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ANCHE SE FOSSE, HANNO GIA’ DEMOLITO IL DOPO BERLUSCONI, l’editoriasle di Mario Sechi

Pubblicato il 17 gennaio, 2011 in Politica | No Comments »

Silvio Berlusconi Il sismografo del Bungaleaks oggi dovrebbe toccare il suo picco. Il tam tam delle redazioni dice che le carte saranno un libro aperto per tutti e l’operazione di sputtanamento del presidente del Consiglio sarà completa. Le gazzette delle procure hanno impaginato ampie anticipazioni dello spettacolino a luci rosse. C’è anche chi ha emesso la sentenza di colpevolezza e previsto qualche nottata in carcere per Berlusconi. Ah, il Cavaliere Nero in cella, il sogno della sinistra che si materializza come una favola bella. Il partito dei bacchettoni ne è certo: l’inchiesta «la qualunque» è al titanio, la caccia a “’u pilu” ha dato i suoi frutti, Berlusconi stavolta non sfuggirà alla rete elettrica della giustizia, il suo destino è segnato. Bene, poniamo che sia così. E dopo? Dopo aver stappato in piazza lo champagne e brindato alla liberazione dalla terribile dittatura del Cav che si fa? Non è che si torna a casa come se nulla fosse. No, qualcosa dopo succede.
Provo a buttare giù uno scenario di scuola realista: il cambio di regime per mano giudiziaria non sarà una passeggiata, gli elettori del centrodestra non la prenderanno benissimo, la tensione salirà al massimo livello, ci saranno alti e nobili appelli alla calma e alla collaborazione istituzionale, ma c’è da fare i conti con una realtà chiamata «popolo», non proprio una cosa astratta. Chi glielo spiega a quelli che il loro leader è stato fatto fuori perché secondo i pm non sta bene agitarsi troppo sopra e sotto le lenzuola? Il nocciolo della faccenda è tutto qui, è una questione che dovrebbe pesare come un macigno, ma vedo che il problema è considerato un dettaglio. Poveri illusi. L’Italia non è l’America, non siamo figli della rivoluzione protestante di Martin Lutero, ma pecorelle smarrite del gregge di Gesù Cristo che con i piccoli e grandi guai della vita hanno un rapporto assai diverso rispetto a quello di un signore in bombetta che passeggia nella City. Siamo italiani, sarebbe buona cosa ricordarlo. Come sarebbe utile ricordare che la democrazia non è una cosa astratta.
La decapitazione di Berlusconi sarebbe un evento traumatico. Una classe dirigente responsabile avrebbe il dovere di immaginare un soft landing, un atterraggio morbido per il Cavaliere e la storia collettiva che la sua figura si porta dietro. Invece no. Forze irresponsabili lavorano al crash del velivolo in mezzo al centro abitato. Sarà una catastrofe. Nel migliore dei casi si andrà dritti a elezioni anticipate e a una vittoria a mani basse di Berlusconi che dopo l’uno-due Consulta-procura di Milano ha buon gioco a dire che è un perseguitato dai magistrati. Se poi qualcuno pensa di non votare, la porta dell’incubo si spalanca. Questo è il dopo che ci attende: un Paese ancor più diviso, lacerato, arrabbiato, spaccato in guelfi e ghibellini. Il dopo Berlusconi è già stato demolito per mano degli sfascisti. Mario Sechi, Il Tempo, 17 gennaio 2011


MESSAGGIO DI SILVIO BERLUSCONI AGLI ITALIANI

Pubblicato il 16 gennaio, 2011 in Politica | No Comments »

Dopo l’ennesima iniziativa giudiziaria contro Silvio Berlusconi, il presidente del Consiglio dei Ministri  ha rivolto agli italiani un suo messaggio.Eccone il testo integrale.

Cari amici,

alcuni noti PM della Procura di Milano  hanno effettuato una gravissima intromissione  nella  mia  vita privata,  effettuando una inaccettabile  schedatura  dei miei ospiti nella casa di Arcore, con l’individuazione di tutti i loro numeri telefonici, hanno  messo sotto controllo per  diversi  mesi i loro telefoni,  hanno  adottato un atteggiamento discriminatorio e umiliante  nei confronti di persone  che non hanno  alcuna  responsabilità se non quella di essere state  mie ospiti e di portarmi amicizia e affetto.

Ancora una volta  la giustizia è stata  piegata a finalità di carattere politico, con una volontà chiaramente persecutoria nei miei confronti.  A questi pubblici ministeri  non è  evidentemente piaciuto il voto di fiducia del 14 dicembre tanto che, subito dopo, mi hanno iscritto nel registro degli indagati.

A quegli stessi PM non è piaciuta nemmeno  la decisione della Corte Costituzionale al punto che,  il giorno successivo alla sentenza della consulta, con una tempistica perfetta,  hanno reso pubbliche le  loro  indagini.

Ed è gravissimo ed è inaccettabile che,  trascorsi 15 giorni, non abbiano man d ato gli atti  di queste  indagini al T ribunale dei Ministri, come prescrive la legge .

E’ gravissimo, inoltre,  che abbiano tentato di accedere ai locali della mia segreteria politica, per ricercare  poi  chissà cosa, visto che sostengono di avere prove così evidenti da poter richiedere  addirittura  il giudizio immediato.

In realtà, le accuse che hanno formulato nei miei confronti sono totalmente infondate e addirittura  risibili. Il  dirigente della Polizia che sarebbe stato  “concusso”  nega di esserlo mai stato , e  la persona minorenne nega di aver mai avuto avances né tantomeno rapporti sessuali e afferma di essersi presentata a tutti come ventiquattrenne, fatto avvalorato da numerosissime testimonianze.

La mia vita di imprenditore mi ha insegnato quanto sia difficile affermarsi per una persona giovane,  soprattutto agli inizi, perciò, quando posso cerco di aiutare chi ha bisogno.

In particolare,  conosco il  mondo dello spettacolo e so cosa vuol dire  e cosa succede a chi cerca  di lavorare in quell’ ambiente.

Nel corso della mia vita ho dato lavoro a decine di migliaia di persone e ne ho aiutate a centinaia .

Mai in cambio di qualcosa se non della gratitudine, dell’amicizia e dell’affetto. E continuerò a farlo.

E’ assurdo soltanto  pensare che io abbia pagato  per avere rapporti con una donna . E’ una cosa che non mi è mai successa neanche una sola volta nella vita.  E’ una cosa che considererei degradante per la mia dignità.

A me piace stare con i giovani,  mi piace ascoltare i giovani, mi piace circondarmi di giovani.

Alcune di  queste persone le conosco da diversi anni, altre da  meno tempo, ma di molte conosco la   situazione di disagio e di difficoltà economica.  Le ho aiutate in certe occasioni  e sono orgoglioso di averlo fatto.

Ho dato spesso incarico ai miei collaboratori di aiutarle per la loro casa, per le cure mediche, per l’educazione dei loro figli.  Non c’è mai stata,  lo ripeto, mai, alcuna correlazione fra denaro e prestazioni sessuali.

Ancora: sono destituite di ogni  fondamento le accuse a Emilio Fede,  a Lele Mora  e a Nicole Minetti.

Emilio Fede è  un amico carissimo da sempre. Lele Mora lo conosco da molti anni per il suo eccellente lavoro a Mediaset.  L’ho aiutato in un momento di grande difficoltà economica e di salute e sono orgoglioso di averlo fatto. So che, quando potrà, mi restituirà quanto gli ho prestato.

Nicole Minetti è una giovane donna brava e preparata, che sta pagando ingiustamente  il suo volersi impegnare in politica.

In un paese libero e democratico è inaccettabile che la P rocura faccia in modo che vengano divulgati  frammenti di telefonate private di tutte queste persone, che hanno osat o venire a casa mia.

Tra l’altro accade spesso, come è noto a tutti, che quando si parla al telefono si usino toni e modi diversi rispetto al dialogo diretto tra persone.

Certe frasi, pronunciate in tono magari scherzoso,  sono completamente diverse quando vengono lette sulla stampa nelle trascrizioni . E poi molto spesso nelle conversazioni private, tra amici,  ci si vanta  magari  per gioco  di cose mai accadute o si danno giudizi superficiali per amore della battuta.

E in più è inaccettabile che si facciano delle perquisizioni con metodi intimidatori nelle case di queste  persone ospiti,  sequestrando di tutto e di più,  conducendole poi per un intero giorno in questura alla stregua di malfattori e per di più impiegando in queste operazioni più di cento uomini, un impegno di forze degno di una retata contro un’organizzazione mafiosa.

E’ gravissima, è inaccettabile, è contro la legge, questa intromissione nella vita privata  delle persone.

Perché quello che i cittadini di una libera democrazia fanno nelle mura domestiche riguarda solo loro .

Questo è un principio valido per tutti e deve valere anche per me.

Del resto nessuno può essere rimasto turbato da quelle serate perché tutto si è sempre svolto  all’insegna della più assoluta  eleganza, del più assoluto decoro e tranquillità e senza nessuna , nessuna implicazione sessuale.

Tutti i partecipanti a quelle serate hanno rilasciato al riguardo dichiarazioni inequivocabili.

Del resto io, da quando mi sono separato, ma non avrei mai voluto dirlo per non esporla mediaticamente, ho avuto uno stabile rapporto di affetto con una persona che ovviamente era assai spesso con me anche in quelle serate e che certo non avrebbe consentito che accadessero a

cena, o nei dopo cena, quegli assurdi fatti che certi giornali hanno ipotizzato.

In conclusione, non si può andare avanti così.

Non è un paese libero quello in cui quando si alza il telefono non si è sicuri della inviolabilità delle proprie conversazioni. Non è un paese libero quello in cui alcuni magistrati conducono delle

battaglie politiche usando illegittimamente i loro poteri contro chi è stato democraticamente chiamato a ricoprire cariche pubbliche.

Non è un paese libero quello in cui una casta di privilegiati può commettere ogni abuso a danno di altri cittadini senza mai doverne rendere conto.

Occorre fare immediatamente le riforme, tra cui anche quella della giustizia,  che rendano il nostro  paese anche sotto il profilo della tutela dei diritti fondamentali di ogni cittadino simile alle altre grandi democrazie.

Noi ci impegneremo strenuamente per fare tutte queste riforme.

Silvio Berlusconi

IL VICE SINDACO FASANO SI E’ DIMESSO: PER MANCANZA DI RISPETTO….( e si prega di non ridere!)

Pubblicato il 14 gennaio, 2011 in Gossip, Notizie locali, Politica | No Comments »

ll vice sindaco Fasano, che di mestiere fa il medico di famiglia, si è dimesso dalla carica.

La notizia, che circolava già da qualche giorno fra gli addetti ai lavori,  tra sussurri e grida, fra sorrisi  e sogghigni,   ha trovato conferma  con la diffusione della lettera con cui Fasano (GIAMBY per gli intimi) si è dimesso,  e la cui lettura ha interrotto per un attimo, solo per un attimo, la sonnolenta vita quotidiana  dei  torittesi  che hanno scoperto, divertendosi un mondo,  una nuova categoria di polemica politica: il mancato rispetto…..

Perché Fasano ha lamentato proprio questo: il mancato rispetto a lui e alla sua famiglia da parte, pare,  di alcuni componenti della  eterogenea maggioranza che amministra il Comune e   che proprio  Fasano aveva aiutato a vincere nel 2009.

Non c’era traccia, sinora, nella pur ricca e variegata casistica delle tante specie di dimissioni all’italiana, di questa nuova specie di cui è ora inventore e titolare effettivo Fasano (di qualcosa deve pur essere effettivo il nostro eroe,  dopo aver fatto, orrore!,  lo scodinzolante supplente di Gagliardi e ora anche quello di Geronimo), cioè le dimissioni per “mancanza di rispetto” con tanto di riferimento  alla famiglia come in ogni farsa che si rispetti.

Che richiama alla memoria “il familismo amorale”,  fenomeno sociologico di stampo mafioso che fu oggetto negli anni 50 del secolo scorso di uno approfondito studio da parte di un sociologo americano che all’uopo si trasferì in Basilicata ove il fenomeno aveva, all’epoca, vistosi riscontri. Da allora ad oggi, in verità, il fenomeno non è più tale perché nel frattempo è divenuta pratica costante in ogni parte del pianeta e  consiste nel favorire da parte dei potenti i propri familiari, da cui, appunto, il “familismo amorale”.

Ma è la prima volta che qualcosa di simile  viene praticato non già per favorire un familiare, ma per difenderlo dalla…… mancanza di rispetto (che nel concetto un qualche vago sapore mafioso pur riecheggia…).

La mancanza di rispetto,  a quel che è dato sapere per averlo lo stesso Fasano ripetuto a più persone,  si sarebbe concretizzata in qualche critica,  un po’ salace, forse, sulla  recente intitolazione di una strada cittadina, la ormai ex via Solferino, al padre di Fasano ( a proposito, proprio nel 150° dell’Unità Nazionale, è stata rimossa  dalla toponomastica cittadina la strada intitolata alla epica battaglia che nel 1859, il 23 giugno, per la cronaca, concluse, vittoriosamente, la seconda guerra d’indipendenza, aprendo la strada all’unità nazionale!).

La cosa, così si mormora, non sarebbe stata vista di buon occhio (non per ragioni patriottiche, quando mai!, ma solo per ragioni di interessi di bottega all’interno della maggioranza)  da parte di alcuni che, pare, sarebbero andati ben oltre la critica al fatto in sé, scavando volutamente nella mente di chi ha qualche capello grigio qualche ricordo non proprio piacevole.

Di qui la reazione di Fasano (che  come è noto considera  se stesso e la sua “gens” al di sopra di qualsiasi critica),   sfociata nelle dimissioni.

Potremmo limitarci a constatare che, dopotutto,  Fasano ha avuto quel che si meritava e magari  registrare, per la curiosità di chi ci legge, i tanti commenti, alcuni  salaci e altri decisamente irridenti, comunque non commendevoli,  che hanno accompagnato la lettera da parte di tutti e, sorpresa,  anche, e soprattutto, da parte di quelli che si fingono suoi “consigliori”, fino al punto di suggerirgli le dimissioni,  ma che dietro e alle sue spalle se la ridono a crepapelle, inciuciando per prenderne il posto, magari con il suo stesso “sostegno”.

Ma,  tutto sommato,  la cosa non ci  interessa per nulla , come del resto lascia indifferente la gran parte della gente che ha cose un po’ più serie cui pensare che non le lacrimevoli oltre che assai risibili lagnanze di Fasano, che per di più riguardano cose private che poco hanno a che fare con il ruolo pubblico rivestito, senza lode e senza infamia, dal Fasano, oggi come nel passato.

Piuttosto. Fasano si  era  candidato  alle amministrative del 2009 per aiutare i traballanti ex comunisti e i loro variopinti  alleati  a vincere contro Gagliardi;  operazione riuscita, sul fil di lana,  anche  grazie a lui, che galoppava come un asinello sardo durante i giorni della campagna elettorale e  che ha anche usato, allo scopo, il suo mestiere.

Per questa ragione Fasano, presuntuoso qual’è e quale è sempre stato, benchè nella suddivisione categoriale degli uomini può al massimo aspirare politicamente ad essere collocato tra la penultima (la quarta) e l’ultima (la quinta) delle categorie degli uomini individuate dall’indimenticato Leonardo Sciascia, si aspettava di essere sistemato in una specie di nicchia privilegiata, e lì ricevere l’omaggio devoto e perenne dei suoi “compagni” di ventura,  quasi fosse un santo.

Invece ci hanno pensato proprio  i “compagni” di strada  a riportarlo brutalmente con i piedi per  terra, contestandone il ruolo in Giunta e, per ottenerne la rimozione,  scaraventandolo nella mischia della  più insulsa e risibile  delle polemiche, che non riguarda la vita pubblica e   amministrativa della quale a Fasano, ma anche ai suoi antagonisti, notoriamente poco importa, anche perché poco ne capisce,  ma fatti personali e privati. Che però  tali avrebbero fatto bene a rimanere. Per rispetto della gente a cui di queste faccende poco o punto interessa. g.


P.S. Per non costringere  tra chi ci legge  i pochi che non le conoscono   a ricercare  la quarta e la quinta delle cinque categorie  in cui Sciascia,  il grande e indimenticato scrittore siciliano,  suddivide gli uomini, lo precisiamo noi: nella quarta Sciascia colloca i “piglianculo” e nella quinta, l’ultima, i “quaquaraqua’”. g

FINI, L’UNICA RISPOSTA E’ QUELLA SBAGLIATA

Pubblicato il 13 gennaio, 2011 in Politica | No Comments »

Ieri intervista di Fini a La Repub­blica, evidentemente il lettorato che ritiene più vicino. Rapido riepilogo del contenuto. Ottenendo la fiducia, Berlusconi ha politicamente vinto ma deve cambiare tutto; è troppo complicato spiegare se siamo di destra o di centro; sul federalismo vedremo che cosa fare; sulla sfiducia a Bondi decideremo che cosa fare; le diversità sui problemi etici con Casini e Rutelli? Si vedrà di volta in volta; Tremonti ha sbagliato, ma è anche bravo; se mi rivolgo al Pd? Mi rivolgo a chi ascolta. Insomma, l’elenco delle non risposte è impressionante. E l’unica che dà è quella sbagliata: «Dimettersi da presidente della Camera? Mai, applico i regolamenti in modo imparziale», sminuendo così il ruolo della terza carica dello Stato a quello di mero burocrate senza alcun contenuto politico. Questa volta a rimanere perplessi non sono gli avversari del Pdl, ma i suoi uomini. I quali lo hanno seguito in questa rischiosa avventura sì per lealtà, ma anche per costruire qualche cosa di nuovo e di chiaro ancora prima che di vincente. Questo stare nella palude della politica subordinati a Casini sta creando sconcerto. Il tam tam parla di imminenti fuoriuscite dal Fli. Qui non c’entra la sirena Berlusconi, è il vuoto che spaventa. Se Fini non scenderà presto dallo scranno presidenziale rischia grosso. I suoi lo vogliono in prima linea: nessuno di loro è disposto a stare in un partito guidato da Bocchino. E presto glielo diranno, forte e chiaro.

……Sull’intervista rilasciata ieri da Fini a Repubblica ha scritto anche il direttore di Libero, Belpietro, il quale, come  Sallusti,  ed anche altri ha  ricordato che l’intervista  ripropone pari pari la proposta già avanzata l’altro ieri da Casini  del quale ormai Fini è diventato il secondo, se pure. E come Sallusti, anche Belpietro rileva la totale assenza di novità nelle proposte di Fini che sempre più appare un pugile suonato che si ostina a salire sul ring nonostante la lezione ricevuta. E non gli è servita  a rinnovarsi  neppure la lunga e immaginiamo costosissima vacanza natalizia in un atollo delle Maldive, ospite di un esclusivo resort a 7 o 8 stelle in compagnia della sua compagna, lo stesso resort dove ha soggiornato, nello stesso periodo,  anche Fabrizio Corona e Belen……

PER TOGLIATTI LA CORTE COSTITUZIONALE ERA UNA “BIZZARRIA”

Pubblicato il 13 gennaio, 2011 in Giustizia, Politica | No Comments »

La Corte Costituzionale è già in Camera di Consiglio per deliebrare intorno alla legge ordinaria  sul “legittimo impedimento” varata dal Parlamento in attesa di legiferare con legge costituzionale la materia oggetto della legge. In attesa di conoscee la sentenza della Corte, pubblichiamo una nota che evidenzia come sin dalla discusisone nell’Assemblea Costituente questo organo abbia acceso il dibattito politico, sino ad essere definito dal Togliatti una “bizzarria2, evidentemente molto prima che lo stesso concetto fosse enunciato da Berlusconi. Ecco la nota a firma di Francesco Perfetti.

Durante la discussione generale sul progetto di Costituzione, Palmiro Togliatti parlò della istituenda Corte Costituzionale  come di una «bizzarria», come di un «organo che non si sa cosa sia e grazie alla istituzione del quale degli illustri cittadini verrebbero a essere collocati al di sopra di tutte le assemblee e di tutto il sistema del parlamento e della democrazia, per essere giudici». Le parole del leader comunista esprimevano la profonda diffidenza sua e del suo partito per un organo, pensato come tecnico e svincolato dalla politica, che essi temevano potesse diventare uno strumento in grado di condizionare o frenare l’operato del Parlamento.
Alla base di questa diffidenza c’era l’idea che si dovessero rafforzare i caratteri «giacobini» della Costituzione. Il che spiega, per esempio, l’opposizione dei comunisti alla proposta di Giovanni Leone di escludere dal diritto di eleggibilità alla Corte quei cittadini che avevano ricoperto o ricoprivano cariche politiche in quanto questa situazione avrebbe potuto limitarne la serenità di giudizio. Proprio uno dei maggiori costituenti comunisti, Renzo Laconi, replicò che sarebbe stato assurdo discriminare gli uomini in due categorie in modo tale che «da una parte siano coloro che militano nella politica e dall’altra coloro che non vi militano». D’altro canto, anche un esponente comunista di rilievo come Fausto Gullo sostenne la necessità che la Corte fosse, persino sotto il profilo della sua composizione, «un organo eminentemente politico» capace di interpretare la temperie e le tensioni politiche presenti nel Paese nella presunzione che la legge non sia affatto qualcosa di «statico e di fisso» ma abbia, «specialmente dal punto di vista politico», una sua vita e un suo dinamismo. Il richiamo alle discussioni che, all’epoca della Costituente, riguardarono il carattere, la composizione e le funzioni della futura Corte Costituzionale è opportuno, oggi, alla vigilia della sua pronuncia sulla legge sul «legittimo impedimento».
È opportuno, questo richiamo, perché quel dibattito fa intendere come il problema della «politicità» della Corte Costituzionale abbia accompagnato la nascita di quest’organo e la sua stessa storia. In fondo, l’istituzione della Corte, avvenuta nella seconda metà degli anni cinquanta, fu il risultato di una scelta tutta «politica»: l’attuazione del dettato costituzionale – il discorso vale, ovviamente, anche per altri istituti come per esempio il Csm – fu infatti lenta, tardiva e incerta. Si realizzò solo dopo che la fine del centrismo degasperiano ebbe portato una modifica degli equilibri politici e avviato la stagione della cosiddetta «partitocrazia». È più che comprensibile il fatto che la Corte Costituzionale sia, in realtà, per la sua composizione, un organo politico le cui decisioni, o sentenze, riflettono gli equilibri politici dei suoi componenti. Le indiscrezioni e i rumors che filtrano dalle ovattate sale della Consulta sul numero e persino sui nomi dei giudici che sarebbero favorevoli o contrari al ricorso sulla costituzionalità della legge sul legittimo impedimento sono una precisa indicazione del peso che la politica militante finisce per avere sulle decisioni della Corte. La quale – lo si ricorda per inciso – sul cosiddetto Lodo Alfano giunse persino (e poco contano di fronte alla realtà dei fatti le causidiche negazioni) a contraddire una sua precedente deliberazione. Non c’è affatto da scandalizzarsi se Berlusconi (o chi per lui) sostiene che la Corte attuale ha una maggioranza di sinistra: è la pura e semplice verità. Anche la sentenza sulla legge relativa al legittimo impedimento che verrà diffusa oggi – quale che sia – è una sentenza «politica».
Lo è non solo e non tanto per le conseguenze che essa potrà determinare sulla politica italiana e per le polemiche che potrà innestare, contribuendo a innalzare o a raffreddare la temperatura politica del Paese. Lo è per il fatto stesso che i giudici costituzionali abbiano accettato di pronunciarsi sulle tre ordinanze trasmesse dal Tribunale di Milano in ordine alla sospensione dei processi Berlusconi-Mills, Mediaset e Mediatrade. Da una lettura attenta delle tre ordinanze, infatti, si nota che tutte chiedono alla Corte Costituzionale di dichiarare l’incostituzionalità della legge per una presunta violazione dell’articolo 138 della Costituzione. Questo articolo di tipo «procedurale», come è noto, individua e disciplina il complesso iter di formazione delle leggi costituzionali. È intuitivo che, prima di poterne invocare la violazione, sarebbe necessario appurare se la legge contestata abbia natura costituzionale, se – in altre parole – essa abbia leso un qualche principio della Costituzione. L’invocazione dell’articolo 138, così come è stata fatta, significa, in una battuta, confondere, la medicina con la malattia perché quell’articolo ha anche, evidentemente, il carattere di sanare un eventuale vizio di costituzionalità. Un vizio che deve però essere riconosciuto. È pur vero che, delle tre ordinanze, una contesta anche la violazione dell’articolo 3 della Costituzione, quello relativo all’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, ma lo fa senza addurre motivazioni. Stando così le cose, i ricorsi del Tribunale di Milano avrebbero dovuto essere dichiarati «irricevibili».

È impensabile che i giudici della Corte Costituzionale non se ne siano resi conto, non abbiano rilevato un fatto del genere. È più probabile che essi, di fronte alle prevedibili reazioni mediatiche di una dichiarazione di «irricevibilità» che suonerebbe come una censura ai magistrati estensori dei ricorsi, abbiano preferito, al pari degli struzzi, mettere la testa sotto la sabbia. O, peggio, abbiano voluto effettuare una scelta interventista ben precisa. In ogni caso, questa vicenda, al di là del caso specifico relativo alla legge sul legittimo impedimento, richiama l’attenzione sulla necessità che nell’agenda delle riforme istituzionali ci sia un posto anche per un ripensamento della natura, delle funzioni, della composizione della Corte Costituzionale. Francesco Perfetti, Il Tempo, 13 gennaio 2011.

LA MANCANZA DI ALTERNATIVA, l’editoriale di Mario sechi

Pubblicato il 12 gennaio, 2011 in Politica | No Comments »

Silvio Berlusconi e Sergio Marchionne Quando parliamo del futuro dell’Italia tendiamo a farlo dipendere da fattori che non sono in realtà determinanti, diamo importanza a cose che non influenzeranno le nostre vite. Ma non ci sono dubbi che due punti dell’agenda sono invece importanti e produrranno conseguenze tangibili: 1. l’allargamento della maggioranza che sostiene il governo Berlusconi; 2. l’epilogo della trattativa sul futuro degli stabilimenti Fiat in Italia. I due temi sono solo apparentemente slegati, in realtà hanno un minimo comune denominatore: non hanno alternativa. Il governo del Cavaliere non ha alcun credibile ricambio all’orizzonte e il piano di Sergio Marchionne per la casa automobilistica di Torino è l’unico possibile in questo momento. Oltre queste due proposte – una politica e l’altra industriale – c’è una terra di mezzo fatta di incertezza sulla quale è difficile scommettere per il futuro. Mi piacerebbe pensare che esistono altre vie, altri scenari, altri mondi possibili, ma come ben sanno i lettori de Il Tempo, sono un realista al titanio e non nascondo mai i fatti con i desideri. Il nostro sistema politico è questo, oltre Berlusconi c’è il vuoto, non solo nell’opposizione, ma anche nel centrodestra. Oltre la siepe alzata dal numero uno della Fiat non c’è il mondo di Utopia, ma la certezza di un investimento che sfuma, di posti di lavoro che migrano da altre parti. Si dirà che questo per il Paese è un aut-aut inaccettabile, che tutti dobbiamo fare uno sforzo di fantasia e lanciare il cuore oltre l’ostacolo.

Mi dispiace per i grandi pensatori, gli illuministi a contratto e i teorizzatori del meglio il caos che questa situazione, ma la realtà ci presenta questo scenario. E allora meglio dire subito «avanti Berlusconi» perché al suo posto oggi ci sarebbe solo il caos e non possiamo permettercelo. Se il Pd non fosse un partito di inetti, il soft landing per l’avventura politica del Cavaliere sarebbe già una realtà, ma con una classe dirigente simile, incapace di darsi una linea perfino sul futuro della fabbrica italiana per eccellenza, la Fiat, è una fatica di Sisifo immaginare un discorso istituzionale serio. La Cgil ha alzato il ponte levatoio, messo in acqua i coccodrilli e caricato le catapulte. Molto male. Per l’Italia e il futuro degli operai. Noi qui a Il Tempo stiamo con i piedi piantati per terra, sappiamo che c’è una regola elementare, che non c’è lavoro senza impresa. «Avanti Marchionne». Mario Sechi, Il Tempo, 12 gennaio 2011


LE CARTE SEGRETE DI BERLUSCONI

Pubblicato il 11 gennaio, 2011 in Politica | No Comments »

Saranno, nel palaz­zo, sui giornali e in tv, anche tutti cam­pioni di politica ma a dare le carte sembra esse­re ancora solo lui, il pre­mier. Hanno tentato di far­lo fuori (in Parlamento), hanno ridicolizzato la sua esigua maggioranza appe­sa a Scilipoti, lo stanno aspettando al varco della sentenza sul legittimo im­pedimento, speranzosi di vederlo al gabbio, hanno dato il Pdl per morto. Eppu­re, all’inizio della settima­na decisiva il fronte anti­berlusconiano a tempo pieno segna di nuovo il pas­so, impantanato dai suoi stessi giochetti di palazzo e messo a nudo dalla dram­maticità del caso Fiat- Mar­chionne che per la prima volta vede i partiti a voca­zione operaista completa­mente spiazzati e incapaci di qualsiasi opera di media­zione. Vediamo perché. Sul fronte politico (allarga­mento della maggioranza) due le novità. La prima è la disponibilità di Casini a so­stenere la maggioranza «nell’interesse del Paese». Archiviata l’idea partigia­na di fondare un Comitato nazionale di liberazione da Berlusconi, il leader Udc è pronto a riportare i suoi elettori (come lo si ve­drà) nella loro sede natura­le, cioè il centrodestra. Non solo. Oggi, a sorpresa, Berlusconi incontra il go­vernatore della Sicilia, Raf­faele Lombardo, che in Par­lamento ha un gruppo di sei deputati (l’Mpa)oggi al­l’opposizione ma domani chissà. Entrambi, Casini e Lombardo, sono alleati di Fini che come si vede non solo perde pezzi ma anche ruolo politico. E dire che soltanto un mese fa si cre­deva l’ago della bilancia. Sul versante giudiziario si attende per giovedì la fa­mosa sentenza. Ma oggi si scopre che se anche doves­se essere completamente avversa (cosa difficile) i processi in corso rischiano comunque di finire in pre­scrizione. I giudici che li hanno iniziati, infatti, nel frattempo sono stati trasfe­riti ad altro incarico e quin­di, come prescrive in que­sti casi la legge, i dibatti­menti dovranno ricomin­ciare completamente dal­l’inizio. Per quanto riguar­da il partito è ormai pronta la rivoluzione dentro il Pdl. Ieri è circolata una bozza del nuovo simbolo. Si po­trebbe chiamare «Italia», evocando così le fortunate origini e dovrebbe essere organizzato sul territorio in maniera completamen­te innovativa. Insomma, anche se fosse necessario tornare a votare, il più pron­to pare ancora il centrode­stra a guida Berlusconi. PS: Ieri il presidente Na­politano si è scagliato con­tro il Gio­rnale per un’inter­vista a un famigliare di una vittima di terrorismo che segnalava la scarsa consi­derazione del Quirinale per i loro problemi. Il presi­dente ha sbagliato indiriz­zo. Di solito ce la si prende con chi le cose le dice, non con chi le pubblica. Alme­no che non si voglia censu­rare. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 11 gennaio 2011

…………………Sallusti, oltre che essere il direttore  de Il Giornale, quotidiano di proprietà del frarello di Berlusconi, è anche un convinto sostenitore del premier, per cui la sua analisi potrebbe apparire dettata dal ruolo e dall’affeto. Eppure non è così. Nonostante tutto il clamore dei mesi passati, la stella di Berlusocni e del centrodestra cpontinua a brillare. Sarà per questo che Casini, tortuosamente come da scuola democristiana, si è dichiarato pronto a collaborare con il Governo e Lombardo, in grande affanno in Sicilia, potrebbe decidere di vrare una nuova Giunta, la quinta!, buttando a mare il PD e il FLI che sinora lo hanno appoggiato. Naturalmente è tutto da vedere. Una sola cosa pare certa,  l’eclissi di Fini che partito per mari lontani per trascorrere le ferie, sempre più appare lontano dal ruolo che credeva di poter rivestire. Il tempo, come dice un proverbio antico, matura le mele e fa chiarezza degli uomini: Fini era un gregario, furbo e fortnato, ma pur sempre un gregario. Tale  è destinato a ritornare ad essere dopo una stagione da centro del sole che è irrimediabilmente finita.   g.

TERRORISTI ROSSI: POLEMICA NAPOLITANO– SALLUSTI

Pubblicato il 10 gennaio, 2011 in Politica | No Comments »

Il Quirinale attacca il Giornale;  Sallusti: bersaglio errato

“Il Giornale ha pubblicato oggi una intervista al signor Potito Perruggini che ha offerto lo spunto per una titolazione assurdamente polemica col Presidente della Repubblica a proposito delle vittime delle BR”. È quanto si legge in una nota diffusa dal Colle. “Il Presidente Napolitano si è notoriamente impegnato per favorire l’adozione della legge con cui si è istituita il Giorno della Memoria per le Vittime del Terrorismo; ha per la prima volta promosso in Quirinale incontri con i famigliari delle vittime – incontri ai quali nel 2008, nel 2009 e nel 2010 sono stati garantiti la massima ampiezza e il massimo rilievo, e nel corso dei quali egli ha pronunciato impegnativi discorsi e naturalmente stretto le mani di numerosissimi partecipanti. Non si giustifica perciò in alcun modo il tono aggressivo e di scandalo che Il Giornale ha inteso far suo, nè si comprende in che cosa sarebbe consistita l’ambiguità attribuita alle dichiarazioni del Capo dello Stato su “l’impegno del governo” volto ad ottenere l’estradizione di Battisti, per cui egli si è personalmente – com’è noto e documentato – pronunciato e adoperato con la massima fermezza.

Alessandro Sallusti risponde a stretto giro di posta alla nota del Quirinale sull’intervista a Potito Perruggini: “Il Colle ha sbagliato destinatario forse”. “Noi abbiamo dato voce a un parente di una vittima del terrorismo. Non credo che menta – continua -. Domani daremo ovviamente conto delle affermazioni del Quirinale, domani. Ma non siamo parte in causa. Abbiamo fatto solo da tramite”. Nel merito della nota del Quirinale, che sostiene che “Il Giornale ha pubblicato oggi una intervista al signor Potito Perruggini, che ha offerto lo spunto per una titolazione assurdamente polemica col Presidente della Repubblica a proposito delle vittime delle BR”, Sallusti replica: “Il titolo era un virgolettato e le domande, che sto riguardando adesso, non erano affatto aggressive”.

FINI CI RIPROVA: CITTADINANZA AI FIGLI DEGLI STRANIERI

Pubblicato il 10 gennaio, 2011 in Politica | No Comments »

- Cittadinanza agli immigrati di seconda generazione. I figli degli stranieri nati in Italia. Un’idea storica della sinistra italiana che Gianfranco Fini ha scelto di “sposare” in diverse uscite pubbliche e che, ora, diventa la linea ufficiale di Futuro e Libertà per l’Italia, il nuovo partito del presidente della Camera. Dopo aver lasciato la maggioranza per l’opposizione Fli rilancia anche una proposta politica totalmente alternativa all’asse Pdl-Lega e alla stessa legge sull’immigrazione, curiosamente firmata a quattro mani solo otto anni fa da Umberto Bossi e proprio da Fini.

“Se la legislatura va avanti, bisogna dare cittadinanza ai giovani di seconda generazione. Quasi un milione di giovani nati in Italia da stranieri regolarmente residenti attendono una legge che li renda cittadini: in parlamento esiste un ampia maggioranza che può sostenere la legge Sarubbi/Granata” spiega Fabio Granata, parlamentare del Fli. Che aggiunge: “Nel 150esimo anniversario dell’unità d’Italia, sarebbe un segnale storico per l’Italia e per chi la ama”.

“La cittadinanza non è un regalo, ma il risultato di un processo di reale integrazione e di adesione ai valori fondanti della nostra società, che non può essere garantito dal solo fatto di nascere in Italia. Per questo ribadiamo il no all’introduzione dello ius soli e alle scorciatoie temporali, proposte dai rappresentanti del Fli, per il riconoscimento della cittadinanza italiana agli stranieri che vivono nel nostro Paese” dice Isabella Bertolini, della direzione del Popolo della Libertà. “Utilizzare l’anniversario dell’Unità d’Italia, per riproporre questo dibattito, conferma che la compagine finiana condivide sempre di più le tesi del centro sinistra ed è ormai lontana anni luce dal Pdl e dai suoi alleati. Gli Italiani, però, hanno votato il governo Berlusconi non certo per concedere la cittadinanza ‘facile’ agli immigrati. Questo rimarrà un sogno di. Granata e della sinistra”.

…..Non v’è chi non intuisce che dietro quest’ultima  uscita del pasaradan finiano Granata v’è tutta la disperazione di Fini e dei finiani: visto che i sondaggi sono impietosamente deludenti per i finiani sul voto degli italiani in caso di elezioni,  anticipate o meno, tentano di sostituire i voti degli italiani veri con quelli degli immigrati che al momento sono voti finti. g.

QUANDO LO BOLLAVANO COSI’: FASCISTA

Pubblicato il 10 gennaio, 2011 in Economia, Il territorio, Politica | No Comments »

Sui muri della FIAT di Torino, alla vigilia del referendum sull’accordo Fiat-Sindacati non sottoscritto dalla Fiom-CGIL, sono apparse stelle a cinque punte, quelle della Brigate Rosse, contro Marchionne. E’ la riprova che Marchionne viene individuato come un secondo pericolo pubblico dopo Berlusconi. Ecco l’opinione del direttiore de Il Tempo, Mario Sechi.

La prima pagina de il Manifesto Nell’assordante silenzio dei benpensanti e dell’intellighentsia ho più volte scritto che le frasi contro Marchionne sono benzina sul fuoco. Mi era chiarissimo da molto tempo che il numero uno della Fiat era diventato il nemico pubblico numero due, appena un gradino sotto Berlusconi, il bersaglio di chi ancora sogna la rivoluzione. Oggi i sepolcri imbiancati si svegliano perché a Torino su un manifesto è comparsa una stella a cinque punte a corollario di una scritta eloquente: «Marchionne fottiti!». Verrebbe da scrivere a questi automi dell’indignazione a comando, «benvenuti a bordo», ma in realtà la loro voce suona in falsetto, è un coro di vampiri che oggi ti dà la solidarietà e un minuto dopo te la toglie perché non fa parte del disegno opportunista sul quale basa la propria esistenza di sanguisuga di regime. Quando un manager – le cui scelte si possono civilmente discutere – viene indicato come l’uomo da abbattere, allora non si può poi vedere la frittata sul pavimento e dire «ah, perbacco, no, così non va». Quando si arriva a dipingere un capitano d’impresa come un «fascista», quando stelle nascenti della sinistra giungono a conclusioni che invitano ad ambigui «gesti radicali», non si può strillare, agitare le mani e far finta di non essere partecipi della roulette russa. Marchionne va difeso da tutto questo, l’industria italiana va salvata dai nuovi cattivi maestri e da chi pensa – anche in buonafede ma con pericolosa ingenuità – che le parole siano innocue.

Ho criticato la prima pagina de Il Manifesto di qualche giorno fa, il titolo era un calembour e nelle intenzioni della redazione del giornale comunista solo quello voleva essere, ma in un momento in cui le bombe vengono spedite sul serio e le minacce sono una cosa reale, piazzare il titolo «Pacco bomba» su una foto di Marchionne non è una trovata intelligente ma infelice. Le polemiche giornalistiche sono niente rispetto alla insipienza della politica, alla sua incapacità di prevedere quel che accade, alla sua ignoranza. È un discorso che riguarda purtroppo la sinistra, la qualità dell’opposizione, ma non risparmia settori del centrodestra. Ci sono amplissime fasce della politica e dell’establishmnent che non hanno compreso il legame nuovo tra globalizzazione e lavoro, tra fabbrica e innovazione, qualità e produzione. La classe dirigente deve studiare, leggere, comprendere che affrontare i processi di cambiamento del capitalismo con le categorie del Novecento è pura follia. Oggi questo tema riguarda la Fiat – azienda che ha spostato il suo baricentro negli Stati Uniti e si muove nel mercato globale – ma domani toccherà tutti i principali gruppi industriali del Paese. Se l’Italia vuole competere a livello internazionale – e sopravvivere alla sfida lanciata da nuove realtà produttive, da Paesi che non sono più emergenti ma titani ampiamente emersi sul mercato – deve ripensare tutto il suo modo di porsi al cospetto di questi temi. Invece no.

La reazione pavloviana è quella della conservazione da una parte, dell’opposizione estremista dall’altra, dell’adulazione della rivolta, degli appelli in puro stile anni Settanta, del birignao chic applicato alla catena di montaggio, una realtà dove Marx non vale più e Adam Smith s’è trasferito a Pechino. In tutto questo chi ha moltissimo da perdere è la Cgil guidata da Susanna Camusso. Il sindacato del quadrato rosso è in bilico. Finché gli accordi del 1993 tenevano, la sua supremazia nella rappresentanza del lavoro aveva ampia copertura, ma prima o poi capita che «contra facta non valet argumentum», di fronte alle iperveloci dinamiche del mercato della produzione e del lavoro le posizioni, l’ideologia, le visioni del mondo della Cgil sono maledettamente invecchiate e in moltissimi casi prive di senso. La Fiom, ala durissima del sindacato dei metalmeccanici, rischia di essere la zavorra che porterà a fondo la Cgil. Scrivo queste cose essendo convinto della necessità di avere un sindacato – di sinistra – autorevole, forte, un interlocutore intelligente.

Perché il turbocapitalismo non guarda in faccia nessuno, ha regole spietate e proprio per tali ragioni ha bisogno di un bilanciamento, di trovare soluzioni equilibrate. Tutto questo finora è stato assente e in luogo della libera e franca discussione si è avuto un dibattito pubblico lacerato, cattivo, un linguaggio che ha dipinto Marchionne come un dittatore che vuole ridurre gli operai in schiavitù e via così in un crescendo di idiozie e sparate frutto di un pensiero debole pericolosissimo. Questo Paese ha una insanguinata tradizione di violenza politica che non è mai sparita. La memoria cattiva tende a cancellare il micidiale fatto che in Italia negli anni Ottanta si moriva per terrorismo. Si è rimosso in gran fretta l’assassinio di Marco Biagi sotto casa sua a Bologna nel vicinissimo 2002, si sono archiviate come banali episodi le indagini delle nuove Br su altri esponenti delle istituzioni. Ora la stella a cinque punte è tornata e brilla come una sinistra aureola sulla testa di Marchionne. Quasi tutti faranno spallucce o manderanno alle agenzie la vibrante protesta, ottima per lavarsi la cattiva coscienza. A me vengono i brividi. Mario Sechi, Il Tempo, 10 gennaio 2011.