COME TI MISURO LA FEBBRE DEL PDL, l’editoriale di Mario Sechi
Pubblicato il 13 giugno, 2011 in Politica | No Comments »
La politica non è una scienza esatta, ma in gran parte delle sue manifestazioni è misurabile, verificabile, prevedibile e, naturalmente, variamente interpretabile. La sua lettura però nel medio-lungo periodo non può essere arbitraria perché alla fine i fenomeni in divenire si compiono e diventano, appunto, misurabili. Ho più volte espresso sul nostro giornale – con i miei editoriali e gli interventi dei commentatori – forti dubbi sulla sgangherata campagna elettorale per le amministrative e sul poco coraggio messo in campo in quella referendaria. La prima interpretazione di un fatto in divenire è diventata misurabile con il risultato elettorale di Milano e Napoli. Subito dopo ho spiegato che non si poteva ridurre una sconfitta simile a un fatto episodico e che quel voto era solo la punta di un iceberg che nella parte sommersa si stava allargando a dismisura, stava diventando una tendenza politica. Ho cercato di spiegare queste cose nei giorni subito dopo il voto e nel mio intervento alla riunione del Teatro Capranica a Roma, promossa da Giuliano Ferrara qualche giorno fa. Ovviamente le mie analisi sono apparse “eretiche” ai realisti più realisti del re che s’affaccendano nel Pdl e forse persino a Berlusconi, che un tempo avrebbe partecipato a quell’happening raccogliendo la sfida, mettendosi in gioco e cavalcando un “Tea Party” che ora, con lui o senza di lui, prenderà vita contro le oligarchie inamovibili e irresponsabili del suo partito. Mi dispiace, ma non posso farci niente. Il mio mestiere è quello di far buon giornalismo e analisi politica, piaccia o meno. Con l’avvicinarsi del voto referendario su questo giornale abbiamo messo in evidenza l’assenza di un messaggio chiaro da parte del centrodestra sulla consultazione popolare, la scarsità di argomentazioni da contrapporre a chi vota sì, la poca lungimiranza di una posizione imbelle su temi di così grande importanza (energia, liberazione dal socialismo municipale, più mercato e meno Stato), cioè l’essenza stessa di un programma politico liberal-conservatore. Segnali di reazione dal centrodestra? Non pervenuti, come la temperatura di Bucarest in tv durante gli anni Settanta.
Così, nel silenzio e nell’ignavia, si è giunti al voto. I dati indicano che il raggiungimento del quorum è una possibilità concreta. Attendiamo oggi l’esito finale. Ma in ogni caso, quorum o meno, siamo di fronte a un problema che non è più eludibile: la spinta propulsiva del berlusconismo si sta esaurendo. Lo scrivo ben conoscendo il fenomeno, avendolo raccontato e studiato nei dettagli fin dall’inizio e condividendo i suoi non pochi aspetti innovativi che hanno cambiato il nostro scenario politico. Senza Berlusconi non avremmo mai avuto l’alternanza di governo, il programma e il patto con gli elettori, la misurazione del feeling tra maggioranza e Paese attraverso i sondaggi, il rapporto stretto tra audience e consenso, la sottoposizione del conflitto di interessi alla sanzione del voto popolare, la rottura dell’oligopolio del governo a favore di un establishment eterno, la nascita di un movimento di massa che ha impedito ai postcomunisti di salire al potere proprio mentre sulle loro teste crollava il Muro di Berlino, un paradosso storico evitato grazie al Cav, il racconto e la narrazione di un’alternativa al modello di cogoverno Dc/Pci – ma con la conventio ad excludendum contro i comunisti – basato sulla competizione di visioni differenti del mondo. Credetemi, si tratta di un record straordinario di fatti che hanno permesso al Cavaliere di stare in sella per un ciclo politico lunghissimo, diciassette anni, oggi il più lungo in Occidente. Dopo la caduta di Milano e Napoli, un quorum centrato e una strabordante vittoria dei Sì sarebbe un colpo enorme sul governo. Proveranno a minimizzare, a dire che non cambia nulla e va tutto bene madama la marchesa. Errore già fatto per le amministrative. Nascondere la sabbia sotto il tappeto non serve a niente. E non serve a niente, perfino in caso di flop del quorum, tirare a campare dicendo che così non si tirano le cuoia, perché in realtà le cuoia si tirano lo stesso, ma con una lenta e dolorosa agonia che porterà dritta all’implosione del centrodestra e a una crisi paragonabile a quella dei conservatori inglesi, i quali dopo aver perso la guida di Margareth Thatcher si ritrovarono ad affrontare una traversata nel deserto lunga quindici anni prima di scoprire un nuovo giovane leader, David Cameron. Oggi tutto questo, in assenza di una correzione di rotta da parte di Berlusconi, intuizioni innovative, riforme radicali e coraggio, è alle porte. Visioni? No, perché anche questa previsione, da oggi comincerà a essere misurabile. Mario Sechi, Il Tempo, 13/06/2011
…..Crudo al di là del limite, ma realistico l’editoriale di Mario Sechi mentre non si conosce ma si prevede il raggiungimento del quorum ai referendum indetti da Di Pietro, cui, specie per quelli sull’acqua, si sono accodati i pieddini, nonostante sia stato il governo Prodi e lo stesso Bersani, ministro dello sviluppo, a mettere i primi paletti verso la liberalizzazione del mercato e la privatizzazione della gestione dell’acqua. Ha ragione Sechi quando scrive che il centro destra e il PDL sono apparsi, anzi lo sono stati, incapaci di assumere posizioni chiare e univoche sui referendum, cogliendo l’occasione per essere liberisti piuttosto che solo dirsi tali. E sopratutto essere univoci pittosto che andare in ordine sparso come invece è accaduto, creando non poche perplessità fra gli elettori. A Roma, la governatrice del Lazio, la ex sconosciuta signora Polverini che andava in TV, a Ballarò, e raccoglieva le simpatie della sinistra militante per le ovvietà che diceva con incredibile seriosità, deve a Berlusconi, solo a Berlusconi, se si ritrova issata sulla poltrona di presidente del Lazio. Se Berlusconi non fosse sceso in campo l’anno scorso per sostenerla oggi al suo posto si troverebbe la signora Bonino della quale non condividiamo alcunchè ma di certo vale 1000 Polverini. Ebbene la signora Polverini si è vantata di aver votato si per l’abrogazione di leggi varate dal governo di centro destra. Poveri noi! E a Bari stamattina la Gazzetta del Mezzogiorno pubblica la foto del presidente della Provincia, Schittulli, per il quale vale lo stesso discorso della Polverini che ha votato tre si perchè “uomo libero”. Se migliaia e migliaia di elettori di centro destra avessero saputo due anni fa che costui li avrebbe traditi come fa dal primo giorno, mai e poi mai lo avrebbero votato, lasciandolo al suo ruolo di “uomo libero” nel limbo nel quale era vissuto nei suoi primi 60 anni. Anche a sinistra, segnatamente nel PD, tantissimi non hanno condiviso la scelta della dirigenza del PD di accodarsi a Di Pietro, lo abbiamo detto, sopratutto per i quesiti sull’acqua. Ma nessuno, pubblicamente, si è dissociato, attendendo, semmai l’esito, per farne oggetto di dicussione interna. E’ quel che avviene nei partiti, aggiungeremmo seri. Nel PDL invece pare di essere in una torre di babele dove ciascuno fa i propri comodi in ragione dei propri interessi. E ciò non può che provocare quel che teme, sino a prevederlo Sechi, cioè l’implosione di un partito che ha dimenticato le ragioni per cui è nato e per cui ha ricevuto, nelle diverse sue forme, il voto, il sostegno, l’appassionata adesione di milioni di italiani. Milioni di italiani, ben oltre la metà del popolo, avevano visto realizzato un sogno antico, una sola grande forza politica capace di riunione sotto una sola Bandiera i moderati italiani. E’ questo sogno che rischia di infrangersi sugli scogli delle beghe, delle ripicche, dei piccoli e squallidi interessi personali di una classe dirigente che salvo pochi non ha a cuore l’Italia e i moderati, ma solo se stessa. Comunque vada l’esito dei referendum ciò che si chiede a Berlusconi in questa ultima fase, purtroppo decadente, della sua stella, è di riuscire a cacciare i mercanti dal tempio e tentare di realizzare un ultimo grande obiettivo che gli varebbe la gratitudine e il ricordo della storia: salvare il partito dei moderati capace di resistere oltre lui. Le possibilità sono poche ma gli tocca tentare. g.

Si sta preparando una riforma fiscale a due stadi, come i contendenti: Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti. Il primo stadio, da attuare quest’anno (ma dopo aver garantito al ministro dell’Economia la blindatura della manovra da 45 miliardi entro il 2014) è il segnale che il Cavaliere vuol lanciare subito agli elettori. Consisterebbe in un taglio di tre punti dell’aliquota Irpef più bassa, oggi al 23 per cento sui redditi fino a 15 mila euro. E di un micro-taglio dell’Irap di 0,5 punti che allevierebbe la parte di questa imposta scervellata che si paga in relazione alla manodopera, la famigerata tassa sul lavoro. Poiché siamo sul filo del rasoio con l’Europa, questi sgravi dovrebbero essere a costo zero, cioè trovando le risorse all’interno dello stesso sistema fiscale. E dunque in primo luogo aumentando di un punto l’Iva ordinaria (oggi al 20 per cento) e ridotta (oggi al 10). Poi iniziando a disboscare la giungla 476 deduzioni e detrazioni, spesso frutto del pluridecennale lavoro delle lobby. Infine, se servirà, innalzando l’imposta sugli interessi, oggi al 12,5 per cento. Risultato? Sui primi 15 mila euro di reddito imponibile si pagherebbero 450 euro di tasse in meno l’anno, 37,5 al mese. Non cambia la vita, ma per chi campa con quegli introiti è comunque qualcosa. Attenzione, però: parte del risparmio verrebbe restituita a causa di quel punticino in più di Iva. Un motorino da 3 mila euro ne costerebbe 30 in più. Duemila euro di bollette l’anno, altri 20. Mille euro di fatture mediche altri dieci. E così via. Un mobile, un cellulare, una vacanza, tutto costerebbe di più. Ne varrebbe la pena? In linea di principio sì: il trasferimento delle imposte dalle persone alle cose è in tutti i sistemi fiscali avanzati, ed è anche un impegno di questo governo. All’atto pratico, però, andrebbe raffrontato all’effettivo beneficio iniziale. Nel 2008 i contribuenti che hanno dichiarato fino a 15 mila euro di reddito sono stati circa 20 milioni su un totale di 41. Ma occorre tenere conto della fascia esente che nel lavoro dipendente riguarda i redditi fino a 8 mila euro, e per gli autonomi fino a 4.800. Oltre dieci milioni di persone, e proprio quelle a reddito più basso, non avrebbero quindi benefici, mentre pagherebbero l’Iva maggiorata.
Quando Ferrara mi ha telefonato qualche giorno fa proponendomi di aderire e partecipare all’adunata di stamattina al teatro Capranica a Roma non ho avuto un secondo di esitazione: «Sì Giuliano, conta su di me e Il Tempo». Era una risposta naturale a un’attenzione altrettanto naturale che l’Elefantino ha per questo giornale e il suo direttore. Il nostro quotidiano fa parte del mondo conservatore ben prima che la destra moderna italiana si formasse, è stato fin dalla sua fondazione nel 1944 una fucina di idee e un laboratorio politico-culturale straordinario. Questo giornale ha una biografia che comincia prima del berlusconismo e continuerà anche dopo – perché ha storia, tradizione, radici solide ancorate al simbolo di Roma Capitale e uno sguardo fresco e senza pregiudizi di sorta sul futuro del blocco sociale moderato. Per queste ragioni essere oggi alla manifestazione che provocatoriamente Giuliano ha chiamato «l’adunata dei servi liberi e forti» è importante: Il Tempo è una voce che non può mancare in un dibattito sul centrodestra e un leader, Silvio Berlusconi, che – piaccia o meno – ha segnato diciassette anni di storia italiana. La notizia della riunione della combriccola di pennivendoli ha destato subito la curiosità dei commentatori dei giornali e la diffidenza dei politici del Pdl. Benissimo. Eugenio Scalfari ci ha subito assestato un gancio destro nel suo pezzone domenicale su Repubblica: «Cari servi liberi, la vostra richiesta è la più eloquente testimonianza che 17 anni sono stati dissipati. La vostra libera servitù ha soltanto contribuito a creare una palude piena di miasmi nella quale avete impantanato un Paese che ora finalmente ha deciso di alzarsi e camminare senza di voi». Eugenio la pensa così e non ci sorprende, ciò che invece è notevole è il suo interesse per la riunione dell’allegra brigata di Foglio, Giornale, Libero e Tempo. Scalfari dimostra ancora una volta di essere il più intelligente e acuto di tutti. Ha capito che stamattina in realtà non faremo la festa al Cav., ha compreso che dal palco del Capranica verranno fuori idee, proposte e critiche, una visione del mondo, cose forse disordinate ma che in un congresso di partito del centrodestra non si vedono più da tempi remoti. Scalfari intuisce, da raffinato intellettuale qual è, che questo è pericoloso. Nitroglicerina. Perché se si rimettono in moto i neuroni, si ritorna a fare politica, cultura e allegra egemonia, la forza tranquilla che ha scelto di esser governata da Berlusconi si risveglia e pensa: «Sì, certo, siamo stati sconfitti, ma non siamo morti e forse è ancora presto per celebrare il funerale». Tutto questo per molti è incomprensibile, addirittura un’eresia. Per altri è un’autorete e per chi vede la vita come una continua partita doppia di opportunismi un errore che si paga a caro prezzo. L’altro ieri una persona cara che mi vuole bene mi ha scodellato questo ragionamento: «Perché lo fai? Perché partecipi a una kermesse berlusconiana? Non ti conviene».
Domani, al teatro Capranica, i servi liberi e forti del Cavalier Silvio Berlusconi si rimetteranno in gioco perché, sì, a Milano s’è perso, ma non si può accettare di avvizzire così. E mentre altrove si affilano coltelli e si ripassan motti legalitari – col dubbio che si finisca, alla prima occasione, in una baruffa fratricida – al Capranica, dalle 10 del mattino, la stagione concertistica lascerà spazio alla “Festa per il caro amico Silvio. Libera adunata dei servi del Cav.”. Ci sarà, come si conviene, anche il festeggiato, che farà capolino a mezzogiorno e dirà la sua.