TREMONTI RESISTE, MA I VELENI DI WOODCOCK DANNEGGIANO TUTTO IL PAESE
Pubblicato il 14 luglio, 2011 in Giustizia, Politica | No Comments »
«Hic manebimus optime».Tremonti cita Tito Livio per dire che resterà qui a combattere, senza scappare, lasciandosi alle spalle le voci di resa, i pettegolezzi, le dimissioni, la bufera. Non molla. E butta in faccia agli speculatori una manovra ancora più dura. La scommessa del superministro è far approdare l’Italia in un porto sicuro. Tutto questo rischia di naufragare per l’azione di una procura, che con l’ennesima inchiesta apparentemente senza prove, fatta di sussurri e grida, sta mettendo a rischio il portafoglio italiano. Questa procura ha due nomi e un cognome: Henry John Woodcock.
Sulla strada di Tremonti, e sul suo lavoro per tutelare l’Italia dagli squali, è apparsa un’onda anomala. Magari casuale. Magari non voluta. Ma sta lì e cresce insieme al suo carico di dubbi. È il fattore W.
E se tutta questa tempesta giudiziaria che ruota intorno a Tremonti fosse solo l’ultimo buco nell’acqua del pm Woodcock? Il dubbio maggiore è proprio qui. Alimentato dal capo della procura di Napoli, Lepore, che ieri s’è affrettato a dire che il ministro non è indagato.
Eppure i magistrati napoletani hanno lasciato che per giorni si speculasse, che per giorni si rincorressero le voci. Viene da chiedersi perché, allora. Forse non è neanche dolo, ma sfiga. A pensarci bene sarebbe la più masochistica delle beffe italiche. Nessuna accusa di disfattismo: il buon magistrato non aveva sicuramente come obiettivo lo scossone finanziario. Solo che se si dà uno sguardo al suo curriculum un po’di sfiducia c’è.Ormai ci siamo abituatiai processi celebrati sui giornali, ogni carta, ogni telefonata, ogni parola, nelle mani delle procure diventa pubblica piazza. È un vizio che già crea seri problemi di filosofia del diritto, morali: è giusto sputtanare senza processo chi si trova sotto indagine? La giustizia italiana non riesce, purtroppo, a essere al di sopra di ogni sospetto. Capitano strane coincidenze. Saverio Romano quando non faceva il ministro dell’Agricoltura era a un passo dall’archiviazione. Gli stessi pm di Palermo erano favorevoli. Poi, dopo avere salvato il governo, la sua situazione si aggrava. Il gip rigetta l’archiviazione. Viene rinviato a giudizio con l’accusa di concorso in associazione mafiosa. Troppo vicino a Berlusconi. Casualità, ma che si ripetono.
Il guaio è che il marchio d’infamia viene scolpito prima di qualsiasi processo. Di solito ci rimette solo chi si ritrova sulla gogna. Questa volta, nel caso che sfiora Tremonti, c’è però in ballo la fortuna dell’Italia. È il salto di qualità. Il fattore W. rischia di tradursi in bancarotta. Malfidàti? Forse. Ma qualche ragione c’è. Le grandi inchieste di Woodcock hanno sempre un finale sgonfio, come quei gialli che promettono bene ma all’ultima pagina ti lasciano con l’amaro in bocca: tutto qui?
Ecco come W. è diventato un’onda anomala. L’assalto degli speculatori al sistema Italia non parte dall’inchiesta su Milanese, però la fuga di notizie danni ne ha fatti. Tremonti finora era stato l’anticorpo contro il virus che ha steso la Grecia, debilitato la Spagna e spaventato mezza Europa. È un virus che si nutre di instabilità, paura e conti pubblici fuori misura. In Italia le condizioni per il suo assalto ci sono.
L’anticorpo era riuscito a rendere inefficaci i tentativi di far sviluppare la malattia. Il fattore W., con la sua inchiesta pubblica, ha reso più fragile e solo Tremonti. Ha fatto pensare agli speculatori che fosse arrivato il momento di attaccare il sistema, di concentrare sull’Italia le loro attenzioni, di assaporare una preda grossa.
Il dottor Woodcock in fondo non si è mai trovato a proprio agio con le piccole storie. Non si è mai sentito semplicemente un pm, piuttosto un moralizzatore di costumi, soprattutto quando interrogava re, vip e veline. Per poi vedersi archiviare tutto. Questa volta il gioco rischia di andare al di là delle sue stesse intenzioni. Non è solo spettacolo, qui si scommette sul futuro dell’Italia. E chissà se in mano il dottor W. ha davvero le carte o è pronto a calare il suo ultimo bluff. Andremo a vedere. Ma quanto ci costa? Il Giornale, 14 luglio 2011

Nonostante lo sconto, la sentenza d’appello sul risarcimento Fininvest alla Cir di Carlo De Benedetti segna l’ennesima sconfitta dello staff legale di Silvio Berlusconi. Senza voler esprimere giudizi di merito né dare pagelle alla professionalità degli avvocati del premier, si può dire: nessuna sorpresa, visti i precedenti. Ripetiamo, la nostra è un’opinione politica che riguarda sia la (indubbia) persecuzione giudiziaria di cui il Cavaliere è stato vittima da quando è entrato in politica, sia le ancora più sbagliate e goffe campagne che Berlusconi ed il suo inner circle giuridico-governativo-parlamentare hanno promosso in quasi tutti questi anni sulla questione giustizia. È una lunga sfilza di cause perse sia nelle aule dei tribunali sia in quelle istituzionali. All’inizio di tutto c’è ovviamente il mai risolto conflitto d’interesse: e, diciamo la verità, non basta affermare che neppure la sinistra ha voluto affrontarlo per utilizzarlo a sua volta come pretesto. Eppure sarebbe bastato un blind trust serio, dal quale il Cavaliere potesse attingere i profitti ma dalla cui gestione fosse realmente interdetto. Qualcuno può davvero affermare che la capacità di nomina dei dirigenti e dei direttori di Mediaset e di Mondadori ha determinato le sorti elettorali dell’Italia e del centrodestra in particolare? Per non parlare della Rai: certo, il governo fa le nomine, con quali risultati però si vede. L’annuale telenovela intorno al contratto di Michele Santoro (e di Fazio, Floris, Dandini, Litizzetto e giù a scendere), ed i dividendi mediatici e pecuniari che puntualmente ne conseguono parlano da soli. Con il blind trust ci saremmo risparmiati inchieste come la memorabile RaiSet, nonché le varie serie di velinopoli e vallettopoli. Senza contare che una rinuncia vera e non di cartapesta da parte di Berlusconi ad occuparsi di tv pubbliche e private avrebbe automaticamente messo in mora il centrosinistra che, dal governo e dall’opposizione, nella Rai ha messo mani e piedi da ben prima che il Cavaliere fondasse il Biscione. Ma questa è solo una parte del problema, anche se è all’origine di tutto. Perché nei suoi ormai diciassette anni di prima linea nella vita pubblica, Berlusconi ha denunciato problemi e colpe reali del nostro sistema giudiziario, e ha spesso portato ed offerto se stesso come prova vivente ed evidente degli intrecci fra pm, giudici, politica e media. Due esempi su tutti: il bluff del teste Omega, cioè Stefania Ariosto, creato in provetta da quella Ilda Boccassini che tuttora continua ad inquisire Berlusconi (fatto che negli ordinamenti giuridici anglosassoni solleverebbe un conflitto d’interessi, ma dall’altra parte); e l’altrettanto grave invenzione del superteste Massimo Ciancimino, che doveva semplicemente dimostrare che Forza Italia organizzò le stragi mafiose del ‘92-’93. Ancora oggi se qualcuno va su Google e digita «stragi di mafia», come seconda voce esce «Berlusconi». In quei due processi, nelle clamorose storture che li hanno contraddistinti, era compreso quasi l’intero catalogo delle mostruosità e delle faziosità della nostra magistratura. La parte mancante sta nel ramo civile, e non è poco. Purtroppo anziché offrire la propria vicenda di vittima acclarata per fare di se stesso l’esempio e lo scudo per decine di migliaia di altre vittime meno importanti di lui, testimoniando con la pratica che i suoi problemi erano i problemi di tutti i cittadini, e quindi andavano risolti non con scorciatoie personali ma con una riforma complessiva del sistema, il Cavaliere e i suoi avvocati hanno finito per capovolgere l’ordine delle cose. Grandi riforme solo promesse e mai attuate. E, al loro posto, una miriade di leggi, leggine, commi che inevitabilmente sono, ed erano, risultati ad personam. Il problema di tutti è finito per diventare l’interesse di uno. L’interesse di uno è a sua volta divenuto il problema di tutti. L’ordine delle cose si è capovolto. Alla grande riforma – che può essere realizzata solo con il fair play istituzionale e la massima trasparenza nei confronti dell’opinione pubblica – si sono sostituite i decreti e gli scudi firmati di volata, magari sotto dettatura dei Ghedini di turno, dai Cirami, Cirielli, Paniz: con tutto il rispetto, non passeranno alla storia dei riformatori di questo Paese. Quando si è voluto tenere più alto il tono, si è passati ai lodi affidati al presidente del Senato o al ministro della Giustizia. Il tutto per che cosa? Per finire triturati dal Quirinale, dalla Corte costituzionale, dal Csm, dal sindacato dei pm, quando non c’è stato l’aborto prematuro come per il recente comma salva-Fininvest (appunto) inserito in una manovra di aggiustamento dei conti pubblici chiesta dall’Europa. Il tutto nel tripudio dei media di sinistra, nell’imbarazzo dei liberali e dei moderati veri, a maggior gloria dello scandalizzarsi interessato dell’opposizione. Già, ma chi gli ha fornito le munizioni? Chi, in questi quasi vent’anni, è riuscito a perdere tutte le battaglie, legali e politiche? Il bilancio è questo: il Cavaliere è oggi privo di qualsiasi scudo, e deve corrispondere pronta cassa 560 milioni a De Benedetti. E questi sono problemi suoi. L’Italia ha ancora un sistema giudiziario penale e civile che fa vergogna, e questo è un problema di tutti. E per giunta se lo scrivi rischi la querela. Marlowe, Il Tempo, 10/07/2011

Negli Stati Uniti uno come Bisignani non esisterebbe. In Italia invece sì. E la colpa non è certo sua, ma di un sistema che preferisce lasciare le relazioni pubbliche e il lobbismo nel limbo dell’incerto piuttosto che regolarle con una legge che imponga trasparenza. Sono stato un bel po’ di volte a K Street a Washington e al Congresso americano. Ho visto come funziona il rapporto tra lobbisti e congressmen. Gli interessi sono palesi, emergono nella loro sana dinamica, sono certificati, nessuno si straccia le vesti, questa è la differenza tra un grande Paese e un piccolo villaggio di furbetti ipocriti. Negli Stati Uniti le telefonate e i verbali impaginati in questi giorni non avremmo mai potuto leggerli. E la colpa non è certo dei giornalisti, ma di un sistema giudiziario e legislativo che è un colossale colobrado a dispetto degli strepiti e dell’indignazione che si professano ma poi non si tramutano in atti concreti, cioè buone leggi per tutelare non solo la privacy ma anche e soprattutto per separare le buone inchieste da quelle cattive. Quella istruita dal procuratore Woodcock – lo scrivo con grande rispetto per la magistratura – è una cattiva inchiesta. Priva di tatto istituzionale, guardona, voyerista, pettegola, gossipara, da coiffeur, ma senza per ora lo straccio di una prova che regga il processo. Di inchieste sui giornali ne ho viste decine e decine. Ma di sentenze esemplari che rispettano le premesse ben poche. Mi sarebbe piaciuto udire un monito del Presidente della Repubblica sull’eruzione di verbali che forse denunciano un costume ma non accertano un reato. Silenzio. Ma non dispero. Napolitano non vuole lo sfascio. E non è mai troppo tardi per applicare una lezione americana. Mario Sechi, Il Tempo, 24 giugno 2011


