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CASA DI MONTECARLO: IL GIP ARCHIVIA L’INCHIESTA E GRAZIA FINI

Pubblicato il 14 marzo, 2011 in Cronaca, Giustizia, Politica | No Comments »

Roma – Una decisione da copione. Il gip del tribunale di Roma ha archiviato il procedimento a carico del presidente della Camera, Gianfranco Fini, e del senatore Francesco Pontone. I due erano accusati di truffa per la vendita dell’appartamento in boulevard Princesse Charlotte a Montecarlo, che era stata donata nel 1999 dalla contessa Anna Maria Colleoni ad Alleanza nazionale e in un secondo momento venduta a una società off shore.

La decisione del gip di Roma Il gip Carlo Figliolia ha accolto le richieste di archiviazione formulate da procuratore Giovanni Ferrara e dell’aggiunto Pierfilippi Laviani, secondo i quali nel 2008 non vi fu da parte dell’allora presidente di An Fini e del tesoriere Pontone alcun artificio o raggiro nella cessione alla società off shore della casa di boulevard Princess Charlotte. Nel sostenere l’assenza di elementi penalmente rilevanti, la procura riteneva che la questione della vendita dell’immobile, avvenuta a un prezzo inferiore al valore di mercato, poteva presentare al massimo aspetti civilistici. L’indagine della procura aveva preso il via dalla denuncia presentata da due esponenti di La Destra, Roberto Buonasorte e Marco Di Andrea, che si erano poi opposti alla richiesta di archivazione. Secondo i denuncianti, i pm avevano omesso, tra l’altro, di sentire Giancarlo Tulliani, fratello dell’attuale compagna di Fini, che, stando alla documentazione consegnata dal ministro della Giustizia del governo di Santa Lucia, risulterebbe titolare delle varie società off-shore protagoniste, in tempi diversi, della compravendita dell’appartamento di Montecarlo. La procura, però, aveva definito del tutto “irrilevante” il contenuto della carte fatte pervenire “con una nota riservata e confidenziale” al nostro ministero degli Esteri dal governo di Santa Lucia. Dalle indagini, avevano spiegato i pm, “è risultato che Fini, all’epoca della vendita, era amministratore esclusivo del partito Alleanza Nazionale, con tutti i poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione, sicchè il predetto, in autonomia, ha deciso e disposto la vendita dell’appartamento, senza artifizi e raggiri e senza induzione di terzi in errore”. A parere dei magistrati di piazzale Clodio, “nessun ruolo penalmente rilevante” poteva “assumere la condotta del senatore Pontone, il quale, nel caso in esame, ha rivestito la mera figura di mandatario dell’onorevole Fini, firmando l’atto notarile di compravendita alle condizioni indicate dal mandante e in virtù di procura generale a lui conferita il primo dicembre 2004 dal presidente Fini stesso”. Dunque, secondo chi indaga, la documentazione riservata sull’appartenenza delle società off shore Printemps ltd, Timara ltd e Jaman Directors ltd, tutte con sede a Santa Lucia, lascia il tempo che trova.

Storace: “Reagiremo” “Dice il mio portiere che la legge è uguale per tutti. Ma credo che stia cambiando città, regione, paese”, scrive Francesco Storace segretario nazionale de La Destra. “Spero di non dovermi beccare la solita querela dagli incriticabili giudici di questo paese – scrive il segretario de La Destra – ma è davvero da lasciare senza fiato la sentenza del gip Figliolia sulla casa di Montecarlo: archivio. E’ lì che finisce una storia che ha indignato tutti tranne i faziosi. Da oggi, 14 marzo, si stabilisce che non è reato vendere sottocosto il bene di un’associazione che si presiede, qual è un partito”. “Si stabilisce che è normale che un partito venda a società off shore un bene che possiede frutto di una donazione – prosegue – Si stabilisce che è inutile frignare se quel bene, donato per ‘la buona battaglia’ finisce nella disponibilità del cognato di chi guida il partito. Tutto questo non lo si può ufficialmente chiamare vergogna, altrimenti arriva la querela. Come predica Ingroia. Lo chiameremo Andrea, ma non cambia poi molto. Abbiamo un giudizio molto negativo sulla sentenza. Almeno questo lo si può dire, signor giudice?”. “Ovviamente non ci fermiamo – conclude – C’è la Cassazione, c’è la sede civile, molte sono le sedi giurisdizionali dove far valere le ragioni di una comunità che non si arrende. In ultima analisi, sia maledetto quel bene e chi lo detiene abusivamente. E chi glielo ha regalato, alla faccia di ventisette ragazzi morti ammazzati. È alle loro famiglie che Gianfranco Fini deve chiedere scusa. Quello che è successo può sfuggire alla legge, ma non alla morale, ell’etica, alla politica. Reagiremo, eccome se reagiremo”. Il Giornale, 14 marzo 2011

AL COSTITUZIONE DAY IL PM INGROIA FA UN COMIZIO CONTRO BNERLUSCONI. SE VUOLE SCENDERE IN POLITICA LASCI LA TOGA.

Pubblicato il 13 marzo, 2011 in Giustizia, Politica | No Comments »

Sul palco c’è un tribuno della plebe che arringa la folla. «Con questa controriforma ­dice – non è in gioco la separa­zione delle carriere, ma l’egua­glianza di tutti i cittadini di fronte alla legge». Si chiama Antonio Ingroia, nelle aule giu­diziarie veste la toga del pub­blico ministero, ma al «Costi­tuzione day », in piazza del Po­polo, a Roma, attacca il gover­no Berlusconi con i toni accesi del leader politico. Di manifestazioni ce ne so­no in tutt’Italia, gli organizza­tori parlano di un milione di partecipanti ma per il Vimina­le sarebbero 43mila in tutto, di cui 25mila nella capitale. È qui che il procuratore ag­giunto di Palermo fa il suo di­scorso, accanto agli esponenti dei partiti. «Il fatto che ci siano tanti italiani dimostra che ave­te capito che la cosiddetta ri­forma della giustizia in realtà è una controriforma. Non è solo una ritorsione contro la magi­­stratura, c’è in gioco una posta molto più grande. Se dovesse passare avremmo uno Stato di diritto azzoppato, sfigurato nei suoi principi fondamenta­li così come disegnati dai pa­dri costituenti». Il presidente dell’Anm, Lu­ca Palamara, con più cautela ha mandato un messaggio di «adesione e solidarietà» alle manifestazioni:«L’associazio­ne si riconosce in questi princi­pi ed è più che mai impegnata a difendere gli interessi della collettività, l’indipendenza e l’autonomia della magistratu­ra ». Palamara è della corrente maggioritaria Unicost e l’Anm, che il 19 dovrà decide­re sullo sciopero o altre forme di protesta, è sotto pressione soprattutto da parte delle cor­renti di sinistra, Magistratura democratica e Movimento per la Giustizia. Che chiedono addirittura le dimissioni delle toghe che lavorano al ministe­ro della Giustizia. Ingroia ci mette la faccia. Lo ha fatto altre volte, anche in di­­battiti tv come Annozero, ma stavolta incarna la fase due del­la rivolta della magistratura. Quella a lungo preparata nelle infuocate mailing list , in cui si reclama una svolta di aperta lotta politica dell’Anm.La stra­tegia è quella di allargare lo scontro sulla giustizia a tutti i cittadini, di convincere gli elet­tori a mobilitarsi soprattutto per mandare a casa il governo. Prima di Cristo i tribuni del­la plebe si opponevano ai magistrati dei patrizi grazie all’assoluta inviolabilità e sa­cralità della loro carica, la sa­crosanctitas , oggi i magistra­ti antiberluscones sventola­no nelle piazze la bandiera della loro sacrosanta autono­mia e indipendenza. Ha un bel dire il premier che questi principi non sono intaccati dalla riforma. Ha un bel ripe­tere il Guardasigilli Angeli­no Alfano che non c’è nessu­na «crociata» contro le to­ghe, ma si cerca il dialogo in Parlamento. I falchi del­l’Anm hanno già deciso che la riforma dev’essere il caval­lo di Troia per far crollare il palazzo del Cavaliere. Che non ci sia più spazio per alcuna prudenza, neppure per tutelare l’immagine di im­­parzialità del magistrato, lo di­mostra il comizio di Ingroia. «L’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge- dice il pm an­­timafia, attirando gli applausi – non sarebbe garantita se il po­te­re giudiziario venisse schiac­ciato da quello politico. Il go­verno sta tentando di prende­re­il controllo diretto dell’azio­ne penale. La posta in gioco ha a che fare non tanto con il no­stro presente, ma con il vostro futuro». Paradosso. Il leader Pd Pier Luigi Bersani dice «non siamo il partito dei giudici e dei pm», proprio mentre Ingroia sem­bra candidarsi a nuovo leader del partito. «Come fa l’Anm ­dice il capogruppo alla Came­ra del Pdl Fabrizio Cicchitto­ a parlare di difesa,dell’indipen­denza dei magistrati, di fronte ad episodi così clamorosi di schieramento politico?». Lui, il tribuno della plebe In­groia, intanto ha già avuto un’investitura dalla piazza, con la colonna sonora dell’In­no di Mameli, mentre svento­lano testi della Costituzione e bandiere tricolore. Il Giornale, 13 marzo 2011

BERLUSCONI: E’ DAL 1994 CHE BISOGNAVA FARE LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA, QUESTA VOLTA ANDREMO SINO IN FONDO

Pubblicato il 12 marzo, 2011 in Politica | No Comments »

Il Presidente del Consiglio on. Berlusconi  ha rivolto  agli italiani un  messaggio che per oggetto la riforma della Giustizia. Eccone il testo integrale.

Carissimi,

“Dal 1994 in poi nelle campagne elettorali ci siamo impegnati a rifondare la giustizia, ma i nostri sforzi sono stati  puntualmente vanificati perché Fini e i suoi, giustizionalisti e statalisti, si sono messi sempre di traverso, in accordo con le correnti di sinistra della magistratura. Ora che Fini e i suoi non sono più con noi, la maggioranza – anche se più limitata nei numeri – è più coesa e determinata e questo ci consentirà di portare in Parlamento una riforma costituzionale della giustizia assolutamente equilibrata e moderna.

Non è una legge ad personam, non è una riforma per una persona o contro una persona, perché non si applica ai processi in corso e quindi l’opposizione non potrà dire che si applica ai miei processi. E’ una riforma per gli italiani, è rispettosa dei principi costituzionali, ha come obiettivo – come ho appena detto e lo ripeto – il giusto processo e una giustizia finalmente giusta nell’interesse dei cittadini, che hanno il diritto di avere un giudice davvero sopra le parti, un giudice terzo che sia separato e indipendente dall’avvocato dell’accusa, così si chiamerà il PM, che invece ora fa parte dello stesso ordine dei magistrati che giudicano, opera negli stessi uffici, ed ha un peso preponderante nel determinare gli avanzamenti di carriere di tutti i magistrati.

Questa riforma andrà avanti in Parlamento anche attraverso dieci leggi di attuazione, che noi abbiamo già pronte, e porterà a cambiamenti epocali.

-        Il primo sarà la separazione delle carriere tra la magistratura giudicante e l’ordine degli avvocati dell’accusa, che sarà sancita con l’istituzione di due Csm, entrambi presieduti dal capo dello Stato, con un eguale numero di consiglieri togati cioè di magistrati e di consiglieri laici, cioè consiglieri nominati dal Parlamento, così che si porrà fine allo strapotere delle correnti politicizzate della magistratura, che hanno trasformato il Consiglio Superiore della Magistratura in una specie di Terza Camera politica sempre pronta a criticare il governo e il Parlamento e ad intervenire addirittura con commenti sulle leggi in discussione alle Camere.

-        Secondo cambiamento: il principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale rimarrà ma dovrà essere applicato secondo i criteri che saranno previsti dal Parlamento ogni anno. L’obbligatorietà si è ormai trasformata in un’assoluta discrezionalità dei pm, che perseguono preferibilmente le ipotesi di reato con alta visibilità mediatica e contro i nemici politici. Con la riforma sarà il Parlamento a indicare le priorità su cui intervenire con l’azione penale.

-        Terza innovazione: in applicazione del principio che la legge è uguale per tutti, anche i magistrati dovranno rispondere sul piano civile del loro operato, e quindi degli eventuali gravi errori commessi, esattamente come sono chiamati a fare tutti gli altri funzionari dello Stato e tutti  professionisti a cominciare dai medici. Così il cittadino vittima di un errore giudiziario potrà rivalersi nei confronti del magistrato che ha sbagliato, proprio come avviene per un medico che sbaglia.

-        Quarta innovazione: le sentenze di proscioglimento, di assoluzione in primo grado non saranno più appellabili, e questo impedirà che un cittadino accusato di aver commesso un reato, sottoposto a processo, e poi dichiarato innocente, possa essere richiamato nel girone infernale dei processi in appello e in cassazione,  quando la sua innocenza sia stata riconosciuta nel processo di primo grado: un calvario terribile che rovina la vita di chiunque venga sottoposto a una simile drammatica esperienza. Il PM, che sarà chiamato “Avvocato dell’accusa”, continuerà a disporre della collaborazione della polizia giudiziaria per le indagini, ma dovrà farlo con un rapporto diverso, che sarà definito da una legge apposita del Parlamento affinché la polizia possa far meglio  il proprio mestiere.

-        Infine per combattere la lentezza dei procedimenti, che è diventata un nemico della giustizia, il governo ha predisposto un piano di azione che prevede la digitalizzazione delle notifiche e di tutti gli atti delle cancellerie per abbattere i tempi dei procedimenti sia civili che penali. Piano che porteremo avanti con una legge ad hoc, in parallelo con la riforma.

Nei prossimi giorni e nelle prossime settimane dovremo rispondere ai numerosi attacchi che la sinistra e le toghe rosse hanno già iniziato a rovesciarci addosso nel tentativo di ostacolare ed evitare questa riforma. Ma sappiamo di avere argomenti molto validi per ribattere ad ogni critica e ripeto, una maggioranza coesa e determinata in Parlamento. Noi siamo un grande partito riformatore che si deve confrontare con una opposizione conservatrice che non fa l’interesse del Paese per fare il male di Berlusconi.

Se questa riforma fosse stata fatta per tempo, la storia recente dell’Italia sarebbe stata diversa. Non ci sarebbe stata quella esondazione della magistratura dagli argini costituzionali che ha portato ad annullare un’intera classe di governo nel 1992-93, che ha causato l’abbattimento del nostro primo governo nel 1994, che ha determinato anche la caduta di un governo di sinistra a causa della loro improvvida proposta di riformare la giustizia avanzata dal ministro Mastella, così come non si sarebbe potuto portare avanti il tentativo tuttora in corso di eliminare il governo in carica per via giudiziaria.

Lo dico con il massimo della serenità e dell’oggettività, perché questi sono fatti ormai consegnati alla storia. Da parte nostra invece c’è soltanto l’obbiettivo di lavorare per il bene dell’Italia, e di eliminare finalmente una anomalia, anzi una patologia grave della nostra democrazia.

Questa volta indietro non si torna, anche se noi, con lo spirito liberale che ci muove, saremo sicuramente aperti a integrazioni e a miglioramenti che potranno anche esserci suggeriti dai nostri oppositori purchè non si snaturi l’impianto complessivo della riforma.

Io sono convinto che il testo che presentiamo al Parlamento sia un testo molto equilibrato, che metterà alla prova l’effettiva credibilità della sinistra e la sua disponibilità al dialogo.

Insisto nel chiamare tutti voi ad una forte assunzione di responsabilità, convinti che questa riforma può rappresentare davvero un passo avanti fondamentale per il rafforzamento della nostra democrazia. Chi questa volta si tirerà indietro non avrà nessuna giustificazione.

Il grande Alexis de Toqueville diceva: “Tra tutte le dittature la peggiore è quella dei giudici”. Ecco, con questa riforma noi cercheremo di evitare che questo ci accada e voi dovete darci una mano per spiegarlo a tutti gli italiani”. Un forte abbraccio a tutti, Silvio Berlusconi

LA VERA STORIA DEL PROF. TRAVAGLIO

Pubblicato il 12 marzo, 2011 in Costume, Giustizia, Politica | No Comments »

Marco Travaglio è un professori­n­o del giornali­smo. Dà le pa­gelle a tutti i colleghi e vi­gliacco che uno prenda almeno una volta la suffi­cienza. Si è autonomina­to erede di Montanelli, con il quale millanta una lunga frequentazione, quasi fossero padre e fi­glio, fin da quando lavo­rava per Il Giornale del quale era, pagato da Ber­lusconi, vicecorrispon­dente da Torino, cioè nul­la. I miei colleghi più an­ziani del Giornale non ri­cordano di averlo mai vi­sto una volta nella reda­zione centrale e scom­mettono che Montanelli non sapeva neppure chi fosse. Quando Indro eb­be la sciagurata idea di mollare la sua creatura per fondare La Voce , Tra­vaglio lo seguì, «uno dei tanti, nulla di più», ricor­dano oggi i compagni di avventura rimasti sulla strada. A parte questa piccola mitomania, di Travaglio giornalista non si ricor­da nulla. Ha avuto più for­t­una con le carte giudizia­rie trasformate in libri, grazie ai quali ha fatto sol­di e raggiunto la fama. Ie­ri ha stroncato pure Giu­l­iano Ferrara e il suo ritor­no in tv da lunedì, ogni se­ra dopo il Tg1. Egocentri­co e invidioso, Travaglio ha sentenziato che Ferra­ra non è un giornalista. La prova? Il Foglio , quoti­diano diretto da Ferrara, vende poche copie, mol­te meno del suo Il Fatto. Sai che ragionamento. È come se il proprietario di un sexy-shop si vantasse di avere più clienti di una galleria d’arte. Per curiosità, siamo an­dati a vedere come sono finiti gli scoop di Trava­glio campione di giorna­lismo senza macchia. Ec­co un elenco, probabil­mente incompleto, delle sue prodezze. Salvo erro­ri ed omissioni, la situa­zione è questa (il voto lo lasciamo a voi lettori). Nel 2000 è stato con­dannato in sede ci­vile, dopo essere stato ci­tato in giudizio da Cesare Previti a causa di un arti­colo su L’Indipendente , al risarcimento del dan­no quantificato in 79 mi­lioni di lire. Il 4 luglio 2004 è sta­to condannato dal Tribunale di Roma in se­de civile a un totale di 85.000 euro (più 31.000 euro di spese processua­li) per un errore di omoni­mia contenuto nel libro La repubblica delle bana­ne scritto assieme a Peter Gomez e pubblicato nel 2001. In esso, a pagina 537, si descriveva «Falli­ca Giuseppe detto Pippo, neo deputato Forza Italia in Sicilia», «commercian­te palermitano, braccio destro di Gianfranco Mic­cichè… condannato dal Tribunale di Milano a 15 mesi per false fatture di Publitalia. E subito pro­mosso deputato nel colle­gio di Palermo Settecan­noli ».L’errore era poi sta­to trasposto anche su L’Espresso , il Venerdì di Repubblica e La Rinasci­ta della Sinistra , per cui la condanna in solido, oltre­ché su Editori Riuniti, è stata estesa anche al grup­po Editoriale L’Espresso. Il 5 aprile 2005 è sta­to condannato dal Tribunale di Roma in se­de civile, assieme all’allo­ra dir­ettore dell ’Unità Fu­rio Colombo, al pagamen­to di 12.000 euro più 4.000 di spese processua­li a Fedele Confalonieri (presidente Mediaset) dopo averne associato il nome ad alcune indagini per ricettazione e riciclag­gio, reati per i quali, inve­ce, non era risultato inqui­sito.

Il 20 febbraio 2008 il Tribunale di Torino in sede civile lo ha con­dannato a risarcire Fede­le Confalonieri, presiden­te di Mediaset, con 6.000 euro, a causa dell’articolo «Piazzale Loreto? Magari» pubblicato nella rubrica Uliwood Party
su l’Unità il 6 luglio 2006

Nel giugno 2008 è stato condannato dal Tribu­nale di Roma in sede civile, as­sieme al direttore dell’ Unità Antonio Padellaro e a Nuova Iniziativa Editoriale, al paga­mento di 12.000 euro più 6.000 di spese processuali per aver descritto la giornali­sta del Tg1 Susanna Petruni come personaggio servile ver­so il potere e parziale nei suoi resoconti politici: «La pubbli­cazione- si leggeva nella sen­tenza – difetta del requisito della continenza espressiva e pertanto ha contenuto diffa­matorio ».

Nel gennaio 2010 la Cor­te d’Appello penale di Ro­ma lo ha condannato a 1.000 euro di multa per il reato di dif­famazione aggravato dall’uso del mezzo della stampa, ai dan­ni di Cesare Previti. Il reato, se­condo il giudice monocratico, sarebbe stato commesso me­diante l’articolo «Patto scellera­to tra mafia e Forza Italia» pub­blicato sull’ Espresso il 3 ottobre 2002. La sentenza d’appello ri­forma la condanna dell’otto­bre 2008 in primo grado inflitta al giornalista ad 8 mesi di reclu­sione e 100 euro di multa. In se­de civile, a causa del predetto re­ato, Travaglio era stato condan­nato in primo grado, in solido con l’allora direttore della rivi­sta Daniela Hamaui, al paga­mento di 20.000 euro a titolo di risarcimento del danno in favo­re della vittima del reato Cesare Previti. Pochi giorni fa, in attesa della sentenza di Cassazione, il reato è caduto in prescrizione grazie ad una inspiegabile len­tezza dei giudici a scrivere le motivazioni.

Il 28 aprile 2009 è stato condannato in primo grado dal Tribunale penale di Roma per il reato di diffa­mazione ai danni dell’allo­ra direttore di Raiuno, Fabri­zio Del Noce, perpetrato mediante un articolo pub­blicato su l’Unità dell’11 maggio 2007.

Il 21 ottobre 2009 è stato condannato in Cassazio­ne ( Terza sezione civile, senten­za 22190) al risarcimento di 5.000 euro nei confronti del giu­dice Filippo Verde che era stato definito «più volte inquisito e condannato» nel libro Il ma­nuale del perfetto inquisito , af­fermazioni giudicate diffama­torie dalla Corte in quanto riferi­te «in maniera incompleta e so­stanzialmente alterata» visto il «mancato riferimento alla sen­tenza di prescrizione o, comun­que, la mancata puntualizza­zione del­carattere non definiti­vo della sentenza di condanna, suscitando nel lettore l’idea che la condanna fosse definiti­va (se non addirittura l’idea di una pluralità di condanne)».

Il 18 giugno 2010 è stato condannato dal Tribuna­le di Torino- VII sezione civile ­a risarcire 16.000 euro al presi­dente del Senato Renato Schifa­ni ( che aveva chiesto un risarci­mento di 1.750.000 euro) per diffamazione, avendo evocato la metafora del lombrico e del­la muffa a Che tempo che fa il 15 maggio 2008. Il Giornale, 12 marzo 2011

RIFORMA DELLA GIUSTIZIA: ALFANO TENDE LA MANO AL PD

Pubblicato il 12 marzo, 2011 in Giustizia, Politica | No Comments »

Il ministro della Giustizia Angelino Alfano Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, tende la mano al Partito democratico e lo invita a presentare le sue proposte sulla riforma della giustizia. Ospite del Tg1, il guardasigilli ha detto: «Non comprendo le opposizioni che dicono no: c’è un testo, si parla da venti anni anni di riforma della giustizia. Il Parlamento sarà chiamato a confrontarsi su questo testo». «Noi abbiamo espresso la nostra opinione – ha aggiunto Alfano – crediamo sia dovere di un grande partito dell’opposizione come il Pd manifestare la propria opinione. È doveroso per il Pd dire realmente cosa pensa della riforma della giustizia: ci faccia sapere, se non condivide la nostra, qual è la sua idea. Possiamo confrontarci serenamente in Parlamento, abbiamo tanto tempo per approdare a un testo definitivo». Il titolare del dicastero di via Arenula ha anache avvertito: «La riforma non è una crociata contro la magistratura e la magistratura non deve fare una crociata contro la politica e crediamo anche che in una democrazia che funziona i poteri esecutivo, legislativo e giudiziario debbano collaborare e giocare insieme la stessa partita per una grande squadra che si chiama Stato. «Quando la riforma sarà entrata in vigore – ha sottolineato il ministro della Giustizia – gli italiani potranno contare su giudice realmente equidistante». E poi, ha insistito, cone la riforma «si conclama il diritto dei cittadini, che dovessero aver patito un danno ingiusto, di fare azione per avere il giusto risarcimento».

Una linea che è condivisa anche dall’ex deputato verde Marco Boato, che fu relatore della riforma della Giustizia nella commissione bicamerale presieduta da D’Alema: l’opposizione «fa un grosso errore a rifiutare il confronto» e dire che il Paese ha «bisogno solo di leggi ordinarie, non è vero», significa «delegittimare il proprio passato». «Anch’io – ha spiegato – dò un giudizio drasticamente negativo sul premier e sulla sua maggioranza» ma è «sbagliato e anche un po’ suicida fare opposizione chiedendo tutti i giorni le dimissioni del presidente del Consiglio. Una volta che un Governo continua ad ottenere la maggioranza al voto di fiducia è privo di senso pretendere che si dimetta. Non si può anadare avanti per due anni, dicendo dimettiti». Anche Maurizio Gasparri, capogruppo Pdl al Senato, aveva avvertito: «La riforma della giustizia proposta dal governo Berlusconi tiene conto di un dibattito che anche la sinistra nel passato ha affrontato con alcune proposte analoghe. Il testo presentato in Consiglio dei ministri, infatti, riprende anche parte di vecchie proposte, da Boato a quelle del Pd più recenti. Ci sono quindi i presupposti per confrontarsi liberamente senza pregiudizi, per avere certezza della pena, meno politica tra le toghe e più rapidità dei giudizi». Il Tempo, 12 marzo 2011


MIRACOLO: SANTORO NON INSULTA BERLUSCONI, MA COSI’ ANNOZERO E’ ALLA CANNA DEL GAS

Pubblicato il 11 marzo, 2011 in Costume, Politica | No Comments »

Ieri sera puntata saporifera di Annozero. A un certo punto, c’era da pregare che nominassero Berlusconi. Eravamo disposti a tutto, anche a sentir massacrare il premier in diretta per l’ennesima volta. Ci dessero un po’ di bunga bunga, per carità, almeno un’Olgettina, due inchieste per mafia, qualcosa. E invece Annozero è andato in onda in versione giurassica, rispolverando addirittura Eugenio Scalfari e Fausto Bertinotti. Lo Scalfarosauro si dilungava in analisi sullo stato dell’economia prendendo in esame un argomento attualissimo: la crisi del 1929. Ci crediamo che poi grida all’avvento del fascismo: è fermo agli anni Trenta. Il Comunistosauro Bertinotti, invece,   lo pensavamo già estinto da anni assieme al suo ex partito,  Rifondazione. Invece si era solo nascosto all’ombra dei brontosauri ed è rispuntato per parlare di metalmeccanici e padroni. Da uno che ha provocato il crollo del suo schieramento, chissà quali geniali ricette sulla crisi mondiale possono venire (infatti auspica «un po’ di Patrimoniale»). Mancava solo Corrado Formigli inviato nel Cretaceo per un reportage e la trasmissione avrebbe potuto chiamarsi La preistoria siamo noi. Nello spettatore subentrava un senso di smarrimento: ma come, mandano in onda Superquark e c’è Santoro al posto di Piero Angela? Fortuna che era presente il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Le uniche emozioni, in avvio di puntata, le ha regalate lui. Prima mettendosi alla lavagna, spiegando  il «videogame» dell’economia e i rischi fatali (titolo del suo celebre libro e della puntata)  a cui vanno incontro gli italiani. Poi regalando siparietti con Scalfari, il quale lamentava: «Ho criticato molte volte      Tremonti, ma lui non mi ha mai fatto l’onore di rispondermi. Stasera dovrà farlo». E Santoro: «È una grande occasione». Commento di Tremonti: «Sì,  grande  per Scalfari». Nel frattempo, il pubblico (solitamente feroce e ruggente) era in coma. Travaglio dormiva, si è svegliato  perché un cinese dagli spalti ha pronunciato il nome fatale: «Berlusconi!». E Marco è balzato in piedi pronto alla pugna. Vauronel finale, incerottato per sfottere il premier dopo l’operazione ai denti, non è bastato a ridestare le folle.   Il succo è che, privo di frecce da scagliare contro Silviuccio, San Michele  perde  l’appeal. Ha fatto la puntata più bella e intelligente degli ultimi anni -  riflessiva e moderata – ma accadesse sempre così, cioè se Annozero fosse obbligato a cercare notizie vere, non avesse la sponda del gossip anti-Silvio e lo spauracchio del bavaglio, sarebbe un format per pochi, altro che adunate di piazza. Quelli che la menano con «la macchina del fango» e  chiedono il giornalismo d’alto profilo, se ottenessero  quanto dicono di volere sarebbero spacciati.   La morale è che – pur lamentando la sua invadenza catodica – gli amici progressisti non possono vivere senza il Drago di Arcore. Per rimediare qualche punto di share devono rifilare bastonate alla Lega, mostrando servizi sugli immigrati che dalla Libia sfollano in Tunisia (vogliono tornare nei propri Paesi, diceva ieri Santoro, e il Carroccio non li aiuta a casa loro come ha sempre dichiarato). Sono obbligate, le star di sinistra, a rifugiarsi nella tivù del dolore, a suon di   disoccupati   costretti a vendere  la fede nuziale per campare o imprenditori in crisi che solidarizzano con gli operai.   Ma i filmati strappalacrime sui profughi che a decine affollano una casa priva di servizi o fanno a gomitate per una pagnotta lanciata da un camion, lasciano il tempo che trovano. Possono commuovere un po’ l’ascoltatore terzomondista, poi stufano. Scalfari e Bertinotti possono attirare qualche appassionato di fossili, ma niente più. Jurassic Santoro, dispiace per lui, è soporifero: no Cav, no party. Ci permettiamo  un consiglio agli antiberlusconiani del piccolo schermo. Tenetevi stretto Giuliano Ferrara e pregate che Silvio si conservi in forma, al fine di garantirvi un audience di riguardo. Andate in chiesa e accendete un cero affinché il Cavaliere resti in sella. E se Sant’Antonio non vi aiuta, provate con le offerte a Santoro Martire. Altrimenti, il rischio fatale è che il successo di massa svanisca. Come una bolla finanziaria. di Francesco Borgonovo, LIBERO, 11 MARZO 2011

GIUSTIZIA: ALCUNI PUNTI FERMI

Pubblicato il 11 marzo, 2011 in Giustizia, Politica | No Comments »

editoriale di Pierluigi Battista, Il Corriere dell a Sera, 11 marzo 2011

Sulla giustizia si potrebbe evitare l’ennesima guerra di religione, se ambedue gli schieramenti la smettessero di farsi imprigionare dall’incubo di Silvio Berlusconi. Certo, sembra impossibile scindere il tema della giustizia dalle vicende giudiziarie che riguardano il premier. Ma bisogna liberarsi dalla dittatura delle convenienze. E non aver paura di entrare nel merito delle cose, uscendo dallo schema perenne di una maggioranza prepotente e di una opposizione rinchiusa nella retorica impotente del «no» globale e preventivo.

La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri non può essere un tabù per il centrosinistra, anche se a proporla è il governo Berlusconi. Superfluo ricordare che quel tabù venne già violato nella Bicamerale presieduta da D’Alema tra il ‘96 e il ‘98. E del resto l’imparzialità e la terzietà del giudice rispetto alle parti è una garanzia per lo Stato di diritto tanto quanto l’indipendenza della magistratura dal potere politico. Un’opposizione libera dall’incubo di Berlusconi non potrebbe forse trovare un terreno di interlocuzione sul tema della terzietà, contrastando al contempo ogni tentazione di subordinazione dei pubblici ministeri agli imperativi della politica? Non è un tabù nemmeno la responsabilità civile dei giudici laddove sia ravvisabile un dolo nei loro comportamenti: se non altro perché un referendum ne ha sostenuto il principio (poi disatteso) già negli anni Ottanta. Perché la sinistra garantista dovrebbe avere paura di un principio che vincola i magistrati a una condotta di responsabilità simile a quella cui devono giustamente attenersi tutti i professionisti che svolgono attività su temi delicatissimi per la vita e la libertà dei cittadini? Sull’obbligatorietà dell’azione penale, poi, spieghi l’opposizione se oggi questa regola viene effettivamente osservata nelle procure italiane, o se i fascicoli che si accumulano sulle scrivanie dei tribunali non siano smaltiti con criteri che con l’«obbligatorietà» hanno poco a che fare.

Di tutto questo si può e si deve discutere, senza gridare all’«eversione» per proposte opinabili ma non incompatibili con i principi dello Stato di diritto. «Discutere», però, deve valere per tutti. Per il Pd, che può trovare un’occasione per smarcarsi dall’ipoteca giustizialista di Di Pietro. Ma soprattutto per la maggioranza di governo che non può procedere a strappi, spallate, ultimatum. Che non deve lasciarsi sopraffare da sentimenti di vendetta politica nei confronti della magistratura. Che non può pretendere di vendere un pacchetto preconfezionato senza ascoltare un’opposizione dialogante, i magistrati, gli avvocati e, naturalmente, i consigli saggi del presidente della Repubblica. I modi e i toni con cui la riforma della giustizia è stata annunciata lasciano temere il peggio. Ma la maggioranza è ancora in tempo a rovesciare questa impressione. Per realizzare con serietà, e senza proclami bellicosi, una riforma promessa oramai da 17 anni. Nell’interesse di tutti, e non per la conquista di un trofeo.

.……….Le considerazioni di Battista sono condivisibili. Sia quelle riferite alla opposizione, sia quelle rifeirte alla maggioranza. Ma per quanto riguarda la maggioranza, ieri sera a Porta a Porta il ministro Alfano è stato chiaro e preciso: la maggioranza è pronta a discutere e migliorare il testo della riforma. Diverso l’atteggiamento della minoranza che per bocca di D’Alema ha subordinato la disponibilità a discutere solo se Berlusconi si dimette. Richiesta  ridicola o grottesca che pone problemi non alla maggiorazna ma alla minoranza. g.

RIFORMA DELLA GIUSTIZIA: COSI’ FINISCE L’ERA DEGLI INTOCCABILI

Pubblicato il 11 marzo, 2011 in Politica | No Comments »

All’inizio fu Luciano Violante, che a me­tà degli anni-Settan­ta fece arrestare Ed­gardo Sogno, ex comandan­te dei partigiani anticomu­nisti con l’accusa di tentato golpe. Lo scandalo si con­cl­use con la piena assoluzio­ne dell’imputato, il colpo di Stato era una bufala. L’an­no dopo Violante fu eletto deputato del Pci e fece una carriera politica che lo por­tò fino alla presidenza della Camera. Poi venne Anto­nio Di Pietro. Nel 1992 gui­dò i pm milanesi nell’opera di distruzione di tutta la clas­se politica, esclusa quella di sinistra. Nel 1997 Massimo D’Alema gli offre un seggio da senatore e da allora cer­ca di condizionare dall’in­terno la politica italiana. Più di recente è stato il turno di Luigi De Magistris, che da pm mise sotto inchiesta, a metà degli anni Duemila, mezza classe politica italia­na senza cavare un ragno dal buco se non il suo ingres­so in politica, nel 2009, co­me eurodeputato dell’Italia dei Valori.

Altro che nascondersi die­t­ro galantuomini come Fal­cone e Borsellino. I tre pm che, insieme ad altri, hanno o hanno tentato di cambia­re il corso della politica con e senza toga hanno un mini­mo comune denominato­re: l’antiberlusconismo mi­litante. Questo è stato possi­bile perch­é la politica è suc­cube della magistratura, ca­s­ta di intoccabili che è di fat­to riuscita, alleandosi con la sinistra e più di recente con il Fli di Gianfranco Fini, a ste­rilizzare il risultato elettora­le fino a sostituirsi di fatto al potere legislativo.

Dopo diciotto anni di pro­messe non mantenute, ieri finalmente Pdl e Lega han­no rotto il tabù, iniziando un percorso che libererà il Paese dalla dittatura delle toghe. È questo il senso prin­cip­ale della riforma costitu­zionale della giustizia ap­provata ieri dal governo. Non importa quanto ci vor­rà, senza la prima pietra non si può arrivare mai al tetto. Sdoppiamento delle carriere per evitare che ac­cusa e giudici facciano alle­anza contro la difesa, re­sponsabilità personale, me­no discrezionalità nelle priorità delle inchieste so­no i capisaldi della riforma. In realtà in questo non c’è nulla di rivoluzionario, si tratta di norme e regole già in vigore con successo in tut­ti i Paesi democratici. E co­munque nulla che possa an­che lontanamente avvan­t­aggiare il presidente Berlu­sconi nelle sue note vicen­de giudiziarie. Le opposizio­ni non hanno più alibi. Il ri­t­ornello delle leggi ad perso­nam qui non funziona. Ber­sani e soci dovranno decide­re se stare dalla parte della gente o continuare a tenere bordone alla casta degli in­toccabili.

I magistrati hanno annun­ciato una dura resistenza e bisogna aspettarsi colpi di coda. Gli scommettitori di­cono che arriverà da Napo­li, dove il pm Henry John Woodcock, sta lavorando a tempo pieno a un’inchiesta delle sue, quei polveroni po­li­tico mediatici che nove vol­te su dieci finiscono in nul­la, come quelli di Violante e De Magistris. Di questo pa­re ne sappia molto, non si capisce a che titolo visto che l’indagine dovrebbe essere segreta, Italo Bocchino. I due hanno una cosa in co­mune, l’antipatia per noi del Giornale . Il primo ci ha messo già sotto inchiesta, il secondo ha denunciato 36 di noi, caso senza preceden­ti, per stalking (non vuole che si parli di lui, degli appal­ti Rai di sua moglie e dei fi­nanziamenti pubblici ai suoi giornali). Sarà un caso ma gira la voce che nel Fli non vedrebbero l’ora di ar­ruolare nel partito proprio Woodcock come responsa­bile della giustizia. Vuoi ve­dere che sta per nascere un’ altra strana coppia del gran­de affare politica-magistra­tura? Il Giornale, 11 marzo 2011

ABBIAMO RESISTITO ALLE BRIGATE ROSSE, FIGURIAMOCI A BOCCHINO: LUI CI FA RIDERE

Pubblicato il 11 marzo, 2011 in Costume, Politica | No Comments »

Italo Bocchino è un buffone. Non è che voglia aggravare la mia posizione di querelato: una sentenza della Corte di Cassazione relativa a quel Piero Ricca che diede, appunto, del buffone a Silvio Berlusconi, stabilisce infatti che rivolgersi in tal fatta a un politico non costituisce reato, essendo solo una «forte critica che può esplicarsi in forma tanto più incisiva e penetrante, quanto più elevata è la sua posizione pubblica». E Italo Bocchino, che è di elevata posizione pubblica, niente meno che il vice del Presidente della Camera, si prenda dunque da me del buffone.
Ne abbiamo passate delle belle, qui al Giornale. Dapprima trattati da pirla allo sbaraglio (ci davano per falliti entro sessanta giorni), poi da appestati cui negare non dico la parola, ma il semplice buongiorno e infine da nemici da abbattere con ogni mezzo. Subimmo scioperi selvaggi in tipografia, boicottaggi nelle edicole, assalti alla redazione da parte di branchi di scalmanati armati di chiavi inglese e oggetti contundenti di diversa natura. Montanelli si beccò anche le pallottole. Per dire del clima, fummo costretti a prendere il porto d’armi – subito accordato per manifesto stato di pericolo – e girare con la pistola nella fondina. E tutto questo era niente di fronte alla quotidiana martellante, proterva, violenta e sguaiata aggressione verbale e giornalistica. Altro che stalking. La libertà di stampa e d’opinione, i diritti riconosciuti dalla Costituzione «più bella del mondo» sbandierati ieri e oggi da quelle forze politiche e giornalistiche che vantano la diversità antropologica, a noi del Giornale non era riservata. Per i lorsignori, o cantavi nel coro o volente o nolente ti tappavi la bocca.
Ma a quei tempi a mordere erano almeno le iene, belve dalla forte dentatura. Oggi escono dall’ovile e ci mordono o provano a farlo le pecore, gli Italo Bocchino. Che da buon fascista, ancorché rinnegato, la libertà di stampa e d’opinione non sa nemmeno dove stia di casa e dunque si stizzisce, adendo subito le vie legali, se un giornale come il Giornale non dico lo critica, ma non lo eleva – come fecero in un primo momento, sognando il ribaltone, La Repubblica, Santoro e il Tg3 – a statista d’alto rango, di grande cultura e di sopraffina intelligenza. Non si sente diffamato, Bocchino. Non ha trovato, in quello che ho scritto o hanno scritto i miei colleghi querelati, particolari disonorevoli sul suo conto, tali d’averne offeso la reputazione. Ciò che abbiamo scritto è solo che la sua lucida mente ha portato l’ambizioso progetto futurista di far fuori il governo Berlusconi a una Caporetto senza se e senza ma. Provi qualcuno a negarlo. Per addentarci, col suo morso di pecora, è dovuto dunque ricorrere allo stalking, accusandoci non solo di fargli perdere il sonno, ma di averlo fatto, insieme alla moglie, deperire e dimagrire. È dunque una fortuna che ci venga in aiuto la Corte di Cassazione (sentenza 19509 del 4 maggio 2006) permettendoci di dare, «accertati il sostrato fattuale della critica e l’utilità sociale della stessa», del buffone a chi impugna simili mezzucci per unirsi all’opera di quanti vollero e tuttora vogliono far tacere la voce del Giornale. Non ci riuscirono, con mezzi assai più devastanti, negli anni di piombo. Figuriamoci se ci riuscirà, tirando in ballo la silhouette sua e della sua signora, una nullità politica come Italo Bocchino. Il Giornale, 11 marzo 2011

LA CODA DI PAGLIA DEI MAGISTRATI SPIONI

Pubblicato il 10 marzo, 2011 in Giustizia, Politica | No Comments »

I magistrati si sono molto arrabbiati do­po aver letto sul no­stro quotidiano di ie­ri le loro email nelle qua­li sparlano di Silvio Ber­lusconi e degli elettori del centrodestra. Ci cre­do, al loro posto avrei avuto la stessa reazione. Vedere pubblicato sui giornali cose che uno pensa debbano restare riservate fa girare i san­tissimi. Se poi queste co­se, come nel caso in que­stione, smascherano un progetto politico che do­veva restare segreto in quanto incompatibile con la loro professione e presunta indipendenza, be’ allora la rabbia di­venta ira.

Al punto che hanno riunito d’urgen­za i loro vertici e chiesto l’intervento del Garante della privacy per blocca­re il Giornale . Troppo onore. Abbiamo sempli­cemente fatto il nostro lavoro, cioè pubblicato una notizia. Soltanto che in questo Paese, per non finire nei guai, si possono pubblicare esclusivamente le noti­zie gradite ai magistrati politicizzati, cioè funzio­nali al processo mediati­co contro Berlusconi e il suo governo. In quel ca­so non c’è privacy, anzi è tutto un bunga bunga dell’informazione dove chi più ne ha più ne met­ta, senza che nessuno lo disturbi. È poi paradossale che chi dello spiare e dell’en­trare nelle vite private senza regole e rispetto ne ha fatto una norma, oggi si atteggi a verginel­la di fronte alla pubblica­zione dei propri deliri af­fidati a una rete inter­net, che sarà anche riser­vata ai magistrati ma non certo segreta per­ché costituirebbe reato.

Riservata sì, ma come le migliaia di telefonate che ogni giorno vengo­n­o intercettate e non get­tate anche se il contenu­to nulla ha a che fare con un reato. Riservata co­me riservata dovrebbe essere la casa e il corpo di giornalisti di questa te­stata che sono stati per­quisiti, direi violentati psicologicamente, in cerca di fantomatici dos­sier che ovviamente non esistevano. Questi magistrati che chiedono di censurare il Giornale hanno la coda di paglia. Dopo aver af­fossato la giustizia e az­zoppato la politica, ora vorrebbero intervenire sull’informazione per decidere che cosa si può e si deve pubblicare. In­vece di scrivere procla­mi politici e tramare con­tro il governo pensino a fare il loro lavoro. Che al nostro ci pensiamo noi. Il Giornale, 10 marzo 2011