COSA CI SARA’ NELL’ERA DEL DOPO BERLUSCONI
Pubblicato il 14 aprile, 2011 in Politica | No Comments »
Cosa c’era nell’era a.B. quella avanti Berlusconi? Risposta automatica: la Prima Repubblica. In realtà c’era il caos generato dalla ditta di demolizioni della magistratura, il crollo del Muro di Berlino e la nascita di un altro ordine internazionale. Cosa ci sarà nell’era d.B. quella dopo Berlusconi? Osservando alcuni fenomeni del passato possiamo immaginare il futuro e spiegare perché è sbagliato – a sinistra ma soprattutto a destra – provare a «ingegnerizzare» la successione a Silvio.
Berlusconi non è figlio della tradizione dei partiti italiani. La sua stagione nasce dalla ricetta del «meno Stato più mercato». In diciassette anni l’essenza del berlusconismo è ancora il mix di ingredienti all’origine di Forza Italia e del suo fondatore. Un soggetto a-politico, im-politico, fuori dal giro istituzionale, outsider dell’establishment finanziario e culturale del Paese. Berlusconi è la «rupture» del sistema dei partiti generato dal dopoguerra che aveva costruito la democrazia italiana. In questi giorni si ipotizzano due scenari di successione: il primo è un regime change pilotato, guidato e “battezzato” dallo stesso Cav; il secondo è un putsch interno che ha raggiunto la sua massima espressione nel malpancismo di corrente.
Nessuna delle due ipotesi sta in piedi. Lo stesso Berlusconi dimentica che l’uomo venuto da Arcore entra in scena in una forma inedita, non mediata dai partiti, attraverso un’investitura popolare che deriva da un rapporto diretto con l’elettorato e la miriade di pixel che si fa audience, pubblico televisivo, costume nazionale. La prima rivoluzione berlusconiana (la più grande e permanente) si compie nella proiezione dell’immagine passiva (tv ieri, videomessaggio oggi) e cambia i codici della comunicazione politica. Lo scenario del d.B., il dopo Berlusconi, sarà un altro giorno: visione, ascolto e narrazione della politica saranno un fenomeno attivo (teoria e pratica del social network). La successione a Berlusconi e la creazione del post-cavalierato saranno partecipazione e rivoluzione tecnologica, il «social sharing» di un altro immaginario collettivo.
Cari congiurati e aspiranti alla successione, rassegnatevi: il Cavaliere è stato solo il primo di una serie di leader figli di una rivoluzione dal basso. Avanti i nuovi, non i prossimi. Mario Sechi, Il Tempo, 14 aprile 2011
………….Tutti i giornali stamani riportano e commentano alcune dichiarazioni che sarebbero state rese da Berlusconi in un incontro con la stampa estera a proposito del dopo, tra l’altro una investitura di Alfano alla guida del govenro e una investitura di Gianni Letta al Qurinale. Dichiarazioni che il portavoce di Berlusconi, Boaniuti, ha ridotto a ipotesi. Perciò ci sembrano opportune le riflessioni che sul dopo Berlusconi espone questa mattina sul Tempo il suo direttore, Mario Sechi. Riflessioni come sempre lucide accompagnate ad analisi altrettanto fondate che condividiamo. D’altra parte, e lo sottolineamo, in politica nulla è più labile (e provvisorio) della programmazione, perchè, come ricorda un vecchio adagio, c’è chi fa le pentole ma c’è sempre qualcun’altro che fa i coperchi. g.


Poverini. Almeno a sentire i vertici del tribunale di Milano, i magistrati che vi lavorano sono “infastiditi” per il chiasso, diciamo così, dei processi a Silvio Berlusconi. I cui elettori, rintuzzati da dimostranti di opposto orientamento, si radunano davanti al Palazzo di Giustizia ogni volta che c’è udienza a suo carico per incoraggiarlo. E per raccoglierne i ringraziamenti e gli sfoghi sulla situazione “irreale” in cui egli si trova, costretto a dividersi in momenti difficili come questi fra gli impegni di capo di governo e di plurimputato. Anche per ovviare a simili inconvenienti il Parlamento ha più volte tentato non di cancellare, come sostengono le opposizioni, ma di sospendere i processi al presidente del Consiglio, e ad altre autorità istituzionali, durante l’esercizio del loro mandato, bloccandone contemporaneamente i termini di prescrizione. Lo ha fatto, in particolare, con diversi “lodi” e infine con la legge sul cosiddetto legittimo impedimento. Ma i magistrati di Milano, sempre loro, si sono costantemente opposti ricorrendo con successo alla Corte Costituzionale, le cui decisioni hanno consentito la ripresa dei processi, tutti insieme. L’elenco si è anzi allungato con il procedimento, ancora più clamoroso degli altri, che porta il nome di Ruby. E che ha ottenuto addirittura la corsia preferenziale del rito immediato per la presunta, assai presunta, completezza di prove addotta dagli inquirenti. Visti i loro insistenti e riusciti ricorsi alla Corte Costituzionale, il meno che si possa dire del “fastidio” ora lamentato dai magistrati milanesi è che se la sono cercata, sottovalutando peraltro le doti comunicative del loro imputato eccellente. Ma non minori sono naturalmente le responsabilità dei giudici costituzionali, che con le loro decisioni hanno disatteso anche il presidente della Repubblica. Il quale ci aveva messo la faccia nella promulgazione di leggi studiate apposta per risparmiare al Paese gli imbarazzanti spettacoli di questi giorni.


Tutte le oche starnazzanti del giustizialismo nostrano avranno un buon motivo per agitarsi incomposte, fare chiasso e suscitare polveroni di indignazione di fronte alle ferme e impolitiche dichiarazioni di Silvio Berlusconi all’uscita dal tribunale di Milano dopo l’udienza del processo Mediaset. Il premier, infatti, ha detto, senza mezze parole, di avere trascorso una «mattinata surreale ai limiti dell’inverosimile» ed ha aggiunto che il suo interrogatorio è stato «una perdita di tempo paradossale con un dispendio di risorse che grida vendetta». Il linguaggio è duro, ma l’analisi è esatta.
Il pozzo di Gianfranco Fini è senza fondo. Pur volendo continuare a essere il presidente della Camera, anche dopo avere rinunciato volontariamente alla imparzialità richiestagli dalla carica, egli ha dato ieri del “gregge belante” alla maggioranza dell’assemblea di Montecitorio. Che oltre a sorreggere un governo a lui non gradito, e sopravvissuto il 14 dicembre scorso a una mozione di sfiducia paradossalmente predisposta anche nel suo ufficio, ha la grave, imperdonabile colpa di attrarre uno alla volta, e anche di più, i deputati di Futuro e Libertà: il suo sempre più gracile e claudicante movimento. Al presidente della Camera non viene mai il dubbio di avere deluso e allarmato gli amici che lo avevano seguito nella scorsa estate sulla strada della rottura con il Cavaliere. Egli aveva detto loro, facendoli aderire ai suoi nuovi gruppi della Camera e del Senato, che l’obbiettivo era di formare la cosiddetta terza gamba della maggioranza di centro destra, accanto alle due costituite dal Pdl e dalla Lega. Alla faccia della terza gamba della coalizione uscita dalle urne del 2008. Tra un comizio e l’altro, e richieste perentorie di crisi di governo giustamente contrastate in prima persona dal presidente della Repubblica, preoccupato nello scorso autunno che il Paese rimanesse contemporaneamente senza una maggioranza e senza uno straccio di bilancio dello Stato, Fini ha costruito la quinta gamba dell’opposizione nel suo complesso. Quinta, in aggiunta al Pd di Pier Luigi Bersani, all’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, all’Udc di Pier Ferdinando Casini e all’Api di Francesco Rutelli, per non parlare delle altre frattaglie antiberlusconiane. O la terza gamba, sempre all’opposizione, del cosiddetto terzo polo guidato da Casini, in aggiunta alle già citate Udc dello stesso Casini e all’Api rutelliana. Tutto questo vale rimanendo negli attuali confini parlamentari, perché le gambe delle opposizioni diventerebbero ancora di più in uno scenario elettorale, al quale si sono già rumorosamente iscritti Nichi Vendola e altre schegge dell’estremismo di sinistra, per non parlare del comico Beppe Grillo, ed è “tentato” di iscriversi, con il rombo del suo motore, il ferrarista Luca Cordero di Montezemolo. Il meno che potesse capitare in un quadro del genere, così diverso da quello indicato alla nascita dei gruppi parlamentari di Futuro e Libertà, era il disorientamento nelle fila finiane. Che con poca eleganza e molto cinismo politico, e nessun rispetto per gli uomini che hanno onorato la sua amicizia rinunciando a incarichi di governo, il presidente della Camera in un comiziaccio pronunciato ieri a Bari ha liquidato come paura di non essere rieletti al Parlamento o, peggio ancora, come pecorume. Altro termine non riesco a trovare per tradurre in una sola parola quel già ricordato “gregge belante” al quale egli ha iscritto d’ufficio i suoi vecchi amici per essere “tornati” nel Pdl, o perché partecipi della terza vera gamba della maggioranza costituitasi con il gruppo chiamato dei “responsabili”. Che Fini, dopo averli declassati nelle scorse settimane a “disponibili” dettando il linguaggio e la linea alle altre opposizioni, è tornato ieri a dileggiare come aspiranti a un “governo Berlusconi-Scilipoti”, il deputato ex dipietrista peraltro oggetto anche di minacce insieme ad altri. È mancato solo un sollecito esplicito alla Procura della Repubblica di Roma, attivata a suo tempo dal solito Di Pietro con una denuncia, per concretizzare con qualche avviso di garanzia o altra iniziativa le indagini annunciate su un presunto commercio di voti in Parlamento. Eppure il presidente della Camera è chiamato più di tutti a conoscere, rispettare e fare rispettare l’articolo 67 della Costituzione, secondo il quale “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. È bizzarro che proprio lui lo dimentichi, anzi lo irrida. Diciamo pure che è scandaloso, tanto che mi chiedo, o torno a chiedermi, che cos’altro ancora debba sentir dire il povero Napolitano per intervenire e consigliare a Fini le dimissioni allo scopo di non avvelenare ulteriormente i rapporti parlamentari. Che hanno già superato i livelli di guardia nell’aula di Montecitorio, dove non mi era mai accaduto, fra l’altro, di vedere un presidente d’assemblea aprire una votazione, addirittura su un banale processo verbale della seduta precedente, riconoscere a “tutti i presenti in aula” il diritto di votare e chiuderla prima che alcuni ministri, arrivati in tempo ai loro posti, riuscissero a infilare nell’apposita fessura il loro tesserino. Trovo singolare, per non dire di peggio, anche che il presidente Fini lasci le opposizioni attaccare e deridere in aula, senza richiamarle all’ordine, i ministri che partecipano da deputati alle votazioni, come se essi non ne avessero il diritto materiale e morale. È accaduto nei giorni scorsi e tornerà ad accadere nei prossimi sulla legge del cosiddetto processo o prescrizione breve. Ma ai tempi dell’ultimo governo di Romano Prodi, fra il 2006 e il 2008, lor signori oggi all’opposizione si compiacevano di affollare in ogni votazione i banchi del governo al Senato, essendo i margini della maggioranza ancora più risicati di quelli di cui dispone oggi Berlusconi alla Camera. E, poiché i ministri non bastavano, venivano mobilitati anche i più vecchi senatori a vita, compreso quell’Oscar Luigi Scalfaro che, forse esausto per quelle fatiche, ora diserta abitualmente le votazioni. Neppure la delicatezza della situazione internazionale e comunitaria è purtroppo riuscita ieri a trattenere le esondazioni di Fini, peraltro già ministro degli Esteri. Mentre il governo è impegnato a far valere le buone ragioni dell’Italia con gli altri paesi dell’Unione Europea nella gestione dell’ondata straordinaria di immigrazione proveniente dall’Africa, egli ha avuto il pessimo gusto di contestane la “credibilità“. Pensi piuttosto Fini alla sua, di credibilità, per tutte le ragioni politiche e istituzionali che ho esposte prima. Francesco Damato, Il Tempo, 11 aprile 2011

