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INTRERVISTA A ENRICO MENTANA: LA VERITA’ SU BERLUSCONI, DELL’UTRI E MONTANELLI

Pubblicato il 19 dicembre, 2010 in Politica | No Comments »

di Stefano Lorenzetto

La sera del 3 dicembre En­rico Mentana era al teatro Nuovo di Verona a ritirare il premio 12 Apostoli. Fol­to pubblico. Sindaco Fla­vio Tosi in prima fila. Sul palco, col direttore del Tg La7 , anche l’altro premia­to, Milo Manara, e alcuni dei 12 giurati, fra cui Etto­re Mo, Luca Goldoni, Mar­zio Breda e Alfredo Meoc­ci, l’ex direttore generale della Rai che trent’anni or­sono fu suo compagno di banco al Tg1 . Posso rac­contare la scenetta per­ché ero accanto a loro. Al­l’improvviso Mentana ha sbirciato l’orologio. «Scu­sate, ma adesso sono le 7 e devo correre a fare il tele­giornale », ha interrotto il dibattito. Da oltre tre me­si, le 7 e La7 per lui si equi­valgono. A quell’ora, ca­scasse il mondo, deve pre­pararsi ad andare in onda, ovunque si trovi. Così s’è infilato il cappotto ed è cor­so all’hotel Ramada, dove aveva fatto allestire (in ca­mera? nello scantinato?) un ministudio televi­sivo. E da lì ha condotto la 95ª edizio­ne consecu­tiva del tele­giornale del­le 20. Dopo­diché, fre­sco come un branzino di paranza, alle 21 è ri­comparso al ristorante 12 Apostoli per la cena in suo onore. Oggi, domenica, dovrebbe esse­re l’edizione numero 111. «Sarà: non voglio rovinarle il pezzo». Solo il 112, il 113 e il 118, nel senso di carabinieri, polizia ed emergenza sanitaria, potrebbero fermarlo. A muoverlo è sempre la Passionac­cia . Quella per il giornalismo che ha dato il titolo al libro ristampato poche settimane fa da Rizzoli per i Saggi della Bur. Quella che da stu­dente gli faceva vendere A , rivista anarchica, davanti all’istituto per geometri Carlo Cattaneo di Mila­no, la sua città natale. Quella che nel 1973, a soli 18 anni, lo fece di­ventare correttore di bozze alla Gazzetta dello Sport , dove suo pa­dre Franco era inviato per il calcio. Quella che nel 1980 lo portò al Tg1 e nel 1989 al Tg2 come vicediretto­re. Quella che gli ha cucito addos­so la divisa da pioniere: direttore del primo Tg5 (13 gennaio 1992), conduttore del primo Matrix ( 6 set­tembre 2005), direttore del primo Tg La7 (30 agosto 2010).

Ma come fa a stare in video ogni sera da più di 100 giorni?
«Non soffro di stress. Arrivo in stu­dio un minuto prima, mi allaccio il colletto della camicia button­down e comincio. È questione di carattere. Sono ansioso solo per le persone che amo. Di me stesso mi sento sicuro. Mi conosco da tem­po ».
Perché uno studio così spoglio? Quello di Vremja , il telegiornale brezneviano, al confronto sem­brava progettato a Las Vegas.
«Quando gli spettacoli hanno trop­po arredo, significa che non c’è so­stanza ».
E perché si fa rischiarare il viso dai neon nascosti sotto il vetro della scrivania? Circonfuso di luce bianca come il Direttore dei direttori nei film di Fantoz­zi.
«Scelte degli scenografi. Io guardo la telecamera. Siccome non uso né fogli scritti né gobbo elettronico, devo pensare a quello che dico».
Conduce a braccio?
«Certo, che c’è di strano? Ho ben presente quali sono le notizie. È co­me imparare i numeri di telefono: se li scrivi, non li ricordi a memo­ria ».

So che il verde nel fondale dello studio l’ha voluto lei.
«Mi piace. È un colore snobbato».
Non in Parlamento.

«Ho notizie certe che il verde esi­stesse già prima della Lega».
Preferisce Chicco o Mitragliet­ta?

«Chicco. Mi chiamava così la mia mamma».
Angelo Guido Lombardi, figlio del leggendario «amico degli animali», mi ha confidato che sua suocera la chiama Andalù, come l’ascaro del programma trasmesso dalla Rai in bianco e nero.L’ha saputo da Giorgio Fo­rattini.
«Frequento mia suocera più di Fo­rattini. Mai sentito un sopranno­me del genere».
Com’è che un recordman degli ascolti finisce ad accontentarsi di un 6-9% contro il 20-25% dei concorrenti Tg1 e Tg5 ?
«È tanto. Siamo partiti dal 2%, con 90 giornalisti. Che non sono pochi, ma finora hanno lavorato con con­­tratti di solidarietà: quattro giorni a settimana e niente straordinari. Neppure l’osservatore più benevo­lo ci pronosticava oltre il 5%».
Da parecchie edizioni non pro­nuncia la parola «Avetrana». Merita un premio.
«Siamo onesti:i servizi sull’uccisio­ne di Sarah Scazzi, basati sul nulla, si fanno solo per lucrare ascolti fra telespettatori in crisi d’astinenza».
Premio Saulo, consegna a Da­masco: il suo Matrix s’è ingras­sato con le puntate sulla strage di Erba. La Procura di Roma l’ha persino indagata per le nuo­ve rivelazioni sul delitto di via Poma.
«Amo la cronaca, la più democrati­ca delle discipline. Ma l’accani­mento è orripilan­te. Ho avuto discus­sioni con colleghi stimabili come Bru­no Vespa: a che ser­vivano tutte quelle puntate su Co­gne? ».
Pensa davvero che la televisione di Telecom decol­lerà? Non sono tempi per terzi po­li, questi. Né in po­litica né nell’ete­re.
«Non mi pare il peri­odo più fausto per certi paragoni. Ma quando un telegiornale nato da nulla è visto mediamente tutti i giorni da più di 2 milioni di perso­ne, direi che è un mezzo miracolo. Nell’anno solare 2010 i primi 50 ascolti di La7 sono 50 edizioni del Tg La7 ».
«Fatti fama, poi siedi all’ombra della palma e riposa», come mi consigliò anni fa Albino Lon­ghi, che fu suo direttore al Tg1 .
«Io ritengo che il nostro lavoro sia già parecchio riposante. Se penso a chi fatica in fonderia o nei campi, per di più senza alcuna gratificazio­ne… Mi sento come un cuoco che non ha nemmeno il dovere d’in­ventarsi gli ingredienti: mi arriva­no sul tavolo tutti i giorni».
Fosse Gianfranco Fini, che fa­rebbe?
«Non lo so. Non sono mai stato Gianfranco Fini».
La fortuna le arride.
«Nel nostro mestiere bisogna met­t­ersi dal punto di vista del cacciato­re ma anche della lepre. Fossi Fini, me la giocherei fino in fondo. Quando il dado è tratto, non si può tornare indietro».
E se fosse Pier Ferdinando Ca­sini?

«Sarei in brodo di giuggiole. Berlu­sconi e Fini hanno lavorato soltan­to per Casini negli ultimi sei mesi».
E se fosse Silvio Berlusconi?
«Le direi: Lorenzetto, mi rispetti, sono sempre il fratello del suo edi­tore ».
Nient’altro?
«Mi godrei di più, anzi mi godrei ancora di più, la vita. Chi ha la pos­sibilità di guardare le bellezze del mondo, non solo quelle che inte­ressano maggiormente al Cavalie­re, e invece passa le giornate con Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gaspar­ri, si fa del male da solo».

Profezia su Berlu­sconi espressa da Indro Monta­nelli nel 1993: «Si è convinto che la politica ha bisogno di lui e che lui ha biso­gno della politi­ca, non c’è forza umana o richia­mo alla ragione­volezza che val­gano a trattener­lo: si butterà nel­la fornace e vi si brucerà». Non molto azzeccata.
«Nessuno di noi ci ha mai azzecca­to su Berlusconi. Se Montanelli fos­se vivo direbbe: “Non so se avevo sottovalutato Berlusconi o soprav­valutato i suoi avversari”. Il proble­ma di questo Paese è la clamorosa mancanza di alternativa a un uo­mo che, piaccia o no, dal punto di vista politico ha compiuto un’im­presa straordinaria, compattando un centrodestra che persino in que­sto momento è comunque più coe­so del centrosinistra. Come disse Indro a Ferruccio de Bortoli nel 1994, di ritorno dal pranzo in cui annunciò a Berlusconi che lascia­va Il Giornale , il Cavaliere s’è mes­so in politica per disperazione, ma è anche vero che si crede un incro­cio tra Churchill e De Gaulle. Giudi­zio perfetto. Il premier è così bravo nella retorica di sé che un giorno leggeremo sui libri di storia questa frase: “Churchill si credeva una via di mezzo fra De Gaulle e Berlusco­ni” ».
Quando scese in politica, lei ri­mase direttore del Tg5 . Non mi vorrà far credere che aveva più coglioni di Montanelli, per dirla con Oriana Fallaci, tanto da po­ter resistere alla forza d’urto del suo editore.
«Toccare un telegiornale di massa avrebbe comportato ricadute eco­nomiche pesanti. E poi avevo dalla mia un signore che si chiama Fede­le Confalonieri, il quale sa che co­s’è l’equilibrio».
Tornerebbe a Mediaset? So che Berlusconi e Confalonieri glie­l’hanno offerto.
«Ho trovato un’altra strada. Loro non hanno bisogno di me, io non ho bisogno di loro.
Ho fatto il Tg5 per 12 anni e nessuno mi ha mai ordinato o anche solo consi­gliato che cosa do­vessi o non dovessi mandare in onda. So che farò infuria­re gli avversari di Berlusconi, ma que­sta è la pura verità».
Si sentiva circon­dato da astio per il fatto di lavora­re in un’emitten­te di proprietà del Cavaliere?
«Nella logica del ri­flesso condizionato potresti essere Walter Cronkite (l’anchorman morto nel 2009 che per vent’anni condusse il telegiornale della Cbs, ndr) ma, se lavori a Mediaset, vieni percepito in un altro modo. Come se un hitleriano lavorasse a Raitre: passerebbe sempre per comuni­sta ».
Lei crede che Mediaset sia stata creata con i soldi di Cosa nostra e che Marcello Dell’Utri sia un mafioso?
«Se lo avessi creduto, non ci sarei andato a lavorare. Anzi, come testi­moniai al processo davanti al pub­blico ministero Antonio Ingroia, fu proprio Dell’Utri ad autorizzarmi a produrre nel 1993, poco prima che fondasse Forza Italia con Berlu­sconi, Cinque delitti imperfetti, un ciclo di storie di mafia che ripercor­reva le vite di Peppino Impastato, Boris Giuliano, Giuseppe Insala­co,
[Emblema]
Mauro Rostagno e Giovanni Falcone».
In Passionaccia lei chiama il Pm «l’amico Ingroia».

«La vuol sapere una cosa? Conser­vo una foto, scattata a Madrid nel maggio scorso, in cui si vedono In­groia e il sottoscritto con Maurizio Belpietro».
Non posso crederci.
«E Ingroia ha una copia di Libero
sotto il braccio. Tutti e tre tifosi del­­l’Inter ».
Un’aggravante specifica.

«Eravamo lì per la finale di Cham­pions League».
Di che male soffre il giornali­smo?

«Del fatto che si rivolge solo a letto­ri e telespettatori che non vogliono essere informati bensì confermati nei loro pregiudizi».
Ma lei, Mentana, da che parte sta?

«Mi spiace, deludo tutti. Non sto da nes­suna parte. Ho smesso di votare nel 1994».
Perché aveva vin­to Berlusconi?
«Se il problema fos­se stato Berlusconi, tutto avrei fatto tran­ne che smettere di votare, le pare? No, è che nell’era del maggioritario la po­litica è diventata una cosa strana, di­versa. Con qualcu­no che ha sempre ragione e qualcu­no che ha sempre torto. Sono tor­nato alle urne solo nel 2006 e ho po­sto una croce sul simbolo della Ro­sa del pugno. Dopo pochi mesi, ve­dendo all’opera il centrosinistra, m’ero già pentito».
Al Tg1 ha avuto come direttori Emilio Rossi, Franco Colombo, Emilio Fede, Albino Longhi, Nuccio Fava. Il migliore?
«Emilio Rossi. E non perché mi as­sunse in quota al Psi su suggeri­mento di un mio amico socialista, Pasquale Guadagnolo, che lascia­va il Tg1 ».
Allora perché?

«Perché nessun telespettatore lo vi­de mai in faccia se non nelle foto dell’attentato, quando le Brigate rosse lo gambizzarono. I terroristi lo aspettavano alla fermata del bus. Ha mai sentito di un direttore che va al lavoro con i mezzi pubbli­ci?
Rossi non era una primadonna. Apparteneva a una schiera di catto­lici che esercitavano il potere per spirito di servizio. Un civil servant
dell’informazione, ecco».
Del Tg1 di Augusto Minzolini che cosa pensa?

«Sono un avversario del Tg1 di Min­zolini, non sarebbe elegante».
Suvvia, Minzolini ha le spalle larghe.

«Ha fatto una scelta che da un lato è chiarificatrice e dall’altrolo espo­ne. Il Tg1 è sempre stato filogover­nativo. Lui lo ha dichiarato e teoriz­zato nei suoi editoriali».
Arriva una notizia sgradevole che riguarda il suo amico Diego Della Valle. Che fa? La dà nuda e cruda oppure gli telefona?
«La do nuda e cruda e gli telefono per sentire la sua reazione. Come feci con Giovanni Consorte, Stefa­no Ricucci, Gianpiero Fiorani, Lu­ciano Moggi, Fabrizio Corona. Co­me farei con chiunque. Il punto di vista di chi diventa protagonista suo malgrado è sempre interessan­te ».
Roberto D’Agostino mi ha con­fessato che una notizia sgrade­vole sui suoi amici Barbara Pa­lombelli e Renzo Arbore non la darebbe mai.
«Il bello eventuale di Dagospia è che lo dice e lo sa, non pretende d’essere il New York Times . Maun telegiornale è un’altra cosa.So qua­li sono i miei compiti».
Che rapporto ha con la religio­ne di sua madre?
«Lo stesso che ho con quella di mio padre. Mi sento a un tempo ebreo e cattolico».
Battezzato dal futuro Paolo VI.
«Non fui testimone diretto, però sì, ero presente. Sono legato cultural­mente a entrambe le religioni. Le considero il fondamento di gran parte delle cose che diciamo e che pensiamo. Le nostre radici sono davvero giudaico-cristiane, non è una frase fatta».
Hanno mai usato questo argo­mento contro di lei?
«No. Dico di più: ho dedicato un ca­p­itolo di Passionaccia al caso di Lu­is Marsiglia, il professore di origini ebraiche che s’inventò d’essere sta­to aggredito a Verona da un com­mando neonazista, proprio per smontare questo riflesso condizio­nato di tipo religioso per cui se uno dà a un altro del cattolico di merda si offende al massimo il diretto inte­ressato mentre se gli dà dell’ebreo di merda scatta tutta la trafila: la Shoah, Auschwitz, il razzismo… Non avverto antisemitismo in Ita­lia e, se sussiste, è ampiamente al di sotto del livello di guardia. Dai miei genitori ho imparato ad ama­re tanto gli israeliti quanto i cristia­ni. Ho capito che Dio non può esse­re così sadico da farci nascere ebrei in un luogo e cattolici in un altro luogo, da darci una religione giusta e una sbagliata. O Dio esiste o non esiste. E per me esiste».
Il suo matrimonio con Michela Rocco di Torrepadula, miss Ita­lia 1987, resiste da oltre otto an­ni. Un record nel mondo delle miss. E anche dei giornalisti, vi­sto che lei aveva già avuto due compagne.
«I matrimoni non sono maratone. Talvolta gli amori purtroppo fini­scono ».
Ho letto che sua moglie condur­rà pr­esto un programma di cuci­na su La7.

IL TERZO POLO:I DUBBI DEGLI INTELLETTUALI FINIANI

Pubblicato il 18 dicembre, 2010 in Politica | No Comments »

Dopo averlo indotto a intraprendere strade senza sbocco, ora sono propro gli intellettuali vicino a Fini a nutrire seri dubbi sull’esperimento del terzo polo nel quale,  dopo la clamorosa sconfitta alla Camera,  si è imbarcato l’ex fascista Fini ora in approdo sulla riva “gouche” della politica italiana. Come al solito i primi saltare giù dallabarca che imbarca acqua sono i “laudatores”. Ne parla Salvaore Merlo sul Foglio di questa mattina.

“Se il terzo polo è soltanto una diga parlamentare, tattica, non serve a nulla. Ma se adesso lo si riempie di contenuti, lo si trasforma nel centrodestra concorrente, ma non nemico, di Silvio Berlusconi, allora, dopo la sconfitta, per Gianfranco Fini sarà una ripartenza. Ma è necessario uscire dal Palazzo e dal suo formulario stantio”. Dice così al Foglio il professor Alessandro Campi, il direttore scientifico della fondazione finiana FareFuturo che in questi giorni, assieme alla collega Sofia Ventura, incarna una sorta di fronda intellettuale, di minoranza (ma chissà), all’interno dell’area che fa riferimento al presidente della Camera e leader di Fli.

Dice Ventura: “Questo polo della responsabilità è una risposta emergenziale e difensiva all’avanzata minacciosa di Berlusconi. Per questo direi che bisogna andarci cauti. Il rischio è che tutta la strada che abbiamo fatto in questi anni, con Fini e con FareFuturo, si perda. La nostra idea è sempre stata quella di costruire un centrodestra moderno e diverso da quello berlusconiano. Sicuri che questa sia anche l’idea di Casini? Cosa resta del presidenzialismo, del bipolarismo, della laicità? Sicuri che il gioco all’interno del Palazzo, e dei suoi codici, alla fine paghi davvero?”.

Fini, espulso dal Pdl, si è trovato nel corso dei mesi successivi all’esplosione viscerale del dissidio con Berlusconi a giocare sempre più di rimessa, allontanandosi, un po’ per necessità e un po’ perché costretto dal precipitare degli eventi, dal percorso politico-culturale che negli ultimi anni lo aveva lanciato come possibile successore della leadership berlusconiana e che, nel 2008, lo aveva portato ad aderire al Pdl. Il presidente della Camera ha allenato i propri muscoli per la futura leadership sognando una destra che non fosse più attaccata alle sottane dei vescovi, ma fosse moderna. Stretto tra le armate padane e quelle berlusconiane, Fini si era persino messo a studiare la sinistra perché immaginava di costruire un’altra destra: meno populista e più aperta alle novità, comprese quelle che arrivano da fuori. E, consigliato da intellettuali come Campi e Ventura, aveva trovato la narrazione giusta. Che ne rimane? E quanto di quella consistente elaborazione è trasferibile nel cosiddetto terzo polo, alla corte di Casini? Risponde Ventura: “Temo poco. L’Udc ha un progetto neodemocristiano, proporzionalista. Noi non siamo mai stati proporzionalisti e democristiani. Sarà complicato poter convivere con personalità espressione dell’ortodossia cattolica come, per esempio, Paola Binetti. Certo non è impossibile. Ma ci sono ancora troppe incognite e ambiguità. Non è chiaro, per esempio, se anche gli amici dell’Udc sono d’accordo sull’idea di costruire un partito alternativo al Pdl, che sia piantato come un chiodo nel bipolarismo”.

Il primo Fini, nella versione precedente alla rottura con il Cavaliere e dunque precedente all’incontro forzato con Pier Ferdinando Casini, sembrava convinto ci fosse uno spazio culturale extra, punto d’incontro per una borghesia meno stantia, un ceto medio più giovane e nuovi extracomunitari in cerca di patria. Un progetto intrigante, ardito, concorrenziale a quello del Cav. Uno schema che si era reso interessante all’interno del perimetro del Pdl e del centrodestra a trazione berlusconiana. Poi il buio: il dissidio brutale con il premier, l’abbandono del Pdl, l’avvio di una fase segnata da un tatticismo esasperato e da venature di antiberlusconismo manicheo che hanno sovrastato tutto il resto spingendo Fini, e la sua nuova creatura, Fli, quasi oltre i confini del centrodestra. Fino alla conferenza stampa di mercoledì scorso, con l’annuncio della sghemba alleanza tattica con i neodemocristiani Casini e Rutelli e con l’autonomista siculo Raffaele Lombardo.

“Mettiamola così”, dice Campi, “se il terzo polo è la mera somma algebrica di Fli, Mpa e Udc è tutto un tragico sbaglio. Se la molla che fa scattare tutto è la necessità di sopravvivere e mettere i bastoni tra le ruote di Berlusconi, non si va da nessuna parte. Non sono queste le caratteristiche di un progetto ambizioso, come quello che da anni coltiva Fini. Tuttavia una sintesi cattolico-nazionale, con l’Udc, è possibile. Ma bisogna comunicare l’idea che non si tratta di una manovra di Palazzo, ma di un progetto duraturo e articolato”. Come si fa? “Con un’assemblea costituente, per esempio. Con dei seminari, degli incontri di studio, delle tavole rotonde. Il punto è che bisogna porsi ‘oltre Berlusconi’ ma liberandosi dall’ossessione di Berlusconi. Bisogna essere competitori del Pdl, senza essergli nemici. Deve essere una sfida tutta interna allo stesso recinto. Altrimenti non serve, non funziona e non funzionerà”. Salvatore Merlo, il Foglio, 18 dicembre 2010


IL METODO SCILIPOTI (E QUELLO WOODCOCK), di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 18 dicembre, 2010 in Politica | No Comments »

Sta per scoppiare un’altra bufera originata da intercettazioni illegali che avrebbero interessato mezzo governo e parte del Parlamento, ascoltati dal grande fratello che ormai da tempo agisce nel nostro Paese al di là e al di sopra delle leggi. Lo anticipa questo editoriale di Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale che pubblichiamo. E intanto Berlusconi annuncia il varo del disegno di legge di riforma della Giustizia. Al più presto, prima che sia tropo tardi e che si realizzi  definitivamente nel nostro paese il peggiore dei governi, il governo dei giudici. g.

È una questione di metodo, hanno rinfacciato a questo Giornale quando abbiamo pubblicato la condanna di Dino Boffo per molestie telefoniche a sfondo sessuale o svelato il pasticcio brutto di Gianfranco Fini e della casa di Montecarlo. I paladini del moralismo ritenevano che il nostro giornalismo fosse un metodo disdicevole perché attaccava la persona nella sua vita privata. A parte che non c’è nulla di più pubblico di una condanna o della vendita di una casa intestata a un partito, gli stessi signori, giornali e trasmissioni televisive hanno messo nel loro personale tritacarne Domenico Scilipoti, il parlamentare di Di Pietro che ha lasciato l’Idv e ha votato la fiducia al governo Berlusconi. Insulti, pesanti sberleffi, agguati a parenti (compresa la madre novantenne), la sua vita privata messa in piazza con spregiudicatezza, accuse pesanti messe nero su bianco senza il ben che minimo riscontro.

Ma il «metodo Scilipoti» non fa scandalo, anzi diverte intellettuali, professorini del giornalismo, noti conduttori bacchettoni. Sparare a caso su Scilipoti non provoca l’intervento dell’Ordine dei giornalisti. E tutto questo perché chi decide di stare con Berlusconi, addirittura di contribuire a non fare cadere il suo governo, non merita nessun rispetto e tutela da parte di quegli stessi intellettuali e politici che sul «metodo Boffo» hanno costruito una stagione di grandi successi.
Funziona così questo Paese, in tutti i campi, compreso quello della giustizia dove vige impunito il «metodo Woodcock», il pm napoletano che, insieme ad altri colleghi, ha raccolto intercettazioni telefoniche, verbali di pedinamento (con tanto di foto allegate) che coinvolgono ministri, sottosegretari, deputati e senatori. Mezzo governo e un pezzo di Parlamento è stato spiato senza una precisa ipotesi di reato. Così, a strascico si dice: una telefonata tira l’altra e via. Tutele e leggi per i pm non contano. In cinque mangiano al ristorante?

Indaghiamo, può essere la prova che fanno parte di una associazione segreta. Così dopo la P2 e la P3, sta per irrompere sulla scena la P4. Questo è il metodo che piace a Di Pietro e ora anche a Bocchino e Fini. Quintali di spazzatura raccolta a Napoli stanno per invadere di nuovo l’Italia. Ma non sono quelli lasciati dai cittadini per strada. Prepariamoci a una nuova stagione di veleni. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 18 dicembre 2010

FINI DEVE DIMETTERSI

Pubblicato il 18 dicembre, 2010 in Politica | No Comments »

Giafranco Fini
Giafranco Fini

Non si era mai visto un premier annunciare una visita al Quirinale per mettere in mora un presidente della Camera. Né si era mai visto un presidente della Camera convocare un’assemblea di partito per chiedere le dimissioni di un premier.

Ecco cosa ha innescato lo scontro tra Berlusconi e Fini, protagonisti di una crisi politica tracimata in una crisi istituzionale, che ha costretto ripetutamente Napolitano a intervenire persino sul calendario dei lavori parlamentari. E c’è un motivo se, ignorando i maldipancia delle opposizioni, il Quirinale impose a suo tempo che il dibattito sulla fiducia si svolgesse dopo l’approvazione della legge di Stabilità, per salvaguardare così i conti pubblici e l’interesse nazionale.
Il fatto è che nel duello con il Cavaliere, il presidente della Camera ha finito per esporre anche il ruolo che ricopre. E ora che il premier ha vinto la sfida con il voto di fiducia, il centrodestra ha accentuato la pressione sull’inquilino di Montecitorio. Senza mai chiederne formalmente le dimissioni, ha iniziato ad appellarsi al «senso di opportunità», e siccome non esistono strumenti parlamentari per sfiduciarlo, starebbe approntando un’iniziativa per indurre Fini al passo indietro. Non è dato sapere quale possa essere lo strumento, è certo che lo «strappo istituzionale» resta uno dei fattori della crisi. E sarà destinato ancora a pesare.

Perché con le sue mosse da leader di partito, Fini ha rotto «la prassi», così scriveva Giuliano Ferrara ieri sul Foglio, invocando l’intervento del presidente della Repubblica, la sua capacità di persuasione «privata e pubblica» presso la terza carica dello Stato, in modo da rendere «indisponibile la presidenza della Camera per giochi politici hard core». In realtà Napolitano è già intervenuto, in forma «privata» e anche «pubblica».

Accadde il tre dicembre, quando Fini – nei panni di capo del Fli – disse che le elezioni sarebbero state scongiurate anche se Berlusconi fosse caduto: «Il capo dello Stato sa cosa fare, di più non posso dire». Con una nota non ufficiale, qualche ora dopo, il Colle sottolineò che nessuna presa di posizione politica, di qualsiasi parte, poteva oscurare le prerogative di esclusiva competenza del presidente della Repubblica. Ma quella sera, rivolgendosi al Quirinale con un greve «noi ce ne freghiamo», il coordinatore del Pdl Verdini spostò interamente su di sé i riflettori.

Dall’inizio il doppio ruolo di Fini è parso a Napolitano «una novazione» istituzionale, sebbene abbia tenuto a difenderne la figura dagli attacchi scomposti del Pdl. Ma nell’escalation del conflitto con Berlusconi, lo stesso Casini ha avuto modo di confidare le proprie perplessità su alcune sortite dell’inquilino di Montecitorio: specie alla vigilia del voto di fiducia, quando – nel corso di un’intervista tv – anticipò che il Fli avrebbe «comunque» votato contro il premier, «a prescindere» dal discorso che si apprestava a fare davanti alle Camere. Così, paradossalmente, Fini aveva colpito se stesso, il ruolo di custode solenne del confronto nelle Aule parlamentari.
Dopo averlo battuto, il centrodestra pare abbia intenzione di chiudere il conto con l’ex alleato. Nelle argomentazioni – che sono giunte anche al Quirinale – viene fatto notare come si sia creato a Montecitorio un «pericoloso precedente» da sanare per evitare che il successore di Fini possa avvalersi della «novazione» istituzionale.

C’è anche questo nodo nel complesso negoziato in corso tra la maggioranza e il leader centrista, Casini, interessato a usare il mese e mezzo di tregua con il Cavaliere per evitare le elezioni anticipate. Ogni possibile elemento di conflitto va depotenziato, con beneficio reciproco per le parti. Così la mozione di sfiducia contro il ministro Bondi, già posticipata, potrebbe non avere impatto sul governo al momento del voto grazie a un atteggiamento di «responsabilità» del terzo polo. E nel frattempo la maggioranza al Senato potrebbe accettare la delibera della Camera sull’interpretazione della legge elettorale europea, dando il via libera all’udc Trematerra per il seggio a Strasburgo. Non solo. Un clima rasserenato, senza più la presidenza della Camera al centro del conflitto, potrebbe consentire di discutere sulle norme da adottare nel caso in cui la Consulta a gennaio dovesse bocciare la costituzionalità del legittimo impedimento, legge che fu ideata proprio dai centristi. Ma la tregua regge su fondamenta instabili. Dovessero cedere, il presidente della Camera tornerebbe nel mirino della maggioranza. A quel punto, a fine gennaio, con le elezioni ormai certe, Fini potrebbe lasciare Montecitorio: magari a Milano, proprio nel giorno in cui Futuro e libertà diventerà ufficialmente un partito. Francesco Verderami, Il Corriere della Sera, 18 dicembre 2010

PARLA UN POLIZIOTTO: I DIMOSTRANTI AVEVANO PICCONI ED ACCETTE. NOI SIAMO I BERSAGLI PER 1200 EURO AL MESE

Pubblicato il 18 dicembre, 2010 in Cronaca, Politica | No Comments »

Il Corriere della sera ha intervistato un assistente di polizia che martedì era in piazza ad arginmare la violenza dei dimostranti, armati di picconi ed accette. E’ uno sfogo che dedichiamo a terzaforzisti di sempre, alla sinistra ceh fa finta di solidarizzare con le forze dell’ordine e in realtà tenta di scaricare sui poliziotti la responsbilità delle violenze. Dice il poliziotto intervistato dal Corriere che i genitori dei fermati invece di rimproverare i figli, inveivano contro “i pezzi di m…da  che no li rilasciano”.  E stigmatizza il rilascio ordinato dalla Magistratiura che così incita alla violenza. Ecco l’intervista.

ROMA – «Dio non voglia che questi, un giorno, raggiungano il loro scopo: uccidere uno di noi. Come gli ultrà hanno fatto con Raciti. Perché allora non so proprio come andrebbe a finire. I politici, gli onorevoli come li chiamo io, devono capire che bisogna cambiare strada. Subito». «Drago» è una montagna. Lo è nell’aspetto, ma anche dentro. Due lauree brevi, una famiglia da mantenere. Gianluca Salvatori («Ma se non dite Luca Drago nessuno mi riconosce», ci tiene a sottolineare) ha 43 anni, è un assistente capo della polizia. E un punto di riferimento per gli agenti del Reparto mobile di Roma. Un celerino, insomma. Di quelli che martedì scorso si sono ritrovati a fronteggiare centinaia di teppisti scatenati.

«Da soli, in 25, abbiamo respinto 5 mila energumeni armati di “male e peggio”, picconi, accette: ma quando ci daranno qualcosa di meglio di uno scudo e un manganello? Dove sono gli idranti e i “capsulum” (un potente lancia-peperoncino)?», chiede «Drago», che a piazza del Popolo ha preso colpi al petto e a una spalla, ed è finito in ospedale.

Luca è un giellista (dal Gl40, piccolo fucile usato per sparare lacrimogeni) e guida i blindati. È anche impegnato nei sindacati, come segretario provinciale della Consap. Ma la sua casa è la caserma di Ponte Galeria. Sulla carta oltre 500 uomini, «ma alla fine siamo 250. Un gruppo unito, legato da affetto fraterno, una squadra più simile a una famiglia». Con una vita in prima linea. «Per 1.200 euro al mese, più 13 di indennità nei giorni di ordine pubblico – svela l’agente -. Quanto guadagniamo all’ora nemmeno ve lo dico perché è ridicolo. I nostri colleghi spagnoli prendono quasi il triplo, gli altri anche di più. Ce la battiamo solo con i greci, ma lì è un’altra storia».

Quasi tutti i giorni con casco, scudo e mimetica imbottita. Nelle manifestazioni e allo stadio. Gli insulti nemmeno li sente più: «Di quelli non mi preoccupo – aggiunge il poliziotto – non mi offendo, anzi non ci offendiamo, noi del Reparto: li guardi in faccia, questi ragazzini, anche loro con i caschi e gli scudi. A qualcuno gliel’ho anche detto: “Ma lo capisci che con un arresto ti rovino il futuro?” C’è chi ti sta a sentire, chi ti ringrazia, come uno di Pisa che ho incontrato in ospedale. Ma tanti se ne fregano. E magari un giorno te li ritrovi a fare politica».

«Drago» c’era anche a largo Goldoni, durante l’aggressione al finanziere. Con i suoi («Compagni, camerati, colleghi? Come li devo chiamare per non essere etichettato?») è fra coloro che sono corsi in aiuto del militare. «C’erano tutte le condizioni perché usasse la pistola che volevano portargli via – spiega l’assistente capo – ma lui non l’ha fatto. Immaginate cosa sarebbe successo se un manifestante fosse riuscito a prenderla? Nell’ordine pubblico non si può sbagliare, non è come fare le indagini, dove c’è il tempo di fare correzioni. Da noi no. Quello che si prevede non è mai quello che accade. E in piazza non siamo solo poliziotti: siamo i supplenti di un governo, come anche ha detto il capo della polizia, di destra o di sinistra che sia, che invece non ci tutela come dovrebbe. I politici promettono aiuti che non arrivano mai e noi sacrifichiamo le nostre vite, privato compreso».
Essere un celerino vuol dire anche questo: «Certo, crediamo in quello che facciamo, per me è una vocazione. Martedì, come le altre volte, siamo stati i difensori di Roma contro un’orda di barbari. Ma anche noi abbiamo il diritto di tornare a casa tutti interi. Abbiamo madri, mogli e figli che ci aspettano. Proprio come i teppisti che fermiamo. Invece ci lapidano e ci ordinano di stare fermi, immobili. A subire di tutto. Non dico che le “teste calde” che ci sono fra noi facciano bene a sfogarsi. È chiaro che sbagliano, ma dopo 12 ore di questa storia…».

Alcuni fra i 53 feriti delle forze dell’ordine vogliono costituirsi parte civile contro chi li ha fatti finire in ospedale negli scontri a via del Corso e piazza del Popolo. Finora per tutti loro l’unica soddisfazione di una giornata drammatica è stato l’sms di ringraziamento inviato dal questore Francesco Tagliente. «Un onore, un conforto, non era mai successo prima», spiega «Drago», che però protesta: «Se un agente sbaglia paga tre volte rispetto a un cittadino normale, ma i danni fatti da questi teppisti a chi li chiediamo? Ai genitori? Tanto nemmeno loro capiscono: sempre martedì, in commissariato, ne ho incontrati alcuni – racconta l’agente -. Volevano notizie dei figli fermati. Per loro era come se fosse stato normale. “Dobbiamo aspettare che ste’ m…. decidono se carcerarlo oppure no”, diceva uno. Ma che scherziamo? Se succedesse a mio figlio il primo a picchiarlo sarei io». L’ultimo affronto poi è arrivato con la scarcerazione dei 22 arrestati di martedì. E su questo «Drago» chiude il discorso: «Ormai si sentono legittimati a fare tutto. Legittimati dalla giustizia che li mette fuori dopo tutto quel casino. E a ripresentarsi in piazza la settimana prossima. Ma ci saremo anche noi, come sempre». Rinaldo Frignani, Il Corrioere della sera, 18 dicembre 2010

BERLUSCONI: IN UN ANNO FINI E’ PASSATO DA MIO EREDE A VICE DI CASINI

Pubblicato il 18 dicembre, 2010 in Politica | No Comments »

Berlusconi, nessun calciomercato
Toni accattivanti con Pier Ferdinando Casini, ironia e sarcasmo verso Gianfranco Fini. Silvio Berlusconi anche questa sera, nel corso di un collegamento telefonico con la festa degli Amici del presidente del Molise, Michele Iorio, ha infierito contro il presidente della Camera: “Hanno voluto giocare allo sfascio sulla pelle degli italiani – ha attaccato il premier – hanno cercato, con una congiura di palazzo, di rovesciare la volontà degli elettori. E così il tentativo di ribaltone di Fini e del Pd ha fatto sì che Fini stesso, in un anno, sia passato da erede di Berlusconi a vice di Casini”. Liquidato così il ‘tentato ribaltone’, Berlusconi ha sfoggiato il consueto ottimismo dicendosi certo che il suo governo arriverà al traguardo del 2013, e comunque – ha osservato – se la situazione dovesse cambiare si tornerà al voto, al “giudizio del popolo”, e “vinceremo ancora”.

“Questa è stata la settimana della verità – ha detto il premier – sono stati smentiti tutti i pronostici e abbiamo avuto una vittoria politica. Ho la certezza di portare a termine la legislatura fino al 2013. I deputati saliti sul carro a guida Fini si sono trovati sul convoglio con destinazione ’sinistra’”. “Abbiamo sconfitto il tentativo di portare indietro l’Italia, alla prima repubblica. Per il terzo polo alleato della sinistra – ha ribadito Berlusconi – non c’é prospettiva. Cattolici e moderati non si fidano di loro. Abbiamo le idee chiare e i numeri”. E proprio i cattolici e i moderati sono oggetto di corteggiamento da parte del Cavaliere desideroso di allagare la maggioranza anche a quei deputati che militano in partiti aderenti al Ppe. “Ci sono cariche a disposizione, ma – ha puntualizzato non è calciomercato. La squadra di governo che ho è la migliore di tutta la storia della Repubblica, allargarla significa offrire una possibilità di arricchimento, coinvolgendo chi condivide il nostro programma”.

Intanto Berlusconi ha fissato le sue priorità: riforma della giustizia e intercettazioni. “Si riparte con i cinque punti del programma presentato a settembre, soprattutto la riforma della giustizia. Sarà difficile realizzare la vera riforma della giustizia per fare dell’Italia un Paese veramente libero”. “C’é una cosa – ha poi detto Berlusconi – per la quale gli uomini di Fini si erano opposti, per l’accordo con l’associazione nazionale magistrati: le intercettazioni. Ma queste violano la privacy. Non è possibile non poter parlare liberamente al telefono”. Fonte ANSA, 18 dicembre 2010

CARO SAVIANO, QUANTE STUPIDAGGINI, di Alfredo Mantovano

Pubblicato il 17 dicembre, 2010 in Politica | No Comments »

Le violenze di maredì scorso nel centro di Roma ad opera di forsennati delinquenti è il tema delle polemiche che infuocano il dopo fiducia a Berlusconi. Ad inasprire la polemica la decisione del Tribunale di Roma di liberare tutti i fermati, decisione che è stata aspramente criticata da Alemanno, sindaco di Roma, e dal ministro dell’Intenro, Maroni, cui si è aggiunto il ministro della Giustizia Alfano che ha mandato al Tribunale di Roma gli ispettori ministeriali per accertare la regolarità delle decisioni assunte da quel Tribunale che hanno fortemente scosso la opinione pubblica. Naturalmente la polemica tiene banco sui giornali e nella rete, dove si alternano da parte della sinistra formali espressioni di solidarietà alle eforze dell’ordine seguiti da distinguo che meravigliano solo chi non conosce la sinistra e la sua capacità di falsificare e distorcere la realtà, per cui i poliziotti diventano i cattivi e i deliquenti  le vittime della violenza dei poliziotti. E’ una storia che abbiamo visto miggliaia di volte! Ovviamente non mancano i sociologi dell’ultima ora, come lo scrittore (di un unico libro) RobertoSaviano che è sceso in campo per difendere le ragioni (quali?) degli studenti. Alle baggianate di Saviano, ormai vittima di una autoesaltazione permanente per cui si considera l’interprete unico della verità assoluta, ha replicato il sottosegretario all’interno on. Alfredo Mantovano con una lettera indirizzata a Saviano nelle quali Mantovano non lesina critiche, aspre, allo scrittore. ECCO LA LETTERA DI MANTOVANO.

Roberto Saviano C’era una volta uno scrittore attento, capace di descrivere la realtà di “Gomorra” oltre i confini del Casalese, contribuendo a farla diventare – come in effetti è diventata – una questione nazionale. Proprio perché quella denuncia civile è stata coraggiosa e importante, sono convinto che la sua “lettera ai ragazzi in movimento”, dedicata alle proteste e alle violenze degli ultimi giorni e pubblicata da la Repubblica, non venga dalla penna di Roberto Saviano, che pure formalmente la firma. Ne sono convinto perché quella lettera è un campionario di stupidaggini: …la protesta è completamente buona e mostra l’esistenza di “un’altra Italia”; i poliziotti sfogano rabbia e frustrazione su qualche bravo giovine per caso caduto in terra; è tutta colpa dei black block; ci sono gli infiltrati; la polizia fa come a Genova. Soprattutto: il governo è in difficoltà e minaccia i genitori che se permetteranno ai figli di andare in piazza, costoro torneranno pesti di sangue. Se, come ha fatto qualche anno fa nel Casertano, Saviano avesse raccolto informazioni sul campo, magari percorrendo qualche metro di via del Corso nel pomeriggio di martedì, avrebbe visto una realtà differente: giovanissimi, spesso minorenni (altro che suoi coetanei!) in cerca di pretesti per sfogare una violenza che già praticano – dentro e fuori la scuola – col bullismo e col teppismo, dopo essersi fatti di canna e di coca; incapacità di dire le ragioni della protesta; viltà nell’aggredire in venti chi indossa la divisa. Dove sono gli infiltrati? Faccia un solo nome; mostri le foto che li raffigurano.
Dove sono i black block? Li ha filmati? Attenzione: con schemi e categorie di dieci anni fa comprendiamo ancora meno ciò che accade. E poi, che interesse avrebbe Berlusconi a delegittimare chi scende in strada, se costui protesta pacificamente? Quante manifestazioni ci sono ogni mese a Roma, e in tutta Italia? Da anni la possibilità di svolgere migliaia di cortei e di pubbliche proteste è pienamente garantita – non ostacolata – dalle forze di polizia e da qualsiasi governo. L’ammonimento di Saviano a non farsi coinvolgere nella violenza annega, allora, nella descrizione di una realtà diversa da quella che è. Per una volta ha ragione il no global Francesco Caruso quando parla di una “marea di pischelli pieni di rabbia”: quasi rammaricandosi per lo scavalcamento, che mette da parte lui, e quelli come lui. Quell’ammonimento ha il suono di un irreale buonismo, contraddetto dal dato obiettivo della violenza generazionale, del nulla che cerca occasioni per armarsi, del disinteresse per la dialettica democratica. E su questo cede pure il Saviano in versione post gomorra: quando egli parla con disprezzo di “questo governo che…” (e giù il solito elenco), trascura che fa riferimento a uno schieramento che ha vinto le elezioni (elezioni, voti, schede… si è dimenticato che esistono?), che le ha vinte in base a un programma elettorale, e che sta cercando di applicare quest’ultimo non a colpi di mortaio, ma – come avviene per la riforma dell’università – con un serrato confronto in Parlamento, cioè nel luogo della democrazia. Certo, la piazza aiuta la democrazia a crescere.

Ma quando la piazza prova a violare le sedi istituzionali? Quando, non riuscendo a violarle, spacca quanto incontra sul suo cammino? Merita comprensione? Ma davvero Saviano vuole convincerci che le violenze sono arrivate tutte da black block, da infiltrati e magari anche – non l’ha scritto ma forse gli è sfuggito – da uomini dei “servizi”, mentre gli altri erano tutti poveri ragazzi innocenti? La realtà è che si fa presto a liquidare con sorriso di commiserazione chi da anni parla di “emergenza educativa”, e invita a usare la ragione, pur essendo Maestro di fede. Un brutto giorno ci si sveglia e ci si accorge che giovani selvaggi attraversano le strade di Atene, di Roma e di Londra (guarda un po’, le città sulle quali si è fondata la civiltà europea) e le mettono a ferro e fuoco. E si liquida tutto chiamando in causa governo in difficoltà e poliziotti frustrati? Via Saviano, torni a essere l’autore di “Gomorra”, e non un lettore di elenchi datati col timbro di una ideologia frantumata. Che – ne sono certo – non le appartiene. Alfredo Mantovano, sottosegretario all’Interno

17/12/2010

L’APPELLO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO ON. BERLUSCONI

Pubblicato il 17 dicembre, 2010 in Politica | No Comments »

Pubblichiamo l’appello che il presidente del Consiglio ha indirizzato ai militanti e simpatizzanti del PDL  all’indomani del voto di fiducia del Senato e della Camera dei Deputati.

Cari Amici,

con il voto sulla fiducia al Senato e alla Camera, ancora una volta il senso di responsabilità ha avuto la meglio.

Riprendiamo da oggi il cammino del buongoverno, proseguendo su tre linee fondamentali. Innanzi tutto il completamento dei cinque punti strategici sui quali avevamo avuto una fiducia ampia dal Parlamento il 29 settembre. Voglio sperare che su questi cinque provvedimenti tutti i parlamentari che li hanno votati poche settimane fa siano coerenti con l’impegno assunto allora. In particolare spero che il Senato approvi definitivamente entro l’anno il decreto sicurezza e, nel minor tempo possibile, la riforma dell’università.

Come ho detto nei miei interventi al Senato e alla Camera, intendo proseguire il cammino per riunificare i veri moderati in un unico grande movimento politico, ovviamente senza quei pasdaran che si schierano con Di Pietro e usano i toni, le calunnie e le false argomentazioni del Fatto quotidiano e di Repubblica e. Considero il consolidamento di una unica grande forza politica che sia la sezione italiana del Partito dei Popoli europei uno dei compiti fondamentali che devo assolvere nel mio impegno in politica.

A questo compito se ne accompagna un altro, altrettanto decisivo per il futuro del nostro Paese. Dare finalmente all’Italia istituzioni in grado di funzionare in modo adeguato ai tempi, superando il bicameralismo perfetto, riducendo il numero dei parlamentari, rinforzando i poteri del premier per garantire stabilità al governo e impedire ribaltoni e colpi di palazzo, una legge elettorale che garantisca bipolarismo e governabilità. Su questo punto faccio appello a tutte le forze responsabili presenti in Parlamento, con cui abbiamo proficuamente lavorato su questo tema nella prima metà della legislatura ed anche a  quelle con cui è cominciato il nostro cammino politico nel 1994: riprendiamo il lavoro dai punti che abbiamo condiviso. E’ un dovere che abbiamo nei confronti di tutti i cittadini.

Possiamo e dobbiamo realizzare questi tre grandi obiettivi nei due anni che mancano alla fine della legislatura. Io, come al solito, mi impegnerò con dedizione e passione. Oggi, come sedici anni fa, sento su di me il dovere di non deludere le attese e le speranze degli italiani, che qui in forzasilvio.it, nei gazebo e nelle numerose manifestazioni di queste ultime settimane mi hanno confermato il loro sostegno. Per loro e per tutti gli italiani lavorerò per completare queste grandi riforme, per consolidare e rafforzare la casa di tutti i moderati e per realizzare un nuovo assetto istituzionale. Questa è la risposta che daremo a chi, inutilmente, ha cercato di sconfiggerci con una congiura di palazzo.

Silvio Berlusconi

INTERVISTA ALL’ON. MOFFA: IL MIO VOTO E’ STATO SOFFERTO. ECCO PERCHE’

Pubblicato il 16 dicembre, 2010 in Politica | No Comments »

Silvano Moffa, deputato oramai ex futurista che, all’ultimo, ha deciso di votare contro la sfiducia a Silvio Berlusconi il 14 dicembre. Della sua decisione ne ha parlato in una intervista  televisiva concessa al direttore di Libero,  Maurizio Belpietro,  all’interno di Mattino Cinque. Ecco il testo dell’intervista.


Lei era considerato uno dei fedelissimi di Fini, il suo voto di sfiducia era dato per scontato, ma all’ultimo minuto ha cambiato idea. Perché?

Dopo dei giorni intensi di trattative per cercare di uscire da quella che era una conta numerica che non risolveva la questione politica, dopo il tentativo estremo di riportare Fli in un ambito di centrodestra, dentro a quel perimetro da cui non doveva uscire per creare un terzo polo assolutamente velleitario, il discorso di Bocchino alla Camera ha chiaramente dettato la linea, indipendentemente da quanto era stato deciso il giorno prima, ovvero creare un’area di responsabilità politica nel tentativo di portare avanti la legislatura. Quando ho capito che quella era la linea dettata da Fini, ho deciso di non votare la sfiducia.

Lei parla del tentativo di riportare Fli nel centrodestra: quindi non appartiene più a quello schieramento politico?

Fli, nel momento stesso in cui imprime un’accelerazione sulla creazione del terzo polo, esce almeno da quella visione bipolarista alla base di una scelta di fondo fatta dalla destra nel passato. Non credo che l’Italia abbia bisogno di un sistema diverso dal bipolarismo. Ha bisogno piuttosto di rafforzare il bipolarismo, creando condizioni di maggiore attrattività coalizzante, cioè fare in modo che le due parti della mela possano aggregare di più in modo che si vada verso un bipolarismo definito e che metta l’elettore in grado di scegliere in maniera netta.

In Futuro e Libertà ci sono diversi esponenti che vengono dal Movimento Sociale, come lei del resto. Finiranno democristiani?

Questo bisognerà chiederlo a loro. Per quel che mi riguarda, la scelta l’ho fatta già da tempo, quando mi sono trovato in un percorso di destra molto lineare e molto coerente. In Fli c’è un’area moderata che ho cercato di rappresentare fino alla fine con tutte le mie forze, nel convincimento che Fli nascesse da una frattura nel Pdl, avvenuta per non aver condiviso come il partito si stava organizzando e stava sviluppando la sua politica. Fli nasceva per cercare di fare quel Partito Popolare europeo, liberale, democratico, moderno e plurale, se vogliamo, ma non certo per creare i presupposti della distruzione del centrodestra.

Secondo lei arriveranno altri esponenti di Fli nel gruppo misto?

Io credo che oggi non solo in Fli, ma anche dentro al Parlamento in generale, c’è un’area di persone che avvertono una certa sensibilità istituzionale e che hanno presente che il Paese in questo momento ha bisogno di messaggi di responsabilità. Il Paese non può essere esposto a una crisi finanziaria che rischierebbe di alimentare quegli avvoltoi speculativi che si muovono in attesa che arrivino segnali di instabilità dall’Italia. Questo è il tema principale. Se mi sono mosso in questa direzione è perché ho anteposto sempre gli interessi generali. La mia posizione di presidente della Commissione Lavoro costituisce un punto di ascolto molto attento alle dinamiche sociali, ai problemi delle imprese, delle famiglie e dei cassintegrati, che attendono da parte del Governo e del Parlamento dei segnali di grande responsabilità, non una conflittualità esasperata e un tatticismo che non porta da nessuna parte.

Moffa, lei resterà nel Gruppo misto o tornerà nel Pdl?

Io penso di poter rappresentare in tutta umiltà, ma con grande decisione, un punto di riferimento proprio per quell’area che in qualche misura poco fa ho definito con lei.

Quindi non ci dice cosa farà…

No. Credo che in questo momento molti stiano riflettendo. Dentro al Parlamento e anche in Fli.

Potrebbe dunque nascere un nuovo schieramento con lei e altri?

Non lo escludo.

E cosa dovrebbe fare Gianfranco Fini, presidente della Camera ma a capo di un partito di opposizione, come ha detto lui. Dovrebbe dimettersi oppure no?

Io ho sempre pensato che il ruolo di presidente della Camera, oltre a essere di alto livello istituzionale, sia anche quello di regolare e garantire i lavori dell’Assemblea. E’ chiaro che oggi c’è una questione politica, ma questo è un problema che appartiene soltanto alla coscienza e all’intelligenza di Fini. E’ un discorso che deve affrontare lui, certamente non sta a me giudicare.

Libero, 16/12/2010

CI RISIAMO: I DELINQUENTI IN LIBERTA’ E I POLIZIOTTI SOTTO INCHIESTA

Pubblicato il 16 dicembre, 2010 in Cronaca, Politica | No Comments »

I  primi 23 delinquenti che martedì hanno messo a ferro e fuoco il centro di Roma provocando danni materiali per  circa  15 milioni di euro secondo una prima stima del Comune e messo a repentaglio la vita degli agenti e dei cittadini, compreso gli stupefatti turisti, sono tornati oggi in libertà durante la prima udienza del processo per direttissima che è stato rinviato al 23 dicembre. Uno solo è stato messo agli arresti domiciliari. Ovviamente il 23, essendo tutti o quasi tutti incensurati, se la caveranno con qualche romanzina e ancora una volta la delinquenza che si nasconde dietro la scusa del diritto all’esercizio alla protesta l’avrà fatta franca. Non ci piace. Non piace e lo ha detto al sindaco di Roma Alemanno che ha duramente contestato questa decisione delle competenti sezioni penali del Tribunale di Roma, non piace a chi si attende che la Legge punisca senza remore di sorta i delinquenti, veri e propri terroristi che hanno preordinato il saccheggio della città, l’aggressione alla gente e alle cose, la violenza contro i poliziotti. Contro i poliziotti poi,  come al solito, al di là delle retoriche manifestaizoni di solidarietà, si appuntano gli strali di quelli  che fanno finta di dolersi delle violenze di cui i poliziotti sono stati vittime, ieri come sempre, e poi li fanno oggetto di sospetti e accuse indecenti (leggere al riguardo l’intervista al ministro della Gioventù, Giorgia Meloni).  E anche in questa occasione, mentre i delinquenti già stasera potranno festeggiare la “magnanimità” dei magistrati italiani capaci di non avere pietà per chi ruba una gallina e trovare giustificazioni per chi distrugge una città, i poliziotti dovranno subire inchieste miranti a stabilire se dovendosi difendere hanno dato qualche manganellata in più ai delinquenti che li aggredivano. Una ragione di più perchè al più presto si metta mano alla riforma della giustizia che stabilisca una volta per tutte che chi rompe paga  senza che  nessun magistrato possa o debba  sottrarsi a questo principio. Altrimenti l’anarchia si impadronirà delle nostre città. g.