AL SENATO SI SQUAGLIA IL PARTITO DI FINI
Pubblicato il 17 febbraio, 2011 in Politica | No Comments »
Esperienza finita. Giochi chiusi. Futuro e Libertà al Senato non c’è più. Gianfranco Fini paga a caro prezzo lo sgarbo fatto domenica a Pasquale Viespoli e ai suoi senatori di aver imposto alla guida del partito Italo Bocchino e di averli esautorati da Fli. Ieri pomeriggio Giuseppe Menardi, che in mattinata aveva votato in dissenso con il gruppo sul decreto Milleproroghe se ne è andato: «La mia esperienza all’interno di Futuro e libertà al Senato è finita – ha spiegato – La santa alleanza del “Tutti contro Berlusconi” non fa per me». E la sua è una decisione pesante – anche se ancora non formalizzata ufficialmente – perché senza di lui i finiani non hanno più il numero sufficiente per costituire un gruppo autonomo.
Ma la fuga di Giuseppe Menardi potrebbe essere solo il primo di una serie di addii da Fli a palazzo Madama. Non è un mistero che il gruppo al Senato abbia un’anima ben diversa da quella dei futuristi della Camera. I dieci senatori non hanno digerito lo strappo violento nei confronti Berlusconi e non hanno mai apprezzato le aperture di Italo Bocchino nei confronti di una «Santa alleanza» con il centrosinistra pur di battere il Cavaliere. E il 14 dicembre, giorno della prova di fiducia alla Camera, il discorso di Pasquale Viespoli aveva toni e modi assai diversi da quelli del suo collega capogruppo alla Camera.
Ma è stato il trattamento ricevuto al congresso di Milano a segnare una spaccatura difficilmente superabile tra falchi e colombe. E le inquietudini dei giorni scorsi, con le minacce di Pasquale Viespoli di voler lasciare il partito, le sue dimissioni da capogruppo di martedì e l’immediata riconferma da parte dei colleghi, hanno avuto uno sbocco evidente nel voto di ieri sul decreto Milleproroghe. Il capogruppo ha annunciato il voto contrario alla fiducia, ma con lui hanno detto no solo Saia, Baldassarri e Valditara. Francesco Pontone, l’ex tesoriere di An, si è astenuto. Tutti gli altri non hanno partecipato al voto. Compresa Barbara Contini che ha spiegato di essere arrivata in ritardo per un piccolo incidente. Ma la senatrice non ha rinunciato a una polemica con Bocchino: «Io sono stata la senatrice numero 10 che ha consentito di costituire il gruppo a palazzo Madama e ora c’è chi dice che nessuno è indispensabile…». E se Fini non ha commentato la scelta di Menardi, la replica del vicepresidente di Fli è stata sprezzante: «Gli addii? sono problemi che prima o poi dovevamo affrontare».
Ma presto Fli potrebbe trovarsi a fare i conti con un altro scontento, Adolfo Urso, che ieri ha parlato a lungo con il leader dei Responsabili, Silvano Moffa. Mentre i boatos di Montecitorio raccontano di un colloquio di Luca Barbareschi con Berlusconi. Fonte: Il Tempo, 17 febbraio 2011

Quando questa stagione politica sarà finita, dovremo tutti ammettere – compresi i nemici – che Silvio Berlusconi ha cambiato per sempre la politica. I lettori de Il Tempo sanno che al Cavaliere non perdono il fatto di non essere stato un «falco riformatore», sanno che per me porta il peso di non aver trasformato la sua egemonia politica in supremazia culturale nel senso più alto del termine ma, detto questo, solo una forza come Berlusconi poteva reggere a un simile assalto concentrico.
Una democrazia matura di fronte a quel che sta accadendo si preoccuperebbe di salvaguardare le istituzioni. Farebbe cioè prevalere quella che si chiama ragion di Stato per evitare la collisione del sistema politico, cioè di quell’apparato che assicura la convivenza civile tra soggetti portatori dei più vari interessi. Per ottenere questo vitale risultato, la politica dovrebbe pensare a un soft landing, un atterraggio morbido per Silvio Berlusconi e una storia collettiva che dura da diciassette anni.
Tutto scorre, panta rei, non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume e la legge inesorabile del tempo governa ogni nostra azione, e proprio per questo penso che le lancette dell’orologio della nostra piccola storia non possono restare ferme ai primi anni Novanta e alla rivoluzione in toga. È ora di voltare pagina. Anzi, è giunto il momento di cambiare libro. Per farlo ci sono molte strade, ma una sola in realtà è la via maestra: riportare l’articolo 68 della Costituzione alle sue origini, a quello che i padri Costituenti avevano saggiamente deciso agli albori della Repubblica per impedire al potere giudiziario di esondare o di essere utilizzato per far fuori l’avversario politico. Senza un’immunità parlamentare attiva c’è spazio solo per il ricatto e la sopraffazione.