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I PATACCARI:INGROIA, TRAVAGLIO E LE RUGGENTI ESTATI DEL GIUSTIZIALISMO DA SPIAGIA

Pubblicato il 20 maggio, 2011 in Costume, Politica | No Comments »

Marco Travaglio, nato a Torino il 13 ottobre 1964. Sposato con Isabella, ha due figli. Prima di occuparsi, con grande profitto, di cronaca giudiziaria ha scritto di esteri, al diocesano Nostro Tempo, di calcio e di economia, al Giornale di Montanelli. Il primo incontro con “il Vecchio” del giornalismo italiano lo organizza lo scrittore torinese Giovanni Arpino, che si porta il giovane Travaglio a Milano, nell’ottobre ’87. Montanelli non può saperlo, ma quel Travaglio a cui dà del “mammòzio” avrebbe assimilato il suo verbo al punto di arrogarsi, quindici anni dopo, la sua intera eredità. Al Giornale si stupiscono per lo straordinario senso catalogatore del giovane cronista, ma per vederlo in azione tra le carte delle procure bisogna aspettare Tangentopoli e l’incontro con il procuratore generale Marcello Maddalena. Nel romanzo di formazione di Marco Travaglio, questo è il momento della maturità: l’efficientissimo cronista tuttofare diventa un “grande inquisitore da far impallidire Vishinsky”, come ebbe a vezzeggiarlo lo stesso Montanelli. Per il suo nome, che allora firmava giusto tre libri, non basteranno interi scaffali di libreria.

L’ossessione per il Cav., ereditata dal grande “Vecchio”, si rivela prodigiosa: mette d’accordo cuore e portafoglio, alza le vendite e garantisce un’indiscutibile superiorità morale. Travaglio è tra i primi a combinarla con le potenzialità del contatto “diretto” con i lettori, via Internet: il blog Voglio scendere e la videorubrica settimanale Passaparola, ospitata dal blog di Beppe Grillo, gli garantiranno un sostegno contagioso. Il suo timbro gentile, a cadenza salmodiante, educe e seduce l’ascoltatore, che assiste allo sminuzzamento dei fatti della settimana. Dal 2006 l’offerta si arricchisce: agli spazi abituali per coltivare la militanza si aggiunge un editoriale a ogni puntata di “Annozero”, in cui Travaglio parla al grande pubblico, col piglio del catechista navigato. Il successo è travolgente e nel giro di tre anni Travaglio, con Antonio Padellaro, dimostra che ce n’è abbastanza per farci un giornale – il Fatto quotidiano, di cui è vicedirettore. L’apostolato legalitario lo spinge a trattare del Cav. anche a teatro (prima con “Promemoria” e ora con “Anestesia totale”). Nemmeno Berlusconi, limitatosi all’intrattenimento sulle navi da crociera, aveva osato tanto.

Marco Travaglio manovra il suo archivio con estrema precisione. Gli errori – una volta incolpò Pier Ferdinando Casini al posto del quasi omonimo Carlo – si contano sulle dita di una mano. Non è poco per uno capace di rovesciare carrettate di carte giudiziarie su ogni inezia. E, checché ne pensi il 41 per cento delle italiane – che l’ha votato amante ideale –, Travaglio è uno fedele. Sta cercando di dimostrarlo, soprattutto nell’ultimo mese, anche a un vecchio compagno di vacanze, il pm di Palermo Antonio Ingroia. Certo, nel 2003, senza saperlo, Ingroia gli aveva portato in ferie un mafioso, Giuseppe Ciuro. Ma non c’è motivo di rancore: le sue indagini hanno permesso a Travaglio, per un paio d’anni, di caricare con i “pizzini” dei Ciancimino i propri cannoni anti Cav. Dopo l’arresto di “Massimuccio”, Travaglio gli ha dedicato una manciata di editoriali, giocandosi le poche carte possibili: il documento contestato a “Massimuccio” è soltanto uno, Ciancimino Jr. è “un enigma”, forse è manovrato e comunque “è il classico testimone imputato per reati connessi e, come tale, non ha l’obbligo di dire la verità”. Il 6 maggio, mentre divaga con una splendida intervista a Renato Zero, Travaglio prova l’impossibile: fare le pulci al capo della Dda, Ilda Boccassini, scettica sull’affidabilità di Ciancimino Jr., rinfacciandole l’uso della teste Stefania Ariosto, nel 1995. Ma all’alta fantasia qui mancò possa, e i periodi asettici del miglior Travaglio hanno trascurato il caso Ciancimino, lasciandolo a un collaboratore del Fatto, Giuseppe Lo Bianco. C’è il rischio che Ingroia, per le vacanze di quest’anno, si scelga qualcun altro. Fonte: Foglio Quotidiano, 19 maggio 2011

LA SBORNIA DI BERSANI

Pubblicato il 20 maggio, 2011 in Politica | No Comments »

Pierluigi Bersani Umberto Bossi ha dunque deciso di prendere lui la guida della campagna elettorale per il ballottaggio a Milano dando del «matto», o quasi, a Giuliano Pisapia, il candidato della sinistra a sindaco che ha sorpassato alla grande Letizia Moratti nel primo turno. Vedremo se il leader leghista riuscirà a fare meglio del Cavaliere, che nel primo tempo della partita ambrosiana ha avuto forse coraggio ma non fortuna. Se anche il secondo turno dovesse andare male, la Lega avrebbe ben poco da rimproverare al presidente del Consiglio. E ben poche ritorsioni da minacciare o annunciare, come le opposizioni si aspettavano sino a ieri con l’ansia e la fame degli avvoltoi. Certo, quel «matto», per quanto poi ritrattato senza convincere più di tanto chi lo aveva ben ascoltato in televisione, ha lasciato a prima vista un po’ interdetti, visti i vantaggi procurati al candidato della sinistra milanese dai toni usati nel primo turno da Berlusconi e dalla Moratti. Ma la follia sta prendendo la mano un po’ a tutti, a Milano e altrove. Lo dimostra anche l’uso che sta facendo il segretario del Pd Pier Luigi Bersani del successo conseguito all’ombra della Madonnina, peraltro con un candidato diverso da quello sul quale egli aveva originariamente puntato. Dalla prima vittoria di Pisapia il maggiore partito d’opposizione ha ricavato addirittura l’esigenza di cavalcare i referendum del 12 giugno promossi soprattutto da Antonio Di Pietro. Che è così riuscito a imporgli l’agenda, come del resto ha già fatto a Napoli, dove quel che resta del Pd, dopo tutti i voti che ha perso con il proprio concorrente, corre nel ballottaggio per il dipietrista Luigi de Magistris.

Da quei referendum, fra le proteste e gli sfottò del loro principale promotore, Bersani si era sostanzialmente defilato nelle scorse settimane un po’ ritenendoli d’improbabile riuscita per la ormai consolidata disaffezione del pubblico da questo tipo di prove elettorali, e un po’ volendo proteggere il capo dello Stato dai perversi effetti di uno di essi: quello contro il cosiddetto legittimo impedimento. Che è una legge rapidamente promulgata dal presidente della Repubblica, nonostante le piazzate di Di Pietro, nel tentativo -poi frustrato dalla Corte Costituzionale- di mettere il presidente del Consiglio al riparo dai processi durante l’esercizio del mandato di governo. Di quella legge è rimasto ben poco dopo i tagli apportati dalla Corte, come dimostrano i vecchi processi ripresi e quello nuovo appena cominciato contro Berlusconi. E quel poco che è rimasto decadrebbe da solo in autunno, senza bisogno del referendum. Che pertanto è un’arma spuntata, utile solo alla gogna mediatica di Berlusconi, e del presidente della Repubblica che promulgò la legge con tanto di comunicato esplicativo delle sue buone ragioni. Ma ormai del capo dello Stato, forse anche a causa delle insofferenze recentemente mostrate da Giorgio Napolitano per i limiti e le contraddizioni di una sinistra riformista solo a parole, importa ben poco a Bersani dopo la sbornia milanese del primo turno.  Francesco Damato, Il Tempo, 19  maggio 2011

I FINIANI PERDONO UN ALTRO PEZZO: RONCHI LASCIA IL SUO INCARICO NEL FLI

Pubblicato il 18 maggio, 2011 in Il territorio, Politica | No Comments »

Roma – Iniziano le defezioni tra le file di Futuro e Libertà. Il primo a lasciare è Andrea Ronchi che con una lettera indirizzata al presidente vicario di Fli, Italo Bocchino, si è dimesso da presidente dell’assemblea nazionale, l’organismo statutario più importante del partito, convocato dallo stesso Ronchi per venerdì mattina per ratificare la linea di futuro e libertà sui ballottaggi. Ronchi si era più volte espresso, dopo i risultati delle amministrative, per un sostegno dei candidati del centrodestra in particolare a Milano. Domani Ronchi avrebbe in programma un incontro a Milano con Ignazio La Russa, che potrebbe essere seguito da un evento pubblico nel quale ufficializzare lo strappo.

Bocchino: “Era in minoranza” “Lo considero un atto di correttezza”. Così Italo Bocchino parla con i cronisti delle dimissioni da presidente dell’assemblea di Fli di Andrea Ronchi. “Visto che ha una posizione minoritaria -prosegue Bocchino- mi sembra corretto che non presieda un organismo di cui è stato eletto presidente all’unanimità“. Il vicepresidente di Fli spiega che la lettera con cui Ronchi ha accompagnato le proprie dimissioni è estremamente sintetica: «solo un rigo con scritto: mi dimetto”. E ai cronisti che gli chiedono se questa decisione sia propedeutica al fatto che Ronchi possa lasciare Fli, Bocchino risponde: “chiedetelo a lui”.

La Russa: “Mai presupposto uno strappo” “Nulla di strano che ci si sia sentiti anche in questi giorni, specie dopo la sua dichiarazione a sostegno di Letizia Moratti, confermata anche oggi”. Lo dichiara il ministro della Difesa e Coordinatore nazionale del Pdl Ignazio La Russa. “Essendo Andrea Ronchi eletto a Milano – aggiunge La Russa – abbiamo ipotizzato che nei prossimi giorni ci si possa incontrare. Ma per la verità nessuno dei due ha mai presupposto un suo strappo col Fli, dove Ronchi con Urso, cercano di evitare una innaturale deriva a sinistra”. “Quello che semmai è strano – prosegue il Coordinatore nazionale del Pdl – è che il Fli che insiste a definirsi di destra, abbia annunciato libertà di voto (e quindi di opinione) tra la Moratti e l’esponente di Rifondazione Comunista Pisapia. Ancora più incredibile poi è l’anatema di ’espulsionè contro chi volesse esercitare questa libertà di voto e di opinione a favore del sindaco Moratti. Per fortuna – conclude La Russa – i non numerosissimi elettori di Fli a Milano avranno già capito”.

………………………….Questa volta Ronchi non si è fatto costringere, lo ha fatto da solo: alcuni mesi fa fu costretto da Fini a lasciare il posto di Ministro mentre lui, Fini, rimaneva incollato alla poltrona di presidente della Camera; ora, prima che il Bocchino di turno lo cacciasse in nome della democrazia (sic)  interna del FLI, Ronchi si è dimesso dall’incarico, pura acqua fresca, che ricopriva nel FLI in totale disaccordo con chi non intedende appoggiare nei ballottaggi il centro destra e quindi, di fatto, aiutare il centro sinistra, anzi la sinistra antagonista che a Milano ha come candidato Pisapia e a Napoli De Magistris. Tra il tradire la sua fede politica e quella in Fini, ha preferito  la scelta di una vita. Onore al merito. g.

BALLOTTAGGIO: IL TERZO POLO DECIDE DI NON DECIDERE

Pubblicato il 18 maggio, 2011 in Politica | No Comments »

Il Terzo Polo ha scelto di non scegliere. Ai ballottaggi di Milano e Napoli, questa la decisione del conclave che ha riunito Udc, Fli e Api, “non ci sarà nessun apparentamento”. La conferma è arrivata dai due candidati sindacto terzopolisti, Manferdi Palmeri per il capoluogo meneghino e Raimondo Pasquino per quello campano (dove pure De Magistris ha cercato di attrarre i voti ‘centristi’), nel corso di una conferenza stampa in cui era presente l’intero triumvirato (Pier Ferdinando Casini, Gianfranco Fini e Francesco Rutelli).

“Siamo determinanti al secondo turno – ha dichiarato Pasquino – ma non siamo disposti ad alcun apparentamento, nè siamo disposti a una situazione di sottogoverno. Il nostro programma sarà la stella polare e vogliamo che i candidati esprimano la loro condivisione”. Palmeri, da par suo, ha spiegato: “Noi non facciamo l’apparenatamento né con Pisapia né con la Moratti, noi facciamo l’apparentamento con la città“. Un commento sulla situazione milanese è arrivato anche da Rocco Buttiglione: “Giuliano Pisapia non è una risposta alla crisi della politica che viviamo, né lo è Letizia Moratti. Noi siamo per un’altra politica, con quella politica noi non c’entriamo”.
Gianfranco Fini, rimasto con un pugno di mosche dopo le amministrative, cerca di inviare un messaggio agli avversari politici: “Chi pensa di dividere il Terzo Polo si prepari a cambiare i suoi piani. Il Terzo Polo – ha proseguito il presidente della Camera – ha mosso i suoi primi passi nelle amministrative”. Poi Gianfranco ammonisce: “Chiunque pensi di creare divisioni nel Terzo Polo in vista dei ballottaggi e poi della prossima attività politico-parlamentare dei mesi che ci attendono, è meglio che cambi i suoi piani”. Insomma, Fini ne è convinto, “il Terzo Polo resterà unito, sia nei ballottaggi che nell’attività politica e parlamentare, così come è stato finora”.
Il leader dell’Udc, Casini, ha provato ad esaltare i risultati raccolti da Palmeri e Pasquino rispettivamente a Milano e Napoli, sottolineando che il secondo ha preso quasi il 12% e il primo circa il 6 per cento. Per Casini questo significa che “il Terzo Polo è fuori da ogni rischio” per quel che riguarda il quorum di Camera e Senato, e che “sarò una forza determinate in Parlamento”. Sul fronte della contesa amministrativa in senso stretto, Casini ha detto, riferendosi a Fini e Rutelli che stavano accanto a lui nel centro congressi Nazionale, che “non siamo noi legittimati a dire cosa fare agli elettori. C’è gente che ci ha messo la faccia – il riferimento è ai due candidati sindaci – e sono loro gli interpreti titolati a dire”, ovvero a dire quale debba essere l’orientamento dei loro concittadini in vista del ballottaggio.
Non poteva poi mancare un commento di Italo Bocchino: “Di fronte a due coalizioni che sono estremiste noi abbiamo scelto non per la libertà di voto, ma di non sostenere nessuno dei due candidati, che è cosa diversa”. Con queste parole Italo ha spiegato le motivazioni che hanno portato il Terzo Polo, in stile vecchia Democrazia Cristiana, a non scegliere, senza apparentarsi a nessuno dei candidati in lista per i ballottaggi.

DOPO LA SCONFITTA, ECCO LA VERITA’ SU MILANO

Pubblicato il 18 maggio, 2011 in Politica | No Comments »

De Benedetti, edi­tore d e la Repub­blica , ha soste­nuto che Berlu­sconi è morto a Milano. Il becchino della sini­stra, tessera numero uno del Pd, sintetizza la solita speranza che da diciott’anni anima l’op­posizione: vedere il fu­nerale, almeno politi­co, del Cavaliere. Nel frattempo loro hanno messo via in sequenza Occhetto, D’Alema, Fas­sino (resuscitato lunedì a Torino) Franceschini, oltre che Pro­di. A Bersani hanno già pre­so le misure, sarà l’ottavo cadavere dal 1994, anno d’inizio del­l­’antiberlusco­nismo. Una carneficina in­seguendo un sogno che, quelle poche volte che si è materializzato, o che stava per farlo, è sva­nito con sorprendente velocità. Accadde nella sciagurata ed effimera alleanza con la Lega, si è ripetuto con l’ingestibi­le vittoria dell’Ulivo di Prodi, ha abboccato con la speranza che il tradimento di Fini otte­nesse il suo scopo, si ri­pete ogni volta che la procura di Milano an­nuncia l’inchiesta del­l’anno.

Io invece credo che Berlusconi sia ancora vi­vo e vegeto. Chi mette sul suo conto tutto il brutto risultato di Mila­no non conosce le cose del Pdl milanese e nep­pure i milanesi i quali, se togliamo qualche fre­quentatore di salotto, se ne infischiano sia del ca­so Lassini (quello dei manifesti Br) che del­l’auto rubata forse sì o forse no dal giovane Pi­sapia amico dei terrori­sti e comunista non pen­tito. La verità è che qual­che cosa non è girato non tanto tra gli elettori (alcuni sì infastiditi ma più dall’ecopass che dai toni accesi) ma proprio dentro il partito.

Siamo sicuri che tutte le componenti hanno fatto possibile e impossi­bile per arrivare sul­l’obiettivo? Oppure qualcuno, den­tro tutto il cen­trodestra, nel segreto delle stanze e quin­di delle urne, ha fatto calcoli diversi da quel­li della Morat­ti? A questo punto mi augu­ro di sì. Perché in quelle stesse stanze si potreb­be ricostruire in silen­zio l’accordo che dia una possibilità concre­ta di vincere al ballottag­gio. La Moratti ieri ha fat­to la prima mossa, ha cambiato l’agenzia che le seguiva la comunica­zione, uno studio affer­mato riconducibile al­l’area ciellina, quella che a Milano fa capo al governatore della Lom­bardia Roberto Formi­goni. Speriamo che la co­sa non complichi anco­ra di più i già tesi rappor­ti tra Palazzo Marino e il Pirellone (leggi Expo) perché qui c’è da prova­re a vincere davvero, al­trimenti tutta la classe politica milanese, nes­suno escluso, passerà al­la storia per avere stupi­damente consegnato la città ai comunisti.  Il Giornale, 18 maggio 2011

COSA C’E’ DIETRO L’ANGOLO, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 18 maggio, 2011 in Politica | No Comments »

Cosa c’è dietro l’angolo dopo il voto di domenica

Silvio Berlusconi Cosa c’è dietro l’angolo? Uso il titolo di una storica trasmissione televisiva di Maurizio Costanzo per porre la domanda che aleggia nella mente di tutti i cittadini in queste ore. Abbiamo assistito a un terremoto elettorale e non ho paura di esagerare nell’usare questa parola perché le elezioni amministrative sono state un test nazionale e il loro impatto sarà di gran lunga più grande di quel che pensa il Palazzo. Lo scenario può essere così riassunto: Berlusconi ha perso le elezioni, la sua politicizzazione del voto è stata insufficiente per convincere gli elettori di Milano a votare la Moratti; il centrodestra ha subìto un forte arretramento al Nord; la Lega vede per la prima volta uno stop serio alla sua strategia di espansione nordista; il popolo delle partite Iva e delle piccole imprese s’è risvegliato e senza un abbassamento della pressione fiscale vota da altre parti; il centrosinistra gioisce per la breccia di Pisapia ma a sua volta è tra l’incudine della sinistra radicale che impone al Pd i suoi candidati e il martello di una perdita di voti costante; il Terzo Polo è già Quarto, Fini è un marziano; l’Udc è superata ovunque o quasi dai Grillini; il voto di protesta, il voto non coalizzato, il voto giustizialista, gonfia le urne ma è quasi sempre sterile e non produce alternativa di governo. In queste condizioni, cari lettori de Il Tempo, senza opportune correzioni e azioni politiche, dietro l’angolo c’è il caos e se facciamo un paio di logiche considerazioni sul futuro prossimo vedrete che non andremo lontani dalla realtà. Tra due settimane ci saranno i ballottaggi, un secondo round dove per il centrodestra tutto è in salita. Un recupero della Moratti su Pisapia a Milano è davvero difficile, sarebbe un miracolo.
A Napoli Lettieri è in vantaggio ma sento odore di accordo a sinistra, mormorii di truppe fiacche a destra e un sinistro scricchiolìo di sconfitta anche dove si poteva vincere a mani basse. Basterebbero questi due risultati per aggravare la crisi nella maggioranza e aprire un periodo di turbolenza nel governo. E allora, cosa c’è dietro l’angolo?
C’è chi dice che questo risultato in realtà allungherà la legislatura. Questo è vero finché in Parlamento (e fuori) non si produce un’alternativa concreta. Ma se fino all’altro ieri ipotizzare un dopo-Berlusconi era quasi un’eresia, oggi non è più un azzardo. L’idea di aprire un’altra fase nel centrodestra non è più impraticabile. Ma non come la intendeva Gianfranco Fini, il cui progetto infatti si è sfracellato sugli scogli della presunzione. Qui la partita che si è aperta è un’altra e coinvolge anche il Cavaliere. Quando il Parlamento tornerà a riunirsi, i gruppi parlamentari saranno in piena fibrillazione e chi non ha incassato il “premio” per la stabilità dell’esecutivo cercherà di riscuotere quel che si aspetta per aver consentito al governo di andare avanti. Ma in queste condizioni, con un voto simile, c’è da scommettere che la Lega non starà a guardare. Allargare la maggioranza? Creare nuove poltrone? Altri incarichi? Sono pronto a scommettere che il Carroccio farà di tutto per impedirlo. Ergo, il rischio che a Palazzo Chigi si apra una crisi al buio è altissimo. Sono certo che Berlusconi in queste ore sta valutando anche questo scenario. Il Cavaliere è un uomo energico, un inguaribile ottimista, ma non ci sono dubbi che le prossime settimane saranno piuttosto complicate.
Anche lui si sta ponendo la domanda: cosa c’è dietro l’angolo? Be’, al suo posto vedrei allungarsi l’ombra di Giorgio Napolitano. Il presidente della Repubblica non ha mai nascosto la sua avversione a uno scioglimento anticipato delle Camere. In caso di crisi ho l’impressione che il Quirinale prenderebbe atto della situazione, avvierebbe le necessarie consultazioni e proverebbe a dar vita a un governo di transizione guidato da un uomo del Pdl. Missione: un paio di riforme urgenti, in primis quella elettorale, e poi voto politico. In questo caso Berlusconi dovrebbe fronteggiare un altro dilemma: sono io il candidato alle politiche o è giunto il momento di separare premiership e leadership? Mentre Silvio si pone questa domanda, ai cancelli di partenza ci sono alcuni cavalli di razza che hanno alcune carte da giocare: Giulio Tremonti, Pier Ferdinando Casini e Luca Cordero di Montezemolo sono i tre che mi sembrano più accreditati per una serie di ragioni che ora vi espongo. Tremonti ha tenuto alla larga il crac dell’Italia durante la crisi finanziaria e la recessione economica e, inoltre, è un trait-d’union con la Lega di Umberto Bossi; Casini è il centrista post-democristiano che ha un legame speciale con la Chiesa (l’Italia è la culla del cattolicesimo), è un moderato, può dialogare bene con la sinistra per avere riforme bipartisan; Luca Cordero di Montezemolo sarà (se decide di entrare in politica) l’imprevisto della storia, un uomo di successo – piaccia o meno – che arricchisce l’offerta dei moderati e prova con una sorta di Lista Nazionale a innovare la politica italiana offrendo una scelta nuova e allo stesso tempo complementare a quella tradizionale. Non metto né Casini né Montezemolo all’interno del market del centrosinistra. Quel che sta accadendo nel polo dell’opposizione li esclude in maniera automatica da quel Risiko. La sinistra si sta sempre più radicalizzando e il progetto originario del Pd – la fusione dell’anima post-comunista con quella post-democristiana – è praticamente fallito. Bersani alza le mani in segno di vittoria, ma in realtà sta rivestendo il ruolo di segretario-liquidatore di un partito che si avvia a tornare indietro (ai Ds) per riscoprire la formula della coalizione allargata, cioè l’Ulivo. Il voto che ha decretato il successo di candidati come Pisapia a Milano, De Magistris a Napoli, Zedda a Cagliari e molti altri è una pietra tombale sul Pd come ce lo avevano narrato i suoi fondatori. Lo spazio politico dell’opposizione a questo punto si restringe per i liberali e i riformisti. Pisapia ha vinto con l’appoggio del sindacato del quadrato rosso (la Cgil) e la sinistra vendoliana. Provate a immaginare un programma di riforme economiche e sociali che ha il loro imprinting: meno flessibilità del lavoro, spesa pubblica e tasse. Esattamente il contrario di quanto propongono Casini e Montezemolo. Quello di cui il Paese non ha bisogno. Ecco perché l’offerta politica del centrodestra in realtà è destinata in futuro ad allargarsi ed arricchirsi, mentre quella del centrosinistra è un ritorno al futuro che in realtà è il passato.

Cosa c’è dietro l’angolo allora? Una ristrutturazione del panorama politico in cui Berlusconi ha un ruolo e una possibilità. Il ruolo è quello di chi ha ancora un grande consenso, la possibilità è quella di provare a uscire dalla trincea di una linea politica che nel caso di Milano s’è dimostrata insufficiente per convincere i moderati a votarlo. Come uscire dal fortino? Cominciando a intrattenere una politica di link (collegamento) e share (condivisione). Link con soggetti esistenti (l’Udc di Casini) e nascenti (la lista di Montezemolo), share con il mondo delle idee e della produzione che il centrodestra ha abbandonato negli ultimi due anni per dedicarsi a una guerra di logoramento che ha finito per logorare chi la conduceva. Fuori da questo scenario non c’è niente di buono: ci sono crisi al buio, tensioni secessioniste, governi tecnocratici lontani dalla volontà popolare, il risveglio dei fantasmi del passato.  Mario Sechi, Il Tempo, 18 maggio 2011

C’E’ POCO DA FESTEGGIARE, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 17 maggio, 2011 in Politica | No Comments »

Elezioni, SIlvio Berlusconi nel seggio elettorale Berlusconi ha perso. Bersani non ha vinto. E se proiettassimo questo voto amministrativo sulle politiche del 2013 l’unica frase che mi viene in mente è «si salvi chi può». Sapevamo tutti che queste elezioni avevano un grande significato e indubbiamente è stato così. Il Cavaliere si è impegnato a fondo nella campagna elettorale, non si è sottratto alla mischia e sono certo che fosse assolutamente a conoscenza delle difficoltà che poteva incontrare subito dopo lo spoglio. Gli va reso atto di non aver mai fatto piccoli calcoli di bottega e di averci messo la faccia. In queste ore si starà chiedendo che cosa è andato storto a Milano, patria del berlusconismo, città dalla quale è partita la sua straordinaria avventura. Sarò chiaro: Letizia Moratti non era il candidato giusto. Un sindaco uscente se ha convinto i suoi concittadini non ha quasi bisogno di fare campagna elettorale. E invece qui è stato necessario l’impegno diretto del leader e non è bastato perché molti elettori leghisti hanno preferito stare alla larga da donna Letizia. Ovviamente il risultato non può essere ridotto a un problema di candidatura e basta. Anche Berlusconi deve fare le sue analisi e convincersi che la linea dello scontro all’arma bianca ha dei limiti, soprattutto quando il popolo ha in mente problemi come il traffico, la pulizia delle strade, la criminalità, i servizi di base, il lavoro, il costo della vita in una metropoli come Milano. Cose concretissime che poco hanno a che fare con la battaglia politica di Palazzo. Un ballottaggio tra Moratti e Pisapia non era un’ipotesi campata in aria, il problema è che il candidato della sinistra è in testa e quello del centrodestra segue a lunga distanza. Devo essere sincero: pensavo che vincere al primo turno fosse difficile ma non impossibile, ma non credevo che un esponente della sinistra radicale (e Pisapia lo è) potesse convincere i moderati di Milano a votarlo. È il segno più tangibile di qualcosa che è cambiato e con questo mutamento occorre fare i conti. Mi dispiace che dopo questo risultato alcuni parlamentari del Pdl abbiano ripreso con la litania dello spauracchio comunista, del Leoncavallo, dello spinello e così via. Il voto ha ampiamente dimostrato che alla gente non gliene importa un fico secco di questi temi. Serve altro. Occorre un confronto sui problemi reali, il resto viene percepito come propaganda. E in tempi di crisi e incertezza ha meno presa sull’elettore più scafato. Serve un cambio di passo. Per il centrodestra le elezioni sono state una delusione generale. Oggi ci presenteranno conti del tipo «abbiamo tot città e province…» e così via. Questa non è analisi politica, è tafazzismo. Milano era il simbolo di questa campagna elettorale, il Pdl e la Lega dovrebbero inventarsi qualcosa per conquistarla al secondo turno perché a questo punto c’è il rischio concretissimo di perderla. Le cose non sono andate meglio altrove. A Napoli Lettieri doveva vincere al primo turno, altro che storie. Aveva la strada spianata, una sinistra divisa e a pezzi, un’amministrazione comunale sommersa dalla «monnezza». Niente, va al secondo turno e con una prospettiva complicata. A Bologna c’era lo spazio per un ballottaggio che è sfumato, a Torino non c’è mai stata partita perché Piero Fassino e un signor candidato. Messa così sembra una cavalcata trionfale del centrosinistra. E invece no. Quel che è accaduto con questo voto è allarmante anche per il Partito democratico. Ho visto Bersani in tv esultare. Fa il suo mestiere, ma qui dobbiamo dire chiaramente che anche il Pd in realtà è in grave pericolo. Parlo del progetto originario, quello che doveva fondere la tradizione post-democristiana di sinistra con l’eredità del Partito comunista. Sogno andato in frantumi ieri. I candidati vincenti di Bersani sono tutti lontani dal Pd. Antagonisti. Pisapia ha vinto le primarie contro Stefano Boeri, il candidato ufficiale del partito, ed è chiaramente un politico lontano anni luce dalle posizioni bersaniane, piuttosto abbiamo di fronte un vendoliano con un passato ingombrante nell’estremismo. Ha vinto a dispetto del partito che oggi lo applaude. A Napoli il Pd è una rovina fumante. Il suo candidato, Mario Morcone, è finito terzo, stracciato dal De Magistris messo a correre da Tonino Di Pietro contro la volontà di Bersani e soci. Un alleato con il coltello in mano. Andrà lui al ballottaggio con Lettieri e tanti saluti all’esperienza dei democratici all’ombra del Maschio Angioino. A Cagliari un giovane signor nessuno, Massimo Zedda, ha prima fatto secco il candidato del Pd alle primarie, Antonello Cabras, e poi mandato il centrodestra in crisi costringendo il candidato Massimo Fantola ad andare a un secondo turno inaspettato e ora molto rischioso. Questo sarebbe il mirabile successo di Bersani? Se è così, buona fortuna. In realtà, cari lettori, siamo di fronte a un voto che ha connotati decisamente anti-sistema e rischia di travolgere quel poco che resta dei due principali partiti che in questi anni – con alti e bassi – hanno fatto da magnete per il nostro incerto bipolarismo: il Pdl e il Pd. Osservate con attenzione i dati che escono dalle urne. Lo scenario è quello di un voto di protesta (i Grillini a Bologna), un voto radicalizzato (De Magistris a Napoli, lo stesso Pisapia a Milano), un voto disperso (nella miriade di liste senza arte né parte), un voto non coalizzato (il fantasma del Terzo Polo), un voto in definitiva spesso inutile perché non dà stabilità al sistema politico, drena ancora voti ai principali partiti e mette in serio pericolo una delle poche conquiste di questi anni: il bipolarismo. Provate a immaginare un risultato simile sul piano del governo nazionale: non vincerebbe nessuno, avremmo un assetto istituzionale in cui l’ingovernabilità è certa e il futuro altamente incerto. Non è quello di cui l’Italia ha bisogno, ma il voto è questo, va accettato e compreso. Mi piacerebbe pensare che da oggi le cose cambiano, che si fa tesoro di questa lezione, invece vedo incombere l’errore e l’orrore. Se questo è il quadro politico che esce dalle urne, è chiaro che servono fantasia, coraggio e nuove strade da sperimentare per non portare la macchina della politica a scontrarsi sul muro di titanio del voto anti-tutto. Al posto di Berlusconi comincerei a rivedere la formula politica della maggioranza di governo. L’alleanza con la Lega è sacra, ma s’è dimostrata insufficiente per vincere perfino a Milano, figuriamoci nel resto del Paese quando ci sarà da votare nel Mezzogiorno, in Sardegna, in Sicilia. Occorre una visione e una prospettiva complementare e non è quella del Terzo Polo. Lo scrivo con grande rispetto per tutti gli attori di questa finora sgangherata avventura, ma così non vanno da nessuna parte. Rischiano di essere marginali e a loro volta di essere cannibalizzati dalle mille forze anti-sistema che proliferano sul territorio. Un centro che non si coalizza è semplicemente inutile. Il centrodestra deve trovare un partner affidabile, un alleato serio, nuovo, portatore di una cultura moderata per allargare la sua offerta politica. Fuori da questo schema, regna l’incertezza, o meglio, la certezza che in queste condizioni le elezioni sono una Caporetto per entrambi i poli. Non vince nessuno, perde il Paese. Mario Sechi, Il Tempo, 17 maggio 2011

GIORGIO, ROMANO, EUGENIO E IL PD

Pubblicato il 16 maggio, 2011 in Politica | No Comments »

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano Anche le trasferte, come dimostrano le notizie giunte ieri da Gerusalemme, aiutano Giorgio Napolitano a far crescere quel tesoretto, o tesoro vero e proprio, di credito morale e politico che i suoi amici e compagni in Italia, da Emanuele Macaluso a Rino Formica, da Marco Pannella a Massimo Teodori, vorrebbero vedere investire fra due anni, alla scadenza del mandato di presidente della Repubblica, nella ricostruzione della sinistra. O, in alternativa, in una sua rielezione al Quirinale, dove però si aspettano che egli possa e voglia stimolare e sostenere altri a compiere la stessa impresa. «Uno statista fuori dal comune, profondo, onesto e di buona volontà… un’autorità morale che non può essere sconfitta», ha detto di Napolitano il suo omologo e quasi coetaneo presidente israeliano Shimon Peres in una conferenza stampa congiunta, dopo un incontro ovviamente molto cordiale, conoscendosi e apprezzandosi reciprocamente da tempo. Anche i loro rapporti personali e politici finirono per risultare rafforzati dopo il crollo del muro di Berlino, quando il Pds ormai ex Pci, di cui Napolitano era un dirigente, riuscì a rimuovere i veti e le diffidenze del Psi guidato da Bettino Craxi e ad ottenere l’ammissione all’Internazionale Socialista, dove c’era naturalmente il partito laburista israeliano di Peres.

I due amici e compagni politici sono ora accomunati anche dal fatto, che hanno voluto ieri sottolineare compiacendosene reciprocamente, di essere capi di Stato «senza poteri esecutivi» ma ugualmente impegnati a fare «quel che possiamo per cercare di risolvere i problemi al meglio». In verità, entrambi si sono formalmente riferiti ai problemi «fra i due Paesi» di cui sono presidenti, ma che hanno già «relazioni eccellenti». Ci vuol poco quindi a migliorarle ancora, per cui non è arbitrario pensare che essi volessero riferirsi anche ai loro problemi di politica interna. Che sono quelli che premono di più agli amici e compagni italiani di Napolitano per le ragioni che abbiamo ricordato all’inizio, accennando alle ipotesi di un suo impegno per la ricostruzione della sinistra dopo la conclusione del mandato presidenziale, o di una sua rielezione. La quale in Italia, per quanto la Costituzione non contempli il divieto di rieleggibilità immediata, costituirebbe un’assoluta novità. Nessun presidente della Repubblica infatti è riuscito a raddoppiare il suo mandato settennale, che abbia cercato o no di ottenerlo dal Parlamento. Preoccupazioni per le condizioni della sinistra italiana, forse analoghe a quelle avvertite dagli amici e compagni più vicini a Napolitano, sono state attribuite ieri dal giornale La Repubblica anche all’ex presidente del Consiglio Romano Prodi. Che vorrebbe vedere «gli eredi dell’Ulivo», la sua prima creatura politica poi trasformata nell’altrettanto sfortunata Unione, meno impegnati a «litigare fra di loro» e più convinti invece della necessità di creare una vera alternativa al centrodestra. Della quale Napolitano in persona ha voluto recentemente ricordare le condizioni per essere realistica parlandone, in un convegno dedicato al compianto amico e compagno Antonio Giolitti, con il fondatore proprio de La Repubblica, Eugenio Scalfari. Quelle condizioni, mutuate dalle riflessioni dello stesso Giolitti, sono, fra le altre, la chiarezza e la gradualità tipica del riformismo: un termine, quest’ultimo, che invece procura ancora l’orticaria alle componenti massimaliste della sinistra. Che sono le stesse con le quali il Pd di Pier Luigi Bersani, fra le riserve e le proteste di Walter Veltroni e di una parte almeno della componente di provenienza democristana, è tornato a perseguire un’alleanza elettorale e politica per il solito, confuso cartello antiberlusconiano.

Ad esso Bersani peraltro pensa di poter convincere prima o poi ad aderire anche il terzo polo di Pier Ferdinando Casini, liquidando come «schizzinose» le resistenze o i rifiuti oppostigli sinora dal leader dell’Udc. Che sa bene, più comunque di certi esponenti del partito di Gianfranco Fini, affluito con quello di Francesco Rutelli nel progetto del terzo polo, quanti voti si perderebbe per strada se partecipasse ad un’alleanza, fra gli altri, con Nichi Vendola e Antonio Di Pietro. Di quel confronto avuto con Napolitano al convegno su Giolitti, nello stesso giorno in cui alla Camera l’opposizione si divideva in tre mozioni sulla crisi libica e il Pd rifiutava per partito preso di votare con la maggioranza per la partecipazione italiana ai bombardamenti della Nato, condivisa invece dal presidente della Repubblica, Scalfari ha mostrato ieri di non ricordarsi nella parte del suo consueto editoriale della domenica riguardante proprio il capo dello Stato. In particolare, il fondatore de La Repubblica, dopo avere scomodato persino il duca di La Rochefoucauld, del 1657, per tornare ad accusare Silvio Berlusconi di «egolatria, megalomania» ed altro ancora, ha voluto praticamente attribuire la grande popolarità di cui gode il presidente della Repubblica al confronto che la gente farebbe tra lui e il presidente del Consiglio. Il quale, per quanto votato da milioni di italiani e provvisto di una maggioranza parlamentare, sarebbe una specie di male assoluto, contro il bene assoluto degnamente rappresentato da Napolitano. Ma l’apprezzamento dei cittadini per il presidente della Repubblica è cresciuto, come dimostrano i sondaggi, da quando è risultata ancora più netta e chiara la sua insoddisfazione per come si muove l’opposizione, a cominciare naturalmente dal maggiore partito che la compone, il Pd. Al quale era probabilmente rivolto anche il richiamo che Napolitano ha fatto ieri da Israele sulla necessità di riforme in Italia: le stesse di cui Bersani e compagnia bella si rifiutano di discutere con l’odiato Cavaliere. O si offrono di farlo solo a quelle parti – la Lega – o a quegli esponenti della maggioranza e dello stesso governo – il ministro Giulio Tremonti – disposti a scaricare il presidente del Consiglio, colpevole anche di resistere agli assalti giudiziari. Francesco Damato, Il Tempo, 16 maggio 2011


OGGI SI VOTA: TRA GUERRA E BATTAGLIA

Pubblicato il 15 maggio, 2011 in Politica | No Comments »

Una delle poche cose su cui ha ragione la sinistra anti-Cav è la seguente: «Berlusconi è un’anomalia». Lo è di certo, solo che l’analisi che gli avversari offrono dell’uomo e del fenomeno del berlusconismo è totalmente insufficiente e sbagliata per comprenderlo, affrontarlo e batterlo non in maniera estemporanea – cosa già successa due volte – ma permanente. Berlusconi è un aspetto profondo del carattere del Paese, la sua storia è una sorta di «biografia della nazione» e ridurlo a un semplice leader da abbattere e non invece da battere sul piano delle idee e della politica è un errore.

La sinistra spera in uno stop del Cavaliere a Milano per narrare al suo popolo la storia di un declino che invece è ancora un’ipotesi poco più che scolastica. Eliminando Berlusconi non si archivia anche il «berlusconismo». Siamo nel campo delle illusioni. Questo fenomeno non è conseguente al passaggio del Signor B., ma precedente. È un carattere del Paese che viene fuori a ondate. Questa primitiva analisi delle opposizioni, alimentata dalla penna degli intellettuali progressisti, conduce a due esiti. Il primo è che se la Moratti a Milano non passa al primo turno il centrosinistra crederà di poter accantonare i suoi problemi e cominciare una trionfale cavalcata verso la vittoria alle elezioni politiche. Il secondo esito è che se il Cavaliere invece prende la città ambrosiana al primo turno e mette a segno un altro paio di imprese, per la sinistra si apre una crisi nera, profondissima, che rischia di mandarla al tappeto per altri dieci anni. Conclusione strategica. Nel primo caso Berlusconi perde una battaglia, ma nel secondo vince la guerra.  Mario Sechi, IL tEMPO, 15 MAGGIO 2011

GUERRA IN LIBIA: PICCOLE E MEDIE IMPRESE IN DIFFICOLTA’, A CASA IL 70% DEI LAVORATORI

Pubblicato il 15 maggio, 2011 in Economia, Politica | No Comments »

Lo dice senza remore, lo testimoniano i dati in suo possesso: «sono migliaia i posti di lavoro persi dall’inizio della guerra», ammette Alfredo Cestari, presidente della camera di Commercio ItalAfrica Centrale. La diapositiva scattata dall’associazione (registrata al ministero per il Commercio Estero) non induce all’ottimismo. Soprattutto per le piccole e medie imprese, che «fino al 2010 erano stabilmente impegnate in Libia» e per le quali «l’acquisizione di commesse permetteva loro di mantenersi in vita in Italia», dice Cestari.

Solo «il 30% del personale si è salvato attraverso la sua riconversione e il riutilizzo in altri ambiti aziendale», si legge nella nota diffusa dall’associazione. Un’ecatombe soprattutto per quegli imprenditori che avevano spostato in Libia il loro core business, convinti che il trattato di amicizia italo-libico firmato quasi tre anni fa potesse essere il garante dei loro commerci. Il raìs sembrava essersi ammansito dopo la crisi dell’86 (con attacco missilistico a Lampedusa) e i Piccoli sono andati a rimorchio delle grandi aziende di casa nostra, costruendo un principio d’indotto anche sull’altra sponda del mediterraneo.

Lavoravano nella subfornitura edilizia, dietro le commesse vinte da Impregilo e Astaldi, nel settore dei trasporti per Iveco e Grimaldi e avevano sfruttato l’onda lunga che i contratti di fornitura di petrolio e gas vinti da Eni (e la sua controllata Saipem), Edison e Tecnimont, potevano garantire per un buon approvvigionamento energetico. Ecco perché si erano spinti anche in mercati inesplorati, come quello dei mangimi (come la romagnola Martini Silos), nel settore delle telecomunicazioni (dietro il colosso Telecom, anche la Sirti, che produce appunto impiantistica per le reti di telecomunicazioni) e nella meccanica industriale, come la bolognese Technofrigo (impianti di refrigerazione) e la cremonese Ocrim (molini).

Spiega Cestari: «il bombardamento dei siti di estrazione di petrolio da parte di Gheddafi significa che sarà quasi impossibile per l’Eni riprendere la fornitura a guerra finita (rispettando così i contratti già firmati, ndr.)». E teorizza un conto a dieci cifre – già da ora – per tutto il sistema-Italia: «il volume d’affari che si è interrotto ha abbondantemente sfondato il tetto di 100 miliardi di euro». E se il colosso di San Donato Milanese ha potuto reggere l’onda d’urto, per le imprese dell’indotto i «licenziamenti e le procedure di cassa integrazione» sono state inevitabili. Il Corriere della Sera, Fabio Savelli, 14 maggio 2011

.………..Senza essere economisti o esperti in poltica economica, non abbiamo nascosto i nostri dubbi e le nostre perplessità per la partecipazione ad una guerra voluta da francesi e inglesi con il supporto del più grande bluff della politica di tutti i tempi, Obama. A Inglesi e francesi non gliene frega un fico secco dei diritti umani dei libici, la cui stragrande maggioranza, tra l’altro, non apprezza il loro intervento sul suolo di una Nazione sovrana e per di più membro dell’Onu, a loro importavano solo le ricchezze della Libia il cui principale interlocutore economico, sino alla guerra, era l’Italia. All’Italia, dunque, dal punto di vista economico, e se si vuole, anche cinico, la guerra era l’ultima cosa che poteva volere. Era chiaro a tutti, sinache a noi, ma non lo era (o lo era?) alle opposizioni, dal PD all’Udc, passando per il FLI, che hanno sbraitato  (fsolo per far male al governo e finendo per fare male all’economia italiana) sino a quando il governo, cedendo alle pressioni politiche, ha ceduto e fatto guerra alla Libia e quindi al ruolo italiano in quella parte del nordafrica e al ruolo delle imprese italiane che ora sono costrette a licenziare migliaia di lavoratori, aggravando la crisi  del nostro Paese. Con chi dobbiamo congratularci? g.