LIBIA, I DUBBI DEI LETTORI SONO GLI STESSI DI BERLUSCONI, CON UNA DIFFERNEZA…
Pubblicato il 29 aprile, 2011 in Politica | No Comments »
Alcuni lettori in queste ore ci scrivono i loro dubbi e le loro perplessità sulla linea del governo rispetto al nostro impegno militare in Libia e le polemiche che ne sono seguite, leggi caso Lega-Tremonti. Dicono di votare Pdl, sono sconcertati. Penso che parlino degli stessi dubbi del presidente Berlusconi. La differenza tra noi e lui è che noi non abbiamo l’onere e l’onore di dover prendere decisioni. Possiamo non condividere, cambiare opinione, addirittura partito, senza che questo metta a rischio nulla. Anche il premier ha le sue idee personali, e quelle sulla guerra alla Libia sono chiare. Per quello che ne so io non l’avrebbe mai fatta, per indole, per calcolo e per i suoi rapporti personali con Gheddafi. Un premier deve però prima di tutto difendere gli interessi, gli impegni e la credibilità del suo paese. E qui le cose si complicano.
Non entrare nella coalizione era impossibile. Lo imponevano il fare parte della Nato, la richiesta degli alleati di usare le nostri basi (già questo è schierarsi), la nostra storia. Obiezione: la Germania, per esempio, ha avuto la forza di dire no. Certo, ma primo non è stata chiamata, secondo non ha nessun motivo di farsi avanti. Ai più infatti sfugge che gli interessi italiani in Libia, a differenza di quelli tedeschi e come oggi documentiamo, rappresentano circa il 3 per cento del nostro pil, una montagna di soldi che non è il caso di regalare, nel dopo Gheddafi senza di noi, a francesi e americani, sottraendola alle nostre necessità per di più in un momento come questo. Sono, questi, calcoli che solo il premier deve fare, in solitudine.
Tutti gli altri, ministri e partiti di maggioranza e di opposizione, esprimono opinioni, alcune condivisibili, altre strampalate. Ma a un certo punto bisogna decidere, non su cosa è più giusto in astratto ma scegliendo la via che danneggia meno l’Italia nel suo complesso. Questa è la politica. Tirare una bomba atomica su Hiroshima, per esempio, non è certo stato bello, ma un presidente ha dovuto prendersi la terribile responsabilità in nome di un interesse superiore. E veniamo al caso Lega-Tremonti. Ieri siamo stati duri con il ministro. Ci risultava, e nessuno ci ha smentito, che si fosse mosso dietro le quinte in maniera ostile al governo per alcune decisioni (Draghi alla Banca Europea, via libera all’opa francese su Parmalat) facendo sponda sugli amici leghisti già arrabbiati di loro per il caso Libia. La critica non riguardava il ministro, al quale confermiamo tutta la nostra stima, ma il politico. Primo perché non è il caso di aggiungere di questi tempi benzina sul fuoco, secondo perché riteniamo che un presidente del Consiglio, in quanto punto di sintesi di un organo collegiale, abbia il diritto-dovere di assumere su di sé, dopo aver ascoltato tutti, decisioni strategiche. Questo non lo diciamo noi ma lo hanno stabilito gli elettori, votandolo come premier. Per carità, dissentire è legittimo e a volte utile. Altra cosa è rivendicare il potere che spetta soltanto a lui.


La crisi beduina è grave ma non seria. La Padania esiste, solo che non è quella che immagina Umberto Bossi. O meglio, non è tutta così. La prova è che la Lega è sulla piazza della politica da oltre vent’anni, presidia il territorio di riferimento, ma non è mai riuscita a trasformarsi in un partito per la maggioranza degli elettori del Nord. La realtà, piaccia o meno, è che senza i voti di Berlusconi non ci sarebbero mai stati governi nazionali e locali a trazione leghista. Certo, qualcuno potrebbe dire che la formula vale anche al contrario, senza Bossi non c’è Berlusconi, ma attenzione: il Carroccio esce dal suo anonimo garage del Varesotto solo quando il Cavaliere scende in campo. Prima è un puntino nell’universo politico, pulviscolo del Nord. Dopo Silvio, cresce come un satellite importante che ruota intorno a un pianeta gigante in via di formazione. Che succede oggi? La coppia scoppia? Silvio e Umberto si separano in nome di Maroni? La storia ci dà dei fatti a cui agganciare il presente. Quando Umberto fece le prove tecniche di distacco dal Cavaliere, subito dopo la crisi del 1994, fece partire saette, rutti, tuoni e fulmini contro l’uomo di Arcore, ma non trovò una grande strada spianata. No voti, molti limits. E infatti l’uomo in canottiera tornò all’alleanza con Forza Italia in breve tempo. Il fatto è che solo restando nella scia berlusconiana la Lega è riuscita a pesare, conquistare potere (vedere alla voce lottizzazione) e condizionare il governo. Ma allora cosa sta succedendo? Si apre una crisi nella maggioranza? L’asse del Nord è incrinato per sempre? Ho la netta impressione che il rampantismo leghista di queste settimane sia figlio di un calcolo errato di Bossi e dei suoi colonnelli. Troppa sicurezza. Pensano che siano già maturi i tempi della «autonomizzazione» del Carroccio da Berlusconi e il giochetto sia solo una questione di tempo. Non nego un fondamento a questa visione delle cose, ma se è così, allora porta direttamente a due risultati possibili: 1. la Lega corre da sola e ritorna automaticamente un partito secessionista e anti-sistema; 2. la Lega fa un patto con il Pd, entrambi i partiti rinunciano a un pezzo importante della loro retorica e propaganda attuali e mettono sul mercato una nuova alchimia. Buona fortuna. In entrambi i casi la soluzione è un gioco d’azzardo altissimo e una evidente «diminutio» del ruolo del partito di Bossi, al quale in realtà conviene continuare a vestire i panni del movimento di lotta e di governo. Finché è possibile. Perché prima o poi il conto da pagare arriverà anche ai leghisti. Le loro sparate contro l’immigrazione fanno a pugni con la realtà e la ricetta delle cannonate e del filo spinato è un colpo di spingarda da fumetto. Il protezionismo economico e l’euroscetticismo in camicia verde non hanno portato a casa alcun risultato concreto a parte alcune battute di Speroni e Borghezio. Rispetto al pragmatismo berlusconiano, i leghisti affannano. Per questo Bossi quando si lamenta dei risultati del vertice italo-francese non è credibile. Il presidente del Consiglio in una condizione oggettivamente difficile – con una serie di errori gravi sulla Libia consumati anche per colpa della Lega – forse riesce a salvare la baracca: difende il nostro business energetico, concorre a piazzare un italiano (Mario Draghi) a capo della Bce e si arrende all’evidenza che gli imprenditori italiani non vogliono scucire il grano per competere con la Francia, dal lusso (Bulgari) al latte (Parmalat). Berlusconi in questo scenario fa quadrare il bilancio con quel che ha realmente a disposizione in cassa, non con i sogni. Il mondo dipinto dai leghisti è una metafora che serve ad acchiappare voti al Nord, ma non a comprendere cosa sta accadendo e soprattutto a risolvere il problema dei problemi dell’Italia contemporanea: come uscire dal ruolo di preda e diventare almeno un piccolo e rapido predatore. Come continuare a navigare nel Mediterraneo in prima e non in terza classe. Come sopravvivere alla globalizzazione. E la campagna libica fa parte di questo scenario. Bossi è un uomo concreto, sa bene che viviamo in uno scenario dove vale più che mai quel che Wall Street non dimentica: «Money never sleeps», i soldi non dormono mai. Il Tempo, 29 aprile 2011. Marlowe

Molti nella sinistra italiana e dintorni hanno celebrato il 66.mo anniversario della liberazione dal nazifascismo pensando ad un’altra liberazione ancora da venire: quella da Silvio Berlusconi. Del quale desiderano la fine politica più ancora dell’uscita dalla crisi economica, o della guerra in Libia, o delle tante altre crisi che insanguinano troppe parti del mondo, spesso a prezzo anche della vita dei militari italiani impegnati a fronteggiarle. Se si andava ieri sul sito web dell’Unità si trovava un titolo a tutta pagina sul 25 aprile con la cancellazione però dell’anno 1945, sostituito con l’avverbio sempre. La battaglia adesso sarebbe «contro l’attacco alla democrazia» proveniente dal governo del Cavaliere e dalla sua maggioranza. Già il giorno prima, d’altronde, il giornale storico del Pci e delle sigle successive era arrivato in edicola con questo allusivo titolo antiberlusconiano, a tutta pagina: Liberiamoci. Gli faceva concorrenza sul Manifesto un corsivo ragionato di Alessandro Rebecchi con l’auspicio finale di «una liberazione urgente» dall’odiato Berlusconi.
L’incontro con Nicolas Sarkozy, la Lega da frenare sul conflitto libico, il rimpasto da concedere al gruppo dei Responsabili, la riforma della giustizia da lanciare. Silvio Berlusconi si è tenuto lontano dai soliti miasmi sul 25 aprile e dalle polemiche di Palazzo. Per qualche giorno il premier è rimasto a casa in Sardegna, ma il suo ritorno sulla scena, a Roma, dopo la pausa per le festività pasquali, già da oggi è fitto di incontri, scadenze, grane da disinnescare. Prima di tutto la decisione, annunciata ieri ma presa – pare – tre giorni fa, di partecipare ai bombardamenti sulla Libia. Il conflitto di Tripoli sarà oggetto, oggi, del Vertice bilaterale con il presidente francese Sarkozy (assieme alla questione immigrazione).

