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LA COMMISISONE APPROVA IL FISCO REGIONALE, SI ASTIENE IL PD, CONTRO IL TERZO POLO, IL FEDERALISMO FA UN PASSO AVANTI

Pubblicato il 25 marzo, 2011 in Politica | No Comments »

Il leader della Lega Umberto Bossi La Lega esulta. «Oggi è una bella giornata per il federalismo» è stato il primo commento del presidente dei senatori leghisti Federico Bricolo analizzando l’esito positivo del voto della bicamerale sul fisco regionale. E poi ha aggiunto: «Ecco fatto un altro passaggio fondamentale per la realizzazione del federalismo fiscale, ormai sempre più vicino». Sono bastati così quindici i voti a favore (Pdl, Lega e Svp), dieci gli astenuti (Pd) e solo quattro contrari (due Udc e uno Fli e uno Idv) per permettere al quinto decreto attuativo di trovare davanti a se una strada tutta in discesa. Infatti, con l’approvazione del parere di maggioranza, ora il governo potrà emanare definitivamente, in un prossimo Consiglio dei ministri, il decreto legislativo che entrerà in vigore dopo la firma del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Un percorso decisamente meno complicato di quello affrontato dal decreto sul federalismo municipale approvato definitivamente il 3 marzo scorso solamente dopo essere stato sottoposto al voto del Parlamento. In quel caso, infatti, in Bicamerale i commissari avevano concluso la votazione in perfetta parità (15 a 15) rendendo così necessario un ulteriore passaggio sia alla Camera che al Senato. Questa volta, invece, qualcosa ha convinto i democratici a spaccare il fronte delle opposizioni, lasciando ai due rappresentanti dell’Udc Gianluca Galletti e Giampiero D’Alia, a quello di Fli Mario Baldassarri, al dipietrista Felice Belisario e alla rappresentante dell’Api Linda Lanzillotta, che non ha potuto votare per impegni contemporanei ma che ha ribadito la sua posizione contraria al decreto, il fardello di mantenere, in solitaria, la linea del fronte antifederalista. Una spaccatura che diventa, per il leghista Bricolo, la testimonianza di una «possibilità del dialogo su temi importanti per il Paese e per tutti i cittadini». Volontà al dialogo che anche il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, rivendica chiedendo però al governo, «ora che ha saggiato la nostra serietà», di prendersi «una pausa di riflessione sul progetto generale del federalismo, che rischia di “crescere storto”». Un avvertimento in piena regola dato che, immediatamente dopo, Bersani ha minacciato che se così non dovesse essere «noi ci prenderemo la nostra libertà». In realtà la decisione di astenersi sembra essere scaturita da due evenienze che non avrebbero lasciato molto spazio di manovra al Pd. La prima e, forse, quella che ha portato Bersani a parlare di «gente seria» è la volontà di accogliere l’appello lanciato da Napolitano lunedì scorso a Milano quando tornò a chiedere a tutta la politica di «portare a termine l’attuazione del Titolo V della Costituzione». La seconda invece nascerebbe dall’impossibilità di votare contro ad un testo frutto del lavoro di mediazione del ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli, che avrebbe accolto, nel parere della maggioranza sul decreto attuativo, molte delle osservazioni dell’opposizione tra cui quella sulla clausola di salvaguardia contro i tagli alle Regioni. E così, alla fine di un confronto lungo e duro, sono proprio le Regioni a cantare vittoria dato che hanno ottenuto tutto ciò a cui miravano a partire dai 425 milioni che servono loro per finanziare il trasporto pubblico locale. Tra le altre novità, non scatterà dal 2011 ma dal 2013 la «manovrabilità» dell’addizionale regionale Irpef prevista dal decreto legislativo sul federalismo regionale; ci sarà la fiscalizzazione delle risorse per il trasporto pubblico locale a decorrere dal 2012, con conseguente soppressione dei trasferimenti statali alle Regioni relativi al trasporto pubblico locale; verranno istituiti, nel bilancio delle Regioni a statuto ordinario, due fondi, uno a favore dei comuni, l’altro a favore delle province e delle città metropolitane, alimentati dal fondo perequativo dello Stato. In cambio le Regioni hanno garantito un maggiore impegno sul fronte degli ammortizzatori sociali in deroga per gli anni 2011-2012: la partecipazione del Governo passa dal 70 al 60% e alla differenza le Regioni potranno compartecipare con una quota del Fondo sociale europeo. Chi invece continua a dimostrare le proprie preoccupazioni è il presidente della Camera e leader di Fli, Gianfranco Fini, che ha voluto, nel suo appello, tirare in ballo Napolitano: «Mi auguro che la Lega e il Pdl non facciano cadere nel vuoto le parole del Presidente della Repubblica. Non è il federalismo il pericolo semmai lo è un federalismo miserrimo». Forse un tentativo per giustificare il voto contrario del futurista Baldassarri in Bicamerale anche se, ad ascoltare il proseguo delle sue dichiarazioni si capisce che in Futuro e Libertà, per quanto riguarda le riforme, non c’è un’unica strategia: «Abbiamo necessità assoluta di alcune riforme e di farle in modo condiviso perché siamo in ritardo». Alessandro Bertasi, Il Tempo, 25 marzo 2011

L’ON. ROMANO NUOVO MINISTRO PER LE POLITICHE AGRICOLE

Pubblicato il 23 marzo, 2011 in Il territorio, Politica | No Comments »

Francesco Saverio Romano è il nuovo ministro per le Politiche Agricole. Il leader del Pid ha infatti giurato nelle mani del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Romano è stato accompagnato al Quirinale dalla moglie e dal figlio. Per il Governo erano presenti il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi e il sottosegretario alla Presidenza, Gianni Letta.

Dopo il giuramento c’é stato uno scambio di battute tra il presidente Napolitano ed il neoministro Saverio Romano che ha presentato al capo dello Stato la moglie ed il figlio Antonio. “L’ha superata in altezza”, ha detto Napolitano a Romano guardando il figlio. “E questo è già un risultato – ha risposto Romano – è al primo anno di giurisprudenza”. ANSA, 23 MARZO 2011

BERLUSCONI E GHEDDAFI: SI PUO’ ESSERE ADDOLORATI ANCHE COMBATTENDO IL NEMICO

Pubblicato il 23 marzo, 2011 in Politica | No Comments »

Ma si può essere ad­dolorati per la sor­te di Gheddafi? La frase di Berlusconi è stata commentata con seve­ro disprezzo, dai leader politi­ci dell’opposizione e non so­lo. Sicuramente stride con l’immagine di un dittatore che massacra la sua popola­zione insorta: si può avere pietà e provare dolore per chi sparge sangue e dolore nel suo stesso popolo? Berlusco­ni, osservano, si lascia guida­re dal suo rapporto persona­le di amicizia con Gheddafi. E questo, per chi avversa Ber­lusconi, è un segno evidente che in lui il senso dello Stato e delle responsabilità storiche si annulla rispetto ai rapporti privati e personali. Per i suoi sostenitori, invece, è il segno dell’umanità di Berlusconi; in lui eccede il lato sentimen­tale e vorrei dire cristiano ri­spetto alla condanna storica del tiranno.

Probabilmente saranno ve­re entrambe le spiegazioni, come il diritto e il rovescio di una stessa medaglia, ma non sbrigherei la frase di Berlusconi come un’invasione della sfera privata e affettiva su quella pubblica e istituzionale. A me quella frase è apparsa la traduzione popolare, mediatica ma meditata, di un messaggio preciso inviato a Gheddafi e alla Libia, alla Francia e al mondo, e naturalmente agli italiani: noi vogliamo costringere il regime di Gheddafi alla resa, ma non siamo per l’eliminazione fisica di Gheddafi; puntiamo a disarmarlo, non a ucciderlo. È una tesi che è stata ribadita in altri termini da Frattini quando ha detto che l’Italia darà le sue basi militari per le azioni indicate dalle Nazioni Unite e non per bombardare il bunker di Gheddafi. Si può condividere o meno questa linea, ma è una linea che tiene conto di quattro cose: 1)La delicata posizione dell’Italia rispetto alla Libia, anche e non solo dal punto di vista geo-grafico, e dunque la necessità di distinguersi dai falchi francesi; 2) I rapporti intensi avuti finoa ieri con la Libia di Gheddafi che non consentono voltafaccia così radicali; 3) Le incognite per il dopo Gheddafi aperto a situazioni tipo Somalia o tipo Irak, e a soluzioni omogenee a interessi di alcuni Paesi (per esempio la Francia) ma ai nostri danni; 4) Il rispetto della risoluzione Onu, che non indica l’eliminazione fisica di Gheddafi come obbiettivo dell’intervento. Senza considerare i tanti Paesi importanti che si sono chiamati fuori dalla risoluzione. Mi sembra una linea condivisa anche dal Quirinale.

La strategia di fondo è limitare la portata degli attacchi agli obbiettivi strategici, evitando che si passi dalla parte del torto, bombardando la gente. Perché il paradosso di questa missione è che nasce per evitare lo spargimento di sangue degli insorti e della popolazione ma allo stato attuale il regime di Gheddafi, incattivito e assediato, ha accelerato proprio quei massacri. E i bombardamenti occidentali, per essere efficaci, rischiano di colpire anche obbiettivi civili. Aggiungete anche l’uso cinico degli scudi umani che ci costringono a diventare, contro le nostre intenzioni, complici dei massacri. Non dimentichiamo poi che Gheddafi è stato negli ultimi anni, come ricordava D’Alema in un recente discorso, un buon alleato dell’Occidente contro il terrorismo e l’immigrazione selvaggia, e ora rischiamo di regalare lui o la Libia alla causa del fanatismo islamico.

Si può condividere o meno questa linea italiana, ma credo che sia ragionevole e prudente. Una linea che non dispiace nemmeno ad Obama e alla Merkel; lo ricordo ai due rispettivi tifosi italiani, Bersani e Casini, che si sono indignati per le dichiarazioni di Berlusconi. Non ripeterò quanto io detesti da anni Gheddafi; dico solo che la ragion di stato a volte impone di trattare anche con ceffi, tiranni e cialtroni, se servono per arginare e fronteggiare pericoli maggiori e per procurare beni superiori all’interesse nazionale e comune.

Dal punto di vista storico resta la domanda di fondo: si può provare dolore per la condanna a morte di un dittatore? Io dico di sì, si può provare umana, cristiana pietà per una persona che muore, anche se è un personaggio negativo, soprattutto se si è stabilito con lui un rapporto. Però, se si tratta di criminali accertati e ancora in piena attività, la pietà non può indebolire la giustizia; va scisso il lato umano e personale da quello politico e istituzionale. Certo, le bestiali mattanze dei dittatori, e noi ne sappiamo qualcosa, restano comunque pagine incivili di cui vergognarsi.

Neutralizzare Gheddafi, costringerlo alla resa, diventa l’imperativo dell’impresa. Ucciderlo sia extrema ratio finale e non il progetto di partenza. Voi dite,un po’ sorpresi;ma com’è tenera questa destra italiana. Io dico con pari sorpresa: ma com’è feroce questa sinistra pacifista e come sono feroci pure questi (demo)cristiani cresciuti a Gesummaria e Andreotti. Marcello Veneziani, 23 marzo 2011

LIBIA: LA FIGURA BEDUINA DI BERSANI

Pubblicato il 23 marzo, 2011 in Politica | No Comments »

Pierluigi Bersani C’è qualcuno in Italia che riesce a stare politicamente peggio di Gheddafi, ed anche di Sarkozy. Che è piombato sulla risoluzione, peraltro tardiva, del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro il dittatore libico con una smania e un’approssimazione tali da comprometterne forse una corretta e soprattutto efficace applicazione. A infilarsi in una posizione ancora peggiore è riuscito da noi il principale partito di opposizione. Che, come al solito, ha cercato di utilizzare a bassi fini di politica interna una complessa, ed anche confusa, vicenda internazionale scommettendo sulla rottura della maggioranza e sulla conseguente crisi ministeriale.

E ciò per effetto del dissenso espresso a botta calda dalla Lega sulla partecipazione dell’Italia alle operazioni militari in corso sulla Libia. Dopo avere scambiato per un no assoluto la mancata partecipazione dei leghisti alla votazione conclusiva del dibattito svoltosi venerdì scorso nella riunione congiunta delle competenti commissioni parlamentari, presidente, segretario, vice segretario del Pd e giù giù sino ai loro autisti e uscieri hanno denunciato la “inadeguatezza” e la “irresponsabilità” del governo. Che non ha certamente dato le migliori dimostrazioni di chiarezza e di prontezza di riflessi, per carità, specie se pensiamo alle assai discutibili prestazioni televisive del ministro della Difesa Ignazio La Russa, pur apprezzabile sotto altri aspetti, ma non si è certamente trovato di fronte ad uno straccio di linea o di soluzione alternativa da parte dell’opposizione. Anzi, quando si è trattato di votare in sede parlamentare di commissione, il Pd non ha potuto fare a meno di sostenere la posizione assunta dal governo alla vigilia del vertice di Parigi organizzato in tutta fretta da Sarkozy. Ha solo contestato la non partecipazione dei leghisti alla votazione, prendendosela però non tanto con loro ma con Silvio Berlusconi, che pure ha dimostrato in questa circostanza di non lasciarsi paralizzare dal Carroccio. Egli ha cioè smentito l’immagine caricaturale del cagnolino al guinzaglio di Umberto Bossi affibbiatagli dagli avversari. Il fatto è che i compagni di Pier Luigi Bersani, e di quel supponentone di Massimo D’Alema, da mesi fanno la corte alla Lega, di notte e di giorno, perché si decida a rompere con il Cavaliere e a provocare la crisi che alle opposizioni non è riuscita neppure con l’aiuto degli uomini, delle donne e della seggiola del presidente della Camera Gianfranco Fini, per non parlare delle salmerie giudiziarie. La possibilità, che si è concretizzata ieri, di un voto unitario della maggioranza a conclusione dei dibattiti sulla crisi libica in programma oggi e domani nelle aule, rispettivamente, del Senato e della Camera, ha per l’ennesima volta deluso e spiazzato il Pd. La cui segreteria ha ridicolmente ritenuto di potersi rifare diffondendo un comunicato tanto duro quanto inconsistente contro il governo, accusato di “allarmante irrilevanza nelle sedi europee ed internazionali”, di “caduta drammatica di ruolo” e di altre insensatezze che hanno, fra l’altro, un duplice torto. Il primo è di contribuire ad aumentare la confusione, e quindi a indebolire il Paese. Il secondo è di smentire l’azione di sostanziale e responsabile fiancheggiamento del governo svolta in questo importante passaggio politico dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Che non sarà certamente entusiasta dei suoi ex compagni di partito, incapaci di guardare più lontano del proprio miserevole naso. Francesco Damato, Il Tempo, 23 marzo 2011


LIBIA, ORA L’ITALIA AVVERTE L’ONU: NON TOCCATE IL “NOSTRO” PETROLIO

Pubblicato il 23 marzo, 2011 in Politica | No Comments »

Il Pdl e il Carroccio hanno trovato la quadra. L’intesa sulla Libia c’è. A Palazzo Madama è pronta la bozza della risoluzione unitaria di maggioranza sull’intervento contro Gheddafi. Il nuovo testo è “completamente diverso, più ampio e analitico” di quello votato quattro giorni fa dalle commissioni Esteri e Difesa delle Camere e a cui la Lega non aveva preso parte.

Maurizio Gasparri lascia il vertice di maggioranza sul dossier Libia a Palazzo Madama. E’ soddisfatto per la bozza di risoluzione. “C’è stata condivisione da parte di tutti i gruppi di maggioranza. Si tratta di una posizione unitaria di Pdl e Lega sulla quale spero possa esserci convergenza degli altri gruppi parlamentari”, spiega il presidente dei senatori del Pdl. Con l’opposizione ancora nessun contatto: “Non ho ancora sentito la Finocchiaro, anche perché abbiamo appena concluso la riunione ma l’opposizione riceverà la bozza presto”. La mozione, pur ampliata, avrebbe rispettato i distinguo del partito guidato da Umberto Bossi: affidare il comando delle operazioni alla Nato; applicare testualmente la risoluzione dell’Onu; tutelare gli interessi dell’Italia in Libia per quanto riguarda gli accordi su gas ed energia; condivisione degli oneri che derivano al nostro paese a causa dell’emergenza umanitaria; esigenza di pattugliamento delle acque internazionali come deterrente contro il traffico degli esseri umani.

Il Pd resta favorevole al testo sull’intervento in Libia che fu votato dalle commissioni parlamentari il 18 marzo scorso e, in attesa di valutare la nuova bozza uscita dal vertice Pdl-Lega, esprime contrarietà ad eventuali «pasticci» che dovessero essere inseriti per ricompattare il centrodestra. È questo l’orientamento che è emerso dalla riunione del coordinamento del Pd allargata ai parlamentari e alla segreteria in vista della discussione sulla missione italiana in Libia che si terrà oggi al Senato e domani alla Camera. A quanto hanno riferito alcuni partecipanti, i vertici del Pd vorrebbero che dal Parlamento emergesse un consenso unitario sull’intervento italiano in Libia e quindi non si esclude l’eventualità di una astensione incrociata tra le mozioni di maggioranza e opposizione, ma c’è anche preoccupazione per il contenuto del nuovo testo predisposto da Pdl e Lega. «Dipende da quanto propagandistiche e trogloditiche saranno le concessioni che il Pdl ha fatto alla Lega», ha detto un dirigente Democratico. Quanto poi ai «casi di coscienza» nel partito, nella riunione è stato sottolineato che, pur ammettendo singoli casi, bisogna evitare di apparire divisi su una questione così rilevante. 23 MARZO 2011

LIBIA: NON E’ FACILE METTERE BERLUSCONI ALLA PORTA

Pubblicato il 22 marzo, 2011 in Politica | No Comments »

L’Italia non ci sta a combattere la guerra personale di Sarkozy e della Francia contro Gheddafi. Berlusconi ha ordinato ai nostri caccia di non spara­re e ha dato l’ultimatum a francesi e inglesi: o le ope­razioni passeranno sotto il comando della Nato, oppure le basi italiane non permetteranno il de­collo di altri bombardie­ri, qualsiasi bandiera bat­tano. Questo perché qual­cuno a Parigi ci sta pren­dendo per i fondelli. Trop­pe cose non tornano in questa vicenda. A partire dal vertice di sabato scor­so durante il quale gli alle­ati hanno dato il via libe­ra all’attacco. Prima della riunione ufficiale all’Eli­seo, Sarkozy aveva convo­cato nel suo ufficio, per preparare il documento finale, solo inglesi e ame­ricani. L’Italia era stata la­sciata fuori, a fare antica­mera, come dire: tu non conti, accetta e taci. Ma come? Noi siamo il primo partner della Libia, noi abbiamo le basi indispen­sabili per fare la guerra, noi subiamo le conseguenze e i rischi maggiori (immigrazione e terrori­smo), e ci trattano così?

Non è facile mettere Berlusconi alla porta. In Italia sinistra e magistrati ne sanno qualche cosa. I francesi l’hanno scoper­to ieri. Per senso di re­sponsabilità e di fedeltà all’alleanza,il premier sa­bato ha incassato il col­po, fingendo di accettare come buona la versione della missione umanita­ria.

Poche ore,e l’Italia ha ripreso in mano la situa­zione: dobbiamo restare della partita, perché il fu­turo della Libia è soprat­tutto affare nostro, ma non senza condizioni. I francesi infatti volevano ben altro che salvare la vi­ta ai ribelli: petrolio, gas e affari da sottrarre un do­mani alle aziende italia­ne senza neppure farsi ca­rico dell’ondata di profu­ghi che tutto questo sta comportando. Così non va, così è fuori dal manda­to dell’Onu che è molto chiaro e non prevede ope­razioni mirate p­er ribalta­re il governo libico o ucci­dere Gheddafi. Che i francesi stiano fa­cendo i furbi non è soltan­to una nostra impressio­ne. I norvegesi hanno so­speso le operazioni, gli americani hanno annun­ciato di volerlo fare al più presto, appena conclusa una non meglio precisata «prima fase». Insomma, più che attorno a Ghedda­fi, la terra bruciata sta cir­condando Sarkozy. E a tracciare il perimetro è quella vecchia volpe di Berlusconi, che ha fiuta­to una brutta aria. Gli ita­liani hanno ben altri pro­blemi che occuparsi del­le questioni interni libi­che. E se proprio bisogna farlo le regole devono es­sere chiare, come l’obiet­tivo. Che non può essere quello che ognuno, in Eu­ropa, faccia gli affari suoi a spese dell’Italia. L’ope­razione Odissea quindi è avviata su una brutta chi­na. Speriamo che non sia troppo tardi per rimette­re le cose al loro posto. 22 MARZO 2011

ECCO PERCHE’ IL POPOLO DI DESTRA ORA E’ CONTRO LA GUERRA

Pubblicato il 22 marzo, 2011 in Politica | No Comments »

Impossibile negarlo: al popolo di destra questa guerra non piace. E non è necessario attendere i sondaggi per averne conferme, è sufficiente leggere i commenti lasciati dai nostri lettori su ilgiornale.it o i tanti blog di area: è un diluvio di opinioni contrarie. Ma anche a sinistra le cose non vanno come al solito. Sono tutti allineati: il Pd, Repubblica, l’Unità, persino Di Pietro. Ma a favore della guerra, nonostante anche sui blog progressisti emergano molti dissensi. Gli eroi pacifisti di altre guerre – come Gino Strada – questa volta faticano a trovare spazio. D’altronde non sono annunciate le consuete manifestazioni del popolo Arcobaleno, che lascia le bandiere ripiegate nell’armadio e che difficilmente, nei prossimi giorni, le srotolerà.

Sorpresa, noi giornalisti ci interroghiamo: forse non sappiamo più capire l’Italia? Lo sconcerto è comprensibile eppure questo ribaltamento di ruoli è tutt’altro che inspiegabile. A condizione di conoscere i meccanismi che regolano l’opinione pubblica e inducono la gente a maturare giudizi su fatti di attualità. È tutta una questione di frame, ovvero di un parametro incorniciato nella coscienza collettiva, che funziona come un filtro mentale. Le notizie che confortano e riaffermano il giudizio già maturato nella nostra mente vengono accettate e enfatizzate, quelle discordanti minimizzate o scartate.

Il frame vale per ogni evento, ma è fondamentale in occasione delle guerre che, per essere accettate, e soprattutto spiegate in termini. A lungo, insistentemente. La prima guerra e la seconda guerra in Irak, persino quella in Afghanistan – sebbene fosse stata decisa sull’onda impetuosa dell’11 settembre – sono state preparate per settimane, durante le quali i governi occidentali hanno convinto la maggioranza della popolazione a sostenere l’intervento. In nome della sicurezza, della libertà, per difendersi da una minaccia suprema. In questi casi l’opinione pubblica di destra appoggia convinta, quella di sinistra rifiuta ma resta minoritaria. È il tempo la variabile decisiva.

Ma il tempo in Libia è mancato. Per colpa di Sarkozy, che ha forzato la mano a tutti. Fino a giovedì faceva notizia solo l’incubo nucleare giapponese. Poi in serata, improvvisamente, l’Onu ha dato il via libera all’intervento, sabato si è svolto il summit a Parigi e subito dopo sono iniziati i bombardamenti. Nessun governo ha avuto il tempo di riflettere, di spiegare, di motivare né con il cuore, né con la mente.
E allora è prevalso un altro frame ovvero il giudizio che la gente ha maturato sulla Libia negli ultimi mesi.

Al pubblico di destra, Gheddafi non piace, ma, temendo il fondamentalismo islamico, vede in lui il minore dei mali e, soprattutto, gli riconosce il merito di aver fermato i clandestini. L’intellighenzia di sinistra, invece, è poco sensibile all’immigrazione, ma permeata da una cultura internazionalista, che la porta da sempre a solidarizzare con i popoli oppressi o che considera tali. Ricordate il Vietnam o il Nicaragua? «El pueblo unido…». Il mondo è cambiato, il contesto in Libia è diverso, ma il riflesso implacabile.
E ancora: l’uomo di destra è pragmatico, diffida dell’instabilità e preferisce Gheddafi, per quanto matto, a una Libia che rischia di finire in mano agli integralisti o dilaniata da una guerra tra clan, come avvenuto nell’Irak post-Saddam. Gli elettori conservatori intuiscono che l’attivismo di Sarkozy non è solo umanitario, nè idealista, ma dettato da interessi economici, politici e geostrategici, in contrasto con quelli dell’Italia che rischia di perdere i benefici costruiti con la Libia. Ovvero gas, petrolio, appalti, sicurezza. Il loro no, per quanto istintivo, è motivato.Il sì della sinistra, invece, segue l’onda e, come sempre è conformista. Guardate come si sono comportati al governo D’Alema, Prodi e Amato: quando c’era da scegliere tra gli interessi italiani e certe pressioni straniere, sono sempre caduti da quella parte. Anche oggi, nella speranza, nemmeno inconfessata, che la crisi possa far vacillare il Cav. Insomma, a ben vedere, la solita sinistra… Marcello Foa, Il Giornale, 22 marzo 2011


LA MOSSA DI BERLUSCONI

Pubblicato il 16 marzo, 2011 in Politica | No Comments »

L’opposizione non se lo aspettava. Aveva ripetuto fino allo sfinimento che dai giudici ci si presenta, convinta che il Cavaliere non l’avrebbe mai fatto. E Berlusconi ha sparigliato le carte tenendosi libero tutti i lunedì. Mica poco per un presidente del Consiglio.

Perché l’ha fatto? Un po’ perché ormai non poteva fare altrimenti, dopo la sentenza della Consulta sul legittimo impedimento. Un po’perché, vista la mala parata, nessuno è abile quanto Berlusconi nel fare diventare i processi un proscenio mediatico a suo favore. Ne vedremo delle belle nei prossimi mesi. E molto perché questa è solo la prima delle tre mosse del Cavaliere sul fronte giustizia. La seconda è la riforma dell’ordinamento giudiziario. Riforma costituzionale, complessa e lunga nei tempi di attuazione se mai andrà in porto. Ma con una questione al centro: la separazione delle carriere fra giudici e procuratori e il posizionamento forte e super partes dei primi. I sondaggi dicono che piace alla gente. E piacerà ancor di più appena l’opinione pubblica avrà compreso la rafforzata garanzia per il cittadino che ne consegue.

A essere malevoli, aggiungiamo anche che, così facendo, Berlusconi rompe il fronte dei magistrati. Non perché i procuratori siano sottoposti al governo sul modello francese, come dicono taluni. Ma perché la magistratura giudicante è elevata di status, non nelle persone, ma nel ruolo. La pubblica accusa è infatti parificata alla difesa in un disegno piramidale che rafforza la terzietà del giudice, posto al vertice.

Poi c’è la terza mossa: il processo breve. Tutti gli argomenti dell’opposizione sono ruotati attorno a due pilastri: azzera migliaia di processi e quindi fa ingiustizia. E, in più, la fa nell’interesse del premier. Ma caduti questi argomenti, la ragionevole lunghezza dei processi va incontro agli interessi di tutti i cittadini, ossia fa giustizia.

L’azione del premier è quindi strategica e complessa. Gli effetti a breve sono stati positivi: non ha tolto l’assedio, ma ha aperto qualche breccia. Anche perché l’opposizione ha reagito alla riforma annunciata ancor prima di aver letto il testo e attaccando sul punto noto: serve a Berlusconi.

Poi, visto che non serviva a Berlusconi, ha insinuato: servirà a Berlusconi. Come dire, non ora, ma vedrete poi. Il che è sempre possibile, ma, come si dice, non si può fare il processo alle intenzioni.

Ora bisogna prendere il buono che c’è e ragionare sulle cose, nell’interesse di tutti. Sandro Rogari, Quotidiano Nazionale, 16 marzo 2011

LA CATASTROFE ATOMICA IN GIAPPONE FAVORISCE IL RITORNO AL CARBONE. CHI CI GUADAGNA?

Pubblicato il 16 marzo, 2011 in Economia, Politica | No Comments »

Il no all’atomo rilancia le energie inquinanti. Il sisma giapponese arricchirà petrolieri, produttori di metano e la Cina che detiene tecnologia fotovoltaica. Affari anche per chi ricostruirà.

Lastre di metallo per proteggersi dalla pioggia radioattiva Quanto rischia il mondo con la catastrofe giapponese? È la domanda del momento. Che però andrebbe posta anche al contrario: chi guadagna dal fallout, radioattivo e non, della crisi di Tokyo? Rispondendo otterremo una lista probabilmente più lunga dell’elenco delle perdite. Le grandi tragedie in tempo di pace non sono dissimili dalle guerre: uccidono vite ma rilanciano prepotentemente molti portafogli.

Una notizia dei primi giorni è passata quasi inosservata. Il Pil del Giappone, in declino da anni e nel 2010 sorpassato dalla Cina al secondo posto nel mondo, potrebbe ripiegare ancora nell’immediato ma su una prospettiva non troppo lunga beneficiare di un aumento superiore al 2 per cento. Cioè più elevato rispetto ad ogni altra grande economia occidentale, Usa e Germania a parte. Qualcuno ha ricordato il terremoto di Kobe nel 1995, che causò danni per 10 mila miliardi di yen, il 2,5 per cento del prodotto lordo giapponese di allora: eppure a fine anno il Giappone contò tre trimestri consecutivi di crescita. Quel qualcuno di buona memoria non è gente qualsiasi: si tratta della Nomura, la prima banca d’affari del Sol Levante e tra le più potenti del mondo. Nomura ha già sfornato un report che prevede due trimestri di recessione tra l’1,1 e l’1,5 per cento, e poi un periodo di ripresa. A fine anno, appunto, il Pil giapponese potrebbe segnare un rialzo del 2,1 per cento.

Chi ne beneficerebbe? «Innanzi tutto la domanda legata alla ricostruzione: acciaio, cemento, infrastrutture» scrivono gli analisti di Nomura. Che evocano il Namazu, il pesce gatto della mitologia nipponica. Vive sottoterra e quando sfugge alla guardia del dio Kashima si dibatte provocando terremoti e devastazioni, ma anche resurrezioni. Il Namazu è stato spesso associato allo spirito di rinascita del Giappone dopo le grandi sconfitte militari, soprattutto la seconda guerra mondiale. Ora però spopola tra Wall Street e le business room di Riyad, Mumbai, Mosca e ovviamente Shangai.

Anche JP Morgan traccia uno scenario a breve, che vede ribassi per le materie prime in relazione al rallentamento dell’economia, e poi un loro rilancio legato soprattutto all’energia, alle costruzioni e alla finanza. Tutti settori che dovrebbero beneficiare del temporaneo ko nipponico. Il motivo è evidente: l’ondata di ripensamenti sul nucleare pomperà da una parte le energie cosiddette verdi (fotovoltaico, eolico, biomasse), dall’altra le vecchie fonti quali petrolio, gas e carbone. Il che significa dire Cina, Arabia, Medio Oriente, Russia e ancora Cina. Se rallenta il nucleare le tre fonti energetiche più immediatamente disponibili sono il petrolio, il gas ed il carbone. Soprattutto quest’ultimo, sempre trascurato dagli analisti: ma quanti sanno che già secondo il World Energy Outlook 2010 da qui al 2035 il vecchio carbone è destinato a consolidarsi come la prima fonte energetica del mondo, passando dal 39 al 45 per cento della produzione globale? E indovinate chi sta facendo incetta di miniere e diritti, dall’Africa all’Asia? La Cina. Quanto al gas, la Gazprom stava rinegoziando le forniture con tutti i paesi europei in piena crisi libica: contratti lunghi e un po’ onerosi in cambio di forniture stabili e strategiche rispetto al greggio. Ora gli inviati del colosso russo, e di Vladimir Putin, moltiplicano i contatti. Su questo punto è giusto dare anche a Silvio ciò che è di Silvio: a lungo accusato di aver legato se stesso e l’Eni alla dipendenza energetica dal gas russo (files di Wikileaks in testa), il premier italiano vede in fondo premiate le proprie scelte: con petrolio e nucleare ballerini, il gas risulta indispensabile all’Italia. E certo Putin è tra coloro che si fregano le mani; ma non è il solo.

L’Edison, per esempio. Azienda simbolo del capitalismo privato italiano, con domicilio in Foro Buonaparte a Milano, è oggetto del pressing insistente della francese EdF, colosso energetico pubblico che sta a Nicolas Sarkozy quasi quanto la Gazprom sta a Putin. Una guerra tra azionisti vede contrapposti EdF e A2A, guerra che si era conclusa con una spartizione a vantaggio dei francesi, finché Giulio Tremonti non ha bloccato tutto. Ma è interessante l’obiettivo dichiarato della EdF: fare di Edison «l’hub strategico per il gas nel Sud Europa». Dopo il carbone il gas, dunque. E dopo ancora, ovviamente le energie verdi. Forse qualcuno ha notato che nel bagno generale di piazza Affari collegato alla crisi libica e al Giappone, tra i pochi titoli che hanno salvato le penne ci sono Enel Green Power e la Cir. Che cosa c’entra la finanziaria di Carlo De Benedetti? Semplice: controlla la Sorgenia, azienda deputata al business delle rinnovabili.

Stessa cosa in Germania per Q-Cells, Nordex e SolarWind (otto punti guadagnati in un solo giorno a Francoforte), in Danimarca per la Vestas Wind Systems (più 5 per cento alla borsa di Copenhagen), a Madrid per Gamesa. E se questo accade per aziende tutto sommato di dimensioni piccole e medie, proviamo ad immaginare le ricadute future per colossi come la tedesca E.On o l’americana Bechtel. Le rinnovabili però costano, più di quello che danno, e la situazione non cambierà per molti anni. Devono i

nsomma essere sovvenzionate, ed il record lo abbiamo proprio in Italia: quest’anno gli incentivi graveranno per 5,7 miliardi sulle bollette di tutti i cittadini, che di elettricità verde non consumano neppure un watt. Una situazione insostenibile per molti governi, Roma e Berlino in testa. Ma ora la lobby delle rinnovabili, attivissima a Bruxelles, sta proponendo facilitazioni comunitarie per i pannelli solari e le pale eoliche: e vedrete che la spunterà. E poco importa che già il 50 per cento della produzione di tecnologia fotovoltaica sia, di nuovo, in mano alla Cina.

Alla fine, però, è ancora a Wall Street che è bene guardare attentamente. Benché acciaccati, gli squali – tra cui il nostro Gordon Gekko – hanno un’altra grande chance, ed è impensabile che non la sfruttino. Per esempio: il Giappone ha il più alto debito pubblico mondiale, ma è anche con 882 miliardi di titoli di stato americani il maggior creditore degli Usa dopo la Cina. Se riduce un po’ per finanziare la ricostruzione, i prezzi dei T-bond scendono e di conseguenza il loro rendimento sale. A loro volta i titoli in yen saranno costretti ad offrire cedole superiori. Tutto questo potrebbe riaprire la guerra mondiale delle obbligazioni. Ma c’è qualcosa di ancora più importante nell’agenda giapponese del dopo disastro: si tratta dell’adesione alla Trans Pacific Partneship, una zona di libero scambio con Australia, Nuova Zelanda, Usa, Cile, Perù, Malaysia, Vietnam, Brunei, Singapore. La trattativa è stato finora osteggiato da due potenti lobby nipponiche, quella agricola e quella automobilistica.

Ora Tokyo potrebbe avere l’interesse o la necessità di uscire dal proprio non più splendido isolamento commerciale. L’asse che si creerebbe modificherebbe la geografia commerciale planetaria andando ad urtare le alleanze di Cina e India. Che a questo punto intensificherebbero le attenzioni verso le altre economie emergenti del Sud America, verso il Medio Oriente ed anche verso la vecchia Europa. «Ferro azzurro ama Anacot acciaio» diceva Michael Douglas. Occhio alle nuove Anacot: Gekko le ha già puntate. Il Tempo, 16 marzo 2011

I SAMURARI E L’INUTILE EUROPA, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 16 marzo, 2011 in Politica, Politica estera | No Comments »

Giappone, ripresi i tentativi di raffreddare il reattore nella centrale di Fukushima Che cosa sta succedendo? Se dovessimo dare retta alle dichiarazioni del commissario europeo per l’energia, Gunther Oettinger, il Giappone sarebbe pronto a fare la fine di Atlantide e l’Europa dovrebbe prepararsi a una pioggia radioattiva secolare. Quando un politico, al cospetto di un incidente nucleare, pronuncia la parola «apocalisse», dovrebbe sapere di cosa sta parlando e conoscere l’effetto che alimenta nella pubblica opinione in larga parte impreparata e per questo in ansia.
L’Europa è in una profonda crisi di identità. Ne abbiamo avuto prova con Libia e Giappone. L’era degli shock globali ha messo a nudo i limiti di costruzione della sua architettura economica e soprattutto politica. Siamo di fronte a un decadimento delle leadership e a una quanto mai improvvisata e dilettantesca gestione dell’agenda internazionale. Che l’Europa contasse sempre meno era chiaro a tutti e i report delle sedi diplomatiche americane svelati da Wikileaks ne avevano certificato la marginalità crescente. Ma lo spettacolo a cui stiamo assistendo tra Bruxelles, Tripoli e Tokyo è al di là del bene e del male.

Caso esemplare: la Francia. Un Paese con un passato da potenza globale dovrebbe avere un minimo di esperienza diplomatica. Vediamo le ultime imprese di Parigi. Azione: sulla Libia ha lanciato l’idea di bombardare Gheddafi e sul nucleare nipponico ha avviato una campagna di allarmi a catena. Reazione: il Colonnello sta massacrando in beata pace i ribelli libici, mentre il ministro degli Esteri giapponese, Takeaki Matsumoto, ieri è dovuto intervenire così: «Esorto i Paesi stranieri ad avere sangue freddo». Il Paese dei Samurai sta dando lezioni di dignità e di coraggio, l’Europa sta mettendo il sigillo sulla sua inutilità. Mario Sechi, Il Tempo, 16 marzo 2011