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DAL PDL AI MAGISTRATI, ECCO L’ITALIA SECONDO BERLUSCONI

Pubblicato il 17 aprile, 2011 in Politica | No Comments »

Silvio Berlusconi Avrebbe potuto tuffarsi dal palco e “nuotare” sui suoi fan. Come una vera rockstar. Silvio Berlusconi interviene al primo meeting internazionale «Pdl, al servizio degli italiani» ed è show. Sulle note di «Meno male che Silvio c’è», cantata a squarciagola dai partecipanti, il Cav sembra rinascere. E la crisi del partito sparire. Il premier vuole ripartire. L’associazione «Al servizio degli italiani» e gli oltre mille sportelli nati sul territorio per aiutare i cittadini servono a questo. Sale sul podio al centro del palco e dà una lezione a tutti. La prima tirata d’orecchie è per i suoi. «Il Pdl, come altri partiti, è vittima di una inevitabile patologia. Chi è entrato in politica da molti anni e adesso si trova in una posizione di potere, comincia a dare gomitate affinché i concorrenti non gli tolgano il posto. Guarda con preoccupazione e diffidenza i nuovi arrivati, chiude la porta», ammette. Lui, comunque, non si scoraggia. Ha già pensato a tutto. Guarda avanti. «Invito tutti voi a dedicarvi alla politica in modo da essere i nuovi esponenti del partito. Quello che dobbiamo fare ora è aprire a tutti gli italiani le porte del Pdl», spiega tra gli applausi emozionati di chi è lì pronto a credere al sogno. Il secondo affondo del Cav è per chi un sogno non ce lo ha mai avuto, quel «centrosinistra che è rimasto sempre uguale a se stesso, non ammettendo mai l’errore di aver creduto e di continuare a credere nell’ideologia più disumana e criminale della storia, il comunismo, e che pur di far male a Silvio Berlusconi rinuncia a fare il bene del Paese». Il premier è definitivo. Al sogno di un’opposizione leale e collaborativa non crede più neanche lui. Evoca lo spettro del ribaltone e prende di mira le toghe: «Abbiamo a che fare con una magistratura permeata dalle idee della sinistra, in campo per cambiare ciò che gli italiani hanno deciso con il loro voto. In termini crudi – scandisce tra gli applausi – si chiama eversione. L’hanno fatto nel ‘93, facendo fuori un leader votato dagli italiani che si chiamava Bettino Craxi, accusandolo di aver usato la politica per arricchirsi, mentre alla sua morte non ha lasciato nulla ai suoi figli». È successo poi – racconta – nel ‘94, quando «il Presidente di sinistra Scalfaro chiamò Bossi e gli disse che sarebbe finito anche lui nel burrone con me. Bossi – spiega con la serenità di chi ha dalla sua la ragione della storia – ebbe il torto di credergli e si ruppe la coalizione». Furono sempre i magistrati – ammette – a far cadere il governo Prodi, non accettando la riforma della Giustizia voluta dal ministro Mastella. È per combattere contro tutto questo, garantisce il Cav, che «sono ancora qui e ci starò ancora fin quando necessario». Con i magistrati non ha ancora finito. Vuole raccontare ai suoi fan perché i 31 processi intentati nei suoi confronti sono «surreali». Spiega il caso Mills e il procedimento sui diritti tv riassumendo tutta la “trama” come in uno “spiegone” televisivo. Caratterizzando i personaggi come fa nelle barzellette che ama raccontare. Giurando «anche qui sui miei 5 figli e 6 nipoti che sono fatti contrari al vero. Arriverò a 120 anni, ma sono il mortale con più processi nella storia dell’uomo, e anche degli extraterrestri». Ecco perché il lodo Schifani, il lodo Alfano o il legittimo impedimento, «che però i pm di sinistra hanno impugnato davanti alla Consulta, che avendo una maggioranza di giudici di sinistra li ha bocciati». Ecco perché il processo breve, «che ci è stato imposto dall’Europa» e che non crea nessuna disugliaglianza di fronte alla legge (il messaggio è per Napolitano) dal momento che «in tutti gli Stati vi è una differenza tra incensurati e recidivi». Ecco perché «serve una commissione d’inchiesta per accertare l’esistenza di un’associazione a delinquere a fini eversivi dentro la magistratura». Ed ecco perché – ora che non ci sono Casini o Fini a impedirlo – è necessario riformare la giustizia. Resta il tempo per una precisazione sulla scuola: «Sono stato aspramente criticato per le mie parole, ma se una famiglia poco abbiente ha la sfortuna di incontrare insegnanti di sinistra, che attraverso i libri di testo, che sono tutti di sinistra, vogliono inculcare valori diversi dai loro, lo Stato deve dare la possibilità di mandare quel figlio in una scuola privata». Applausi. I fan del Cav – e in sala ci sono tanti napoletani – stanno lì a batter le mani anche quando lui ricorda i successi storici del Milan e ne promette di nuovi. Magari lo scudetto. Lo stesso che sognano i partenopei. Silvio ha sconfitto il dio calcio. Figurati per quanto tempo ancora sconfiggerà la sinistra. IL TEMPO, 17 parile 2011


CATTIVISSIMO ME

Pubblicato il 17 aprile, 2011 in Costume, Politica | No Comments »

Mentre gli odiatori del Cav. sfogano la fantasia politico-anatomica, lui cerca il lieto fine anche con loro

Mentre gli odiatori di Silvio Berlusconi danno sfogo alla fantasia più feroce e a categorie di disumanità per far meglio coincidere il premier con il male assoluto da operetta (“incantatore da fiera”, “stregone”, “l’Imbroglione”, “delirio narcisistico”, “autocompianto posticcio”, “logorrea farfallina”, “Caimano”, “il malaccorto”, “sentimento narcisistico d’onnipotenza”, sono alcune delle definizioni rinvenibili nelle cronache di Repubblica su Berlusconi in aula a Milano), Silvio Berlusconi manifesta un’adesione elementare alla realtà. Se vede un giornalista baffuto e non proprio innamorato, lo chiama “signor Stalin”; davanti al pubblico ministero che lo accusa dice: “Allora è lei il cattivo” (se ci fosse un po’ meno guerra e un po’ più di sense of humour, si potrebbe ridere molto, di lui e degli altri, ma di nascosto dai giornali che hanno precisi ordini di luttuosità e rancore).

Silvio Berlusconi divide il mondo in buoni e cattivi (lui si sente il re dei buoni, e infatti dice: “Grazie a voi della fiducia che, vi assicuro, mi merito totalmente”), in streghe e fate, ed è convinto di meritarsi, oltre alla fiducia, il lieto fine. Come nelle favole (con molte molte Biancanevi), in cui il cattivo viene sempre sconfitto oppure diventa buono. Berlusconi credeva forse di fare sorridere il pubblico ministero, apostrofandolo come nei film, offrendogli la grandezza della cattiveria, immaginava di finire il processo con strette di mano, brindisi e canzoni francesi. Da sempre chi lo detesta si avventura in definizioni romanzesche, complesse, freudiane, junghiane, giudiziarie, perfino anatomiche (ieri Giuseppe D’Avanzo spiegava seriamente che Berlusconi si serve di un particolare muscolo della faccia, il massetere, situato vicino alla mandibola, per manovrare quel “sorriso inalterabile”: ma si è fatto infilare quel coso apposta nella faccia dai chirurghi plastici o si tratta di un muscolo democratico posseduto anche dalle mandibole dell’opposizione?), e intanto si creano libri, documentari, film, poemi, appelli, trasmissioni televisive, opere teatrali (più o meno tutto, tranne un’alternativa) per tentare di spiegare e abbattere il demoniaco fenomeno Berlusconi.

Berlusconi invece si ferma a “cattivo”. E’ la parola forse più impolitica e meno strategica che esista (impiegata anche dal Berlusconi privato e démodé, come si è visto dalle telefonate spiate e pubblicate, “cattivona tu”), utilizzata nelle favole per le matrigne, le streghe, le sorellastre e i lupi, amata dai bambini perché è sufficiente per denunciare un mondo di ingiustizie vere o immaginarie (la mamma che mette in punizione, l’amichetto che ruba la palla, il mostro che potrebbe entrare dalla finestra se non si dorme con la luce accesa). La visione del mondo di Berlusconi non è diversa da quella di chi lo detesta (Berlusconi è il cattivo supremo): la differenza sta nel grandioso dispendio di aggettivi e minuziose descrizioni di parti del corpo. Annalena Benini, FOGLIO QUOTIDIANO, 17 APRILE 2011

.…….Annalena Benini è una giovane e  simpatica giornalista. Ogni settimana scrive non più di tranta riga nell’ultima pagina di Panorama. Scrive di costumi, sempre sul filo dell’ironia, leggera ma pungente, come deve essere l’ironia. Come  nelle riga, poco più di trenta, che oggi scrive sul Foglio di Ferrara, per ironizzare sul “dispendioso uso di aggettvi” da parte dei detrattori di Berlusconi per demonizzarlo e, al contrario, sui due semplici aggettivi di cui fa uso  Berlusconi per distingere gli uomini: buoni o cattivi.  Diceva Montanelli che bisogna dubitare di chi usa trenta pagine per dire cose che si possono dire in trenta riga. Appunto. Brava Annalena. g.

FINI, DOPO MONTECARLO, LA FA FRANCA ANCORA UNA VOLTA : RESTA IMPUNITA LA SUA IMMERSIONE ILLEGALE

Pubblicato il 16 aprile, 2011 in Cronaca, Giustizia, Politica | No Comments »

Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

Per raccontare l’ennesima disavventura giudiziaria a lieto fine del presidente della Camera, prendiamo in prestito le parole di Carlo Rienzi, generalissimo del Codacons. Che nel rendere noto il dispositivo di archiviazione del tribunale di Grosseto sui presunti reati commessi dai compartecipi all’immersione di Gianfranco Fini e della sua compagna Elisabetta nelle acque off-limits della riserva marina di Giannutri, con sarcasmo fa presente che la decisione del giudice Valeria Montesarchio d’ora in poi «autorizzerà» qualsiasi altro sub della domenica a immergersi nei fondali inaccessibili dell’isola toscana, previa «raccomandazione» telefonica alle cosiddette autorità. Insomma, se si comporterà come s’è comportato il subacqueo di Montecitorio il 26 agosto 2008, mandando avanti il suo caposcorta, rischierà punto. Giurisprudenza diving.

«Grazie a questa decisione – attacca Rienzi – chiunque voglia farsi un bagno nella acque protette di Giannutri potrà farlo senza correre il rischio di violare le norme a tutela dell’ambiente purché, però, dimostri di aver fatto un paio di telefonate alla Capitaneria di porto o ad altro ente locale». Per capire come si è arrivati all’assoluzione di tutti gli imputati (Fini non è stati mai nemmeno indagato) occorre rituffarsi nel passato, fino a quel giorno dell’agosto di tre anni fa quando il futuro leader del Fli e la signora Tulliani, con tanto di muta, pinne e bombole, accompagnati sul posto da una pilotina dei vigili del fuoco, vennero immortalati dai fotografi dell’associazione ambientalista Legambiente mentre, per diletto, impunemente, violavano i divieti previsti nell’area protetta «1» (pesca, navigazione, ancoraggio, sosta e immersione) fermandosi all’altezza della costa dei «Grottoni».

Il Codacons inviò subito un esposto in procura. Le foto dell’onorevole sommozzatore erano nitide, la location proibita pure, le immagini non ammettevano dubbi. Così le indagini accertarono come effettivamente «una imbarcazione dei vigili del fuoco era entrata nella zona parco 1, località Grottoni, pur non avendo ottenuto i preventivi nulla osta dell’Ente Parco». Dopodiché i «successivi accertamenti identificavano i pubblici ufficiali che partecipavano all’escursione, ritenuti possibili responsabili del reato». Sott’inchiesta finirono il capo scorta di Fini, i pompieri che lo scortarono a Giannutri, il responsabile della Capitaneria che ricevette le telefonate dal braccio destro del presidente della Camera. Solo che ognuno, discolpandosi, offriva una versione dei fatti differente. E così, anziché affidare al dibattimento l’accertamento della verità, il pm ha optato per una richiesta di archiviazione basata sull’impossibilità di accertare le responsabilità dello sconfinamento in acque protette.
E il gip di Grosseto, Montesarchio, ha accolto quella richiesta con un’ordinanza di archiviazione che ha mandato il Codacons su tutte le furie. La violazione, e non poteva essere altrimenti, è accertata anche secondo il giudice. Che scrive però come non sia «possibile individuare con certezza il soggetto a cui attribuire la penale responsabilità per il fatto contestato».

I tre pompieri della squadra sommozzatori, infatti, per il gip hanno «credibilmente» agito «nell’adempimento di un obbligo di servizio, e quindi nell’adempimento di un dovere, prestando l’assistenza a loro richiesta». Il caposcorta del presidente della Camera, Fabrizio Simi, sempre secondo il gip vede «parzialmente riscontrata» la versione data a verbale, di non aver «consapevolezza e volontà di violare le disposizioni normative vigenti a tutela dell’ambiente nell’area interessata». Questo, tra l’altro, perché è riscontrato che abbia chiamato due volte il comandante della capitaneria di Porto. Simi sostiene di averlo fatto per essere autorizzato. Il comandante nega assolutamente il contenuto delle conversazioni, ma conferma le chiamate, e tanto basta. D’altra parte, anche il numero uno della Capitaneria, Maurizio Tattoli, indagato a sua volta, va archiviato, secondo il gip, semplicemente perché non aveva alcun «potere autorizzatorio».

Un balletto di versioni e racconti che manda tutto in archivio. E a parte la discutibile figura, a Fini e alla Tulliani è andata pure meglio: pagando a ottobre 2008 412 euro di multa, hanno chiuso la questione. Prezzo non troppo proibitivo, per l’immersione proibita.

…..Dopo Montecarlo, arriva una nuova archiviazione per Fini da parte di una Magistratura assai benevola. Una nuova ragione per domandarsi se per caso non abbia ragione Berlusconi quando sostiene che tra Fini e certa magistratura sia stato sottoscritto un accordo per impedire che vada in porto qualsivoglia riforma della Giustizia che non piaccia alle toghe rosse. Un indizio è un indizio, due indizi sono due indizi, tre indizi diventano una prova. Aspettiamo il terzo indizio. g.

BERLUSCONI, OVVERO L’IMPREVISTO DELLA STORIA

Pubblicato il 16 aprile, 2011 in Politica | No Comments »

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi Successione. Parola della politica che è sempre più associata al nome di Berlusconi. Non c’è niente di sbagliato a pensarlo perché il Cavaliere è protagonista di un ciclo politico che non ha eguali in Occidente. Berlusconi c’era prima di Obama, Merkel, Sarkozy, Cameron, Putin, Medvedev, Zapatero, Erdogan e molti altri leader che si sono succeduti sulla scena. Clinton, Bush jr., Gonzalez, Aznar, Mitterand, Chirac, Eltsin, Major, Blair, Brown, Kohl, Schroder, sono spariti dalla narrazione pubblica, ma lui, il Cavaliere, è ancora in sella. E questo non è un suo demerito, semmai un motivo di riflessione sui meccanismi di partecipazione alla vita politica. Abbiamo di fronte a noi diciassette anni di storia in cui Berlusconi ha alternato vittorie e sconfitte, ma ogni volta che è caduto ha avuto la tenacia di rialzarsi, fare «la traversata nel deserto» e tornare al comando. Tutto questo Berlusconi l’ha fatto mettendo in piazza il suo conflitto di interessi, facendolo votare dagli elettori (che non l’hanno considerato decisivo), resistendo all’assalto giudiziario, dispiegando la sua forza economica, le sue televisioni, la sua energia e capacità di capire gli umori del Paese. Ha vinto quasi sempre le elezioni e perso il treno di molte riforme. Ma ha i voti e governa legittimamente. Molti dei suoi avversari in Parlamento sono in politica da più anni di Berlusconi e certamente sono ben più logori e con nessuna chance di batterlo nell’urna. Il problema di un ricambio generazionale dunque non è nel centrodestra, ma nel Paese. La classe politica costituisce un blocco granitico inamovibile. Per questo la successione a Berlusconi sarà come la discesa in campo di Berlusconi: qualcosa di inedito e totalmente nuovo, un felice imprevisto. Mario Sechi, Il Tempo, 16 aprile 2011



ALLA VIGILIA DELLA FASE 2 DEL GOVERNO

Pubblicato il 16 aprile, 2011 in Politica | No Comments »

Chiuso il malinteso con il Quirinale sulla prescrizione breve, Berlusconi può pensare alla fase due del governo

“Dopo Pasqua partirà al Senato la riforma della giustizia e stavolta voglio andare fino in fondo anche con quella del fisco”. Ieri Silvio Berlusconi, a Palazzo Grazioli, lo ha ripetuto anche all’ex ministro Antonio Martino. Riassorbito il quasi incidente con il Quirinale sul processo breve, con la nota nella quale la presidenza della Repubblica ha specificato che “non c’è nessun intervento preventivo” e che “l’esame comincerà soltanto prima della promulgazione”, il presidente del Consiglio appare più sicuro di poter archiviare il processo Mills. In fondo al tunnel delle aule di giustizia e del fango mediatico, a via del Plebiscito si intravvede la fase due della legislatura: ripresa dell’iniziativa politica e di governo, riforme. Ma chissà. La prescrizione celere, adesso all’esame del Senato, rimane la precondizione necessaria, una polizza sulla tranquillità nella navigazione. I costituzionalisti interpellati si sono espressi in termini ottimistici sulla conformità della norma alla Carta. E ieri il Guardasigilli Angelino Alfano ha trovato “molto rassicurante” e positivo l’intervento con il quale il presidente emerito della Corte costituzionale, Valerio Onida, sul Messaggero, ha escluso profili di incostituzionalità. D’altra parte non c’è giudice, o ex giudice costituzionale, che non abbia una certa consuetudine con le stanze del Quirinale.

Sebbene Giorgio Napolitano mostri
di voler rimanere in equilibrio (dopo una dichiarazione palindroma, che gli era stata estorta), negli ambienti berlusconiani adesso prevalgono caute valutazioni di ottimismo sulle possibili decisioni del capo dello stato, chiamato a promulgare una legge che l’intero entourage berlusconiano considera la condicio sine qua non per aprire una seconda fase. L’adagio di Alfano in queste ore è inequivocabile: “Se non riempiamo di provvedimenti questi due anni di governo, non rimarrà nulla”. Anche al Quirinale non sfugge il rapporto diretto tra la prosecuzione fluida della legislatura e l’approvazione della legge sulla prescrizione celere. D’altra parte i dubbi espressi dal capo dello stato sono stati sempre rivolti al metodo di lavoro e non al merito delle leggi.

Ad esclusione dei decreti, gli interventi di Giorgio Napolitano – che non ha affatto rinunciato alla moral suasion – hanno per lo più puntato a frenare, e ammorbidire, le forzature di Silvio Berlusconi. Specie in materia di giustizia, tema sul quale la presidenza della Repubblica ha idee non sempre coincidenti con le posizioni più diffuse nel Partito democratico. Il processo breve non fa eccezione. L’unico segnale diretto e inequivocabile registrato dal governo risale all’inizio di aprile, a un colloquio riservato tra Napolitano e il Guardasigilli Angelino Alfano. In quell’occasione, com’è spesso capitato tra il giovane ministro e l’anziano presidente che caldeggia autorevolmente una riforma condivisa della giustizia, i due si sono trovati d’accordo: alcune leggi ordinarie in materia possono danneggiare l’iter della grande riforma costituzionale. Ma il presidente, nei giorni in cui il Csm annunciava un plenum e un parere che sarebbe poi stato negativo, non si riferiva alla prescrizione celere; quanto piuttosto all’emendamento del leghista Gianluca Pini relativo alla responsabilità civile dei magistrati. Una questione di metodo: come si potrà approvare la riforma costituzionale, in un Parlamento profondamente lacerato e in un clima da guerra civile fredda? Le valutazioni del capo dello stato oggi non differiscono da quelle dei primi di aprile.

E’ in questa chiave che vanno interpretati dunque gli intendimenti della presidenza della Repubblica intorno alla norma sulla prescrizione celere. Quando, e se, la prossima settimana Alfano avrà un colloquio con Giorgio Napolitano, il ministro – oltre a illustrare una norma “rispettosa del dettato costituzionale” – potrebbe persino rendere espliciti i ragionamenti che si fanno in queste ore nell’entourage di Palazzo Grazioli. Ovvero: il migliore modo per ammorbidire le intemperanze, e le forzature, del Cavaliere è proprio quello di metterlo al riparo rapidamente dai processi di Milano. Salvatore Merlo, FOGLIO QUOTIDIANO, 16 APRILE 2011

NON VOGLIAMO I COLONNELLI

Pubblicato il 16 aprile, 2011 in Politica | No Comments »

Appello contro l’antidemocrazia intollerante e anticostituzionale

Matura in ambienti democratici una tendenza alla ripulsa della democrazia liberale e a contestare il regolare funzionamento delle istituzioni repubblicane. L’ultima trovata è una “prova di forza dall’alto” che “congeli le Camere” e imponga “d’autorità una nuova legge elettorale” con l’aiuto, esplicitamente richiesto,  degli apparati preposti alla tutela dell’ordine pubblico, Carabinieri e Polizia di stato (Alberto Asor Rosa, il manifesto, 13 aprile 2011). E questo è solo l’ultimo di numerosi e allarmanti pronunciamenti in favore di vie extraistituzionali al cambiamento di governo.

Abbiamo opinioni diverse, e in qualche caso opposte, sullo stato della democrazia in Italia, sulle politiche di governo e maggioranza, sulle decisioni in materia di giustizia e di legalità.

Ma giudichiamo estremamente gravi le soluzioni anticostituzionali invocate, anche in forme meno rozze, da alcuni leader d’opinione che mostrano di voler rinunciare all’unico metodo possibile di iniziativa e di lotta in una democrazia repubblicana europea e occidentale: la costruzione, nel conflitto ordinato e istituzionalmente normato, di una alternativa di governo fondata sul consenso dei cittadini.

Siamo convinti che occorra vigilare contro ogni impulso alla prova di forza e contro una torsione culturale verso la trasformazione della politica in intolleranza, chiusura settaria, demonizzazione del nemico, antidemocrazia comunque motivata o mascherata.

  • Luigi Amicone (direttore di Tempi),
  • Ritanna Armeni (editorialista del Riformista),
  • Giovanni Belardelli (storico, editorialista del Corriere della sera),
  • Sergio Belardinelli (docente, animatore del progetto culturale della Cei),
  • Alessandro Campi (docente universitario),
  • Stefano Ceccanti (parlamentare del Pd),
  • Franca Chiaromonte (parlamentare del Pd),
  • Stefano Fassina (responsabile economia del Pd),
  • Domenico Delle Foglie (giornalista cattolico),
  • Ruggero Guarini (scrittore),
  • Massimo Introvigne (docente universitario) ,
  • Giorgio Israel (docente universitario),
  • Raffaele La Capria (scrittore),
  • Claudia Mancina (docente universitario),
  • Alessandro Maran (vicecapogruppo del Pd alla camera),
  • Letizia Moratti (sindaco di Milano),
  • Enrico Morando (senatore del Pd),
  • Piero Ostellino (editorialista del Corriere della sera, liberale),
  • Marco Tarquinio (direttore di Avvenire),
  • Giorgio Tonini (senatore del Pd)

.…..ALLE AUTOREVOLI FIRME CHE COMPAIONO IN CALCE ALL’APPELLO CONTRO L’ANTIDEMOCRAZIA INTOLLERANTE E ANTICOSTITUZIONALE CHE SI ESPRIME ATTRAVERSO LE APRLLE EVERSIVE DI ASOR ROSA O QUELLE MELLIFLUE DI VELTRONI E PISANU, AGGIUNGIAMO VOLENTIERI LA NOSTRA. g.

POLITICA: L’OPPOSIZIONE NON PARLAMENTA

Pubblicato il 15 aprile, 2011 in Politica | No Comments »

Montecitorio, la Camera dei deputati Sconfitte alla Camera, a scrutinio sia palese che segreto, nella loro offensiva contro la legge sul processo o prescrizione breve, le opposizioni hanno scompostamente scambiato per un salvagente alcune dichiarazioni rilasciate a Praga dal presidente della Repubblica. Il quale, pressato da cronisti e inviati con domande sugli effetti del provvedimento passato ora all’esame del Senato, e sui pesanti giudizi espressi dal sindacato delle toghe e dal Consiglio Superiore della Magistratura, si è riservato una «valutazione». Che cos’altro poteva e doveva dire, peraltro all’estero, in visita ufficiale, il capo dello Stato? Ma ciò è bastato ed avanzato per scatenare in Italia i lor signori del no, che hanno annusato odore di rinvio della legge alle Camere dopo il passaggio prevedibilmente definitivo del Senato, dove la maggioranza di governo dispone di margini più ampi che a Montecitorio.

Le opposizioni naufragate non hanno solo scambiato per salvagente le parole di Napolitano, che con lodevole prudenza ne ha peraltro precisato ulteriormente i limiti nel giro di poche ore, spiegando che la sua valutazione degli «effetti» della legge precederà il momento in cui egli sarà chiamato a deciderne la promulgazione. Esse hanno anche mostrato di voler usare la riserva di giudizio del capo dello Stato per tornare a mobilitare la piazza, la prossima volta davanti al Senato, come hanno fatto nei giorni scorsi davanti alla Camera, con grida, scenate, insulti e minacce che abbiamo ben sentito e visto qui, a Il Tempo. La cui sede è davanti, anzi accanto a Montecitorio. Al Senato, in attesa dei dimostranti, magari gli stessi che ne assaltarono e imbrattarono il portone principale nei giorni dell’approvazione della riforma universitaria, come antipasto della guerriglia poi scatenata nel resto del centro di Roma, la capogruppo del Pd Anna Finocchiaro si è affrettata proprio ieri ad annunciare il proposito di sbarrare la strada dell’aula alla legge appena approvata dai deputati. Possiamo stare certi- figuratevi- che non sfigurerà nella gara con il suo omologo di Montecitorio Dario Franceschini.

Che al ministro Ignazio La Russa, reduce dai fischi e dalle monetine lanciategli davanti a Montecitorio dai manifestanti, non trovò di meglio da gridare, praticamente, che se l’era andata a cercare nel momento in cui aveva deciso di passare dall’uscita principale, anziché sceglierne una secondaria. La provocazione purtroppo gli riuscì perché il ministro gli rispose in modo ugualmente sconveniente, prendendosela anche con il presidente dell’assemblea. Con questo uso della piazza, ancora più spregiudicato di quello dei regolamenti parlamentari, le opposizioni dovrebbero stare più attente, nel loro stesso interesse. Esse non solo rischiano di scaldarle troppo, e di scaldarne troppo anche gli intellettuali di supporto, tipo Alberto Asor Rosa. Che dalle colonne del Manifesto si è appena avventurato nella voglia di un bel colpo di Stato per liberarsi finalmente dell’odiato Cavaliere, visto che i magistrati, per quanto ce la mettano tutta, non riescono a mandarlo in prigione. Con questi pruriti di mano e di cervello la sinistra rischia di farsi scaricare anche dalla intellettualità fine, che non le manca, vista la fretta con la quale, per esempio, il direttore della Repubblica Ezio Mauro ha liquidato le “parole sbagliate e pericolose”, anzi “le sciocchezze” di Asor Rosa: un intellettuale che ha ben poco diritto di lamentarsi della senilità altrui, visto l’uso che fa della sua. E lo dice uno che è sopra la settantina pure lui. Francesco Damato, Il Tempo, 15 aprile 2011

ORRORE: IMPICCATO A GAZA IL VOLONTARIO ITALIANO VITTORIO ARRIGONI. IL CAPO DELLO STATO SI FA INTERPRETE DELLO SDEGNO DELL’ITALIA

Pubblicato il 15 aprile, 2011 in Politica, Politica estera | No Comments »

Vittorio Arrigoni, volontario italiano rapito a Gaza Vittorio Arrigoni è stato “impiccato” dai suoi rapitori, i salafiti della Brigata dei Valorosi Compagni del Profeta Mohammed bin Moslima: lo ha riferito l’ufficio stampa di Hamas, il gruppo radicale palestinese che controlla la Striscia di Gaza, sul cui territorio è stato rinvenuto il cadavere del 36enne pacifista e free-lance italiano. In un comunicato il movimento di resistenza islamico ha denunciato “il criminale sequestro e omicidio di un attivista italiano per la solidarietà” e ha reso noto che il suo corpo è stato “ritrovato dalle forze di sicurezza appeso in una casa abbandonata” nel settore settentrionale dell’enclave palestinese.

In un video su YouTube, i sequestratori minacciavano di ucciderlo nel giro di “trenta ore”, quindi entro le 17 locali, le 16 italiane, se non fossero stati scarcerati il loro leader, lo sceicco Hisham al-Souedani, e un imprecisato numero di altri compagni. In realtà, Arrigoni sarebbe stato assassinato poco dopo la cattura, forse dopo appena tre ore. Nella drammatica ripresa si mostrava in primo piano il volto dell’ostaggio, trattenuto e tirato per i capelli da una mano fuori campo: il viso di Arrigoni, bendato con un’ampia fascia nera, appariva tumefatto e sanguinante, con una vistosa ecchimosi attorno l’occhio destro

IL MESSAGGIO DI NAPOLITANO ALLA FAMIGLIA «Ho appreso con sgomento la terribile notizia della vile uccisione di suo figlio Vittorio a Gaza. Questa barbarie terroristica suscita repulsione nelle coscienze civili. La comunità internazionale tutta è chiamata a rifiutare ogni forma di violenza e a ricercare con rinnovata determinazione una soluzione negoziale al conflitto che insanguina la Regione». È il messaggio inviato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alla madre di Vittorio Arrigoni, Egidia Beretta.
«Esprimo a lei e alla sua famiglia, in quest’ora di grande dolore, i sensi della mia più sincera e affettuosa vicinanza e del più grande rispetto per il generoso impegno di suo figlio», ha aggiunto Napolitano. Il Corriere della Sera, 15 aprile 2011

BERLUSCONI: IL SUCCESSORE? LO SCEGLIEREMO INSIEME

Pubblicato il 14 aprile, 2011 in Politica | No Comments »

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“Tra tutte le colpe che mi addossano ora c’è anche quella di essermi scelto il mio successore…”. Silvio Berlusconi sceglie l’arma dell’ironia per “commentare” l’eco delle sue parole sull’investitura di Angelino Alfano. Il premier, incontrando i vertici del partito a palazzo Grazioli, ha spiegato che il suo successore sarà scelto dal partito. Non mi prendo certo questa responsabilità, lo sceglieremo tutti insieme, ha sottolineato il Cavaliere. Il presidente del Consiglio non ha fatto alcun cenno ad una tentazione di fare un passo indietro e all’intenzione di non candidarsi per la prossima legislatura. “Io sono convinto che il presente di Berlusconi sarà ancora molto lungo e che ogni discussione che riguardi il futuro è assolutamente prematura”, ha commentato anche il ministro della Giustizia, Angelino Alfano.

Discussione “prematura”, ha insistito Alfano, “non fosse altro per il motivo evidente che in tutte le democrazie occidentali il presente e il futuro dei leader lo stabiliscono gli elettori e mi pare che gli elettori abbiano suggellato ancora una volta in quest’ultimo triennio il loro favore nei confronti del presidente del Consiglio il quale peraltro ha una maggioranza solida in Parlamento”. Anche il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, fa sapere di occuparsi solo del presente: “Credo che Berlusconi abbia fatto bene a dire che abbiamo una robusta classe dirigente che ha avuto il merito di formare in questi anni”. “Il suo movimento politico è un robusto collettivo di persone – ha spiegato Sacconi – non entro nel merito. Mi occupo del presente e non del futuro”.

TECNICA DI UN COLPO DI STATO

Pubblicato il 14 aprile, 2011 in Politica | No Comments »

Il professor Alberto Asor Rosa incita sul manifesto, compassato quotidiano comunista, al colpo di stato. E’ un italianista in cattedra, quindi non si cura di scegliere come Dio comanda tra congiuntivo e indicativo (vuole “una prova di forza… che scenda dall’alto, che instaura… un normale stato d’emergenza” eccetera, e il resto della citazione la trovate qui sotto nell’antologia degli orrori confezionata per voi). Ma per quanto scriva da passante, Asor Rosa non è un passante. E’ un esponente autorevole della cricca Scalfari. E’ uno che con il vecchio Toni Negri, oggi in pensione, animava le correnti ideologiche contigue al terrorismo, dette “operaisti”, e che amava molto Slobodan Milosevic e il suo nazionalcomunismo abbattuto dalla guerra del Kosovo. Insomma, uno special one del più trucido e violento cazzeggio dell’antidemocrazia travestita da perbenismo e neopuritanesimo all’italiana.

Non solo il professore non è un passante, la sua idea golpista, esplicitata ieri come mai prima d’ora, con tanto di invocazione di Carabinieri e Polizia di stato al servizio di un piano eversivo per “congelare la Camere” e liquidare con la forza il governo eletto, è la versione letterale di molte altre posizioni analoghe, più o meno dissimulate, espresse da editorialisti del quotidiano di Carlo De Benedetti, la tessera numero uno del Partito democratico (così il brillante finanziere e nostro saltuario collaboratore ebbe a definirsi in passato). Ammiccamenti o pupi viventi del sardo-piemontese e appena un po’ più contegnoso Ezio Mauro, e del mondano Fondatore del giornale che egli dirige, gli editorialisti militanti di Rep. sono gli stessi che parlano dai palchi accanto al vanesio Eco e al banale Saviano e a un bambino tredicenne incaricato di recitare la litania dell’odio contro il Cav., una vera forma di prostituzione politica minorile al servizio dell’Anticostituzione. Tutti teorizzano il diritto di abbattere il tiranno con ogni mezzo, e affermano che non si può ottenere una nuova maggioranza in Parlamento e nemmeno nelle urne, ragion per cui occorre il colpo di stato, nelle forme magari meno evidenti di un governo del presidente o in quelle trucibalde descritte ieri da Asor Rosa.

Il pretesto è che Berlusconi è un delinquente, tocca il culo alle ragazze (il playful premier del Financial Times o, se volete, il “giocoliere galante” evocato dal vostro direttore), ha rincretinito gli italiani con i palinsesti televisivi, immagino a colpi di Lerner, Gabanelli, Gruber, Dandini, Floris, Santoro e Fabio Fazio, in più annullando ogni caratterizzazione politica dei programmi Mediaset e generando durante il suo dominio tirannico sul sistema un terzo polo televisivo in cui eccelle Enrico Mentana con il suo tg7; il delinquente inoltre ordina al Parlamento il confezionamento di leggi ad personam per difendersi dalla cura equilibrata con cui magistrati comizianti della procura di Palermo vogliono tirarlo dentro da anni con accuse di strage mafiosa, una delicata Boccassini vuole imputargli una rete di prostituzione per delle feste tenutesi a casa sua, e una quantità di altri magistrati, civili e penali, desiderano che vada in galera per le accuse più varie e che prima, per cortesia, passi un sette-ottocento milioni di risarcimento all’editore di Repubblica.

La faccenda è grottesca, ma è anche molto seria. Il fronte antiberlusconiano eccita gli animi alla guerra civile. Il gioco è sporco, brutale. Le gride illiberali emesse da questi tecnici del colpo di stato rimbecilliscono davvero una minoranza fanatica. La loro stampa fiancheggiatrice di bassa lega, guidata da un manipolo di teppisti dell’informazione, diffama e denigra a piene mani, tutti i giorni, coloro che tentano di resistere all’ondata di piena merdaiola. Mettono in pericolo la convivenza civile con l’ostentazione della virtù mentre i loro attori e saltimbanchi simbolo investono alla caccia del 20 per cento di interessi promesso dal Madoff dei Parioli i loro piccoli risparmi ottenuti nel vasto e florido mercato dell’odio politico. Questa masnada mette in mora le istituzioni e i poteri neutri. Rovescia ogni frittata e, mentre butta fango e merda sull’Arcinemico, lamenta di essere vittima di una orwelliana macchina del fango (il senso dell’umorismo non è il forte di questi golpisti meschini, di questi chiagn’ e fotti).

C’è chi il dirty job, il lavoro sporco, lo fa con argomenti diretti, come l’italianista che sbaglia congiuntivo e indicativo, chi lo fa con argomenti malinconici e profetici, chi lo fa impancandosi a difensore del diritto o meglio di una versione totalitaria e incostituzionale della legalità, intesa come una clava da opporre alla sovranità del Parlamento, alla sovranità dei cittadini che lo eleggono, alla divisione dei poteri distrutta dalla incauta riforma dell’articolo 68 della Costituzione, nell’anno di grazia del Grande Terrore, il 1993.

E’ ovvio che a nessuno di questi gentiluomini, a nessuna di queste nobildonne importa che sia possibile processare Berlusconi. Se questo fosse l’obiettivo, a prescrizione sospesa, con il lodo Maccanico, poi Schifani, poi Alfano, sarebbe un gioco da ragazzi costruire un’alternativa al giocoliere galante, rovesciarlo con un voto popolare e poi processarlo in tribunale. Ma loro non vogliono processarlo, vogliono abbatterlo e vogliono farlo anche per derubare noi delle imperfette ma vive libertà italiane e per derubare lui del suo patrimonio a nome e per conto (corrente) dei loro padroni. In spregio ai cittadini che hanno scelto un imprenditore e leader politico atipico per ben tre volte (e hanno scelto liberamente un altro principe, Romano Prodi, ben due volte relegando Berlusconi all’opposizione).

L’Italia è una democrazia. Il giocoliere galante gioca con tutto tranne che con la regola delle regole, il diritto della maggioranza a governare sotto il controllo delle istituzioni. Un controllo occhiuto, che va dal Quirinale alla Corte costituzionale, da un establishment economico e finanziario criticabile, ma plurale ed europeo, a una stampa liberissima e in certi casi omologata alla morale corrente del contropotere. Questa democrazia è sotto il tiro dei cecchini. Sono pallottole verbali, come abbiamo visto sono invocazioni alla violenza contro la Costituzione e le leggi, contro il verdetto elettorale, sono parole che chiedono dall’alto quel che non si riesce a fare dal basso per mancanza di consenso, sono parole ma parole contundenti, che avvelenano l’aria che si respira, condannano una generazione politica al settarismo, al moralismo più insincero e al virtuismo ipocrita. Sono parole che vanno spiegate, diffuse, illustrate e criticate, anzi demolite, con tutti i mezzi leciti. Non capisco come sia possibile che, al posto o a integrazione di piccoli show in tribunale, il Popolo della libertà non convochi un grande raduno nazionale al Palasport di Roma con il titolo: “Storia di una persecuzione politica”. E il sottotitolo: “Tecnica di un colpo di stato”.

Non si può assistere a questo grottesco scempio della legalità e sovranità repubblicana senza protestare, senza scendere in strada, senza resistere. E le istituzioni terze, le istituzioni di garanzia, alle quali in sospetta concomitanza il leader del Pd Massimo D’Alema chiede uno sbrigativo “scioglimento delle Camere”, dovrebbero, se ci sono, battere un colpo significativo e rumoroso. E spiegare che con la democrazia non si scherza, che c’è un confine valicare il quale è costituzionalmente proibito. Giuliano Ferrara,  FOGLIO QUOTIDIANO, 14 aprile 2011

Giuliano Ferrara