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LIBIA, I DUBBI DEI LETTORI SONO GLI STESSI DI BERLUSCONI, CON UNA DIFFERNEZA…

Pubblicato il 29 aprile, 2011 in Politica | No Comments »

Alcuni lettori in queste ore ci scrivono i loro dub­bi e le loro perplessità sulla linea del governo ri­spetto al nostro impegno milita­re in Libia e le polemiche che ne sono seguite, leggi caso Lega-Tremonti. Dicono di votare Pdl, sono sconcertati. Penso che par­lino degli stessi dubbi del presi­dente Berlusconi. La differenza tra noi e lui è che noi non abbia­mo l’onere e l’onore di dover prendere decisioni. Possiamo non condividere, cambiare opi­nione, addirittura partito, sen­za che questo metta a rischio nulla. Anche il premier ha le sue idee personali, e quelle sulla guerra alla Libia sono chiare. Per quello che ne so io non l’avrebbe mai fatta, per indole, per calcolo e per i suoi rapporti personali con Gheddafi. Un pre­m­ier deve però prima di tutto di­fendere gli interessi, gli impegni e la credibilità del suo paese. E qui le cose si complicano.

Non entrare nella coalizione era im­possibile. Lo imponevano il fare parte della Nato, la richiesta de­gli alleati di usare le nostri basi (già questo è schierarsi), la no­stra storia. Obiezione: la Germa­nia, per esempio, ha avuto la for­za di dire no. Certo, ma primo non è stata chiamata, secondo non ha nessun motivo di farsi avanti. Ai più infatti sfugge che gli interessi italiani in Libia, a dif­ferenza di quelli tedeschi e co­me oggi documentiamo, rappre­sentano circa il 3 per cento del nostro pil, una montagna di sol­di che non è il caso di regalare, nel dopo Gheddafi senza di noi, a francesi e americani, sottraen­dola alle nostre necessità per di più in un momento come que­sto. Sono, questi, calcoli che solo il premier deve fare, in solitudi­ne.

Tutti gli altri, ministri e parti­ti di maggioranza e di opposizio­ne, esprimono opinioni, alcune condivisibili, altre strampalate. Ma a un certo punto bisogna de­cidere, non su cosa è più giusto in astratto ma scegliendo la via che danneggia meno l’Italia nel suo complesso. Questa è la poli­tica. Tirare una bomba atomica su Hiroshima, per esempio, non è certo stato bello, ma un presidente ha dovuto prendersi la terribile responsabilità in no­me di un interesse superiore. E veniamo al caso Lega-Tre­monti. Ieri siamo stati duri con il ministro. Ci risultava, e nessu­no ci ha smentito, che si fosse mosso dietro le quinte in manie­ra ostile al governo per alcune decisioni (Draghi alla Banca Eu­ropea, via libera all’opa france­se su Parmalat) facendo sponda sugli amici leghisti già arrabbia­ti di loro per il caso Libia. La criti­ca non riguardava il ministro, al quale confermiamo tutta la no­stra stima, ma il politico. Primo perché non è il caso di aggiunge­re di questi tempi benzina sul fuoco, secondo perché ritenia­mo che un presidente del Consi­glio, in quanto punto di sintesi di un organo collegiale, abbia il diritto-dovere di assumere su di sé, dopo aver ascoltato tutti, de­cisioni strategiche. Questo non lo diciamo noi ma lo hanno sta­bilito gli elettori, votandolo co­me premier. Per carità, dissenti­re è legittimo e a volte utile. Al­tra cosa è rivendicare il potere che spetta soltanto a lui.

UMBERTO L’AFRICANO

Pubblicato il 29 aprile, 2011 in Politica | No Comments »

Umberto Bossi La crisi beduina è grave ma non seria. La Padania esiste, solo che non è quella che immagina Umberto Bossi. O meglio, non è tutta così. La prova è che la Lega è sulla piazza della politica da oltre vent’anni, presidia il territorio di riferimento, ma non è mai riuscita a trasformarsi in un partito per la maggioranza degli elettori del Nord. La realtà, piaccia o meno, è che senza i voti di Berlusconi non ci sarebbero mai stati governi nazionali e locali a trazione leghista. Certo, qualcuno potrebbe dire che la formula vale anche al contrario, senza Bossi non c’è Berlusconi, ma attenzione: il Carroccio esce dal suo anonimo garage del Varesotto solo quando il Cavaliere scende in campo. Prima è un puntino nell’universo politico, pulviscolo del Nord. Dopo Silvio, cresce come un satellite importante che ruota intorno a un pianeta gigante in via di formazione. Che succede oggi? La coppia scoppia? Silvio e Umberto si separano in nome di Maroni? La storia ci dà dei fatti a cui agganciare il presente. Quando Umberto fece le prove tecniche di distacco dal Cavaliere, subito dopo la crisi del 1994, fece partire saette, rutti, tuoni e fulmini contro l’uomo di Arcore, ma non trovò una grande strada spianata. No voti, molti limits. E infatti l’uomo in canottiera tornò all’alleanza con Forza Italia in breve tempo. Il fatto è che solo restando nella scia berlusconiana la Lega è riuscita a pesare, conquistare potere (vedere alla voce lottizzazione) e condizionare il governo. Ma allora cosa sta succedendo? Si apre una crisi nella maggioranza? L’asse del Nord è incrinato per sempre? Ho la netta impressione che il rampantismo leghista di queste settimane sia figlio di un calcolo errato di Bossi e dei suoi colonnelli. Troppa sicurezza. Pensano che siano già maturi i tempi della «autonomizzazione» del Carroccio da Berlusconi e il giochetto sia solo una questione di tempo. Non nego un fondamento a questa visione delle cose, ma se è così, allora porta direttamente a due risultati possibili: 1. la Lega corre da sola e ritorna automaticamente un partito secessionista e anti-sistema; 2. la Lega fa un patto con il Pd, entrambi i partiti rinunciano a un pezzo importante della loro retorica e propaganda attuali e mettono sul mercato una nuova alchimia. Buona fortuna. In entrambi i casi la soluzione è un gioco d’azzardo altissimo e una evidente «diminutio» del ruolo del partito di Bossi, al quale in realtà conviene continuare a vestire i panni del movimento di lotta e di governo. Finché è possibile. Perché prima o poi il conto da pagare arriverà anche ai leghisti. Le loro sparate contro l’immigrazione fanno a pugni con la realtà e la ricetta delle cannonate e del filo spinato è un colpo di spingarda da fumetto. Il protezionismo economico e l’euroscetticismo in camicia verde non hanno portato a casa alcun risultato concreto a parte alcune battute di Speroni e Borghezio. Rispetto al pragmatismo berlusconiano, i leghisti affannano. Per questo Bossi quando si lamenta dei risultati del vertice italo-francese non è credibile. Il presidente del Consiglio in una condizione oggettivamente difficile – con una serie di errori gravi sulla Libia consumati anche per colpa della Lega – forse riesce a salvare la baracca: difende il nostro business energetico, concorre a piazzare un italiano (Mario Draghi) a capo della Bce e si arrende all’evidenza che gli imprenditori italiani non vogliono scucire il grano per competere con la Francia, dal lusso (Bulgari) al latte (Parmalat). Berlusconi in questo scenario fa quadrare il bilancio con quel che ha realmente a disposizione in cassa, non con i sogni. Il mondo dipinto dai leghisti è una metafora che serve ad acchiappare voti al Nord, ma non a comprendere cosa sta accadendo e soprattutto a risolvere il problema dei problemi dell’Italia contemporanea: come uscire dal ruolo di preda e diventare almeno un piccolo e rapido predatore. Come continuare a navigare nel Mediterraneo in prima e non in terza classe. Come sopravvivere alla globalizzazione. E la campagna libica fa parte di questo scenario. Bossi è un uomo concreto, sa bene che viviamo in uno scenario dove vale più che mai quel che Wall Street non dimentica: «Money never sleeps», i soldi non dormono mai. Il Tempo, 29 aprile 2011. Marlowe

BOMBE, IMIGRATI E LEGA: BERLUSCONI VA IN CONTROPIEDE

Pubblicato il 27 aprile, 2011 in Politica | No Comments »

A leggere certi giornali sembra che Silvio Berlu­sconi sia felice di bombardare i libici, al contra­rio di Umberto Bossi che invece ha orrore delle bombe e del san­gue. Spero che nessuna persona dotata di buonsenso cada in que­sto tranello mediatico. Non sol­tanto il premier odia la guerra tanto quanto l’amico Umberto, ma per quanto ne so ha in più l’angoscia di dare il via libera ai nostri caccia contro una perso­na, Gheddafi, con la quale ha in­tratte­nuto un rapporto persona­le leale e sincero. Anzi, se france­si e americani non hanno già ra­so­al suolo Tripoli e se c’è una spe­ranza che ciò non accada lo si deve proprio al freno a mano che il governo italiano ha tirato sin dall’ inizio sul caso Libia. Prima ha preteso che l’operazione passas­se sotto il comando della Nato, poi ha tenuto aperto l’unico ca­nale di trattativa con il rais, oggi ha ottenuto regole rigide per le operazioni (solo obiettivi milita­ri con armamenti limitati). Cose non da poco, se addirittura ieri Sarkozy è sceso a Roma a trattare la pace con Berlusconi, ricono­scendo all’Italia il ruolo e la digni­tà che le competono, aprendo per la prima volta una trattativa seria a livello europeo sulla que­stione dei clandestini in arrivo dalle coste del Nord Africa e fino ad oggi lasciati sul gobbone no­stro.

La contraddizione tra Pdl e Bossi, quindi, è soltanto appa­rente. Del resto la posizione del­la Lega è stata chiara fin dall’ini­zio e coerente con il suo Dna cul­turale che la vincola al principio dell’autodeterminazione dei po­poli e quindi alla non ingerenza in case altrui. In questo senso le questioni dei costi e dei clandesti­ni, sollevate un po’ da tutto il cen­trodes­tra e con forza da esponen­ti del Carroccio, sono importanti ma non decisive. Più che altro funzionano eccome in chiave di consenso elettorale, e Bossi che di voti se ne intende non ha per­so la ghiotta occasione di smar­c­arsi con quel cinismo che lo con­traddistingue: noi non sparia­mo, dice. Un lusso, quello delle parole, che lui può permettersi, a differenza del capo del governo (e pure di quello dello Stato) che oltre a pensare al federalismo ha il compito e l’obbligo di tenere l’Italia nel mondo, di rispettare accordi e trattati internazionali firmati non soltanto da lui.

A Berlusconi si possono rinfac­ciare alcune cose ma non certo di non aver ingaggiato, sulla guer­ra alla Libia e sui clandestini, un braccio di ferro con i potenti del mondo. Addirittura l’Italia è riu­sci­ta ad aprire una breccia sull’in­violabilità dell’architettura euro­pea, e ieri è stato Sarkozy a fare sua la tesi di Tremonti sulla ne­cessità di rivedere trattati ormai obsoleti, compreso quello sulla libera circolazione degli uomini. Dall’alleanza militare e politica della Nato non si può uscire, ma condizionarne le scelte dall’in­terno si può ed è esattamente quello che stiamo facendo.

Per via di tutto questo aspette­r­ei a parlare di crisi della maggio­ranza, di vittoria della linea fran­cese. Quando si gioca con avver­sari più grandi e quindi più forti è da suicidi usare la forza. Meglio, se si vuole arrivare sull’obiettivo, usare altre tecniche. Il calcio inse­gna, molte partite si vincono con catenaccio e contropiede. E scommetto che anche questa volta Bossi e Berlusconi, con ruo­li diversi, stanno tirando nella stessa porta. Il Giornale, 27 aprile 2011

BERLUSCONI DIFENDE IL NUCLEARE: STOP SOLO PER EVITARE CHE IL REFERENDUM POSSA FAR SALTARE PER SEMRE L’OPZIONE DEL NUCLEARE

Pubblicato il 26 aprile, 2011 in Economia, Politica | No Comments »

Berlusconi difende il nucleare: stop solo per saltare referendum

Roma, 26 apr. (TMNews) – Lo stop del governo al referendum non è un addio definitivo all’energia prodotta dall’atomo. Piuttosto è una pausa temporanea per evitare che il referendum di giugno, dopo la tragedia di Fukushima, affossasse definitivamente il piano italiano di ritorno al nucleare. A chiarirlo è stato lo stesso premier Silvio Berlusconi nel corso dell’incontro bilaterale Italia-Francia a Villa Madama. “Se fossimo andati oggi – ha detto Berlusconi – a quel referendum il nucleare non sarebbe stato possibile per molti anni a venire”. Berlusconi ha infatti voluto sottolineare che il governo italiano resta convinto che “l’energia nucleare sia il futuro per tutto il mondo”. Pertanto vanno avanti anche gli accordi che l’Italia ha già stretto con la Francia e in particolare quello tra l’italiana Enel e la francese Edf: “I contratti continuano – ha precisato il premier – non vengono abrogati”. Nel corso della conferenza a Villa Madama Berlusconi ha ricordato come l’Italia negli anni ‘70 fosse all’avanguardia nella realizzazione di centrali nucleari, progetti che, a causa “dell’ecologismo di sinistra che si è messo di traverso”, ha dovuto abbandonare. Da allora l’Italia ha acquistato, ha spiegato il premier “tutta l’energia che consuma dall’estero”, con un aggravio su famiglie ed imprese del 30-40 o anche 50 per cento di costi aggiunti”. “L’evento giapponese, a seguito dei sondaggi che abitualmente facciamo sull’opinione pubblica, ha spaventato ulteriormente i nostri cittadini”, ha ammesso Berlusconi. È per questo che il governo “responsabilmente – ha detto Berlusconi – ha ritenuto di introdurre questa moratoria per restare nel nucleare e far sì che si chiarisca la situazione giapponese e che magari dopo uno o due anni si possa ritornare ad avere una opinione pubblica consapevole della necessità di tornare all’energia nucleare”. ANSA, 26 APRILE 2011

LA SINISTRA PRIGIONIERA DEL 25 APRILE

Pubblicato il 26 aprile, 2011 in Politica | No Comments »

Silvio Berlusconi Molti nella sinistra italiana e dintorni hanno celebrato il 66.mo anniversario della liberazione dal nazifascismo pensando ad un’altra liberazione ancora da venire: quella da Silvio Berlusconi. Del quale desiderano la fine politica più ancora dell’uscita dalla crisi economica, o della guerra in Libia, o delle tante altre crisi che insanguinano troppe parti del mondo, spesso a prezzo anche della vita dei militari italiani impegnati a fronteggiarle. Se si andava ieri sul sito web dell’Unità si trovava un titolo a tutta pagina sul 25 aprile con la cancellazione però dell’anno 1945, sostituito con l’avverbio sempre. La battaglia adesso sarebbe «contro l’attacco alla democrazia» proveniente dal governo del Cavaliere e dalla sua maggioranza. Già il giorno prima, d’altronde, il giornale storico del Pci e delle sigle successive era arrivato in edicola con questo allusivo titolo antiberlusconiano, a tutta pagina: Liberiamoci. Gli faceva concorrenza sul Manifesto un corsivo ragionato di Alessandro Rebecchi con l’auspicio finale di «una liberazione urgente» dall’odiato Berlusconi.

L’odioso e purtroppo ricorrente accostamento della liberazione dal nazifascismo al desiderio di quella da Berlusconi ricorda ciò che poco prima di morire, in un saggio dedicato a Dossetti, scrisse l’indimenticabile don Gianni Baget Bozzo. Che commentò così le reazioni immediatamente opposte dalla sinistra alla prima vittoria elettorale del Cavaliere, nel 1994: «Si creò il clima di una nuova guerra civile, che riproduceva quella tra Resistenza e fascismo e che vedeva nei partiti democratici dell’alleanza berlusconiana i nuovi fascisti». Il povero don Gianni non immaginava che dopo qualche anno la situazione di Berlusconi si sarebbe, diciamo così, aggravata sul terreno dell’assonanza con “i nuovi fascisti”. Dai quali sarebbe riuscito a sfilarsi tra l’interesse, anzi l’entusiasmo di certa sinistra addirittura Gianfranco Fini. Che pure era, ed è storicamente, il più diretto erede politico del fascismo italiano, nonostante il “male assoluto” improvvisamente scoperto in quello stesso Mussolini da lui ancora considerato e definito nel 1994, dopo la vittoria elettorale con un imbarazzatissimo Berlusconi, “il più grande statista del secolo”. Ieri Fini, che ha tuttavia preferito starsene fra i militari italiani in Afghanistan, avrebbe paradossalmente rischiato meno del Cavaliere unendosi in piazza ai celebranti del 25 aprile.

I fischi, in compenso, se li è presi a Roma il ministro della Difesa Ignazio La Russa, che tra Fini e Berlusconi, quando si è consumata la rottura, ha avuto evidentemente il torto di scegliere il secondo. È solo l’ultimo dei paradossi dei 150 anni della storia dell’unità italiana che abbiamo cominciato a celebrare nelle scorse settimane. E che hanno fornito ieri al presidente della Repubblica un’altra occasione per rinnovare i suoi inascoltati appelli alla concordia e all’abbassamento dei toni nel confronto, si fa per dire, tra le forze politiche. Un bel confronto, quello in cui una parte parla dell’altra come di qualcosa da cui bisogna liberarsi, per quanto sia proprio quella provvista della maggioranza in Parlamento, e uscita nettamente vincente nell’ultimo appuntamento con le urne. Forse la sinistra italiana ha mutuato in politica la filosofia finanziaria della buonanima di Enrico Cuccia, che combinava e scombinava tutto nel suo ufficio a Mediobanca sostenendo che le azioni andassero non contate ma pesate. A pesarle naturalmente provvedeva direttamente lui. Massimo D’Alema, tanto per fare un nome, muore dalla voglia di fare altrettanto a Montecitorio. Nel secolo e mezzo di unità d’Italia il mio amico Sandro Fontana, docente di storia contemporanea all’Università di Brescia, già vice segretario nazionale della Dc, direttore del Popolo, ministro dell’Università e della ricerca scientifica e vice presidente del Parlamento Europeo, ha giustamente indicato in un libro ancora fresco di stampa- Il Dna degli Italiani, Marsilio editore- “troppe guerre civili”, cioè “fratricide”.

L’ultima delle quali è in corso, speriamo solo metaforicamente, per la presunta liberazione da Berlusconi. L’elenco comincia con quella “ingaggiata, all’indomani dell’unità, contro il brigantaggio meridionale”. Seguono “quella che ha favorito nel primo dopoguerra l’avvento del fascismo e che s’è prolungata, con altro spargimento di sangue, dal 1943 al 1945″, ma anche oltre perché i partigiani continuarono ad ammazzare fascisti veri o presunti dopo la conclusione formale della Resistenza. Si aggiungono infine la “guerra civile strisciante e manichea” che ha accompagnato quella “fredda fino al crollo del muro di Berlino nel 1989″ e il terrorismo. Che “dal 1968 al 1978 ha insanguinato con centinaia di morti il nostro Paese ed è stato prodotto dal falso mito della Resistenza tradita”. Che è un po’ anche il “mito” sventolato ieri con gli attacchi diretti o indiretti, espliciti o impliciti, a Berlusconi e ai suoi progetti di riforma costituzionale. Francesco Damato, Il Tempo, 26 aprile 2011

BERLUSCONI: OGGI L’INCONTRO CON SARKOZY, SUBITO DOPO LA LEGA

Pubblicato il 26 aprile, 2011 in Politica | No Comments »

L’incontro con Nicolas Sarkozy, la Lega da frenare sul conflitto libico, il rimpasto da concedere al gruppo dei Responsabili, la riforma della giustizia da lanciare. Silvio Berlusconi si è tenuto lontano dai soliti miasmi sul 25 aprile e dalle polemiche di Palazzo. Per qualche giorno il premier è rimasto a casa in Sardegna, ma il suo ritorno sulla scena, a Roma, dopo la pausa per le festività pasquali, già da oggi è fitto di incontri, scadenze, grane da disinnescare. Prima di tutto la decisione, annunciata ieri ma presa – pare – tre giorni fa, di partecipare ai bombardamenti sulla Libia. Il conflitto di Tripoli sarà oggetto, oggi, del Vertice bilaterale con il presidente francese Sarkozy (assieme alla questione immigrazione).

Il Cavaliere conta di poter uscire vittorioso dall’incontro, cui partecipa in prima fila anche il ministro degli Esteri Franco Frattini. Parigi ha già manifestato disponibilità ad aprire un tavolo di discussione “tecnica” con l’Italia in tema di immigrazione. L’esito sarà probabilmente comunicato da entrambi i leader come un successo: l’avvio di una fase distensiva e di collaborazione tra i due paesi. L’uno e l’altro, il presidente del Consiglio italiano e il presidente della Repubblica francese, sono impegnati in campagna elettorale e – spiegano fonti diplomatiche – hanno entrambi interesse a comunicare segnali di efficienza al proprio elettorato.

Ma l’annuncio della partecipazione italiana alle operazioni di bombardamento è anche una grana per il presidente del Consiglio, alle prese con il nervosismo della Lega che risponde al proprio antico riflesso anti interventista (dai tempi del conflitto in Kosovo) e si agita all’interno della compagine di governo. “Non voterò mai per i bombardamenti. Ma non è a rischio la tenuta del governo”, ha detto il ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli. Fino a una settimana fa, anche per via della perplessità leghista, il Cavaliere sembrava incline ad assecondare una linea di più cauto disimpegno. Ma tutto è cambiato, in seguito all’incontro con i dissidenti libici a Roma, alle pressioni internazionali e a calcoli strategici dell’ultim’ora maturati alla vigilia del bilaterale con Sarkozy. Per il premier – sul fronte interno – si pone adesso il problema di affrontare l’irrequietezza di Bossi e del suo personale politico, già agitato per i toni gladiatori della campagna elettorale: non è escluso che all’incontro con Sarkozy segua, domani, un vertice tra Berlusconi e il leader della Lega.

All’alleato nordista il Cavaliere dovrà raccontare delle difficoltà riscontrate sulla linea di una politica estera un po’ defilata e delle pressioni internazionali cui è stato sottoposto dalla Nato e dall’America. Ma potrà anche rassicurarlo sulla tenuta del consenso interno in vista delle elezioni amministrative, e sulla possibilità che il processo breve slitti al dopo voto (per evitare lacerazioni istituzionali con il Quirinale e attriti eccessivi con le opposizioni). Tuttavia l’indole energica del Cav. continua a suggerirgli una doppia azione politica: rilancio dell’iniziativa di governo e radicalizzazione del dibattito pubblico sul tema della giustizia. Il rimpasto di governo è stato troppo a lungo promesso per poter essere disatteso, e questa potrebbe essere la settimana decisiva. Ma il punto centrale della strategia fa perno sul binomio elezioni-giustizia. La riforma potrebbe rapidamente arrivare in Aula nei prossimi giorni per diventare un utile grimaldello da incastrare al momento opportuno tra le contraddizioni della sinistra: tra la sua enunciata vocazione riformista e i suoi riflessi più intimamente giustizialisti. Per questo l’avvio della riforma, in Aula, potrebbe affiancarsi a manifestazioni che il Pdl immagina indirizzate a contrastare “l’ideologismo della sinistra intellettuale che percorre la via giudiziaria all’eliminazione di Berlusconi”. Salvatore Merlo, FOGLIO QUOTIDIANO, 26 aprile 2011

IL PDL DEVE ANCORA FARSI E IL CENTRO DESTRA PUO’ AVERE UN FUTURO DOPO BERLUSCONI SOLO CON UN PARTITO VERO

Pubblicato il 23 aprile, 2011 in Politica | No Comments »

Se il Pdl diventasse un partito vero, il centrodestra potrebbe avere un futuro. Al contrario, se dovesse restare l’”incompiuta” che dal marzo 2009 abbiamo sotto gli occhi difficilmente quel blocco sociale e culturale di orientamento conservatore continuerà ad identificarsi nel movimento berlusconiano. E in questa malaugurata ipotesi inevitabilmente ci troveremmo davanti a una gigantesca delusione dagli effetti devastanti: la destrutturazione del bipolarismo e l’implosione del sistema. Se le cose dovessero svilupparsi in tal modo, non è escluso, come da molti segni si intuisce, che le numerose “anime” del centrodestra finiranno addirittura per combattersi tra di loro, mandando in fumo le aspirazioni politiche di quei ceti dinamici, produttivi, conservatori che si erano riconosciuti nell’annunciata, ma mai realizzata, rivoluzione nazional-liberale. Questo è lo scenario che si propone alla nostra considerazione mettendo insieme gli eventi che negli ultimi mesi hanno squassato il Pdl, l’ultimo dei quali, il conflitto innescato dal ministro Giancarlo Galan contro il ministro Giulio Tremonti, è il punto d’arrivo di un magmatico disagio interno che non è stato domato come era lecito attendersi che avvenisse. Il motivo è semplice. Il Pdl se fosse stato un partito e non un comitato elettorale, peraltro mal sopportato dal suo stesso fondatore, non si sarebbero prodotte nel suo seno le molteplici scosse che rischiano di far franare la già fragile costruzione. I partiti politici, con buona pace di tutti i “nuovisti”, sono gli unici soggetti riconosciuti affinché si produca il consenso politico funzionale a dare sostanza ad una democrazia. Possono, naturalmente, essere declinati in vario modo, ma non abrogati almeno fino a quando i sistemi di partecipazione e di intervento popolare saranno quelli che conosciamo. Se lo posero il problema della rappresentanza all’inizio del secolo passato Max Weber e negli anni Trenta Roberto Michels, arrivando alle stesse conclusioni: essa non può prescindere, nelle società di massa, modellate da interessi e valori, dall’azione dei partiti e, dunque, dalle strutture attraverso le quali questi interagiscono con i cittadini. Non credo ci sia bisogno di ripetere la lezione neppure a coloro che hanno dato vita al Pdl provenienti, perlopiù, da soggetti tradizionali e perciò avvezzi a maneggiare la materia con una certa confidenza. Forse è soltanto il caso di ricordargli che la forma-partito impone la discussione interna, il confronto, il conflitto se del caso, ma possibilmente in luoghi deputati e occasioni opportune. Insomma, che qualsivoglia querelle debba deflagrare sui giornali, accendere i dibattiti televisivi, riproporsi distorta o strumentalizzata davanti all’opinione pubblica non è certo un omaggio alla trasparenza, come si potrebbe pensare, ma una sudditanza allo sputtanamento in voga che certo non aiuta i cittadini a riconoscersi nel loro partito. Il quale, per quanto non debba più essere chiuso, fideistico, confessionale o oligarchico (ecco che torna l’insegnamento di Michels), dovrà pure avere una sua compattezza che gli consenta di assumere decisioni e orientare l’opinione pubblica che in esso si riconosce. Qualcuno può onestamente dire di aver mai riscontrato elementi vagamente somiglianti a questi richiamati nel Pdl? Dalla ovvia risposta negativa discende la comprensione delle ragioni che lo stanno logorando. E che, a dispetto di tanti buoni propositi enunciati da molti suoi dirigenti, le lacerazioni sembra che si estendano maggiormente quando si dovrebbero serrare le file, come nell’imminenza di importanti appuntamenti elettorali e di battaglie politico-parlamentari. Da qui la necessità di rimettere ordine nel partito, ripensandolo profondamente e subito, non quando i buoi saranno ormai scappati. Confidiamo che Berlusconi afferri l’occasione e sappia cavalcare la crisi della sua ultima creatura politica prima che sia troppo tardi. Prima, cioè, che arrivi il tempo dei diadochi pronti a spartirsi le vesti di un centrodestra che, a quel punto, sarà soltanto il simulacro di quel soggetto popolare e pre-politico che cercava risposte, congrue alle speranze coltivate, dalle vittorie elettorali di un partito che non è mai riuscito a definirsi.  Gennaro Malgieri, Il Tempo, 23/04/2011

IN PARLAMENTO PROPOSTA PER FORMALIZZARE LA “SFIDUCIA COSTRUTTIVA”: E’ DEL PUGLIESE SARDELLI

Pubblicato il 21 aprile, 2011 in Politica | No Comments »

Luciano Sardelli, il capogruppo dei ‘Responsabili’, ha presentato alla Camera una proposta di legge costituzionale per inserire nella carta quella che chiama la “sfiducia costruttiva”. Il testo, composto da un solo articolo, mira a modificare l’articolo 94 della Costituzione, e  prevede che il presidente del Consiglio possa cessare dalla carica se il Parlamento, in seduta comune, approva “una mozione di sfiducia motivata, conetenente l’indicazione del successore, con votazione per appello nominale a maaggioranza dei suoi componenti”.

PRIORITA’ – Sardelli spiega che “la logica dei Responsabili è quella di assicurare la governabilità del Paese. Si tratta di una riforma che andrebbe fatta ancor prima della legge elettorale”, ha spiegato il capogruppo di Iniziativa Responsabile (Ir), sottolineando il senso della sua proposta di legge. Sardelli si è rivolto anche all’opposizione, chiedendo che partecipi costruttivamente alla discussione della proposta.
Nel dettaglio, il voto contrario di una o di entrambe le Camere su una proposta del governo, non comporta l’obbligo di dimissioni, come invece prevede l’articolo 94 della Costituzione. La mozione di sfiducia, invece, deve essere firmata da almeno un terzo dei componenti di ciascuna Camera e non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione. La nomina del nuovo presidente del Consiglio da parte del Capo dello Stato, conclude il testo della proposta di legge, comporta automaticamente la revoca di quello precedente e la decadenza dei ministri in carica. Secondo Sardelli “l’Italia non si può permettere di continuare ad essere in balia di un istituto costituzionale che consente all’opposizione, a qualsiasi schieramento essa appartenga, di paralizzare o ritardare l’azione del governo proponendo esclusivamente la sfiducia a questo senza prospettare un’alternativa”.

ARRESTATO MASSIMO CIACIMINO: ERA L’EROE ANTIBERLUSCONI DI SANTORO E COMPAGNI

Pubblicato il 21 aprile, 2011 in Giustizia, Politica | No Comments »

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Arrestato per calunnia. L’imprenditore Massimo Ciancimino è stato fermato dalla polizia a Bologna su ordine della procura di Caltanissetta per aver calunniato l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro. Ciancimino Junior è stato per mesi un ospite fisso del programma Annozero, al centro delle sue dichiarazioni la presunta trattativa tra Stato e mafia e i presunti rapporti tra Berlusconi, Dell’Utri e suo padre Vito Ciancimino. Le ospitate del figlio del sindaco mafioso provocarono subito scalpore, sia a destra che a sinistra. Ciancimino Jr attaccava tutto e tutti sulla base di presunti pizzini. Una tribuna mediatica che per mesi ha catalizzato milioni di telespettatori. Oggi la veridicità del guru di Annozero inizia a incrinarsi.
Ciancimino, già condannato per riciclaggio, è testimone in diverse inchieste di mafia tra cui quella sulla presunta trattativa tra Cosa nostra e lo Stato. Ciancimino è stato fermato da agenti della Dia di Palermo su ordine della Dda palermitana e non nissena. Il figlio dell’ex sindaco mafioso del capoluogo, infatti, è indagato a Caltanissetta per aver calunniato l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro, ma ha prodotto anche alla procura palermitana documenti tra cui uno che sarebbe stato “manomesso” in cui c’è il nome del direttore del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza.

Nell’elenco di nomi sulla fotocopia consegnata ai pm di Palermo da Massimo Ciancimino, quello di Gianni Gennaro sarebbe stato “interpolato” secondo l’analisi fatta dalla polizia scientifica. Lo conferma il procuratore di Palermo, Francesco Messineo. Ciancimino aveva spiegato ai magistrati che quell’appunto di suo padre conteneva personaggi vicini ai servizi segreti che avrebbero svolto un ruolo nella presunta trattativa tra Stato e mafia. Assieme ai nomi di Restivo, Ruffini, Malpica, Parisi, Sica, Contrada, Narracci, Delfino, La Barbera (dattiloscritti) c’è anche quello di De Gennaro, manoscritto, legato al nome “Gross” con una freccia. “La scientifica ha stabilito con certezza assoluta – spiega Messineo – che il nome di De Gennaro è stato estrapolato da un altro documento presentato da Massimo Ciancimino e posto in quel foglio. In questo momento non ci risulta che ci siano altri documenti ’falsificatì ma non lo possiamo escludere, visto che la scientifica analizza i fogli che Ciancimino ci ha dato in vari periodi”.

IO VOTO LASSINI E MORATTI, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 21 aprile, 2011 in Costume, Giustizia, Politica | No Comments »

Da quasi tragedia a farsa. Roberto Lassini, il candidato consigliere comunale di Milano che Letizia Moratti non vuole più in lista («O me o lui») per via dei manifesti contro i giudici, sembra non possa fare un passo indietro. La legge elettorale non permetterebbe infatti modifiche alla lista dopo che questa è stata depositata in tribunale. E allora che fare? Pare che si vada verso la seguente soluzione: un impegno del reietto a dimettersi in caso di elezione.

In attesa di notizie certe, anticipo la mia intenzione: alle urne voterò entrambi, Moratti sindaco e Lassini consigliere. Mi sembra che i due possano tranquillamente convivere nel più grande partito popolare della Seconda Repubblica. Letizia Moratti ben rappresenta la testa del Pdl, e merita senza dubbi una riconferma. Lassini è invece portavoce della pancia del popolo berlusconiano, che non ha meno titoli e diritti di altre componenti. Chi pensa che questa sia una buona scelta, da oggi può associarsi

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.…………..Diciamolo francamente.  Il PDL sta paurosamente incamminandosi sulla strada rovinosa che già fu della Democrazia Cristiana, quella del centrosinistra e poi del compromesso storico che aprì la strada al suo dissolvimento, prima ancora che giudiziario, politico. Mi spiego. La Dc, più o meno nel suo generale insieme, salvo qualche onorevole distinguo, ogni qual volta la sinistra, di ogni tipo e sfaccettatura, montava in cattedra per criticare i singoli esponenti della DC, dagli anni 70 in poi, non ci fu mai una sola volta che la DC, nei suoi vertici o anche nei suoi singoli esponenti, salvo, come ho già detto qualche sporadico caso isolato, prendesse le difese dei suoi esponenti aggrediti dalla sinistra. Basterebbe rileggere le cronache giornalistiche di quei tempi per constatare quanto affermo. Questo atteggiamento rinunciatario, se non vile,  della DC,  ne indeboliì la struttura, sopratutto politica e morale, tanto che quando poi si trovò coinvolta in tangentopoli non possedeva più anticorpo capaci di reagire. Unico e ultimo sussulto di dignità  fu quello di Moro che, sia pure per difendere un suo pupillo, Luigi Gui, comunque un galantuomo, in Parlamento osò dire che “mai la DC si sarebbe fatta processare nelle piazze”. Vuoi per l’alta qualità morale di Moro, vuoi per i toni straordinari, considerati quelli a cui Moro aveva abituato i suoi interlocutori, nessuno osò “processare” Moro per quelle sue parole. Ma fu l’ultima volta che la DC ebbe un soprassalto di dignità e reagì al fuoco nemico, cioè al PCI che come sempre guidava l’orda aggressiva della sinistra contro  la DC e il centrismo. Come allora la DC, anche ora il PDL, sebbene si stringa, non foss’altro che per soppravvivere, intorno al presidente Berlusconi e faccia quadrato per impedirne la morte – politica -, ogni volta, però,  che di mezzo non c’è direttamente Berlusconi, singoli esponenti del PDL non esitano a “delegittimare” (aborrisco usare questo abusato verbo di natura comunista doc) i loro colleghi un pò più temerari. Prima di arrivare a Lassini, e solo per fermarmi a questi ultimi giorni: Larussa ha in Aula uno scatto (giustificato!) di nervi contro Fini? eccoti lo Scaiola di turno che inveisce contro Larussa con uno stentoreo “vergognoso” (ma lui è quello di Biagi e della casa al Colosseo, ben più vergognosi dello scatto di Larussa); Pisanu, ex consigliere del buon Zaccagnini, arruolato da Berlusconi nel 1994 e da questi resuscitato politicamente, ora da tempo in zona “critica” del PDL,  sottoscrive una lettera congiunta con Veltroni – PD –  per invitare Berlusconi a farsi da parte per dare vita a una nuova stagione di decantazione politica (sic); sul Corriere della sera la signora Stefania Craxi, che ama chiamare il suo papà non “papà” ma Craxi, col cognome,  dà del “vecchio” a Berlusconi che secondo lei dovrebbe uscire di scena prima di farsi ridere dietro… (salvo poi giustificarsi con la scusa che ciò che l’ha spinta ad insultare Berlusconi, senza del quale lei starebbe dov’è suo fratello Bobo, è il gran bene che gli vuole..chissà cosa avrebbe scritto e detto se gli avesse voluto un gran male….; ieri, non più tardi, un deputato del PDL ha presentato una proposta di legge mirata a riscrivere l’art 1 della Carta (vezzosamente anch’io non aggiungo Costituzionale perchè come è noto in Italia c’è solo lei di Carta….) per precisare che la nostra Democrazia ha nel Parlamento, liberamente eletto dal Popolo, in libere elezioni, la sua centralità….apriti Cielo da parte delle opposizioni che definiscono la proposta “eversiva”…addirittura…..ma non era la centralità del Parlamento che rivendicava il Pci (lo ha ricordato Cicchitto) negli anni 70 e sino a d oggi e più di recente non lo ha rivendicato in tutte le salse l’ex fascista Fini, quello che qualche anno addietro avrebbe  volentieri ripristinato il Gran Consiglio da sostituire al Parlamento? Ebbene  l’on Lupi, di solito uno dei migliori e dei più accorti dirigenti del PDL, ha chiuso la faccenda con un lapidario “occupiamoci delle cose serie”.  Eppure la riscrittura dell’art. 1 non modifica alcunchè nella sostanza in quanto, per esempio, il Capo dello Stato, l’attuale Napolitano come il defunto picconatore  Cossiga, è il Parlamento che li ha eletti in nome  e per conto del Popolo che a sua volta ha eletto il Parlamento. Quindi….E veniamo a Lassini. Io non voto a Milano ma se votassi a Milano io  voterei la preferenza a Lassini,  ad onta di tutto e anche  delle dichiarazioni della signora Moratti che a sua volta dimentica che a votarla e ad eleggerla (mi auguro) ci saranno migliaia e migliaia  di milanesi che la pensano esattamente come Lassini, a proposito non della Magistratura nel suo complesso, ma di alcuni magistrati militanti che usano la giustizia per fare politica. Lassini, poi, una qualche ragione per essere “arrabbiato” con la Magistratura pur ce l’ha, se è vero come è vero, che negli anni 90, quando arrestare un sindaco, specie se DC,  era uno sport cui taluni magistrati si dedicarono con notevole superficialità – e il caso Lassini lo dimostra – negli anni 90, dicevo, Lassini fu arrestato, tenuto in cella 45 giorni, processato e assolto con ampia e liberatoria sentenza perchè il fatto di cui era accusato non sussisteva e risarcito, poi, con appena 5 mila euro, mentre da una parte il Pm suo accusatore, senza prove, faceva carriera e lui, invece, s’era vista distrutta la vita e la carriera, perchè essere stato in carcere, sia pure da innocente, è un marchio che non ti toglie più nessuno. Chissà… se la signora Moratti avesse subito le stesse “attenzioni” riservate a Lassini, forse non sarebbe stata così drastica e draconiana nei suoi confronti, ingiungendogli di lasciare la lista, sebbene una volta in lista, dovrebbe saperlo la Moratti, lì rimane e se i milanesi dovessero votarlo, come gli auguro, Lassini comunque siederà in Consiglio comunale,ad onta di tutte gli sdegni e le indignazioni del mondo, che per essere vere devono riguardare tutti, anche il Presidente del Consiglio che è una istituzione dello Stato, al pari del Presidente della Repubblica e dei Presidenti delle due Camere, quella alta e quella bassa, nella quale, anche nel corso dell’ultimo voto,  s’è sentito un tal Di Pietro definire Berlusconi “coniglio” senza nè che il presidente della Camera sentisse il dovere di togliergli immediatamente la parola, nè si è appreso che l’indomani, dall’alto del più alto Colle il suo attuale inquilino stilasse un doveroso comunicato di sdegno e di indignazione, simile ai tanti che vengono emessi e che, come sempre quando abbondano, fniscono per perdere significato e valore. g.