Archivio per la categoria ‘Politica’
BERLUSCONI: NON PAGO IL CANONE TV
Pubblicato il 14 maggio, 2011 in Costume, Politica | No Comments »
Lì, accanto al candidato sindaco Gianni Lettieri, aveva invitato i cittadini a non credere alle «menzogne» diffuse dalla stampa, dalle radio e dalle televisioni «della sinistra». «Ho visto in questi giorni “Ballarò″ e “Annozero” ed è davvero uno scandalo: in nessun Paese al mondo è ammissibile che la televisione pubblica, pagata con i soldi dei cittadini, possa arrivare a tale grado di faziosità». Ma a Latina il Cavaliere ha lasciato spazio anche a una precisazione «per la stampa avversaria: io il canone non l’ho mai pagato perché ho fior fior di ragionieri che pensano alla bisogna visto che sono il primo contribuente italiano». Il clima è incandescente. Al teatro D’Annunzio non sono mancate le tensioni tra i sostenitori del candidato del Pdl Giovanni Di Giorgi e quelli del centrosinistra. Il premier ha dribblato lo scontro, entrando da un ingresso secondario. Poi se l’è presa con Fini che nel pomeriggio ha chiuso la campagna elettorale a Bologna con Pierferdinando Casini. Il premier è critico soprattutto con la formazione sponsorizzata da Antonio Pennacchi. «Il “listone fasciocomunista” che va dall’estrema sinistra a quell’esponente di destra è ciò che Fli e la sinistra stanno tentando di fare a livello nazionale per far fuori quell’ostacolo insormontabile che è Silvio Berlusconi: qui dobbiamo dargli la prima lezione, non ce la farete mai». Dalla platea è arrivata una pioggia di fischi sul presidente della Camera e allora Berlusconi ha precisato, sorridendo: «Non si fischia la terza istituzione dello Stato, siete degli screanzati». Il premier ha fatto anche un passaggio sugli immigrati: l’Italia è «tenuta ad accogliere con dignità e generosità gli immigrati senza fare tragedie: se il Consiglio europeo ci darà una mano bene, altrimenti non facciamo tragedie su una cosa che possiamo tranquillamente risolvere da soli». Berlusconi ha ribadito che «l’accoglienza fa parte della nostra storia perché siamo un popolo di emigranti e ci sono milioni di italiani in giro per il mondo» e dunque «dobbiamo accoglierli con dignità e non dobbiamo chiedere l’elemosina a nessun Paese europeo». Poi è tornato sulla sfida delle Amministrative: «La sinistra sta aspettando i risultati di queste elezioni e, con la solita doppia faccia, se dovesse vincere dirà che erano elezioni nazionali e che il governo deve andare a casa, mentre se dovesse perdere dirà che erano semplici elezioni locali». Invece, ha ribadito il presidente del Consiglio, «il voto serve anche per sostenere il governo: sono convinto che vinceremo perché abbiamo vinto tutte le elezioni». Non dimentica la giustizia (e ancora una volta il presidente di Montecitorio): «C’è stato un accordo preciso tra Fini e l’Anm per evitare la riforma». E l’affondo verso il candidato del centrosinistra a Milano, Pisapia: «I personaggi della sinistra sono sempre gli stessi dall’86, è caduto il muro ma non se ne sono accorti e professano l’ideologia più criminale della storia: alcuni di loro, come il candidato di Milano Pisapia, pensano che questa ideologia si debba rifondare». Insomma, «più li conosciamo più ci fanno paura». Infine Berlusconi ironizza sui passaggi che hanno portato dal Pci al Partito democratico: «Noi ci richiamiamo sempre alla libertà – ha detto – loro si chiamano sempre con nomi di animali o di piante, evidentemente amano la natura…». Alberto di Majo, Il Tempo, 14 maggio 2011
……Non lo paghi più nessuno e non solo per la spazzatura che ogni settimana propinano ai telespettatori i vari Santoro e Floris, ma anche per i troppi soldi che vengono dati per spettacoli da baraccone a conduttori televisivi di mezza tacca. g.
VOTO LOCALE? NO, NAZIONALE, di Mario Sechi
Pubblicato il 14 maggio, 2011 in Politica | No Comments »
L’Italia ha un sistema istituzionale che non prevede elezioni di medio-termine come negli Stati Uniti. Ma di volta in volta il voto amministrativo ne ha assunto le sembianze. Per cui, giusto o sbagliato, il voto di Milano e delle altre città italiane diventa un test per la maggioranza. Lo stesso Berlusconi ha trasformato l’appuntamento locale in nazionale, il voto amministrativo in politico. Il Cavaliere ha scelto di alzare l’asticella del confronto con l’opposizione e l’ha fatto sulla base di un preciso calcolo politico: siamo in una fase di voto europeo che punisce chi governa, devo provare a mobilitare il mio elettorato, faccia campagna come se fossimo alla prova definitiva per la mia coalizione e per il governo. È una strategia coerente con il personaggio – funambolico e pieno di energia – e il quadro politico. Più che i problemi giudiziari del Cav in questo voto peseranno la situazione economica ancora incerta, i non pochi dissidi interni alla maggioranza e delle candidature meno efficaci di quanto lo sia invece il «brand» Berlusconi, un marchio che tira ancora al mercato della politica, ma in qualche caso potrebbe anche non bastare. Il caso di Milano in questo senso mi sembra esemplare. Negli ultimi giorni ho analizzato con attenzione quello che è accaduto in una campagna elettorale a tratti bizzarra. Il sindaco uscente, Letizia Moratti, non ha il carisma politico di un leader di prima grandezza e, inoltre, ha pagato la sua algida presenza, il suo distacco dal gruppo consiliare del Pdl, la sua difficoltà a sintonizzarsi con i cittadini.
Tutto questo è sufficiente per rovesciare il quadro politico di Milano? Non credo, ma certo potrebbe succedere che per una manciata di voti la Moratti non passa il primo turno e va al ballottaggio. Questo sì che sarebbe un problema. Non tanto per la conquista di Milano – che avverrebbe comunque al secondo turno – ma per l’equilibrio dei rapporti nel centrodestra tra Pdl e Lega e soprattutto per la stella del Cavaliere che per la prima volta subirebbe uno stop a casa sua, nella Milano del Biscione, patria del berlusconismo. Un evento simile verrebbe caricato di un simbolismo enorme, perfino eccessivo. E non solo dalle opposizioni. Ma è inutile parlarne ora, tra 48 ore avremo la risposta e vedremo se la città del Duomo volta le spalle a Silvio. Quel che bisogna tracciare qui è invece il quadro ideale dal quale far partire l’analisi politica post-voto. Qual è il risultato perfetto per il centrodestra? Conquistare Milano al primo turno, strappare Napoli al centrosinistra e andare al ballottaggio a Bologna o a Torino. Questo sarebbe un colpo imparabile per il centrosinistra che si avviterebbe ulteriormente su se stesso. Il Pd in particolare avrebbe serissimi problemi e la segreteria di Pierluigi Bersani sarebbe davvero a rischio. Al di sotto di questo risultato c’è il gioco delle bandierine e del peso delle città perse e conquistate. Un esempio per tutti: Latina, roccaforte della destra, città fondata da Mussolini, è nell’immaginario collettivo un fortino inespugnabile. Ma il centrodestra qui ha pasticciato (e litigato) alla grande. Una sconfitta sarebbe un affare serio, da pedata nel sedere ai responsabili di tale miseria elettorale. Vedremo. Nel caso, suggeriremo noi a Berlusconi che tipo di scarpa usare per la bisogna. Appena chiuse le urne e sfornati i primi dati attendibili i lettori vedranno fin dai primi commenti la proiezione di un quadro nazionale su un voto localissimo e influenzato da mille fattori che ben poco hanno a che fare con il governo e il Parlamento. Si aprirà o la partita del dopo-Berlusconi o quella di un Silvio piglia-tutto che progetta il suo sbarco al Quirinale. Bianco o nero. Con gradazioni di grigio nel caso di un risultato intermedio. Ci sarà in ogni caso da divertirsi. Pane per noi che amiamo la cronaca politica. È stata una campagna elettorale con una coda finale molto dura. Me lo aspettavo. Gli ultimi due anni sono stati incredibili sul piano degli attacchi personali, degli scambi di colpi sotto la cintola. Forse Berlusconi non si è risparmiato nulla, ma di certo non gli è stato risparmiato nulla. Quelli che oggi si stracciano le vesti per una scomposta e maldestra uscita della Moratti su Pisapia dovrebbero farsi un bell’esame di coscienza. Abbiamo invece scoperto, ancora una volta, il fenomeno di rimozione del suo ingombrante passato da parte della sinistra. Pisapia ha fatto di tutto per non parlare delle sue frequentazioni giovanili negli ambienti del terrorismo, del suo pensiero rivoluzionario, radicale, delle sue idee tutt’altro che liberali, vicine a Mosca e non a Londra. Roba da Cremlino e non Westminster. Altro che ladruncolo d’auto che non è mai stato. In nessun confronto televisivo o giornalone dell’intellighentsia tricolore questo passato è emerso. Era un elemento chiave per capire cosa c’è dietro un candidato. Invece no. Se il fortunato in lista è di sinistra, borghese con il mocassino giusto, il maglioncino regolare e il passaporto con molti timbri esotici, allora tranquilli, perché Egli è immacolato a prescindere. Frequentava terroristi che usavano accoppare l’avversario? Leggerezze e svaghi giovanili. Tutto si perdona a chi ha in testa il Progresso. Non se ne parla. E poi, che volete farci, lo screening del cervello, del capello, il controllo sopra e sotto le lenzuola e la valutazione del colore delle mutande è riservato solo a quei puzzoni della destra, con aggiunta di inquisizione tribunalizia per quelli di stretta osservanza berlusconiana. Questa è malafede, doppiopesismo, conformismo culturale. Questo, cari lettori, è il peggior cocktail per ubriacare la democrazia, altro che le barzellette scosciate del Cav. Mario Sechi, Il Tempo, 14/05/2011
IL FINI “SUPER PARTES” FA CAMPAGNA ELETTORALE PER IL SUO PARTITO
Pubblicato il 13 maggio, 2011 in Politica | No Comments »
Nei sacri palazzi della Repubblica si aggira l’erede di un vecchio commediante. È il Tartufo istituzionale. Tartufo come il personaggio di Molière. Sono quelli che con un fare cerimonioso tirano sempre in ballo il dovere, lo Stato, il senso di responsabilità, le austere forme della rappresentanza, la carica, il ruolo, quello stare per consuetudine al di sopra delle parti. Quando assumono questa posa da patrigni della patria li vedi socchiudere gli occhi e corrugare la fronte con aria preoccupata. Tartufo è la maschera della devozione e dell’ipocrisia. Il suo erede è appunto uno che parla di Costituzioni e doveri solo quando gli fa comodo, quando conviene. È uno che fa l’arbitro quando non ha voglia di giocare. Non per stanchezza, ma per interesse.
Il Tartufo istituzionale è un tipo ideale. Non esiste in natura. Ma tanti si avvicinano alla sua maschera. Uno di questi è Gianfranco Fini. Attenzione. Non per la sua scelta di lasciare Berlusconi, ma per il modo con cui si è fatto scudo delle istituzioni. Le usa sempre come una scusa. Ed è un mezzo anche questo per svilirle.
Tanti sono sorpresi dalla foga elettorale del presidente della Camera. In questi giorni in attesa del voto lo trovi ovunque: Trieste, Torino, Olbia, Napoli, Caserta, Perugia, Bari, Rutigliano, Bologna. Quasi sempre con il suo libro sotto il braccio L’Italia che vorrei, tanto che ormai si è capito che utilizza la sua avventura editoriale come forma di copertura: non faccio comizi, ma promozione culturale. Il risultato è che ovunque si voti lui è lì a fare il testimone del Fli. Non ha nessun imbarazzo a mostrarsi come capo partito. Non c’è nulla di scandaloso, sia chiaro. Tranne l’incoerenza.
Questo Fini è infatti lo stesso Fini che un anno fa, quando c’era da faticare per le elezioni regionali, e dopo aver imposto la Polverini come papabile governatore del Lazio, non si fece vedere in una piazza neppure per sbaglio. Allora diceva che lui era un essere super partes: «Il presidente della Camera non partecipa mai, in campagna elettorale, a manifestazioni organizzate dai partiti». Ecco un uomo con la schiena dritta, un servitore dello Stato, uno che non si sporca le mani con la bassa manovalanza della politica, un politico tutto di un pezzo. Peccato che un anno dopo tutto questo senso del dovere e del ruolo sia stato sbugiardato dal giro d’Italia dell’onorevole Fini, presidente della Camera come «dopolavoro». Ecco questo è un tipico atteggiamento da Tartufo istituzionale. Ricordarsi del ruolo solo quando torna utile. È chiaro che allora Fini non voleva fare campagna elettorale per un partito, il Pdl, che aveva già da tempo deciso di abbandonare. Stava solo aspettando il momento giusto per dire: «Che fai mi cacci?».
Se il progetto politico dei finiani non è mai decollato è anche per questo atteggiamento tartufesco. Gli italiani intuiscono che le parole, i valori, le battaglie dell’ex leader di An non sono mai del tutto sincere. C’è sempre quel retrogusto di cinismo, un mascheramento, un odore di falso, ipocrita, mistificante. Non sanno dire neppure loro perché: ma non si fidano. Questa storia di voler recitare due parti in commedia, presidente della Camera e capo del Fli, alla fine ha deluso persino chi lo vedeva come un’alternativa alla destra berlusconiana. Il guaio è che un’altra destra non può nascere con Tartufo. Il Tartufo di Molière sembra ancora giovane. È a modo. Sa parlare. Conosce il mondo. Si arrangia a scovare dentro di sé un certo fascino. Ma alla fine convince solo i troppo buoni e quelli come lui. Julien Sorel infatti si rivede in lui, in Tartufo. Ma è appunto il protagonista de Il rosso e il nero. E il titolo del romanzo di Stendhal non è scelto a caso. Il Giornale, 13 maggio 2011
………..Ma per quanto Fini possa girare l’Italia in cerca di voti per il suo partito fantasma, la raccolta si annuncia molto ma molto magra. Sarà per quesnto che buttando le mani avanti, Fini, l’oracolo inascoltato, si affanna a spiegare che “queste sono elezioni amministrative e che non hanno valore politico”, al contrario di quello che dicono tutti ma proprio tutti, dai leaders politici ai commentatori della politica. Ma non gli servirà a niente, perchè martedì mattina non ci saranno soprese: il partito di Fini sarà un fantasma che vaga per le aule della politica senza che nessuno se ne curi. g.
COSA C’E’ DIETRO UN CANDIDATO
Pubblicato il 13 maggio, 2011 in Politica | No Comments »
A proposito dello scontro Moratti-Pisapia, ecco una valutazione del direttore de Il Tempo, Mario Sechi.
È inutile mettersi a disquisire di bon ton: le campagne elettorali sono contese dure per gente dura. Chi aspira al minuetto e non al corpo a corpo è pregato di astenersi. Funziona così in tutti i Paesi e questo è frutto della comunicazione e dell’importanza del leader rispetto al partito. Fanno sorridere i parrucconi che strillano per i colpi bassi, fanno riflettere invece i comizietti senza contraddittorio delle penne della sinistra che da anni sparano ad alzo zero su Berlusconi, hanno introdotto la spiata del buco della serratura della camera da letto, coniato i peggiori aggettivi per gli avversari e ora strillano come signorine per le ruvidezze della campagna elettorale. Letizia Moratti ha compiuto due errori: il primo è che ha dato una notizia incompleta di un procedimento penale (cosa tra l’altro che fanno tutti giorni i fogli anti-Cav quando riportano stralci dell’accusa senza mai ricordare l’esito finale dei processi); il secondo – quello davvero grave – è che non ha dato una lettura politica alla storia di Pisapia. Il sindaco uscente del Pdl avrebbe dovuto ricordare con puntualità uno scenario ben più serio del furtarello di un’auto di cui Pisapia non aveva bisogno visto che proviene da una ricca famiglia borghese di Milano. La vera storia in realtà è quella di una parte della borghesia progressista della città ambrosiana che cinguettava con i terroristi. Un fenomeno fin troppo poco indagato sul quale è calato un silenzio (quasi) generale. Mentre Walter Tobagi veniva ammazzato, editori, giornalisti, magistrati e avvocati del giro buono di Milano coccolavano gli adepti della P38. Mentre Indro Montanelli veniva gambizzato, il Corriere della Sera dava la notizia omettendo il nome della vittima.
Mentre le «sedicenti br» ammazzavano, le famiglie illuminate si divertivano a fare la rivoluzione in boiserie e i rampolli degli imperi editoriali del progressismo piazzavano bombe sotto i tralicci lasciandoci le penne (leggere alla voce enciclopedica Feltrinelli). La vera domanda da porsi è dunque un’altra: Pisapia in quale brodo culturale è cresciuto? Ha avuto o no contatti con sagome poco raccomandabili, personaggi poi finiti nella lotta armata? Sono domande che io avrei posto tranquillamente a Pisapia in un confronto televisivo. Ma nessuno l’ha fatto e questo la dice lunga sul conformismo culturale. In America un signore come Pisapia avrebbe avuto serissime difficoltà a sostenere un confronto con la stampa e l’opinione pubblica. Bisognerebbe ricordare la storia dei cacciatori di fascisti che andavano a fare le loro battute al grido di “Hazet 36 fascista dove sei?”. Sapete cosa è l’Hazet 36? La chiave a stella che spappolò la testa di Sergio Ramelli a Milano. Pisapia non è un ladro, ci mancherebbe. Ma non può pretendere che in campagna elettorale si metta il silenziatore sul suo passato, le sue idee radicali, le sue amicizie più o meno pericolose. Quando è cominciata la battaglia più cruenta contro Berlusconi e il centrodestra, ormai un paio di anni fa, avvisai e scrissi che l’introduzione del metodo della character assassination nel giornalismo per far secco il Cavaliere avrebbe rappresentato un punto di non ritorno per tutti. Ci siamo. Chi ha seminato vento, sta raccogliendo tempesta.Mario Sechi, Il Tempo, 13/05/2011
IN ATTESA DI DOMENICA: RISCHIANO DI (RI)PERDERE, di Mario Sechi
Pubblicato il 12 maggio, 2011 in Politica | No Comments »
Giorgio Napolitano auspica che nella politica italiana ci sia rispetto reciproco. A parole nessuno dei partitanti è contrario, ma nei fatti il clima è pessimo. E chi scrive ne è testimone diretto tutti i giorni.
C’è gente che ha il coraggio di invocare la tua morte perché sei il direttore di un giornale storicamente conservatore. Ti scrivono mail di insulti e si augurano una fine dolorosa per la tua famiglia. Immaginate un po’ che bel mestiere tranquillo è il mio. Ci sono menti confuse che hanno scambiato il duro confronto delle idee per un terreno dove è lecito accoppare l’avversario. Scenario in cui il candidato del Pdl a Napoli, Gianni Lettieri, fa campagna elettorale tra bombe carta e sputi, mentre a Milano tra Letizia Moratti e Giuliano Pisapia volano i materassi. Ma l’opposizione che accusa di «killeraggio» la Moratti è la stessa che presenta la sfida come l’occasione finale per ghigliottinare Berlusconi e liberarsi del suo personalissimo incubo.
Tutto questo è frutto di un pregiudizio antico: la presunta superiorità antropologica della sinistra che non accetta il verdetto delle urne. Se perde, pensa di esser vittima di un golpe videocratico frutto del voto di una massa di lobotomizzati dalla tv. Sulla base di questo ragionamento c’è chi sale per li rami a teorizzare la rivoluzione e sogna la piazzale Loreto per Berlusconi. Non so come andrà il voto di domenica e lunedì, ma conosco la maggioranza silenziosa, la forza tranquilla che decide chi governa in Italia: non sceglie gli estremisti. Può darsi che mi sbagli, ma comunque vada, in questo voto qualcuno rischia di (ri)perdere non solo le elezioni ma anche la faccia. Mario Sechi, Il Tempo, 12 maggio 2011
ELEZIONI COME UN RING. E’ GIUSTO SUONARLE
Pubblicato il 11 maggio, 2011 in Politica | No Comments »
Tra quattro giorni in molte città italiane si vota. Come noto, si rinnovano, tra gli altri, i consigli comunali di Milano, Torino, Bologna e Napoli. Quando sente aria di elezioni, Berlusconi diventa come lo squalo che sente l’odore del sangue: attacca a testa bassa senza andare tanto per il sottile. Qualche benpensante assiste allo spettacolo e resta scettico. Si sbaglia. La politica non è un salotto, è un ring, e su quello italiano ci sono pure arbitri di parte. Berlusconi non ha scelta. Lui, come la Lega e tutto il centrodestra, non ha dalla sua parte le lobby di Confindustria e dell’alta finanza, non può contare sull’occhio benevolo dei mezzi di informazione e dei talk show televisivi che, anzi, gli sono ostili a prescindere, sulla mobilitazione di intellettuali, artisti e comici. Se vuole vincere le elezioni, e ne ha vinte fino a ora tante, Berlusconi deve soltanto convincere la gente della bontà del suo progetto. Per farlo deve parlare chiaro e semplice, come facciamo noi con colleghi ed amici.
Che se poi ci scappa anche la parolaccia o l’insulto nessuno si scandalizza. E allora ecco la verità nuda e cruda: la sinistra è triste, depressa, senza guida e progetto; per governare bene ci vuole una riforma che dia più poteri a chi governa e meno al capo dello Stato; per risolvere velocemente i problemi ci vogliono meno deputati, senatori e più ministri e sottosegretari; ci vuole una riforma delle tasse che renda il fisco più equo e meno pesante; per fare tutto questo serve una magistratura che non interferisca strumentalmente nella politica e nell’azione di governo, come, per esempio, hanno fatto nelle ultime ore i pm di Napoli che hanno sequestrato le discariche appena individuate per smaltire l’immondizia (facendo un dispetto più che al premier ai cittadini).
A me sembrano cose di assoluto e banale buon senso, per realizzare le quali è però necessario che dalle urne dei comuni esca lunedì un segnale chiaro che secondo la gente questa è la strada giusta da battere. Fini sta con i magistrati, Bersani con la Cgil, Casini fa solo i fatti suoi, Il Corriere della Sera difende i banchieri e ha a cuore il futuro del suo consigliere Diego Della Valle, La Repubblica da due anni si occupa soltanto di sesso e di collezionare intercettazioni telefoniche. Ci vuole che qualcuno faccia i nostri interessi. Se qualcuno ha buone idee si faccia avanti. L’amico dei rom e dei centri sociali (il comunista Pisapia), è una buona idea per Milano? Uno che si vanta di fumare spinelli (Merola) è la soluzione per Bologna? Un vecchio arnese rottamato pure dal Pd (Fassino) è il nuovo che merita Torino? C’è da fidarsi a votare gente (i finiani) che ha tradito i suoi elettori? E ancora: è un’alternativa al Pdl uno schieramento, la sinistra, che ha al primo punto del programma l’intenzione di inserire la tassa patrimoniale, cioè quella sui nostri risparmi?
Non scandalizziamoci per alcune frasi colorite (a sinistra non si lavano) del presidente Berlusconi. Badiamo al sodo e andiamo avanti. Tra pochi giorni alcuni milioni di italiani avranno in mano la matita per permettere a tutti noi di continuare, almeno, a sperare.
QUIRINALE: LA CORSA E’ INIZIATA
Pubblicato il 11 maggio, 2011 in Politica | No Comments »
DI MARIO SECHI
Non ci voleva uno scienziato della politica per capire che l’orologio istituzionale sta spostando le sue lancette verso il Quirinale e la successione alla presidenza della Repubblica. La fine della legislatura si incrocia con la scadenza del settennato di Giorgio Napolitano e per forza i ragionamenti che si fanno sullo scenario politico (successione o no al Cav, candidati premier, alleanze) finiscono per investire anche il Colle e i suoi poteri. Ipotizzare una riforma che tocchi anche il Quirinale è da cortocircuito ora, ma Berlusconi fa Berlusconi, non si muove come un travet della politica. Lui spiazza e spazza. Corre e frena. Incendia e spegne. Dietro le quinte la corsa è già partita. In tanti sperano e gufano. Berlusconi non ha mai detto di puntarci e interpellato smentirà un secondo dopo. Così pure farà Gianfranco Fini e altrettanto Massimo D’Alema, Pier Ferdinando Casini o il professor Romano Prodi. Potremmo aggiungere anche altre figure e ricordare che spesso al Quirinale sale un outsider. In ogni caso, la Presidenza della Repubblica con il passare delle settimane sarà interessata da due fenomeni: 1. il crescente uso dell’esternazione e degli altri poteri del Capo dello Stato; 2. le manovre per costituire nel prossimo parlamento la maggioranza che serve per farsi eleggere al Quirinale. Berlusconi per riuscire nell’impresa dovrà vincere le elezioni, tessere nuove alleanze, conservare il «pacchetto di mischia» dei voti dei presidenti di Regione e trovare un’occasione di conciliazione sulla sua figura separando leadership e premiership. Non è candidato, ma Bersani ha già gli incubi. Diciamo la verità: se il Cav corre per il Colle, ci divertiamo da matti. Mario Sechi, Il Tempo, 11 maggio 2011
L’ONORE DEI GIUDICI, E DELLA POLITICA
Pubblicato il 10 maggio, 2011 in Giustizia, Politica | No Comments »
Nei terribili anni di piombo numerosi magistrati sono stati uccisi dal terrorismo rosso, in prevalenza, ma anche dell’estrema destra. A questi eroici difensori dello stato è doveroso rivolgere un ricordo riconoscente, come è avvenuto ieri nel Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo. Anche alla loro azione coraggiosa in difesa della legalità assalita dalla violenza politica si deve la tenuta, in quegli anni, del sistema democratico. Come ha detto Giorgio Napolitano ricordandone il sacrificio al Quirinale, “la loro lealtà fu essenziale” e “la battaglia della giustizia penale contro il terrorismo fu decisiva”. Insieme a loro sono stati uccisi anche esponenti politici, a cominciare da Aldo Moro, giornalisti che non accettavano la vulgata che parlava di “sedicenti” Brigate rosse, poliziotti, imprenditori, persino un sindacalista della tempra di Guido Rossa.
Dedicare la Giornata del ricordo delle vittime del terrorismo in particolare a quelle provenienti dalla magistratura è stata quest’anno una scelta del capo dello stato che, evidentemente, puntava anche a evitare che le polemiche in corso su una parte specifica di questa categoria finissero con l’investire l’intero ordine. Si tratta di una scelta apprezzabile, che tende a creare un clima di maggiore rispetto istituzionale e a contrastare eccessi, come l’assurda identificazione di questi stessi settori della magistratura con quel terrorismo di cui, invece, giudici e magistrati hanno subito i colpi. Dunque Napolitano ha ricordato che, anche in vista delle “riforme necessarie”, bisogna “parlare responsabilmente della magistratura e alla magistratura nella consapevolezza dell’onore che ad essa deve essere reso”. Parole che hanno trovato la piena condivisione di Silvio Berlusconi: “Mi inchino con rispetto e gratitudine per ricordare le vittime del terrorismo, unendomi idealmente alle nobili parole pronunciate dal capo dello stato”.
Le parole di Napolitano, e il clima di responsabilità che hanno generato, servono anche a liquidare equivoci in senso opposto: se è assurda l’equazione tra terroristi e magistratura, lo è parimenti quella suggerita, più o meno implicitamente, da chi vorrebbe far pensare che gli attacchi di carattere politico (o la legittima difesa) del centrodestra ad alcuni settori specifici della magistratura si possano idealmente collegare agli assassini di magistrati perpetrati dai criminali brigatisti. Non sono certo stati i moderati, quelli che oggi sostengono Silvio Berlusconi e il suo governo, a uccidere i magistrati. Rispettare la memoria di giudici e procuratori morti tragicamente significa anche non delegittimare chi critica oggi (con le parole e l’azione politica, non con le armi in pugno) una certa concezione invasiva della giustizia con un apparentamento tanto infame. IL FOGLIO, 10 maggio 2011
BERLUSCONI AL COLLE. E FINI INIZIA A GUFARE…
Pubblicato il 10 maggio, 2011 in Politica | No Comments »
La corsa è già partita. Anche se forse sarebbe più giusto dire la battaglia. La battaglia per il Quirinale. Mancano due anni alla fine del mandato di Giorgio Napolitano, ma a leggere le dichiarazioni di alcuni esponenti dell’opposizione sembra manchino pochi mesi. Merito, o demerito se preferite, di Silvio Berlusconi. Lo scorso dicembre sembrava arrivato al capolinea. Destinato a chiudere anticipatamente la sua avventura a Palazzo Chigi e, con essa, la stagione che lo ha visto protagonista della vita politica italiana per 17 anni. Ma i «profeti» hanno sbagliato le loro previsioni e oggi, a distanza di 5 mesi, il Cavaliere appare più in salute che mai. Anzi, si è gettato a capofitto nella campagna per le amministrative, ultimo scoglio da superare per arrivare al 2013. Berlusconi stesso lo ha dichiarato: «Dando al centrodestra la vittoria, voi avrete dato anche sostegno e forza al governo nazionale. Così il governo potrà continuare a lavorare nell’interesse della comunità per altri due anni». L’impressione è che la sua analisi sia piuttosto vicina alla realtà. Quello di sabato e domenica è l’ultimo test elettorale della legislatura. A meno di sorprese l’opposizione non avrà altre occasioni per assestare la spallata. Forse per questo comincia già a pensare al futuro e a «gufare». L’incubo si chiama «Silvio Berlusconi al Quirinale». Un incubo che, secondo Gianfranco Fini, non si realizzerà mai: «Berlusconi non diventerà presidente della Repubblica perché non controllerà la maggioranza del prossimo Parlamento. Qualsiasi cosa si possa inventare: leggi elettorali, responsabili che lo supportino. Non credo di sbagliarmi». Per la cronaca va ricordato che il leader di Fli era lo stesso che, lo scorso 12 dicembre, si dichiarava certo del fatto che il Cavaliere non avrebbe ottenuto la fiducia. Non proprio un precedente felice. Ma stavolta Gianfranco non ha dubbi. «Il berlusconismo – spiega durante la registrazione della trasmissione Potere di Lucia Annunziata – è in fase di superamento perché credo che l’opinione pubblica abbia ben compreso che il miracolo italiano e tutto ciò che ha rappresentato il sogno berlusconiano, si sia infranto contro la realtà. Lui non vuole rassegnarsi, ma tutto ha un termine». Certo, aggiunge, «probabilmente» terminerà la legislatura perché «ha una maggioranza in Parlamento e ha un certo consenso», ma il dopo è già segnato: niente Quirinale e niente successione di Marina («Francamente non penso sia nel novero delle cose possibili»). Il tempo dirà se il «profeta» Gianfranco stavolta ha visto giusto, di certo la sua è molto di più di una semplice «gufata». E lo spiega bene Carmelo Briguglio. Il vicepresidente vicario dei deputati di Fli chiama a raccolta tutte le forze politiche invitandole a «sbarrare» a Berlusconi la strada verso il Quirinale. «Alle prossime elezioni politiche – osserva – si eleggerà di fatto il Presidente della Repubblica e con questa legge elettorale, se si andasse ad elezioni con tre poli, Berlusconi potrebbe conquistare la maggioranza dei circa 1000 grandi elettori tra deputati, senatori e delegati regionali. Questo è il disegno al quale lavora il premier». «Ma, a partire dal risultato delle amministrative di Milano – prosegue Briguglio – se la Lega capisce che questa alleanza col Cavaliere la allontana dal suo elettorato, alle elezioni politiche potrebbe andare da sola e così i poli potrebbero essere quattro, o anche, se monta il clima di emergenza istituzionale che Berlusconi sta costruendo giorno dopo giorno, gli schieramenti potrebbero diventare solo due». «In questi ultimi due casi – insiste il deputato di Fli – Berlusconi non ce la farebbe a occupare il Quirinale ed è questo lo scenario al quale le forze politiche, tutte le forze politiche, devono puntare per sbarrargli la strada verso il Colle più alto che metterebbe a rischio le istituzioni e comprometterebbe definitivamente l’immagine internazionale dell’Italia». Scenari fantapolitici? Forse. Di certo Fini e i suoi non sono gli unici che si pongono il problema e si muovono alla ricerca di una soluzione. Anche il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, infatti, mostra preoccupazioni molto simili a quelle del presidente della Camera. Anzi, ad essere sinceri, la proposta della «Santa Alleanza» anti-Cavaliere rilanciata da Briguglio sarebbe tutta farina del suo sacco. Peccato che la sola idea abbia agitato, e non poco, Pier Ferdinando Casini. Così Bersani, intervistato dal Mattino, è costretto a spiegarsi meglio: «Io non voglio sante alleanze difensive, come dice Casini. Ma avverto: attenzione, se Berlusconi fa il presidente della Repubblica, io non rincorro lui ma chi è stato schizzinoso».Nicola Imberti, Il Tempo, 10/05/2011


