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IERI VIOLENTO SCONTRO ALLA CAMERA TRA CICCHITTO E FINI: MA IL PROBLEMA E’ SOLO LUI, IL FAZIOSO PRESIDENTE DELLA CAMERA

Pubblicato il 26 febbraio, 2011 in Politica | No Comments »

Fini con il capogruppo dei Pur se vi fosse malauguratamente tentato per quieto vivere, viste anche le complicazioni di ogni tipo in arrivo dalle coste africane, il capo dello Stato non può più rimanere estraneo, o soltanto silenzioso, dopo lo scontro avvenuto ieri in aula tra i presidenti della Camera e del maggiore gruppo parlamentare. Dall’anomalia, al vertice di Montecitorio, siamo ormai passati allo scandalo politico.

È accaduto, in particolare, che il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto ha contestato a Gianfranco Fini come “insostenibile” il crescente “contrasto tra l’essere presidente della Camera e leader politico. E ad insinuare infamanti sospetti, pur ammettendo pubblicamente di non avere prove, a carico dei deputati del suo e di altri gruppi d’opposizione passati o tentati dalla maggioranza. Fini si è beffardamente dichiarato “d’accordo” con il suo contestatore “sulla situazione insostenibile”, ma del governo. Che proprio ieri, nella stessa aula, ha però incassato l’ennesima fiducia con il voto sulle modifiche al decreto legge “mille proroghe”. Non si vede, francamente, come si possa ritenere e definire dall’alto della terza carica dello Stato “insostenibile” la situazione di un governo che conserva la fiducia sia quando la chiede, come è appunto accaduto ieri, sia quando le opposizioni cercano di fargliela negare, come accadde il 14 dicembre scorso su iniziativa anche del gruppo finiano.

Non più tardi di qualche giorno fa, del resto, è stato lo stesso presidente della Repubblica a ricordare che una compagine ministeriale dura finchè dispone di una maggioranza. Dov’è allora il problema “istituzionale” del governo attuale che tanto inquieta il presidente della Camera, sino a fargli perdere anche in aula il controllo politico dei nervi, per fortuna non al punto di lasciar passare senza un richiamo al solito Antonio Di Pietro il provocatorio paragone di Berlusconi a Gheddafi? Il problema è solo lui. Ed è diventato grosso come una casa: non quella miserabile, per carità, di Montecarlo. Che lo ha visto incredibilmente iscritto solo per poche ore, se non minuti, nel registro degli indagati alla Procura di Roma. No, mi riferisco alla casa ben più grande di tutti gli italiani: il Parlamento.

Posso capire a questo punto la copertura che, sia pure con qualche imbarazzo, continua a fornire al presidente della Camera il suo nuovo alleato Pier Ferdinando Casini. Al quale la debolezza istituzionale di un Fini aggrappato ad un regolamento a dir poco anacronistico, che non prevede la possibilità tecnica di sfiduciarlo, può far comodo per ridimensionarne il peso nel cosiddetto terzo polo e conservarne tutta intera per sè la leadership. Non capisco invece perché mai il sempre più sfacciato e perciò debole vantaggio tattico che può loro derivare da una presidenza della Camera ostile all’odiato Cavaliere induca i dirigenti del maggiore partito di opposizione, particolarmente quelli provenienti dal Pci, a svilire l’immagine politica di una istituzione così ben onorata, in ordine rigorosamente cronologico, da comunisti come Pietro Ingrao, Nilde Jotti, Giorgio Napolitano e Luciano Violante. Che fecero sempre prevalere la neutralità del loro ruolo sullo spirito di fazione, anche a costo di clamorosi scontri con il loro partito, come quelli di Nilde Iotti con il Pci di Enrico Berlinguer durante il primo governo Craxi. Altri tempi, evidentemente, altri uomini, altre donne. Francesco Damato, Il Tempo, 26 febbraio 2011

NARRACI QUESTO, NIKI, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 25 febbraio, 2011 in Costume, Politica | No Comments »

«Narrazione» è un termine molto caro a Nichi Vendo­la, governatore della Pu­glia, leader della sinistra radicale, moralista tutto­logo a tempo pieno. Lui non parla, narra. C’è la narrazione della politica, dell’economia, della giu­stizia, del mondo intero. Vediamo se saprà narrare anche la retata che ha por­tato all’arresto di un suo ex assessore, ora senato­re, del suo caposcorta e di funzionari nominati dal suo governo. L’inchiesta, nella quale anche lui è sta­to indagato, riguarda una maxi truffa nel giro della sanità pubblica pugliese. Per la sinistra è un brutto colpo.

Qui non si parla di questioni e di soldi priva­ti, ma di malandrini e de­nari pubblici. Se Berlusco­ni deve essere processato per non aver selezionato eticamente gli ospiti delle sue serate, che si dovreb­be fare a Vendola che è sta­to, nella migliore delle ipo­tesi per lui, incapace di scegliersi gli uomini a cui affidare i soldi e la salute di una intera regione? Non lo vogliamo vedere al­la sbarra ma – se proprio non si può mandarlo a ca­sa – almeno che la pianti di fare il maestrino narra­tore che dà voti a tutti. Ovviamente, per lui var­rà a prescindere la tesi che poteva non sapere (cosa non applicata a poli­tici di centrodestra) che cosa stavano combinan­do i suoi uomini. Probabil­mente era distratto dalle comparsate in tv e da qual­che «narrazione» antiber­lusconiana.

Del resto, a si­nistra, cadono sempre dalle nuvole. Anche se poi, come dimostra il ca­so Unipol, che il Pd si stes­se per fare una banca, Fas­sino e D’Alema l’avevano intuito al punto che già si preparavano a festeggia­re (salvo poi negare tut­to). Ora sarà interessante ve­dere se il Pd concederà l’autorizzazione all’arre­sto per il suo malcapitato senatore Tedesco. Se fos­se coerente dovrebbe far­lo, e anche con un certo entusiasmo. Ma siccome, dicono le malelingue, l’ex assessore è stato messo al Senato proprio per garan­tirgli l’immunità almeno dalle manette, prevedo che il voto sarà sfavorevo­le. Perché da quelle parti sono tutti bravi a stare con i magistrati, ma solo se nel mirino non ci sono lo­ro. D’Alema insegna.

LA MAGGIORANZA SI RAFFORZA NONOSTANTE L’OFFENSIVA MEDIATICA DI FINI

Pubblicato il 25 febbraio, 2011 in Politica | No Comments »

Un mese fa dicevano che offri­v­amo 350mila euro spalmati in tre an­ni, oggi raccontano che ci limitiamo a 150mila cash . La notizia è che i prezzi sono decisamente crollati, segno che la maggioranza è ormai piuttosto soli­da… ». Ci scherza su un ministro del Pdl, nonostante Verdini non abbia af­­fatto gradito – e smentito categorica­mente- la presunta compravendita di deputati denunciata dal Pd Bucchi­no. Solo un modo, spiega il coordina­tore del Pdl, per «nascondere un pro­blema politico » grande come una ca­sa. Una delle poche buone notizie con cui si consola Berlusconi durante un’altra giornata passata a Palazzo Grazioli a scartabellare codici in vista della prima udienza del processo Ru­by. La stessa, peraltro, che in questi ul­timi giorni ha fatto decisamente per­dere le staffe a un Fini in balia di un vero e proprio esodo dal Fli. Esodo po­litico e umano, se sulla porta sono sta­ti a lungo perfino Urso e Ronchi, an­che loro come tanti insofferenti alle buone maniere con cui Bocchino ama confrontarsi con i suoi colleghi. E tanto Fini non ha retto la pressio­ne dal finire per perdere ogni inibizio­ne nel doppio affondo che apre il suo tour de force mediatico (ieri Annoze­ro , seguiranno In 1/ 2 ora e Ballarò ). Al punto che da presidente della Came­ra si ritrova a picchiare duro non solo sul Cavaliere (che i due siano ai ferri corti non è una novità) ma pure sulla Lega, sul processo breve e sull’even­tuale competenza del tribunale dei ministri per il processo Ruby. Inevita­bile il fastidio di Berlusconi, non solo per il merito ma anche per la scelta del­­l’interlocutore (Santoro), nonostante a Palazzo Grazioli ci sia chi inizia a pensare che un Fini così fuori registro non faccia che rafforzare il premier. «Ha superato ogni immaginazione ­spiega il ministro di cui sopra- al pun­to di non essere credibile neanche per chi prima lo sosteneva». E in effetti pa­re che anche al Quirinale non abbia­no gradito né toni né merito della sua uscita, perché è chiaro che se Napoli­tano invita ad evitare il «conflitto istitu­zionale permanente» non lo fa a sen­so unico. Non è un caso che Cicchitto ripeta proprio le parole del capo dello Stato per dire che il primo ad alimen­tarlo è Fini. E sottotraccia il problema esiste,anche se l’unico a mettere il di­to nella piaga è Quagliariello quando dice che «ci sarà chi sanzionerà una sovrapposizione di ruoli ormai intolle­rabile ». È chiaro, insomma, che a que­sto punto è Berlusconi ad attendere una parola del Quirinale. Un Cavaliere alle prese con un’agenda che di qui a qualche gior­no si infittirà di udienze e legittimi im­pedimenti. Con le idee ancora poco chiare su come intervenire per stop­pare il processo più delicato di tutti, quello sul caso Ruby.L’unica cosa cer­ta da giorni – ma si arriverà a ridosso del 6 aprile- è che sarà sollevato il con­­flitto di attribuzioni. Anche se secon­do il premier Fini è pronto a tutto per stopparlo nell’ufficio di presidenza (dove al momento l’opposizione è in vantaggio 10 a 8,anche se a breve l’in­gresso di un Responsabile ridurrà il vantaggio a un solo deputato). Se dav­vero il finiano Lamorte dovesse deci­dere di votare con il centrodestra ­con conseguente pareggio – a via del Plebiscito si dà per scontato un inter­vento a gamba tesa di Fini per evitare che l’aula affronti la questione.Insom­ma, tra le telefonate a Frattini e La Rus­sa per tenersi aggiornato sulla crisi li­bica, l’unica buona notizia restano i numeri sempre più solidi della mag­gioranza alla Camera. E l’ipotesi di ele­zioni anticipate che si allontana sem­pre di più. Nonostante la Brambilla sia tornata a mettere in moto la sua macchina movimentista conferman­do la sua vecchia idea di lanciare una rete di «punti di servizio» sul modello dei Caf.

LA CAMERA VOTA LA FIDUCIA SUL DECRETO MILLEPROROGHE. IL CAPOGRUPPO D DEI “RESPONSABILI” ACCUSA FINI DI PARZIALITA’

Pubblicato il 25 febbraio, 2011 in Politica | No Comments »

Il ridsultato  della votazione della fiducia al governo su milleproroghe

Il risultato della votazione della fiducia al governo su milleproroghe

La Camera ha votato la fiducia al governo sul maxiemendamento alle milleproroghe, oggetto di rilievi costituzionali da parte del capo dello Stato. I voti a favore sono stati 309, quelli contrari 287.

Nel pomeriggio si tiene il voto finale sul ddl di conversione. Già domani il decreto sarà all’esame del Senato che dovrebbe approvarlo in giornata.

SCONTRO IN AULA: IR ACCUSA FINI DI PARZIALITA’ – Seduta tesa questa mattina in Aula alla Camera, impegnata nell’esame del decreto milleproroghe. Durante le dichiarazioni di voto sulla fiducia il capogruppo di Iniziativa responsabile, Luciano Sardelli, ha in più occasioni accusato il presidente della Camera di non tutelare allo stesso modo tutti i parlamentari e di essere parziale.

In apertura del suo intervento Sardelli ha chiesto a Fini di intervenire evidenziando come i parlamentari di Ir siano oggetto di “aggressione verbale senza precedenti” e “sotto scorta” e ha rivolto un appello a Fini chiedendogli di tutelare tutti i parlamentari “indipendentemente dalla loro provenienza”. Sardelli ha tirato in ballo anche le accuse si compravendita venute ieri dal deputato del Pd Gino Bucchino, definendole “vergognoso tentativo di depistaggio e disinformazione nei nostri confronti”. Alla fine, avendo sforato il proprio tempo di intervento, è stato ’scampanellato’ da Fini. A quel punto, l’esponente dei Responsabili è andato giù ancora più pesante accusando Fini di non essere imparziale. Le schermaglie, però, non si sono concluse qui.

Al termine delle dichiarazioni di voto, infatti, il presidente della Camera ha dato la parola, per un intervento a titolo personale, a Bucchino che ha replicato alle parole rivoltegli da Sardelli e ha tra l’altro parlato di “saldi di fine stagione” da parte del governo Berlusconi. Un intervento “improvvido e intempestivo”, al quale, ha accusato ancora Sardelli, è stato dato spazio ancora una volta per l’imparzialità di Fini. A quel punto il presidente della Camera non si è scomposto è ha sottolineato come da regolamento sia possibile dare la parola a titolo personale a un deputato al quale siano state rivolte in Aula accuse personali. Così, ha detto Fini, è stata data la parola a Bucchino, “che aveva diritto di parlare, così come a lei”. “Sono preoccupato – è stata la chiusa al vetriolo di Sardelli – per il ruolo che lei riveste e che non tutela tutti i parlamentari di quest’Aula”. Fonte: ANSA, 25 febbraio 2011

FINI VERSO LE DIMISSIONI?

Pubblicato il 25 febbraio, 2011 in Politica | No Comments »

Se ne parla da giorni, i segnali non mancavano, adesso è di rotonda evidenza che Gianfranco Fini sta per dimettersi dalla presidenza della Camera. I contenuti del suo ultimo attacco incendiario contro il presidente del Consiglio pubblicato sull’Espresso di domani, a poche ore dalla comparsata televisiva dell’ex capo di An nella fossa dei leoni antiberlusconiani ammaestrati da Michele Santoro (“Annozero”), non lasciano dubbi e anzi danno sostanza alle voci di un ripensamento finiano: orgogliosamente fuori dal giardino di una neutralità ipocrita, e a testa bassa per incornare Berlusconi prima che si svuoti il recinto di Futuro e libertà.

La vetta di Montecitorio è un posto troppo asettico per potersi concedere intemerate come quelle contro il solito Berlusconi autocrate impunito e provocatore di conflitti istituzionali; né da quella vetta è possibile sparare a costo zero sui propri parlamentari (quelli di Futuro e libertà, i quali però sono gli stessi che siedono nell’assemblea da Fini presieduta) colpevoli di abbandonare Fli per sopraggiunta allucinazione o malafede. Essendo poi, quest’ultima, la medesima tesi impugnata da Gheddafi per spiegare l’ammutinamento della Cirenaica, è chiaro che non sta bene sulle labbra della terza carica dello Stato, figura di equilibrio, garanzia ed equanimità. Insomma Fini ha passato il proprio Rubicone, ma lo ha attraversato in senso contrario: immusonito e catafratto, ha scongelato la propria carica di capo partito per gettarsi sino in fondo nel corpo a corpo con il premier, sapendo che non si può assaltare la presidenza del Consiglio utilizzando come catapulta la presidenza della Camera, perché questo mette in grave imbarazzo il buon senso, le istituzioni e il Quirinale. Bene. Era ora. Fonte: IL FOGLIO, 25 febbraio 2011

……..Dopo le ultime esternazioni di Fini  rilasciate all’Espresso e ad Anno Zero ieri sera,  che possono senza dubbio alcuno essere paragonate alla allucinanti spacconate di Gheddafi, dopo le squallide allusioni di cui ha fatto oggetto i parlamentari che hanno scelto di lasciarlo al suo destino di fascista rosso, a Fini non rimane altro da fare che dimettersi. Quanto meno per mettersi sullo stesso di quelli che per ubbidirgli hanno lasciato i loro posti al governo e che ora si chiedono: ma che razza di capitano è Fini che chiede a noi di fare ciò che lui non fa? Domanda retorica perchè Fini è proprio quello del “fate come dico, ma non fate come faccio”. Che vada a quel paese….g.

I GENTILUOMINI DEL FLI IN RIVOLTA: ECCO PERCHE’ LASCIANO FINI

Pubblicato il 24 febbraio, 2011 in Politica | No Comments »

La rivolta dei gentiluomini dentro Futuro e libertà si consuma in silenzio e con sofferenza, e non ha niente a che fare con il mercimonio delle poltrone. Nessun proclama, nessuna pubblica abiura, poche e meste recriminazioni da cuori infranti. “Ho l’impressione di essere stato scaricato come fossi un sacchetto di monnezza abbandonato sul ciglio della strada”, ha detto Pasquale Viespoli, l’ex capogruppo di Fli al Senato, a un collega.

Gianfranco Fini non ha fatto alcun tentativo di recuperare i suoi uomini, che lo abbandonano perché “sì, siamo critici nei confronti di Berlusconi, ma non possiamo rimanere inerti ad ascoltare Italo Bocchino che parla come fosse Travaglio. Costruire un centrodestra alternativo non può passare per l’acquisizione tout court del vocabolario della sinistra”. Il disagio è fortissimo e va distinto dalla fuoriuscita scomposta dei Luca Barbareschi (di cui anche Ignazio La Russa ha detto pochi giorni fa: “Il mio più grande errore è stato avvicinarlo alla politica”).

Le biografie di Viespoli, di Maurizio Saia, di Francesco Pontone, di Silvano Moffa sono un’altra storia. “Moffa lo conosco da quando eravamo ragazzi, io comunista lui missino rautiano. ‘Silvanetto’ è un galantuomo. Ci resto male a leggere le accuse ingenerose che gli scagliano addosso”, dice al Foglio Ugo Sposetti, classe 1947, tesoriere dei Ds fino al loro scioglimento.

Soffre Adolfo Urso (ma resta in Fli) e soffre persino Andrea Ronchi, che per Fini ha sempre avuto un’ammirazione personale ai limiti dell’adulazione (e al quale Fini ha rivolto queste parole: “Credi di essere diventato ministro in virtù dello spirito santo?”). Chissà se il passo indietro di Benedetto Della Vedova, che ha offerto a Urso la presidenza del gruppo della Camera, basterà per arginare l’emorragia. Forse no. Ma sono decisioni sofferte.

I galantuomini lasciano in silenzio. Anche Alessandro Campi, che della destra nuova di Fini è stato ideologo e regista, se n’è andato in punta di piedi: si è dimesso dalla segreteria nazionale di Fli, e da dicembre non è più a FareFuturo. Nessuna conferenza stampa. Una telefonata con Fini.

Pasquale Viespoli

Futuro e libertà non si sta sgretolando in seguito a una guerra correntizia e di apparato. L’organigramma contestato, nel quale la guida del partito è affidata a Bocchino e quella del gruppo alla Camera a Della Vedova, è un aspetto accessorio del problema. Il dissidio è politico. Bocchino è diventato la maschera pubblica e operativa di Fini, ma non è riuscito a declinare l’antiberlusconismo in una chiave che fosse potabile per la destra e per uomini che nella destra, come i Viespoli e i Pontone, hanno militato per quarant’anni. Politici che per tutta la vita hanno combattuto contro quel linguaggio giacobino, e sinistreggiante, adottato oggi da Fabio Granata.

“Se Fini si fosse dimesso dalla presidenza della Camera, lui che è il leader riconosciuto, e sa parlare da leader, sarebbe anche potuto riuscire a tenere tutti insieme”, spiega Campi. Ma la chiave legalitaria che aveva caratterizzato il finismo è tracimata nel giustizialismo; dalla politica si è scivolati verso l’insulto e la contrapposizione personale. Pagando, così, un prezzo altissimo rispetto agli antiberlusconiani di professione, che possono vantare vent’anni di carriera coerente, mentre il personale politico di Fli ha militato al fianco del Cavaliere per oltre quindici anni.

Francesco Pontone

Come potevano resistere i Pontone, i Moffa, i Viespoli? Ogni tanto, anche nello sguardo dell’ottantenne Donato Lamorte, uomo di fiducia di Almirante e poi di Fini, sembra di cogliere un velo sardonico quando osserva alcuni colleghi di partito. “Certo che io e Granata siamo un po’ diversi”. Andrea Augello, che in Fli non è mai entrato, ma che dentro il Pdl è stato un esemplare pregiato della squadra di Fini prima che il cofondatore fosse espulso, dice che “era solo una questione di tempo. C’erano delle ambiguità di fondo. Sin dall’inizio”.

Sorprende i protagonisti, e gli osservatori, la freddezza inoperosa con la quale Fini assiste alle numerose defezioni. Il presidente della Camera ha opposto un atteggiamento persino respingente nei confronti di uomini che pure lo avevano seguito nella scissione del Pdl, taluni rinunciando anche a posizioni di governo. “Sembra che non gli importi”, dice Moffa.

Silvano Moffa

Al Foglio viene riferita una frase oscura di Fini: “Fli è un partito a tempo”. Come dire: “Non è il mio investimento duraturo. Ciò che mi interessa non sono né il partito né i numeri parlamentari”. D’altra parte l’unica dichiarazione che gli si attribuisce nei confronti dei suoi uomini è “vadano dove gli pare”, oppure: le defezioni sono effetti “del potere economico del premier”.

Il tentativo più serio di trattenere i deputati, alla Camera, lo hanno fatto Della Vedova (offrendo il proprio posto a Urso) e Urso stesso (incontrando più volte l’affranto Ronchi). Venerdì si riunisce il gruppo a Montecitorio, Della Vedova formalizzerà il passo indietro. Se, come annunciato da Granata, dovessero rieleggere Della Vedova è quasi certo che Urso lascerebbe Fli. Salvatore Merlo, Il Foglio, 24 febbraio 2011

I SENATORI FINIANI RESTANO IN SEI. LASCIANO IL FLI ANCHE VIESPOLI E SAIA

Pubblicato il 23 febbraio, 2011 in Politica | No Comments »

Pasquale Viespoli Alla fine sono rimasti in sei. Ieri, dopo una riunione tesissima, altri due senatori di Futuro e Libertà – il presidente Pasquale Viespoli e Maurizio Saia – hanno deciso di lasciare Fini e di seguire i due colleghi che avevano già annunciato le dimissioni, Menardi e Pontone. A palazzo Madama Fli resta così senza gruppo visto che il numero minimo è di dieci parlamentari. Ma in qualche modo i finiani sono riusciti a limitare i danni. I «futuristi» dati in uscita dovevano essere di più, almeno cinque. Alla fine, invece, anche i più dubbiosi hanno firmato il documento di Mario Baldassarri di fedeltà al presidente della Camera.
La più incerta, fino a pochi minuti dalla fine della riunione – iniziata verso le cinque e finita dopo le otto – è stata Barbara Contini, che le indiscrezioni davano già fuori da Futuro e Libertà. Poi il pressing proprio di Baldassarri l’ha convinta e la riunione dei fedellismi di Fini è continuata nello studio di quest’ultimo, mentre Viespoli e Saia se ne andavano da palazzo Madama. Resta ora da vedere cosa faranno i sei «reduci» (insieme alla ex governatrice di Nassiryia, Baldassarri, De Angelis, Digilio, Germontani e Valditara). Per il momento entreranno nel Misto, visto che i rapporti tra Fini e Casini sono ai minimi storici e con Rutelli non c’è molta voglia di unirsi.
«Il Gruppo Fli al Senato in seguito all’uscita dei senatori Menardi e Pontone non ha più i numeri per esistere – è il loro comunicato stampa – Degli otto senatori restanti sei hanno confermato la loro permanenza nel Fli al fine di costruire un’alternativa competitiva all’attuale centrodestra e nella prospettiva di poter dar vita in tempi brevi ad un nuovo e più consistente gruppo parlamentare che faccia riferimento al Polo per l’Italia, rifutando così qualunque ipotesi di ammucchiata a sinistra». Incerta anche la prossima collocazione dei quattro che hanno lasciato Fini. Qualcuno, come Maurizio Saia, potrebbe rientrare nel Pdl, mentre Viespoli vorrebbe «approdare» a Forza Sud di Miccichè. Ma il progetto finale sarebbe quello di creare insieme un nuovo gruppo, che prenda come punto di riferimento il Ppe, e nel quale potrebbero confluire senatori del Pdl. Un gruppo che a quel punto farebbe da traino anche per i «Responsabili» alla Camera. Fonte: Il Tempo, 23 febbraio 2011


IL FLI SI SGRETOLA AL SENATO: DOPO 4 ORE DI ACCESA DISCUSSIONE IL CAPOGRUPPO VIESPOLI DICHIARA LA MORTE DEL GRUPPO

Pubblicato il 22 febbraio, 2011 in Politica | No Comments »

Gianfranco Fini e Italo Bocchino fanno la conta alla rovescia. La conta di chi rimane in Futuro e Libertà, visto che il partito del presidente della Camera è destinato a perdere altri pezzi. In serata – nonostante la convinzione di Bocchino che nulla stesse succedendo – la conferma ufficiale del crollo di Fli è arrivata dal capogruppo uscente Viespoli: “Il gruppo al Senato non esiste più″.

Nella mattinata di martedì Roberto Rosso e Luca Barbareschi avevano annunciato la loro fuoriuscita dal gruppo a Montecitorio. Lo aveva comunicato in Aula il vicepresidente Maurizio Lupi. Rosso si è iscritto al gruppo del Pdl, da cui era a suo tempo uscito per aderire a Fli, mentre Barbareschi si è fermato a metà strada, iscrivendosi al gruppo Misto ma assicurando sostegno “creativo” al governo. La situazione di Futuro e Libertà, nella serata di martedì, è stata inquadrata con lucida freddezza dal leader del Carroccio, Umberto Bossi. “I finiani? Sono volatilizzati”, ha tagliato corto il Senatùr. “Fini lo vedo un po’ così”, ha concluso, “ma ha fatto le sue scelte”.
Nonostante le fette di salame sugli occhi di Italo Bocchino (“Non c’è alcun esodo”, assicurava il vicepresidente di Futuro e Libertà), in serata ad alzare bandiera bianca ci ha pensato il capogruppo uscente, Pasquale Viespoli. Al termine di una riunione fiume dei senatori finiani a Palazzo Madama, durata quattro ore, ha dichiarato: “Abbiamo preso atto del venir meno sul piano politico del gruppo Fli al Senato, ed abbiamo altresì preso atto di posizioni divergenti rispetto alle prospettive politiche”. La sostanza è che se i senatori Germontani, Baldassarri, Valditara, Digilio e De Angelis esitavano a lasciare il gruppo, lo stesso Viespoli e Saia spingevano per lo strppo: non si è trovata però una posizione comune e le divergenze non si sono ricomposte al termine della riunione”. Rimane in bilico la sen. Contini che probabilmente comunicherà stasera o domani la sua decisione.

LA FINE DI….FINI

Pubblicato il 22 febbraio, 2011 in Cronaca, Politica | No Comments »

Fli perde pezzi e il suo leader tuona. Sicuri che non è anche colpa sua?

fini-blog-1.jpgC’era una volta un movimento chiamato Futuro e libertà, che ora di futuro ha molto poco e libertà dipende quale. FLI perde pezzi uno dopo l’altro, dal “mignottocrate” Paolo Guzzanti al vanesio Luca Barbareschi a pezzi ben più importanti che potrebbero sciogliere a ore la riserva, Adolfo Urso su tutti.

L’ira di Fini si è fatta sentire e il fondatore di Fli ha parlato di compravendita da parte di Berlusconi. Fabio Granata dice: “Solo in Italia i topi scappano sulla nave che affonda: si vede che è ancora carica di formaggio….”. Italo Bocchino fa quadrato, parla di governo ormai “all’accanimento terapeutico” e insiste su “un progetto alternativo che, nel post berlusconismo, incontrerà inevitabilmente i favori dell’elettorato”.

Staremo a vedere. Nel frattempo, i dati dicono che il caso Ruby  rafforza sia il Pdl (pur se Berlusconi perde consensi come premier) sia il Pd. Fli va in picchiata. I suoi superstiti sono sicuri che sia soltanto colpa delle “sirene” di Berlusconi? Sicuri che Fini non paghi la sua testardaggine su alcune vicende, Montecarlo in primis? Sempre Fini ha voluto a tutti i costi la fusione di An nel Pdl. E sempre Fini ha tuonato contro gli ex “colonnelli” di An, pagandone le conseguenze. Leader autoritario, ma non autorevole?

L’ultima grana è il blitz degli ex An ora nel Pdl che hanno nominato un comitato di garanti per sostituire l’amministratore del Secolo. In pericolo la direttrice del giornale, Flavia Perina, deputata finiana. Sembra la guerra dei Roses. Vedremo come Fini-rà.

Fonte.AFFARI ITALIANI.IT

MILANO DABBENE, di Annalena Benini

Pubblicato il 22 febbraio, 2011 in Costume, Giustizia, Politica | No Comments »

Milano dabbene

Possibile che anche la coppia Pisapia ceda al mattone facile? Casa in centro e fidanzato ubriaco

In un video della campagna elettorale milanese pescato su YouTube, Giuliano Pisapia, candidato sindaco di Milano, afferma che chi ne ha bisogno ha diritto di occupare una casa (“vera e propria legittima difesa”). Forse si riferiva alle case in centro a Milano del Pio Albergo Trivulzio, che dovrebbero essere assegnate ai bisognosi: in una di queste vive da ventidue anni la fidanzata giornalista di Pisapia (non a sua insaputa), e paga uno di quegli affitti che fanno venir voglia ai bisognosi, ma anche ai non particolarmente bisognosi titolari di mutuo qualunque o di affitto standard, di prendere i forconi e fare la rivoluzione, o almeno di scendere in piazza per la dignità della pigione. Abbiamo chiaramente stomaci possenti e sopportiamo di tutto, ma i super borghesi della questione morale con i mattoni privilegiati e rubacchiati in nome del circuito dei divini mondani fanno arrabbiare. Vale per tutti, naturalmente: pidielle, carlefracci che dicono di non farcela quasi più a pagare l’affitto (non è un imperativo categorico vivere in via della Spiga), attrici, dirigenti, politologi, assessori alla Casa, presidenti di squadre di calcio. Possibile che non si riesca a resistere al beneficio furbetto e miserabile, all’appartamento low cost, al rubacchiamento di metri quadri, e anzi ci si lamenti di aver dovuto ristrutturare il bagno e di essersi sobbarcati la messa a norma dell’impianto elettrico?

Nel caso della compagna di Giuliano Pisapia, il quale tra l’altro fonda la sua corsa a sindaco di Milano sulla moralizzazione e sul problema della casa, sarebbe gentile spiegare quando esattamente è stata scritta la lettera di disdetta di quell’affitto immeritato. Quando il fidanzato ha deciso di candidarsi? Quando ha vinto le primarie? Tre giorni fa? “Non accetto che si getti fango sul mio affetto più caro per colpire me”, ha detto Pisapia. Ma non è fango, sono cinquecento euro di affitto al mese (a Roma si può trovare una stanza a S. Lorenzo, con un po’ di fortuna, forse un monolocale a Prati Fiscali), ed è l’ossessione di tutti: gli annunci, l’uso foresteria, i contratti transitori, e un’ora ad andare e un’ora a tornare perché un po’ fuori costa meno. Se non Pisapia, chi? Lui è il difensore degli oppressi, indignato per le ingiustizie sociali ma non per il privilegio tangibile della sua compagna, possibile futura first lady della città (anche lei indignata, ma sul genere casa piena e fidanzato ubriaco, e secondo l’allora sindaco di Milano Paolo Pillitteri abbastanza pressante nel chiedere il beneficio immobiliare). Sulla pagina facebook di Pisapia, che ieri presentava il suo libro: “Cambiare Milano si può”, lui ha scritto che “l’attenzione dedicata alla mia compagna è evidentemente un tentativo di farmi desistere, il segno della debolezza di chi ha male amministrato la città negli ultimi vent’anni”. Lo so che è difficile da credere, ma nessuno mi ha mai inseguito per strada proponendomi attici a piazza di Spagna a trecento euro al mese come prova di cattiva amministrazione. Se alla fidanzata di Pisapia è successo, ha avuto più di vent’anni per autoindignarsi, ma sono passati invano. Fonte: IL FOGLIO, 22 FEBBRAIO 2011

………….Proprio stamattina è decaduto il consiglio di amministrazione del Pio Albergo Trivulzio, l’ente benefico (sic) milanese al centro dello scandalo degli alloggi fittati a prezzo d’amicizia a potenti di ogni colore e di ogni specie, e di ogni mestiere, come la fidanzata dell’on. Pisapia, giornalista in spe di Repubblica, quotidiano che sputa sentenze ogni mattina che Dio manda sulla terra e che ovviamente fa finta di nulla quando di mezzo c’è una sua stella e il di lei fidanzato, candidato della sinistra a sfidare la sindaca Moratti la prossima primavera per il Comune di Milano. Se ricordate, fu proprio il Pio Albero Trivulzio a dare il via alla stagione di tangentopoli con l’arresto del presidente dell’epoca, Mario Chiesa, che fu trovato con i soldi di una tangente nascosti nelle mutande. Sono passati 17 anni da allora ma pare che,  come i cani, a Milano si perdono i peli ma non i vizi. g.