CLIMA DI ODIO E MANETTE: PAPA PAGA PER TUTTI
Pubblicato il 23 settembre, 2011 in Giustizia, Politica | No Comments »

Il rappresentante del popolo Alfonso Papa sta ancora sotto chiave in una cella di Poggioreale e i magistrati che ne hanno preteso l’arresto, autorizzato dal Parlamento per la prima volta nellasua storia per reati che non fossero di sangue, dicono che non possono concedergli gli arresti domiciliari perché quel tristo deputato, con le sue arti e la sua scaltrezza diabolica, se si trovasse a vivere fra il salotto e la cucina di casa sua, saprebbe manipolare le prove. Diavolo d’un uomo. La sua abilità, e la paura che ispira, mi ricordano quella canzoncina dialettale che esiste in tutte le versioni regionali e che dalle parti mie suona così: «Una sorcaccia intrepida nel mio camino entrò, tutta la notte rosica la cassa ed il comò.
In tredici o in quattordici l’annassimo a cercà, co li fucili carichi dove la bestia sta. Sentite che fece quella bestiaccia: ci saltò in faccia e ci fece scappar, sentite che fece quella bestiaccia: ci saltò in faccia e ci fece scappar». Così mi sembrano questi intrepidi magistrati che ottengono dal Parlamento della Repubblica ciò che mai fu concesso prima da un Parlamento della Repubblica: la consegna di un membro eletto delle Camere dal sovrano elettore, perché possa essere privato non soltanto della sua libertà personale, ma della possibilità di assolvere i suoi doveri, ma che dopo due mesi fa ancora una enorme paura, tanto che lo devono tenere rigorosamente chiuso in gattabuia, essendo poco sicuri delle prove raccolte.
E qui un inciso, anzi una domanda: ma chi l’ha detto che a un deputato in carcerazione preventiva (perché di questo stiamo parlando e non di espiazione di una pena) possa essere sequestrato il diritto-dovere di votare le leggi secondo il mandato dei suoi rappresentati, magari per via telematica dalla gattabuia in cui si trova? Dove sta scritto che la funzione dell’eletto decade se questi è momentaneamente privato della libertà e non per espiare una condanna? I magistrati, come gli intrepidi cacciatori della canzoncina popolare, dopo due torridi mesi estivi che certamente non avranno passato sotto l’ombrellone ma chiusi nei loro uffici, hanno dunque ancora paura che Papa possa inquinare le prove. Il che vuol dire, se la logica non viene meno, che ancora non hanno messo insieme uno straccio di fascicolo con prove solide e non più inquinabili. Ma che discorso è questo? O questi funzionari dello Stato non sanno fare il loro mestiere, che è quello di mettere insieme prove non inquinabili, oppure hanno altro in mente.
Qui non parlo da giornalista, ma da deputato: e da deputato ho l’obbligo di decidere se siamo di fronte a richieste comprensibili o se c’è anche il fumus persecutionis che va al di là delle esigenze di giustizia. Ed è francamente incomprensibile che dopo due mesi ancora si giustifichi la galera con il possibile inquinamento delle prove. E questo dubbio si fa molto più solido di fronte all’allegra e spensierata sorte capitata al senatore del Pd Tedesco che se ne va libero e bello dimostrando che esistono due pesi e due misure. Fino al caso di Papa il Parlamento non aveva mai concesso l’arresto di un suo membro, salvo che per fatti di sangue, ma in realtà neanche per quelli perché i deputati da arrestare si erano già rifugiati all’estero. Ma dall’arresto di Papa e nell’orrido clima che sta montando, siamo passati ieri a votare la richiesta di un altro arresto preventivo per il deputato Milanese, non concesso per motivi politici e non di principio, ma con la partecipazione di sette franchi tiratori della maggioranza che hanno votato per le manette.
Questo dimostra che anche tra le forze politiche si è perso il principio democratico di tutela del Parlamento come bene del popolo, il quale popolo è stato invece rieducato a dosi massicce di odio e ad applaudire gogne, forche e galere preventive». È l’aggettivo «preventivo» che fa la differenza: se si trattasse di concedere l’arresto di un deputato condannato definitivamente dopo un processo che lo avesse dimostrato colpevole, non ci sarebbero questioni. Ma ora si gioca tutto sull’umiliazione della sola maggioranza e questo obiettivo prevede appunto l’uso mediatico della galera «preventiva» che, diversamente dalla legge che è uguale per tutti, è invece uguale soltanto per alcuni, come si è visto dal caso del senatore democratico Tedesco. Siamo dunque all’uso di gesti di grande impatto emotivo, come ai tempi di Mani pulite, di cui sta per celebrarsi il ventesimo anniversario.
Allora una serie di sedute mediatiche nel tribunale di Milano, con Antonio Di Pietro nelle vesti del mattatore, decapitarono la Repubblica di tutti i partiti democratici che l’avevano fatta nascere e crescere,aprendo la strada alla cosiddetta seconda Repubblica, nata dalla disperazione e dalla delegittimazione della prima. Ora si dovrebbe dire che tira aria di terza Repubblica, ma non è più il caso di giocare con le parole: il clima è quello di una messa in stato di arresto virtuale e occasionalmente materiale del Parlamento, facendo leva sull’impatto di intercettazioni che spesso non hanno nulla, dal punto di vista della raccolta di prove per la contestazione di reati, a che vedere con la giustizia ma molto con i titoli dei giornali. Quell’impatto viene cercato con accanimento e con spesa di denaro pubblico finora mai visti e suggeriscono l’immagine di una gigantesca caccia alla volpe: Berlusconi (e i suoi) con tutte le enormi magagne e imperdonabili imprudenze, è diventato il «cinghialone numero due»,essendo stato il primo Bettino Craxi.
Questa caccia al cinghiale è costosissima e richiede mille schioppi, mille cani, mille forconi e un esercito di inservienti in livrea che suonano le trombe e i corni. In questo panorama, il deputato Papa resta, come dicono nella Capitale, al gabbio perché le prove sulle sue malefatte, le stesse usate per chiedere con clamore il suo arresto, dopo due mesi non sono ancora di materiale solido, ma informe, manipolabile al punto che lo stesso Papa, se fosse agli arresti domiciliari, potrebbe farne palline del tipo di quelle levigate dai laboriosi stercorari, quei coleotteri che sono specialisti nell’arte di dar forma ai rifiuti organici. E questo ci sembra inaccettabile, ingiustificabile e incredibile. Il giornale, 23 settembre 2011


Vita politica e vicende processuali sono indissolubilmente connesse, e già questo descrive un male profondo della vita italiana. Sia per la politica che per la giustizia. Si può sostenere che questo discende dalle colpe di Silvio Berlusconi, oppure dal tentativo, che si trascina da diciassette anni, di farlo fuori per via giudiziaria, ma quale dei due punti di vista si adotti, il risultato è che ci tocca occuparci di processi penali anziché di processi decisionali. Chi, come noi, ha a cuore sia il diritto che l’autonomia della politica, chi sa che, in una democrazia e in uno Stato di diritto, non si deve mai essere costretti a scegliere fra la legittimità che deriva dal consenso popolare e la regolarità che discende dal rispetto della legge, cerchi, almeno, di non perdere la bussola. Cominciamo dal processo Mills, che ieri s’è avvicinato alla sentenza. Di una cosa sono sicuro: avrà un posto nei libri di diritto. Un giorno si chiederà agli studenti di legge di riferire su come sia stato possibile processare in due sedi e tempi separati i protagonisti di un reato che il codice vuole a “concorso necessario”: non può esserci un corrotto senza un corruttore, e viceversa. Un tempo, quando era reato l’adulterio, anche quello era un reato a concorso necessario, perché non si può tradire da soli. Vi pare pensabile che si condanni uno per avervi preso parte senza sapere con chi giacesse? È quel che è successo: l’avvocato Mills è stato condannato quale corrotto, e ora, dopo anni, si cerca di capire se Silvio Berlusconi era il corruttore. Se dovesse essere assolto (ipotesi che non si può escludere, o no?), Mills resterà da solo. Una specie di adulterio mediante onanismo. Ecco, avendo alle spalle una tale premessa, ieri il collegio giudicante, in quel di Milano, ha ridotto significativamente la lista dei testimoni. Così si arriva prima alla conclusione. Ridurre i testimoni è una facoltà di chi giudica. Non è sbagliato: se un Tizio viene derubato all’Auditorium e l’avvocato di Caio, presunto ladro, pretende di sentire tutti i presenti quali testimoni è ragionevole che gli si dica di no. Bastano quelli in grado di dare dettagli rilevanti. Ma quando un collegio giudicante cancella dei testimoni sa di correre un rischio, perché se la difesa potrà dimostrare, in Cassazione, che i suoi diritti sono stati violati e il proprio lavoro reso impossibile, la sentenza diventerà carta straccia. Quindi si deve fare attenzione. C’è stata, ieri, a Milano? Non lo so, ma so che non sarebbe servita a nulla, perché la sentenza, quale che sarà il contenuto, è già in partenza carta straccia, visto che il procedimento è destinato a sicura estinzione per prescrizione. Allora, perché si corre? Per arrivare a concludere il primo grado, a beneficio esclusivo dei mezzi di comunicazione. Berlusconi non sarà mai condannato in via definitiva, è escluso, e non perché innocente (non lo so, non c’ero), ma perché il processo è già morto. Lo si celebra a solo beneficio del pubblico. Cambiamo città, andiamo a Napoli, inesauribile fonte di sollazzo telefonico e d’intrusione per via giudiziaria. Qui le cose sono più bislacche, anche in omaggio alla tradizione partenopea: non si ha idea del perché quella procura si senta competente. A parte ciò, gli atti di un’inchiesta sono considerati coperti da segreto anche durante l’udienza preliminare, e restano riservati se poi divengono atti di un futuro processo. Questo dice la legge. Un parlamentare non si può intercettare, se non con l’autorizzazione del Parlamento. Questo dice la legge. Ma nessuno la legge, la legge. Così tutte le telefonate possono essere pubblicate, perché dal momento che vengono messe a disposizione delle parti non si sa più chi le abbia passate alla stampa. Voi dite che è stata la difesa del pappone industriale? A me pare difficile. In quanto alle conversazioni di un parlamentare, presidente del Consiglio, non è lui che intercettano, ma quelli con cui parla. E non è una barzelletta, ma la tesi della procura. E non basta, perché i giornali di ieri titolavano: scaduto l’ultimatum della procura. L’ultimatum? Siamo in guerra? Intanto il giudice dell’udienza preliminare manda prosciolti tutti gli imputati del processio “Cassiopea”, più noto per avere ispirato Gomorra. Traffico di rifiuti tossici. Il proscioglimento è un doppio veleno dell’ingiustizia: i colpevoli fanno marameo e gli innocenti resteranno marchiati a vita. Ma chi se ne importa, i riflettori puntano altrove, oramai. Da quella parte c’è una presunta parte lesa che non si sente lesa, essendo, in realtà un potenziale imputato, cui si nega la presenza degli avvocati all’interrogatorio. E c’è chi sostiene, come fa Carlo Federico Grosso, che se la difesa lo vuole «imputato in procedimento connesso» questa è, di fatto, una confessione. Roba che neanche alla santa inquisizione. Tutto questo per dire: sono procedimenti fatti a mezzo stampa e per la stampa. Siamo l’unico Paese al mondo in grado di pubblicare le conversazioni di chi governa, sputtanandolo. Siamo gli unici in grado di demolire da sé soli una propria multinazionale. Può darsi che se lo meritino, ma non ce lo meritiamo noi. A me piace un mondo in cui i colpevoli vanno in galera, mi piace assai meno un Paese prigioniero dei processi.
Se il parlamentare Marco Milanese deve restare libero perché il parlamentare Alfonso Papa è carcerato? E se Papa si trova in galera, perché il parlamentare Alberto Tedesco siede al suo posto in Senato? Il tentativo di mascherarsi dietro la “libertà di coscienza” è ridicolo. Le forze politiche che vi ricorrono mostrano di mancare di responsabilità, oltre che di vergogna. I singoli parlamentari che se ne fanno scudo dovrebbero ricordare che una coscienza si dovrebbe averla, per volerla libera. Quando fu concesso l’arresto di Papa, con il determinante voto leghista e l’entusiasmo della sinistra, descrissi la scena come orrida. Non intendevo certo difendere Papa. Lui, come Milanese e Tedesco, mi paiono politicamente indifendibili. Una responsabilità per chi li ha candidati. Ma in gioco era ed è l’istituzione Parlamento, sicché l’arresto di un suo componente può essere concesso solo davanti a fatti gravissimi e conclamati. L’autorizzazione parlamentare non è una specie di primo processo, non concederla non significa considerare innocente il soggetto, ma un istituto a difesa dell’autonomia e sicurezza del Parlamento. Votandosi sulla sorte di una persona è chiaro che il voto è segreto, ma deve essere pubblica la motivazione, deve essere noto il ragionamento svolto da ciascuna forza politica, altrimenti si scade nella complicità e nel killeraggio. Su che votano, i colleghi parlamentari? Su casa sarebbero libere, le loro coscienze? Rispondono: sull’esistenza o meno del fumus persecutionis. Vale a dire sull’ipotesi che ci sia in atto un disegno persecutorio, da parte della procura. E Milanese sarebbe un perseguitato, mentre Papa no? Sarebbe un perseguitato Tedesco, che i suoi compagni di sinistra non ebbero il coraggio di difendere e che, con immensa ipocrisia e falsità, chiese lui stesso d’essere arrestato? Non scherziamo. La verità è che su Papa la sinistra mostrò d’essere forcaiola con gli avversari e garantista con sé stessa (cosa che capita anche ai parlamentari e alla pubblicistica di destra, perché se c’è una cosa poco diffusa, dalle nostre parti, è la cultura del diritto), e la Lega si prese una bella vacanza giustizialista, in modo da tornare nelle piazze e nei bar di casa e cercare di riprendere il posto e il tono di un tempo. Peccato che quella vacanza, ora, produce l’impossibilità di spiegare perché un altro parlamentare, per giunta amico di un loro amico (Giulio Tremonti), debba essere salvato. Il prossimo 22 settembre ci sarà il voto in Aula. Correggano il tiro e provino a dire qualche cosa di decente: no, non concediamo l’arresto di Milanese perché non si sottrae un membro al Parlamento senza che vi sia alcuna reale esigenza cautelare e senza che ricorra neanche uno dei motivi per cui un cittadino può essere privato della libertà, ma aggiungiamo anche che la custodia cautelare non deve mai essere uno strumento d’indagine, vale a dire di ricatto, e che il nostro voto a difesa di Milanese prelude ad una seria riforma, che la finisca con la sistematica violazione dell’articolo 275 del codice di procedura penale, talché nelle carceri italiane soggiornano troppi cittadini che la Costituzione c’impone di considerare innocenti. Un gesto tardivo, che giungerebbe nella fase terminale di una legislatura ulteriormente fallimentare nell’assicurare giustizia agli italiani, ma pur sempre il segno che, almeno, si è in grado di capire qual è la posta in gioco. Non lo faranno, sicché saranno libere le loro coscienze, ma anche il nostro giudizio. Pessimo. Il Giornale, 15 settembre 2011
Sceneggiatura del film di una tranquilla giornata del Partito Democratico. Titolo: «Quel pomeriggio di un giorno da cani». Interno giorno. Parlamento italiano. Piano americano. Prende la parola un senatore della sinistra: «Sono innocente, arrestatemi». Manca solo il «viva Stalin!» finale per sprofondare nell’era delle purghe del Baffone. Il Senato della Repubblica vota. Il parlamentare del Pd Tedesco non va in carcere grazie ai voti del Pdl. Salvato dal nemico. Esterno giorno. Panoramica. Carcere di Poggioreale. Il deputato del Pdl Alfonso Papa varca la soglia del penitenziario. È la prima sera in cui non potrà riabbracciare i suoi due bambini. Il Pd ha votato per il suo arresto. Interno giorno. Parlamento italiano. Primissimo piano. Parla il segretario del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani: «Il Pdl, coerentemente ma in modo sbagliato, ha detto che i deputati non sono uguali ai cittadini: ha molti più voti al Senato e lì è passata la sua tesi». Libero Tedesco nel giacobino Pd. Interno giorno. Internet. Zoomata sul blog del Fatto Quotidiano. Scrive Debora Serracchiani, europarlamentare del Pd: «Chiedo al senatore Tedesco se la sua coscienza non gli imponga di dimettersi». Esterno giorno. Piazza Montecitorio. Dettaglio sugli occhi infuocati di Arturo Parisi, parlamentare democratico: «Troppe sono le domande che sulla vicenda Tedesco mi vengono rivolte: proprio in quanto suo compagno di partito». La sceneggiatura finisce qui, perché non c’è ancora il finale. Noi cinefili de Il Tempo ci auguriamo che questa pellicola ci restituisca un senatore che si dimette e si affida alla giustizia decantata dal Pd. Non si può pensare di sbattere in galera l’avversario e poi approfittare del suo onesto e drammatico voto per farla franca e sfuggire alle manette. Tutti dentro. Hanno voluto il cappio, hanno nutrito la bestia. Ora divorerà anche loro, che si dicono democratici. Mario Sechi, Il Tempo, 22 luglio 2011