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COSA CI SARA’ NELL’ERA DEL DOPO BERLUSCONI

Pubblicato il 14 aprile, 2011 in Politica | No Comments »

Silvio Berlusconi Cosa c’era nell’era a.B. quella avanti Berlusconi? Risposta automatica: la Prima Repubblica. In realtà c’era il caos generato dalla ditta di demolizioni della magistratura, il crollo del Muro di Berlino e la nascita di un altro ordine internazionale. Cosa ci sarà nell’era d.B. quella dopo Berlusconi? Osservando alcuni fenomeni del passato possiamo immaginare il futuro e spiegare perché è sbagliato – a sinistra ma soprattutto a destra – provare a «ingegnerizzare» la successione a Silvio.
Berlusconi non è figlio della tradizione dei partiti italiani. La sua stagione nasce dalla ricetta del «meno Stato più mercato». In diciassette anni l’essenza del berlusconismo è ancora il mix di ingredienti all’origine di Forza Italia e del suo fondatore. Un soggetto a-politico, im-politico, fuori dal giro istituzionale, outsider dell’establishment finanziario e culturale del Paese. Berlusconi è la «rupture» del sistema dei partiti generato dal dopoguerra che aveva costruito la democrazia italiana. In questi giorni si ipotizzano due scenari di successione: il primo è un regime change pilotato, guidato e “battezzato” dallo stesso Cav; il secondo è un putsch interno che ha raggiunto la sua massima espressione nel malpancismo di corrente.
Nessuna delle due ipotesi sta in piedi. Lo stesso Berlusconi dimentica che l’uomo venuto da Arcore entra in scena in una forma inedita, non mediata dai partiti, attraverso un’investitura popolare che deriva da un rapporto diretto con l’elettorato e la miriade di pixel che si fa audience, pubblico televisivo, costume nazionale. La prima rivoluzione berlusconiana (la più grande e permanente) si compie nella proiezione dell’immagine passiva (tv ieri, videomessaggio oggi) e cambia i codici della comunicazione politica. Lo scenario del d.B., il dopo Berlusconi, sarà un altro giorno: visione, ascolto e narrazione della politica saranno un fenomeno attivo (teoria e pratica del social network). La successione a Berlusconi e la creazione del post-cavalierato saranno partecipazione e rivoluzione tecnologica, il «social sharing» di un altro immaginario collettivo.

Cari congiurati e aspiranti alla successione, rassegnatevi: il Cavaliere è stato solo il primo di una serie di leader figli di una rivoluzione dal basso. Avanti i nuovi, non i prossimi.  Mario Sechi, Il Tempo, 14 aprile 2011

………….Tutti i giornali stamani riportano e commentano alcune dichiarazioni che sarebbero state  rese da Berlusconi in un incontro con la stampa estera  a proposito del dopo, tra l’altro una investitura di Alfano alla guida del govenro e una investitura di Gianni Letta al Qurinale. Dichiarazioni che il portavoce di Berlusconi, Boaniuti, ha ridotto a ipotesi. Perciò ci sembrano opportune le riflessioni che sul dopo Berlusconi espone questa mattina sul Tempo il suo direttore, Mario Sechi. Riflessioni come sempre lucide accompagnate ad analisi altrettanto fondate che condividiamo. D’altra parte,  e lo sottolineamo,  in politica nulla è più labile (e provvisorio) della programmazione,  perchè,  come ricorda un vecchio adagio,  c’è chi fa le pentole ma c’è sempre qualcun’altro che fa i coperchi. g.

LA CAMERA VOTA IL PROCESSO BREVE: 314 SI, 296 NO

Pubblicato il 13 aprile, 2011 in Politica | No Comments »

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Al termine di un estenuante dibattito via libera al processo breve. La Camera approva il provvedimento con 314 sì e 296 contrari. Presenti e votanti sono stati 610. Ora il testo passa al Senato per l’approvazione definitiva. “Finalmente una legge che mette l’Italia al passo con l’Europa”. Silvio Berlusconi con i diversi deputati che lo hanno chiamato per informalo dell’approvazione della legge sulla cosiddetta ‘prescrizione breve’ non nasconde la soddisfazione per il via libera al provvedimento. Una soddisfazione legata anche alla tenuta della maggioranza che in questi due giorni ha dato prova, a detta del premier, di una reale compattezza: “E’ stata l’opposizione – ha confidato ai suoi – a fare una pessima figura. Tra l’altro – ha proseguito nel ragionamento – i voti in più che ha ottenuto la maggioranza dimostrano che quota 330 è un obiettivo concreto”. Sulla stessa linea Umberto Bossi: “Questo voto ci dice che i numeri ci sono. Non arriviamo a 330? Sempre meglio di niente”. E alla domanda sul timore di scarcerazioni per effetto della legge, Bossi aggiunge: “Sono tutti giochi di prestigio della sinistra che ha fatto questa battaglia alla morte”. 13 aprile 2011

LA GIUSTIZIA USATA PER FINI ELETTORALI

Pubblicato il 13 aprile, 2011 in Giustizia, Politica | No Comments »

Giustizia, il testo sul processo breve arriva in Senato Poverini. Almeno a sentire i vertici del tribunale di Milano, i magistrati che vi lavorano sono “infastiditi” per il chiasso, diciamo così, dei processi a Silvio Berlusconi. I cui elettori, rintuzzati da dimostranti di opposto orientamento, si radunano davanti al Palazzo di Giustizia ogni volta che c’è udienza a suo carico per incoraggiarlo. E per raccoglierne i ringraziamenti e gli sfoghi sulla situazione “irreale” in cui egli si trova, costretto a dividersi in momenti difficili come questi fra gli impegni di capo di governo e di plurimputato. Anche per ovviare a simili inconvenienti il Parlamento ha più volte tentato non di cancellare, come sostengono le opposizioni, ma di sospendere i processi al presidente del Consiglio, e ad altre autorità istituzionali, durante l’esercizio del loro mandato, bloccandone contemporaneamente i termini di prescrizione. Lo ha fatto, in particolare, con diversi “lodi” e infine con la legge sul cosiddetto legittimo impedimento. Ma i magistrati di Milano, sempre loro, si sono costantemente opposti ricorrendo con successo alla Corte Costituzionale, le cui decisioni hanno consentito la ripresa dei processi, tutti insieme. L’elenco si è anzi allungato con il procedimento, ancora più clamoroso degli altri, che porta il nome di Ruby. E che ha ottenuto addirittura la corsia preferenziale del rito immediato per la presunta, assai presunta, completezza di prove addotta dagli inquirenti. Visti i loro insistenti e riusciti ricorsi alla Corte Costituzionale, il meno che si possa dire del “fastidio” ora lamentato dai magistrati milanesi è che se la sono cercata, sottovalutando peraltro le doti comunicative del loro imputato eccellente. Ma non minori sono naturalmente le responsabilità dei giudici costituzionali, che con le loro decisioni hanno disatteso anche il presidente della Repubblica. Il quale ci aveva messo la faccia nella promulgazione di leggi studiate apposta per risparmiare al Paese gli imbarazzanti spettacoli di questi giorni.

La Corte Costituzionale è alquanto permalosa quando se ne criticano le sentenze e se ne ricorda la natura oggettivamente politica, derivante dal fatto che i suoi giudici sono per i due terzi nominati o eletti, rispettivamente, dal capo dello Stato e dal Parlamento. D’altronde, essa fu definita una “bizzarria” all’Assemblea Costituente da Palmiro Togliatti e Pietro Nenni. Non minori furono le preoccupazioni successivamente espresse dall’allora presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, che il 20 giugno 1952 scrisse così al suo vice Attilio Piccioni: «Diffido dell’Alta Corte, che diventerà, temo, un corpo politico paralizzatore». I fatti purtroppo gli hanno dato ampiamente ragione, così come ha ragioni da vendere il Cavaliere quando ne sostiene la riforma. Ma torniamo ai processi di Berlusconi e ai «fastidiosi» inconvenienti improvvisamente scoperti dai magistrati che li hanno promossi e li conducono. Di tutti, il più clamoroso, come ho già scritto, è quello che porta il nome di Ruby. Esso però è anche il più lontano dall’epilogo, a dispetto del suo rito abbreviato, e il più evanescente. L’accusa sostiene che il presidente del Consiglio abbia concusso qualcuno alla Questura di Milano telefonando l’anno scorso a favore di una minorenne che vi era trattenuta e che in precedenza avrebbe fatto sesso con lui a pagamento, ma al processo nessuno si è costituito parte civile come concusso. Né si è costituita come parte lesa la ragazza, che nega di avere fatto sesso con l’imputato. A corto di speranze su questo accidentatissimo percorso giudiziario, per quanto disseminato di carte e di intercettazioni adatte allo sputtanamento del Cavaliere, le opposizioni si sono aggrappate al processo che porta il nome dell’avvocato inglese Mills perché lo considerano il più vicino ad una sentenza di condanna di Berlusconi per corruzione in atti giudiziari. Gli si sono talmente aggrappate da avere alzato le barricate ostruzionistiche contro una legge all’esame della Camera perché contiene una norma che lo farebbe decadere in poche settimane. Essa accorcia di un sesto i tempi di prescrizione per gli incensurati, qual è ancora il presidente del Consiglio, nonostante i tentativi in corso da una ventina d’anni di farne un pregiudicato. Il fatto è però che anche senza questa norma il processo Mills non ha alcuna possibilità di concludersi con una sentenza definitiva, scattando comunque la prescrizione a fine gennaio dell’anno prossimo. Rimarrebbe a portata di mano solo una sentenza di condanna di primo grado, tanto ininfluente sul piano giuridico, mancando un verdetto definitivo di secondo o terzo grado, quanto spendibile sul piano propagandistico contro il Cavaliere. Ecco a che cosa mirano i suoi avversari, togati e non: alla ennesima, arbitraria speculazione elettorale. Che il presidente del Consiglio e la maggioranza parlamentare, a questo punto, cercano legittimamente di impedire. Di un processo destinato a dissolvenza naturale una magistratura svincolata da visioni e interessi politici si libererebbe da sola, come fa con tanti altri procedimenti analoghi, dando la precedenza a processi di più sicura prospettiva. Non è evidentemente il nostro caso. C’è da esserne non infastiditi ma indignati. Francesco Damato, Il Tempo, 13 aprile 2011

ANCHE LA SINISTRA SCARICA FINI: “PEGGIOR PRESIDNETE DELLA STORIA”

Pubblicato il 13 aprile, 2011 in Politica | No Comments »

Roma - Alla fine anche la sinistra ha scaricato Gianfranco Fini. Nella bagarre della prescrizione breve, Montecitorio è stato assalito da una crisi di nervi che ha fatto letteralmente perdere le staffe ai partiti di opposizione che da ieri mattina si stanno affannando a rosicare minuti, secondi ai lavori parlamentari per procrastrinare il più possibile la discussione del ddl presentato dalla maggioranza. E, dopo oltre sedici ore di estenuante dibattito, i democratici hanno gettato la maschera e si sono scagliati contro il “baluardo” della sinistra contro lo strapotere dell’asse Pdl-Lega.

Lo hanno definito “il peggiore presidente della Camera”. Non di questi tempi. Il peggiore di tutta la storia della Repubblica italiana. Un’accusa pesante soprattutto se viene dal partito di Pierluigi Bersani con cui Fini, da diversi mesi a questa parte, sta flirtando per riuscire a far cadere il governo. Questa mattina il piddì Roberto Giachetti ha attaccato il leader del Fli per la conduzione dei lavori a Montecitorio. “Da quando è sotto attacco di Pdl e Lega che chiedono le sue dimissioni – ha spiegato l’esponente democratico – lei è il peggior presidente della storia”. Fini, impassibile, ha proseguito con gli interventi sul processo verbale.

Pier Ferdinando Casini si è subito schierato al fianco del presidente della Camera tenendo all’immagine di un Terzo polo coeso. “Sono allibito dalle parole del tutte incongrue di Giachetti contro il presidente – ha detto il leader centrista se avevo qualche dubbio sulla sua terzietà, ora ogni dubbio è svanito. Qui ciascuno vuol tirare il presidente dalla sua parte, ma il presidente non si difende solo quando fa le cose che piacciono a noi…”. Ma la difesa di Casini è caduta nel vuoto.

L’impossibilità di essere super partes per un politico che si trova a guidare sia Montecitorio sia uno dei partito dell’opposizione è stata più volte avanzata dalla maggioranza. Il Pdl lo aveva tacciato di essere un “dipietrista aggiunto”. La Lega Nord, invece, aveva presentato una discussione parlamentare per affrontare l’argomento e sanare la “ferita istituzionale” che si era venuta a creare. Discussione che era stata immediatamente abbandonata. Finché gli ha fatto comodo, però, la sinistra ha giocato di sponda con il fondatore di Futuro e Libertà rispedendo al mittente le accuse del Pdl. E Fini? Avanti per la sua strada. Due giorni prima del voto di sfiducia alla Camera, intervistato da Lucia Annunziata, il leader del Fli si era assunto in prima persona il ruolo di sfiduciatario del primo ministro italiano. Aveva detto: “Voteremo compatti la sfiducia al governo”. Il resto è storia: il 14 dicembre Fini ha perso la battaglia parlamentare in cui ha scelto di giocare un ruolo di primo piano. Ma il suo attenggiamento non è cambiato. Poche ore prima dell’inizio della discussione sulla prescrizione breve – tanto per citare uno degli ultimi episodi – il presidente della Camera ci ha tenuto a ricordare che il ddl è stato presentato dalla maggioranza e che lui è a capo di un partito dell’opposizione. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

Forse la sinistra si aspettatava qualcosa di più. Magari un colpo di mano per mandare all’aria il processo breve. Così l’ha scaricato. D’altra parte, sondaggi alla mano, gli italiani hanno già dimostrato di non apprezzare la Santa Alleanza di Massiomo D’Alema che mette insieme democratici, futuristi e centristi. In realtà, i media progressiti avevano, già in passato, invitato Fini ad abbandonare lo scranno più alto di Montecitorio. All’indomani del colpo di mano fallito, Ezio Mauro scriveva su

Repubblica: “Fini dovrà dimettersi dalla presidenza della Camera per fare liberamente la sua battaglia politica decisiva”. Stessa tirata di Franco Cardini su Europa del 22 dicembre: “Una volta sceso sul terreno politico impugnando la bandiera della moralizzazione, e visto che il paese rispondeva (specie a sinistra), avrebbe dovuto far lui subito e per primo il gesto di abbandonare la presidenza della camera per rientrare a vele spiegate, come leader, nella politica”. Anche l’Unità non ci era andata leggera: “Era una scena che sfiorava i limiti della decenza della democrazia quella di veder sfilare i dissidenti del partito di Fini con gli occhi bassi, perché se li alzavano lì, sopra di loro, non c’era chi li doveva proteggere, ma colui che avevano tradito”.

A rigor di legge, Fini non è costretto a lasciare la presidenza della Camera. La costituzione non prevede, infatti, che questo ruolo istituzionale coincida con l’appartenenza alla maggioranza. Tuttavia, da sempre, le prerogative delle più alte cariche dello Stato sono – in base a una prassi precisa – imparziali e in grado di garantire quanto più possibile la propria neutralità. Adesso, anche il Partito democratico si è accorto che Fini non è una figura politica super partes. Il Giornale, 13 aprile 2011

E’ ORA DI FERMARE IL PARTITO DEI GIUDICI

Pubblicato il 13 aprile, 2011 in Giustizia, Politica | No Comments »

Oggi alla Camera c’è la partita che vale la stagione. Si vota per ap­provare la prescrizione breve agli incensurati, ma sarebbe ri­duttivo vederla solo così. Si vota per ripri­stinare l’autonomia del potere legislati­vo da quello giudiziario. Si vota per dire che finalmente nessuno si farà più inti­midire dalle scorribande nella politica. Sì vota per decretare il fallimento del pat­to occulto tra Fini e la magistratura per disarcionare Berlusconi e il suo gover­no. Si vota per dimostrare che in demo­crazia comandano le maggioranze elet­te, non le lobby, le caste, i giornali, i san­toni. E si vota anche per Silvio Berlusco­ni. E perché no? Non c’è il male nel fatto che una maggioranza difenda il suo lea­der dalla più spudorata e violenta ag­gressione giudiziaria della storia. Le opposizioni hanno fatto ieri e faran­no oggi ostruzionismo leggendo in aula articoli della Costituzione, come atto estremo e solenne di difesa del Paese. Certo che al ridicolo non c’è limite.

D’Alema e Bersani martiri di chi? Della prescrizione breve, norma già in vigore in tutti i Paesi occidentali? La sinistra sta giocando sulla pelle della gente. La real­tà è che, a fronte di una norma di civiltà, rischiano di saltare lo 0,2 per cento dei processi penali, nulla in confronto ai procedimenti che vanno già ora in pre­scrizione per la lentezza e l’incapacità di certi magistrati. Bersani e D’Alema laCostituzione do­vrebbero leggerla sì, ma all’articolo che sancisce la libertà e la segretezza delle comunicazioni private tra cittadini, quello violato dalle intercettazioni tele­foniche selvagge ordinate dalle procure per spiare la vita degli italiani. Dovrebbe­ro leggerla, loro e Fini, nelle parti che sta­biliscono l’autonomia e l’indipendenza del potere legislativo da quello giudizia­rio. Ma, soprattutto, mi chiedo che sen­so abbia che ex comunisti sventolino la Costituzione come se fosse cosa loro.

Per quarant’anni ne hanno tradito l’es­senza, complottando occultamente con­tro l’Occidente, e quindi l’Italia, assie­me (e finanziati) all’alleato Unione So­vietica. Se oggi siamo una democrazia è perché questi signori hanno perso e al­tri, in nome della Costituzione, hanno vinto. Cari compagni, la Costituzione non è il Libretto Rosso di Mao. Addirittura, co­me previsto da chi l’ha scritta, la si può cambiare. Che piaccia o no a voi, a Di Pietro e ai magistrati. Il Giornale, 13 aprile 2011

CI RISIAMO: ECCO IL PAESE DEGLI AVVOLTOI

Pubblicato il 12 aprile, 2011 in Politica | No Comments »

Ieri l’aula del Palazzo di giustizia di Milano con il processo Me­diatrade, domani quella della Camera dei deputati con la votazione sulla legge della prescri­zione breve per incensu­rati. Lo scontro tra Silvio Berlusconi e i magistrati è entrato nella fase finale. Gli avvoltoi che da 18 an­ni svolazzano sul pre­mier e sui governi di cen­trodestra già assaporano il banchetto, scommet­tendo sulla vittoria delle toghe e non soltanto. Il fronte si salda infatti con una Unione Europea in­cosciente che non ne vuo­le sapere di prendersi in carico una quota dei clan­destini sbarcati in Italia non certo perché invitati. Casini, Fini e Bersani, buonisti a parole, godo­n­o a vedere Francia e Ger­mania chiudere le porte in faccia ai clandestini. Dicono che è colpa del no­stro governo, tacciono la verità, cioè che una bana­le e squallida esigenza elettorale di Sarkozy e del­la Merkel, due premier al­la canna del gas battuti nelle urne e nei sondaggi dalla loro destra più in­transigente. Che siano i magistrati, le escort, o la Francia, ben venga tutto ciò che in­fanga o mette in difficoltà l’Italia. Gli sfascisti si alle­ano con chiunque possa servire a raggiungere l’obiettivo. Un assalto quotidiano al quale si ag­giunge il mal di pancia di alcuni uomini della mag­gioranza sulla gestione del Pdl. Fatto che ha por­tato Giuliano Ferrara, do­menica su questo giorna­le, a lanciare l’ipotesi che Silvio Berlusconi possa presto mandare tutti a quel paese e ritirarsi a vi­ta privata. Sogno o realtà che sia, Ferrara ha fatto esultare gli elettori di mezza Italia e preoccupa­re l’altra metà, quella di centrodestra, tanta è la fi­ducia e l’affetto nei con­fronti del premier.

Il messaggio era però di­retto a quelle migliaia di persone che costituisco­no la classe politica e am­ministrativa del Pdl. La ri­conoscenza infatti è mer­ce rara, se poi è combina­ta co­n l’arroganza la men­te si appanna. E per esem­pio ci si dimentica che Berlusconi da diciotto an­ni garantisce l’elezione certa, cioè un posto di la­vo­ro ben pagato e uno sta­tus sociale che per la mag­gior parte di questi signo­ri non erano raggiungibili attraverso al­tre vie. I nostri onorevoli, i mi­nistri eletti sotto la bandiera Pdl hanno infatti goduto di un effetto traino nazionale, l’ef­fetto Silvio, paragonabile a quello che nella prima Repub­blica veniva dall’appartenen­za ai tre grandi partiti, Dc, Pci e Psi.
Qualcuno invece si illude che il Pdl sia come la Dc, cioè un partito più forte dei suoi leader, e che per tanto è scala­bile sul modello delle corren­ti Pd, partito che in due anni è passato di mano tre volte (Veltroni, Franceschini, Ber­sani) senza peraltro cavare un ragno dal buco. Oppure che, via Berlusconi, si possa andare avanti con un altro leader (Tremonti? Monteze­molo?) come se nulla fosse. Il dopo Berlusconi invece, a mio avviso, sarà un Irak: guer­ra civile senza quartiere, im­plosione del centrodestra, vittoria per mancanza di al­ternative della sinistra che inizierà quel ciclo di coman­d­o che aveva partorito e abor­tito nel ’94.È vero che la mamma dei fessi è sempre incinta, ma la vicenda Fini-Bocchino qual­che cosa dovrebbe insegnar­la. Cioè che meschine que­stioni di potere personale e di ricatti non portano a nulla per il Paese e neppure per se stessi. Non credo che qualcu­no, in caso di affondamento di Berlusconi, possa sperare di salvarsi. Bene che vada, i naufraghi del Pdl farebbero la fine dei tunisini che appro­dano a Lampedusa, vaghe­ranno per la politica, sballot­tati da una parte all’altra sen­za più cittadinanza. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 12 aprile 2011

…………Abbiamo evidenziato in blu la parte dell’editoriale  odierno di Sallusti che merita una riflessione. Ha fatto bene Sallusti ad evidenziare che il PDL non è la DC e che questa non è la prima repubblica. La caduta di Berlusconi trascinerà con se tutto e tutti. Non si illudano, generali, colonnelli e caporali che possa esserci un PDL post Berlusconi, amministrato dai suoi eredi. Diversamente da quanto accadde nella prima repubblica quando fu la caduta della DC e degli altri partiti che storicamente avevano guidato la Nazione nella difficile ed esaltante fase della rinascita e della riscossa politica ed economica ad aprire la strada alla caduta degli dei e dei semidei che in essi avevano militato e comandato, ora basterebbe la sola caduta di Berlusconi o anche, come ha “sognato” Ferrara, la sua ritirata, a determinare lo squagliamento dell’intera struttura che si regge sul carisma e sul rapporto diretto che Berlusconi ha con gli elettori che votano per il PDL e che voterebbero per qualsiasi altra sigla Berlusconi mettesse in campo. Loro, generali, colonnelli e caporali, che sinora hanno goduto degli effetti di questo carisma e di questo rapporto, squaglierebbero insieme e di molti di loro, forse di quasi tutti, se ne dimenticherebbero sinanche i nomi nel breve volgerer di poche settimane se non di giorni e ciò conferma quel che una volta, non tanto tempo fa, ebbe a dire un  ex autorevole dirigente di Forza Italia: “ciascuno di noi può essere bravo sin che si vuole, ma i voti è Berlusconi che li prende”. Forse sarà il caso che nel corso delle tante cene che si susseguono intorno ai tavoli dei ristoranti romani, questa semplice  ma incontrovertibile verità faccia capolino e induca i molti che invece di dare, chiedono, anzi, continuano a chiedere,  a più miti consigli. Non solo per se stessi, ma anche per l’Italia e il centro destra, altrimenti destinati, l’una e l’altro, a finire maciullati da una nuova macchina da guerra che non farebbe prigionieri. g.

BERLUSCONI SOTTOLINEA UN’ANOMALIA ITALIANA

Pubblicato il 12 aprile, 2011 in Giustizia, Politica | No Comments »

Silvio Berlusconi Tutte le oche starnazzanti del giustizialismo nostrano avranno un buon motivo per agitarsi incomposte, fare chiasso e suscitare polveroni di indignazione di fronte alle ferme e impolitiche dichiarazioni di Silvio Berlusconi all’uscita dal tribunale di Milano dopo l’udienza del processo Mediaset. Il premier, infatti, ha detto, senza mezze parole, di avere trascorso una «mattinata surreale ai limiti dell’inverosimile» ed ha aggiunto che il suo interrogatorio è stato «una perdita di tempo paradossale con un dispendio di risorse che grida vendetta». Il linguaggio è duro, ma l’analisi è esatta.

Come sempre, Berlusconi, piaccia o non piaccia, ha colto nel segno. Ha fatto bene, il Cavaliere, a presentarsi finalmente in tribunale e a sottolineare, al termine dell’udienza, il carattere surreale e paradossale di una situazione che vede il capo del governo costretto a mettere da parte l’agenda degli impegni, nazionali e internazionali, in un momento particolarmente difficile, come l’attuale, per rispondere alle accuse, più o meno fondate, che da un ventennio o giù di lì gli vengono mosse. Ha fatto bene, in tal modo, a sottolineare una anomalia tutta italiana. Altrove infatti – si pensi, per esempio, a quello che è accaduto in Israele o in Francia – le maggiori cariche istituzionali vengono sottoposte a processo per eventuali reati, e se del caso condannate, al termine del loro mandato. È una anomalia, lo ribadisco. È una anomalia che rivela il carattere imperfetto della nostra democrazia, la quale – dopo la bufera giudiziaria di Tangentopoli – è andata degenerando in un sistema oligarchico nel quale non esistono più né equilibrio né separazione dei poteri. E dove la magistratura, grazie all’eclissi della politica, ha finito per assumere, sempre di più, le connotazioni di una «casta» o, se si preferisce, di una «corporazione» incontrollata e incontrollabile, pronta a usare il «ricatto giudiziario» come un’arma nei confronti di chi rischia di metterne in crisi privilegi, poteri, rendite di posizione, attraverso la riforma di un sistema giudiziario unanimemente considerato inefficiente, non garantista, burocratizzato, inaffidabile e lento. Un sistema giudiziario, ancora, costruito sull’assurdo della confusione tra magistratura inquirente e magistratura giudicante e, nella sostanza, vessatorio perché il cittadino ingiustamente processato o condannato non può far valere il principio della responsabilità civile dei giudici. Non basta, c’è di più.

Il carattere di «casta» o di «corporazione» della magistratura non lede soltanto gli interessi legittimi e i diritti dei singoli, ma collide con quello che si può definire «l’interesse nazionale». Ciò che accade in questi mesi e in questi giorni è sotto gli occhi di tutti. Il nostro Paese sta attraversando un periodo di emergenza, in gran parte riflesso di una grave situazione internazionale: minaccia di speculazioni economiche, ondate di immigrazione clandestina che rischiano di mettere in crisi precari o non consolidati equilibri socio-economici, tensioni fra l’Italia e altri paesi dell’Unione Europea – loro davvero sì – preoccupati del proprio egoistico «interesse nazionale», riaffiorare di antichi contrasti fra aree diverse del paese, emergere di pulsioni che esprimono la voglia, giusta o sbagliata che sia, di un ricambio generazionale. In una situazione del genere che cosa accade? Che il premier è costretto a mettere da parte i problemi del paese e a presentarsi davanti ai giudici. È una situazione surreale, come ha detto bene Berlusconi. Frutto, aggiungiamo, di una anomalia tutta italiana, che si concretizza nella subordinazione del potere politico – l’esecutivo e il legislativo – al potere giudiziario. Ma non basta.

L’invasione di campo della magistratura nella politica ha come conseguenza, diretta o indiretta, la «politicizzazione» della magistratura, o di parte di essa. L’obiettivo, tutt’altro che nascosto, sembra essere quello della eliminazione, con ignominia, di Berlusconi dalla scena politica, ottenuta da una magistratura trasformatasi in braccio armato dell’antiberlusconismo. Ma, quand’anche questo obiettivo fosse raggiunto, quale utilità ne verrebbe al Paese? Nessuna, se non quella, al fondo eversiva e rivoluzionaria, di ottenere un cambio di governo e di classe dirigente al di fuori dei meccanismi tipici di una democrazia liberale e rappresentativa, fondata cioè, per usare la classica espressione di Joseph A. Schumpeter, sulla «libera concorrenza per un voto libero».

E quindi contro il sacrosanto e basilare principio, democratico e liberale, per il quale Berlusconi, in quanto capo del governo, dovrebbe essere giudicato per quello che effettivamente abbia fatto o non abbia fatto per il Paese. Una situazione, ribadiamolo ancora una volta, assurda e anomala. Che può e deve essere corretta solo attraverso una riforma organica della giustizia che riequilibri i poteri dello Stato. Francesco Perfetti, 12 aprile 2011

FINI HA UN PROBLEMA: LA SUA CREDIBILITA’

Pubblicato il 11 aprile, 2011 in Politica | No Comments »

Ieri mattina, a Bari, l’on. Fini ha dato fondo alla sua cattiveria e alla sua irosità, sino a dare del “gregge belante” ai deputati e senatori già futuristi che tra dicembre e l’altro ieri hanno dato l’addio a Fini e alle sue tesi che nulla avevano ed hanno di politica e molto di iraconda rissosità nei confronti di Berlusconi. E menrre il suo progetto politico va in fumo e il suo esercito si dissolve come neve al sole, Fini non perde il suo ascetico collocarsi in cima alla sua presunzione, pretendendo di poter sostituire alla vacuità della sua politica una sua personale credibilità. Ma è proprio questa che gli difetta di più, la credibilità, avendo mostrato in questi mesi, ancor più che nel passato,  quanto inconsistente sia la sua parola e quanto poco valgono i suoi impegni.  E così, come sostiene Franmcesco Damato sul Tempo di oggi, il verio problema di Fini è la sua credibilità. Appunto. g.

Gianfranco Fini Il pozzo di Gianfranco Fini è senza fondo. Pur volendo continuare a essere il presidente della Camera, anche dopo avere rinunciato volontariamente alla imparzialità richiestagli dalla carica, egli ha dato ieri del “gregge belante” alla maggioranza dell’assemblea di Montecitorio.  Che oltre a sorreggere un governo a lui non gradito, e sopravvissuto il 14 dicembre scorso a una mozione di sfiducia paradossalmente predisposta anche nel suo ufficio, ha la grave, imperdonabile colpa di attrarre uno alla volta, e anche di più, i deputati di Futuro e Libertà: il suo sempre più gracile e claudicante movimento. Al presidente della Camera non viene mai il dubbio di avere deluso e allarmato gli amici che lo avevano seguito nella scorsa estate sulla strada della rottura con il Cavaliere. Egli aveva detto loro, facendoli aderire ai suoi nuovi gruppi della Camera e del Senato, che l’obbiettivo era di formare la cosiddetta terza gamba della maggioranza di centro destra, accanto alle due costituite dal Pdl e dalla Lega. Alla faccia della terza gamba della coalizione uscita dalle urne del 2008. Tra un comizio e l’altro, e richieste perentorie di crisi di governo giustamente contrastate in prima persona dal presidente della Repubblica, preoccupato nello scorso autunno che il Paese rimanesse contemporaneamente senza una maggioranza e senza uno straccio di bilancio dello Stato, Fini ha costruito la quinta gamba dell’opposizione nel suo complesso. Quinta, in aggiunta al Pd di Pier Luigi Bersani, all’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, all’Udc di Pier Ferdinando Casini e all’Api di Francesco Rutelli, per non parlare delle altre frattaglie antiberlusconiane. O la terza gamba, sempre all’opposizione, del cosiddetto terzo polo guidato da Casini, in aggiunta alle già citate Udc dello stesso Casini e all’Api rutelliana. Tutto questo vale rimanendo negli attuali confini parlamentari, perché le gambe delle opposizioni diventerebbero ancora di più in uno scenario elettorale, al quale si sono già rumorosamente iscritti Nichi Vendola e altre schegge dell’estremismo di sinistra, per non parlare del comico Beppe Grillo, ed è “tentato” di iscriversi, con il rombo del suo motore, il ferrarista Luca Cordero di Montezemolo. Il meno che potesse capitare in un quadro del genere, così diverso da quello indicato alla nascita dei gruppi parlamentari di Futuro e Libertà, era il disorientamento nelle fila finiane. Che con poca eleganza e molto cinismo politico, e nessun rispetto per gli uomini che hanno onorato la sua amicizia rinunciando a incarichi di governo, il presidente della Camera in un comiziaccio pronunciato ieri a Bari ha liquidato come paura di non essere rieletti al Parlamento o, peggio ancora, come pecorume. Altro termine non riesco a trovare per tradurre in una sola parola quel già ricordato “gregge belante” al quale egli ha iscritto d’ufficio i suoi vecchi amici per essere “tornati” nel Pdl, o perché partecipi della terza vera gamba della maggioranza costituitasi con il gruppo chiamato dei “responsabili”. Che Fini, dopo averli declassati nelle scorse settimane a “disponibili” dettando il linguaggio e la linea alle altre opposizioni, è tornato ieri a dileggiare come aspiranti a un “governo Berlusconi-Scilipoti”, il deputato ex dipietrista peraltro oggetto anche di minacce insieme ad altri. È mancato solo un sollecito esplicito alla Procura della Repubblica di Roma, attivata a suo tempo dal solito Di Pietro con una denuncia, per concretizzare con qualche avviso di garanzia o altra iniziativa le indagini annunciate su un presunto commercio di voti in Parlamento. Eppure il presidente della Camera è chiamato più di tutti a conoscere, rispettare e fare rispettare l’articolo 67 della Costituzione, secondo il quale “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. È bizzarro che proprio lui lo dimentichi, anzi lo irrida. Diciamo pure che è scandaloso, tanto che mi chiedo, o torno a chiedermi, che cos’altro ancora debba sentir dire il povero Napolitano per intervenire e consigliare a Fini le dimissioni allo scopo di non avvelenare ulteriormente i rapporti parlamentari. Che hanno già superato i livelli di guardia nell’aula di Montecitorio, dove non mi era mai accaduto, fra l’altro, di vedere un presidente d’assemblea aprire una votazione, addirittura su un banale processo verbale della seduta precedente, riconoscere a “tutti i presenti in aula” il diritto di votare e chiuderla prima che alcuni ministri, arrivati in tempo ai loro posti, riuscissero a infilare nell’apposita fessura il loro tesserino. Trovo singolare, per non dire di peggio, anche che il presidente Fini lasci le opposizioni attaccare e deridere in aula, senza richiamarle all’ordine, i ministri che partecipano da deputati alle votazioni, come se essi non ne avessero il diritto materiale e morale. È accaduto nei giorni scorsi e tornerà ad accadere nei prossimi sulla legge del cosiddetto processo o prescrizione breve. Ma ai tempi dell’ultimo governo di Romano Prodi, fra il 2006 e il 2008, lor signori oggi all’opposizione si compiacevano di affollare in ogni votazione i banchi del governo al Senato, essendo i margini della maggioranza ancora più risicati di quelli di cui dispone oggi Berlusconi alla Camera. E, poiché i ministri non bastavano, venivano mobilitati anche i più vecchi senatori a vita, compreso quell’Oscar Luigi Scalfaro che, forse esausto per quelle fatiche, ora diserta abitualmente le votazioni. Neppure la delicatezza della situazione internazionale e comunitaria è purtroppo riuscita ieri a trattenere le esondazioni di Fini, peraltro già ministro degli Esteri. Mentre il governo è impegnato a far valere le buone ragioni dell’Italia con gli altri paesi dell’Unione Europea nella gestione dell’ondata straordinaria di immigrazione proveniente dall’Africa, egli ha avuto il pessimo gusto di contestane la “credibilità“. Pensi piuttosto Fini alla sua, di credibilità, per tutte le ragioni politiche e istituzionali che ho esposte prima. Francesco Damato, Il Tempo, 11 aprile 2011

BERLUSCONI IN TRIBUNALE, MA NELL’AULA NON C’E’ SCRITTO:”LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI”

Pubblicato il 11 aprile, 2011 in Giustizia, Politica | No Comments »

L’aula della Prima corte d’assise di Milano, dove si celebra per ragioni di spazio il processo a Silvio Berlusconi per la faccenda dei «diritti tv», è l’unica – tra le decine di aule del tribunale di Milano – dove non compare la scritta che «la legge è uguale per tutti». Un caso, una curiosità. Ma chissà se per il Cavaliere può essere considerata beneaugurante. Si tratta, d’altronde, della stessa aula dove Berlusconi comparve per l’ultima volta otto anni fa, al processo per la vicenda Sme. E infatti il presidente del Consiglio stamattina sembra muovervisi con dimestichezza: fin dal momento in cui entra da una porta laterale, compie un meticoloso giro di strette di mano all’affollata platea di avvocati, raddrizza il nodo della cravatta al figlio spilungone dell’avvocato Daria Pesce. E poi punta deciso il recinto dei cronisti. Le telecamere non sono ammesse in aula, ma nell’epoca dei telefonini e dei file Mp4, a raccogliere le esternazioni del capo del governo non sono solo taccuini, ma anche microcamere pronte a riversare su Internet le sue parole. Berlusconi lo sa e si concede a lungo, mentre in camera di consiglio il tribunale aspetta che tutto finisca per potersi presentare anch’esso in aula. Il Cavaliere accetta le domande, anche quelle – a dire il vero del tutto garbate – dei giornalisti «nemici». Ma a tenere il timone della conferenza stampa è lui. Ed è lui a mettere in chiaro i punti che nei giorni scorsi ha indicato come cruciali: la inconsistenza delle accuse che gli vengono mosse in questo e negli altri processi, e la battaglia «di civiltà» contro uno strumento investigativo, le intercettazioni telefoniche, che Berlusconi considera barbaro e inaffidabile. «Le voci si possono imitare, e con il computer è possibile fare di tutto». Il riferimento, ovviamente, è al processo per la vicenda Ruby, quello che riprenderà il 31 maggio, e che ha proprio nelle intercettazioni telefoniche il suo punto di forza. «Sta dicendo che le intercettazioni di quell’indagine sono state truccate?», gli chiedono. E Berlusconi: «Niente affatto, sto facendo un ragionamento generale». Però poi va avanti, e c’è un dettaglio che fa capire chiaramente che proprio ad alcune intercettazioni del «Rubygate» si sta riferendo.

Dice stamattina in aula Berlusconi: «Magari uno dice che bisogna ricostruire i fatti, e nei brogliacci invece trascrivono che vuoi costruire i fatti», nel senso di inventarli a tavolino. E c’è, come si vede, una bella differenza. In questo caso, il premier ha in mente un riferimento preciso: è la telefonata tra una delle sue segretarie e Barbara Faggioli, testimone del caso «Rubygate», intercettata dalla polizia e finita il 6 marzo sul «Corriere». «Noi la volevamo convocare perché è veramente indispensabile la sua presenza per cercare di costruire e verbalizzare le normalità delle serate del presidente», si legge nel testo trascritto dalla polizia. Ma secondo la difesa del premier nel nastro originale si sente chiaramente l’impiegata dire alla Faggioli «ricostruire», e non «costruire». Vedete, intende dire Berlusconi, come si fa in fretta a ribaltare il senso di una frase? L’offensiva del premier contro la «primavera dei processi» ha avuto questa mattina solo il suo capitolo iniziale. Oggi pomeriggio in aula resteranno a battagliare solo i suoi legali, impegnati in un braccio di ferro con la corte e con la Procura che vorrebbero scorciare la lista dei testimoni a difesa. Berlusconi (che già stamattina ha dato a chi gli stava vicino la sensazione di annoiarsi profondamente di fronte alla prolissità del rito) non ci sarà, perché le technicalities le lascia allo staff difensivo. Ma quando ci sarà da affrontare i passaggi cruciali, c’è da scommettere che tornerà a materializzarsi in aula. La strada la sa.

IL PARTITO DI FINI TRA BLUFF E MENZOGNE: IL CRAC IN TUTTA ITALIA

Pubblicato il 10 aprile, 2011 in Politica | No Comments »

Roma - Il Fli ha fatto flop. Eppure c’è una data malaugurante che avrebbe dovuto mettere tutti sul chi va là: Fini ha aderito ufficialmente al gruppo parlamentare di Futuro e libertà per l’Italia l’8 settembre 2010. Infatti poi fu disfatta. Ma in principio fu grande illusione, grande inganno recitato nel catino di Mirabello. Fu il primo spumeggiante comizio dopo il clamoroso strappo del «Che fai, mi cacci?», urlato in faccia al premier in aprile. Fu bagno di folla fiero e superbo ma anche un po’ falso. Non era vero che Fini aveva creato il Fli perché cacciato dal Pdl: lo aveva freddamente progettato da prima. Non era vero che i futuristi parlavano a una voce sola: falchi e colombe volavano già in direzioni opposte.
I guai del Pdl e la prospettiva di fare la terza gamba della maggioranza attraevano peones e non. A ogni ingresso, però, un mugugno; a ogni defezione, naturalmente, un brontolio: tanto per far capire che i futuristi erano e sono poco più che un’armata Brancaleone. Entrò Catone e Granata storse il naso, uscì la Sbai e i falchi la azzannarono. Entrarono il piemontese Rosso e l’abruzzese Toto e al piemontese Menardi e all’abruzzese Catone venne il mal di pancia. Poi ci furono riunioni fiume sul «che fare?» nelle sale della fondazione ursiana di Farefuturo. Volavano gli stracci occultati dal «Fini farà la sintesi». Anche in questo caso un grande bluff. In realtà Gianfranco non faceva la sintesi tra falchi e colombe perché il più falco di tutti è sempre stato lui. E il suo antiberlusconismo feroce e personale sgorgò in quel di Bastia Umbra, 7 novembre 2010.
Quello fu il giorno della grande fuga in avanti, dell’ultimatum a Silvio: «Dimettiti o saranno guai»; del preludio al cecchinaggio all’esecutivo; delle sirene del terzo polo. Uscì anche Angeli e tra i futuristi fu tutta un’alzata di spalle: tanto non conta nulla. Ma il vero crac arrivò il 14 dicembre, col calcolo errato sulla mozione di sfiducia che avrebbe dovuto spazzare via Berlusconi e il berlusconismo. Da tempo molti finiani avevano messo in guardia Gianfranco: non ti seguiamo nell’omicidio a freddo del Cavaliere. Ma lui tirò dritto e perse. Perse la partita e perse Moffa, Polidori, Siliquini, Catone. Ogni addio fu un’emorragia anche a livello territoriale. Moffa ha svuotato il Lazio, la Siliquini il Piemonte, Catone l’Abruzzo, Polidori l’Umbria. Fini e i fedelissimi giurarono che basta, quello che dovevano perdere lo avevano perso. Il riscatto sarebbe arrivato a Milano, in febbraio, col congresso fondativo. Invece fu disastro. Il motivo fu un altro imbroglio, smascherato nelle ore successive all’assise meneghina. Lì tutti a ripetere: siamo la destra, la vera destra, la nuova destra. Non siamo anti ma post berlusconiani. Non andremo mai con la sinistra. Siamo moderati. Non ci credette nessuno. Il partito venne consegnato a Bocchino e scoppiò l’insurrezione dei moderati. Oltre al commiato degli intellettuali di riferimento Campi e Ventura, arrivarono altri addii: sbatterono la porta Rosso, Barbareschi, Belotti. E con loro altre defezioni in periferia specie in Veneto e in Piemonte. Poi fu lo choc del gruppo al Senato, sciolto come neve al sole, con gli abbandoni di Menardi, Saia, Viespoli, Pontone. Tutti a puntare il dito contro il capo e il suo facente funzioni Bocchino. Ultimo sbrego con l’eurodeputato nonché coordinatore regionale della Campania, Enzo Rivellini. Un duello nell’unica Regione dove il Fli era riuscito a strutturarsi come si deve. Risultato: bye bye anche di Rivellini che s’è portato via quasi tutto l’organigramma regionale con i coordinatori cittadini di Napoli, Caserta, Avellino, Salerno. Ma non è finita qua. Nelle ultime ore si sono dimessi dagli incarichi di partito l’europarlamentare Potito Salatto (coordinatore provinciale di Rieti) e il senatore Candido De Angelis (coordinatore della Provincia di Roma). Tutti al grido di «No agli inciuci con la sinistra». Bocchino aveva provato a rassicurare i compagni: «Il Fli non sarà mai alleato con la sinistra». Ma le menzogne hanno le gambe corte e lo ricorda Francesco Storace: «A Olbia, in Sardegna, il Fli s’è unito non solo al Pd ma anche ai vendoliani di Sel e all’Idv di Di Pietro». Con buona pace di Urso, Ronchi e gli altri moderati che stanno ancora a cuccia nel Fli. Fino a quando?
……………..E oggi la Gazzetta del  Mezzogiorno dà notizia che il FLI sosterrà alle elezioni comunali di Noicattaro, provincia di Bari, il candidato di SEL, il partito di Vendola, Sozio,  che non è uno qualsiasi, è il capogruppo di SEL alla provincia di Bari. Complimenti ai finiani, di Noicattaro e di ogni dove: hanno lasciato il centro destra per aruolarsi sotto le bandiere del veterocomunismo vendoliano. Ma andando dietro ad un veterotraditore come Fini può loro capitare anche di peggio. g.