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L’ULTIMA IMPRESA DI FINI: HA FATTO SPARIRE LA DESTRA

Pubblicato il 29 dicembre, 2010 in Cultura, Politica | No Comments »

Ho trovato divertente il finto scoop sul finto agguato al finto leader, il presidente GianFi­tzgerald Fini. Dopo la finta indignazione aspettiamo ora la finta rivendicazione del­­l’attentato, e magari il finto arresto, così com­pletiamo il circolo della finzione. Io però vor­rei tornare alla realtà per capire cosa c’è di vero e di vivo nella destra di oggi, dopo un anno terribile che l’ha de­capitata, lacerata e mozza­ta. Dico la destra, non il centrodestra nel suo com­plesso, non il Pdl berlusco­niano. Ne ricostruisco la storia per capire il presen­te. C’era una volta una de­stra piccina ma compat­ta, che però riduceva la più ampia e più variegata destra al piccolo mondo missino, animato dalla nostalgia e da un ra­dicalismo politico, etico e ideologico tipico di chi vuol testimoniare un’idea e un’appar­tenenza, senza modificare la realtà. In quel tempo c’era una fiorente galassia di piccoli giornali, riviste, aree che si definivano di de­stra. Poi venne la mutazione necessaria e sa­lutare in un partito di destra più ampio e me­no retrospettivo, chiamato Alleanza nazio­nale. Un partito che non seppe darsi conte­nuti all’atto della svolta, ma compì un salto nel tempo e nel modo di pensare la politica. Il suo ruolo nell’ambito del centrodestra non fu mai egemone ma via via decrescente; fino a diventare quasi irrilevante sul piano politico, culturale e pratico. L’omologazio­ne di An andò di pari passo con l’insofferenza cre­scente del suo leader verso Berlusconi, fino a remare contro (ricorderete l e elezio­ni del 2006). Divenuto ormai u n pallido clone d i Forza Italia, incapa­c e d i bilanciare il ruolo della Lega, avvertendo un’immi­nente emorragia di consen­si, A n s i sciolse come burro e confluì nel Pdl, metà soddi­sfatto e metà malvolentieri. Vinte le elezioni, incassati i dividendi e gli incarichi, a co­minciare dalla presidenza della Camera, avviò la mar­cia contro Berlusconi. Resto dell’idea che sia stato u n erro­re l’estate scorsa non acco­gliere l a critica d i Fini all’ine­sistenza del Pdl: primo per­ché era motivata, secondo perché poteva essere l’occa­sione per rifare il Pdl; terzo, perché trasferiva l a tensione dal governo al partito, argi­nando l a bufera. M a l a storia non s i f a con i se, e Fini ormai d a troppo tempo non soppor­tava Berlusconi, sperava nei giudici e nello sfascio. L a sua operazione h a avuto u n sostegno mediatico senza precedenti, branchi d i lupi s i sono raggruppati per attacca­r e i l governo: giornali, cortei, partiti, lobby, poteri. Però do­p o la sconfitta del 14 dicem­bre i lupi si sono dispersi o sono rientrati nelle loro ta­ne. E i fuoriusciti finiani han­n o dovuto rinunciare pure a l racconto consolatorio che stavano dando vita a una d e­stra nuova, autonoma e mo­derna, perché sono finiti co­m e una costola d i quel che re­sta della vecchia dc, sotto la leadership di Casini, al fian­c o d i Rutelli, L a Malfa e Lom­bardo (baciamo le mani). Certo, l a polverizzazione del­la destra è avvenuta di pari passo con la mortificazione della sinistra. E tutto questo è accaduto per un parados­so: il passaggio dal bipolari­smo al tentato bipartitismo ha prodotto la scomparsa della destra e della sinistra. Per la prima volta nessuna formazione politica in Parla­mento si definisce aperta­mente d i destra o d i sinistra. Veltroni liquidò la sinistra, facendo nascere i l P d e azze­rando la sinistra. E Fini ha completato l’opera sull’al­tro versante, liquidando la destra in tre mosse: scioglie An, sfascia il Pdl e convoglia i residui del Fli nel terzo po­lo. Entrambi incolpano i l ber­lusconismo del duplice omi­cidio, m a s i tratta d i due sui­cidi. Ora si pone un problema: fallito il Fli, cosa resta della destra i n Italia? Vedo singo­li, a volte rispettabili, politici che provengono da quella storia e fanno il loro mestie­re. Vedo frammenti, piccole fondazioni che ricalcano gli ultimi scampoli delle vec­chie correnti di An, m a non c’è u n soggetto che l e coordi­ni, non un’area, non u n gior­nale, una rivista, una fonda­zione, una cabina di regia che dentro i l centrodestra c o­stituisca i l suo riferimento. I l nulla. Allora pongo alcune do­mande finali a i signori d i de­stra, d i vertice e d i base, elet­tori inclusi. V i sta bene così? Ritenete che la destra abbia ormai esaurito l a sua missio­n e storica e politica e che a l­tre debbano essere oggi le fonti della politica e , s e pos­so permettermi di sapere, quali? Preferite riconoscervi dentro u n gran contenitore e poi ciascuno coltiva private predilezioni e civetterie? Sie­t e i n attesa vigile sotto coper­ta e aspettate di riaffiorare quando finirà questo ciclo e allora giocoforza d a qualche punto fermo bisognerà parti­re? Rispondete a vostra scel­ta a solo una di queste do­mande. Qualunque sia la ri­sposta sarà benvenuta, per­ché vorrà dire che nel frat­tempo non v i siete liquefatti o assiderati. P.S. Per tornare a divertirci come all’inizio, ripenso a l fin­to incontro del finto leader con una sedicente escort. L a storia mi sembra finta per tante ragioni, m a per una so­pra tutte: mai Fini andrebbe con una donna di nome Ra­chele. Il suo antifascismo gli impedirebbe d i imitare i l cre­atore del Male Assoluto.

VENDOLA REGALA SINISTRI AUMENTI

Pubblicato il 29 dicembre, 2010 in Economia, Il territorio, Politica | No Comments »

In Puglia nuovo ticket di un euro sulle ricette e tasse più alte sulla benzina. Il leader della sinistra diventa il campione dei prelievi sui cittadini.

Nichi Vendola Un bilancio «lacrime e sangue». La definizione è del governatore Nichi Vendola. La Puglia ha approvato nella notte di martedì una manovra finanziaria che segna l’introduzione del ticket sulle ricette mediche per tutti, senza distinzione di reddito, e l’elevazione dell’accisa sulla benzina di 2,5 centesimi per litro. Arrivando, nei distributori, a costare oltre un euro e mezzo. La maggioranza di centrosinistra ha giustificato l’adozione di provvedimenti fortemente impopolari con la teoria della «coperta corta», illustrata dall’assessore al Bilancio, il democratico Michele Pelillo, che ha scaricato le responsabilità sui tagli ottemperati dal governo nazionale. E mentre l’assessore alla Salute, Tommaso Fiore (un tecnico di area Sel), ha già dato comunicazione ai direttori generali delle Asl dell’arrivo del ticket «fisso a ricetta pari a 1 euro a carico di tutti i cittadini pugliesi, esenti e non», l’opposizione di centrodestra ha acceso i riflettori sul dato politico che influirà sulle tasche dei cittadini. «Dopo sei anni di governo Vendola – ha argomentato il capogruppo del Pdl Rocco Palese – i pugliesi si ritrovano tartassati, con ospedali da chiudere, servizi sanitari limitati all’emergenza, totale assenza di controllo della spesa sanitaria e perseveranza politica nel voler andare avanti così. È evidente che siamo dinanzi ad un fallimento politico ed amministrativo imputabile a chi continua a governare all’insegna di una eterna campagna elettorale».

La sintesi di Nino Marmo, vice presidente del Consiglio regionale del Pdl, non lascia spazio a dubbi: «Vendola è stato costretto ad alzare le tasse perché negli anni passati ha agito da perfetto scialacquatore. Soprattutto non è riuscito a venire incontro alle categorie più deboli e meno garantite: è rimasta invariata, infatti, l’imposta sul gas metano, un balzello che tocca da vicino le tasche di tanti anziani e giovani pugliesi». Il governatore e leader di Sel ha parlato di una manovra «da dopoguerra, in equilibrio tra ciò che è emergenza e ciò che è sviluppo», mentre l’assessore al Bilancio Pelillo, si è difeso spiegando che «l’accisa sulla benzina è stata stabilita per finanziare il fondo per la non autosufficienza. Non abbiamo, però, toccato Irpef e Irap». Da destra la replica punta dritto al buco registrato dalla Giunta nella Sanità. «Basta con questa filastrocca del Bilancio pugliese condizionato dai tagli statali. Gli amministratori del centrosinistra – ha ribattuto Palese – devono prendersi le proprie responsabilità: qui il disavanzo sanitario nel 2010 si è attestato sui 400 milioni di euro».

Alle critiche severe del Pdl, nei giorni scorsi si sono aggiunte le recriminazioni degli esponenti della maggioranza: Michele Mazzarano del Pd e Aurelio Gianfreda del partito di Di Pietro hanno fatto pesare il proprio voto favorevole chiedendo in cambio maggiori risorse per gli ospedali presenti nei territori nei quali sono stati eletti (tra Taranto e Lecce). Infine sono stati rigettati tutti gli emendamenti migliorativi promossi dal centrodestra: «Volevamo ripristinare un sistema di controllo e legalità nelle Asl e nell’intero sistema sanitario pugliese – ha puntualizzato Palese facendo riferimento ai recenti scandali della Sanitopoli – ma non siamo stati ascoltati. Abbiamo chiesto invano anche di ridurre le spese di rappresentanza e comunicazione per investire nel diritto allo studio, nei servizi sociali e nella lotta contro le nuove povertà». La conclusione del capogruppo del Pdl è amara: «Insomma senza nessun ostruzionismo abbiamo cercato di tradurre in atti e fatti concreti le migliaia di promesse elettorali di Vendola e della sinistra. Ma senza alcun successo». Michele De Feudis, Il Tempo, 29 dicembre 2010

….Vendola, il campione dei poveri, per sanare il buco della saniutà da lui stesso provocato nei cinque anni precedenti,  nel corso dei quali gha scialacquato a piene mani regalando soldi a destra e a manca, sopratutto, anzi,  soltanto a manca, ha varato per il 2011 un bilancio di lacrime e sangue a danno dei contribuenti meno fortunati. Ovviamente dirà che la colpa è del govenro. Ma la colpa è soltanto sua che ha dilapdato centinaia di milioni di euro  nella sanità per arrivare al punto di partenza, cioè la necessità di organizzare una sanità che tagliasse i rami secchi per offrire una assistenza migliore ai cittadini pugliesi. Se lo acvesse fatto cinque anni fa,  sulla scia delle scelte fatte dal presidnete Fitto, oggi non saremmo alle “lacrime e sangue” di colore vendoliano. Come tutti i robespierre, ora Vendola se la prende con tutti meno che con se stesso. Ma farà la stessa fine (metaforica) del robespierre della rivoluzione francese. g.

WIKILEAKS RIVELA: D’ALEMA RITIENE CHE LA NAGISTRATURA E’ LA PIU’ GRAVE MINACCIA PER LO STATO ITALIANO

Pubblicato il 24 dicembre, 2010 in Cronaca, Politica | No Comments »

Lo racconta Ronald Spogli, all’epoca ambasciatore americano a Roma, il 3 luglio 2008 in un cable rivelato ieri sera da Wikileaks e pubblicato sul giornale spagnolo El Pais.

Massimo D'Alema «La magistratura è la più grave minaccia allo Stato». E stavolta a dirlo non è Berlusconi o qualche falco del Pdl. Bensì Massimo D’Alema. Lo racconta Ronald Spogli, all’epoca ambasciatore americano a Roma, il 3 luglio 2008 in un cable rivelato ieri sera da Wikileaks e pubblicato sul giornale spagnolo El Pais. «Sebbene la magistratura italiana sia tradizionalmente considerata orientata a sinistra, l’ex premier ed ex ministro degli Esteri Massimo D’Alema ha detto lo scorso anno all’ambasciatore (Usa, ndr) che la magistratura è la più grande minaccia allo Stato italiano», si legge nel testo. In quello stesso cable Spogli cerca di spiegare a Washington che l’Italia da 15 anni tenta di riformare «un sistema giudiziario ferocemente indipendente» e che «la pratica abituale delle intercettazioni telefoniche pubblicate dalla stampa produce un grande imbarazzo a quelli che sono coinvolti». In quel periodo l’ambasciatore Usa annotava che i giornali italiani erano pieni di trascrizioni di registrazioni telefoniche e, incontrando Gianni Letta, Spogli spiegò a Washington che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio annunciava altre rivelazioni scottanti nelle settimane successive.

… D’Alema si è affrettato a smentiere sostenendo che trattasi di una bufala. E’ ovvio, quelle su Berlusconi sono oro colato, quelle su di lui sono …bufale. Così vede il mondo il leader “maximo” dei post comunisti italiani. Sempre alla rovescia. g.

LA TRISTE PARABOLA DI FINI ZAR DEL PARLAMENTO

Pubblicato il 24 dicembre, 2010 in Politica | No Comments »

Il presidente della Camera Gianfranco Fini I titoli di coda del 2010 stanno cominciando a scorrere, ma il film continua e i colpi di scena nella nostra commedia nazionale non finiscono di stupire. Ieri abbiamo appreso che in Italia esiste una carica istituzionale sulla quale il Parlamento non può aprire una libera discussione: il presidente della Camera Gianfranco Fini. Si può sindacare su tutto, dire che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è il dittatore Noriega e deve andare in galera (Di Pietro dixit), si può discettare sulla vita e i suoi misteri, sulla fede e l’ateismo, ma su Fini no, il dibattito non si può fare e a dirlo è lo stesso Gianfranco con una lettera dal tono zarista. Invece di fare la mossa democratica e illuminata, invece di dire alla Lega «prego, si apra una discussione, decida il Parlamento sovrano», Fini si trincera dietro una terzietà che ha perso da tempo. Il presidente della Camera e leader di Fli ha buttato un’altra occasione per recuperare un po’ di coerenza. Ma qualsiasi richiamo al bon ton istituzionale sembra cadere nel vuoto.

Siamo di fronte a un caso da manuale, un dottor Jekyll e Mister Hyde in chiave politica che si presenta così: 1. la mattina si sveglia e tuona contro il cesarismo e il partito proprietario; 2. la sera esce da casa e fonda un partitino che si chiama come il titolo di un suo libro e ha il suo nome in primo piano; 3. la mattina vota una legge elettorale che gli consente di scegliere i suoi parlamentari e vincolarli ai suoi piani; 4. la sera va in giro a dire che quella legge fa schifo e ora bisogna cambiarla; 5. la mattina ordina ai suoi ministri di dimettersi dall’incarico di governo; 6. la sera dichiara che per la sua poltrona la parola dimissioni non esiste; 7. la mattina dice che non può fare campagna elettorale per le elezioni regionali del Lazio perché lui è super partes; 8. la sera prende la macchina va a Bastia Umbra e da leader di partito chiede le dimissioni del premier; 9. la mattina s’affaccia alla finestra e dice: sono presidenzialista; 10. la sera chiude la finestra e proclama: sono parlamentarista. Mi fermo qui, sono giorni di festa e mi sento più buono anch’io. Cari lettori, Buon Natale. Mario Sechi, Il Tempo, 24 dicembre 2010

…..La vicenda, oggetto del sarcastico editoriale di Mario Sechi, è nota. Ieri l’altro,  il capogruppo della Lega alla Camera ha scritto a Fini e ai capigruppo parlamentari della Camera per chiedere una discussione in Parlamento sul ruolo di Fini che da presidente superpartes si è trasformato in capopartito, usando il suo Ufficio alla Camera per fare propaganda   e proselitsmo, addirittura per guidare l’azione tesa a disarcionare il governo della maggioranza che lo ha eletto. Azione fallita con grande scorno di Fini che se avesse avuto un minimo di dignità si sarebbe dimesso immediatamente. Ma la dignità è proprio ciò di cui difetta Fini, spocchioso e pretenzioso, nonostante la sua assoluta “modestia” , politica ed intellettuale, come ha  sottolineato Piero Ostellino, grande giornalista e grande liberale. Alla richiesta della Lega che ha chiesto di sottiporre la richiesta alla conferenza dei capigruppo per la calenderizzazione del dibattito in Aula, Fini ha risposto, come uno zar scrive Sechi, peggio, dicamo noi, come uno “stalinino” in sedicesimo, che su di lui non si può  discutere, salvo che non si modifichi la Costituzione. Accipicchia, addirittura, per discutere di Fini, bisogna cambiare nentepopodimenoche (direbbe Mario Riva) la Costituzione. Insomma, mentre la Camera può discutere del presidente della Repubblica (è accaduto!), non può farlo di lui, del voltagabbana che dopo il 14 dicembre dovrebbe andare a nascondersi e non farsi più vedere in giro.E’ Natale e non sarebbe il caso di infierire. Ma quello di Fini è un caso da psichiatria,  e questo ci va di dirlo. g.


L’IMPEDIMENTO DELLA CORTE, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 24 dicembre, 2010 in Politica | No Comments »

Berlusconi non si ac­contenta della fidu­cia, numericamente minima ma politica­mente enorme, ottenuta in Parlamento e va oltre. Non è tempo di pareggi, la partita per la governabilità del Paese va vinta. Ma ci sono due osta­coli. Il primo è la sentenza che l’11 gennaio la Corte co­stituzionale dovrà emettere per confermare o abolire la legge sul legitti­mo impedimen­to (il piccolo scu­do che permette al premier di sot­trarsi tempora­neament­e all’ac­canimento giudi­ziario). Il secon­do è capire se e quanti deputati moderati oggi all’opposizione sono disposti a passare con la maggioranza rendendo di fat­to possibile la prosecuzione della legislatura. Le due cose sono strettamente legate. È probabile infatti che Casini, gli uomini del Fli delusi da Fi­ni e altri aspettino proprio il verdetto per dichiarare le pro­prie intenzioni. Se i giudici della Consulta ridaranno Ber­lusconi in pasto ai magistrati staranno al loro posto e ri­prenderà con vigore il tentati­vo di fare cadere il governo, viceversa saranno possibili nuovi accordi politici. Per sot­trarsi da questa possibile alle­anza giudici-opposizione (la Corte è formata a maggioran­za da toghe di sinistra) Berlu­sconi ieri lo ha detto chiara­mente: se cade il legittimo im­pedimento, si va subito a vo­tare. Solo qualche stolto in mala­fede può vedere in questo una interferenza nelle libere decisioni della Corte costitu­zionale. Per più motivi. Pri­mo: l’Italia è l’unico Paese che permette alla magistratu­ra di scorrazzare in lungo e in largo dentro la politica senza alcun filtro o precauzione. Se­condo: l’accanimento giudi­ziario contro il premier è co­sa evidente e provata. Terzo: la maggioranza degli elettori, di deputati e sena­tori ha ribadito più volte, confer­mando la fiducia nell’urna e votan­do leggi, di voler dare uno scudo alle alte cariche dello Stato. Quar­to: i processi che si riaprirebbero a carico di Berlu­sconi sono fon­dati solo su teore­mi ( in un caso pu­re su un falso). La legge in questione ha tut­te le carte in regola, compre­sa la firma del capo dello Sta­to. Tentare di abolirla con ca­villi e alchimie giuridiche di pura accademia vorrebbe di­re­non rispettare non solo co­dici e buonsenso, ma tradire la libera volontà del potere le­gislativo. Se qualcuno vorrà farlo dovrà prendersene tut­ta la responsabilità, compre­sa quella di mettere ulterior­mente a rischio la stabilità del Paese in un momento co­sì delicato dell’economia. Ps: a tutti i lettori i più since­ri e affettuosi auguri di Buon Natale e un grande grazie. Co­me tutti i giornali, torniamo in edicola lunedì 27 dicem­bre.
IL GIORNALE, 24 DICEMBRE 2010

DOPO LA SCONFITTA UN GENERALE DEVE LASCIARE, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 23 dicembre, 2010 in Politica | No Comments »

Gianfranco Fini pranza con i militari in Kosovo La Lega chiede un dibattito parlamentare sul ruolo di Fini e ha tutto il diritto di farlo. È bene scriverlo fin dalla prima riga perché in queste ore c’è chi avanza l’idea che la sortita del Carroccio sia contro le istituzioni. Semmai è esattamente il contrario. Quando il partito di Bossi invoca la chiarezza sul ruolo della terza carica dello Stato non fa nulla di sbagliato. Rientra tra i diritti e i doveri di una formazione politica che siede a Montecitorio quello di affrontare con tutti i crismi – in Parlamento, davanti alla pubblica opinione, dentro le istituzioni – una questione che è sotto gli occhi di tutti. Non mi era sembrato opportuno l’estate scorsa che fosse il presidente del Consiglio a chiedere le dimissioni di Fini, le condizioni per una richiesta simile erano sbagliate nel contesto (durante la direzione del partito), nella forma (la seconda carica dello Stato che chiede alla terza di farsi da parte) e nei tempi perché ancora doveva chiarirsi lo scenario politico. Ma dopo il voto di fiducia del 14 dicembre scorso, quello scenario è cristallino: Berlusconi ha vinto, Fini ha perso. E chi ha sostenuto – dallo scranno più alto di Montecitorio – la mozione di sfiducia contro il capo del governo, dopo aver incassato la sconfitta dovrebbe trarne le logiche conseguenze politiche e lasciare la presidenza della Camera. Così finora non è stato.
Fini ha dichiarato più volte di non volersi dimettere, di voler continuare a guidare l’Assemblea e di voler sfidare chiunque a trovare un solo errore o partigianeria nella conduzione dell’aula. Le sue considerazioni potrebbero essere valide se il suo ruolo si esaurisse nei comportamenti in aula, ma non è così. Nessuno vieta a Fini di far politica, ma nella veste di istituzione terza, ogni sua parola assume un significato preciso e ogni sua mossa politica – anche quelle che possono apparirgli innocue – hanno un effetto sul sistema politico.
Il suo ruolo dopo la fiducia è stato ridimensionato, il suo peso specifico riportato alla realtà, la sua aspirazione a costruire un nuovo centrodestra più che immaginario ricondotta a dimensioni terrestri, la sua audience s’è ridotta e la sua credibilità è intaccata enormemente. Detto questo, la sua azione da Presidente della Camera non per questo può essere considerata ininfluente, non va sottovalutata. Da quella posizione Fini può continuare a tenere accesa la candelina della manovra di Palazzo, del cambio di regime e può concedersi il lusso di pesare più della sua reale sostanza. La Lega tecnicamente non può andare al di là del semplice dibattito parlamentare, nessuno obbliga Fini a lasciare. Ma ci sono valide ragioni politiche non solo per discutere in Parlamento, ma per lo stesso Fini di valutare con attenzione le sue dimissioni. Egli può restare al suo posto, continuare a fare come se niente fosse successo, ma continuare ad occupare quella casella in realtà non solo è un problema per l’istituzione ma anche per il leader di Futuro e Libertà.
Quando incassi una cocente sconfitta e non ne trai le conseguenze politiche, la tua credibilità e autorevolezza sono sempre più deboli, entrano in una parabola calante che un leader di partito non può permettersi. Se Fini davvero pensa di dover costruire un altro partito e un altro centrodestra, dovrebbe impegnarsi in quel progetto e lasciare la casella istituzionale libera. Ha chiesto ai suoi fedelissimi che occupavano un posto nel governo di farsi da parte. E ha ottenuto le loro dimissioni e il loro impegno in Futuro e Libertà. Per lui hanno rinunciato al posto e all’indennità. Hanno dimostrato quella che si chiama fedeltà. Solo che dopo il voto di fiducia il loro impegno rischia di essere tradito proprio da Fini, il quale chiede ai suoi il massimo sacrificio e per se stesso invece non immagina uno scenario parallelo e anzi lo nega decisamente. Questo ha un paio di scenari possibili: 1. il suo impegno come Presidente della Camera resta e Fini corregge la deriva futurista; 2. in questo caso la carica non gli consente di seguire il partito come ha promesso ai suoi alleati di Fli in quell’avventura; 3. conserva la carica di presidente della Camera ma si occupa prevalentemente del partito; 4. in quest’ultimo caso sottrae non energie all’istituzione della Camera dei deputati ma ne mina la terzietà necessaria.
Come vedete, cari lettori, siamo di fronte a un orizzonte che non contempla le mezze misure. L’arte di arrangiarsi con le istituzioni di garanzia (e quella di Fini lo è all’ennesima potenza) finisce per rivoltarsi contro chi prova a far convivere due anime. Gianfranco non è Silvio. Fini non è nella stessa posizione di Berlusconi. Il presidente della Camera non è il Presidente del Consiglio. Hanno doveri, limiti e potenzialità d’azione incomparabili. Uno è il capo dell’esecutivo, guida la politica nazionale e lo fa in base a un programma votato dagli elettori, l’altro garantisce il corretto funzionamento di un ramo del Parlamento, ne determina l’agenda, media tra i partiti, applica il regolamento e le leggi Costituzionali. Il problema è che Fini ad ogni mossa avrà sempre il fantasma della sua convenienza politica alle spalle, anche quando questa fosse lontanissima (e non lo è affatto) dai suoi pensieri.
Per questo Fini è a un bivio e non può gingillarsi troppo con le parole né sperare che un partito come la Lega torni sui suoi passi. Il significato vero del voto del 14 dicembre sta emergendo giorno dopo giorno e solo ora anche gli aedi più convinti del finismo si stanno rendendo conto di cosa significhi presentarsi davanti all’opinione pubblica con il segno della sconfitta parlamentare. La fiducia incassata da Berlusconi ha un valore enorme, un peso specifico destinato a crescere nel momento in cui tutta l’Europa chiede all’Italia stabilità e lo stesso Quirinale esclude la possibilità di elezioni anticipate. È su questo scenario politico che Fini dovrebbe riflettere. Soprattutto quando in maniera del tutto incredibile auspica che il governo vada avanti, dopo averne chiesto la rovinosa caduta. Non si può vivere in eterna contraddizione e sperare che nessuno se ne accorga. Dopo la sconfitta, un generale si arrende e lascia. I giochi sono fatti, rien va plus, monsieur Fini. Mario Sechi, Il Tempo, 23 dicembre 2010

RASSEGNA STAMPA DI MERCOLEDI’ 22 DICEMBRE: LA NEMESI DI FINI

Pubblicato il 22 dicembre, 2010 in Politica | No Comments »

Il Sole 24 Ore (Luca Ostellino) – …Forte dell’appello ai partiti di Giorgio Napolitano, che nel suo invito al dialogo ha di fatto riconosciuto come a questo governo non ci sia un’alternativa, Berlusconi ha più volte ribadito di ritenere di poter allargare la maggioranza uscita dal voto di fiducia … Le parole di Giorgio Napolitano sembrano comunque avere aperto la strada a una possibile trattativa tra centro-destra e terzo polo. Pier Ferdinando Casini si è detto pronto «ad aprire una fase politica nuova», per «concorrere alle scelte positive del paese …

Italia Oggi (Sergio Soave) – L’appello di Giorgio Napolitano a non interrompere la legislatura, venuto dopo la conferma parlamentare della fiducia al governo, ha offerto a Pierferdinando Casini l’occasione per offrire una sorta di sostegno esterno all’esecutivo, pur da una collocazione all’opposizione … La maggioranza … può dunque contare proprio sulla divisione tra i suoi avversari come su di una risorsa fondamentale …

La Nazione (Franco Cangini) – …. Il riconoscimento della necessità di una stabilità operosa nei due anni che mancano al termine della legislatura, per mettere in sicurezza il Paese nella tempesta finanziaria globale, vede Napolitano e Berlusconi … sulla medesima lunghezza d’onda … La ricomposizione unitaria del centrodestra, in alleanza organica con la Lega di Bossi, si presenta necessaria non solo per governare l’Italia secondo le intenzioni della maggioranza elettorale, ma anche per mettere la sinistra nelle condizioni di riconoscere di dover cambiare per vincere …

Libero (Gianluigi Paragone) – … Il fatto che il leader dell’Udc stia smarcando il partito dalla tenaglia con Fini significa innanzitutto questo: oggi come oggi Fini non è garanzia di un bel niente. Anche per questo lo stesso presidente della Camera comincerebbe a sospettare pure degli alleati centristi. Si sentirebbe tradito: tradito da Casini, tradito da quei futuristi col senso della ragion pratica, tradito dai giornali che prima lo avevano adottato con generosità troppo sospetta per essere sincera. Proprio lui, che aveva accerchiato e tradito il Cavaliere, ora si sente tradito e accerchiato dagli altri: una capriola del destino, una nemesi perfetta … Casini non ha alcuna intenzione di impiccarsi con la corda finiana, tanto che si è sfilato con la classe: noi ci teniamo le mani libere …

La Stampa (La Jena) – Fini: la terza scarica dello Stato

Italia Oggi (Diego Gabutti) - … L’ex Cofondatore del Popolo della libertà sta tirando dritto per una strada storta, fangosa e piena di buche … È in questa terra selvaggia e desolata che il presidente della Camera sta facendo del turismo politico … Adesso che il partito futurista minaccia d’andare in tocchi come gli zombie nei film «de paura», non si capisce più dove sia diretto il presidente della Camera. Già non si capiva bene prima, per la verità. Che cosa avrebbero fatto i futuristi una volta deposto Berlusconi e consegnato il testimone della legislatura all’opposizione di centrosinistra? Era un bel mistero. Com’è un mistero adesso capire che cosa ci facciano in compagnia dei cattoliconi di Pier Ferdinando Casini e di Francesco Rutelli …

Il Foglio – … Adesso il Cavaliere ha circa tre settimane per agganciare l’Udc che, conciliaboli privatissimi, propende per l’avvio di un negoziato … con la maggioranza … “Credo che la legislatura possa durare”, ha detto ieri il presidente della Camera scivolato suo malgrado in una condizione di minorità nei confronti dell’alleato terzopolista. … La Lega si è fatta più morbida … si è imposta la linea di Roberto Maroni, il più propenso a tentare un’apertura a Casini … Dunque il premier e il Pdl negoziano già con Casini, come spiega Fabrizio Cicchitto, al corrente della rassicurazioni offerte dal Cavaliere ai leghisti: non si parla certo … di un’apertura a Fini …

Il Giornale (Francesco Forte) – La disoccupazione in Italia è aumentata in ottobre dello 0,3% su settembre, passando dall’8,4 all’8,7% della forza lavoro, che è rimasta invariata … mentre l’export e in genere l’industria in tale periodo registrano un, sia pure limitato, miglioramento … sembrerebbe che ci sia una contraddizione fra questi dati positivi e l’aumento della disoccupazione d’ottobre. Ma a una lettura più dettagliata emerge che in ottobre l’occupazione è rimasta eguale a quella di settembre e che la disoccupazione è aumentata di 0,3% perché sono aumentate le richieste di lavoro. In sostanza, il risveglio della produzione ha generato la sensazione che adesso ci sia una maggior possibilità di avere lavoro e s’è invertita la tendenza precedente di riduzione delle domande di occupazione, dovuta alla supposizione che i posti fossero scarsi …

La Stampa (Luigi La Spina ) – … Come spesso capita nell’Italia d’oggi, questo clima di eccitazione guerresca è del tutto sproporzionato rispetto alla realtà. Perché tra le parole e i fatti non c’è nessun rapporto logico e lo scontro, pacifico come speriamo, cruento come temiamo, alla fine, sarà abbastanza inutile … La riforma Gelmini, che dovrebbe essere approvata stasera al Senato in via definitiva, è piena di buone intenzioni, propone una ventata di meritocrazia assolutamente necessaria, e suggerisce alcuni provvedimenti utili per ostacolare il familismo d’ateneo …

LA LEGA CHIEDE DIBATTITO SUL RUOLO DI FINI

Pubblicato il 22 dicembre, 2010 in Politica | No Comments »

La Lega chiede con una lettera all’ufficio di presidenza della Camera, al presidente Fini e ai capigruppo, di valutare la calendarizzazione di un dibattito in Aula sul ruolo del presidente Gianfranco Fini. Spiega il capogruppo del Carroccio Marco Reguzzoni: “le dimissioni stanno nella coscienza di ognuno, ma è necessario che almeno il Parlamento possa esprimersi”, perché “a nostro avviso andando avanti così si lede la dignità delle istituzioni e si crea un precedente pericoloso”. La richiesta é che la questione venga valutata già alla capigruppo dell’11 gennaio.

.…Era ora che la posizione di Fini fosse oggetto di pubblico dibattito alla Camera dei Deputati che deve valutare il ruolo che Fini svolge, usando la Camera e3 gli uffici della Camera per fare attività politica. Non c’entra nulla questo con la “imparzialità” che anche oggi Fini ha tirato in ballo. Perchè l’imparzialità di facciata nasconde di fatto la faziosità con cui Fini dirige i lavori della Camera e a questo riguardo basta l’esempio del turpiloquio usato in Aula da Di Pietro contro il Capo del Governo. Fini ha scampanellato ma non lo ha espulso dall’Aula. Altri lo avrevbbero fatto. La differenza è tutta qui. g.

TUTTI TIFANO PER BERLUSCONI. ECCO PERCHE’, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 22 dicembre, 2010 in Politica | No Comments »

Berlusconi ha rotto un silenzio televisivo che du­rava da mesi. Lo ha fatto a Matrix , con una lun­­ga intervista concessa ad Alessio Vinci. Ha spie­gato come intende ripartire (e con chi) dopo il brusco stop della scissione e la grande paura del voto di fiducia. In poche settimane il vento è cambiato di 180 gradi. Se non fosse per un incredibile pasticcio bu­rocratico combinato in Senato dalla vice presidente Rosy Mauro, il governo avrebbe potuto portare a casa già ieri sera una riforma attesa da anni, quella dell’Uni­versità. Ma soprattutto, in pochi giorni, Berlusconi ha incassato il via libera da quasi tutto lo schieramento politico e istituzionale ad andare avanti con questo governo. Prima i vescovi, poi il presidente Napolitano, nelle ultime ore Casini e addirittura Gianfranco Fini. Per tutti questa legislatura ora deve e può continuare, non c’è alternativa percorribile alla maggioranza di centrodestra. Chi si era illuso, a partire dal Pd di Bersa­ni, di usare il grimaldello Fini per scardinare il berlu­sconismo si è dovuto ricredere e ora batte in ritirata. Non ci sono i numeri in Parlamento, non c’è aria nell’ elettorato sondato ogni ora in attesa di un segnale che non è arrivato. Anzi, le curve del gradimento del Pdl e quella personale di Berlusconi hanno in­­vertito la rotta e stanno cominciando a risalire. In compenso quella del Fli sta precipitando e quella del Pd non dà segni di vita. Siamo quindi al paradosso che Fini, Ca­sini e Bersani tifano Berlusconi. Sperano che ce la faccia a completare l’opera di rafforzamento della sua maggioranza e non scelga invece la strada delle elezioni anticipate, per le quali, a parte Pdl e Lega, nessuno appare pronto. Ovviamente non è amore ma una scelta imposta dai fatti. Fallito il piano Fini, ognuno cerca di riposizionarsi. Anche se non ci voleva molto a capirlo, gli uomini rimasti fedeli al presidente della Camera si rendono conto che spostarsi ancora un passo a si­nistra vorrebbe dire precipitare nel bara­tro. Casini ha lo stesso problema ma un vantaggio su Fini: per lui le porte del cen­trodestra sono aperte, se e come entrare ufficialmente nella maggioranza non è il problema centrale ma è ormai chiaro che almeno nell’immediato futuro l’Udc non farà mancare il suo aiuto. Se il controesodo dei moderati avverrà alla spicciolata o per blocchi ancora è da capire. In Parlamento si stanno attrez­zan­do gruppi cuscinetto per chi vorrà da­re il suo contributo in modo visibile al raf­forzamento della maggioranza. Il tabù che le gambe del governo potessero esse­re soltanto due ( Pdl e Lega) ormai è cadu­to. Pericolo quindi scampato? È presto per dirlo con assoluta certezza. Ma una cosa ora è chiara: o così o urne. Per que­sto il Pdl non ha spento i motori della macchina elettorale improvvisamente accesi due mesi fa. Ieri Berlusconi lo ha ribadito: stiamo per cambiare nome al partito. Il premier ha rassicurato la com­ponente ex An sul fatto che non si tornerà a Forza Italia, con tutte le implicazioni personali e politiche che questo avrebbe comportato. Il nuovo Pdl avrà un nome formato da una sola parola e resterà la casa comune così come pensata all’origi­ne. Gli strateghi da salotto e gli intellettuali illuminati che avevano già celebrato il fu­nerale del governo devono quindi rasse­gnarsi. Non è la prima volta che sbaglia­no analisi e conclusioni. Faranno finta di nulla, come al solito, ma continueranno a fare i maestrini. La loro attenzione ades­so si concentra sull’11 gennaio, giorno per il quale è attesa la sentenza della Con­sulta sul legittimo impedimento che sta bloccando i processi a Berlusconi. Ieri il premier ha detto che non teme l’appunta­mento, e che andrà avanti comunque, a costo di scendere nelle piazze, in caso di bocciatura, a spiegare agli italiani una ve­rità che farà vergognare i magistrati. C’è da credere che lo farà.Alessandro Sallusti, Il Giornale, 22 dicembre 2010

VITTORIO FELTRI LASCIA IL GIORNALE: ECCO IL SUO SALUTO AI LETTORI

Pubblicato il 22 dicembre, 2010 in Cronaca, Politica | No Comments »

Caro Direttore,

un paio di mesi fa, in vista della so­spensione di tre mesi poi inflittami dall’Ordine dei giornalisti, ho ce­duto volentieri a te il posto di diret­tore responsabile del Giornale , ri­servandomi quello di direttore edi­toriale nella speranza di rendermi ancora utile. Il passaggio è avvenu­to in sordina, anche se qualcuno lo ha notato lo stesso. Ora che me ne vado del tutto, mi sembra opportu­n­o spiegare ai lettori perché ho pre­so simile decisione. Primo. Non lascio per la secon­da volta questa gloriosa testata per motivi polemici. Anzi. Sono grato a coloro che mi hanno seguito con entusiasmo, e a te, in particolare, per l’aiuto fondamentale che mi hai dato in sedici mesi di lavoro al­lo scopo di rilanciare il nostro quo­tidiano. Secondo. Il problema è che la sanzione disciplinare (a mio avvi­so ingiusta) mi vieta di esercitare la professione fino al 2 marzo 2011. Che faccio intanto? Poiché deside­ro non essere un peso per la reda­zione e per l’azienda, né mi piace stare con le mani in mano, cambio mestiere: mentre sconto la «pena» (il bavaglio) che mi impedisce di scrivere articoli, faccio l’editore. Poiché non posso farlo qui, dato che ce n’è già uno, e molto valido, mi trasferisco a Libero , di dove so­no venuto, che mi ha offerto la pos­sibilità di cimentarmi nel ruolo, ap­punto, di editore (oltre che di diret­tore editoriale) accanto a Mauri­zio Belpietro. Sono certo che i letto­ri e tu comprenderete le ragioni della scelta. Non si tratta di diser­zione né di disaffezione verso il Giornale . Semplicemente, nono­stante l’età, non amo il riposo: se non lavoro, mi sento morire. In­somma, cari amici, queste dimis­sioni mi sono state «prescritte» dal medico. La salute è la salute. A te, Alessandro Sallusti, l’augu­rio di proseguire sulla strada del successo, con il contributo di Gian­ni Di Giore, amministratore cui bi­sogna riconoscere il merito di aver sistemato i conti, e non era facile. A tutti i colleghi un abbraccio. E a Pa­olo Berlusconi un ringraziamento per avermi sopportato con una pa­zienza degna di Giobbe. Quanto ai lettori, se non ci fossero, non ci sa­rebbero i giornali e nemmeno i giornalisti. Quindi, teniamoceli buoni e cari. Con una promessa: la battaglia continua. Vittorio  Feltri

Caro Direttore,
non conosco il tuo dottore, avrei pre­ferito ti fossi curato con altre medici­ne. Ma non giudico e rispetto. Fac­cio mio il tuo prezioso consiglio sui lettori, ti auguro una pronta guari­gione e ti ringrazio di tutto quello che hai fatto per me e per noi. A. S

…….Anche noi rivolgiamo a Vittorio Feltri gli auguri di buon lavoro nel suo nuovo ruolo di editore. Non abbandoniamo il Giornale ma leggeremo anche Libero per continuare con Feltri, Belpietro e Sallusti,  la stessa battaglia. g