LA GIORNALISTA DEL GIORNALE ANNA MARIA GRECO: IO, PERQUISITA ALL’ALBA A CASA E COSTRETTA PERSINO A SPOGLIARMI
Pubblicato il 1 febbraio, 2011 in Costume, Giustizia, Politica | No Comments »
La giornalista racconta in un file audio la perquisizione subita questa mattina per l’articolo pubblicato sul pm Ilda Boccassini (cronaca). “E’ stata un’esperienza allucinante. Le forze dell’ordine avevano avuto mandato di compiere anche perquisizioni corporali. Hanno rovistato nella mia biancheria intima”. FILE AUDIO ASCOLTA LA SUA TESTIMONIANZA.
Trattata come uno dei peggiori criminali: i carabinieri in casa a cercare tra le carte e i computer, i famigliari impauriti, la perquisizione personale per trovare “prove” anche nella biancheria intima. La nostra collega Anna Maria Greco racconta in un file audio la perquisizione subita questa mattina per l’articolo pubblicato sul pm Ilda Boccassini. “E’ stata un’esperienza allucinante – racconta la giornalista che da quindici anni si occupa di Giudiziaria per il Giornale - le forze dell’ordine avevano avuto mandato di compiere anche perquisizioni corporali. Hanno rovistato nella mia biancheria intima”. Poi precisa i particolari: “Sono arrivati all’alba e mi hanno costretta a spogliarmi. Volevano verificare che non nascondessi documenti nella biancheria intima”.
Il racconto dell’odissea La nostra cronista racconta l’odissea terminata solo nel tardo pomeriggio. “Mi sembra tutto un quadro mai visto – racconta la nostra giornalista – è un attentato alla nostra professione. Se non si può più pubblicare atti che io ritengo non coperti da segreto, atti vecchi di trent’anni, parte di un procedimento chiuso, è chiaro che c’è un attacco al nostro lavoro”. “Quel che poi mi sembra ancor più grave – aggiunge la Greco – è la denuncia fatta di una mia presunta fonte, e il mio nome sbattuto in prima pagina da un collega di un altro giornale, che mi ha additato prima ancora che vi fosse qualsiasi azione giudiziaria. E’ una guerra fra colleghi. Chi ne uscirà male, alla fine, lo ripeto, è la nostra professione”. “Questa mattina sono stata svegliata dai carabinieri – racconta ancora la cronista ripercorrendo l’odissea vissuta oggi – hanno perquisito la mia abitazione, prima delle 9, e poi siamo andati in redazione”. FONTE: IL GIORNALE, 1 FEBBRAIO 2011
……………….Cosa aggiungere alla drammatica testimonianza della giornalista del Giornale trattata come una delinquente comune, come una terrorista, solo per aver scritto un articolo sulla PM di Milano Ilde Boccassini non riportando fatti falsi ma fatti veri, oggetto di un procedimento disciplinare vecchio di 30 anni? Siamo alla frutta o al delirio di onnipotenza di una certa magistratura politicizzata che spinge il Paese sempre di più verso una deriva poliziesca. Solo in un regime di tal fatta potrebbe accadere ciò che oggi è accaduto alla giornalista Greco come l’altro ieri capitò ai giornalisti Porro e Sallusti, anch’essi perquisiti all’alba sino nelle mutande alla ricerca forsennata e ossessiva delle “prove”, quella volta per un presunto dossieraggio sulla Marcegaglia che si rivelò una bufala. Nell’America di Nixon mai un magistrato osò perquisire la sede del Wasghinton Post o la casa dei due giornalisti di quel giornale che con la loro inchiesta costrinsero il capo della più potente e trasparente democrazia del mondo a dimettersi. In Italia avvengono cose che ci fanno rabbrividire e che ci fanno temere sempre più per le nsotre libertà individuali e per i nostri diritti fondamentali tra cui c’è quello che nessuno, ripetiamo, nessuno è al di sopra degli altri. g.


La situazione è grave e per una volta anche seria. L’opposizione ha risposto picche all’offerta del presidente del Consiglio di discutere insieme un programma di riforme economiche. C’era da attenderselo, ma il modo e le argomentazioni sono la prova che né al Pd né tantomeno ai suoi compagni di viaggio interessa il Paese. Ai democratici va bene un’unica soluzione: un governo non più guidato da Berlusconi che non esce dalle urne. In questo scenario si tratta di un’opzione impossibile, ma ai democratici da qualche decennio difetta quell’ingrediente della politica che si chiama realismo. Così la situazione di scontro permanente diventerà sempre più incandescente, fino al punto che le elezioni anticipate resteranno l’unica via d’uscita possibile sul tavolo di un wargame termonucleare che rischia di annientare tutti. Attenzione, Berlusconi non vuole il voto a tutti i costi, non è quella la sua prima scelta. La mossa di inviare una lettera aperta all’opposizione è stata intelligente, ha messo i democratici di fronte alle proprie responsabilità e fatto comparire nel bancone della politica il cocktail ad altissima gradazione composto da una magistratura scatenata nella caccia al premier, da un circuito dell’informazione che gioca euforicamente al tiro al bersaglio e da un Pd incapace di avere una propria linea autonoma dai giudici. Questo è l’intruglio che ci sta portando alle urne. Aprire ora un ciclo elettorale non è auspicabile, ma la parabola impressa dall’azione dei magistrati sembra non lasciare scampo al Cav.
Dal Bunga Bunga di Berlusconi all’ammucchiatissima di D’Alema. La politica italiana ogni giorno offre nuove soluzioni al caos. C’è solo un dettaglio: sono tutte pensate che non risolvono il problema, ma lo incasinano sempre più. Prendete D’Alema, un uomo intelligente, che però s’è perso il treno del governo per sempre. Non governa neppure il partito che pretende di dominare, ma si alambicca tutti i giorni cercando la formula magica per levarsi di torno il Cavaliere Nero. Così ecco D’Alema riproporre l’idea non nuova del Comitato di Liberazione Nazionale da Silvio, un cartellone elettorale che comincia il cammino con i trozkisti, passa per Vendola, attraversa Montenero in Di Pietro, fa benzina in area democratica, entra nell’autogrill futurista di Fini e visto che è in viaggio verso la Grande Speranza fa due preghierine nella sacrestia dell’Udc casiniana. Al gioco di tre palle un soldo è una formula perfetta, poi però bisogna spiegare che le coalizioni pensate per far secco l’avversario nell’urna non si trasformano mai in proposta politica.
Onorevole Silvano Moffa, nelle ultime settimane l’allargamento del gruppo dei responsabili ha subìto uno stop. Eppure Berlusconi ha assicurato che il governo reggerà e conquisterà deputati. Lei che dice? «Il nostro gruppo è costituito da 21 deputati ma l’area di responsabilità è più ampia. Basta considerare i voti con cui è stata approvata la relazione sulla giustizia del ministro Alfano o bocciata la sfiducia a Bondi. In questi casi la forbice tra maggioranza e opposizione si è allargata».
La crisi galoppa verso la rottura istituzionale e nessuno finora ha fatto qualcosa per fermarla. Serve non un passo indietro, ma un passo avanti di tutti per evitare il crash non di un uomo – Silvio Berlusconi – non di un partito – il Pdl – non di un blocco parlamentare – quello del centrodestra – ma dell’intero sistema che regge un già fragile patto di solidarietà nazionale, quello che tiene i cittadini ancora legati all’entità dello Stato. In questo scenario, il cambio di regime può essere di due tipi: rapido e traumatico, lento e naturale. Ma ci può anche essere una via intermedia, quella che prevede una soluzione della crisi che non passa per un regolamento di conti, una guerra così cruenta da risultare letale per tutti: bisogna seguire le regole della realpolitik e della ragion di Stato, immaginare un soft landing, un «atterraggio morbido» per la legislatura e un cambio di scenario per il 2013. Se in Italia vi fosse un’opposizione degna di questo nome, l’idea sarebbe già in piena fase di realizzazione, ma in realtà non c’è nessun leader a sinistra in grado di andare dal presidente del Consiglio (previo passaggio al Quirinale), proporre un negoziato politico serio e rigoroso per portare a casa non una exit strategy per il Cavaliere, ma una victory strategy per il sistema politico italiano e la sinistra in particolare. Certo, non mi sfugge che ci vorrebbe anche un Berlusconi in grado di dialogare, un premier pronto ad accettare il fatto che a questo punto c’è da interrogarsi su alcune scelte compiute nei mesi scorsi, un leader conscio del fatto che il 2013 non è il 1994.
Occhio al Quirinale. Dove il presidente della Repubblica, giustamente preoccupato per un marasma che non è più soltanto politico ma anche istituzionale, ha maturato la decisione di «dire e fare qualcosa», come hanno riferito ai giornali quanti lo frequentano abitualmente. Qualcuno si è anche avventurato ad anticipare date o circostanze dell’intervento del capo dello Stato incorrendo in una smentita: quella, per esempio, opposta ieri ad un quotidiano che aveva preannunciato per martedì prossimo una convocazione sul Colle dei presidenti dei due rami del Parlamento. Fra i quali peraltro si è appena consumato, sia pure a distanza, cioè per interposte persone, uno scontro durissimo per il maledetto affare finiano della casa di Montecarlo. Che nei giorni scorsi è approdato nell’aula di Palazzo Madama con una interrogazione parlamentare, assai scomoda per il presidente della Camera Gianfranco Fini, alla quale le opposizioni sostengono che il presidente del Senato Renato Schifani avesse concesso maliziosamente una corsia preferenziale non dovuta, con la complicità del ministro degli Esteri Franco Frattini. Ma, per non stare a ripetere cose ancora fresche di stampa, torniamo al Quirinale. Per fortuna Giorgio Napolitano era calvo già prima della sua elezione a capo dello Stato, il 10 maggio 2006. Sennò, i capelli gli sarebbero caduti in queste settimane per lo spavento procuratogli dalle cronache politiche e giudiziarie, che non risparmiano ormai niente e nessuno sull’accidentato terreno delle istituzioni.
