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IN DIFESA DI LARUSSA, E DEL SACROSANTO DIRITTO DI ARRABBIARSI

Pubblicato il 2 aprile, 2011 in Politica | No Comments »

Dopotutto, se l’aula sorda e grigia di Montecitorio si è tramutata in un bivacco di manipoli, la colpa non è mica sua. Di Ignazio La Russa, intendiamo. Negli ultimi due giorni sul ministro della Difesa è piovuto di tutto. Monetine, insulti, attacchi da parte degli avversari politici ma anche dai colleghi di partito: un diluvio trasversale. C’è stato pure uno, Claudio Scajola, capace di salire sul pulpito e commentare: «Io sono nato democristiano, non voglio morire fascista», alludendo al temperamento focoso di cui l’ ex An ha dato prova mandando a quel paese  Fini.

Vero, intorno alle 18.30 di mercoledì tutto il corpo del ministro, nel pieno dell’ira,  sembrava un dipinto di Balla: “Il dinamismo del «ma vaffanculo» in aula”. Sventolava l’indice, mulinava gli arti, applaudiva con sarcasmo. Fino al vaffa, che il Tg La7 di Enrico Mentana ha sillabato alla moviola. L’ha lanciato per stizza, non per sfida,  con un moto rapido e indispettito del braccio. È finita che amici (irritati) e nemici (gaudenti) l’hanno dipinto come la solita camicia nera, uno abituato all’intemperanza verbale oltre che alla sopraffazione fisica.
Nelle sue vene scorrerebbe  quello che Umberto Eco battezzò Ur-fascismo, il «fascismo eterno», figlio della violenza primigenia ai danni dei deboli. Roba da maschi in esplosione ormonale con la propensione al manganello. I giornali di ogni colore non  hanno risparmiato argomentazioni a sostegno di questa teoria, elencando le altre situazioni in cui la barba di Ignazio si è appuntita oltremodo, a mimare quella di Belzebù. Oltre allo sfanculamento di Fini, c’è il caso dei pestoni a Corrado Formigli  di Annozero. L’Inviato Ferale di Santoro, durante la manifestazione milanese  contro i moralisti, si avvicinò al ministro quel tanto che bastava per farsi rifilare un paio di calcioni di equina memoria. Aggiungiamo: c’è pure la vicenda di Carlomagno, finto giornalista e contestatore di professione che un giorno, durante una conferenza stampa, dimenticò le rotelle a casa e iniziò a straparlare. La Russa lo sollevò per il bavero e lo spedì da dove era venuto: i giornali gridarono alla rissa, alla mezza aggressione.
Davvero il ministro pensa che Pdl significhi «Popolo delle legnate»? Il milite Ignazio è ancora quello degli anni delle spranghe? Mavalà. Qualcosa del camerata che fu probabilmente gli è restato dentro, ma non è nulla di negativo. È una passione viscerale, un misto di polvere pirica e sangue bollente che  gli permette di essere simpatico – come nell’imitazione di Fiorello dove le sue parenti si chiamano Spingarda o Alabarda – e assieme infiammabile. Nella politica stantìa e tragattina di questi tempi, dove tutto è (falsa) moderazione e subdola trattiva, l’incazzatura è liberatoria. E non del tutto ingiustificata. O vale solo per Beppe Grillo?   La Russa esce dal parlamento e lo accoglie la bolgia, gli lanciano  euro contundenti: avrà pure diritto di arrabbiarsi. Poi rientra   e il Pd lo accusa di provocare, gli grida: «Merda, fascista». Lui si scompone -  troppo, d’accordo – ma è l’aggredito, non l’aggressore.  Fini (che poi gli darà anche del “cocainomane”)   lo invita a tacere. Allora  esplode il «vaffanculo». Ma non è insulto fine a se stesso, è partecipazione sui generis. Gianfranco non si offenda: la parolaccia viene da La Russa con amore, in fondo. Quanto a Formigli,  Ignazio ha  esagerato, ma il giornalista era inviato a provocare. Le pedate non si danno, lo si impara all’asilo, tuttavia scommettiamo che il cronista si è fregato le mani per la scenetta: tutto audience che cola.
Insomma, evviva  il contegno istituzionale, non sia mai che il ministro diventi un gerarca col vezzo d’esaltare lo schiaffo e il pugno. Ma, permettete, quando a Ignazio La Russa di professione ministro è uscito dalla bocca quell’esecrabile invito, per un attimo ci è sembrato di udire – nell’aula sorda e grigia -  qualcosa di destra. Francesco Borgonovo, Libero, 2 aprile 2011

…………….Finalmente, agigungeremmo, qualcosa di destra e ….di vivo. g.

BERLUSCONI BATTE SARKOZY

Pubblicato il 2 aprile, 2011 in Politica, Politica estera | No Comments »

L’Europa boccia la Francia

Il Premier Berlusconi accoglie a Villa Madama il primo ministro Nicolas Sarkozy E alla fine toccò pure all’Unione europea. Uno schiaffo alla Francia e un aperto sostegno all’Italia. La commissaria Ue agli affari interni Cecilia Malmstrom ha infatti ammonito la Francia sui respingimenti alle sue frontiere, non può farlo perché i confini nello spazio di libera circolazione di Schenghen non esistono più. Dunque, è un aiuto non da poco nella guerra militare, diplomatica, e adesso anche sul fronte dell’immigrazione che si è aperta tra Italia e Francia visto che da settimane i francesi hanno bloccato la frontiera di Ventimiglia e rimandano sulla Penisola qualunque immigrato nord africano prova a varcare la soglia tra i due Paesi.

Il Cavaliere fa di più, si spinge oltre. Chiama il presidente della commissione Europea, Josè Manuel Durao Barroso. Nella nota che viene diffusa da palazzo Chigi si fa sapere anche che «i due presidenti hanno concordato sul fatto che l’emergenza in corso è un problema che riguarda tutta l’Europa e che, come tale, deve essere affrontato e risolto a livello europeo. In questo contesto, il presidente Barroso ha ribadito l’impegno della Commissione a una più fattiva solidarietà verso l’Italia». E il ministro dell’Interno Roberto Maroni fa sapere che si sta pensando alla possiibilità di «concedere un permesso di soggiorno temporaneo per i migranti che vogliono fare ricongiungimenti familiari. È un modo per fare capire all’Europa che, di fronte al diniego totale di collaborazione, abbiamo uno strumento legislativo per attuare principio di solidarietà. Chi vuole andare in Francia e Germania non possiamo trattenerlo in Italia». Berlusconi assesta così due colpi a monsieur Nicolas Sarkozy proprio nel momento di massima tensione tra i due Paesi.

D’altro canto il premier italiano aveva detto chiaro e tondo già in mattinata come stanno le cose. E aveva avvertito: sulle coste del nostro Paese è in arrivo «uno tsunami umano». Non solo, ma aveva chiesto chiaramente alla Tunisia un impegno per i rimpatri. L’Italia, da parte sua, è ancora disposta ad aiutare Tunisi anche sul piano finanziario, «a fronte dell’impegno a fermare l’uscita illegale di loro cittadini dal loro Paese» e aveva spiegato che l’Italia si è impegnata «in linee di credito ed equipaggiamenti a forze di polizia impegnate nel controllo per un valore vicino ai 100 milioni dalla metà del mese di aprile». Quindi aveva ammonito: «Anche l’Europa deve intervenire e dare il suo apporto noi continuiamo a esercitare pressioni sulla Commissione europea. Nell’ultima riunione abbiamo fatto introdurre l’impegno di un intervento diretto nei confronti dei Paesi che sarebbero stati toccati da questa immigrazione».

Toni forti nella conferenza stampa dopo la prima riunione della cabina di regia convocata con gli enti locali. Riunione che aveva immediatamente subito il primo blocco: le Regioni infatti dicevano un secco «no» alle tendopoli e chiedevano al governo di «gestire l’emergenza con senso delle istituzioni». Se ne riparlerà martedì mattina, Berlusconi volerà il giorno prima a Tunisi. In soccorso del governo arriva anche la Chiesa. Il vescovo Mariano Crociata, che è anche il segretario della Cei, spiega che per far fronte all’emergenza di questi giorni, «la Caritas ha individuato 2500 posti in 93 diocesi. Duecento dei quali in una struttura dell’arcidiocesi di Agrigento, che con l’isola di Lampedusa è la diocesi più impegnata». Avverte «come l’individualismo non ci fa andare avanti, è sbagliato anche tra di noi e non solo verso questi uomini che arrivano fuggendo al rischio di morire, persone in pericolo di vita già nei Paesi da dove partono e poi nel viaggio».

Poi, più in generale, monsignor Crociata insiste: «Non possiamo chiudere gli occhi di fronte al volto del prossimo disperato, non possiamo renderci sordi all’appello di chi vive nel bisogno estremo. Purtroppo ho osservato reazioni varie, persino contraddittorie, che dicono che la cultura dell’accoglienza ancora deve crescere».

Intanto, il Consiglio Episcopale fa suo l’auspicio del cardinale presidente Angelo Bagnasco che in Libia «si fermino le armi», anche perché – spiega Crociata – «sono i civili, deboli e inermi, i più esposti di fronte a un intervento armato prolungato». Da parte francese, un rigoroso (e forse imbarazzato) silenzio. Soprattutto per la reprimenda della commissione europea. Vale dunque quello che aveva rimarcato Parigi due giorni fa, ovvero facendo notare come a parere del governo transalpino «gli immigrati in situazione irregolare devono essere rimpatriati nei loro Paesi di origine a partire dal Paese nel quale sono entrati nello spazio Schengen. Noi applichiamo semplicemente il diritto, come definito negli accordi Schengen, la convenzione di Dublino, e l’accordo bilaterale di riammissione bilaterale di Chambery», firmato nel 1997 dai governi di Italia e Francia. La posizione ufficiale era stata messa a punto dal portavoce del ministero degli Esteri francese, Bernard Valero dopo le critiche di Frattini.

Ieri il nostro ministro degli Esteri, dopo la presa di posizione della Ue, si gloriava: «Abbiamo registrato con soddisfazione un passo dell’Ue, con il commissario Malmstrom che ha ricordato alla Francia quali siano gli obblighi di solidarietà europea. Ci auguriamo che la Francia cambierà atteggiamento». Fabrizio dell’Orefice, Il Tempo 2 aprile 2011

…………….Alla lunga ha avuto ragione Berlusconi nei confronti della Francia e a dirlo non è stata la stampa amica del Cavaliere ma L’Unione Europea che ha ammonito la Francia a stare nelle regole. Intanto, a proposito della difesa umanitaria, dalla Libia arriva una notizia che se non riguardasse la morte di 15 persone, farebbe ridere. I ribelli libici, per aiutare i quali (si fa per dire) Francia e Gran Bretagna hannmo armato i loro bombardieri per sganciare bombe e missili sulla Libia,  hanno denuciato ieri che gli aerei alleati hanno sparato bombe e missili sugli stessi ribelli provocando la morte di 15 personfra gli stessi ribelli. Insomma un caso di “fuoco amico” che però dimsotra che le bonbe quando vengono sganciate non si sa dove vanno a colpire. Alla faccia della difesa umanitaria dietro la quale Sarkozy e Cameron hanno nascosto le vere ragioni dell’inmtervento armato, cioè impossessarsi delle immense ricchezze della Libia, e poco importa che per farlo hanno arruolato gli ex sodali di Gheddafi, generali e ministri,  che, pare, siano stati purificati e resi compatibili con la democrazia. Intanto in Siria dopo le parole rassicurandi di Assad il giovane la polizia ha ripreso a sparare sui manfistanti inermi. Si attende trepidanti che Francia e Gran Bretagna impugnino le loro armi anche per assalire la Siria……g.

LA “MINACCIA” DI MONTEZEMOLO

Pubblicato il 1 aprile, 2011 in Politica | No Comments »

Luca Cordero di Montezemolo dopo tanto titubare ha lanciato la sfida. Si è detto pronto a “scendere in campo” perchè l’Italia, pare, ha bisogno di lui. Chi glielo abbia detto a Montezemolo non si sa, forse lo avrà sognato, ma all’assemblea odierna del sindacato dei poliziotti a cui ha partecipato,  Montezemolo non si è risparmiato nelle critiche distribuite equamente fra tutti ma avendo cura di colpire il bersaglio più grosso, cioè Berlusconi. Berlusconi, ha pontificato Montezemolo, forse ancora convinto di avere le spalle protette dall’Avvocato che però è morto da parecchio, non ha mantenuto le promesse perciò deve andarsene a casa. Ha dimenticato Montezemolo un piccolo particolare e cioè che in democrazia a decretare il ritorno in retrovia agli uomini politici non sono i diktat dell’ultimo arrivato ma la volontà degli elettori a cui spetta decidere attraverso quella cosa che si chiama scheda elettorale. Certo, Montezemolo non è abituato a questa piccolo ma significativo oltre che obbligatorio “passaggio” perchè lui non ne ha avuto mai bisogno avendo avuto cura e preoccupazione di farsi nominare ovunque sia andato  attraverso le alte protezioni di cui ha sempre goduto, ma se vuole occuparsi di politica deve abituarsi all’idea che non è come per gli affari, magari le società dei  treni ad alta velocità  di cui fa parte e che apre non navighino in acque  economicamente tranquille, in politica occorre raccogliere il consenso per poter competere. E, natrualmente, dovrà pure abituarsi all’idea che il consenso non lo forniscono solo gli altolocati amici con cui intrettiene buoni e goderecci rapporti, ma di solito lo forniscono gli elettori la cui grande maggioranza non ha nè i suoi gusti, nè le sue possibilità. Comunque è il caso che Montezemolo ci provi,  così una buona volta la si finirà e la finirà lui pure di usare la sua discesa in campo come una minaccia. In attesa di vederlo all’opera, per il momento registriamo che uno dei maggiori motori di ricerca internet   italiani da tempo effettua sondaggi settimanali per misurare sia pure senza pretesa scientifica gli umori elettorali degli italiani. Tra i nomi su cui Virgilio chiama a votrare c’è anche quello di Montezemolo insieme ad una quindicina di altri nomi, tra politici e no. Il nome di Montezemolo raccoglie settimanalmente tra l’1 e il 2%. Un pò poco rispetto a Berlusconi che negli stessi sondaggi raccoglie non meno del 40% delle preferenze. Ovviamente Montezemolo può sempre sperare nel sorpasso,  del resto è il presidente della Ferrari. Solo che in pista  non  guida lui, perchè altrimenti la Ferrari arriverebbe ultima. g.

BERLUSCONI, MITO DI POPOLARITA’ POLITICA

Pubblicato il 1 aprile, 2011 in Politica | No Comments »

Dai giornali di oggi, venerdì 1 aprile

Il Riformista (Peppino Caldarola) - … La piazza che contestò Craxi fu un episodio doloroso per i socialisti e una brutta pagina politica … Il dato politico di quelle giornate, davvero simboliche del crollo di una stagione politica e addirittura di un sistema politico, era il consenso popolare attorno alle manifestazioni più dure della contestazione … I cronisti più attenti hanno segnalato che nella manifestazione di due giorni fa, ripetuta in tono minore ieri mattina e che ha come antecedente i fischi a Silvio Berlusconi nelle giornate del centocinquantesimo, c’era sicuramente una partecipazione organizzata … Berlusconi oggi … riesce ancora a egemonizzare una gran parte delle elettorato di centrodestra che sicuramente scenderebbe in campo a suo favore se lo chiedesse.
Le differenze d’allora sono molte. C’è questo dato di persistente popolarità del presidente del Consiglio … ma soprattutto c’è intatto, … il mito della sua personalità politica … Commetterebbero un grave errore i suoi oppositori se pensassero che le manifestazioni di questi giorni stiano segnalando un arretramento della sua forza e soprattutto una diminuita combattività dei suoi sostenitori. Le ragioni per cui resiste il mito di Berlusconi appartengono anche alle colpe agli errori dei suoi oppositori, ma investono direttamente la natura del processo fondativo della destra italiana che il berlusconismo ha saputo interpretare …

Il Giornale (Mario Giordano) - E Giuliano Amato? Ha tagliato le pensioni di tutti gli italiani. Ma per lui s’è riservato una pensione d’oro. Alla fine di ogni mese, infatti, incassa la bella cifra di 31.411 euro. Proprio così: 31.411 euro, esattamente 1.047 euro per giorno che il buon Dio manda sulla Terra. Non male per l’uomo per primo ha impugnato le forbici per ridurre le aspirazioni nazionali di serena vecchiaia. Ricordate? Era il 1992. «Così non si può andare avanti, serve una riforma delle pensioni», tuonò l’allora presidente del Consiglio. E la riforma delle pensioni, in effetti, si fece. Amato mandò di traverso il caffellatte ai nonnetti di provincia, spaventò milioni di onesti padri di famiglia. E diede il via all’era della previdenza lacrime&sangue …

La Nazione (Franco Cangini) … Troppo alto il capitale di aspettative investito dall’opposizione sulla liquidazione di Berlusconi per via giudiziaria, con o senza accompagnamento di gazzarre di strada. Una liquidazione, quella di Berlusconi messa a rischio non sole dalle contromisure legislative disposte dalla vittima designata, comprensibilmente renitente al supremo sacrificio, ma anche dal dubbio di aver apparecchiato, con le pizzicate e le imminenti udienze del processo Ruby, il palcoscenico ideale per il talento da mattatore del presidente del Consiglio. Tutto considerato, l’uscita di sicurezza dell’appello agli elettori può apparire più promettente che minacciosa a ognuna delle parti in causa …

Il Foglio (Giuliano Ferrara) - … Napolitano rappresenta un esempio di autocontrollo e di rifiuto dell’estremismo verbale. La forza politica è per lui capacità di convincere, disponibilità costante a un confronto che esprime la sicurezza delle proprie opinioni e la solidità dei propri argomenti. È in base a questa premessa che va soppesata la seconda considerazione, dedicata all’opposizione, la cui debolezza non può essere surrogata al Quirinale. In una fase in cui l’opposizione cerca ogni giorno di mostrarsi fortissima e capace di dare spallate al governo, il giudizio di Napolitano appare spiazzante. In realtà è proprio la concentrazione degli sforzi in battaglie ostruzionistiche e in attacchi personali che rende debole l’iniziativa politica dell’opposizione, sempre misurata sul brevissimo periodo, senza peraltro risultati corrispondenti allo sforzo. L’insistente richiesta al Quirinale di bocciare preventivamente le iniziative del governo è una spia di tale difficoltà …

Il Tempo (Alessandro Bertasi) – Quasi tutti i deputati del centrodestra uscivano dall’aula per rilasciare dichiarazioni di fuoco contro la terza carica dello Stato. E tra tutti si distingue proprio l’ex finiano Massimo Corsaro che, apertis verbis, raccontava quello che tutta la maggioranza pensa ormai da molti mesi: «Oggi finisce la storiella di Fini super partes» …

Il Giornale (Alessandro Sallusti) – Oggi fare a pugni con Fini è come sparare sulla Croce Rossa. Il suo Fli nei sondaggi veri è ormai stabile da tempo sotto il tre per cento. Il Pdl ha vinto, il nemico interno è stato smascherato e ora è all’angolo, da Fare Futuro è diventato Senza Futuro. Non è più un problema, anzi, senza Fini in maggioranza le cose non potranno che andare meglio, a partire dalle riforme che l’ex leader di An sosteneva in pubblico e boicottava dietro le quinte …

Libero (Vittorio Feltri) – Abbiamo sempre saputo che le opposizioni sono pronte a tutto pur di sbarazzarsi di Silvio Berlusconi, anche ad allearsi col diavolo, con certi pm affetti da versamento di bile, con cani, porci e serpenti. Diciassette anni di berlusconismo e di feroce antiberlusconismo valgono più di cinque lauree e di dieci master (master veri) alla Bocconi per capire cosa accada nel Palazzo e perché … Il primo a caricare il fucile e ad aprire il fuoco amico (si fa per dire) è stato Gianfranco Fini. E lo ha fatto da cecchino improvvisato e maldestro sparacchiando, senza nemmeno curarsi di nascondersi dietro un comignolo, ogni qualvolta gliene venisse l’estro.

IL LANCIO DELLE MONETINE: LA CATTIVA ABITUDINE DEI COMUNISTI, DA SEMPRE

Pubblicato il 1 aprile, 2011 in Costume, Politica | No Comments »

Il lancio di monetine è la nuvola nera della politica italiana che annuncia i tempi dell’odio a conferma che la sinistra ricorre sempre all’arma totale dell’odio.

La tradizione inizia nel 1971, subito dopo l’elezione di Leone alla presidenza della Repubblica con il voto determinante dell’Msi almirantiano. A farne le spese fu Ugo La Malfa, bersagliato in Transatlantico con monete da cinquanta e cento lire dai parlamentari dell’allora Partito comunista italiano. La Malfa pagò così la sua libertà di scelta e di indipendenza dal richiamo all’antifascismo militante scandito dai banchi comunisti. Fu un atto che introdusse in Parlamento il segno di una guerra totale contro gli avversari, che diventavano nemici da colpire, da delegittimare e da confinare nel recinto degli indegni, dei corrotti e dei traditori. La Malfa era un uomo di sinistra, un liberaldemocratico, un antifascista vero. Pagava però la rottura con il Pci da lui sempre rispettato come forza di opposizione anche se non riformista.

Quello era il Partito comunista che incassava i soldi di Mosca, che si schierava con le campagne pacifiste dalla parte degli interessi geopolitici dell’Urss e che nelle piazze forniva una copertura istituzionale ai movimenti studenteschi e ai loro servizi d’ordine. La violenza doveva essere sempre fascista, anche quando il primo morto della guerra civile era un operaio genovese, Ugo Venturini, un militante missino, un operaio, ammazzato a Genova mentre ascoltava Giorgio Almirante. Quelle monetine segnalano la delegittimazione dell’avversario, la feroce campagna contro Leone, contro il «panfascismo» della Dc, contro il Msi che il magistrato Bianchi d’Espinosa voleva mettere fuori legge.

Furono gli anni di una guerra civile che costò all’Italia il terrorismo rosso, le stragi di cui non si saprà mai la vera responsabilità e la criminalizzazione degli avversarti politici. In quel clima si arrivò al sequestro e all’assassinio di Moro. Ma il Pci perse la partita. Bettino Craxi e i socialisti riformisti lo bloccarono, misero in crisi il compromesso storico, fecero emergere le contraddizioni tra una sinistra extraparlamentare che con l’autonomia operaia si liberava della tutela comunista e un Pci che doveva fare i conti con i demoni della guerra civile che aveva scatenato.

Vent’anni dopo con lo tsunami del giustizialismo attivato dalla Procura di Milano, il Pci regolò i conti con Craxi. Ci fu il lancio di monetine contro il leader socialista davanti al Raphael. E in quei giorni Occhetto assaporava il gusto di una vittoria politica che sembrava imminente. Il Paese reale si mobilitò e Berlusconi, come Craxi, nella primavera del ’94, sconfisse i postcomunisti. Da allora in Italia si è aperto il capitolo della Seconda Repubblica, di una guerra civile fredda che negli ultimi due anni ha raggiunto livelli di vera e propria, forse insanabile, frattura tra due Italie. Quella egemonizzata dai postcomunisti e dai giustizialisti e quella liberale e popolare che si oppone alla repubblica giudiziaria e all’ideologia giacobina del processo come strumento della lotta politica, risorsa delle minoranze faziose e violente.

Il lancio delle monetine contro La Russa e il Parlamenti segna una svolta, che purtroppo nel suo vero significato è sfuggita a molti. È un atto, quello di mercoledì 30 marzo, che annuncia un nuovo inizio dello scontro e costituisce la fase ultima della delegittimazione dell’avversario e del tentativo violento di imporre un cambiamento radicale della guida politica del Paese. Berlusconi è ritenuto dai postcomunisti definitivamente demonizzato e delegittimato. Contro di lui la campagna mediatica, movimentista, indignata, entra nella fase conclusiva. E già in Parlamento si assiste all’union sacrée dell’antiberlusconismo, che imbraccia ancora una volta l’arma della moralizzazione.

  • Leone fu costretto nel ’76 alle dimissioni da una campagna che accusava, lui innocente, di aver incassato le tangenti dello scandalo Lockheed.
  • Craxi, la destra Dc e i partiti laici furono spazzati via da accuse altrettanto infamanti.
  • Berlusconi dovrebbe abbandonare Palazzo Chigi inseguito da processi che ne sancirebbero l’indegnità morale e politica.

Il centrodestra non può certo resistere a questa offensiva in ordine sparso e senza aver chiaro che le prossime settimane saranno decisive. Le Amministrative di maggio si annunciano difficili da superare. Sarkozy in Francia viene travolto nelle Cantonali, così la Merkel in Germania, ma l’opposizione non li ritiene delegittimati e non chiede loro di abbandonare la politica.

In Italia un successo della sinistra provocherebbe una telluricità politica, sociale e civile durissima da affrontare e controllare. La mobilitazione che seguirà per il referendum sul nucleare sarà non molto diversa da quella che annunciò la vittoria dei divorzisti nel referendum del ’75.

Il divorzio allora e il no nucleare dopo Fukushima oggi sono delle ragioni condivise anche dall’elettorato moderato, che crederà di votare contro l’atomo come allora si illuse di votare a favore del divorzio. Ma quel voto sarà utilizzato per tentare la spallata finale contro il centrodestra. Meglio prevedere, meglio attrezzarsi, meglio individuare le linee di resistenza per reggere l’onda d’urto.

I tempi ormai sono stretti e non ammettono indulgenze, diserzioni e moderatismi ispirati dallo spirito di resa.

BOCCHINO: IL TEMERARIO ESTERNATORE

Pubblicato il 1 aprile, 2011 in Politica | No Comments »

Alla presentazione del suo primo e forse ultimo libro, il vicepresidente di Futuro e Libertà, Italo Bocchino, si è lasciato sfuggire un’esternazione temeraria: “Chi è rimasto con Berlusconi – ha detto – ha fatto una scelta perdente“. Al suo fianco c’era, non a caso, Walter Veltroni, uno che di scelte perdenti se ne intende davvero e ha annuito con grande sussiego a una sortita che, benevolmente, può essere derubricata a una battuta malriuscita.

Bocchino forse si è rifatto a quello che qualche decennio fa i britannici dicevano quando la Manica era in tempesta: “Il Continente è isolato”. Fa dunque solo sorridere sentire il vice-leader di un partitino che veleggia tra il 2 e il 3 per cento, e che avrà molti problemi a superare il quorum quando si voterà, giudicare perdente chi ha scelto di rimanere nel partito di maggioranza relativa. Ma Bocchino va preso per quello che è: un simpatico provocatore, nel senso non deteriore del termine.

Dopo l’ubriacatura mediatica che lo rese protagonista della politica italiana, tristemente finita col voto del 14 dicembre in cui l’assalto a Berlusconi naufragò in Parlamento, Bocchino si è ritagliato un ruolo più discreto: in Aula interviene di rado, lasciando il proscenio al capogruppo Della Vedova, ma quando lo fa dimostra di essere sempre lui.

Come nella concitata giornata di ieri, quando Fini ha impedito a quattro ministri di votare facendo bocciare il processo verbale della seduta precedente. Di fronte alle veementi proteste della maggioranza, il vicepresidente di Fli ha ironicamente rimarcato “l’inusuale sospensione del Consiglio dei ministri per far correre i membri del governo in Aula a votare per l’approvazione di un banale verbale della seduta precedente”. Aggiungendo che la maggioranza “ha dimostrato di non avere i numeri”. A parte che la maggioranza i numeri li ha, Bocchino ha omesso di ricordare un particolare imbarazzante, e cioè che se i ministri del governo Berlusconi sono costretti a fare i centometristi tra Palazzo Chigi e Montecitorio per arrivare a votare in tempo è solo perché lui e i suoi compagni di viaggio (ex camerati ma ora compagni) sono passati all’opposizione tradendo il mandato popolare di eletti nel Pdl.

Dopo aver detto, con spavalderia inversamente proporzionale alla reale forza elettorale, che Fli nasceva per riprendere in mano la bandiera autentica ed originaria del Pdl, e dunque delimitandone l’area di azione nel centrodestra, Fini e Bocchino hanno spostato il partito nell’area massimalista-giustizialista, quella cioè a cui fanno riferimento le correnti dell’antiberlusconismo più integralista.

Invece di sparare battute di quart’ordine, Bocchino farebbe meglio a sciogliere un interrogativo politico rimasto per ora senza risposta: Fli è un partito che guarda al centrodestra o resterà federato con Casini e Rutelli nel terzo polo? O è ancora disponibile a fare accordi con Pd, Di Pietro e Vendola? E come potranno coesistere queste opzioni?

Quello che appare in tutta evidenza è che siamo di fronte a una piccola forza senza un preciso dna politico che si aggiunge come ultimo anello alla galassia della sinistra antiberlusconiana. Se il Continente è isolato, insomma, Fini e Bocchino lo sono ancora di più.

LO SCONTRO IN PARLAMENTO, I TORMENTI DI BRLUSCONI

Pubblicato il 1 aprile, 2011 in Politica | No Comments »

L’ultimo sondaggio è di ieri mattina. Sil­vio Berlusconi ha la fiducia del 50 per cento degli italiani. Un re­cord tra gli attuali premier europei il cui gradimento, da Sarkozy alla Merkel, non supera in questi giorni il 20. Eppure il premier ha non pochi tormenti, a partire da quelli che gli procura la sua maggioranza non sempre lucida e conscia che si sta camminando su terreno minato. La Camera è diven­tata un ring nel quale, per di più, l’arbitro Fini tifa per l’avversario. L’opposizione ormai è un manipolo di pro­vocatori che ha definitiva­mente rinunciato a fare po­litica. Capita poi, per com­plicare la situazione, che a qualcuno del centrodestra saltino i nervi. L’altro gior­no è toccato a La Russa, ieri a un deputato che ha lancia­to un palla di giornale ad­dosso a Fini e addirittura al ministro Alfano, uno che la pazienza non l’aveva mai persa, che ha lanciato il suo tesserino di deputato.

Immagini forti, che fan­no alzare gli ascolti di tele­giornali e dibattiti tv. Per l’informazione è una pac­chia. Mentana e Santoro ringraziano, ma oltre non si capisce il senso.

Oggi fare a pugni con Fini è come sparare sulla Croce Rossa. Il suo Fli nei sondag­gi veri è ormai stabile da tempo sotto il tre per cento. Il Pdl ha vinto, il nemico in­terno è stato smascherato e ora è all’angolo, da Fare Fu­t­uro è diventato Senza Futu­ro. Non è più un problema, anzi, senza Fini in maggio­ranza le cose non potranno che andare meglio, a parti­re dalle riforme che l’ex lea­der di An sosteneva in pub­blico e boicottava dietro le quinte.

Al diavolo Fini e i finiani, ci si occupi di governare in un nuovo scenario che pre­vede pari dignità tra il Pdl e quei deputati (e senatori) che con un gesto di respon­sabilità (e perché no, inte­resse) hanno permesso a questa maggioranza di sta­re in piedi e continuare a go­vernare. Tra galantuomini i conti si saldano, anche in termini di poltrone. L’ex mi­nistro Scajola, capo dei mal­pancisti per alcune nomine di uomini non di Forza Ita­lia (tipo lui stesso) se ne fa faccia una ragione. Anche perché quasi otto elettori su dieci del centrodestra non gli hanno perdonato il pa­sticcio della casa vista Co­losseo e non sarebbero quindi felici, per il momen­to, di vederlo tornare al go­verno o al vertice del parti­to.

Anche la Lega, alleato lea­le e decisivo di Berlusconi, ha qualche problema inter­no che si potrebbe riflettere sull’efficienza del governo. La questione dei clandesti­ni è delicata e complicata per tutti ma soprattutto per il Carroccio, partito di go­verno a Roma e di lotta sul territorio, a maggior ragio­ne se si è alla vigilia di una importante tornata elettora­le amministrativa. Passino le dichiarazioni sui giorna­li, ci stanno pure gli slogan ad effetto, ma se il governo si è impegnato a liberare Lampedusa dai clandestini in pochi giorni, nessuno del­la maggioranza può tirarsi indietro o fare valere que­stioni di bottega, costi quel che costi. Soprattutto se si è ministro degli Interni. Se lu­nedì Berlusconi in persona andrà in Tunisia, un moti­vo ci sarà. Forse qualcuno non ha fatto bene o abba­stanza.

…….Siamo pienamente d’accordo con Sallusti. La maggioranza, uomini di governo e semplici deputati o senatori, hanno l’obbligo di mantenere la calma anche se le provocazioni che vengono dalla opposizone sono continue e di quelle che prudono le mani. Ma proprio per questo deve valere un impegno: mani in tasca e bocche cucite. Dalle nostre parti c’è un detto che suona più o meno così: canta tu che il c….o ti sente. Tradotto e calato nella realtà parlamentare che gridino pure alla luna gli oppositori, quel che conta sono i risultati, cioè i provvedimenti portati a casa. E’ chiaro che le opposizioni, rinforzate dall’arrivo nelle retrovie dei fillini e degli udiccini, hanno sposato la tattica del tanto peggio, tanto meglio, ma questa è la tattica dei disperati, di quelli che sanno che la partita l’hanno perso per cui…vada come vada. Ma la maggioranza non deve cadere nella trappola dei provocatori, quelli di dentro e quelli  di fuori, e se per questo deve fare buon viso e cattivo gioco, bene lo faccia. D’altra parte questa è l’unica via che ha la maggioranza per reggere: restare unita e compatta intorno a Berlusconi e se qualche ammalato da sindrome del ritorno (leggi Scaiola) si illude che minando il governo gliene può derivare qualche vantaggio, legga ciò che scritto qualche giorno fa Antonio Carioti su Libero. Ha scritto Carioti che se è bastata la breve assenza da Roma di Berlusconi per vedere scompaginata la maggioranza, figuriamoci cosa accadrebbe se e quando Berlusconi uscisse di scena, per sua scelta o costrettovi.  Scaiola e quanti come lui hanno mal di pancia, si prendano una bella pasticca alla Carosone e se lo facciano passare. Ne va del loro stesso futuro. Anche perchè non è detto che gli elettori continuino ad oltranza a credere, obbedire e combattere. g.

FINI DEVE DIMETTERSI

Pubblicato il 1 aprile, 2011 in Politica | No Comments »

“Bravo presidente Napolitano. L’intervento del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sui capigruppo della Camera è stato utile, necessario e indispensabile. Mi auguro che il presidente abbia colto l’occasione per dare qualche bella tirata d’orecchie per gli eccessi visti in Parlamento in questi giorni, ivi compresi quelli di alcuni rappresentanti di Governo”. Lo afferma il ministro per la semplificazione normativa, Roberto Calderoli, che aggiunge: “Ma il pesce puzza dalla testa, e non stiamo parlando di quello del Primo di aprile di pesce, ed è evidente che il problema oggi è quello della presidenza della Camera: il presidente Gianfranco Fini ha il dovere di tutelare le minoranze, ma non può tutti i giorni prendere a calci la maggioranza per il suo livore verso Silvio Berlusconi e verso quell’alleanza che lo ha portato ad essere eletto deputato prima e presidente della Camera poi”. “Fino ad oggi le cose sono andate così, ma il non aver consentito ieri a dei ministri, che sono anche deputati e che erano presenti in Aula, di poter esprimere il loro voto rappresenta un vulnus insanabile”, conclude Calderoli, “Per far tornare a funzionare il Parlamento, dopo le necessarie tirate d’orecchie, la soluzione è una sola: il presidente Fini si deve dimettere, stop!”.

NAPOLITANO E’ DIVENTATO PRESIDENZIALISTA, di Vittorio Feltri

Pubblicato il 30 marzo, 2011 in Politica, Storia | No Comments »

Giorgio Napolitano è il migliore dei presidenti della Repubblica. Dal punto di vista estetico, s’intende. Quando fu eletto nel 2006 dalla maggioranza di centrosinistra, che aveva appena vinto le consultazioni politiche grazie a Romano Prodi, molti pensarono fosse resuscitato. In effetti era sparito dalla circolazione, quantomeno dalla scena. Invece era vivo, forse anche a sua insaputa. Ma nel giro di poche settimane dimostrò che il Quirinale fa bene alla salute del corpo e della mente.Napolitano vi entrò con passo incerto, un po’ curvo e appesantito dagli anni. Ma già alla sua prima uscita si fece ammirare come se avesse affrontato una cura prodigiosa di ringiovanimento. Dritto come un fuso, impettito, pieno di vigore e soprattutto lucidissimo. E cominciò a fare sentire la sua voce in un crescendo di autorevolezza dovuta alla padronanza del «mestiere». Gli italiani osservarono con stupore e ammirazione la crescita dell’uomo, da vecchio comunista duro e puro a rappresentante della più alta carica di uno Stato democratico e liberale, per non dire borghese, un termine che attende ancora di essere completamente sdoganato.
Alla luce di questa evoluzione, non sorprende che il signor presidente abbia assunto un ruolo decisivo anche nella drammatica circostanza della guerra a Muammar Gheddafi. Nessuno più di lui ha manifestato tanta convinzione nell’affermare la necessità di partecipare alle operazioni belliche. Ha detto sì senza muovere ciglio alla risoluzione dell’Onu, spiazzando Silvio Berlusconi che invece era e continua a essere titubante, data la sua amicizia con il tiranno nordafricano col quale, tra l’altro, aveva sottoscritto un trattato di collaborazione economica. La risolutezza di Napolitano nel caldeggiare la missione militare ha, in pratica, costretto gran parte della maggioranza e dell’opposizione ad adeguarsi ai desiderata del Quirinale, e il premier, dinanzi a una sorta di unanimismo, ha dovuto piegarsi (malvolentieri). A questo punto ci si è chiesti come mai in una democrazia parlamentare quale la nostra il capo dello Stato di fatto contasse di più sia del premier sia dello stesso Parlamento che ha programmato la discussione e il voto sulla guerra una settimana dopo averla iniziata. E qui bisogna ricollegarsi all’accennata metamorfosi di Napolitano: da notaio supremo della Repubblica e custode della Costituzione, nonché dell’unità nazionale, a vero e proprio leader morale del Paese.
Ormai il presidente è visto e considerato come una guida illuminata e la sua parola è ascoltata con tale rispetto che nessuno osa contraddirla. Altri capi dello Stato in verità avevano tentato di essere e di fare le medesime cose, ma ci erano riusciti a metà: Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi (per tacere di Sandro Pertini, un caso particolare). Napolitano sembrava non avesse le carte in regola per prendere in mano, senza destare perplessità, il timone del Paese, in quanto la sua storia politica affondava le radici nel comunismo ortodosso, viceversa è stato in grado di far dimenticare certe ombre e adesso oltre il 70 per cento degli italiani ha fiducia in lui, e lo segue.
Tutto questo però stride con la logica. Infatti ogniqualvolta un partito accenna all’opportunità di trasformare la repubblica parlamentare in repubblica presidenziale, viene zittito quasi avesse bestemmiato. Insomma il presidenzialismo è proibito sulla carta, ma può essere esercitato in forma surrettizia. Come la guerra: non si può dire, ma si può fare.

.…………A proposito di Napolitano, siamo felicemente sorpresi dell’ansia che lo ha colto per la tutela dei diritti umani  e per la salvaguardia delle popolazioni  civili in occasione del conflitto in Libia che da affare interno ad un Paese sovrano e membro dell’ONU, si è trasformato in strumento per consentire a un paio di guerrafondai di mandare i loro bombardieri a gettare bombe e lanciare missili   che come tutte le bombe e tutti i missili non si sa mai con certezza dove vanno a finire.Comunque, così va il mondo. Una cinquantina di anni fa, mentre i carri armati sovietici invadevano l’Ungheria e reprimevano nel sangue la rivolta degli ungheresi che anelavano alla libertà e alla demcorazia, l’on. Napoliano, “migliorista” della sezione italiana del partito sovietico che aveva invaso l’Ungheria, taceva e se ne impipava dei diritti umani e della salvaguardia delle popolazioni magiare, salvo, cinquatanni dopo, dichiarare che allora non aveva capito. Chissà se dopo, andando a Budapest, ha visitato la Casa del Terrore che si affaccia sulla via Andreassy, la strada su cui i sovietici,  allora suoi amici,   sparsero il sangue dei ragazzi  poco più che giovinetti  che si opposero impavidi  agli aguzzini sovietici e  i cui volti appaiono, ad eterna vergogna degli assalitori, sulle pareti interne della Casa trasformata in Museo, intorno al carro armato che gli insorti conquistarono agli invasori prima di soccombere, e  chissà se dinanzi ai volti di quei ragazzi Napoliano abbia pianto per Loro e anche per se stesso….e chissà se l’on. Napoliano, che è stato  nei giorni scorsi tra i più solerti sostenitori dell’intervento contro la Libia, ha memoria di quando, da dirigente comunista, accusava l’America,  che difendeva in lontani teatri di guerra il diritto alla democrazia di tutti i popoli, di ingerenza in questioni interne di Paesi sovrani….ma così va il mondo…chissà se è cambiato il mondo o è cambiato l’on. Napolitano. g.

LIBIA: ECCO L’ERRORE DI SARKO’, di Giorgio Mulè

Pubblicato il 30 marzo, 2011 in Costume, Politica | No Comments »

Era il 4 marzo. Poche ore dopo l’elezione dell’italianissimo Vittorio Grilli, direttore generale del Tesoro, a presidente del Comitato economico e finanziario dell’Unione Europea (un organismo strategico fondamentale perché istruisce, concretamente, i lavori dell’Ecofin, cioè del consiglio che «governa» l’economia europea), Giulio Tremonti chiamò il suo omologo francese. Gli spifferi raccontano che il nostro ministro commentò con spirito cavalleresco l’elezione di Grilli che aveva avuto la meglio sul candidato d’Oltralpe Ramon Fernandez. Prima di congedarsi, Tremonti tuttavia non resistette a una delle sue battute, eleganti quanto perfide e sagaci: «Insomma, vi abbiamo battuto nel vostro sport preferito: occupare posti».Nella battuta attribuita a Tremonti c’è molta verità. Non scopriamo oggi la cosiddetta grandeur francese, la storia è lastricata di fughe in avanti, ancorché molto avventurose, dei «cugini» in ogni segmento della vita politica ed economica. Per una sorta di autoproclamazione i francesi hanno sempre pensato e creduto di essere una spanna sopra chiunque e in tutti i campi: da quello commerciale a quello militare. Il caso ha voluto che, nel 2011, siano venuti a galla nello stesso momento questi due aspetti della loro baldanza. Nella questione libica tutto è da ricondurre a una frettolosa iniziativa militare. Si tratta di una forma di interventismo che affonda le radici, ancora una volta, in una presunta superiorità che non ha alcun riscontro.

Questo sfrenato e irresistibile bisogno di mostrare i muscoli, di cui Nicolas Sarkozy rappresenta l’icona tangibile, ha portato la Francia a incassare nel breve volgere di qualche giorno un ridimensionamento che ovviamente non sarà mai ammesso dall’Eliseo. Esasperare con i missili e i raid aerei la polveriera libica ha infatti prodotto un velocissimo ricompattamento intorno alla Nato. La decisione unilaterale francese di attaccare (con il determinante appoggio della Gran Bretagna e degli Stati Uniti) ha ancora una volta svuotato di ruolo le Nazioni Unite di cui la Francia si è fatta scudo con un’interpretazione «estensiva» e pericolosa della risoluzione 1973, approvata a maggioranza dal Consiglio di sicurezza e nella quale non si autorizza in alcun modo l’intervento dei caccia ma si parla unicamente di protezione dei civili e delle aree popolate da civili.      L’esperienza dell’Iraq, con la moltitudine di ispettori che accertò le violazioni commesse dal regime di Saddam Hussein e precedette la decisione di intervenire militarmente, non è servita: in Libia sono bastati i commenti di Al Jazeera per stabilire che bisognava attaccare senza indugio. Solo un’iniziativa congiunta e condivisa dell’Alleanza atlantica, con la forza che ne deriva, può invece produrre effetti reali: senza strappi, senza un’inutile esposizione di muscoli utile alla tradizionale arrogance francese ma deleteria per gli equilibri internazionali. C’è poi l’altra guerra, quella commerciale deflagrata con il tentativo della Lactalis di rilevare la Parmalat. Bene ha fatto il governo a varare il decreto legge antiscalate su alcuni settori strategici, compreso quello agroalimentare. Non si tratta qui di una difesa antistorica dell’italianità, ma di un argine necessario che rende giustizia a un mal interpretato concetto di liberalismo. Con la Francia, infatti, il liberalismo è sempre stato a senso unico con buona pace della reciprocità: le nostre imprese sono state sempre respinte con perdite ogni volta che hanno tentato di acquisire aziende transalpine (basta ricordare i casi dell’energia, delle autostrade, delle ferrovie) grazie a una barriera nazionalistica e protezionista creata ad hoc dalla Repubblica Francese per frantumare d’imperio ogni velleità italiana. Al contrario, invece, i francesi hanno sempre potuto fare shopping in casa nostra e in tutti i settori, compresi quelli fondamentali e nevralgici per il sistema Paese. Per questo il decreto varato mercoledì 23 marzo dal governo era necessario e non più rinviabile. Per una volta tanto la grandeur va in soffitta. Al di là delle Alpi devono ogni tanto ricordare che nella loro storia non c’è solo il generale Napoleone. C’è anche il generale Cambronne…