Gentile si sono accumulati tanti  grovigli politico-ideologici ed equivoci, e c’è una singolare alleanza tra filosofi, che, sulla scia del Garin del 1955, ritengono che dall’attualismo si potesse addirittura passare al comunismo, e storici per i quale Gentile, filosofo reazionario e fascista, doveva essere giustiziato. Il libro di Luciano Mecacci rappresenta, dunque, un contributo importante, per uscire dalla palude di grovigli e di equivoci diventati ormai insostenibili e riaprire la strada alla ricerca.  Fonte: L’occidentale della domenica, 15 aprile 2014

BASSO MERITO, ZERO AMBIZIONI

Pubblicato il 21 maggio, 2013 in Costume, Cultura, Economia, Politica | No Comments »

C’è stato un tempo felice in cui tutto il corpo sociale viveva di impulsi politici. Dalla fine della guerra fino al crollo della Prima Repubblica la vita di tutti era segnata dal primato della politica: dal primato delle grandi ideologie dell’epoca (comunismo, liberismo, corporativismo, dottrina cattolica); dal primato della dialettica fra i sistemi geopolitici (mondo occidentale, mondo arretrato, Paesi cosiddetti non allineati); dal primato anche quotidiano di scontri sociali e mobilitazioni di classe. Tutto era politica.
Ma, al di là della forte ruvidezza conflittuale di quegli anni, la politica non ci dispiaceva, perché ci trasmetteva un messaggio comune: crescete, andate avanti, salite la scala sociale, diventate altro da quello che siete. Ci spingevano a tale dinamica coloro che esaltavano le lotte operaie come coloro che coltivavano l’ampliamento del ceto medio; coloro che speravano nella potenza politica dei braccianti come coloro che trasformavano i braccianti in coltivatori diretti, cioè in piccoli imprenditori; coloro che spingevano per dare spazio a più ampie generazioni studentesche come coloro che coltivavano le alte professionalità industriali; coloro che predicavano il politeismo dei consumi come coloro che richiamavano alla sobrietà dei comportamenti. Gli obiettivi e i conflitti della politica erano tanti, ma l’anima era unica: «Crescete e salite i gradini della scala sociale». Ed era verosimilmente per questo incitamento alla mobilità che la politica piaceva.
Oggi è quasi disprezzata. I giornali sono pieni di possibili spiegazioni: la politica è estranea ai bisogni della gente; i politici fanno casta e se ne approfittano; sotto i partiti ci sono interessi inconfessabili; non c’è più una dinamica di rappresentanza democratica. Spiegazioni plausibili, ma è possibile che la cattiva fama della politica derivi dal fatto che essa non spinge più a crescere e salire, ma a far restare tutti ai gradini bassi in una filosofia di eguaglianza che si collega all’idea di una comune cittadinanza che rischia di diventare populismo, obbedendo alla logica di «invidia e livellamento» di cui lo stesso Marx aveva timore.
Guai a diventare «qualcuno», per la politica attuale. Dobbiamo restare cittadini a pari e basso merito, collocazione corroborata da giudizi morali tanto gridati quanto semplicistici. Non sorprende che i due terzi dei nostri giovani parlamentari siano «programmaticamente» cittadini a basso merito che si proclamano eticamente superiori. E se c’è «qualcuno» che vuole o tenta di essere protagonista, è rapidamente cecchinato. Il messaggio profondo della politica oggi sta proprio nel diffondere, anzi imporre, l’appiattimento al basso della cultura collettiva, della dinamica sociale. Ed è colpa ben più grave dei vizi di casta, perché inquina la chimica intima della società, ne riduce le dinamiche in avanti e le speranze.
Per questo bisognerà cominciare a difendersi dalla politica; diffidando di come oggi il suo primato sia diventato regressivo e non propulsivo. Forse il meglio è altrove, nella dinamica sociale, dove ancora vive un po’ della voglia di crescere e salire che ci avevano dato i politici di prima, che tutto erano meno che dei semplici cittadini a basso merito.
Giuseppe De Rita, Il Corriere della Sera, 21 maggio 2013

LO SVILUPPO DELL’IGNORANZA, OVVERO IL CAPITALE UMANO TRASCURATO

Pubblicato il 30 gennaio, 2013 in Cultura, Politica | No Comments »

La vergogna della mancata riforma elettorale non ha ostacolato un’abbondante fioritura di promesse sui provvedimenti da assumere all’indomani delle elezioni. Immediati, si dice, e draconiani. Nei primi cento giorni, nei primi dieci giorni, nella prima settimana, nella prima seduta del consiglio dei ministri, con il primo decreto legge… E allora dimezzamento dei parlamentari, regolamentazione dei conflitti d’interesse, nuova legge elettorale, abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, eliminazione di questa o quella tassa (e perché non di tutte le tasse?) e via vaneggiando. La classe politica, rosa dall’ansia che l’opinione pubblica pensi di lei quello che effettivamente pensa, si compiace di immaginarsi risoluta, volitiva e imperiosa. E si concentra non sul breve, ma sul brevissimo termine, quasi che l’illusione di immediatezza possa compensare il suo crescente discredito.

Del resto, questa nevrotica compressione dell’orizzonte temporale, che diventa una sorta di presbiopia, di incapacità di vedere lontano, non è una novità. È anzi il carattere saliente, o meglio la peggior malattia, del (mancato) riformismo italiano. Non è affatto vero che non abbiamo avuto riforme. Ne abbiamo avute troppe. Una girandola di riformine e riformette, messe insieme alla bell’e meglio, lasciate a mezzo come scheletri di edifici mai finiti, abbattute dal successivo governo, parzialmente ricostruite dal successivo del successivo. Non le riforme ci sono mancate, ma un indirizzo riformatore determinato e costante, in grado di sopravvivere oltre i due o tre anni di vita media dei governi. Una politica, la nostra, priva della terza dimensione, in cui l’idolatria dell’urgenza ha cancellato la profondità temporale. La ragione vera, cioè quella pratica, di questa angustia mentale è che i frutti di molte riforme non sono affatto immediati, non si vedono nell’arco di una legislatura. E sono perciò, elettoralmente parlando, ininfluenti. Quindi inutili. Nulla illustra meglio questo assunto del complesso formazione – istruzione – educazione, ossia valorizzazione del capitale umano. La cui pressoché totale assenza dal dibattito elettorale è stupefacente ancor prima che scandalosa.

È ben vero che se ne fa menzione nei programmi dei partiti, ma o in modo riduttivo, come nel programma del Pd sotto la sola voce «Istruzione» (che si risolve poi in promesse, assai elettorali, di aumenti di stipendio agli insegnanti). O in modo disorganico e rimandando la pratica a tempi migliori, come nel programma di Monti. Presenze compunte e doverose, come l’elemosina in chiesa, in sintonia con quella visione ornamentale della cultura che è il sintomo più vistoso della nostra arretratezza. In realtà, se su questi temi si tossicchia, si deglutisce e poi, all’atto pratico, si procede a qualche ulteriore taglietto (tanto quelli protestano comunque…) è perché non si riesce a capire di che cosa si stia in effetti parlando. Non si riesce a vedere il nesso tra una scuola rabberciata, una formazione professionale spregiata, un’università sgangherata, tassi di lettura desolanti e la loro logica conseguenza, cioè una bassa, bassissima produttività.

Viviamo in un Paese in cui il 5 per cento della popolazione adulta (dai 14 anni in su) legge da solo quasi il 50 per cento dei libri acquistati. Abbiamo cioè un’infrastruttura culturale ottocentesca, un elitarismo ridicolo, ma esigiamo la democrazia dei consumi e il welfare del terzo millennio.

Una politica cieca non riesce a liberarsi dall’assillo dell’urgenza e a deporre qualche spicciolo – non miliardi, per carità, non centinaia di milioni – in un ideale salvadanaio chiamato crescita culturale del Paese. Se lo facesse, ma con costanza però, con metodo e per un tratto di tempo sufficientemente lungo, si potrebbe, forse, raggiungere il grande obiettivo, mancato fin dal tempo dell’unità nazionale. Che non è il sabaudo e militaresco «fare gli italiani» (e chi, di preciso, avrebbe poi dovuto farli?), ma quello all’apparenza più modesto di dare a tutti gli italiani gli strumenti essenziali per costruire sé stessi.

Più che di essere fatti gli italiani hanno bisogno di essere trattati per quel che sono, il maggior capitale, la maggior risorsa, la maggior materia prima di cui l’Italia disponga. Solo in questo modo cesseranno di essere dei sottoposti, meritevoli di attenzione solo quando devono andare a votare. E potranno davvero costruire la loro convivenza. Cioè un Paese maturo, civile, consapevole. Pienamente europeo. Gian Arturo Ferrari, Il Corriere della Sera, 30 gennaio 2013

……..Oh, se a Ballarò oppure a Porta a Porta, o sulla 7, o altrove, si discutesse di questa accorata denuncia dell’unico sviluppo che miete successo nel nostro Paese, ovvero quello dell’ignoranza. Speranza vana. E sopratutto inutile, visti i tanti Crozza che girano sull’etere che invece del sapere o, almeno, del buon dire, spargono tanta, ma tanta ignoranza. g.

IL PRINCIPE, I CANI FEDELI E I CANDIDATI, di Marcello Veneziani

Pubblicato il 10 gennaio, 2013 in Cultura, Politica | No Comments »

Quest’anno nato nel segno dell’antipolitica celebra un compleanno speciale della politica. È infatti l’anno in cui vide la luce, cinquecento anni fa, Il Principe, anzi l’unico principe italiano che abbia conquistato il mondo. Dico Il Principe di Niccolò Machiavelli, l’opera politica più grande e più letta nel mondo e negli Usa, amata da Mao Tse Tung, esaltata da Gramsci e Mussolini, che ne curò il preludio (altre due prefazioni scrissero poi Craxi e Berlusconi). Di quel capolavoro e del suo geniale autore si sono scritte le peggiori cose; ma lui descriveva, non prescriveva, la cinica ragion di Stato. Faceva i conti con la natura umana, senza illusioni. Sapeva, come Sant’Agostino, che non si nasce buoni e pii ma egoisti e crudelucci e poi, magari col tempo e l’educazione, si può diventare meno cattivi.

Di quell’opera vorrei ricordare solo un particolare. Fu dedicata al Principe del tempo, un Lorenzo de’ Medici, da non confondersi col Magnifico. E fu donata da Messer Niccolò a lui, insieme con due cani da caccia. Si racconta che il sovrano abbia apprezzato solo i cani da caccia. Oggi li avrebbe messi nella lista bloccata. Dopo cinquecento anni le cose non sono cambiate. I principi non leggono, non capiscono i capolavori e non accettano saggi consigli, preferiscono i cani fedeli e i servili adulatori. L’unica consolazione è che mezzo millennio dopo non ricordiamo nulla di quel principe né dei suoi segugi, ma celebriamo l’opera di Machiavelli. Alla lunga, l’intelligenza vince sul potere e le idee oscurano i latrati. 10 gennaio 2013

RIPRENDIAMOCI LA SOVRANITA’: SOLO COSI’ SI PUO’ BATTERE LA CRISI, di Marcello Veneziani

Pubblicato il 10 agosto, 2012 in Cultura, Politica | No Comments »

È possibile in questo fran­gente sospendere per un momento le cifre e gli indici, e tirar fuori un’idea politica?È possibile riporta­re al centro del discorso pubblico un linguaggio sconosciuto ai tecni­ci e agli eurocrati? Lo riassumo in una parola chiave che è cultura e prassi politica: sovranità.

Una paro­lacheèaffermazionediprincipio, ri­vendicazione di competenza e di re­sponsabilità, assegnazione di com­piti e azione conseguente. Non è un concetto astratto ma si esprime in vari ambiti reali dove si esercita il po­tere e il consenso, la vita e lo spazio pubblico. La sovranità non è solo il potere sugli uomini e sulle cose, è il riconoscimento, o l’invocazione, di un principio e di un atto che non si inscrive dentro il fluire ordinario delle cose, ma che lo sovrasta, s’in­nalza sopra l’accadere e dunque lo modifica. Sovrano non è chi segue la realtà ma chi la cambia, decide un altro corso. Il male principale della nostra epoca è la riduzione dei processistoricieumaniapuroauto­matismo: ovvero non si può fare che in questo modo, la tecnica o i bi­lanci hanno delle esigenze indero­gabili, matematiche, da cui non si può prescindere e tantomeno mo­dificare. Sovrano è colui che libera l’uomo dall’automa e lo restituisce alla responsabilità di decidere. Ca­liamo queste considerazioni nel­l’emergenza dei nostri giorni e nel­la convinzione ineluttabile che non si possa fare altro rispetto agli impe­rativi della finanza e della tecnica. La sovranità in questa fase si ribella al fatalismo della tecnica e della fi­nanza, non sottosta al suo diktat ma si pone appunto sopra e restituisce facoltà di decidere non solo le azio­ni ma anche le norme su cui fonda­re l’autonomia. Applichiamo così la sovranità ai diversi ambiti. Sovranità politica rispetto all’eco­nomia e ai mercati perché la politi­ca resta, nonostante tutto, il luogo in cui si rappresentano e si tutelano gli interessi generali e i principi con­divisi, il luogo in cui l’identità di un popolo si fa volontà di destino. La tecnica espleta le procedure, alla politicatoccaperòdeciderel’orien­tamento, la direzione, le priorità.

Sovranità nazionale per afferma­re l’importanza decisiva dell’unità, della sua tradizione e della sua di­gnità che non può essere umiliata e svendutadapoterianonimiesovra­nazionali, che rispondono solo ai propri obbiettivi privati. Anche nel­la prospettiva europea non si può saltare, per esempio col fiscal com­pact, il gradino della sovranità na­zionale. È possibile integrare nel contesto europeo le sovranità nai­zonale, nondis-integrarle. Sovrani­tà pop­olare perché non si può calpe­starelavolontàdiunpopoloespres­sa dalla sua maggioranza subordi­nando un paese alle oligarchie fi­nanziarieetecnocratiche, burocra­tiche e giudiziarie, ideologiche e mediatiche. Nessuna deificazione della democrazia e delle maggio­ranze, conosciamo bene i suoi limi­ti e le sue storture, ma resta prima­rio l’ancoraggio al sentire comune. Sovranità monetaria perché un paese resta sovrano se dispone del­lasuamoneta, seèingradodigover­narla e non di esserne succube, se non è strozzato dagli imperativi fi­nanziari o dalle ingiunzioni delle agenzie di rating.La moneta dev’es­sere al servizio dei cittadini, e non il contrario. Sovranità linguistica, nel senso che in Italia la lingua sovrana resta l’italiano. Va incoraggiato il bilin­guismo, ammiratiipoliglotti, vadif­fuso l’inglese, tutelati i dialetti, ma l’italiano va difeso e promosso per­ché è il segno vivente e parlante del­la nostra identità e insieme è una delle lingue più nobili e gloriose al mondo.

Infine sovranità statuale perché uno Stato non può fallire ed elemo­sinare aiuti dalle banche, la nostra economia reale è solida, le nostre ri­serve aure­e sono rilevanti e le fami­glie italiane dispongono di beni rea­li come le case.

Non può lo Stato ab­dicare in favore dei mercati, delle banche o di poteri per definizione ir­responsabili nel senso che non ri­spondono a nessuno.

La sovranità infine ha bisogno di simboli di continuità e di identifica­zione. Per rendere vivente e non so­lo vigente la tradizione di un popo­lo, sorse la monarchia che dà un no­me, un volto e una storia regale alla sovranità. Incarnando la sovranità in una persona e non in un potere impersonale, si umanizza il potere e si stabilisce il principio che la so­vranità debba essere esercitata e fi­nalizzata all’umano e non ad altri paradigmi tecnici, normativi o fi­nanziari. Nella storia, la monarchia si espresse nella duplice versione di assoluta o costituzionale; oggi nelle due versioni di ereditaria ed eletti­va, ovvero dinastica o presidenzia­le. L’investitura ereditaria viene temperatadalruolo, percuiilsovra­no regna ma non governa; la regali­tà elettiva, invece, è a tempo, ma vie­ne rafforzata dalla possibilità di esercitarelasuasovranitàpurbilan­ciata e vigilata da altri poteri. La decisione sovrana spetta a chi rappresenta la costellazione delle sovranità prima indicate, e ne ha la piena responsabilità di cosa fa e di come lo fa. La crisi si fronteggia con la sovranità, che implica la parteci­pazione del popolo sovrano e la de­cisione di chi è stato eletto per gui­darlo. Rispetto a questa domanda di sovranità, il governo dei tecnici è estraneo e la politica presente è ina­deguata. Sono buone ragioni per nutrire sfiducia ma non sono ragio­ni­sufficientiperrimuoverel’urgen­za di ripristinare la sovranità. La ri­fondazione della polis riparte dalla sovranità. Marcello Veneziani, 10 agosto 2012

.………..Un saggio breve, questo di Marcello Veneziani, intellettuale di Destra, uno dei pochi che non ha mai provato vergogna a definirsi di Destra, ma lucido ed estremamente chiaro nella sua concisa sintesi della realtà che sta vivendo l’Italia e insieme all’Italia la gran parte delle Nazioni dell’Eurozona. Costretti da una folle scelta di promuovere la unità monetaria senza la necessaria e preventiva unità politica, i popoli dell’Eurozona sono ora vittime delo strapotere da una parte della Germania, irriconoscente (ma la gratitudine in politica, sotto ogni latitutide, è merce assai rara se non del tutto latitante!) verso i popoli e le Nazioni che poco più di 20 anni fa parteciaprono, commossi ed entusiasti, alla ricostruzione della Germania finalmente riunificata, e dall’altra  dei cosiddetti mercati, dei cosiddetit poteri forti, e, sopratutto, come rileva lucidamente Veneziani, dalla mancanza di sovranità. Occorre che L’Italia e ciascun Paese dell’Eurozona riconquistino ciascuno la propria sovranità, politica, economica, sociale,  perchè possano contrapporre alla crisi e allo strapotere dei mercati, che se ne infischiano delle regole, la volontà di battere l’una e gli altri. E, rileva Veneziani, per far questo occorre restituire alla politica il primato che le compete nelle scelte e nelle decisioni, supportate dalla volontà del popolo che  nelle democrazie è sovrano. Condividiamo l’analisi lucida e crretta di Veneziani, dubitiamo che coloro ai quali il messaggio è rivolto abbiano voglia e soprattuto capacità di coglierlo. g.

LA DESTRA INTELLETUALE, TROPPO AVANTI E PERCIO’ EMARGINATA E SCIPPATA

Pubblicato il 1 ottobre, 2011 in Costume, Cultura | No Comments »

Ecco gli intellettuali “maledetti” che precorsero i tempi. Le loro idee? Saccheggiate dalla sinistra

Intellettuali di destra

Giorgio Pisanò, Gianna Preda, Angelo Manna… li citavo giorni fa a proposito della scomparsa di Enzo Erra. Sarebbe tutta da scrivere, ma è un’impresa difficile, la Spoon River dei precursori dimenticati, spesso maledetti o emarginati in vita, che hanno avuto postuma ragione ma per interposta persona. Citavo Pisanò non in veste di politico missino ma di giornalista – rilanciò il Candido alla morte di Guareschi – anzi di inviato postumo nei luoghi dolorosi della guerra civile. Pisanò fu tra i primi a compiere l’arduo e meticoloso lavoro di tirare fuori dall’oblio e dalla damnatio memoriae storie e tragedie dell’ultima guerra.

Fu un lavoro aspro che rimase in un circuito nostalgico. Poi, dopo tanti anni, arrivò da sinistra Giampaolo Pansa e riportò alla luce le storie dei vinti, con grande e meritato successo editoriale. Citavo poi Gianna Preda, firma di punta del Borghese negli anni sessanta, mordace e aggressiva nel suo giornalismo d’assalto.

Era lei la Camilla Cederna della destra, anzi la Fallaci degli anni sessanta quando l’Oriana era ancora di sinistra. Poi arrivò la Fallaci dopo l’11 settembre e si sentì nuovamente il linguaggio del vecchio Borghese, inclusa l’esortazione a ritrovare la rabbia e l’orgoglio di un occidente vile, arreso al nemico; ma con ben altra accoglienza. Si legga di Gianna Preda (Predassi era il suo vero cognome) la vivace autobiografia, Fiori per Io, o si ritrovino le sue interviste che mettevano in crisi i governi o i suoi dialoghi con i lettori.

Citavo poi Angelo Manna, giornalista del Mattino e deputato missino, che fu il primo a raccontare negli scritti e nelle tv private napoletane l’altra faccia del Risorgimento e il sud violentato e tradito. Se Carlo Alianello (o Silvio Vitale) scriveva l’epopea del sud preunitario, Manna trasmetteva a livello popolare l’orgoglio meridionalista contro la Malaunità. Poi, molti anni dopo, arrivò da sinistra Pino Aprile con il suo efficace Terroni e conquistò il successo editoriale e l’attenzione dei media negata al “reazionario” Manna. Penso a Nino Tripodi, intellettuale e politico missino, direttore del Secolo d’Italia, che ricostruì il percorso dei voltagabbana dal fascismo all’antifascismo, ma solo di recente (penso ad esempio al lodevole I redenti di Mirella Serri) sono stati portati alla luce quegli «intellettuali sotto due bandiere».

E a proposito di fascismo, penso al meticoloso lavoro storico-giornalistico di Giorgio Pini e Duilio Susmel su Mussolini, usato poi da Renzo De Felice. O Roberto Mieville che descrisse in Criminal fascist camp quel che solo oggi si riscopre grazie ad Arrigo Petacco col suo Quelli che dissero No: gli italiani che dopo l’8 settembre preferirono il campo di concentramento alla resa.
Citavo pure Alfredo Cattabiani (e con lui Mario Marcolla), che prima con le edizioni dell’Albero, poi con Borla, infine soprattutto con Rusconi, scoprì e tradusse interi filoni di pensiero ed autori che poi sarebbero diventati alimento di base per l’Adelphi di Calasso: Guénon, Florenskij e Zolla, Cristina Campo e Simone Weil, Ceronetti e Quinzio, Severino e Jünger, Alce Nero e Comaraswamy, oltre a Eliade, Tolkien e altri autori. Adelphi sterilizzò del catalogo Rusconi il filone cattolico-tradizionale, quello ispirato da Del Noce risalendo fino a de Maistre, e riprese l’altro filone tradizionale spiritualista, mai riconoscendo il ruolo dei precursori.

La Rusconi destò invece la preoccupata attenzione di Pasolini che agli inizi degli anni settanta denunciò la nascita editoriale di una destra colta e raffinata. E Walter Pedullà auspicava un cordone sanitario per isolare quella cultura; non i picchiatori, ma gli scrittori e i libri della destra. La stessa cosa accadde con le edizioni Volpe e con Claudio Quarantotto che pubblicò per le edizioni del Borghese opere e scritti di Jünger e Cioran, Spengler e Mishima, poi sdoganati altrove con successo.

Vi dicevo di Enzo Erra paragonato a Giorgio Bocca. Proseguendo nella vite parallele penso a Mario Tedeschi, uscito come Eugenio Scalfari da Roma fascista, e poi direttore come lui di un settimanale di successo, Il Borghese, che col suo fondatore Leo Longanesi fu una splendida rivista di élite, ma con Tedeschi superò le centomila copie e negli anni sessanta vendeva più del suo dirimpettaio di sinistra, L’Espresso di Scalfari. Poi Tedeschi, dopo la parentesi parlamentare missina, finì ai margini del giornalismo; mentre Scalfari, dopo la parentesi parlamentare socialista, fu venerato fondatore de La Repubblica.

O Giano Accame, lucido giornalista e intellettuale, vissuto ai margini del giornalismo e della cultura. E Fausto Gianfranceschi, scrittore e giornalista di valore. O Piero Buscaroli, fior di giornalista storico e musicologo, per anni costretto allo pseudonimo sul nostro Giornale che, grazie a Montanelli, lo ospitava negli anni di piombo però sotto falso nome (Piero Santerno).

O talenti precocemente stroncati dal destino, come Rodolfo Quadrelli o Adriano Romualdi. Vorrei ricordare il frizzante Adriano Bolzoni, autore prolifico di sceneggiature e di reportage storico-giornalistici, dimenticato come Luciano Cirri, salace critico televisivo prima di Sergio Saviane e di Aldo Grasso. Cirri fondò con Castellacci e Pingitore il cabaret “di destra”, Il Giardino dei supplizi e il Bragaglino, divenuto poi Bagaglino, nato da una costola del Borghese e de Lo Specchio di Giorgio Nelson Page.

E Giancarlo Fusco o Nino Longobardi, personaggi estrosi e briosi osservatori dei costumi, ma irregolari e dalla parte sbagliata.

O grandi firme del giornalismo politico come il socialfascista Alberto Giovannini, che diresse Il Roma e Il Giornale d’Italia, o i conservatori liberali Enrico Mattei de Il Tempo e Panfilo Gentile su Lo Specchio, critico della partitocrazia e delle democrazie mafiose. Appestati in vita, dimenticati in morte. O la heroic fantasy, fiorita a destra (uno su tutti, Gianfranco de Turris) e poi scoperta con successo altrove. Non mi addentro a citare gli studiosi, gli autori non conformisti, limitando questa Spoon River al giornalismo e all’editoria: ma non erano scarsi né in numero né in qualità.

Il filo comune che lega tutti loro, oltre l’appartenenza a quel variegato arcipelago destrorso, è l’oblio già in vita (pochi di loro sono viventi). Taluni percorsero vite parallele o furono precursori in ombra di altri venuti da sinistra e baciati dal successo. Tanti ci saranno sfuggiti e ci dispiace. A tutti loro portiamo il modesto fiore del ricordo. Marcello Veneziani, Il Giornale 1° ottobre 2011

………….Grazie, Caro Veneziani, per questo inestimabile tuffo nel nostro passato, attraverso i nomi  degli intellettuali, dei giornalisti, degli scrittori, delle “testate”  che hanno indirizzato e poi fortificato la nostra scelta all’alba della nostra vita, che ci hanno accompagnato nel lungo percorso della nostra battaglia politica, che ci hanno aiutato, con  l’esempio delle vessazioni subite, a non lamentarci delle nostre, che ci hanno aiutato a formare la nostra coscienza. Grazie Veneziani, ma soporatutto grazie a Loro, ai pochi viventi e ai tanti scomparsi,  ma vivi nella memoria degli uomini liberi. g.

LA PAURA DI TORNARE A FARE LA FAME

Pubblicato il 29 settembre, 2011 in Costume, Cultura | No Comments »

DI GIAMPAOLO PANSA

Gianpaolo Pansa Esce il 4 ottobre il nuovo libro di Pansa “Poco o niente”.  Attraverso la storia della sua famiglia  Pansa racconta l’Italia derelitta che ha sfondato e quella che ora è sull’orlo del baratro. Eccone un’anticipazione  a cura dello stesso Autore.

La grande paura del Duemila è di ritornare poveri. È il timore nuovo che leggo negli occhi di molte persone. E che affiora sempre più spesso anche dalle loro parole, non appena si comincia ad accennare al futuro. Tanti genitori si chiedono quale sarà la vita che attende i loro figli. A volte m’imbatto in nonni angosciati da quanto potrà accadere ai nipoti. Sono pochi quelli che non si fanno domande. E sostengono di non provare nessuna di queste ansie. Li ascolto con un pizzico di invidia perché non hanno i dubbi che, al contrario, inseguono anche me. È questo il regalo del nostro difficile e torbido inizio degli anni Duemila. Prima una crisi finanziaria globale, poi la crisi economica che riduce molti redditi famigliari, la crescita dei disoccupati, l’obbligo di intaccare i risparmi, i bilanci di molte nazioni a rischio di fallimento. E infine il divampare della questione dei giovani: non trovano davvero lavoro o aspirano a un lavoro impossibile da conquistare? Nei decenni passati le cose non andavano così. Certe paure non avevano ragion d’essere. Me lo conferma la mia storia personale. E soprattutto quella della famiglia dove sono nato e cresciuto. Come leggerete in questo libro, mio padre Ernesto e mia madre Giovanna venivano da un’infanzia segnata dalla povertà. Quella di mio padre, poi, era stata marchiata da una condizione ben più dura: la miseria. Ma entrambi guardavano al futuro con fiducia. Ernesto aveva vissuto i primi vent’anni tra gli ultimi della scala sociale. Mangiando poco. Vestendo panni smessi da altri. Calzando scarpe di ripiego, ottenute grazie alla carità del parroco del paese. E soprattutto iniziando a lavorare da bambino. Quando venne arruolato dall’esercito e fu mandato al fronte nella prima guerra mondiale, era un ragazzo soldato che non aveva ancora 19 anni. Ma toccò il cielo con un dito. Si riteneva fortunato e in Poco o niente scoprirete il perché. Alla mia nascita, Ernesto e Giovanna avevano un lavoro in grado di mantenere se stessi e i figli. Lui era un operaio dello Stato, un guardafili delle Regie poste e telegrafi. Lei era diventata una modista e una pellicciaia provetta. Grazie al suo negozio, guadagnava più di mio padre. Ma anche Giovanna ha faticato tutti i santi giorni, sino alla vigilia di morire. Non si sono mai concessi alcun lusso. Non hanno mai posseduto un’automobile. Non sono mai andati in vacanza. Però hanno sempre avuto una certezza: tanto io che mia sorella avremmo vissuto un’esistenza migliore della loro. Una certezza che oggi molti genitori non possiedono più. Ernesto e Giovanna mi hanno fatto crescere senza obbligarmi ad affrontare nessuno dei sacrifici incontrati da entrambi. Mi hanno messo in mano libri che non avevano potuto leggere. Mi hanno aiutato a frequentare scuole che gli erano state negate. Mi hanno protetto con una generosità illimitata, ma avvisandomi che, da un certo momento in poi, avrei dovuto far conto sulle mie sole forze. Li ho sempre visti felici di potermi offrire una vita tutta diversa dalla loro. Mi incitavano ad approfittare del piccolo benessere conquistato anche per me. Dicevano: guarda che non capita a tutti la fortuna di studiare, devi cercare di meritarti il regalo che hai ricevuto, grazie ai nostri sacrifici. Quando sono entrato all’università, era il 1954 e avevo appena compiuto 19 anni, mio padre stentava a nascondere un orgoglio felice. Mi raccontò: alla tua età ero un soldato ignorante, arrivato appena alla quarta elementare, e stavo al fronte insieme a tanti altri militari uguali a me. Molti erano analfabeti, non sapevano neppure parlare l’italiano, si esprimevano unicamente nel dialetto dei loro paesi. Un piemontese e un siciliano potevano morire l’uno accanto all’altro, nella stessa trincea. Però non riuscivano a capirsi: erano come due stranieri arrivati da nazioni lontane. Soltanto gli ufficiali non erano così. Ma anche tra loro di laureati se ne trovavano pochi. Invece tu, caro Giampa, frequenti l’università. E io potrò vantarmi di avere un figlio dottore! Ernesto mi seguì, passo dopo passo, lungo tutto il percorso di studente universitario. In un taccuino segnava gli esami che avevo superato e il voto ottenuto. Mi resi conto che sapeva tutto del corso di studi al quale ero iscritto. (…). Pretendeva che i miei voti fossero sempre alti. Se dopo una serie di trenta, portavo a casa un ventisette, lo scoprivo deluso. Non mi diceva nulla, però capivo che si era aspettato di più. Venne a Torino per assistere alla mia laurea in Scienze politiche, a Palazzo Campana, la sede delle facoltà umanistiche. Stava per compiere 61 anni ed era la prima volta che metteva piede in un santuario della cultura accademica, un operaio fra tanti professori e studenti. Si preoccupò molto nell’ascoltare il battibecco fra il relatore della mia tesi e il presidente della commissione di laurea. Era il magnifico rettore dell’ateneo, un vero barone, autoritario e stizzoso. Si lamentava delle troppe pagine che avevo scritto. Ma forse non gli garbava l’argomento: la guerra civile nella mia provincia, quella di Alessandria, fra Genova e il Po. Ernesto ebbe il timore che il fastidio del rettore potesse nuocere al mio voto di laurea. (…). Però nella vita si era imbattuto in momenti molto peggiori e decise di restare sino alla fine della cerimonia, confuso tra il pubblico. Quando mi vide premiato con il massimo dei voti e la menzione della dignità di stampa, scappò via di corsa a prendere il treno e ritornò da solo nella nostra città, dove lo aspettava mia madre, assai più tranquilla di lui. Alla sera, quando ci ritrovammo a casa, mi abbracciò dicendomi: una laurea come la tua ti garantirà una vita diversa da quella che abbiamo fatto la mamma e io. La stessa certezza ho avuto nei confronti di mio figlio Alessandro. (…) Non nutrivo nessun timore per il suo futuro. Erano i primi anni Ottanta e non esistevano le apprensioni di oggi. Per un bravo laureato l’avvenire era sicuro. Niente precariato. Un lavoro tutelato da un buon contratto. Uno stipendio all’inizio modesto, ma destinato a crescere con il tempo e l’esperienza. Un percorso professionale aperto a ogni possibilità. Una carriera non facile, che tuttavia poteva condurti in alto. Grazie al merito e senza bisogno di contare sulla protezione di qualche santo in paradiso. I padri di oggi come vedono il futuro dei figli? Sempre più spesso sono indotto a pensare che, nella maggioranza dei casi, non siano in grado di prevedere niente. Tanto che, a volte, non si pongono nessuna domanda perché hanno paura della risposta. (…). Giampaolo Pansa

……..La storia dei genitori di Pansa potrebbe essere, anzi è,  la storia dei genitori di ciascuno di noi. E la paura dei padri di oggi per il domani dei propri figli è la nostra stessa paura.g

QUELLI CHE DISSERO DI NO…IL NUOVO LIBRO DI ARRIGO PETACCO

Pubblicato il 27 settembre, 2011 in Cultura, Il territorio, Storia | No Comments »

Quelli che dissero di no. 8 settembre 1943: la scelta degli italiani nei campi di prigionia inglesi e anericani.

Il più famoso è il Duca D’Aosta, l’eroe dell’Amba Alagi, al quale gli inglesi, dopo la strenua resistenza,  resero gli onori delle armi prima di deportarlo in India in un campo di prigionieri di guerra non cooperatori. Ad un generale suo sottoposto che gli proponeva di allearsi con gli inglesi, il Duca rispose: “dovrebbero arrestarci entrambi, lei che ha parlato ed io che l’ho ascoltata”. Il Duca non rientrò mai in Italia, morì di malaria in prigionia, in quel campo di non cooperatori, uno dei tanti allestiti da inglesi e americani,  dove tantissimi soldati italiani, dopo l’8 settembre, rimasero prigionieri, taluni per molti anni, prima di rientrare in Patria, senza aver accettato di cooperare con i vincitori. A narrarre la loro storia, a ricordarne i nomi, da Alberto Burri a Giuseppe Berto, a Gaetano Tumiati,   da Walter Chiari e Raimondo Vianello,  entrambi arruolatisi nella RSI, ignorati dalla pubblicistica della Resistenza  e liquidati come fascisti irrecuperabili,  è il libro di Arrigo Petacco, da oggi in libreria, dal titolo emblematico: Quelli che dissero di no. 8 settembre 1943: la scelta degli italiani nei campi di prigionia inglesi e americani, edito da Mondadori, 19 euro. “E’ un libro che fa male ai sentimenti questo di Petacco, ha scritto nel recensirlo Pietrangelo Buttafuoco. E’ documentato, e ogni pagina diventa sceneggiatura di un film, di un documentario, di un tornare dentro le profondità del nostro essere italiani e cavarsene fuori col terrore di non essere  oggi all’altezza di quella dignità e di quel coraggio o di quella spavalderia. Come fuggirsene dal campo di prigionia in Kenya per scalare il monte omonimo solo per piantare in cima il tricolore e magari finire in una tavola di Achille Beltrami sulla Domenica del Corriere”. E aggiunge Buttafuco ” non c’è il ritratto autoassolutorio degli italiani brava gente in Quelli che dissero di no. C’è al contrario, il racconto degli “italiani di carattere”, quelli della strada impervia, straordinari a dimostrare quanto fosse vera la parola d’ordine del credere, obbedire combattere,  rispetto alla disfatta fin troppo facile della stragrande maggioranza dei voltagabbana, tanti al punto di raccapricciare lo stesso nemico che, per la prima volta nella storia, s’impegna a rieducare il prigioniero, a trasformarlo in un cobelligerante. Tutto ciò mentre pochi uomini sdegnosamente rifiutavano l’elemosina di trasformarsi da vinti in vincitori. Ci sono pagine commoventi in questo libro così estraneo all’albertosordismo fino a diventare contravveleno alla vulgata ufficiale sull’esercito sconfitto”.  E, conclude Buttafuoco, “c’è ovviamente la storia mai conosciuta  in questo libro vivo come un racconto fatto a voce.” La storia, vogliamo sottolinearlo,  di uomini, noti e meno noti, che nei  campi della prigionia, furono protagonisti di testimonianze di ordinaria normalità, tanto ordinaria da sfiorare l’eroismo, come il colonnello Paolo Sabbatini, medaglia d’oro al valore militare, prigioniero in un “fascist kriminal camp” detenuto alle pendici dell’Himalaia in India,  non collaborazionista, che come tutti gli altri prigionieri  bruciava le lettere che gli arrivavano da casa per non  farsi prendere dalla nostalgia.  così resistere alla richiesta di farsi traditore, o come Beppe Niccolai, futuro fondatore del MSI e il tenente Giovanni Dello Jacovo, futuro deputato del PCI, entrambi, nello stesso campo,  non collaboratori, che si meritarono dagli stessi carcerieri  una medaglia di riconoscimento:” You are true soldiers”.  E’ un libro,  però, avverte   Buttafuco, “di straordinaria attualità in queste giornate in cui tutti attendono un nuovo Dino Grandi e ci aiuta a non poco a scandagliare la psicologia di noi italiani, sempre in bilico tra fedeltà e mugnugno, nell’eterno contrappasso”.  Un libro da leggere e da meditare. g.

……………Anche  molti soldati torittesi furono prigionieri non cooperatori, alcuni in India, altri in America.  Fra questi,  una  indimenticata figura  della politica locale, Francesco Giannini, don Ciccio per tutti, icona storica della Destra torittese. Catturato in Africa,  fu prigioniero in un “fascist kriminal camp” in India, non cooperatore e non collaborazionista, e ricordava  sempre con orgoglio questa sua scelta, sebbene gli fosse costata il rientro in Patria con molto ritardo, nel 1949. Gli fummo molti vicini e ora ci piace ricordarLo in occasione della recensione del libro di Petacco dedicato ai  soldati italiani prigionieri non cooperatori.g.