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FAZIO E SAVIANO: GLI INFALLIBILI SMEMORATI, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 24 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

Roberto Saviano Nove milioni e fischia incollati al video. Fazio e Saviano confermano i loro numeri (complimenti) ma questo non significa che la coppia possa anche dare i numeri e pretendere che tutti stiano sull’attenti di fronte allo show a senso unico. Per amore della libertà di critica e della verità pubblichiamo su Il Tempo una controinchiesta sul Saviano pensiero irradiato in tv. La penna è quella di Simone di Meo, un cronista napoletano con i controfiocchi, uno che Saviano conosce bene, visto che anche dal lavoro sul marciapiede del Di Meo – e di tanti altri bravi colleghi – il bestsellerista ha attinto a piene mani per scrivere Gomorra.
Il quadro che ne viene fuori è davanti ai vostri occhi, cari lettori. La versione di Saviano ha delle voragini che noi umilmente colmiamo ricordando come vanno le cose all’ombra del Vesuvio. Non è carino che l’autore della Mondadori (casa editrice di Silvio Berlusconi) abbia dei vuoti di memoria così ampi. Tralasciare il Bidone dei Progressisti campani non fa onore al servizio pubblico televisivo. Si possono fare puntate a tesi, sostenere idee bislacche, ma omettere che la “monnezza” è intestata in gran parte alla gestione del centrosinistra del “miracolo napoletano” e far apparire la faccenda come un ping pong tra industrie del Nord, camorra e qualche leghista non va bene. Dedicare un impercettibile passaggio a Antonio Bassolino e Rosa Russo Iervolino e poi lanciarsi in un elenco di frasi di Berlusconi per farlo apparire come l’abominevole uomo della spazzatura perenne è un’impresa da Faziosi.
Fazio e Saviano hanno illimitata libertà – e sono pronto a difenderla – ma devono ricordare che hanno anche dei piccoli doveri, come quello di essere completi nell’esposizione dei fatti (pur restando della propria legittima opinione) e dare la possibilità di replica a chi si sente messo nel cono d’ombra delle allusioni e delle complicità.
Il successo di pubblico di «Vieni via con me» non è il lasciapassare per qualsiasi invettiva o scenario complottista. Credersi migliori, aver fondato il partito dei Giusti a Prescindere non dà né a Saviano né tantomeno a Fazio la chiave per aprire le porte della Verità Divina. Non sono infallibili, hanno passioni, emozioni e soprattutto sono colmi di pregiudizi politici con i quali fanno il loro programma. Quando vanno in onda, i loro sguardi e sorrisetti trasudano la sicumera di chi si sente infallibile e baciato da una missione soprannaturale. E invece no. Possono sbagliare. Sono terreni. Sono uomini. E noi – Totò docet – non siamo caporali. Mario Sechi, Il Tempo, 24 novembre 2010


BERLUSCONI: AVANTI NONOSTANTE LE POLEMICHE, ORA IL PIANO PER IL SUD

Pubblicato il 23 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

Il premier ha esortato a mettere fine ai personalismi nel Pdl, chiedendo “responsabilità e sobrietà“
20101123_164348_4BE2C7D0.jpg Silvio Berlusconi

“Il governo, incurante degli attacchi e delle polemiche, continua a lavorare con ottimi risultati sia in politica interna che in politica estera”. Lo afferma il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi annunciando, con una una nota diffusa dal Pdl che “il governo ha messo a punto il piano per il Mezzogiorno che sarà approvato nel prossimo consiglio dei Ministri, dopo aver varato nelle scorse settimane la legge sulla stabilità finanziaria, già approvata dalla Camera, il federalismo fiscale e il piano per la sicurezza.

Il premier, inoltre, assicura che “quanto prima” affronterà i problemi all’interno del Pdl, tenendo conto delle “varie opinioni”. Ma nel frattempo chiede “responsabilità e sobrietà” ai protagonisti delle polemiche degli ultimi giorni legate al caso delle dimissioni annunciate dal ministro Mara Carfagna. Basta con i “personalismi”.

“Per quanto riguarda le questioni all`interno del Popolo della libertà, conto di affrontarle quanto prima, con la consueta disponibilità a prendere in considerazione le varie opinioni. Nel frattempo – conclude la nota – invito tutti al senso di responsabilità, alla sobrietà, al rispetto dei nostri militanti e dei nostri elettori che non approvano certo personalismi ed esibizionismi”.

CARFAGNA, MUSSOLINI E BOCCHINO: BENVENUTI AL’ASILO MONTECITORIO

Pubblicato il 23 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

Proviamo a riepilogare i fatti politicamente salienti dell’ultima settimana. Un ministro, Mara Carfagna, annuncia che si dimetterà dall’incarico, dal partito e dal Parlamento e forse anche da se stessa per divergenze sulla conduzione del Pdl in Campania. Non si capisce il nesso tra causa ed effetto, trattandosi di ambiti territoriali e istituzionali diversi e distinti, ma sta di fatto che è così. Di più, la Carfagna ha aggiunto, come postilla, che la sua collega deputata Alessandra Mussolini è una vajassa (donnaccia). Motivo? La discendente del Duce ha osato fotografarla col telefonino mentre in Parlamento si intratteneva in atteggiamenti molto amichevoli con il capo dei nemici finiani, Italo Bocchino. Bene, è notizia di ieri che la Mussolini non voterà la fiducia al governo Berlusconi se la Carfagna non le chiederà pubblicamente scusa per quell’insulto, anche se prestigiosi linguisti stanno disquisendo sull’esatto significato della parola, che in alcune traduzioni potrebbe anche non avere un senso necessariamente o certamente offensivo. In attesa del verdetto, il Bocchino terzo incomodo che fa? Rilancia alla grande, annunciando, altra novità, che Berlusconi non potrà usare in una eventuale campagna elettorale il simbolo Pdl perché nome e logo apparterrebbero, secondo una ricostruzione di parte, anche al cofondatore Gianfranco Fini, che nel frattempo di partito se ne è fatto un altro, il Fli, senza però evidentemente mollare del tutto il primo.
Più che una Camera a noi pare un asilo, l’asilo Montecitorio. I protagonisti di queste vicende mi ricordano quei compagni di gioco che, da bambini, durante la partitella di calcetto all’oratorio se il prete arbitro non fischiava il rigore a loro favore se ne andavano via con il pallone: o vincevano loro o la partita era finita. La Carfagna si porta via i suoi voti, la Mussolini la fiducia, Bocchino il simbolo di Berlusconi. Basta, non si gioca più.
E allora sotto a chi tocca. Se il metodo prende piede ne vedremo delle belle. Una foto, qualche insulto, un ricattino e il gioco è fatto per avere l’attenzione del papà e portare a casa qualche cosa per sé. Proprio come i bambini quando fanno i capricci. Occhio che magari il giochino lo impara anche l’elettore: o la smettete e tornate a fare qualche cosa per me oppure io mi rivolgo altrove. E allora non solo il Pdl ma tutto il Paese finirebbe a vajasse, nel senso peggiore del termine.
IL GIORNALE 23 NOVEMBRE 2010
.……..Come dare torto a Sallusti? Lasciamo perdere Bocchino che è solo un problema da psicanalisi, ma il caso della Carfagna e della Mussolini è davvero da asilo infantile. Abbiamo manifestato la nostra stima per la Carfagna, ma lei non esageri. Se ciascuno, specie ai livelli più alti di responsabilità,  in qualsivoglia partito,  si mette a far le bizze, è finita. I contrasti all’interno di qualsivoglia organizzazione sono naturali e fisiologici ma non possono essere risolti con qualcosa che somigli ai ricatti, perchè un ricatto tira l’altro. Lo ribadiamo, parlucchiare con Bocchino non è un delitto, anzi può essere un modo per rinfrascarsi lo spirito visto che Bocchino, se preso a piccole dosi, rappresenta una specie di antidoto ai veleni della politica, e perciò non è il caso che la Mussolini si metta a “spicchiettare” più di tanto il chiacchiericccio tra la Mara e l’Italo, ma anche la Carfagna, se è vero – e noi ne siamo convinti -  che è maturata dai tempi in cui sgambettava sui palcoscenici dei varietà televisivi, si trattenga e nei confronti di chi la critica faccia uso dell’ironia. Per il resto, si accomodino pure. Anche se, e qui non sianmo d’accordo con Sallusti, se gli italiani stanchi di queste baruffe da dietrolequinte, decidono di rivolgersi da qualche altra parte, non sono le due attuali contendenti che ci rimettono, ma tutti quelli che senza essere deputati e  ministri, o giù di lì, sono in trincea nella diuturna contesa per difendere valori e principi che la polemica tra le due prime donne mettono in discussione. g.

LE ECO BALLE DEI FAZIOSI, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 23 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

Fabio Fazio e Roberto Saviano in Vieni via con me Il Grande Circo antiberlusconiano s’accende ogni giorno della settimana in prima serata sui canali della televisione pubblica. Ogni lunedì abbiamo il piacere di vederlo all’opera nella sua espressione più sfolgorante. Il copione è consolidato, sedici anni di propaganda perdente hanno oliato a dovere la macchinina del soviet culturale. Appena compaiono sulla scena la camicina bianca e la cravattina smilza di Fabio Fazio capisci che i Giusti a Prescindere si daranno un gran daffare anche stasera. Sono talmente chic, rarefatti e plaudenti che il dubbio non può sfiorarli. Non camminano, ma levitano. Non parlano, si raccontano. Non guardano, si specchiano. «Vieni via con me» è la proiezione all’ennesima potenza di un progressismo che si crede talmente avanti da non vedere più neppure la strada che percorre. Sempre dritto. Contro il Cavaliere nero e per un mondo migliore. Uno spot della Nutella condito di verbalate. Ma rispetto a Santoro e Travaglio qui siamo più avanti. Perché l’entertainment prescinde da fatti e misfatti. Prendete Saviano, fa una tiritera barbosa sulla «monnezza» napoletana, ci racconta cose che i cronisti partenopei – quelli che stanno sul marciapiede – descrivono tutti i giorni, ma sorvola su un fatto incidentale: la gestione dei rifiuti a Napoli è tutta intestata al centrosinistra, ai Progressisti del Bidone. Il Saviano nazionale invece ieri ha deciso di spiegare al popolo la storiella del per come e perché i rifiuti sono un business. Sai che novità. Il ventennio Bassoliniano invece è con il silenziatore. Rosa Russo Iervolino idem. Il bestsellerista non li degna di attenzione, poverini. E così la puntata va a colpi di ecoballe, assolve la sua missione fondamentale, non perde quello che Saviano definisce «l’elemento centrale della narrazione», cioè il progetto politico che sta dietro questo programma: dipingere un’Italia buona (vi lascio immaginare quale) e un’Italia cattiva (scatenate la fantasia).
Ma prima di Saviano c’è il pifferaio del programma, il bravo presentatore, Fazio. Il distillato di un mondo che si autoincensa. Siamo noi. Siamo qui. Siamo eroici. Siamo intelligenti. Oh, che bello applaudire noi stessi in questo studio. Roteare gli occhi e bearsi del successo. Una sbornia autocelebrativa. Il rumore di fondo che lo accompagna è quello del cingolato della propaganda. Quando con sguardo da profeta auspica una «televisione che si occupi di politica senza che la politica si occupi di televisione», quando esprime il desiderio che «i finanziamenti pubblici vadano alla scuola pubblica», quando brandisce l’ironia sperando «che gli importatori di ananas non chiedano il diritto di replica», quando gioca con gli slogan sognando un’Italia dove non si dice «scendere in campo ma servire il Paese», quando dà il fiato alla trombe della protesta mettendo in pista il commissario Montalbano contro «i tagli allo spettacolo», lo show di Fazio esprime la sua cifra, la sua reale dimensione. Dietro l’arte, la letteratura, la musica, i guitti di vario titolo e gli scrittori engagè, c’è un programma politico che sostituisce quello dei partiti, un’offensiva politico-culturale che annienta ogni possibilità di replica perché il Totem-Saviano non si può criticare e se lo fai come minimo vieni accusato di concorso esterno con la camorra. I comunisti avevano la religione di Stato, i faziosi hanno quella del Giusto. Un breviario di frasi, sentenze e verità intoccabili e indiscutibili.
La carrellata di personaggi di «Vieni via con me» è la sfilata della retorica pavloviana che ha riscritto la storia d’Italia a sua immagine e somiglianza. Non è una cronaca fedele della realtà, una ricostruzione che tende ad essere oggettiva, ma una narrazione allusiva, una proiezione di desideri, una simbologia che di fronte alle telecamere si trasforma in fiction e paradigma politico. È un copione che è costruito per non avere contraddittorio. La dimostrazione plastica l’abbiamo avuta quando sul palcoscenico è arrivato il ministro dell’Interno, Roberto Maroni. Il suo intervento è apparso immediatamente un altro film, una sceneggiatura eccentrica rispetto a quella interpretata da Fazio, Saviano e compagni di ventura. Maroni elenca gli arresti, le leggi, i sequestri, i numeri. È emozionato. È un uomo di governo che si ritrova a dover spiegare che lui, il suo partito, un’intera classe dirigente, non sono collusi con la criminalità organizzata. Lo fa con dignità e semplicità, concedendosi solo il finale retorico della citazione di Gaetano Salvemini sul Meridione, il federalismo. Fine. Stretta di mano e via. Poi il programma torna a navigare nelle acque dei santini pronti per l’uso e il disuso, incollati sull’album di figurine di una famiglia che ripete sempre gli stessi errori e qualche volta li ha anche trasformati in orrori della nostra storia. E allora ecco comparire l’icona del povero Cucchi, il ragazzo morto in carcere. E l’Ivano Fossati che canta anch’egli se stesso ma almeno ha il pregio di essere un poeta vero. E Fazio che chiama, naturalmente, «un grande italiano», Renzo Piano, il quale è un geniale architetto, ma anche lui finisce nel giochino dei maestri a prescindere e ci dice che è contro il nucleare e fa un discorso sull’italianità che figurati se non lo condividiamo. Il sapere non è spiegato, ma piegato.
Guardare «Vieni via con me» significa entrare in un plot narrativo a tema che non ammette scarti, sorprese e colpi di testa. Il programma è privo di ritmo – il che è davvero un paradosso per un puzzle di elenchi che nel ritmo trova la sua ragione – ma viene riscattato dall’elenco snocciolato da colui che è apparso come il vero genio della serata, Corrado Guzzanti. Ci ha fatto ridere. Almeno era satira, graffiante, cattiva, roboante, e non pretendeva di essere una cosa diversa da quella che è stata. Quando ha detto «Fini era fascista, poi postfascista e ora con il futurismo è tornato prefascista» ci ha deliziato. Il resto è un pallosissimo manifesto zdanovista, al confronto il Porta a Porta di Bruno Vespa è un thriller mozzafiato. Il baraccone messo in piedi da Fazio e Saviano ha successo. La scorsa settimana erano nove milioni incollati al video e non dubito del bagno di folla perpetuo. Non mi stupisce. La noia elevata a programma politico si basa su un meccanismo di autoidentificazione che mette in campo certezze. Niente dubbi, siamo l’Italia migliore, diversa, progredita, che ascolta musica, legge libri, va a teatro, fa i week-end giusti, ha le massime indiscutibili che servono per fare salotto, mangia con le posate, conosce i vini, cita i giornali stranieri, ha la terrazza ma non la esibisce e le tartine, signora mia, le tartine sono macrobiotiche. La puntata scorre via come l’acqua, il giorno dopo se ne parla in ufficio, al bar, di fronte al poveraccio che vota centrodestra, si finisce per darsi di gomito e compatirlo perché è un lobotomizzato che raggiunge il suo apice culturale guardando il Milan su Sky. Poi, improvvisamente, la televisione si spegne, è domenica, gli italiani si levano dal letto, vanno a messa, entrano nel seggio, votano. E qualcuno perde le elezioni. Mario Sechi, Il Tempo, 23 novembre 2010

CASINI FA IL PACCO A FINI

Pubblicato il 22 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

Da sinsitra Pierferdinando Casini con Silvio Berlusconi Una settimana fa si scambiavano sorrisi al convegno organizzato dai Liberaldemocratici nel Palazzo della Confcooperative. Seduti allo stesso tavolo Gianfranco Fini e Pier Ferdinando, sotto lo sguardo vigile di Francesco Rutelli, parlavano di Terzo Polo, patti per la Nazione e varie amenità.
Ora, dopo essersi alzato da quello, il leader dell’Udc vorrebbe sedersi ad un altro tavolo. E non è affatto detto che Gianfranco sia della partita. Anzi. Sabato era stata Emma Marcegaglia a chiedere ai centristi di valutare l’ipotesi di un ingresso al governo. A distanza di 24 ore Casini risponde. Lo fa a modo suo. Senza esporsi eccessivamente. Ma è indubbio che le sue parole suonano come una mano tesa al Cavaliere. «Se vogliono cambiare – spiega parlando all’assemblea nazionale dell’Udc – ci siederemo al tavolo ma ci aspettiamo fatti». Quindi fissa le sue condizioni: «L’importante è che si cambi davvero. Non ci piace la Lega e non ci fidiamo delle promesse di Berlusconi. Non abbiamo fretta di andare a governare: se siamo stati all’opposizione per due anni è perché non condividiamo la politica degli spot». Ma, aggiunge, «non possiamo consentirci di stare in riva al fiume perché il cadavere che vedremo passare non è quello di Berlusconi ma quello del Paese». Per questo, secondo Casini, la soluzione è «un governo di armistizio, di responsabilità e di solidarietà nazionale. Per tre-quattro anni bisognerebbe non pensare a chi vince le elezioni ma governare facendo anche scelte impopolari».
Difficile capire bene in cosa consista questo «governo di armistizio» e chi ne faccia parte. Rocco Buttiglione spiega che il Cavaliere dovrebbe dimettersi per poi guidare un esecutivo bis cambiando agenda e alleati. Di certo, dopo la «retromarcia» di Fini che negli ultimi giorni ha chiesto al premier di «onorare» gli impegni presi, quella del leader Udc potrebbe sembrare una mossa fatta in accordo (dopotutto era stato proprio il numero uno di Fli ad invocare una maggioranza allargata ai centristi). L’impressione, però, è che non sia così. Casini sa che con la rottura tra il Cavaliere e il presidente della Camera nel centrodestra (che resta pur sempre la sua area culturale di riferimento) si sono aperti degli spazi enormi. Sia in termini di posti da occupare che in termini di prospettive politiche future. Entrare ora nell’esecutivo contribuendo a farlo arrivare alla fine della legislatura, significherebbe giocare un ruolo di assoluto primo piano nel dopo-Silvio. Ed è chiaro che in questa partita Pier e Gianfranco, più che alleati, sono avversari, competitori. E se l’Udc dovesse accettare di entrare in maggioranza il Cavaliere avrebbe l’occasione di “scaricare” definitivamente i finiani condannandoli alla marginalità politica. Succederà? Forse è difficile, ma di certo le parole di Casini hanno immediatamente scatenato le reazioni di maggioranza e opposizione.
I finiani provano a salire sul treno con Adolfo Urso che definisce «seria» la proposta lanciata da Pier. Il Pdl si mostra più tiepido. E se Osvaldo Napoli vede nella proposta «l’unica via per mettere carburante alla legislatura altrimenti destinata al naufragio causato da Fini», il coordinatore Sandro Bondi mette a sua volta i paletti perché l’incontro si realizzi: Casini «si dimostri capace di formulare un giudizio più equilibrato e più adeguato sul governo Berlusconi» e allora «potrebbe forse profilarsi un ruolo di responsabilità politica e istituzionale da parte dell’Udc». Che tradotto sembra voler dire: non chiedete le dimissioni del premier.
Assolutamente contraria la Lega con il ministro dell’Interno Roberto Maroni che non usa metafore: «Questo governo di armistizio non so cosa sia, stimo Casini ma resto favorevole ai sani principi della democrazia. Chi vince governa, chi perde sta all’opposizione». Sullo sfondo il resto dell’opposizione, con Pd e Idv che leggono nella strategia del leader Udc un «tradimento» delle aspettative. Forse, anche se non lo dice apertamente, è la stessa cosa che pensa Fini.

……Povero Fini. Ieri doppia delusione dell’immarcescibile (come si diceva ai tempi del deprecato ventennio) signor sotutto della politica italiana. Da una parte la deludente raccolta di firme in calce al “suo” Manifesto che lascia del tutto indifferenti gli italiani che al “suo” preferiscono il manifesto della lite Carfagna-Mussolini, dall’altra la imprevista “uscita” ieri mattina a Milano di Casini che durante la manifestazione nazionale postdemocristiana ha riaperto a Berlusconi e ad una eventuale partecipazione dell’UDC nel govenro presieduto dallo stesso premier. Senza fare previsioni sull’esito di questa avance casiniana che vede contrapposti come sempre falchi e colombe, chi la vede bene e chi la vede male, resta un fatto. Casini prima di quanto si potesse immanginare ha fatto il pacco a Fini. g.

IL FOTOROMANZO ITALIANO, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 22 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

Carlo e Enrico Vanzina Un signore dal nome lungo e altisonante, Luca Cordero di Montezemolo, dopo aver negato di voler entrare in politica ieri ha parlato della situazione italiana come un politico: «È un cinepanettone che sta arrivando alla fine anche se abbiamo sempre gli stessi attori, anche se cambiano i nomi dei partiti. Dobbiamo stimolare la società ad occuparsi dei problemi dell’Italia, aiutare i giovani a venire fuori». Ah, quale rivelazione. Eravamo in trepidante attesa di questa analisi. Luca ci ha fatto la grazia di svelarci cosa accade. Bene. E dopo? Niente. L’establishment di questo Paese da sempre chiacchiera molto sul Palazzo ma al dunque, cioè quando c’è da mettersi in prima fila e darsi da fare, si dilegua. La metafora di Montezemolo sul «cinepanettone» ci dà lo spunto per riprendere un tema caro a noi de Il Tempo. La narrazione del tipo antropologicamente superiore, quello che ha ragione a prescindere, colui che dell’Italietta «brun brun» se ne infischia perché è un predestinato. Non si sa bene a che cosa, ma certamente lo è.
Ripartiamo dunque dal «cinepanettone», metafora colta usata da Luca Cordero di Montezemolo per descrivere ciò che accade nel Palazzo. Prima considerazione: il genere cinematografico evocato da Ldcm è il campione d’incassi indiscusso in Italia. Questo per chi fa politica – o aspira a farla – non dovrebbe essere un dettaglio. Se nello spettacolo vince chi sbanca il botteghino, tra i partitanti se la gode chi ha più voti. Evocare il cinema considerato dalla critica colta di «serie b» rivela il vizietto della classe dirigente di credersi sempre più intelligente di chi vota e decide chi si afferma. Nel biz-show come in politica. Elevarsi non significa guardare tutti dall’alto in basso, ma cercare di essere «aristocratici» e nello stesso tempo pop. Non è facile e infatti un grande scrittore come Elias Canetti, premio Nobel per la letteratura con il capolavoro «Massa e potere» (lettura indispensbile per affrontare la contemporaneità) cercava di capire il mondo trascorrendo le sue serate nelle stamberghe di Vienna. Non mi pare sia il programma dei radical chic di casa nostra. E per questo perderanno ancora. Quel che si muove nel Palazzo – proiezione del Paese – è in realtà intrigante. Stiamo assistendo alle prove tecniche di post-berlusconismo. Il problema è che chi fa i provini ha dimenticato che Berlusconi è ancora in campo e stando ai sondaggi ha molte frecce al suo arco.
Il Cavaliere non è insostituibile, solo che non è ancora giunto il momento della passeggiata ai giardinetti. Tutto qui. La giornata di ieri lascia sul taccuino un fatto vero: Pier Ferdinando Casini ha spiegato che si può apparecchiare un tavolo per parlare con Berlusconi e un ingresso dell’Udc nel governo non è più un tabù. Ha posto delle condizioni, ne discuteranno. Ciò che davvero conta è che Casini ha lanciato non tanto la sfida al Cavaliere, ma ha aperto il vero duello del futuro: quello tra lui e Fini. Con questa mossa Pier si è messo in testa al gruppone che segue la scia del Cavaliere. Ha fatto bene e provo a spiegare perché. Casini nel 2008 ha deciso di correre da solo alle elezioni politiche e invece di fare come Fini – bollare come le «comiche finali» la nascista del Pdl salvo poi cofondarlo – ha scelto di mantenere in vita il suo partito. Da solo non ha mai fatto sfracelli, ma la sua truppa di deputati e senatori gli ha consentito di porsi nella condizione di interlocutore.
Fini, al contrario, non solo è entrato nel Pdl, ma ne è uscito nel peggiore dei modi: prima dando vita a una minoranza dissidente su tutto, poi provocando una scissione studiata a tavolino. Fini aveva premedidato la mossa, ma non ha tenuto in conto la categoria del «tradimento» – esiste, anche in politica – e il fenomeno del berlusconismo che è pre-esistente a Berlusconi. Casini invece queste cose le ha sempre sapute e sulla base di questi due elementi ha fatto le sue scelte. Qualcuno potrebbe obiettare: anche lui ha lasciato il Cav e si è opposto al governo. Sicuro, ma il suo elettorato rimane sempre ancorato al filone culturale cattolico che ha dato vita al centrodestra italiano. Casini non ha mai sbandato a sinistra, ma come ogni post-democristiano che si rispetti ha trattato con la sinistra. Cosa ben diversa dall’abbracciare ideali lontani dalla propria biografia e storia collettiva, come ha fatto Gianfranco. Casini sta preparando il pacco a Fini. Vedremo presto se il leader di Fli resta a terra con Casini che gli fa marameo. In realtà non siamo di fronte a un «cinepanettone» di conio montezemoliano, ma a un appassionante «fotoromanzo italiano».

Le immagini sono un po’ ingiallite per tutti, i testi restano quelli elementari ed ingenui di Grand Hotel, ma questo tipo di narrazione è più vicino al sentimento popolare di quanto immaginino i parrucconi in terrazza. Scendano in strada e proveranno con mano quanto scrivo. Prendete la lite a borsettate tra Mara Carfagna e Alessandra Mussolini. É l’apoteosi del pop, è una dimensione terrena nella quale l’insulto e la critica sono riconoscibili per tutti. Sono uno scatto memorabile del fotoromanzo collettivo e chi lo guarda con disprezzo senza volerne comprendere il senso e il controsenso non ha capito niente di questo Paese e non si rende conto che in quelle pagine ci siamo tutti noi, gli italiani. Mario Sechi, Il Tempo,22/11/2010

LA “SIGNORA” CARFAGNA: IL GELO DI BERLUSCONI SULLA MINISTRA IN FUGA

Pubblicato il 21 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

Roma Per la redenzione da tutti i peccati ci è voluto un attimo, un accenno di rivolta al Cavaliere oscuro ed ora, per quelli che la additavano come una velina miracolata dell’ignobile Mignottocrazia berlusconiana, la Carfagna è diventata semplicemente «Mara», un’eroina della porta accanto, santa subito. Per Berlusconi, invece, a cui lei deve tutto e forse anche di più, Mara si è tramutata nella «signora Carfagna», gelido appellativo che il premier riserva agli avversari, tutti ipso facto senza laurea (il signor D’Alema, il signor Prodi, il signor Di Pietro…). «Non mi ha fatto tribolare, è una cosa a cui non annetto particolare difficoltà» ha detto il Cav ai cronisti inviati a Lisbona per il vertice Nato, aggiungendo però quella parolina, perché «ciò che mi fa stropicciare gli occhi è che in una giornata in cui la Finanziaria è stata approvata alla Camera con 62 voti di maggioranza e c’è uno storico vertice della Nato, i giornali hanno titolato sulla signora Carfagna».
Quell’espressione uscita di bocca a Berlusconi racconta più di ogni retroscena quel che sta succedendo, anzi che già è successo, dietro le quinte. In effetti la «signora Carfagna» ha già dato il benservito a chi l’ha trasformata da soubrette in onorevole e ministro, buttandosi nelle braccia (metaforicamente, s’intende) di Bocchino, il motore campano di generazione Fini. Si dimetterà il 15 dicembre, dopo aver votato la fiducia al governo, con tattica già brevettata dai finiani, quella della doppia scarpa. «Mi dimetterò da ministro visto che il mio contributo pare sia ininfluente», dice, e il riferimento è alla gestione del partito in Campania («È una guerra tra bande»). Si dimetterà anche, dice sempre nell’intervista esclusiva al Mattino (scelto non a caso tra tutti quelli che le hanno chiesto un’intervista ieri), dal Pdl e dalla Camera, «perché a differenza di altri sono disinteressata e non voglio dare adito a strumentalizzazioni». Un elegante défilé da tutte le posizioni di potere che prelude però, più prosaicamente, alla guerra per una poltrona ben precisa, quella di sindaco di Napoli, sostenuta da Fli e altri. È una delle ipotesi più accreditate sulle prossime mosse della «signora Carfagna», anche perché le amministrative a Napoli (come in altri mille Comuni) sono dietro l’angolo, a primavera. Ed è lì in Campania che i finiani hanno una base su cui contare, quella della Generazione Italia di Italo Bocchino, regista della convention finiana di Bastia Umbra grazie agli iscritti dell’associazione da lui escogitata e traghettatore di anime in pena ex berlusconiane (con una predilezione per quelle femminili, vedi Moroni) nel Fli. In Campania, a Napoli, con la Carfagna, i finiani possono puntare a risultati più concreti rispetto al nazionale, dove hanno numeri molto più modesti. Ci si ricorda che la ministra alle ultime Regionali è stata la candidata più votata (56mila preferenze) d’Italia, ovviamente in Campania e proprio grazie al supporto della rete finiana (allora nel Pdl).
Un risultato miracoloso la Carfagna l’ha comunque già ottenuto: una riabilitazione immediata e struggente da parte della stampa prima nemica. L’ex velina berlusconiana, quella da dileggiare tramite pubblicazione di foto discinte, calendari sexy e scosciamenti in programmini tv, si è tramutata in 48 ore in una statista da trattare con riguardo, una specie di Evita Peron, una nostrana Angela Merkel del futuro (e libertà?), solo molto più carina. Il riferimento a Magalli e Mengacci, espediente canagliesco per sbeffeggiare la sua «formazione» politica, è sparito come per incantesimo. Ora i giornali corretti studiano i suoi stati d’animo di leader, la intravedono «amareggiata» per quel che deve subire, povera santa donna. L’Unità, che si era esercitato con notevole perfidia sulle soubrette del Pdl, ora si pente e racconta in prima pagina «Lo schiaffo di Mara» la pura, riprodotta nelle foto sempre e solo in tailleur, giammai in bikini o decoltè come prima, perché sarebbe da spregevoli machisti. Siamo invece nel genere comico col Secolo d’Italia, i tipini fini come li chiama Dagospia, quelli che sdottoreggiavano coi loro professori a libro paga di Fini sui mali del velinismo, ora si corrucciano sulla «Carfagna al centro di una serie di attacchi feroci». È vero quel che profetizzano i finiani, cioè che la velinocrazia ha le ore contate. Basta cambiare partito e non c’è più.
………….Noi, nonostante tutto, confermiamo per un verso la nostra stima verso il Ministro che ha saputo ricoprire con dignità il ruolo di Ministro e dare sostanza ad un ministero che sembra non averne con quel titolo che sembra più una invocazione che una certezza, e per altro verso nutriamo fiducia che di qui al 14 dicembre il ministro sappia ritrovare le ragioni di una scelta e trovare le ragioni per confermarla. Detto questo ci pare che è evidente non tanto il fastidio ma il dispiacere che ha potuto provare il presidente Berlusconi per essere stato tirato per la giacca in una vicenda che pur partendo dalla politica è sfociato  nel gossip, unico prodotto che in Italia abbonda, peraltro nel mentre sono in gioco le sorti del governo in Italia e il buon nome dell’Italia all’estero. Ma la politica, prima, seconda, terza repubblica, è questa, purtroppo e non saranno le belle parole di qualche ispirato professorino che solfeggia  via web,  ascoltato in teoria da una platea milionaria, in realtà da pochi affezionati che vi si collegano, a modificarla. Ma proprio perchè le questioni sono politiche,  intanto bisognava evitare che sfociassero nel gossip e poi che esse, mantenute rigidamente nei canali propri della politica, trovassero confronto sereno  ancorchè duro nelle sedi della politica. Nessuno si senta esentato dal dovere di tener conto del distacco degli elettori dalla politica, primo nemico per tutti, ancor più per chi governa e intende continuare a farlo, distacco che non è solo dovuto ai problemi del quotidiano ma anche e spesso e di più dalla constatazione che c’è chi, mentre la gente non può tirare avanti,  perde tempo a fotografare chi chiacchiera con chi, il che fino a prova conteraria non è nè reato, nè ragione di sospetto inciucio. Noi proviamo fermo disgusto poliitico nei confronti dell’on. Bocchino, lo consideramo un killer della destra ma anche un improbabile potenziale talebano pronto a farsi saltare in aria per la causa e quindi immeritevole di considerazione e di stima, ma tanto non può impedire ad altri, in nome di un valore che non ha colori, cioè l’amicizia, di parlarci. Ciò appartiene alla personale valutazione di ciascuno e non può essere sottomesso ai diktat di chicchessia. D’altra parte, la contrapposizione politica all’interno del partito in cui si milita  e che, come nel caso del ministro Carfagna, non solo le ha cambiato la vita ma le ha dato grandi soddisfazioni, non può sfociare in similitudini  (guerra fra bande) che sono ingiuste  perchè false e nuocciono anche a chi le pronuncia, prima ancora che ai destinatari,  con i quali comunque si è condiviso un progetto e  un percorso  politico.   Perciò, dalla Mussolini alla Carfagna, tutti  si restituiscano al ruolo di rappresentanti del popolo e tornino a rispettare il mandato che hanno ricevuto. g.

E MARONI ANDRA’ DA FAZIO, intanto tutti zitti…parla Agnese, pardon, Fini

Pubblicato il 20 novembre, 2010 in Giustizia, Politica | No Comments »

Il ministro Maroni, reduce dell’ennesimo grande successo anche personale nella lotta alla criminalità organizzata, quella vera, con la cattura del super latitante napoletano Antonio Iovine, andrà lunedì sera alla terza puntata  del programma di Fazio e Saviano. Dopo il tentativo vergognoso della struttura di Rai 3, servizio pubblico, pagato con i soldi pubblici, nonchè con i soldi dei cittadini che pagano il canone,  di impedire ad un  Ministro della Repubblica, per di più, Ministro dell’Interno, cioè il responsabile della sicurezza nazionale, di dire la sua in materia di criminalità, alla fine la Rai, dpo aver zittito il super comunista reponsabile della strutura, ha dovuto cedere il passo al diritto e al dovere di Maroni di andare in trasmissione.

Sull’assoluto  diritto di Maroni di andarci si erano espressi un pò tutti, dai componenti del consiglio di aamministrazione della Rai, con in testa il presidente di sinistra Garimberti, alla Commisisone parlamentare di vigilanza sulla Rai, con in testa il presidente Sergio Zavoli, parlamentare del PD, vecchia e nobile bandiera del giornalismo targato sinistra, esponenti politici di quasi tutti i partiti e sopratutto i giornalisti, di ogni tendenza.  Nel frattempo il ministro Maroni è stato ospite di altre trasmissioni, da Matrix a L’ultima parola,  ma con estremo senso della misura si è rifiutato di parlare della vicenda e anche di polemizzare  nello specifico con Saviano autore di un accostamento del tutto infondato tra la Lega e la criminalità organizzata presente nelle regioni del nord Italia e di un altro, squallido, tra Maroni, che si era detto indignato di questo accostamento, e un altro noto mavavitoso, da tempo assicurato alla giustizia, il cui nomignolo è Sandokan. Lunedì, quindi, Maroni, andrà in TV, su Rai 3, dove potrà dire la sua sulla questione, non certo per disconoscere una realtà che nessuno mette in discusisone, cioè l’infiltrazione anche al nord della criminalità organizzata,  ma per illustrare quanto ha fatto e fa e farà il governo di cui egli è un eccellente ministro dell’Interno per arginare il dilagare della criminalità, ovunque,  quindi anche al Nord, ma anche per spiegare, ci auguriamo, quanto è noto a tutti, meno, evidentemente all’incauto e spocchioso Saviano, e cioè che la criminalità, si chiami, mafia, camorra, ndrngheta, tenta sempre di interloquire con il potere, sia politico che economico, e ciò accade dai tempi di Adamo ed Eva, sotto qualsiasi bandiera e sotto qualsiasi cielo. Il punto è vedere chi, all’interno del potere, sia politico che economico, soggiace alle tentazioni e si presti ad interloquire, e chi invece ne rimane immune. Accusare la Lega, non qualche singolo esponente peraltro neanche, nella fattispecie,  inquisito,  di interloquire solo perchè nel Nord raccoglie molti consensi, piaccia o no, e governi molte amministrazioni pubbliche,  è fuorviante e calunnioso. Spiegherà tutto ciò Maroni, e speriamo che ad ascoltarlo si fermi anche il presidente della Camera, Fini, al quale, come è noto piace ascoltarsi, un pò meno, ascoltare.

Fini invece farebbe bene ad aprire le orecchie, anche per evitare di dire sproloqui come è abituato a fare, senza interlocutori e contradditori, perchè quando parla lui pare di essere nel bel mezzo della pubblicità della pasta Agnese: silenzio, parla Agnese. Anche sulla vicenda  Maroni-Saviano, Fini ha voluto dire la sua, ovviamente con i soliti toni pontificali che gli sono consueti. Sbagliando argomento e bersaglio. Ha detto Fini, parlando a Novara, che non si può negare che anche al Nord ci sia la criminalità. Ed era evidente il riferimento ad una presunta dichiarazione contraria di Maroni e della Lega, quest’ultima bersaglio prediletto di Fini, che ha spostato la polemica  dalle accuse  di Saviano alla Lega di “interloquire con la criminalità” alla negazione della presenza del fenomeno mafioso anche al nord. E chi mai ha negato questa purtroppo amara verità‘? Nessuno. Del resto, come è stato ricordato da autorevoli commentatori, è dagli anni ‘50 che questa presenza è registrata. E non potrebbe essere diversamente. E’ verso le aree più prosperose e più economicamente ricche di qualsiasi paese al mondo che i criminali rivolgono le loro attenzioni e allungano i loro tentacoli, è lì che si accampano per trasformare i loro guadagni illeciti in attività lecite, mentre  di solito nelle regioni più povere e più economicamente arretrate viene reclutata  la manovalanza di cui si serve la criminalità organizzata per i suoi bisogni. Questa realtà è ben chiara alle forze dell’ordine, alla Magistratura, alla classe dirigente, al Ministro,  che hanno organizzato la loro attività di fronteggiamento e contrapposizione senza ignorarla, anzi facendone tesoro. Sparare nel mucchio, insinuare il dubbio che ci siano forze politiche che, al di là di mele marce che possono nascondersi  ovunque, quindi in tutti partiti,  siano organicamente contigue alla cosche criminali, non solo è grossolanamente calunnioso, ma anche stupidamente pericoloso, perchè non favorisce la coesione di tutti, elemento indispensabile per combattere e vincere la criminalità organizzata. Al nord, al sud, ovunque nel Paese. g.

IL CORTOCIRCUITO DELLA GIUSTIZIA, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 20 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

Nel pieno di una crisi della maggioranza surreale, mentre Silvio Berlusconi recupera le tessere del puzzle del governo, ecco riprendere il distillato di rivelazioni e boatos che raccontano al popolo il Cavaliere oscuro, l’uomo impegnato in trame e traffici degni di un gangster.

Ci risiamo. Il cortocircuito mai riparato tra politica e giustizia continua a provocare scintille. Nel pieno di una crisi della maggioranza surreale, mentre Silvio Berlusconi recupera le tessere del puzzle del governo, ecco riprendere il distillato di rivelazioni e boatos che raccontano al popolo il Cavaliere oscuro, l’uomo impegnato in trame e traffici degni di un gangster. Niente di nuovo sotto il sole, diranno i lettori che da sedici anni leggono le pagine della politica. Eppure, cari amici, in questo dejà vu risiede la ragione dell’incapacità del Paese di passare dalla transizione alla stabilità, dall’emergenza continua al governo della contemporaneità. La procura di Palermo deposita le motivazioni della condanna di Marcello Dell’Utri e la notizia sulla quale si punta l’attenzione degli speculatori politici è la seguente: secondo i magistrati palermitani il senatore Dell’Utri mediò tra i boss della mafia e Berlusconi e, in particolare, il mafioso Vittorio Mangano fu assunto come «stalliere» nella villa di Arcore per garantire l’incolumità di Berlusconi. Dalle mie parti questo significa che il Cavaliere era una vittima. Ma andiamo avanti, perché la vera notizia contenuta nelle motivazioni è un’altra: i magistrati scrivono che non c’è lo straccio di una prova certa «né concretamente apprezzabile» che tra Dell’Utri e Cosa nostra sia stato stipulato un «patto» politico-mafioso. Conseguenza: tutto il castello di carta costruito su Forza Italia come frutto mostruoso della mafia crolla miseramente. Casca l’unico vero interesse che la mafia poteva avere con Berlusconi: il controllo del potere politico, il famigerato «terzo livello» sul quale in questi anni s’è fatta un sacco di letteratura e poca sostanza investigativa.

Le motivazioni della sentenza Dell’Utri sono solo l’ennesimo petardone messo sulla strada del Cavaliere. Saranno utilizzate per premere l’acceleratore della sfiducia, pressare qualche parlamentare dubbioso sul voto, cercare di portare acqua al mulino della corrente finiana e degli improvvisati alleati che non vedono l’ora di liberarsi di Berlusconi e procedere con la restaurazione di un regime partitocratico senza più i partiti, cioè il peggio del peggio, il dominio di un’oligarchia non riequilibrata dal corpo e dallo spirito di quelle organizzazioni, i partiti, che comunque avevano costruito la nostra democrazia.

Pensare di tornare al passato senza questo contrappeso, smontando l’attuale architettura istituzionale e elevando a dignità politica la strategia delle «mani libere» è un progetto pericoloso. Mira a spogliare i cittadini dell’unico strumento che hanno per dire la loro sul Paese e chi governa: il voto. Significa chiedere una delega in bianco, totale e irresponsabile, per poi utilizzarla per giochi di potere e interesse che non hanno niente a che fare con l’agenda della nazione. Il processo Dell’Utri non è ancora giunto al terzo grado, quello della Cassazione, ma tutta questa vicenda s’è svolta con il senatore costretto nel ruolo del presunto colpevole e il Cavaliere nella parte del grande burattinaio che tutto vede, tutto sa e a tutto provvede. In questi anni certe procure hanno costruito un romanzo nero sul Cav davvero incredibile, al punto da ipotizzare per lui il ruolo di stragista. Tutte le accuse sono finite nel cassetto dei flop investigativi, sono stati spesi in questi anni milioni di euro in una folle corsa a incastrare Silvio ad ogni costo. Risultato: queste inchieste hanno rafforzato nell’immaginario collettivo l’idea di un Berlusconi perseguitato da una fazione giustizialista. La forza del leader del centrodestra italiano in questi anni è stata quella di resistere agli assalti, difendersi come poteva (anche attraverso la legislazione) e cercare di andare avanti. Ogni volta che la sua fine sembrava certa, inesorabile, senza appello, Berlusconi ha ritrovato la sua fonte di legittimazione nel voto popolare. Non so se sarà così anche stavolta, ma ho la netta impressione che lo scenario che vanno disegnando gli sfascisti continui a non tener conto di questo fattore, il voto, e preveda una soluzione extrapolitica, un intervento esterno – e dunque «violento» rispetto al quadro di regole della politica – per mandare al tappeto Berlusconi una volta per tutte. Il tallone d’Achille di questa strategia della demolizione di un uomo e di un blocco sociale che l’ha scelto come guida del governo sta tutto nella sua inconsapevolezza e incoscienza della situazione reale del Paese. L’Italia non è la nazione delle minoranze rumorose, ma quello delle maggioranze silenziose. Sono queste ultime ad aver sempre riportato la barra del Paese nella direzione giusta. Basta voltare lo sguardo indietro, ripassare qualche pagina della nostra storia per rendersene conto. Il partito degli sfasciti sembra voler ignorare tutto questo vissuto collettivo. E va avanti in un progetto che potrebbe risultare letale non tanto per Berlusconi quanto per l’intero Paese. Proprio ieri, mi è capitato di incontrare due persone in un aeroporto, due conoscenti che credo si possano definire «intellettuali». Ho stretto loro la mano e in un nanosecondo hanno cercato di fulminarmi con una domanda accompagnata da un ghigno: «E adesso con Berlusconi così come fate?». Come fate? I due intelligentoni avevano già edificato nella loro mente il castello che brucia, le folle urlanti e plaudenti, magari le espulsioni di massa dei pericolosi berlusconiani e la restaurazione di uno scicchissimo regime dei migliori e dei predestinati al potere. Ho risposto con disarmante semplicità: decideranno gli elettori. E ho visto un fuoco di paura nei loro occhi. No, non lo voteranno è stata la prima risposta. Ho snocciolato i dati dei sondaggi. E il fuoco nell’iride è diventato un’apocalisse. A quel punto, più all’articolazione della parola s’è sostituito un rumore sordo, sinistro e profondo, una voce dal sen fuggita ha esclamato: «Ah, ma scriveranno la sentenza!». La sentenza. Non il primato della politica, ma quello della spada giudiziaria. Non il voto dell’elettore, ma le manette e i processi, meglio se sommari. Un putsch giudiziario al posto della libera volontà dell’elettore. Questo è il sogno lugubre, la visione nera, il maleficio che ha pietrificato l’Italia. Mario Sechi, Il Tempo, 20 novembre 2010


BERLUSCONI: NON CERCO LA FIDUCIA, VOGLIO LA GOVERNABILITA’

Pubblicato il 19 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

Silvio Berlusconi Una giornata di lavoro. Prima il Consiglio dei ministri, poi una lunga coda a palazzo Grazioli per discutere ancora della situazione rifiuti in Campania, finale per preparare il vertice dell’Alleanza Atlantica di oggi a Lisbona. Berlusconi si concentra sul governo. Incontra il governatore della Campania Stefano Caldoro e il sindaco di Terzigno. Poi arrivano l’ex sottosegretario Nicola Cosentino e l’ex ministro Mario Landolfi, coordinatore e vice del Pdl in Campania alle prese con l’emergenza “monnezza”. Vede poi Francesco Storace. Interrompe la girandola solo per vedere il videomessaggio di Fini. Un solo commento: «È in difficoltà». Che vuol dire? Il Cavaliere tira fuori la metafora del treno: «Quelli che hanno seguito Fini lo hanno fatto per fedeltà, per riconoscenza. Il treno è partito con destinazione centrodestra. Poi improvvisamente il percorso è cambiato e i finiani moderati si sono accorti che il treno va verso il centrosinistra. Ovviamente ora sono a disagio». E non è tutto. Secondo il premier «solo adesso i finiani si stanno rendendo conto che per molti la rielezione è difficile, se non impossibile. Sono realmente in pericolo». Poi ci sono le considerazioni più in generale nei confronti di Fini, di cui Silvio parla senza acrimonia e quasi con distacco: «Le sue posizioni sono incomprensibili. Un solo messaggio è apparso molto chiaro agli elettori: fa il gioco della sinistra. Vedo i sondaggi, ho analizzato i flussi, e questo dato ormai mi sembra evidente. E soprattutto sembra lampante agli italiani».
A palazzo Grazioli si continua a considerare quello di Futuro e Libertà un «evento prevalentemente mediatico». Come dire: quando si andrà al voto sarà drasticamente ridimensionato. Il Cavaliere non si sbilancia, fa capire che alcuni li ha sentiti, altri li ha incontrati. Ma il quadro si va definendo anche ai suoi occhi. Così, il presidente del Consiglio si prepara al 14 dicembre, quando Camera e Senato discuteranno e poi voteranno la fiducia. E qui Berlusconi si fa netto e ragiona: «Il tema non è più fiducia o meno. La parola d’ordine è un’altra ormai: governabilità». Significa che Berlusconi non punta ad avere una maggioranza con due o tre voti di scarto. Non resterà lì barcollante con una «fiducietta», non si lascerà logorare, rosolare. Lui non è Prodi. «O c’è una maggioranza che consente di governare e bene o meglio andare al voto», spiega il premier. Insomma, anche con una fiducia risicata Berlusconi salirà al Colle. Non ha intenzione di fare la fine del Professore di Bologna, non vuole restare appeso al Turigliatto di turno, al ricatto perenne di deputati che alzerebbero continuamente la posta per strappare qualcosa. La manovra continua: incassa l’ufficializzazione di un altro voto proveniente dall’opposizione, quello di Maurizio Grassano (come anticipato dal Tempo) che oggi terrà una conferenza stampa con Francesco Pionati. Più avanti arriverà anche quello di Massimo Calearo, che pure si è già dichiarato pronto a sostenere la fiducia.

Avanti così, il Cav è tutto tranne che fermo. Di ottimo umore, tonico nella voce. Il discorso che il capo del governo pronuncerà in Parlamento rilancerà «le riforme che servono al Paese, le riforme sostanziali, quelle nell’interesse di chi ci ha votato». Non c’è solo spazio alla politica interna. «Capisco che a molta gente non interessa, ma io continuo a considerare troppo importante la politica estera. Me ne occupo per due o tre giorni alla settimana perché fa bene all’Italia, al suo prestigio e ai suoi conti». Ultimi preparativi in vista del vertice di Lisbona: «Sarà molto importante e noi ci arriviamo forti del nostro rapportO buonissimo con la Russia». Lo davano già per “bollito”, sembra più forte di prima.Fabrizio dell’Orefice