IERI VIOLENTO SCONTRO ALLA CAMERA TRA CICCHITTO E FINI: MA IL PROBLEMA E’ SOLO LUI, IL FAZIOSO PRESIDENTE DELLA CAMERA
Pubblicato il 26 febbraio, 2011 in Politica | No Comments »
Pur se vi fosse malauguratamente tentato per quieto vivere, viste anche le complicazioni di ogni tipo in arrivo dalle coste africane, il capo dello Stato non può più rimanere estraneo, o soltanto silenzioso, dopo lo scontro avvenuto ieri in aula tra i presidenti della Camera e del maggiore gruppo parlamentare. Dall’anomalia, al vertice di Montecitorio, siamo ormai passati allo scandalo politico.
È accaduto, in particolare, che il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto ha contestato a Gianfranco Fini come “insostenibile” il crescente “contrasto tra l’essere presidente della Camera e leader politico. E ad insinuare infamanti sospetti, pur ammettendo pubblicamente di non avere prove, a carico dei deputati del suo e di altri gruppi d’opposizione passati o tentati dalla maggioranza. Fini si è beffardamente dichiarato “d’accordo” con il suo contestatore “sulla situazione insostenibile”, ma del governo. Che proprio ieri, nella stessa aula, ha però incassato l’ennesima fiducia con il voto sulle modifiche al decreto legge “mille proroghe”. Non si vede, francamente, come si possa ritenere e definire dall’alto della terza carica dello Stato “insostenibile” la situazione di un governo che conserva la fiducia sia quando la chiede, come è appunto accaduto ieri, sia quando le opposizioni cercano di fargliela negare, come accadde il 14 dicembre scorso su iniziativa anche del gruppo finiano.
Non più tardi di qualche giorno fa, del resto, è stato lo stesso presidente della Repubblica a ricordare che una compagine ministeriale dura finchè dispone di una maggioranza. Dov’è allora il problema “istituzionale” del governo attuale che tanto inquieta il presidente della Camera, sino a fargli perdere anche in aula il controllo politico dei nervi, per fortuna non al punto di lasciar passare senza un richiamo al solito Antonio Di Pietro il provocatorio paragone di Berlusconi a Gheddafi? Il problema è solo lui. Ed è diventato grosso come una casa: non quella miserabile, per carità, di Montecarlo. Che lo ha visto incredibilmente iscritto solo per poche ore, se non minuti, nel registro degli indagati alla Procura di Roma. No, mi riferisco alla casa ben più grande di tutti gli italiani: il Parlamento.
Posso capire a questo punto la copertura che, sia pure con qualche imbarazzo, continua a fornire al presidente della Camera il suo nuovo alleato Pier Ferdinando Casini. Al quale la debolezza istituzionale di un Fini aggrappato ad un regolamento a dir poco anacronistico, che non prevede la possibilità tecnica di sfiduciarlo, può far comodo per ridimensionarne il peso nel cosiddetto terzo polo e conservarne tutta intera per sè la leadership. Non capisco invece perché mai il sempre più sfacciato e perciò debole vantaggio tattico che può loro derivare da una presidenza della Camera ostile all’odiato Cavaliere induca i dirigenti del maggiore partito di opposizione, particolarmente quelli provenienti dal Pci, a svilire l’immagine politica di una istituzione così ben onorata, in ordine rigorosamente cronologico, da comunisti come Pietro Ingrao, Nilde Jotti, Giorgio Napolitano e Luciano Violante. Che fecero sempre prevalere la neutralità del loro ruolo sullo spirito di fazione, anche a costo di clamorosi scontri con il loro partito, come quelli di Nilde Iotti con il Pci di Enrico Berlinguer durante il primo governo Craxi. Altri tempi, evidentemente, altri uomini, altre donne. Francesco Damato, Il Tempo, 26 febbraio 2011



Se ne parla da giorni, i segnali non mancavano, adesso è di rotonda evidenza che Gianfranco Fini sta per dimettersi dalla presidenza della Camera. I contenuti del suo ultimo attacco incendiario contro il presidente del Consiglio pubblicato sull’Espresso di domani, a poche ore dalla comparsata televisiva dell’ex capo di An nella fossa dei leoni antiberlusconiani ammaestrati da Michele Santoro (“Annozero”), non lasciano dubbi e anzi danno sostanza alle voci di un ripensamento finiano: orgogliosamente fuori dal giardino di una neutralità ipocrita, e a testa bassa per incornare Berlusconi prima che si svuoti il recinto di Futuro e libertà.


Alla fine sono rimasti in sei. Ieri, dopo una riunione tesissima, altri due senatori di Futuro e Libertà – il presidente Pasquale Viespoli e Maurizio Saia – hanno deciso di lasciare Fini e di seguire i due colleghi che avevano già annunciato le dimissioni, Menardi e Pontone. A palazzo Madama Fli resta così senza gruppo visto che il numero minimo è di dieci parlamentari. Ma in qualche modo i finiani sono riusciti a limitare i danni. I «futuristi» dati in uscita dovevano essere di più, almeno cinque. Alla fine, invece, anche i più dubbiosi hanno firmato il documento di Mario Baldassarri di fedeltà al presidente della Camera.
In un video della campagna elettorale milanese pescato su YouTube, Giuliano Pisapia, candidato sindaco di Milano, afferma che chi ne ha bisogno ha diritto di occupare una casa (“vera e propria legittima difesa”). Forse si riferiva alle case in centro a Milano del Pio Albergo Trivulzio, che dovrebbero essere assegnate ai bisognosi: in una di queste vive da ventidue anni la fidanzata giornalista di Pisapia (non a sua insaputa), e paga uno di quegli affitti che fanno venir voglia ai bisognosi, ma anche ai non particolarmente bisognosi titolari di mutuo qualunque o di affitto standard, di prendere i forconi e fare la rivoluzione, o almeno di scendere in piazza per la dignità della pigione. Abbiamo chiaramente stomaci possenti e sopportiamo di tutto, ma i super borghesi della questione morale con i mattoni privilegiati e rubacchiati in nome del circuito dei divini mondani fanno arrabbiare. Vale per tutti, naturalmente: pidielle, carlefracci che dicono di non farcela quasi più a pagare l’affitto (non è un imperativo categorico vivere in via della Spiga), attrici, dirigenti, politologi, assessori alla Casa, presidenti di squadre di calcio. Possibile che non si riesca a resistere al beneficio furbetto e miserabile, all’appartamento low cost, al rubacchiamento di metri quadri, e anzi ci si lamenti di aver dovuto ristrutturare il bagno e di essersi sobbarcati la messa a norma dell’impianto elettrico?
Nel caso della compagna di Giuliano Pisapia, il quale tra l’altro fonda la sua corsa a sindaco di Milano sulla moralizzazione e sul problema della casa, sarebbe gentile spiegare quando esattamente è stata scritta la lettera di disdetta di quell’affitto immeritato. Quando il fidanzato ha deciso di candidarsi? Quando ha vinto le primarie? Tre giorni fa? “Non accetto che si getti fango sul mio affetto più caro per colpire me”, ha detto Pisapia. Ma non è fango, sono cinquecento euro di affitto al mese (a Roma si può trovare una stanza a S. Lorenzo, con un po’ di fortuna, forse un monolocale a Prati Fiscali), ed è l’ossessione di tutti: gli annunci, l’uso foresteria, i contratti transitori, e un’ora ad andare e un’ora a tornare perché un po’ fuori costa meno. Se non Pisapia, chi? Lui è il difensore degli oppressi, indignato per le ingiustizie sociali ma non per il privilegio tangibile della sua compagna, possibile futura first lady della città (anche lei indignata, ma sul genere casa piena e fidanzato ubriaco, e secondo l’allora sindaco di Milano Paolo Pillitteri abbastanza pressante nel chiedere il beneficio immobiliare). Sulla pagina facebook di Pisapia, che ieri presentava il suo libro: “Cambiare Milano si può”, lui ha scritto che “l’attenzione dedicata alla mia compagna è evidentemente un tentativo di farmi desistere, il segno della debolezza di chi ha male amministrato la città negli ultimi vent’anni”. Lo so che è difficile da credere, ma nessuno mi ha mai inseguito per strada proponendomi attici a piazza di Spagna a trecento euro al mese come prova di cattiva amministrazione. Se alla fidanzata di Pisapia è successo, ha avuto più di vent’anni per autoindignarsi, ma sono passati invano. Fonte: IL FOGLIO, 22 FEBBRAIO 2011