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I PM VOGLIONI INSTAURARE LO STATO DI POLIZIA

Pubblicato il 8 marzo, 2011 in Giustizia, Politica | No Comments »

Per contrastare l’annunciata riforma “epocale” della Giustizia i magistrati “democratici” hanno annunciato lotte e scioperi che hanno sapore di ricatto vero la classe politica. Riucatto orribile perchè messo in atto a “mano armata”

I magistrati imbocca­no la linea dura con­tro l’annunciata ri­forma della giusti­zia, annunciano sciope­ri e quant’altro. È una mi­naccia che sa di ricatto al­la classe politica, un ri­catto orribile perché messo in atto a mano ar­mata. Se un insegnante si oppone alla riforma della scuola, può andare in piazza o salire sui tet­ti. Un magistrato invece può sventolare avvisi di garanzia e far sentire il tintinnare di manette. Può distruggere uomini (alcuni in passato sono fisicamente morti per ac­canimento giudiziario), può stroncare carriere, rovinare famiglie, azzop­pare aziende, cambiare il corso della politica con assoluta discrezio­nalità e impunità anche di fronte a casi clamoro­si di abuso di potere ed errori come abbiamo do­cumentato nell’inchie­sta pubblicata nei giorni scorsi. E tutto sorretto da una stampa complice di una delle battaglie più illiberali e pericolose nella storia della Repub­blica.

Andate a rileggere che cosa scrisse dei magistra­ti Repubblica quando in­dagarono e arrestarono per tangenti il suo edito­re De Benedetti, che co­sa disse Fini quando ven­­ne intercettata la sua pri­ma moglie Daniela, cosa confidò D’Alema all’epo­ca dell’inchiesta su di lui per la scalata Unipol. Le dichiarazioni di Berlu­sconi, a confronto, sem­brano quelle di un mode­rato. Poi il vento è cam­biato.
Improvvisamen­te, per questi signori, la magistratura è diventa­ta un totem, sacro, intoc­cabile. Come per miraco­lo le inchieste si sono al­lontanate dal loro cer­chio magico, per coinci­denza Fini e D’Alema si sono messi di traverso a qualsiasi progetto di ri­formare la casta delle to­ghe. Ed è iniziata una ma­novra a tenaglia contro Berlusconi e i suoi uomi­ni. I pasdaran che guida­no la rivolta dei magistra­ti non sono più servitori dello Stato, vogliono co­stituire uno Stato nello Stato, quello di polizia che non riconosce il po­tere legislativo e si auto­proclama indipenden­te. Intanto l’Italia conti­nua a scivolare indietro nella classifica dell’effi­cienza della giustizia, un carrozzone che man­gia milioni a intercetta­re, meglio spiare, nelle vite degli altri ma che poi non sa acciuffare in tempi decenti l’assassi­no di una ragazzina usci­ta da una palestra. Ma questo è vietato dirlo, al­trimenti si commette il delitto di lesa maestà e si può finire nei guai per­ché la giustizia non guar­da in faccia a nessuno ma sa bene dove indiriz­zare lo sguardo. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 8 marzo 2011

RIFORMA DELLA GIUSTIZIA: INTERVISTA A MAURIZIO GASPARRI, PRESIDENTE DEI SENATORI DEL PDL

Pubblicato il 8 marzo, 2011 in Giustizia, Politica | No Comments »

Maurizio Gasparri Nel Consiglio dei ministri straordinario di giovedì gli elementi chiave della riforma «epocale» della Giustizia cominceranno a prendere forma. Maurizio Gasparri, capogruppo del Pdl al Senato, tiene i piedi per terra, ma sembra fiducioso. «Sono anni che ci lavoriamo, vogliamo ridurre la politicizzazione delle correnti della magistratura, mica – come ci accusano – ammazzare i processi».

Senatore perché è necessario riformare la Giustizia? «Questa riforma più che necessaria è urgente. Dobbiamo ristabilire una volta per tutte il rispetto dei ruoli. Oggi nel nostro Paese la separazione dei poteri praticamente non esiste più. La magistratura invade quotidianamente il campo della politica, imponendo ai partiti della sinistra un ruolo subalterno. Una volta era il partito comunista a manovrare Magistratura Democratica. Adesso sono i magistrati comunisti che hanno in mano un partito democratico indeciso e confuso. La separazione delle carriere e la riforma del Csm serviranno a rimettere ogni cosa al proprio posto».

Questa la riforma costituzionale. Poi ci sono le azioni che il governo intende perseguire con legge ordinaria. Quelle che fanno più discutere… «C’è la ridefinizione del rapporto tra magistratura e polizia giudiziaria e quella dei tempi dei procedimenti. Mentre le polemiche si concentrano sul cosiddetto processo breve e tutti pensano ai procedimenti di Silvio Berlusconi, nessuno dice che ogni giorno in Italia vanno in prescrizione circa 500 processi che niente hanno a che fare con il presidente del Consiglio. Questo vuol dire che ogni anno evaporano nel nulla circa 200 mila controversie giudiziarie».

Da cosa dipende? «Nella giustizia italiana non c’è più la certezza dei tempi del giudizio. Tantissimi processi, per intervenuta prescrizione, non arrivano mai a sentenza. E chi decide quali processi far evaporare e quali mettere in calendario? I magistrati. Sono loro che decidono in modo del tutto arbitrario quali dibattimenti dotare di una “corsia preferenziale” e quali lasciar cadere nel dimenticatoio. Dobbiamo limitare questo loro potere e restituire ai cittadini il diritto sacrosanto di avere una sentenza in tempi certi: dagli otto ai quindici anni di tempo per i tre gradi di giudizio, a seconda della gravità dei reati».

I magistrati sono già sul piede di guerra. Hanno annunciato uno sciopero immediato… «I magistrati devono applicare le leggi. Devono capire che non sono loro i legislatori. Uno sciopero delle toghe è un atto ai limiti dell’eversione».

Anche l’opposizione è insorta, Di Pietro parla di «deriva fascista»… «Vogliono far credere all’opinione pubblica che noi siamo nemici della Giustizia, quando i veri nemici sono quei magistrati, come era Di Pietro non molto tempo fa, che hanno smesso di indagare quando non era più conveniente farlo. Quando hanno scoperto che i soldi di Enimont portavano a via delle Botteghe Oscure, ex sede del Pds. È grazie a quei mancati processi che adesso c’è chi ha costruito un partito la cui unica ragione di vita è l’essere contro Berlusconi».

Pier Ferdinando Casini, invece, rimane a guardare. Non accetterà leggi ad personam, ma non sbarra la strada alla riforma. «Qui i provvedimenti ad personam sono stati presi contro Berlusconi, e non a favore. Intanto (nel caso Ruby, ndr) gli è stato negato il giudice naturale, sia per sede territoriale (che sarebbe stato Monza), sia per competenza (che sarebbe stato il tribunale dei ministri). Poi è stato negato alla sua difesa, come è successo solo alcuni giorni fa all’avvocato Ghedini, di far ascoltare dei testimoni. E infine, pur di colpire il presidente del Consiglio, sono stati sovvertiti i tempi della prescrizione del processo Mills, dal momento che la procura di Milano ha iniziato a calcolarli non dal momento in cui Mills avrebbe ricevuto i soldi, ma da quando avrebbe iniziato a spenderli. Ribaltare questo accanimento è un’opera di giustizia».

Al di là delle polemiche, Casini voterà la riforma? «Le polemiche riguardano le leggi ordinarie. La riforma costituzionale è un’altra cosa. Ci lavoreremo a fondo e ci confronteremo con tutte le forze dell’opposizione. Casini alla fine sarà dei nostri, ma spero lo siano tutti».

I futuristi con Briguglio hanno annunciato un «Vietnam parlamentare»… «No, non rispondo a interlocutori minori».


BOCCHINO INSULTA IN TV IL DIRETTORE DE IL GIORNALE, SALLUSTI, REO DI AVER RICORDSATO CHE CI FU UN TEMPO IN CUI FINI STAVA CON SADDAM, E NON SOLO…

Pubblicato il 7 marzo, 2011 in Cronaca, Politica | No Comments »

Bocchino, il fedele scudiero di Fini che lo ha promosso sul campo “vicepresidente del nulla”, cioè del FLI

“Sei un killer”. Italo Bocchino va all’attacco del direttore del Giornale Alessandro Sallusti. L’occasione è la puntata di ieri sera di In Onda, il programma di La 7 condotto da Luca Telese e Luisella Costamagna. Si parla di politica estera e Sallusti ricorda a Bocchino un fatto di cronaca. Nel novembre del 1990, poco prima che scoppiasse la prima guerra del Golfo, l’allora europarlamentare ed ex segretario del Msi Gianfranco Fini andò in visita da Saddam Hussein con una delegazione capitanata dal leader dell’ultradestra francese Jean Marie Le Pen. L’obiettivo era riportare in Europa un’ottantina di ostaggi. Un approccio “dialogante” alla questione araba, molto diverso da quello che Fini avrà negli anni successivi, anche durante il suo periodo alla Farnesina. Una delle prime acrobazie della sua lunga carriera politica.

Il direttore del Giornale ricorda i fatti così: “Fini andò in ginocchio, a braccetto con il camerata Le Pen, a baciare l’anello di Saddam Hussein. Avrà rimosso anche questo…”. Irrompe il vicepresidente di Futuro e Libertà: “Non sai quello che dici”. Sallusti ribatte: “E’ un fatto storico”. Bocchino, di fronte ai fatti, si spazientisce: “Andò da parlamentare europeo con una delegazione di cui faceva parte anche Formigoni…”. E poi, non potendo negare l’evidenza, passa agli insulti. Sempre gli stessi: “Tu sei pagato da Berlusconi, lui ti paga lo stipendio. Berlusconi ti ha scelto come killer”. Secca la replica del direttore del nostro quotidiano: “Il tuo stipendio lo pago io, lo pagano tutti gli italiani. Mangi sui soldi pubblici, sei un mantenuto”.

Poi Bocchino sputa il rospo e svela il motivo dell’imboscata tesa a Sallusti. Questioni politica estera? No, roba interna: questioni familiari. “I telespettatori devono sapere che per la prima volta in 50 anni non hanno visto Pippo Baudo in Rai. Mia moglie fa il produttore cinematografico dal 1993, un anno prima di conoscermi, avrebbe quindi diritto a fare il proprio lavoro. Quest’anno a causa della campagna di diffamazione di Sallusti, il contratto che era stato fatto per il programma di Pippo Baudo è stato revocato. La ragione è che il produttore di Pippo Baudo nel 2010 era mia moglie per contratto. Evidentemente dopo la campagna denigratoria de Il Giornale era opportuno bloccare il programma”.

La visita di Fini provocò già allora molti malumori nella politica italiana e internazionale. A quel tempo Fini, momentaneamente spodestato dalla segreteria della Fiamma da Pino Rauti, cavalcava le istanze anti atlantiche e filo arabe del partito. Basta dare un’occhiata a un’intervista dell’epoca per rendersene conto. Il delfino di Almirante commenta così la decisione dei vertici Rai di non trasmettere un’intervista del TgUno al Raìs: “Questa censura è una delle pagine più stupidamente vergognose della storia della nostra informazione. E’ l’ultimo atto della censura sistematicamente attuata contro le tesi e le posizioni iracheneche in Italia sono conosciute per sentito dire e mai in modo realmente autentico”. E poi va oltre: “Si tratta di una linea ottusa che risponde solo all’intransigenza guerrafondaia dei circoli mondialisti”. Ma le frequentazioni scomode di Fini non si fermano al rais iraqeno. Nel 1991, il 2 agosto, Fini insieme a Mirko Tremaglia (oggi di Fli) e Roberto Menia (oggi di Fli) parte per Belgrado. Ad attenderlo c’è il leader comunista Slobodan Milosevic. Lo scopo della missione è tentare il recupero dell’Istria e della Dalmazia e sostenere il governo serbo per le questioni umanitarie. Sembra l’agenda di Toni Negri invece era quello Gianfranco Fini, prima di una delle sue innumerovoli giravolte. Nel 1999, poco prima dell’intervento militare contro la Serbia, aveva già cambiato radicalmente idea: ”Purtroppo Milosevic era, ed e’, sordo a qualsiasi linguaggio che non sia quello della fermezza militare” . E le acrobazie continuano…

DISPERSA E SENZA LEADER: LA DIASPORA DELLA DESTRA ITALIANA

Pubblicato il 7 marzo, 2011 in Cultura, Politica | No Comments »


Mattia Feltri per “La Stampa

D’ improvviso, mentre la Seconda Repubblica volge a sera, la destra non c’è più. Se ne raccattano i pezzi, gli storaciani nel loro semi-ghetto, i berlusconiani aggrappati al governo, i finiani vaganti altrove. Ci sono pure gli apolidi, Domenico Fisichella a casa, i Silvano Moffa e i Pasquale Viespoli perduti nei gruppi misti parlamentari. Il fascismo fu archiviato con tutto il Novecento in sbrigativi congressi o addirittura in isolate e apodittiche sentenze ma, quando sarà conclusa la galoppata di Silvio Berlusconi, è la destra che rischia di svaporare senza un lamento.

Perché adesso? Perché nel lampo di pochi anni? «Perché tutto è finito», dice Pietrangelo Buttafuoco, il più affascinante fra gli intellettuali usciti dal Movimento sociale. L’arrivo della stagione del potere, spiega, ha dato l’occasione a ognuno «di farsi i fatti propri».

Alessandro Giuli (vicedirettore del Foglio di Giuliano Ferrara e autore del Passo delle oche, bel saggio edito da Einaudi che quattro anni fa analizzava la sterile identità postfascista e i guai che ne sarebbero derivati) condivide e la spiega così: «Il Movimento sociale era programmato per rispettare una leadership carismatica, magari contendibile ma non contestabile. Fosse Romualdi o Almirante non importava, ci si divideva in correnti, ma davanti a un leader indiscusso».

C’era naturalmente l’istinto di sopravvivenza del branco, dice Giuli. C’era l’arco costituzionale, i fascisti erano i topi di fogna, «e magari nelle sezioni ci si prendeva a cazzotti, ma fuori i comunisti ci davano la caccia. Fuori si rimaneva una falange», dice Giuli.

Quando non è più una questione di sopravvivenza, quando arrivano Berlusconi e il potere, «il gruppo dimostra di non avere tenuta. Già nella legislatura 2001-2006, Gianni Alemanno coltivava relazioni col mondo cattolico, Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri erano detti berluscones e restavano con Fini per un rapporto personale alla lunga insufficiente», osserva Giuli.

E Buttafuoco rincara: «Una destra al potere la si penserebbe capace di dare una struttura all’establishment, di avere legami stretti con la scuola, con l’università, con la magistratura, con l’esercito. Non è successo niente di tutto ciò. Pure alla Rai, che è l’industria culturale, ci si è limitati a piazzare qualche parente e qualche famiglio». Buttafuoco aggiunge che non è stata formata una leadership, e in effetti le facce sono le stesse da anni.

Insomma, è una destra che non resiste a Berlusconi e alla prova del potere. Ma qui Luciano Lanna (firma del Secolo di Flavia Perina e autore del Fascista libertario , un manifesto culturale del neofuturismo appena uscito con Sperling & Kupfer) devia un poco: «Non credo che nella diaspora attuale c’entri la conquista del potere. Penso si tratti di una scomposizione e ridefinizione post-ideologica.

La Prima Repubblica ha tenuto sulla barricata missina persone profondamente diverse fra di loro, e le ha tenute insieme provocando grossi equivoci. C’erano i nostalgici, c’erano i conservatori, ma c’erano quelli come me che di destra non erano, che leggevano Junger e Pavese, che già allora si sentivano più vicini ai radicali, ai socialisti, al giovane Francesco Rutelli che a Storace».

La ratifica è di Buttafuoco: «Soltanto per ignoranza ci si stupisce che alcuni fra i finiani dicano cose di sinistra. Ma le dicevano ai tempi dell’Msi… Quello era un partito all’avanguardia, che si permetteva libertà sconosciute ad An o al Pdl e al Fli. Nel Msi c’era dibattito, spazio per tutte le idee, fermento, persino lacerazione. Questo improvviso e recente incendio, questo prevalere delle tensioni culturali, lo trovo molto interessante».

Lo sarà, soprattutto, se contribuirà a un passo ulteriore. Ne dubita Giuli, che considera quelli come Lanna «la cosa più genuina prodotta da Fli». Ma nel loro portentoso ecumenismo culturale, Giuli vede «una danza infinita sopra l’immaginario, da Evola ai Beatles (cita un capitolo del Fascista libertario , ndr)… un clamoroso complesso di inferiorità».

Non sarà da lì, dice Giuli, che uscirà una destra nuova. «Il fallimento attuale è figlio della liquidazione del fascismo senza l’elaborazione del lutto, soltanto perché un giorno Pinuccio Tatarella ci disse di levarci i calzoni neri e di indossare la grisaglia. Non si diventa grandi così. Forse una destra nuova, interessante, sorgerà soltanto al collasso della Repubblica antifascista», è la conseguenza che trae Giuli.

E sul punto non è lontano Lanna: «Io non faccio politica dal 1991. Non ho mai votato An ma voterò Fli. E spero che davvero sia arrivato il momento di buttare a mare destra e sinistra. Mi immagino un’alleanza della politica contro l’antipolitica, e soltanto dopo si riuscirà, spero, a cogliere quella fantastica occasione mancata con la Bicamerale del ‘97, quando ex fascisti ed ex comunisti stavano riscrivendo la Costituzione e cambiando la storia».

Un refolo di ottimismo che a Buttafuoco non muove un capello: «Temo che la destra sia legata inevitabilmente a dei blocchi sociali o delle stagioni, e che non sia capace di radicarsi, come dimostra la lunga stagione berlusconiana durante la quale non si è costruito nulla. Osservo. In particolare non mi piace nessuno. Dedico le mie simpatie a Casa Pound, l’unico luogo dove ancora si fronteggia il pregiudizio».

RIFORMA DELLA GIUSTIZIA: STAVOLTA NON CI FERMERANNO

Pubblicato il 7 marzo, 2011 in Giustizia, Politica | No Comments »

E’ quello che dichiara in un intervista al Tempo il capogruppo alla Camera del PDL, Fabrizio Cicchitto:Ci sono le condizioni.

Il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto «La riforma della Giustizia non è ancora arrivata in porto perché in questi anni all’interno della maggioranza prima l’Udc e poi Fini hanno bloccato elementi importanti». Lo dice il capogruppo Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto ottimista sulla possibilità di portare a casa comunque il risultato di un cambiamento delle norme che regolano l’organizzazione giudiziaria. «Con l’uscita di Fini dal Pdl, e la maggiore omogenizzazione delle forze che sostengono il governo, può essere la volta buona» aggiunge Cicchitto. E il traguardo è ancora più vicino visto che la riforma «epocale» della giustizia ha incassato il via libera della Lega. «Ci sarà il nostro appoggio» ha annunciato il leader del Carroccio, Umberto Bossi.

Si tratta di un terreno minato da più di 15 anni. È così certo della vittoria? «I tempi sono maturi perché il dato vero è che, dal 1991 in Italia, siamo in una fase nella quale con caratteristiche diverse la giustizia è stata utilizzata a fini politici».

Cosa è cambiato in questi anni? «Nel 1992 la magistratura si è rivolta principalmente contro cinque formazioni politiche salvaguardando la sopravvivenza dell’ex Partito Comunista. Dal ‘94 in poi la stessa operazione è stata fatta con Silvio Berlusconi. Il retroterra culturale della richiesta di riforma è dunque politico».

Questo spiega anche lo scontro tra le diverse forze politiche sul tema. «Esatto. Il terreno nel quale si gioca il futuro della riforma non è neutro ma appunto politico. Ed è questo che ha finora condotto a uno scontro così duro».

Il disegno di legge andrà in porto questa volta? «Le condizioni ci sono. L’uscita di Gianfranco Fini dalla maggioranza ha reso quest’ultima più omogenea sul tema».

Avrete bisogno anche di un sostanziale appoggio dell’opposizione. «Se non ci sarà un’ampia convergenza andremo al referendum costituzionale».

Pensate di trovare sostegno nei banchi della minoranza? «Per ora non capisco l’atteggiamento dell’onorevole Casini. Quanto al Pd ci sono indubbiamente parti alleate con una certa magistratura che non vogliono che la politica metta le mani sulle regole della giustizia. È un settore dell’opposizione che sostiene il partito dei giudici e difficilmente sarà a favore della nostra proposta. Ci sono anche voci a favore ma per ora sono elementi singoli come il senatore Morando e la senatrice Chiaromonte. Il complesso del Pd sta allo stato purtroppo su tutt’altre posizioni».

Quali sono le norme più importanti nel testo che la maggioranza ha predisposto? «Lo sdoppiamento delle carriere e dei Csm. E dall’altra parte un parziale recupero dell’autonomia da parte degli organi di polizia».

L’accusa più ricorrente verso la riforma è che serva a salvare Berlusconi dai suoi guai giudiziari. Cose risponde? «Le vicende giudiziarie di Berlusconi non sono personali ma sono il risvolto dell’anomalia italiana che si chiama uso politico della giustizia».

Non sarà che la tesi del complotto e della persecuzione paga sempre nei confronti dell’opinione pubblica? «Non è esatto. La persecuzione giudiziaria nei confronti di Berlusconi è nei fatti. L’attacco è stato scientifico. Prima ci hanno provato con la corruzione, poi con le inchieste di mafia e le bombe. Non hanno ottenuto nessun risultato così lo hanno attaccato sulla vita privata. Quest’ultimo aspetto non veniva toccato in Italia dal caso Montesi. E anche questo dà l’idea che le stanno provando tutte».

L’anomalia italiana: l’uso politico della giustizia ha una motivazione. Una ragione che possa spiegarla? «Le ragioni sono molteplici. Come il fatto che l’Italia ospitasse il più grande Pci dell’Occidente che non è diventato dopo il muro un vero partito socialdemocratico. Ma anche il fatto che all’interno della magistratura ci sia una componente con forte politicizzazione come Magistratura Democratica che ritiene il diritto lo strumento per la trasformazione rivoluzionaria del sistema». Filippo Caleri, Il Tempo, 7 marzo 2011

METTI…QUATTRO FINIANI AL CINEMA

Pubblicato il 7 marzo, 2011 in Politica | No Comments »

Flop a Roma della prima assemblea dei circoli di Fli. Fini a chi ha lasciato: “Ci sono uomini, ominicchi e quaquaraquà“. Poi il solito attacco al Cav: “Lui e la sinistra sono conservatori”.

Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, durante il suo intervento alla prima assemblea dei circoli di Futuro e Libertà La parola magica è «deparlamentarizzazione». A pronunciarla, alla prima assemblea dei circoli di Futuro e Libertà, è il deputato Antonio Buonfiglio, che introduce i lavori dell’ennesima «convention» finiana. La sua tesi è molto semplice. Sì, è vero, in Parlamento negli ultimi tempi ci sono state alcune fughe, in pieno stile “si salvi chi può″. Ma quel che conta è il Paese, quello che sta fuori dai Palazzi della politica. «Il Paese». «La base». Sarà. Intanto la scena è questa: è domenica mattina, nella Capitale c’è il sole, Gianfranco Fini – uno che la politica la fa mica da ieri, un leader, un capo popolo – interviene alla prima assemblea dei circoli di un partito appena nato in un cinema in centro, e – ad ascoltarlo – ci sono quattro gatti. «Ma come? – Si dirà – la sala era quasi piena. Appunto. Una sala da 400 posti «quasi piena» per Gianfranco Fini. Quando il presidente della Camera fa il suo glorioso ingresso, sulle note dell’Inno di Mameli, i «buchi» si fanno ancora più evidenti. I cartelloni che sono stati distribuiti, su cui campeggia l’improbabile scritta «Fini presidente», sono pochi e non attirano l’attenzione dei flash. Sono gli stessi finiani, off the record, a mostrare un certo rammarico: «In realtà ci aspettavamo qualcosina in più», ammette qualcuno. Bocchino e compagni si consolano plaudendo alla presenza di Adolfo Urso, dato in partenza per giorni da Fli, e schierato in poltrona accanto a Fini per sottolineare alle telecamere la vicinanza tra i due. È invece assente Andrea Ronchi, ma «per motivi familiari», si affrettano a ripetere gli organizzatori. «Gli italiani», quelli che sono rimasti a casa, in realtà non è che si siano persi granché. L’intento della manifestazione – neanche troppo nascosto – è quello di chiarire, una volta per tutte, l’area politica di riferimento di Fli. «Il vero centrodestra», è lo slogan che campeggia ovunque. Fini ripete quel che recita da settimane. Intanto le defezioni: «Dopo il congresso non si deve dedicare un solo minuto in più a chi c’era e a chi non c’è più. Il problema non è quanti deputati abbiamo, se uno in più o uno in meno, ma conta soltanto avere le idee. Quel che è avvenuto mi ha fatto pensare al romanzo “Il giorno della civetta” (di Leonardo Sciascia, ndr) dove si dice che esistono uomini, ominicchi e quaquaraquà», spiega. Poi il Cav e la Sinistra: quanto a una politica veramente riformatrice e che guardi ai problemi veri del Paese «il centrosinistra è in ritardo quanto Berlusconi». L’essere alternativi all’attuale centrodestra – ribadisce – non significa non essere alternativi a questa sinistra, che in quest’ultimo periodo – Fini ne è sicuro – non è stata in grado di mettere in campo un’idea che appassioni gli italiani». A quanto pare, stando a quel che è accaduto una domenica mattina in un cinema romano (e volendo per un attimo dimenticare quanti lo hanno già abbandonato in Parlamento) non ci è riuscito neanche lui. da Il Tempo, 7 marzo 2011

.……..Sin qui la cronaca della manifestazione di ieri a Roma in un cinema semivuoto di un FLI sempre più in affanno e un Fini sempre più intontito dalle sonore legnate – politiche – che gli stanno cadendo sulla testa. Ed è proprio dinanzi alle poltrone vuote che Fini realizza l’ennesima giravolta di questi ultimi convulsi giorni della sua esistenza politica. Era di destra,  un secolo fa, poi i suoi luogotenenti, da Bocchino a Granata, a Briguglio (il trio più comico del mondo) si dicono pronti, non smetiti da Fini,  a fare la santa alleanza con la sinistra, sino a Vendola, pur di distruggere quello che sino a poco prima era stato anche il loro idolo, cioè Berlusconi. L’operazione non va in porto e dal 14 dicembre in poi non solo il governo non affonda sotto i colpi di machete di questi avventurieri da quattro soldi, ma supera ogni prova parlamentare e si rafforza nei numeri, anche grazie al ritorno alla “casa del padre” di numerosi finiani che non digeriscono la deriva sinistroide di Fini e della sua compagnia. Fini, piccato, dichiara che non è vero che  vuole andare a sinistra e a Milano un mesetto fa riposiziona il suo quasi abortito partitino, dichiarandolo di destra, una destra “moderna, europea, repubblicana” (lasciamo perdere i primi due aggettivi, buoni per tutti gli usi, ma chissà che cosa voglia dire il terzo – repubblicana - dato che in Italia non c’è la monarchia  e non c’è pericolo che essa ritorni). Nion gli crede nessuno, tanto che proprio dopo Milano  si registrano ulteriori defezioni alla Camera e si scioglie il gruppo al Senato, con deputati e senatori che prendono le distanze da Fini e se ne tornano a casa , nel centro destra. Nei confronti di costoro Fini  picchia con la cattiveria che gli è consueta: insinua che siano stati corrotti o che siano affetti da allucinazioni colelttive. Non gli è  passato  per la testa e se ciò accade l’ignora, che deputati e senatori abbiano compreso che il suo progetto nulla ha di politico e molto di personale, per cui non ne hanno più condiviso l’indirizzo, specie quello di contraddire la propria storia personale e avventurarsi in un percorso che è la negazione di ciò che ciascuno di loro avevano sempre professato: la contrapposizione alla sinistra. Ieri, a Roma, Fini, compie l’ennesima giravolta. Infatti si è spostato al centro, da dove ha bacchettato tutti. Destra e sinistra, entrambi definiti conservatori, e perciò incapaci di guardare al …..2020! Peccato che il 2020 sia lontano, e politicamente, lontanissimo, ma fa specie che Fini così facendo si sia spostato, da destra,  al …centro, ignorando che al centro c’è già Casini e che le cose che dice e che ha detto ieri dinanzi alle poltrone vuote del cinema romano, ammesso che abbiano fondamento, le dice da tempo lo stesso Casini, senza molto successo. E basta ciò per aver prova dell’intontimento politico di Fini che, però,  non si è risparmiata una ultima stoccata, suqallida e ignobile,  ai parlamentari che l’hanno lasciato, citando, male, lo Sciascia del ” Il Giorno della Civetta”: mi hanno fatto  capire, ha detto, cosa volesse dire Sciascia allorchè parla di uomini, ominicchi e quaraquaraquà“, ignorando però le altre due categorie in cui Sciascia per bocca del mafioso don Mariano divide gli uomini, cioè i mezzi uomini e i piglianculo. Delle due, l’una: o Fini non ha letto il romanzo che ha citato o che Fini si individua in una delle altre due categorie. g.

FABIO FAZIO E IL “PLUARSIMO” DI RAI 3

Pubblicato il 6 marzo, 2011 in Costume, Politica | No Comments »

Puntata di ‘Che tempo che fa’ su politica e informazione. Ospiti? Di Pietro e Floris. Domenica c’è Saviano…

Il piccolo schermo continua a far discutere. Gli ultimi “campi di battaglia” su cui confrontarsi sono stati la proposta di una “Rai a targhe alterne” (con turnazione settimanale dei conduttori) e le polemiche sul ritorno (e sul compenso) di Giuliano Ferrara nella televisione pubblica. Polemiche sterili per qualcuno, proposte inaccettabili per altri oppure argomenti di legittima discussione. Ed ecco che allora Fabio Fazio dedica una puntata speciale del suo Che tempo che fa al tema “politica e informazione”, in onda ieri sera.


Gli ospiti? Antonio Di Pietro, l’ex magistrato oggi ultrà parlamentare e massimo esponente dell’antiberlusconismo militante che ha pontificato  sulla situazione politica, economica e sociale del Paese, e  sulla decisione presa dal ministro dell’Intero, Roberto Maroni, di non accorpare in un’unica data le prossime elezioni amministrative (fissate per il 15 e 16 maggio) e le tre consultazioni referendarie (su ritorno al nucleare, privatizzazione dell’acqua e legittimo impedimento).

Il secondo ospite è stato  Giovanni Floris, giornalista e scrittore, nonché conduttore di Ballarò, uno dei principali avamposti televisivi nella lotta al Presidente del Consiglio. Floris ha (s)parlato proprio del controverso documento presentato lo scorso 1 marzo in Commissione parlamentare di Vigilanza Rai dal Senatore Pdl Alessio Butti, il cosiddetto “Schema di risoluzione in materia di pluralismo nell’informazione e nei programmi di approfondimento”, il testo che prevede la già citata alternanza settimanale. Terzo ospite, Alberto Angela, il celebre conduttore che ha  presentato la nuova serie del programma Ulisse: il piacere della scoperta, che riprenderà a breve su Rai3. A completare la puntata le analisi climatiche e ambientali di Luca Mercalli, e la rubrica d’attualità curata da Massimo Gramellini, firma di punta de La Stampa, che di certo tenero con Berlusconi non è mai stato. Alla faccia del pluralismo…

Ma non è tutto. Perché nella seconda puntata settimanale, quella di  oggi, domenica, l’ospite unico sarà lo scrittore Roberto Saviano, braccio destro di Fazio nell’ormai celebre trasmissione Vieni via con me. L’autore di Gomorra torna in tv per presentare il libro che riprende il titolo della trasmissione dei monologhi, in libreria dallo scorso 2 marzo. Nel corso della puntata è stato annunciato che Saviano aggiornerà alcune delle vicende trattate sul piccolo schermo, parlando anche della sua esperienza televisiva e del suo rapporto con la politica. A fine puntata ci sarà il solito sbracato appuntamento con Luciana Littizzetto, che commenterà a modo suoi i fatti della settimana.

Per inciso, come Di Pietro la pensi sull’election day lo ha già anticipato venerdì sul suo blog, snocciolando la consueta serie di insulti e improperi. Maroni, secondo il leader Idv, è un ministro che fa “il contrario di quello che dovrebbe” e “brucia 50 milioni di euro”, insomma Maroni assomglia “a un pazzo o a un truffatore. In questo caso”, specifica, a “un truffatore” poiché i soldi “vengono bruciati per fare in modo che i cittadini non esercitino il loro diritto di voto, sancito dalla Costituzione”. Quindi, prosegue Tonino, “il Viminale finanzia, naturalmentea spese nostre, una plateale violazione delal Costituzione effettuata da chi più di ogni altro dovrebbe rispettarla e farla rispettare”. Libero, 6 marzo 2011

IL PROCESSO DEL LUNEDI’, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 6 marzo, 2011 in Politica | No Comments »

Per la prima volta il Cavaliere decide che la sua strategia è quella di difendersi nel processo e non solo dal processo. Siamo sempre al muro contro muro ma qualcosa nella strategia del confronto con la magistratura è cambiato.

Il premier Silvio Berlusconi Sono tre i fatti di politica interna della settimana che meritano un’analisi. Riguardano tutti la figura di Silvio Berlusconi. 1) Per la prima volta il presidente del Consiglio tratta con la Procura di Milano; 2) Per la prima volta il Cavaliere decide che la sua strategia è quella di difendersi nel processo e non solo dal processo; 3) Per la prima volta, in maniera seria e determinata, il governo ha intenzione – e siamo per ora a questo, ma è già qualcosa – di presentare una riforma della giustizia vera. In passato non era mai accaduto, se non per isolati episodi e in maniera disordinata. Ma questa volta siamo di fronte a una svolta: il processo del lunedì.

Non so se decisiva e soprattutto definitiva, certamente qualcosa nella mente e nella strategia del confronto con la magistratura è cambiato. Intendiamoci, siamo sempre al muro contro muro e allo scenario della guerra termonucleare, ma penso che il Cavaliere se segue questa strada non sbaglia. Provo a spiegare perché ai miei pazienti e intelligenti lettori. Berlusconi fino a ieri ha sempre usato una strategia di difesa dal processo. Non la giudico né buona né cattiva, seguo sempre la scuola del realismo e gli insegnamenti del Machiavelli: in uno scontro politico – e quello tra Berlusconi e i pm lo è all’ennesima potenza – ogni attore in campo usa le sue armi. Il Cav ha usato di volta in volta anche le leggi ad personam. Lo ha fatto per difendere il principio sacrosanto che il governo ha il diritto di governare e il corpo elettorale è sovrano e non può essere truffato da manovre mediatico-giudiziarie. Berlusconi aveva il preciso dovere di difendersi da un assalto e ha usato ogni mezzo lecito – perché val la pena di ricordare che tutto ciò illecito non è – per evitare di essere disarcionato con armi non convenzionali. Dobbiamo ricordare che Berlusconi ha sempre accettato la sconfitta politica, quella nelle urne. Perfino di fronte a un sostanziale pareggio nel 2008 con Prodi, Berlusconi alla fine si rese conto che il voto seppur in maniera rocambolesca, imbrogliato all’estero, al fotofinish gli aveva dato torto. Ma il Cav non ha mai voluto riconoscere alla magistratura il potere e il diritto di far cadere i governi, promuoverne altri più o meno amici, o arrivare a selezionare la classe dirigente a seconda della svegliata mattutina di un pm.
A Berlusconi questo va riconosciuto: ha sempre difeso il primato della politica rispetto agli altri poteri, in ogni caso non ha mai ceduto al dispotismo dell’ordine giudiziario che vuole farsi contropotere di tutto e infine potere unico sulla scena. Ah, immagino lo sguardo accigliato dei parrucconi dei quartierini alti. Non ce ne curiamo, se non per osservarne divertiti il brigantaggio intellettuale. Qui abbiamo letto i libri nascosti dalla scuola, conosciamo le istituzioni e la legge della giungla. Si confrontino su questo terreno e troveranno chi incrocia la spada. Andiamo avanti. La sola idea che Berlusconi abbia deciso di presentarsi di fronte a un tribunale – un collegio di donne e un’accusatrice donna – e preparare una strategia difensiva nel dibattimento è qualcosa di estremamente interessante. Ho sempre spiegato che non siamo di fronte a un imputato e a un processo (Ruby) qualsiasi. In questo scenario la sentenza ha un’importanza relativa. È un puzzle mediatico. Conta solo la scena, la rappresentazione, il plot narrativo, la sequenza dei caratteri, dei personaggi, il dialogo, la voce narrante, l’abito, la luce, la messa a fuoco, il dialogo diretto, indiretto, il fuori scena. È sceneggiatura. Cinema. Televisione. Fiction. Il processo al Cav per una storia di mutande pazze rischia di trasformarsi in uno show da record. E se il Cav – come ho auspicato e spero faccia – si presenta in aula ogni lunedì, avremo il record assoluto degli ascolti nella storia della televisione italiana. Gli avversari di Berlusconi questo scenario non l’hanno ancora compreso a fondo. Essendo proni all’accusa, ignorando le armi della difesa, la qualità complessiva dei testimoni, sottovalutando da diciassette anni le capacità istrioniche di Berlusconi, pensano che il processo spianerà come un bulldozer il Regno del Cavaliere.
Sono molto vicini al cento per cento di errore. Se il Signor B. decide davvero di giocare la sua partita dentro il processo, la cooperativa tipografica Travaglioni e Davanzoni scoprirà che le paginate di verbali sono niente di fronte al doppiopetto del Cav che si materializza in aula. È il corpo del Monarca nella tana del Nemico. Berlusconi non è uno che si fa digerire in un boccone e se è vero che è un Caimano, allora il suo stomaco è capace di sminuzzare tutto. L’altro ieri ho guardato sul web per mio assoluto diletto una riunione di redazione di Repubblica. Il tostissimo Ezio Mauro faceva la messa cantata e annotava – quasi rassegnato – come il Paese avesse una “capacità di assorbimento” enorme degli ultimi fatti e misfatti della storia berlusconiana. Sarebbe stato utile sentire una logica analisi seguente a questa premessa, ma ovviamente a Repubblica questo costerebbe ammettere che il suo spazio politico di manovra – legittimo e assolutamente ben interpretato – in realtà è di minoranza del Paese. È un’opposizione che si considera figlia dei Lumi, ma per ora non ha abbastanza energia per far scoccare la scintilla che fulmina una volta per tutte Berlusconi. Quest’ultimo ha nella procura di Milano le vere insidie e i nemici più temibili. Il processo Ruby è esemplare: non c’è una denuncia di parte contro Berlusconi, non c’è un concusso dichiarato né una minore che accusa. Non ci sono vittime che chiedono giustizia. C’è solo l’accusa, plateale, pronta a colpire, affamata. Berlusconi è nella veste di imputato, presunto colpevole in attesa di certa condanna. Ma ha la sublime occasione di mettere davanti agli occhi degli italiani questo buco nero che pretende di fagocitare tutta la politica per poi risputarla fuori in una versione che dal titanico Hegel degrada all’elementare Saviano. Dalla tesi-antitesi-sintesi del filosofo tedesco, all’elenco di Fabio Fazio e i suoi fratelli. No, dopo il Cav del Drive In non può esserci il cineforum dei milionari. Mario Sechi, Il Tempo, 6 marzo 2011


IL LUNGO VIAGGIO DI FINI DA MONTEVERDE (RIONE ROMANO) A MONTECARLO, di Marcello Veneziani

Pubblicato il 5 marzo, 2011 in Costume, Politica | No Comments »

Mi ha impressionato vedere Fini col viso pallido e provato e due orec­chie rosse. Di un rosso fuoco, come se lo avessero appeso per le orecchie. O come se la vergogna si fosse rifugiata nelle orec­chie. Fini sta tentando di riaccreditarsi a destra. Io non gli ho mai rinfacciato di aver tradito Berlusconi, ma di aver di­strutto proprio la destra, di aver tradito i suoi elettori e reso ingovernabile l’Italia. E di aver consegnato il governo nelle ma­ni della Lega, che non seppe controbilan­ciare. Fini è stato un magnifico sabotato­re di tutti i partiti che ha guidato. Liquidò il Msi (che oggi riaffiora in Rivolta Idea­le), cancellò la destra nazionale, abortì l’Elefantino, chiuse An e ora sfascia il neo­nato Fli: prima sbanda a sinistra, poi sgomma al centro, ora testacoda a de­stra. La trovata più geniale per cancella­re la fiamma fu l’invenzione della cocci­nella come simbolo del partito; nello spot l’insetto con i suoi escrementi trac­ciava la sigla An. Un partito nato dalla diarrea di un insetto non è destinato a grandi cose. Straordinario anche il suo fiuto sugli uomini. C’era un giudizio una­nime in giro: Bocchino non si sopporta. Ma che si crede d’essere, ma da dove è uscito, ma a che titolo minaccia. Il più detestato. E lui ha scelto proprio Bocchi­no alla guida del suo partitino, sacrifican­do pure i suoi fedeli giapponesi che si era­no dimessi per lui dal governo. Di strate­ghi come lui ne nasce uno al secolo. Si è fatto prendere dal livore: verso Berlusco­ni in primis, poi verso i colonnelli, verso i giornali di destra, verso i suoi stessi vo­tanti. Si era convinto che potesse fare a meno di tutti, alla fine pure dei marescial­l­i che lo hanno seguito nella missione sui­cida. E ora li considera allucinati o vendu­ti. Non dirò la stessa cosa di chi lo segue ancora: tra loro c’è pure gente rispettabi­le e in buona fede. Ora tenta di ricominciare da capo. Ma­gari andrà a rivedersi Berretti verdi con John Wayne, come fece a sedici anni, e poi si iscriverà al Fronte della gioventù, sezione pensionati. Ma sarà credibile quando lascerà Montecitorio e Monte­carlo e tornerà a Monteverde, da cui par­tì ragazzo. Fini che sorgi libero e giocon­do. Marcello Veneziani

IL PDL DI TORINO PER IL COMUNE SCEGLIE UN GIOVANE PER SFIDARE IL “VECCHIO” FASSINO

Pubblicato il 5 marzo, 2011 in Politica | No Comments »

Il Pdl ha deciso: sarà Michele Coppola il candidato sindaco di Torino del centrodestra. Il giovane assessore regionale alla Cultura del Piemonte sfiderà il candidato del centrosinistra Piero Fassino alle prossime elezioni comunali

Il Pdl torinese ha deciso: sarà Michele Coppola il candidato sindaco di Torino del centrodestra. Dopo un vertice di oltre due ore, è arrivata la fumata bianca. Il giovane assessore regionale sfiderà il candidato del centrosinistra Piero Fassino alle prossime elezioni comunali.

Il Pdl punta davvero  sui giovani al contrario del pd e della sinistra che si affida ai soliti “noti”.  Il centrodestra ha deciso di puntare sui giovani e affidarsi al 37enne assessore regionale alla Cultura nelle elezioni che si terranno in maggio. Sarà Coppola infatti a sfidare il candidato Pd. Sebbene avesse promesso di ritirarsi a sessant’anni, il 61enne Fassino ha finito per accettare l’investitura e di correre al Comune di Torino per il centrosinistra. “Nei prossimi giorni – spiega la nota del coordinatore piemontese e del suo vice, Enzo Ghigo e Agostino Ghiglia – la candidatura verrà proposta agli alleati della coalizione, a cominciare da Lega e La Destra e gli altri partner tradizionali. Lunedì prossimo, inoltre, avrà luogo il coordinamento regionale allargato del Pdl”. “Successivamente – conclude la nota – la candidatura sarà ufficializzata con una conferenza stampa alla presenza degli esponenti della coalizione a cominciare dal presidente della Regione Roberto Cota”. Il Giornale 5 marzo 2011