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IN RICORDO DI ALFREDO COVELLI, CONSERVATORE LIBERALE

Pubblicato il 29 giugno, 2011 in Costume, Politica | No Comments »

Riprendiamo dal Corriere dell’Irpinia questo  ritratto di Alfredo Covelli,   leader carismatico del partito monarchico  che fu costantemente impagnato a  costruire  una destra  democratica e unita, alternativa alla sinistra. L’ultima volta che lo incontrammo fu in occasione delle esequie di Ernesto De Marzio (1995)  insieme al quale Covelli aveva dato vita a Democrazia Nazionale. Ebbe per chi scrive  parole affettuose e di affettuoso ricordo delle battaglie condotte insieme all’insegna di quel grande sogno che appartenne e appartiene a tutti i moderati italiani: un grande  centro destra nel quale far confluire tutti i moderati, i liberali, i conservatori italiani, questi ultimi  nel solco del pensiero di Giuseppe  Prezzolini.  Tre anni dopo, nel 1998, la morte lo colse non più impegnato direttamente ma sempre attento  agli eventi politici che, proprio in quegli anni, volgevano a favore della realizzazione di questo grande sogno. Il ricordo del Corriere dell’Irpinia (Covelli nacque e morì a Bonito, paesino dell’Irpinia) è stato originato dalla presentazione della raccolta degli scritti e dei discorsi politci di Covelli patrocinata dalla Camera dei Deputati della quale Covelli fece parte ininterrottamente dalla Costituente  (1946) sino al 1979 partecipando con rara capacità e valente impegno alla vita politica nazionale. g.

27/06/2011

Quando, nel Natale del 1998, l’onorevole Alfredo Covelli morì a Roma, a Palazzo Chigi c’era l’ex comunista Massimo  D’Alema che, nel suo messaggio di cordoglio alla famiglia, seppe efficacemente cogliere il principale elemento ispiratore della lunga missione politica e parlamentare del carismatico leader monarchico. Una missione cominciata nel 1946, a poco più di trent’anni, con la prima elezione a Montecitorio, dove fu protagonista attivo fino al 1979. Ponendo l’accento sul «lungo ed appassionato impegno politico, segnatamente nell’Assemblea costituente e nella costruzione delle forze politiche della destra italiana»,  D’Alema ne valorizzò il  ruolo di costruttore ante litteram di una possibile e credibile alternativa di destra conservatrice e non reazionaria nel sistema politico repubblicano. Una linea, a dire il vero, spesso appannata dalle componenti demagogiche e popolane del movimento (soprattutto nel Mezzogiorno, dove si trovava il maggior bacino elettorale della stella e corona che, non va dimenticato, si esprimeva anche attraverso l’anima del laurismo, politicamente meno colta e raffinata) ma che pure era efficacemente servita ad incanalare nel circuito democratico un consistente numero di italiani ancora ostili al regime repubblicano.  Questo merito gli venne significativamente riconosciuto dallo stesso presidente del Senato Nicola Mancino, che  volle rendere omaggio al suo antico avversario (da giovane democristiano, aveva combattuto tenacemente più i monarchici  che i comunisti), ricordandone la « passione di italiano, la  cultura, l’oratoria di rara efficacia, la lealtà nei confronti dell’ordinamento repubblicano, pur nella fedeltà all’istanza monarchica». Anche Giulio Andreotti lo salutò con affetto: «Non credo – disse al “Tempo”-  che Covelli abbia mai pensato alla restaurazione monarchica e so che ad un certo punto fu lo stesso sovrano a mettere un freno all’attivismo partitico dei monarchici», aggiungendo poi che il segretario dei monarchici ebbe anche «l’occasione di essere determinante: fu nel ‘53 quando gli alleati voltarono le spalle alla Dc e De Gasperi chiese al partito monarchico di lasciar passare alla Camera il suo ottavo governo».
Insomma, nel momento della scomparsa, il mondo politico italiano (naturalmente quello più attento alla storia politica della nazione) lo annoverò tra i padri nobili di quel progetto politico giunto ad effettivo compimento appena qualche anno prima, allorché la destra già missina e monarchica era riuscita ad entrare nella stanza dei bottoni. Non è un caso che sia stato proprio il presidente della Camera Gianfranco Fini a firmare la presentazione del volume che raccoglie gli scritti e i discorsi politici di Covelli, la cui pubblicazione è stata resa possibile grazie alla donazione del suo prezioso fondo documentario all’Archivio storico della Camera (il volume è stato presentato nei giorni scorsi a Bonito, grazie ad un convegno organizzato dal centro studi “Alfredo Covelli e Francesco Caravita”  in collaborazione con “L’Osservatorio sui processi di governo e sul federalismo” e la locale amministrazione comunale: dell’evento il  nostro quotidiano ha già offerto ampi resoconti)
L’impostazione critica del volume (che, oltre alla presentazione di Fini, contiene gli illuminanti saggi introduttivi di Francesco Perfetti e  Beniamino Caravita di Toritto) conferma, sul piano più eminentemente storico-critico, i giudizi già delineati all’indomani della morte di Covelli.
Colpisce, in particolare, il tentativo appassionato ma frustrato, perseguito soprattutto negli anni Sessanta, di coinvolgere il Partito Liberale nel progetto di fondazione di un polo democratico-conservatore alternativo all’egemonia politica ed economica del centrosinistra  ispirato da Aldo Moro e Pietro Nenni (non va mai dimenticato che Covelli fu eletto alla Costituente nella lista liberale dell’UDN di Francesco Saverio Nitti, Vittorio Emanuele Orlando e Luigi Einaudi). Di fronte al diniego di Malagodi e del suo partito, Covelli rispose con orgoglio: « rivendichiamo per noi non diciamo l’eredità, ma la continuità, di ciò che vi è di migliore, di ciò che vi è di vitale nella tradizione liberale italiana, da Camillo Benso, Conte di Cavour a Giovanni Giolitti».
Il tramonto del progetto e la progressiva erosione di consensi elettorali (era ormai venuto meno l’antico richiamo istituzionale) lo spinsero al forzato connubio con Giorgio Almirante, che ebbe un relativo successo elettorale nel 1972 ed ancora nel 1976, quando però si consumò la rottura traumatica tra i due leader (peraltro favorita dalla destra democristiana, in cerca di sponde alternative alla strategia del compromesso storico). A questo proposito, Perfetti  ha notato che «proprio nella chiave di lettura della formazione di una destra moderna, moderata e costituzionale va ricordata la partecipazione alla fondazione del Msi-Destra nazionale, di cui fu presidente, e la pur breve esperienza di Democrazia nazionale, dal 1976 al 1979».
Dal citato volume “Scritti e discorsi” proponiamo un ampio e significativo stralcio della lettera inviata a Giorgio Almirante all’indomani dello strappo. Lo scritto ribadisce efficacemente le convinzioni ideali di Covelli, costretto a prendere atto che il MSI-DN si ostinava a non intraprendere la tanto auspicata e sognata svolta liberale.
LE PAROLE DI COVELLI
Caro Almirante, al punto in cui sono giunte le vicende del Partito, dopo la drastica decisione presa ieri dall’Esecutivo, non posso che registrare la definitiva totale vanificazione di tutti i miei tentativi, di tutte le mie speranze. Ho creduto fino all’ultimo che si potesse salvare l’unità, convinto che questa valesse qualsiasi sacrificio. Mi sono purtroppo sbagliato: ne sono profondamente deluso ed amareggiato.
In queste condizioni non mi sento più a mio agio nel Partito che insieme a te avevo contribuito a rifondare in uno spirito unitario e di pacificazione che i nostri avversari ci avevano invidiato: non mi sento più a mio agio nel Partito che gradualmente ad opera dei tuoi più stretti collaboratori si è andato allontanando dalle posizioni che erano state fissate nel Congresso Nazionale del 1973 […] Intanto si intensificava alla base, ad opera di tuoi amici e collaboratori, una assurda campagna di linciaggio morale contro chiunque dissentisse, lasciando rispuntare offensivi motivi discriminatori che erano stati banditi all’atto della costituzione della Destra nazionale.
Ti confermo che non ero al corrente della decisione dei deputati di “Democrazia Nazionale” di entrare nella Costituente di Destra, accettando l’invito di quella organizzazione per la costituzione di un gruppo parlamentare autonomo. Prescindo dalle valutazioni formali e, riferendomi a un giudizio di merito, ritengo che quei deputati, aderendo alla Costituente di Destra, abbiano inteso, come hanno poi spiegato, riaffermare la loro convinzione circa la validità della scelta irreversibile del sistema costituzionale italiano, sistema di libertà e di democrazia.
Al tuo posto li avrei inseguiti, sissignori, li avrei inseguiti, per un’ultima amichevole spiegazione e per un’ultima amichevole contestazione, sempre con l’intento, fors’anche disperato, di salvaguardare l’unità del Partito: penso ancora oggi che sarebbe stata vieppiù nobilitata la tua funzione, sia che il tuo tentativo avesse sortito esito positivo, sia che avesse sortito esito negativo.
Invece su tua proposta, con una decisione che giudico a dir poco affrettata, hai fatto dichiarare quei deputati decaduti dalla qualità di iscritti al Partito, senza sentire il bisogno di convocare per questa decisione di così grave rilevanza il Comitato Centrale o la Direzione del Partito: l’Esecutivo, che è un tuo organo fiduciario, a mio avviso, non avrebbe potuto, non avrebbe dovuto, in questa occasione, assumersi una così pesante responsabilità con un provvedimento che non poteva non significare irreversibile rottura e quindi conclusione fatalmente negativa dei fini e delle speranze che erano stati indicati al momento della costituzione della Destra nazionale.
Sicché, caro Almirante, consentimi di dirti che il Partito che tu oggi  dirigi non è o non mi sembra più quello in cui io sono entrato nel 1972: per la qualità delle assenze che purtroppo oggi si debbono registrare dopo la decisione dell’Esecutivo e per la qualità di certe presenze che ne squilibrano l’asse politico interno.
Sono venute cioè a mancare le ragioni per le quali in piena coscienza e con il massimo entusiasmo io entrai nel Partito. Obbedii certamente allora ad un dovere politico e morale, entrando e facendo entrare insieme a me nel MSI-DN tantissimi amici monarchici: ritengo di obbedire oggi ad analogo dovere politico e morale dimettendomi dal Partito così come oggi appare caratterizzato.
Ti prego di credere che la mia decisione è accompagnata da profondo rammarico, posso dire da sincero dolore; non si possono dimenticare, infatti, nel momento del commiato, tanti amici con i quali si è combattuto assieme in una difficile ed esaltante trincea.
Continuerò la mia battaglia come e dove potrò, con i sentimenti e gli ideali per i quali e con i quali ci siamo incontrati: sentimenti ed ideali che se professati e sostenuti in buona fede, non potranno, io credo, io spero, non farci incontrare ancora.

Con i più cordiali saluti.  Alfredo Covelli.



RIFIUTI A NAPOLI: CARO DE MAGISTRIS, ARRANGIATI O DIMETITTI

Pubblicato il 28 giugno, 2011 in Costume, Cronaca, Politica | No Comments »

Caro sindaco di Na­poli, Luigi De Magi­­stris, vorrei avere la cittadinanza na­poletana e spero che lei me la possa concedere. Mi serve allo scopo di par­lare schiettamente della monnezza senza rischia­re di essere accusato di antinapoletanità. Ri­schio che oggi, per me co­me per tutti coloro che ne discutono, è una certez­za. Recentemente ho par­tecipato a una puntata di Annozero. Michele Santo­ro è stato gentile e rispet­toso, in linea di massima, ma quando ho discettato di rifiuti che minacciava­no, già un mese fa, di soffocare la città, ho argui­to che non gradi­va le mie argo­mentazioni. Le solite: bisogna che le ammini­strazioni locali provvedano da sé a smaltire la sozzeria; non possono sempre, oggi co­me anni fa, puntare sul­l’aiuto del governo cen­trale, dello Stato, di altre regioni. Neanche avessi bestemmiato in chiesa. Il conduttore, spazientito, ha commentato: questo significa che tu abbando­neresti volentieri Napoli al suo destino, quello di soccombere all’immon­dizia. Non era questo il senso del mio discorso. Al contrario, ero e sono convinto che in casi di emergenza tutta l’Italia debba intervenire a Na­poli e altrove per dare una mano ai compatrioti in difficoltà. Che cos’è l’emergenza? È un fatto eccezionale che una sin­gola città o regione non è preparata ad affrontare autonomamente. Ma le lordure partenopee non sono assolutamente una calamità che ha colpito al­l’improvviso il Comune. Altrimenti saremmo de­gli incoscienti a non anda­re in soccorso dei fratelli napoletani.

Le suddette lordure purtroppo sono una ma­lattia endemica, fanno parte da qualche lustro della normalità, del pae­saggio vesuviano, esatta­men­te come i pini maritti­mi delle famose cartoline illustrate. Se­gno che i sinda­ci, le giunte e la cittadinanza non sono stati capaci di preve­nire il fenome­no né di repri­merlo e si sono rassegnati a su­birlo, confidan­do­nella collabo­razione di altre ammini­strazioni. Finora in effetti è stato così.

Alcuni anni orsono, Ro­mano Prodi «regnante», esplose il dramma mon­nezza, la stessa situazio­ne odierna. Il governo di centrosinistra, totalmen­te disarmato, fu costretto a prenderne atto, chie­dendo una mano a varie regioni affinché si impe­gnassero a realizzare ciò che la Campania non era in grado di fare: smaltire il grosso della spazzatu­ra. Il che avvenne solo parzialmente. Di lì a po­co, Prodi cadde; e comin­ciò la campagna elettorale, protagonista Silvio Berlusconi, che promise: sistemerò la questione in fretta. Fu di parola. La Protezione civile si prodigò e compì il miracolo. Strade linde, niente più pile di lerciume né cattivi odori.

Trascorsi tre anni, ci risiamo: solita scena, schifezze in ogni luogo. Perché? Ovvio. Come sostenevo all’inizio, un conto è gestire l’emergenza (e il premier la gestì in modo appropriato, col capo della Protezione, Guido Bertolaso), un altro è creare le premesse organizzative affinché non se ne presenti più un’altra. A chi toccava crearle? È evidente. Agli enti territoriali, secondo un modello consolidato e che funziona dalle Alpi alla Sicilia: ogni comunità, dalla più piccola alla più grande, smaltisce i propri rifiuti.

Tutti gli italiani si sono adeguati alla regola eccetto i napoletani. Che sono però le prime vittimedell’inefficienza dei loro rappresentanti democraticamente eletti. Vittime anche della camorra, afferma qualcuno, la quale briga per mantenere lo status quo al fine di ottenere l’appalto (ricco) del trasporto e dell’eliminazione del pattume. Sarà vero? Non sono addentro alla segrete cose della criminalità, ma so che essa nasce e si sviluppa nelle zone in cui il tessuto sociale è marcio. La camorra, come la mozzarella di bufala, è un prodotto campano tipico e non viene importato da Lugano o da Pordenone. Se inoltre analizziamo la grana immondizia sulla base delle cifre a disposizione, ci accorgiamo che la tassa comunale sui rifiuti di Napoli è la più alta d’Italia, però circa l’80 per cento della popolazione la evade, giustificandosi in maniera apparentemente corretta: il servizio non c’è, scemo chi lo paga.

Il concetto è limpido. Ma la riflessione si può rovesciare: finché la gente non paga un servizio, non ne usufruirà mai. Chi è nel giusto e chi sbaglia? Lo chiediamo a lei, signor sindaco, visto che ha vinto le elezioni puntando proprio su questo problema e giurando di risolverlo all’istante. Le ricordo una sua battuta imprudente: votatemi, e in cinque giorni renderò Napoli linda quanto non lo fu mai. Concordo con lei che in campagna elettorale qualche spacconata è lecita. Cinque giorni sono un’inezia? Facciamo dieci. Massì, largheggiamo: quindici. Poi però è necessario fare qualcosa di concreto, tangibile. E lei invece fin qui si è limitato a piagnucolare, dando la colpa a tutti, perfino a Berlusconi, del lerciume che continua a essere l’elemento di maggior spicco in città.

Mi domando come le sia venuto in mente di sbilanciarsi tanto: cinque giorni e vi restituirò la metropoli nel suo splendore. Ma chi credeva di essere,San Gennaro?Tra l’altro lei, bullismo a parte, ha sbandierato una ricetta a suo dire miracolosa, in realtà insensata: imporrò ai napoletani la raccolta differenziata e le sconcezze spariranno.

Termovalorizzatori (inceneritori), neanche a parlarne. Perché danneggiano la salute e sono inutili. Udendo queste sciocchezze le confesso di essere rimasto basito. Un quesito. Diamo per buono che lei sia all’altezza di pretendere la raccolta differenziata. Poi che se ne fa? Dove la nasconde, sotto il tappeto? La getta in mare o nel cratere del Vesuvio? La spedisce a Nichi Vendola? Oppure a Giuliano Pisapia (Roberto Formigoni non se la piglia, si metta il cuore in pace)?

Differenziata o no, l’immondizia o si brucia negli impianti appositi oppure giace lì e, come dice il leghista Matteo Salvini, tocca mangiarla.

Tertium non datur . A meno che lei non abbia in testa un’idea strana che le consiglio subito di accantonare in quanto irrealizzabile: e cioè impacchettare per bene la sporcizia e inviarla in Germaniaperché i tedeschi si incarichino, dietro compenso, a incenerirla. Nell’eventualità, chi salderebbe le fatture? Lo Stato ovvero tutti noi? Se lo scordi.Per quale motivo l’Italia intera sacrifica risorse ingenti per smaltire in casa tonnellate di monnezza, e solo Napoli – dato che a lei non piacciono i termovalorizzatori – reclama il diritto a rifilarla ad altri gratis o comunque a spese della collettività?Caro sindaco, è risaputo che adesso lei attenda fiducioso l’approvazione di un decreto che la tolga dai guai in cui si è ficcato da sé, garantendo ai suoi concittadini di possedere virtù soprannaturali. Può darsi che Berlusconi le venga incontro, e che Bossi mandi giù un’altra palata di pattume, giusto per dimostrare a chi l’ha votata di essere più bravi di lei. Ma se le lanceranno una scialuppa di salvataggio, sappia che è l’ultima. Dopo di che imparerà ad arrangiarsi oppure a ( dignitosamente) dimettersi. VITTORIO FELTRI

LA MISSIONE DI ALFANO, di Mario Sechi

Pubblicato il 27 giugno, 2011 in Politica | No Comments »

Angelino Alfano e Silvio Berlusconi Angelino Alfano ha un compito ingrato: far convergere sulla sua figura un partito balcanizzato, il Pdl. È vero che la leadership di Berlusconi è sempre salda e non vi sono alternative, ma quella di Alfano è l’unica figura intermedia tra il capo e tutto il resto. Alfano è anche l’unica possibilità che la creatura del Cavaliere ha per trasformarsi da partito anarco-carismatico in un partito democratico tout court. In mezzo dovrebbero esserci le elezioni primarie. Silvio non vuol sentirne parlare, ma il mio consiglio resta sempre lo stesso: sono l’unica alternativa alla cooptazione, alla faida, alla selezione del peggio al posto del meglio. Cosa deve fare Alfano quando il 1° luglio si presenterà al consiglio nazionale? Al suo posto io farei un discorso politico a tutto tondo, non una semplice rendicontazione, a cui ci ha abituato purtroppo Berlusconi, delle cose fatte, non un elenco vuoto che viene scandito in maniera robotica, ma un documento politico, con un orizzonte e una visione di quello che dovrebbe essere un partito che vuole affrontare e vincere la sfida con la contemporaneità. Alfano dica chiaramente cosa ne sarà delle correnti, dia anche un’indicazione sul futuro di premiership e leadership, fissi le priorità del programma e le metta davanti agli occhi degli alleati e degli oppositori. Si presenti con il tono, le idee e il coraggio di un segretario politico. Sono consigli di un giovane a un altro giovane. Voltiamo pagina. O Alfano imbocca questa strada oppure finisce in testacoda. Io gli auguro un lungo cammino per sé e per l’incertissimo futuro dei conservatori italiani. Non abbia paura, non si volti indietro.  Mario Sechi, Il Tempo, 27 giugno 2011

……Chiunque abbia a cuore il futuro del centrodestra o, comunque, del grande partito dei moderati e conservatori italiani non può che essere d’accordo con Sechi e con le sue raccomandazioni ad Alfano. Chiunque non faccia parte del “cerchio magico” entro il quale si collocano quelli che, nel centro destra 8ma nel centro sinistra è la stessa cosa!) pensano solo a se stessi e al loro futuro personale, non può che attendere con trepidazione e speranza le mosse del giovane Alfano nel quale vengono riposte le attese e il futuro di un sogno lontano dal quale si rischia di svegliarsi prima ancora che si  realizzi come è accaduto con Berlusconi. Attendiamo gli eventi fiduciosi che non avremo sognato invano. g.

ANCHE LA SINISTRA STUFA DEI PM GUARDONI

Pubblicato il 24 giugno, 2011 in Giustizia, Politica | No Comments »

E  alla fine della storia la P4 potrebbe anche mangiarsi i pm. Avrebbe potuto essere l’atteso colpo fatale a Berlusconi, dopo Bunga Bunga, elezioni e referendum: l’inchiesta basata sul nulla, in cui si contesta l’impalpabile reato di associazione segreta al lobbista Luigi Bisignani, intimo del vicepresidente del Consiglio Gianni Letta. Poco più di un pretesto attraverso il quale sputtanare tutto il governo, dando in pasto all’opinione pubblica giudizi sui colleghi, sulle leggi, critiche a Berlusconi, insulti, arrabbiature. Il grimaldello è quello solito, le intercettazioni usate per fotografare lo squallore della politica,  mettere nero su bianco odi e rivalità e far saltare tutto il sistema berlusconiano. Questa volta però nel copione si è inserito un fuori programma. Certo il contenuto delle telefonate non dà del governo un’immagine idilliaca ma l’opinione pubblica nel complesso no deplora, l’indignazione non è quella sperata, le geremiadi dei vari Flores D’Arcais e Travaglio scaldano solo gli anti-berlusconiani più estremi.
E la politica, anche quella di sinistra, non cavalca l’indagine. Anzi: Antonio Di Pietro dichiara che nelle intercettazioni dei ministri non si ravvisano profili di reato. Massimo D’Alema lo segue a ruota. Francesco Rutelli arriva addirittura a proporre una legge che istituzionalizzi e regolamenti le lobby, cioè l’oggetto dell’inchiesta sulla P4.  Il paladino dell’Associazione nazionale magistrati Fini sentenzia che «sarebbe brutto se il governo cadesse per interferenze esterne alla politica» e arriva a chiedere una norma che regolamenti le sbobinature. Il vicepresidente del Csm, il terzo polista Vietti, si unisce: «non è mai troppo tardi per una legge del genere».  È fin troppo facile per il pdl Cicchitto chiedere «la fine del gioco al massacro»,  e per il ministro uscente Alfano presentare il conto: le intercettazioni costano tanto e rendono poco, e lo Stato ha un debito di un miliardo di euro causato dalle spese folli delle procure.

Stavolta il tiro al piccione Silvio non sembra riuscire. Una novità in parte possibile proprio per le attuali difficoltà del premier. Indagini e pm sono stati determinanti nel fiaccarlo. Adesso però il Caimano fa meno paura. Adesso anche la sinistra sente l’odore del potere e, con esso, la minaccia che le Procure libere di colpire impunemente rappresentano. L’obiettivo di ridimensionarle e rendere il Palazzo meno ricattabile sembra contagiare tutto il sistema politico. L’inconsistenza penale dell’inchiesta P4, la vacuità dell’attività investigativa, il velleitarismo di certe toghe appaiono così  evidenti a tutti. E non è da escludere che tutti spingeranno per rimettere nel loro recinto i pm. Lo strapotere dell’Anm rischierebbe di finire quindi come tutti gli strapoteri: per bulimia.
Chiunque mastichi e viva di politica si rende conto che l’inchiesta P4 manca delle basi, perché va a indagare le relazioni, le strategie, il dare-avere, in ultima sostanza l’essenza della politica. Ne dà un quadro sconfortante, certo ma non sufficientemente terribile da far crollare il sistema. E la politica reagirà  per sopravvivere. Speriamo sia la volta buona. di Pietro Senaldi,24/06/2011, Libero

UNA LEZIONE AMERICANA, di Mario Sechi

Pubblicato il 24 giugno, 2011 in Giustizia, Politica | No Comments »

Luigi Bisignani Negli Stati Uniti uno come Bisignani non esisterebbe. In Italia invece sì. E la colpa non è certo sua, ma di un sistema che preferisce lasciare le relazioni pubbliche e il lobbismo nel limbo dell’incerto piuttosto che regolarle con una legge che imponga trasparenza. Sono stato un bel po’ di volte a K Street a Washington e al Congresso americano. Ho visto come funziona il rapporto tra lobbisti e congressmen. Gli interessi sono palesi, emergono nella loro sana dinamica, sono certificati, nessuno si straccia le vesti, questa è la differenza tra un grande Paese e un piccolo villaggio di furbetti ipocriti. Negli Stati Uniti le telefonate e i verbali impaginati in questi giorni non avremmo mai potuto leggerli. E la colpa non è certo dei giornalisti, ma di un sistema giudiziario e legislativo che è un colossale colobrado a dispetto degli strepiti e dell’indignazione che si professano ma poi non si tramutano in atti concreti, cioè buone leggi per tutelare non solo la privacy ma anche e soprattutto per separare le buone inchieste da quelle cattive. Quella istruita dal procuratore Woodcock – lo scrivo con grande rispetto per la magistratura – è una cattiva inchiesta. Priva di tatto istituzionale, guardona, voyerista, pettegola, gossipara, da coiffeur, ma senza per ora lo straccio di una prova che regga il processo. Di inchieste sui giornali ne ho viste decine e decine. Ma di sentenze esemplari che rispettano le premesse ben poche. Mi sarebbe piaciuto udire un monito del Presidente della Repubblica sull’eruzione di verbali che forse denunciano un costume ma non accertano un reato. Silenzio. Ma non dispero. Napolitano non vuole lo sfascio. E non è mai troppo tardi per applicare una lezione americana. Mario Sechi, Il Tempo, 24 giugno 2011

IL METODO WOODCOCK: D’ALEMA SCHIFATO DAI PM. E IL CSM NON DICE NULLA? di Vittorio Feltri

Pubblicato il 24 giugno, 2011 in Giustizia, Politica | No Comments »

Saremo venali, ma la cosa più interessante emersa fin qui dall’indagine sulla P4,una loggia talmente segreta da essere sulla bocca di tutti, è il costo delle intercettazioni telefoni­che che, trascritte su carta, hanno riempito la bellezza di 19mila pagine, al confronto delle quali Guerra e Pace è una «breve». Il debito accumulato dalla Giustizia con le aziende spe­cializzate nell’a­scolto delle conversazioni pri­vate ammonta a oltre un miliardo di euro. La sbalorditiva cifra non riguarderebbe soltanto l’inchiesta relativa ai presunti intrighi di Luigi Bisignani, che si ignora come facesse a intriga­re, visto che trascorreva tutto il suo tempo a dire bischerate al cellulare, anziché a conclu­dere affari.

Vabbè, transeat. Non siamo stati noi del Giornale ad accerta­re la somma investita dagli inquirenti per sa­pere la rava e la fava, più fava che rava, bensì il guardasigilli,Angelino Alfano,che ne ha rive­lato l’­entità durante una tavola rotonda orga­nizzata da Confindustria. La fonte della noti­zia è dunque autorevole. Speriamo che Giu­lio Tremonti venga informato della spesa. Co­sì si renderà conto dove prendere il soldi per abbassare le tasse: basta eliminare le intercet­tazioni inutili, stavo per dire cretine, e automa­ticamente le aliquote Irpef possono scendere almeno di un punto. Altro che spaccarsi la te­sta per individuare altri sprechi. Più spreco di questo… Sempre per essere precisi e documentati, aggiungiamo che non siamo noi ad afferma­re l’inutilità delle «spiate» elargite alla stampa negli ultimi giorni, ma addirittura il rappre­sentante di maggior spicco dell’opposizione: Massimo D’Alema,un politico con i baffi.Del quale riportiamo la dichiarazione: «Leggia­mo una valanga di intercettazioni che nulla hanno a che fare con vicende penali ma sono sgradevolmente riferite a vicende personali. Non è una cosa positiva».

E se lo dice lui, che è di sinistra e pertanto intelligente per definizio­ne, bisogna credergli. Concludiamo il nostro pistolotto giudizia­rio con una curiosità. Nelle pagine interne, il lettore avrà modo di dare un’occhiata ad alcu­ne fotografie. Ritraggono parlamentari (Scajola e Papa del Pdl) intenti a farsi i cavoli loro. Chi e perché li ha immortalati? I segugi di una Procura incaricati di tenerli sotto osser­vazione. Tutto regolare? Ci piacerebbe avere una risposta dal Csm, cioè dal Consiglio superiore della magistratu­ra. Al quale auguriamo buon lavoro. Il Giornale, 24 giugno 2011

UNA COPPIA CHE E’ GIA’ STORIA

Pubblicato il 23 giugno, 2011 in Politica | No Comments »

Colloquio tra il presidente del Consiglio ed il leader dell'Idv Antonio Di Pietro Attenti a quei due. Solo che i due non sono Roger Moore e Tony Curtis, i protagonisti di una fortunata serie televisiva degli anni Settanta, ma Antonio Di Pietro e Silvio Berlusconi. Teoricamente, il Diavolo e l’Acquasanta (decidete voi le parti), praticamente i figli di un Big Bang che emette ancora nel sistema politico i suoi raggi Alfa: Tangentopoli. Silvio e Tonino si son parlati. Apriti cielo. Io non mi stupisco neanche un po’ e proverò a usare la biografia, la memoria e una dose minima di mestiere per spiegarlo. Di Pietro e Berlusconi sono generati dal crollo della Prima Repubblica. All’epoca, inizio degli anni Novanta, il magistrato di Montenero di Bisaccia è la dinamite che con le sue inchieste fa saltare per aria il cosiddetto «quadro politico», mentre il tycoon di Arcore è la terra promessa che scende in campo e dà una patria ai dispersi democristiani, liberali, repubblicani, socialisti et similia bombardati dal pool di Mani Pulite di cui Di Pietro è la punta di diamante. Ricordo bene il Tonino di allora. Ogni volta che ci incontriamo mi dice: «Mario, vent’anni fa su molte cose la pensavi diversamente». Confermo, ma non troppo. Lavoravo a L’Indipendente con Vittorio Feltri e pensavo ingenuamente che l’azione della magistratura fosse una cosa seria. Ingenuo. Non lo era perché la spada della giustizia colpiva da una parte sola, era troppo ben orientata. Giacobina. Ero molto giovane, acerbo, ma lo compresi abbastanza in fretta. Anche Di Pietro era diverso. Ricordo bene lo sciopero dei magistrati in quegli anni. Ricordo lui, solitario, al lavoro in procura a Milano. Tonino non scioperava. Non è mai stato la casta giudiziaria. Ma altro. Berlusconi e Di Pietro sono il prodotto politico di una stagione drammatica della nostra storia. Causa e soluzione. Azione e reazione di un mix di sostanze esplosive che si sono ritrovate in Parlamento. Oggi sono su sponde opposte, ma vi assicuro che in realtà condividono più storia e immaginario di quanto si immagini. La foto che li ritrae mentre discutono sul banco di Montecitorio è già un pezzo di storia. Tra qualche anno avrà un significato ancora più grande che noi consegniamo agli storici. Noi facciamo cronaca. Sarebbe bello poter scrivere: si apre un nuovo capitolo, qualcosa di costruttivo. Non sarà così: Silvio e Tonino sono ingabbiati nella loro vicenda umana e politica. Prigionieri di un’umanissima e beffarda sintesi: «Cribbio, che c’azzecca?».  Mario Sechi, Il Tempo, 23 giugno 2011

DE MAGISTRIS “AFFONDA” NEI RIFIUTI. E NAPOLITANO CHIEDE CHE INTERVENGA IL GOVERNO

Pubblicato il 23 giugno, 2011 in Cronaca, Politica | No Comments »

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Napoli - Al sesto giorno dal proclama su Napoli ripulita se n’è accorta anche Luigi de Magistris. “La situazione ambientale e sanitaria è grave, c’è un rischio concreto per la salute dei cittadini” dice il sindaco di Napoli, nel corso di una conferenza stampa sui rifiuti. “La situazione è resa ancora più difficile dai roghi che vengono appiccati in concomitanza con la raccolta e che rendono quei rifiuti speciali. Abbiamo incontrato l’Ordine dei medici e l’Asl di Napoli, nei prossimi giorni metteremo su una commissione di sorveglianza sanitaria”.

L’attacco a Berlusconi “Berlusconi dimostra con i fatti che se ne frega di Napoli” continua de Magistris ribadendo che il governo “si è lavato le mani, facendo come Ponzio Pilato. Il governo non si è assunto le sue responsabilità e altri sono lenti ad adottare provvedimenti che potrebbero liberare la città dai rifiuti – afferma – ognuno deve fare la sua parte, Regione Campania, Provincia di Napoli e per quello che le compete, anche la Prefettura”. Gli incontri dei giorni scorsi in Prefettura, fa sapere de Magistris, sono stati “proficui” e il precedente accordo con il quale erano state individuate delle aree nella provincia di Napoli per sversare i rifiuti (Caivano e Acerra), avrebbero consentito alla città di respirare. “Gli ostacoli che abbiamo incontrato – ha aggiunto – non ci impediscono i continuare a lavorare e di guardare oltre il nostro naso e i nostri occhi. Questo – conclude – in attesa che governo, Regione e Provincia facciano la loro parte”.

La scorta ai mezzi “Chiederemo alle forze dell’ordine la scorta armata per gli autocompattatori dell’Asia e della Lavajet affinchè facciano il percorso di andata e ritorno per scaricare i rifiuti e ripulire la città” prosegue il sindaco di Napoli nel corso della conferenza stampa in cui annuncia di aver firmato un’ordinanza nella quale si ribadisce il rafforzamento della raccolta differenziata, l’avvio delle isole ecologiche mobili e i turni di 24 ore dell’Asia. “L’ordinanza non comporta una rottura dei rapporti istituzionali con la Regione Campania e la Provincia di Napoli – ha sottolineato – il punto è che noi non siamo, però, più disposti ad attendere. Abbiamo la necessità di reperire subito i denari per gli straordinari dell’Asia così da garantire la raccolta 24 ore al giorno”. Il sindaco ribadisce che il secondo termovalorizzatore non serve. “Non è che ci siamo impuntati, è che siamo convinti che non serva. Serve troppo tempo per realizzarlo e non possiamo aspettare”.

Napolitano sprona il governo “Ho seguito con crescente preoccupazione (anche cogliendo l’occasione della mia visita del 13 giugno a Napoli) l’aggravarsi della questione rifiuti divenuta nuovamente emergenza acuta e allarmante nella città e nella provincia” scrive il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in un intervento sull’emergenza rifiuti che sarà pubblicato nell’edizione di domani del Il Mattino. “A quanti mi hanno in questi giorni rivolto appello in proposito – ha proseguito Napolitano – confermo di avere espresso allo stesso presidente del Consiglio la mia inquietudine per la mancata approvazione da parte del Consiglio dei ministri, in due successive riunioni, del decreto legge che era stato predisposto. Pur senza entrare nel merito del provvedimento più opportuno che possa ancora essere considerato e definito in quella sede, rinnovo l’espressione del mio convincimento che comunque un intervento del governo nazionale sia assolutamente indispensabile e urgente – sottolinea il presidente della Repubblica – al fine anche di favorire l’impegno solidale delle Regioni italiane. È quanto auspicano anche la Regione e gli enti locali di Napoli e della Campania, nello spirito dell’intesa che con apprezzabile sforzo unitario è stata da essi sottoscritta”.

VERIFICA BIS ALLA CAMERA: LA MAGGIORANZA MAI COSI’ FORTE. E L’OPPOSIZIONE SE LA SQUAGLIA.

Pubblicato il 22 giugno, 2011 in Politica | No Comments »

Roma – Otto ore di dibattito, ma nessun voto. Neanche per il passaggio a Montecitorio per il secondo tempo della verifica parlamentare sul governo chiesta dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dopo l’allargamento dell’esecutivo con i nuovi sottosegretari. L’opposizione “divisa e senza leader ” come l’ha definita Berlusconi decide di non presentare un documento su cui votare, scottata dai 317 sì raccolti ieri dall’esecutivo e dall’atteggiamento della Lega, compatta con il governo.

“Il voto di fiducia di ieri sul dl sviluppo ha dato un’indicazione molto positiva” dice Berlusconi intervenendo alla Camera. “La coalizione di centrodestra ha raggiunto quota 317, ora è maggioranza assoluta alla Camera” afferma il presidente del Consiglio riferendosi appunto alla votazione di ieri. “Questo significa che la maggioranza c’è, è forte e coesa, è l’unica in grado di garantire la governabilità del Paese in un momento così difficile” conclude il premier. “E’ nostra intenzione completare il programma di governo arrivando alla scadenza naturale della legislatura e i cittadini potranno giudicare il nostro operato con le elezioni politiche generali”.

Proprio a Bossi e Tremonti, Berlusconi, nell’intervento al Senato, si è rivolto più volte. Sottolineando di “non volere affatto restare in eterno a palazzo Chigi” ma di essere pronto a passare la mano, una volta portata a termine la legislatura e ristrutturato il centrodestra. “Una crisi al buio – ha sottolineato – oggi sarebbe una follia: una sciagura per il Paese”, rilanciando “entro l’estate” la presentazione della delega per una riforma fiscale “senza buchi di bilancio”, come da Tremonti richiesto, che riduca a tre le aliquote e semplifichi l’intero sistema tributario. Altri due i punti salienti del suo “programma” di rilancio del governo: la riforma della giustizia e quella delle istituzioni, sulle quali ha teso la mano alle opposizioni.

“Quando si guarderà a questi anni di governo con animo meno acceso e mente più serena – ha detto Berlusconi – non si potrà non riconoscere che siamo riusciti, in una condizione quasi proibitiva, a fare quello che altri Paesi non hanno avuto la capacità o la fortuna di riuscire a fare”. “Tutti sanno e tutti ci riconoscono – ha aggiunto il premier – che la conduzione della politica economica dell’esecutivo nel corso della crisi ci ha salvato da una minaccia di default finanziario, parola che suona in italiano in modo ancor più sinistro: significa fallimento”.

“Non abbiamo seguito le sirene che ci invitavano a contrastare la crisi con stimoli fiscali cioè con maggiore spesa pubblica. Così, mentre molti Paesi raddoppiavano o addirittura triplicavano nel corso della crisi il loro deficit in rapporto al pil, l’Italia non è andata in quella direzione. Sarebbe stato da irresponsabili -ha proseguito il premier – allargare la spesa pubblica per sostenere la crescita nel corso di una crisi in cui l’aumentop del rapporto deficit-pil era già dettato dalla recessione. Così l’Italia si è assunta le proprie responsabilità nel contribuire al mantenimento della stabilità finanziaria e monetaria in Europa e ha sempre trovato sui mercati finanziari i sottoscritori del proprio debito. E se oggi lo può ancora fare a tassi di poco superiori a quelli tedeschi di riferimento e non incontra problemi di collocazioni dei propri titoli, ciò lo si deve proprio alla politica seguita dal governo”.

“Intendiamo apportare un’incisiva modifica al Patto di stabilità interno, così da introdurre meccanismi premiali e meccanismi punitivi. Premiali per gli enti locali virtuosi, punitivi per quelli che non lo sono”. “Solo così – ha aggiunto il premier – potremo superare il cumulo di disposizioni che si sono stratificate negli anni e che hanno introdotto correttivi la cui portata complessiva è stata inefficace, se non controproducente”.

“Come già anticipato dal ministro Tremonti, ridisegneremo l’impianto delle aliquote, degli scaglioni e delle detrazioni. Vi saranno meno aliquote (solo tre invece delle cinque attuali), e più basse; un sistema di detrazioni e deduzioni più snello e trasparente, in coerenza con gli obiettivi generali della riforma; una riduzione a cinque del numero delle imposte”. “Si tratta – ha proseguito il premier – di un obiettivo non congiunturale, ma strutturale, che rientra negli orientamenti europei da prima della crisi economica, e che in Italia deve portare a riequilibrare il peso delle imposte sui redditi rispetto alle altre imposte, allineandolo progressivamente ai valori europei. Il tutto – lo sottolineo – non in deficit”. Berlusconi ha rilevato che “non siamo di fronte a una sfida tra coraggio e rigore: si tratta di affrontare, senza demagogia e con senso di responsabilità, una riforma che tutti si aspettano e in cui noi tutti crediamo. La riforma del fisco sarà la seconda fase, il coronamento della politica economica del governo: prima abbiamo tenuto i conti in ordine, adesso dobbiamo creare le premesse per la crescita”.

NAPOLI SOTTO L’IMMONDIZIA. DE MAGISTRIS HA GIA’ FALLITO: ENTRO 36 ORE LA CITTA’ SARA’ INABITABILE

Pubblicato il 22 giugno, 2011 in Politica | No Comments »

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Ancora una notte di roghi, scontri e proteste. Napoli è sempre sommersa dalla spazzatura: montagne di “monnezza” che invadono strade e marciapiedi. Alla faccia delle dichiarazioni del neoeletto sindaco di Napoli Luigi De Magistris che aveva promesso di ripulire la città in cinque giorni, cinque giorni che – ironia della sorte -, scadono proprio oggi. Dopo i raid della scorsa notte anche questa mattina ignoti hanno sparpagliato immondizia un pò ovunque bloccando la circolazione di pedoni, motocicli e altro. La rabbia è esplosa in via Giordano Bruno, piazza Sannazzaro, ma anche nel quartiere Pianura e nel centro storico, in piazza San Gaetano. Protesta anche in piazza Santa Caterina da Siena e ai Gradoni di Chiaia, a ridosso dei Quartieri Spagnoli. Ad essere rovesciati in strada non solo cassonetti, ma anche sacchetti di immondizia ormai dilaniati e dai quali proviene un puzzo nauseabondo. Le alte temperature, infatti, non fanno altro che aggravare la situazione già critica. I raid vandalici sono compiuti sempre da persone non identificate che, al momento dell’arrivo delle forze dell’ordine, si dileguano. Intanto in città, secondo l’Asia, che provvede alla raccolta e allo smaltimento della spazzatura, è aumentata la quantità di rifiuti in strada. Ieri erano 2.360 tonnellate, oggi invece circa 2.400. I quartieri in maggiore sofferenza sono soprattutto quelli del centro storico, ma non va meglio in quelli periferici. Eccezione per il Vomero e l’Arenella, dove sono circa 10 le tonnellate di immondizia non raccolta.

Silvio Berlusconi torna alla Camera per il proseguimento del dibattito sulle sue dichiarazioni in Aula e, prima di fare il suo ingresso nell’emiciclo, si ferma a parlare con alcuni parlamentari del Pdl campano sulla questione dei rifiuti. Viene riferito che al centro del colloquio c’è stata la possibilità di aprire la discarica di Macchia Soprana, attualmente chiusa. Sempre secondo quanto riferiscono alcuni dei presenti al colloquio, Berlusconi avrebbe osservato che il nuovo sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, non ce l’ha fatta, come diceva, a ripulire la città in cinque giorni: come sempre, avrebbe aggiunto, dovrò intervenire io. Al colloquio erano presenti i deputati Cesaro, Sarro, Nicola Cosentino e il presidente della Provincia di Avellino, Sibilia.

“Se entro 24-36 ore, con le temperature che stanno continuando a crescere, non sarà rimossa la spazzatura dalle strade di Napoli credo si possano creare gli estremi per la chiusura degli esercizi commerciali, dei ristoranti, delle rivendite alimentari e, addirittura, ritengo sia messa in pericolo l’abitabilità di alcuni quartieri della città e di alcuni comuni della provincia”. Lo dice la professoressa Maria Triassi, docente di Igiene nell’Università Federico II, direttore del Dipartimento di Igiene ospedaliera.