Archivio per la categoria ‘Politica’

ARRIVA IL BOMBA BOMBA, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 8 febbraio, 2011 in Politica | No Comments »

Non credevo ai miei occhi. Ho letto il lancio dell’agenzia Ansa un paio di volte. È tutto vero, o meglio, queste parole sono reali: «Matteo Messina Denaro potrebbe essere tentato da un nuovo progetto stragista. Non voglio fare la Cassandra ma siamo in una fase molto delicata, di difficoltà politico-istituzionale, alla vigilia di quella che può essere una terza repubblica ed è questo il momento in cui in genere il potere mafioso cerca di far sentire la sua voce ed incidere in qualche modo». Queste parole affiorano dalle labbra del procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia. Un magistrato. Dove ha pronunciato questa frase? In commissione parlamentare Antimafia? Durante un vertice tra investigatori della Cupola? No, a Radio24, emittente che irradia di notizie la nazione. Bene, a questo punto un cittadino si chiede: Ingroia ha elementi seri sui quali poggiare il suo allarme? Sta indagando su qualcosa? E perché mai dovrebbe rivelare un simile scenario senza ricorrere al principio di precauzione? Cari lettori de Il Tempo, sono stupito come voi e non trovo una risposta, spero solo che Ingroia sia un po’ meno Cassandra e un po’ più servitore dello Stato rigoroso e discreto. Attendiamo delucidazioni in merito, magari di fronte al Parlamento.

Detto questo, il dibattito pubblico del Paese sta facendo un grande salto di qualità dialettico: stiamo passando dal Bunga Bunga al Bomba Bomba. E il problema serio e grave per noi poveri cittadini è che non c’è niente da ridere. Ieri il Presidente Giorgio Napolitano – per noi in questo caos è un punto di riferimento – ha detto che la manifestazione di Arcore è un cattivo esempio per il Paese: manifestare senza violenza questa è la rotta. Il Quirinale ha certificato quel che scriviamo da mesi: c’è chi sorseggia champagne in salotto, sogna la rivoluzione e soffia sul fuoco della piazza. Occhio, cari rivoluzionari in carrozza, qui rischia davvero di bruciarsi l’Italia.  Mario Sechi, Il Tempo, 8 febbraio 2011

A MONZA LIBERATI I GUERRIGLIERI ANTIBERLUSCONI

Pubblicato il 7 febbraio, 2011 in Giustizia, Politica | No Comments »

L’esultanza dei rivoltosi dopo la sentenza beffa di Monza

Ha rumore di pernacchia la decisione del giudice di Monza che ha prontamente liberato i due guerriglieri che ieri hanno aggredito le forze dell’ordine nei pressi della casa privata del premier. Non suoni vilipendio ma quella pernacchia sembra avere un preciso indirizzo: il Quirinale. Era stato il Capo dello Stato ha stigmatizzare con forza, anzi con inusitata e più che giustificata veemenza la guerriglia contro la abitazione privata del premier ed era sato il ministro dell’interno, Maroni, ad auspicare una ferma e dura condanna nei confronti dei facinorosi che tracimano la lotta politica nella guerriglia urbana. Il Capo dello Stato e il Ministro dell’Interno sono serviti. Il giudice di Monza ha stabilito che i due non debbano rimanere in galera perchè il loro comportamento durante i disordini “non è stato connotato da pariticolare gravità“. Chissà perchè allora la polizia che ha dovuto respingere l’assalto in assetto antiguerriglia li ha arestati. Poverini, i due mangiavano un panino o bevevano una coca e quindi non erano particolarmente violenti. E quindi…e quindi va da sè che la polizia ha compiuto un abuso, ha arrestato due poveri figli di mamma che stavano lì ad Arcore per i fatti loro. La verità è quella che a tutti balza agli occhi: contro Berlusconi tutto si può e chi tenta di  assaltare la sua residenza privata, pochi facinorosi eccitati dalle violenza verbali che maneggioni di professione gli scagliano addosso dalla mattina alla sera, la fanno franca grazie ad una Magistratura che è tutta intenta a spiare come fanno i guardoni  cosa fa Belrlusconi in casa sua dal buco della serratura e non si accorge di quel che accade alla luce del sole e sotto gli occhi di tutti. Può ancora qualcuno dubitare del fatto che la legge è uguale per tutti meno che per Berlusconi? g.

P.S- Ci auguriamo di non dover leggere dichiarazioni ipocrite e false da parte di soliti Fini e Casini come quelle che abbiamo letto stamani di condanna della guerriglia. Se dichiarazioni debbono fare siano di condanna per la decisione della Magistratura che ha mandato liberi gli aggressori, fornendo una specie di passaporto “morale” ai futuri aggressori del premier a casa sua. Ma anche questa suonerbebe falsa e ipocrita. Ce le risparmino! g.

NUOVA GIRAVOLTA DI BARBARESCHI: “RESTO CON FINI”, MA FINI LO GELA: “CI SONO ATTORI E PAGLIACCI. I PAGLIACCI NON FANNO SEMPRE RIDERE, TALVOLTA FANNO PIANGERE”

Pubblicato il 7 febbraio, 2011 in Politica | No Comments »

Ha stupito tutti coi suoi cambiamenti repentini. Ora Luca Barbareschi, deputato del Fli, torna ad allinearsi coi finiani. E, a chi gli chiede conto delle sue mosse, risponde con tono un po’ infastidito: “Resto in Futuro e Libertà, non ne sono mai uscito. Questa settimana ho messo in atto la più grande e più bella provocazione mediatica: senza aver detto nulla, perché non esiste alcuna mia dichiarazione in cui dico che lascio il Fli”. Così il politico-attore ad Agorà su Rai Tre, è intervenuto sulle polemiche dei giorni scorsi in merito al suo rientro nel Pdl. Rientro che poi, almeno sino ad ora, non c’è stato. “Se la politica diventa gossip o spettacolo, la politica non esiste più. Era una grande provocazione – ha aggiunto Barbareschi – non sono mai uscito dal Fli, l’unico momento di ambiguità me lo sono giocato giovedì col voto, astenendomi sull’autorizzazione a procedere per il caso Ruby”.

“Io non vorrei mai appartenere – prosegue Barbareschi – nel centrodestra a un gruppo di moralisti che pensano di vincere politicamente con le censure morali. Non sono giustizialista, ma garantista e sono una voce libera. Anche per questo però sono offeso per quello che mi ha detto Fini, perché pagliaccio non me lo dice nessuno. E quindi vorrei le sue scuse”.

Nel corso di una riunione del comitato promotore dell’assemblea costituente del Fli, nei giorni scorsi, sono volate parole grosse. Fini ha chiesto conto Barbareschi delle sue ultime dichiarazioni pubblichee, in particolare, del suo incontro ad Arcore con Berlusconi. Pare che gli abbia detto: “Sei poco serio, come ti viene in mente, che stai facendo?”. Barbareschi avrebbe risposto negando ogni accusa e rivendicando la presidenza della commissione Cultura dell’assemblea costituente del Fli. Il presidente della Camera ha risposto picche e la discussione è andata avanti, con toni molto accesi. A quel punto Fini ha gelato il suo compagno di partito con questa frase: “Ti dico qui, davanti a tutti, quello che ti avevo già detto in privato. Ci sono attori e pagliacci. I pagliacci non fanno sempre ridere, a volte fanno anche piangere”. Ora che la pace tra i due pare tornata, manca solo un dettaglio. Barbareschi vuole le scuse di Fini. Arriveranno? Lo sapremo solo alla prossima puntata…Fonte: Il Giornale, 7 febbraio 2011

………….Per una volta, una sola, siamo completamente d’accordo con Fini: ci sono attori e pagliacci e questi non sempre fanno ridere, talvolta fanno piangere”. E’ un vero e proprio epitaffio per Barbareschi che si considera un grande  attore che ora resta nel FLI e pretende le scuse di Fini. Son cose loro,  solo  ci chiadiamo se a Fini passa per la testa che di Barbareschi in casa sua, cioè nel FLI, ce ne sono tanti e forse sono a sua stessa immagine e somiglianza. Perchè anche lui, come Barbareschi, non scherza in materia di giravolte e capriole. Sino al 14 dicembre sosteneva che le elezioni anticipate erano un male assoluto, ora , dopo la batosta inflittaglia dall’Aula, forse ritornata ad essere  mussolinianamente “sorda e grigia”, afferma che le elezioni s’hanno da fare. Che differenza c’è fra lui e Barbareschi? Che Barbareschi è andato ad Arcore e lui no? Barbareschi ci è andato una sola volta ed è diventato “pagliaccio” e lui che ci è andato per 15 anni come si autodefinisce? g.

DEBENEDETTI AMILANO, COMPARSATA DA 800 MILIONI, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 7 febbraio, 2011 in Politica | No Comments »

Più che fare paura, l’assalto di ieri ad Arcore suscita com­passione. Un pu­gno di ragazzotti e signori patetici mai cresciuti che giocano per un paio d’ore all’intifada. Quale diritto avrebbe violato Silvio Berlu­sconi, quale sopruso avreb­be compiuto nei confronti del popolo sovrano? Nessu­no, e in effetti tra le tante pa­role d’odio riversate nei suoi confronti non una de­nuncia, un abuso, un solo centesimo di euro sottratto alla comunità. Questi fru­strati in cerca di emozioni forti non hanno nulla a che fare con i rivoluzionari ai quali si ispirano. Sono mol­t­o più simili agli ultrà del cal­cio, quelli che intonano i co­ri razzisti contro Balotelli per vedere l’effetto che fa, che sfasciano tutto e mena­n­o tutti a fine partita soltan­to perché la squadra del cuore le ha buscate.

Gli scontri di ieri hanno mandanti precisi che si guardano bene dallo spor­carsi le mani o rischiare in piazza una manganellata. Sono i signori che sabato hanno aizzato la piazza con­tro Berlusconi al caldo del Palasharp di Milano e che hanno assistito alle cariche nelle loro case lussuose, sor­seggiando champagne ser­vito da filippini sottopagati e in molti casi in nero. Tra questi c’è sicuramen­te Carlo De Benedetti, l’edi­tore di Repubblica, che sa­bato ha tenuto a battesimo il nuovo movimento-parti­to di Saviano e soci. In molti si sono chiesti come mai De Benedetti, uno che ha am­messo di aver pagato tan­genti e commesso falso in bilancio, fosse in prima fila ad applaudire i giustiziali­sti. Le risposte possibili so­no due. La prima: era gratis, cosa non ininfluente per chi lo conosce. La seconda: tra pochi giorni il Tribunale di Milano dovrà decidere se confermare o no il risarci­mento di 800 milioni di eu­ro che un giudice, quello con i calzini azzurri per in­tenderci, gli ha concesso nella causa da lui intentata contro la famiglia Berlusco­ni sulla vicenda del passag­gio di proprietà della Mon­dadori. Va da sé che farsi ve­dere pubblicamente come sponsor del duo Boccassini-Saviano può agevolare la benevolenza della corte.

Cosa non si fa per ottene­re ingiustamente e con l’aiuto dei giudici 800 milio­ni. Come non capirlo. Che se poi, seguendo il suo esempio, fuori da Arcore ci fosse scappato il morto du­rante gli scontri, pazienza. Sicuramente i parenti non avrebbero visto neppure un euro di solidarietà. Ma Repubblica avrebbe dato dei fascisti a Berlusconi e al­la Polizia. Fonte: Il Giornale, 7 febbraio 2011

RIVOLUZIONE ALLE VONGOLE, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 7 febbraio, 2011 in Politica | No Comments »

Antonio Di Pietro Dopo Gad Lerner in tv e Umberto Eco sul palco, anche Eugenio Scalfari ha cantato il ritornello «Berlusconi come Mubarak». Posso comprendere le esigenze di spettacolarizzazione del piccolo schermo, il bisogno impellente di accendere la massa durante un comizio, ma sulla nobile carta su cui si elevano le colonne di Repubblica il Fondatore aveva la possibilità di staccarsi dagli slogan e volare un po’ più alto per cercare di spiegare come finisce un regime. Invece no, Scalfari s’è unito al coretto dei rivoluzionari in carrozza, svolgendo un compitino che per un grande giornalista come lui è un’autoriduzione a strofa sanremese delle sue capacità di analisi politica.
Proviamo lo stesso a prendere sul serio Scalfari? Massì, così vediamo dove ci conduce questo ragionamento che EuGenio ha lasciato in sospeso, accontentandosi di giocherellare con le metafore senza riempirle di una sostanza che a lui non è mai mancata: il fosforo.
La parabola di Berlusconi è certamente nella sua fase calante, ma questo non ha nulla a che vedere con l’Egitto, piuttosto ha molto a che fare con il letale cortocircuito tra politica e giustizia, con la disinvoltura del Cavaliere nel ricoprire un ruolo istituzionale che gli imporrebbe più sobrietà e con la carta d’identità del Presidente del Consiglio.

Berlusconi ha 73 anni, è chiaro che il dato anagrafico ha un suo significato. Se sposiamo quest’ultimo elemento all’età media del Parlamento italiano e dei presunti aspiranti leader del prossimo futuro, non possiamo non vedere che prima o poi l’elettorato – sottolineo, l’elettorato – si porrà il problema di come cambiare un regime gerontocratico. A destra, al centro e a sinistra. Berlusconi non ha perso il suo consenso, piuttosto ha consumato parte del suo smalto, ma come sa bene lo stesso Scalfari, l’uomo seppur colpito e ammaccato, ha ancora una capacità di reazione enorme. Sottovalutarlo è un gravissimo errore che già in passato ha sottoposto i suoi oppositori alla dura legge della sconfitta.
Anche questo non ha niente a che fare con l’Egitto, dove Mubarak sta resistendo nel palazzo presidenziale contro tutta l’opinione pubblica. Il presidente egiziano ha altissime probabilità di finire deposto dalla folla in mezzo ai tumulti. Qui a piazza Colonna, mentre scrivo, non si sente il fischio dei proiettili, non s’ode un coro che urla al regime di levare le tende, non c’è una folla che schiuma rabbia, c’è il solito via vai domenicale di turisti e famiglie che vanno a mangiare il gelato da Giolitti e fare shopping da Cenci. Se è l’inizio di una fase rivoluzionaria, illuminista e democratica, allora è griffata e ha il sapore di vaniglia.
Nonostante il dato generale sia questo, nell’opposizione colta e vagamente letteraria si sta diffondendo l’idea che Berlusconi sia pronto per l’esilio in un’isola caraibica. In quota periscopica ci sono forze che questo scenario non solo lo auspicano, lo sognano, lo desiderano ardentemente, ma in qualche maniera lo cercano. La carnevalata organizzata di fronte alla villa di Berlusconi ad Arcore fa parte di questo scenario da prova di forza. E siccome accanto a chi manifesta pacificamente c’è anche un po’ di marmaglia a cui piace menare, ecco il primo «incidente». Ne seguiranno altri. Vedrete. Bastava leggere ieri una dichiarazione di Antonio Di Pietro per capire che qualcuno sta facendo bollire un pentolone di magma: «La maggioranza politica non esiste più, Berlusconi se ne faccia una ragione e si dimetta. Se non lo farà lui ci penseremo noi a mandarlo a casa. Continueremo a protestare in piazza, insieme ai cittadini, e ci sarà una nuova presa della Bastiglia per riappropriarci della democrazia».
Tonino prima di pronunciare una frase del genere in realtà dovrebbe prendere una pastiglia. Ora a Di Pietro rinfreschiamo la memoria: la presa della Bastiglia avvenne il 14 luglio del 1789 a Parigi, agli insorti serviva la polvere da sparo per caricare i 28 mila fucili di cui disponevano. Lo scontro con le guardie fu violento, alcuni soldati vennero decapitati e le loro teste infilzate su pali appuntiti. Fu l’inizio della rivoluzione francese. Mi fermo qui. Penso sia sufficiente per comprendere che quando si usano le parole, occorre sapere che cosa significano e dove conducono. Vale anche per Di Pietro che, en passant, fa parte di un Parlamento democraticamente eletto. Ma torniamo all’Egitto evocato da Scalfari. Ripassate quanto detto da Di Pietro e leggete ora quanto affermava ieri uno dei leader della rivolta del Cairo, Mohammed el Baradei: «Più Hosni Mubarak continua a rimanere al potere, più l’Egitto rischia di esplodere in quella che potrebbe diventare una guerra civile».
Ecco, basta la parola, e si materializza in tutta la sua straordinaria dimensione storica e filosofica lo scenario evocato da Scalfari e compagni di salotto e caminetto: l’Egitto alle vongole, il premio nobel El Baradei come Di Pietro. Mario Sechi, Il Tempo, 7 febbraio 2011


PM COLPEVOLI PERCHE’ NON INCASTRANO BERLUSCONI

Pubblicato il 6 febbraio, 2011 in Costume, Giustizia, Il territorio, Politica | No Comments »

L’intervista di Emiliano, sindaco di Bari, alle Invasioni Barbariche commentata sul filo dell’ironia e del sarcasmo da Filippo FACCI sulle pegine di LIBERO.

L’ex magistrato Michele Emiliano è il sindaco di Bari e viene descritto come un uomo savio e addirittura filo-berlusconiano, uno che peraltro tende a rifuggire le interviste. Diciamo pure che possiamo smentire tutto quanto, vista l’intervista che ha rilasciato venerdì sera alle Invasioni Barbariche di Daria Bignardi, su La7. È durata venti minuti, ma a noi interessa soltanto un passaggio. Vediamolo. A un certo punto la conduttrice gli chiede se la magistratura in Italia non abbia qualche colpa, ed eventualmente, accennando a Berlusconi, di fare un’autocritica togata. Ecco la sua risposta testuale: «Credo che tutti i magistrati che fanno molti processi e non arrivano a una condanna vera, alla fine, rischiano di consumare il potere che devono amministrare, nel senso che la reiterazione impotente dell’azione penale nei confronti di Berlusconi ora viene utilizzata da Berlusconi come un’arma contro la magistratura stessa».


L’USCITA DELL’EX PM

E fin qui potrebbe non fare una piega. Ha detto che la magistratura, se indaga per 17 anni su un singolo cittadino e alla fine non cava un ragno dal buco, finisce per delegittimarsi da sola e per offrire ottimi pretesti alle reazioni di questo cittadino. Oddio, nel fatto che Berlusconi  «utilizzi» gli errori della magistratura «come un’arma» il sindaco Emiliano tradisce quasi un fastidio, come se la reazione pubblica di un uomo pubblico fosse un’opzione che si potrebbe anche non esercitare, standosene buoni per 17 anni ad aspettare che le toghe di tutto un Paese finiscano di fare i loro comodi. Ma non sottilizziamo. Prosegue Emiliano: «Ricordo i tempi in cui questo accadeva per la mafia; noi facevamo i processi [...] e poi c’era sempre qualcuno, qualche avvocato, qualche politico che riusciva a infilarsi in meccanismi che portavano a drammi. Ieri abbiamo intestato una strada a Bari ad Antonino Scopelliti, il procuratore generale che doveva reggere l’accusa in Cassazione contro per il maxiprocesso di Palermo: quest’uomo fu ucciso perché in quella sezione della Cassazione ne succedevano di tutti i colori». Ecco, qui il ragionamento comincia a farne parecchie, di pieghe. Emiliano, per farsi capire meglio, paragona Berlusconi alla mafia: perché pure con la mafia  si tentarono processi che poi non arrivarono in fondo. Cioè: Berlusconi non è un cittadino innocente sino a prova contraria, peraltro incensurato a dispetto di un numero impressionante di procedimenti: è un colpevole non ancora scoperto, e comunque è sicuramente un male, tipo Cosa Nostra, di cui è difettata la cura. Mentalità molto interessante, quella di Emiliano, considerata la sua precedente professione.  Dopodiché il sindaco di Bari passa a fare l’esempio del magistrato Antonino Scopelliti che fu trucidato con un calibro 12 caricato a pallettoni, fa cioè una presuntissima analogia con ciò che per 17 anni è sempre riuscito a scongiurare le condanne di Berlusconi, tipo, chessò, il suo diritto di difesa. Ma vediamo la conclusione di Emiliano: «Quindi», dice, «se una critica io ho da fare alla magistratura, è quella di non essere stata sempre compatta – in passato per i magistrati per bene è stata dura, durissima – e soprattutto di non avere considerato che, nel reiterare qualche volta anche in maniera a volte un po’ troppo isterica le azioni penali nei confronti di Berlusconi, in definitiva finivano per favorirlo.

LA VECCHIA REGOLA

Questa è una vecchissima regola: quando fai un processo a qualcuno devi essere in grado di arrivare alla fine, sennò il tuo avversario esce rafforzato dal tuo fallimento».  Cioè: il problema è che la magistratura anti-berlusconiana – che è per bene – non è stata sufficientemente unita e compatta, non che ciascuno degli innumerevoli procedimenti a carico del Cavaliere – peraltro concentrati, spesso, in procure che erano sempre le stesse e che erano compattissime – evidentemente non stavano in piedi. Il problema insomma è che Berlusconi ha resistito, lo hanno lasciato respirare e riprendersi, non che talvolta potesse aver ragione. È come per un muro che non si è riusciti a sfondare, perché le forze non erano concentrate, concordi: ecco, Berlusconi era quel muro, se non lo butti giù rischi solo che qualche mattone ti precipiti sul cranio. Servono commenti? No, resta solo un dilemma: se sia più disperante che un uomo come Michele Emiliano sia diventato un politico o se sia più rinfrancante che non sia più un magistrato. Filippo Facci, Libero, 6 febbraio 2011

……………..Forse sarebbe stato meglio che non avesse fatto nè l’uno nè l’altro.

BERLUSCONI: GOVERNEREMO PER ALTRI DUE ANNI

Pubblicato il 6 febbraio, 2011 in Politica | No Comments »

Il Presidente del Consiglio ha rivolto un nuovo messaggio agli Italiani. Ecco il testo del messaggio.

Carissimi,

Mentre da noi alcuni magistrati perseverano nell’intromettersi in modo illegittimo nella vita privata dei cittadini e i giornali appaiono concentrati solo a guardare queste vicende, come dal buco della serratura, nel mondo, e più precisamente alle nostre frontiere, stanno avvenendo cambiamenti epocali.

La frustrazione, la disillusione, il risentimento che nascono dalla povertà e dalla mancanza di regole democratiche, potrebbero incanalare le proteste che si sono manifestate in Tunisia e in Egitto verso le posizioni dell’integralismo islamico e del rigetto dei valori dell¹Occidente.

Per questo anche noi abbiamo grandi responsabilità: dovremo impegnarci per estendere i benefici del progresso economico a tutti i Paesi del mondo; dovremo assecondare e sostenere una ordinata evoluzione democratica anche in quei Paesi che riescono faticosamente ad uscire da regimi e non possono contare su consolidate tradizioni liberali.

Per quanto ci riguarda difficilmente potremo vivere a lungo in un’isola tutto sommato felice, come la nostra Europa, il nostro Occidente, che sono circondati da acque tempestose e da ogni tipo di pericoli e di minacce.

Per queste ragioni saranno molto importanti le decisioni che verranno prese dai prossimi vertici europei, dal G8 e dal G20.

E veniamo ai problemi del nostro Paese. Durante questa settimana, dicevo, sono avvenuti alcuni fatti importanti.

Innanzitutto, il Parlamento ha respinto, in una sola giornata, con una maggioranza ampia e qualificata, la richiesta della procura di Milano di perquisire gli uffici della segreteria politica di un parlamentare, ­ un certo Silvio Berlusconi, sempre lui, ­ mentre il Governo ha fatto un ulteriore passo in avanti nell’approvazione del federalismo fiscale, approvazione che completeremo in Parlamento nel pieno rispetto delle procedure previste dalla stessa legge di riforma (e delle indicazioni del Capo dello Stato). Si tratta di un risultato estremamente positivo, di una riforma fondamentale per rendere l’Italia più moderna e efficiente.

E’ la conferma che il governo sta procedendo senza esitazioni nella realizzazione del nostro programma, del quale il federalismo rappresenta un punto essenziale.

Questa riforma garantirà che una parte consistente delle risorse rimangano sul territorio che le ha prodotte, pur senza venir meno ai doveri di solidarietà nazionale che ci impone il fatto stesso di vivere uno Stato del quale fra breve celebreremo i 150 anni dell’unità.

E’ significativo che proprio questo anniversario coincida con una riforma così importante e profonda dell’assetto del nostro Stato. Grazie al federalismo fiscale i cittadini potranno infatti meglio controllare l’impiego delle risorse, e gli amministratori locali saranno più responsabilizzati. Questo significherà meno costi, servizi più efficienti, una competizione virtuosa fra le regioni per garantire al cittadino migliori condizioni di vita.

Significherà anche per le regioni più forti la possibilità di gestire al meglio la ricchezza prodotta dai loro cittadini. Per le regioni più deboli significherà la possibilità di liberare e mettere in gioco tutte le loro risorse e le loro capacità passando da un regime di sovvenzioni e sperperi ad uno di responsabilità. E’ una sfida impegnativa per le regioni sia del Nord che del Sud, che potranno e dovranno dimostrare di avere una classe dirigente all’altezza del proprio compito.

Mercoledì prossimo, infine, terremo un consiglio dei ministri, in seduta straordinaria, per il varo di importanti provvedimenti in materia di sviluppo economico.

Dall’inizio della legislatura ad oggi la nostra ottima squadra di governo ha lavorato con grande energia, con una determinazione e con una compattezza che ha pochi precedenti. Abbiamo ottenuto in questo modo risultati straordinari, che nessun governo è mai stato capace di conseguire in così poco tempo.

Purtroppo, inaspettatamente, si è verificata nella maggioranza la diaspora del Fli. Il paradosso è che il germe della divisione è stato inoculato all’interno del Popolo della Libertà da uno dei fondatori del nuovo partito, l’on. Fini, eletto, proprio con il voto della maggioranza, a Presidente della Camera.

Così uno stillicidio di polemiche, di critiche e di distinguo pressoché quotidiani ha finito per offuscare i meriti dell’azione del nostro governo e alla fine ha condotto alla nascita di un nuovo gruppo parlamentare e di un nuovo partito, passato all’opposizione in alleanza con la sinistra, tradendo il voto degli elettori e consegnandosi ad un futuro di consensi, valutato dagli esperti all’1,6%.

Nonostante questa scissione, che ha diminuito logicamente i numeri della nostra maggioranza, negli ultimi 2 mesi il nostro governo si è presentato per ben 8 volte consecutive di fronte al Parlamento che ci ha confermato sempre la sua fiducia.

Al contrario l’opposizione, mentre il governo si è consolidato e si è rafforzato, l’opposizione si è sgretolata, si è divisa, si è indebolita, ma continua a cercare di intralciare l’azione del governo e a chiedere le nostre dimissioni ed elezioni anticipate.

Ma noi non abbiamo cambiato la nostra posizione. Abbiamo sempre ritenuto e riteniamo che le elezioni anticipate siano un danno per il nostro Paese.L’Italia ha bisogno di stabilità, di governabilità, cioè di un governo capace di governare e di realizzare le riforme che sono necessarie. Questo è tanto più necessario in un momento di perduranti difficoltà dell’economia e di gravi rivolgimenti a livello internazionale.

Il nostro governo in questa prima metà della legislatura, nonostante la crisi economica internazionale e le difficoltà derivanti dalla particolare conflittualità della politica italiana, ha conseguito molti risultati: ha tenuto i conti in ordine, ha abrogato l’ICI, ha preservato la pace sociale aiutando tutti i lavoratori che hanno perso il lavoro, ha condotto con successo un’azione di forte contrasto alle organizzazioni criminali come non era mai successo nella storia della Repubblica, ha fermato l’immigrazione clandestina, ha realizzato molte riforme a partire dalla scuola all’università, al federalismo, ha aiutato le aziende con la diminuzione delle imposte sugli straordinari, con la moratoria sui debiti, con lo spostamento del versamento dell’IVA al ricevimento del pagamento della fattura, ha difeso bene gli interessi dell’Italia in Europa e nel mondo, ha procurato importanti commesse internazionali alle nostre aziende, e infine non ha mai aumentato le tasse, non ha mai messo le mani nelle tasche dei cittadini.

Sono assolutamente certo che il nostro governo sia in grado di operare in modo altrettanto efficace per i due anni abbondanti che mancano alla conclusione della legislatura e sono convinto che a questo governo non vi siano alternative perché c’è una buona maggioranza che lo sostiene sia alla Camera che al Senato e anche perché la sinistra, da tempo, non rappresenta nessuna credibile alternativa di governo.

E se andassimo a nuove elezioni, ad un nuovo governo si ripresenterebbero gli stessi problemi di oggi, per di più aggravati da una lunga e feroce campagna elettorale.

Abbiamo quindi il dovere di continuare a governare qui e ora.

Non ci faremo distogliere dalle polemiche e non ci faremo intimidire da un’opposizione che continua a perseguire il tanto peggio tanto meglio.

Sono sicuro che i cittadini hanno ben chiaro chi è che lavora per il bene dell¹Italia e chi invece fa il contrario.

Siate dunque sereni, diffondete come sempre, e ve ne ringrazio molto, il nostro messaggio e prendetevi da me un forte, fortissimo abbraccio.  Silvio Berlusconi

IL FEDERALISMO E’ INCIDENTATO, MA SI FA

Pubblicato il 5 febbraio, 2011 in Politica | No Comments »

Incidente procedurale. “Il federalismo è fatto, le elezioni sono scongiurate, con Napolitano nessun problema”, dice Umberto Bossi affettando tranquillità. Certo in alcuni settori della Lega, che ieri ha riunito i propri vertici a Milano in via Bellerio, c’è apprensione per il futuro della riforma federalista contenuta nel decreto che ieri Giorgio Napolitano ha rimandato alle Camere giudicandolo “irricevibile”. Ma le preoccupazioni dell’ala vicina al ministro dell’Interno Roberto Maroni sono tenute sotto controllo dal leader Bossi che ha spiegato ai propri generali: “Garantisco io. Sia sull’impegno di Berlusconi in tutta la faccenda sia sulla disponibilità del Quirinale”. Difatti è vero che Napolitano ha respinto il decreto sul federalismo, ma si è trattato di un rifiuto ampiamente previsto dal centrodestra. Un evento che Bossi ieri ha spiegato ai propri uomini che non siedono nei banchi del governo: “Napolitano è a favore del federalismo, le sue obiezioni sono state procedurali e in realtà assolutamente incontestabili. Non vuole che si scavalchi il Parlamento”. D’altra parte, nel corso del Cdm straordinario dell’altra notte, Gianni Letta – che per alcune ore aveva tenuto in piedi un canale di comunicazione con il Quirinale – si era espresso senza dubbi: il presidente della Repubblica non lo firmerà. Ed era stato Bossi a insistere affinché il decreto fosse licenziato comunque dal Cdm. Si trattava di ottenere – dal punto di vista della Lega – una positiva resa mediatica, evitare cioè che i quotidiani di opposizione fossero legittimati, il giorno successivo, a titolare su una sconfitta politica del federalismo.

Adesso il decreto sarà portato in Parlamento, fatto oggetto di discussione, e alla fine ritornerà in Consiglio dei ministri. L’ordine di scuderia, che parte da Palazzo Chigi e si estende a tutto il centrodestra è: evitare frizioni con il Quirinale, che nella lettera con la quale ha motivato la mancata firma al decreto definiva “poco corretto” il comportamento del governo. “Non posso sottacere – ha scritto Napolitano – che non giova a un corretto svolgimento dei rapporti istituzionali la convocazione straordinaria di una riunione del governo senza la fissazione dell’ordine del giorno e senza averne preventivamente informato il presidente della Repubblica”. Così ieri nessuno, nel Pdl né tantomeno nella Lega, ha commentato negativamente la decisione del Quirinale. Il dossier è interamente nelle mani di Bossi, che ha avuto una telefonata “lunga e cordiale” con Napolitano. Circostanza che oggi autorizzerà alcuni giornali a descrivere uno stato di tensione diplomatica tra la presidenza della Repubblica e il Cavaliere; e a sostenere che il leader della Lega abbia bypassato Palazzo Chigi allacciando un negoziato diretto con il Quirinale. Cosa non del tutto vera. Berlusconi è in realtà molto grato al proprio alleato (per la sua lealtà), tanto da lasciare il campo interamente alla Lega se questa mossa può tornare utile a Bossi e compagni.

Piuttosto giovedì sera, nel corso di una cena con il gruppo dei “responsabili”, il premier ha rivelato di voler approfittare lui delle contraddizioni, scaturite dal voto in bicamerale sul federalismo, interne al gruppo finiano di Fli. Secondo la versione di Berlusconi, Mario Baldassarri – sostenuto da alcuni senatori finiani – era pronto ad astenersi e soltanto l’intervento “duro e personale” di Gianfranco Fini lo avrebbe costretto a cambiare idea. Così il Cavaliere pensa di potersi incuneare nei problemi interni al nascituro partito di Fli (la settimana prossima il congresso fondativo a Milano) per recuperare pezzi della maggioranza perduta. Ha elencato a Saverio Romano e Silvano Moffa – anime del gruppo dei responsabili – diversi nomi di senatori e deputati finiani, “gente che vive un profondo disagio politico”: Paglia, Patarino, Ronchi, Proietti Cosimi, Rosso, Menardi. Chissà. Non sarebbe la prima volta che Berlusconi si esercita in previsioni che poi non si sono realizzate. © - FOGLIO QUOTIDIANO di Salvatore Merlo, 5 febbraio 2011

LA FATICA DI GOVERNARE, di Alessandro SALLUSTI

Pubblicato il 5 febbraio, 2011 in Politica | No Comments »

Il presidente Napoli­tano ha bloccato la nuova legge sul fede­ralismo varata l’al­tra sera dal governo. Il motivo? Procedurali vio­­late, protocolli non ri­spettati. Insomma, que­stioni di forma e di buro­crazia. L’opposizione esulta, felice di avere ri­tardato di qualche setti­mana (tanto ci vorrà per rimediare)l’entrata in vi­gore di una riforma che modernizza l’Italia e aiu­ta la gente a vivere me­glio e un po’ meno tassa­ta.

In punta di diritto il Quirinale avrà anche ra­gione, tanto che né Ber­lusconi né Bossi hanno contestato lo stop. Più probabilmente, sapeva­no già che sarebbe anda­ta a finire così ma hanno voluto ugualmente riba­dire il loro diritto a deci­dere­in un Paese dove go­vernare è impresa dispe­rata a meno che non si voglia sottostare agli or­dini di altri poteri, dal ca­po dello Stato ai magi­­strati, dai sindacati ai mezzi di informazione.

Poteri che hanno un filo rosso comune: essere ex, neo o post comuni­sti. Cioè parte di una sini­stra che non accetta la prima regola di una de­mocrazia: per cinque an­ni è legittimato a gover­nare chi vince le elezio­ni. Questo proprio non gli entra in testa, voglio­no comandare anche quando perdono e per farlo sono disposti a tut­to, compreso il fatto che leggi e forme devono es­sere piegate sempre e so­lo a loro vantaggio.

Se di regole e rispetto delle istituzioni parlia­mo, perché nessuno di questi signori pone il problema che il presi­dente della Camera non può usare il potere e i mezzi in dotazione alla carica per fare cadere il primo ministro? Perché non porre il problema che se uno passa all’op­posizione deve lasciare libero il posto nelle com­missioni parlamentari che occupava in quanto maggioranza? Perché la legge viene applicata con violenza contro i giornalisti che rivelano segreti d’ufficio solo se questi sono del Giornale mentre quelli di Repub­blica sono liberi di fare di tutto impunemente? L’elenco dei «perché» sarebbe lungo chilome­tri.

Ma si può riassumer­li in uno: perché Berlu­sconi e Bossi non avreb­bero il diritto di governa­re? La risposta è una so­la: hanno il consenso della gente, e si sa, per la sinistra, insegna la sto­ria, la gente è pericolo­sa. Se poi chiede più fe­deralismo e meno tasse, cioè più libertà, è addirit­tura da internare. Cosa già successa in Paesi tan­to cari soltanto qualche anno fa a chi oggi ci vuo­le insegnare la democra­zia e le sue regole.  Il Giornale, 5 febbraio 2011

FEDERALISMO: LE ANOMALIE DI FINI

Pubblicato il 4 febbraio, 2011 in Politica | No Comments »

Gianfranco Fini Il già nutrito elenco di anomalie della presidenza finiana della Camera si è allungato con un commento incredibile al pareggio con il quale si è conclusa nella cosiddetta bicameralina la votazione per il parere, peraltro obbligatorio ma non vincolante, sul decreto legislativo del federalismo municipale. La natura bicamerale della commissione, composta da deputati e senatori nominati dai presidenti dei due rami del Parlamento, avrebbe dovuto consigliare a Gianfranco Fini di consultarsi con il suo omologo di Palazzo Madama, Renato Schifani, prima di pronunciarsi sul 15 a 15 della partita. Glielo avrebbero dovuto suggerire ragioni, diciamo così, di galateo istituzionale, tanto più a causa dei dubbi sorti sulla stessa legittimità della composizione della commissione, formata su designazione dei gruppi parlamentari ben prima che nascessero quelli che Fini ha voluto creare dopo la rottura intervenuta con il presidente del Consiglio e il Pdl. Sino a quando i gruppi finiani sono rimasti, sia pure polemicamente, nella maggioranza la composizione di quella commissione poteva anche risultare compatibile con il principio della proporzionalità stabilito dalla legge istitutiva. Ma quando i finiani hanno attraversato il Rubicone, prima ritirandosi dal governo, poi reclamando l’apertura di una crisi extraparlamentare con la richiesta delle dimissioni del presidente del Consiglio, infine passando all’opposizione con tanto di mozione di sfiducia alla Camera, i rapporti di forza nella commissione non sono più risultati equilibrati.
Al presidente della «bicameralina», Enrico La Loggia, appaiono francamente e giustamente «troppi» quattro commissari su trenta di appartenenza al terzo polo, dove Fini ha deciso di accasarsi preferendo passare da numero due di Silvio Berlusconi a numero due di Pier Ferdinando Casini, o numero tre, dopo Francesco Rutelli. Ed è stato proprio il no del senatore finiano Mario Baldassarri a determinare il pareggio nella votazione di ieri dei bicameralini. Se solo egli avesse avvertito l’opportunità di astenersi per lo squilibrio creatosi nella commissione bicamerale dopo il passaggio dei finiani all’opposizione, si sarebbe evitato il pareggio. E con il pareggio si sarebbe evitata la gara subito apertasi sugli specchi dei regolamenti parlamentari per valutarne gli effetti, cioè per sostenere che il parere è stato negativo o è soltanto mancato. È una gara che farà felici gli specialisti della materia, non certo la gente comune. La situazione è «senza precedenti», ha sentenziato Fini con involontario umorismo, dimenticando che senza precedenti è prima di tutto la sua presidenza alla Camera, sopravvissuta al suo cambio di ruolo: da terza carica dello Stato, naturalmente e necessariamente neutra, a capo-fazione, anzi a capo di un partito alla cui gestazione egli partecipa da mesi con viaggi e comizi usando, ma forse sarebbe meglio dire abusando della sua visibilità istituzionale. Senza precedenti è anche la distinzione che Fini ha cercato di fare, sempre commentando il 15 a 15 della commissione bicamerale, tra «voto politico», che sarebbe mancato o sarebbe secondario, e «valutazione di merito», che sarebbe prevalente.

E, secondo lui, dovrebbe forse impedire o sconsigliare al governo di appellarsi alle aule di Montecitorio e del Senato, dove esso gode di una sicura maggioranza. Si può ben dire a questo punto che ciò che ha perso in autorevolezza, questa presidenza della Camera può solo guadagnare in stravaganza.  Francesco Damato, 04/02/2011