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LA CRISI CAMBIA SCENARIO, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 19 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

Le statue di don Chisciotte e Sancho Panza a Madrid Gianfranco Fini ha ragione: «Il momento è grave». Per lui. È davvero incredibile vedere un talento politico come il suo sprecato in una guerra donchisciottesca contro i mulini a vento. Ma su questo, ormai, è inutile scrivere. Andiamo oltre, guardiamo alla crisi e al suo svolgersi. Nei giorni scorsi ho spiegato su queste colonne come la fuga dei ministri finiani dal governo avrebbe cambiato lo scenario per via della parlamentarizzazione e dell’uscita dal solo mondo degli annunci di carta e delle comparsate in tv.
Sono trascorse poche ore dalle dimissioni del gruppo di Futuro e Libertà e siamo al nocciolo della questione: Fini non può permettersi di aprire la crisi. Il suo messaggio di ieri, depurato dalle scontate parole sul «momento grave», ha un solo significato: il voto anticipato per il suo gruppo ha un sinistro rintocco di campana a morto. La strategia del presidente della Camera si scontra con un punto fermo della mappa politica: Silvio Berlusconi. Il piano di Fini per farlo secco (politicamente, of course) è uno svarione, nei modi e nei tempi.

Tutto il progettone per affondare il Cavaliere è prematuro, avventurista e di ora in ora si sta rivelando come un giochino infantile che non porta da nessuna parte. O meglio, visto lo sbuffo della locomotiva finiana, porta dritto contro il muro di titanio del voto anticipato. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano segue questa corsa sul binario (morto) con grande apprensione e sta cercando con la sua moral suasion di fermarlo. Non sarà facile. Fini ha giocato non solo d’anticipo (sui tempi), ma ha anche spinto i suoi ministri a lasciare l’esecutivo compiendo un errore colossale per un politico di lungo corso come lui.
Mettiamoci seduti al tavolo da poker della maggioranza. Fini giocava una mano importante e, improvvisamente, azzarda un colpo da pivello: cambia le carte, mostra il suo gioco e così facendo lascia al suo avversario (il Cavaliere nero) la possibilità di giocarsi i suoi scarti con gli altri «gambler» che stanno al tavolo verde. Tremendo errore. Come capita spesso a chi sottovaluta l’avversario che ha di fronte, Fini si è reso conto del non-sense della sua mossa solo dopo averla fatta. E ora suda freddo e cerca di correre ai ripari. Quando Gianfranco richiama Berlusconi a «rispettare gli impegni» è surreale.
Il suo discorso baldanzoso di Bastia Umbria è archiviato. Là aveva chiesto le dimissioni, a tambur battente, senza se e senza ma. Aveva svillaneggiato la maggioranza, messo una pietra tombale sull’era berlusconiana, condannato la politica del governo, messo la parola fine sull’uomo di Arcore. Berlusconi era un refuso della storia da eliminare, dimenticare, squagliare nel ricordo dei nostalgici e via con una nuova Repubblica fondata sulla nuova destra finiana. Stop. Scena da buttare. Rigiriamo il film: Fini va su internet e – ispirato dall’abile e machiavellico Italo Bocchino – spara sul web un discorso da padre della Patria che suona come la sconfitta dei giapponesi nella guerra del Pacifico. E ora, chi se la sentirà tra i suoi fedelissimi di continuare a indossare l’elmetto e combattere nella giungla irta di insidie con il machete ma senza la poltrona governativa, l’indennità, la segreteria, l’auto blu, il volo di Stato e altre comodità che fanno la differenza tra una vita nella stratosfera e la fila per prendere il volo di linea come un comune mortale o quasi? Il Fini-Don Chisciotte conserva il suo ruolo e lo status, la sua visibilità e il tono da statista (di carta) ma i suoi Sancho Panza sono in balìa degli eventi, degli accidenti, dei marosi, dei venti e delle tempeste della politica.
In caso di elezioni anticipate ben pochi dei suoi potranno sperare in una rielezione. Mai sottovalutare Berlusconi. L’uomo può essere ferito, per due volte è caduto sotto i colpi del centrosinistra, ma altrettante volte si è rialzato, ha fatto la traversata nel deserto e ha vinto la battaglia. Questo a Berlusconi lo riconoscono avversari ben più forti e armati di tutto punto rispetto a Fini. Un suo grande avversario tempo fa mi disse: «È un leone».

Chi sta davvero sul campo di battaglia, non commette l’infantile errore di pensare che Silvio sia un vecchietto da mandare a spasso nei giardinetti. Pochi giorni fa parlavo del futuro di Berlusconi con una persona che fa analisi politica seria, conosce bene il sentimento dell’elettorato e ne misura con attenzione l’umore e le variazioni di temperatura corporea. La febbre per andare a votare nell’elettorato di centrodestra è altissima. La frase di questa mia fonte è stata lapidaria: «Berlusconi, allo stato attuale, lo possono sconfiggere solo se lo eliminano fisicamente». Ho risposto: «Ci stanno provando con la giustizia». Mi è stato fatto notare che i processi saranno il carburante per far impennare l’ondata che si sta preparando nel Paese reale, quello che vota. Avanti così, gli avversari di Berlusconi non sanno quello che fanno.Mario Sechi IL TEMPO, 19 NOVEMBRE 2010

FINI E CASINI FRENANO. ECCO PERCHE’

Pubblicato il 19 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

Una cautela obbligata dal rischio che il premier spiazzi gli avversari.Scende il gelo tra il Pd e il leader fli, che non evoca più le dimissioni

I toni restano altisonanti, ma sono diventati più cauti. È come se Gianfranco Fini, e forse lo stesso Pier Ferdinando Casini cominciassero a capire che un mese o quasi è un periodo lunghissimo: così lungo da permettere a Silvio Berlusconi di preparare una controffensiva che potrebbe frustrare la loro richiesta di dimissioni del governo. Non solo. Gli uomini più vicini al presidente del Consiglio già guardano allo spartiacque del 13 e 14 dicembre, quando la maggioranza si dovrà presentare in Aula. E si preparano a raccontare queste date simboliche con lo sguardo ad un anno fa. Il 13 dicembre del 2009 Massimo Tartaglia scagliò una statuetta sulla faccia di Berlusconi durante un comizio in piazza Duomo, a Milano. Per i suoi seguaci, è fin troppo facile associare quel tentativo di aggressione fisica da parte di una persona disturbata a quello di eliminazione politica in atto adesso. La differenza è che oggi il centrodestra appare spezzato dall’iniziativa dei finiani di Futuro e libertà, e logorato dall’immobilismo degli ultimi mesi; allora appariva soltanto sull’orlo del collasso. Eppure l’asse fra Pdl e Lega regge. E gli ultimi arresti di camorra e le decisioni del Consiglio dei ministri di ieri trasmettono una voglia di reagire che può mettere in difficoltà gli avversari. Soprattutto, l’alternativa secca «fiducia o voto» anticipato sta incrinando le certezze delle opposizioni.

Ieri è stato trasmesso un «manifesto» videotrasmesso di Fini ai militanti del Fli, nel quale non si chiede più al governo di andarsene: lo si invita più semplicemente a rispettare la propria agenda. E quando è stato chiesto a Casini se il 14 dicembre sarà presentata la mozione per sfiduciare l’esecutivo, il leader dell’Udc ha replicato, prudente: «Vedremo, il 14 dicembre è lontano». È vero che queste settimane cruciali potrebbero riservare sorprese anche al presidente del Consiglio, e rimettere in discussione il suo faticoso tentativo di resistenza. Ma la determinazione ad andare al voto e a scaricare la responsabilità sul Fli, gli dà un vantaggio.

D’altronde, ormai è la Lega a mostrare insofferenza per un logoramento del governo; e a spingere per le elezioni. Umberto Bossi ieri l’ha detto con chiarezza: «Berlusconi andrà avanti ma io preferirei il voto». E Roberto Maroni ha spiegato perché: meglio rompere che avere una maggioranza risicata. L’ipotesi di una coalizione «tecnica» e trasversale contro Berlusconi, peraltro, sembra perdere consistenza: Idv e settori del Pd già si smarcano. Ma soprattutto, spuntano le resistenze di alcuni finiani ad allearsi con la sinistra. Il Fli avverte che «il tentativo di indebolirci fallirà», eppure sembra nervoso: teme brecce nel gruppo parlamentare corteggiato dai berlusconiani. E la precisazione alla quale è stato costretto Fini ieri sera, per spiegare le sue parole, è indicativa. Casini dice di restare alla richiesta di dimissioni e al ritiro dei ministri del Fli dal governo. E il Pd, annusando un’esitazione di Fini, ricorda che «senso di responsabilità» significa mandar via Berlusconi: parole che mostrano il gelo. MASSIMO FRANCO, IL CORRIERE DELLA SERA, 19 NOVEMBRE 2010

.……….Massimo Franco è il miglior notista politico del Correre della Sera, di sicuro il più equilibrato. Ne riportiamo  sopra la nota politica publicata questa mattina in prima pagina dal Corriere della Sera. Franco, come tutti i commentatori politici, ha colto ieri quel che abbiamo colto anche noi,  e che abbiamo già commentato a caldo,  nelle parole videoregistrate e trasmesse via web, come d’uso, dell’ondivago per eccellenza cioè Fini. Fini, dice Franco, è stato improvvisamente  cauto, e come lui Casini, perchè hanno l’impressione che la situazione stia mutando. Fini, rileva Franco nella sua nota, non ha più chiesto a Berlusconi di andarsene ma di rispettare l’agenda politica. A differenza nostra, però, Franco ha preferito non sottolineare la vistosa contraddizione tra il  chiedere il rispetto dell’agenda di governo e il pretendere di andar via. Ma il risultasto non cambia. Infine, anche Franco ha colto il disappunto di Bersani che di fronte alle parole di Fini ha detto: responsabilità è mandare via Berlusconi, non nascondendo la delusione per il dietrofront (almeno momentaneo, come è nello stile del personaggio) di Fini. Ebbene gli unici che non lo hanno colto sono stati gli uomini di Fini. A parlare è stato questa volta l’on. Della Vedova, i cui unici voti sono queli che può rastrellare nel condominio dove abita, sempre che si tratti di fervidi non credenti come lui, il quale Della Vedova è sembrato punto dal pungiglione di un vespone nel  dichiarare che “Fini non è tornato indietro”, trovando subito sostegno nel più duro  (e pulcinesco) dei pasaradan finiani, quel Granata che  in Sicilia dal MSI passò alla Rete di Orlando per poi tornare indietro, il quale si è sgolato nel riferire che il FLI è unito e compatto e voterà la sfiducia a Berlusconi. Sarà ma l’impressione di un quantomeno tattico dietrofront dell’ondivago Fini  rimane tutta e da tutti è stata rilevata. Il che dimostra che il Fini che predica su tutto e su tutti, non è poi, nonostante vi si atteggi, un grande stratega politico ma solo un politcante che ha sempre vissuto di politica, e che per soppravivere ha sempre navigato a vista. Anche questa volta. Ma questa volta rischia di andare a sbattere sugli scogli delle decisioni degli italiani che non gli perdoneranno queste caramnolesche giravolte con cui ha tentato di affondare il centrodestra italiano, l’unico, perchè il suo di destra ha solo lo strabismo verso sinistra. g.


E’ FINI IL VERO ONDIVAGO….COME VOLEVASI DIMOSTRARE

Pubblicato il 18 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

Nel nostro commento all’accusa rivolta da Fini a Napolitano di essere ondivago perchè non gli ha tenuto la corda con cui Fini si apprestava a strangolare il suo benefattore, l’avevamo scritto che il vero ondivago è lui, il Fini, il presunto o finto profeta del 21° secolo. E avevamo aggiunto che da qui al 14 dicembre chissà che Fini non cambi di nuovo dopo averlo fatto tre o quattro voltre negli ultimi due mesi.

E’ bastato attendere poche ore, le 18 di oggi, per avere ragione. Infatti Fini  alle 18 si è affacciato sul sito della sua corazzata Potemkin per diffondere, naturalmente senza avere difronte nessun interlocutore, un suo nuovo messaggio al Popolo (sic!) che, secondo lui,  beotamente non ha null’altro di meglio da fare. Ma non è questo il punto. Il punto è che Fini, dopo le solite banalità sulla “nuova destra” (che guarda a sinistra), e rimestato le altre banalità  che già aveva esposto come uno scolaretto durante la trasmissione del duo Fazio -Saviano, ha  fatto una clamorosa marcia indietro rispetto alle roboanti dichiarazioni dei giorni scorsi tanto da far dire al ministro Rotondi, l’ex dc che non è proprio un campione di battute, che Fini sembrava un piromane in veste di pompiere. Perchè ha richiamato il presidente del consiglio al dovere di governare quasi non fosse lui il Fini che dieci giorni fa a Perugia, novello ducetto in attesa di marciare su Roma, aveva dato il benservito a Berlusconi, mentre i suoi fedelissimi da Granata a Briguglio a Bocchino (che, dice Capezzoni, gli ha fatto più danni di Giancarlo Tulliani) urlavano la necessità di un govenro di larga intesa da Fini sino a Vendola pur di cacciare il tiranno da Palazzo Chigi. Si può raccomandare a Berlusconi di ben governare vista la nuova congiuntura economica in arrivo,  quando lo si intende sfrattare dal Governo e tra l’altro non raccomandarlo a se stesso, visto che nei giorni scorsi null’altro ha fatto che spargere irresponsabilità? Evidentemente no. Evidentemente il profeta Fini,  “profeticamente” si sarà reso conto che i suoi calcoli sono risultati sbagliati prima ancora di tirare le somme, avrà avuto sentore dei mugugni (non quelli dei portuali genovesi a cui Mussolini riconobbe questo diritto in luogo del diritto di sciopero) di molti parlamentari che hanno aderito al FLI ma che non se la sentono di saltare il fosso, votare contro il govenro, allearsi con la sinsitra, e  così ha abbassato i toni, ha ammorbidito la lingua, insomma si è nuovamente immerso,  in soli cinque minuti,  primato unico nella storia della politica internazionale, nella solita torbida fuliggine che lo accompagna da sempre. Insomma ha innestato la marcia indietro, per carità senza dirlo, anzi nascondendosi dietro il suo manifesto del quale chiede che in centomila lo firmino,  come fosse lui, Fini, un nuovo Marinetti, Filippo Tommaso, Accademico d’Italia, poeta,  che nel 1909 fondo il Movimento futurista e lanciò il suo Manifesto, che non ebbe bisogno nè di centomila nè di 100 firme per essere una cosa autorevole. Quello che non è Fini. E se ne è accortro anche Bersani che a commento del nuovo discorsetto di Fini se ne è uscito con un laconico “ciascuno faccia ciò che vuole”. Fini lo ha deluso prima ancora di cominciare. Non abbiamo mai nutrito dubbi. g.

LA STORIA RISCRIVERA’ IL FINALE, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 18 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

Silvio Berlusconi La politica non è una scienza esatta, ma ha delle regole alle quali non si sfugge. Da giorni attendevo le dimissioni dei ministri finiani per vedere quali effetti avrebbe prodotto l’ingresso della crisi nella dimensione istituzionale e non in quella extraparlamentare in cui Fini l’aveva finora condotta con il suono della grancassa. Ora ci siamo, il gruppo di Futuro e Libertà ha mollato gli ormeggi e la narrazione della crisi ha preso un’altra strada. Era naturale che le cose dovessero prendere una piega diversa, ma i politici spesso dimenticano le conseguenze delle loro azioni, pensano di esser protagonisti di un film che non ha colpi di scena e scarti nella sequenza. Questo è accaduto ai finiani che ora si ritrovano nel mondo della sorpresa, dell’imprevisto, dell’avversario che graffia e ruggisce. Improvvisamente, si ritrovano a fare i conti con un Silvio Berlusconi che – ai loro occhi – appare irriconoscibile rispetto a quello di qualche giorno fa. In realtà il presidente del Consiglio non è cambiato, non è un mutante, non era in letargo. La messa in moto del meccanismo parlamentare ha ridato centralità al premier, alla sua posizione di guida del potere esecutivo e ispiratore della maggioranza. I finiani si sono risvegliati, hanno capito che non riusciranno a prendere la Bastiglia senza lasciare morti e feriti sul campo, hanno letto i sondaggi (ieri anche Repubblica ha certificato quanto anticipato da Il Tempo: Fli non va oltre il 5,5% mentre l’alleanza Pdl-Lega è vincente) e hanno cercato di frenare il loro treno in corsa. Ora sono pronti a votare un governo Berlusconi bis, ma dal Cavaliere è giunta una secchiata d’acqua gelata: «O la fiducia o il voto anticipato».

Il tema non è più quello del governo che cade o meno. Siamo oltre questo aspetto della crisi. L’orizzonte del presidente del Consiglio si chiama elezioni anticipate e tutto quello che c’è prima è un’opzione e non è detto che sia la migliore. Dai sondaggi emerge chiaramente che le possibilità di rovesciare Silvio con il voto sono ridotte al lumicino. L’unica speranza è la costituzione di un Comitato di liberazione nazionale da Silvio che va dall’Udc di Casini fino ai trozskisti che ora sono pure fuori dal Parlamento ma sognano di rientrarvi grazie alla Grande Ammucchiata. Le possibilità che questa insalata mista passi dalla cucina al tavolo delle elezioni sono remotissime. Il Grande Centro in queste condizioni è una chimera. Se anche i centristi si alleassero con i finiani, imbarcando nell’avventura i rutelliani e gli autonomisti di Lombardo, il loro bottino complessivo sarebbe sempre esiguo e con questa architettura elettorale potrebbe addirittura favorire la schiacciante vittoria di Berlusconi. Se non riescono a pescare voti nel centrodestra (ed è tutt’altro che semplice e scontato) e sottraggono voti invece al centrosinistra, avremmo uno scenario con due debolezze (il Grande Centro e la Sinistra) e una Stella Gigante rappresentata da Pdl e Lega. La traduzione in seggi è che alla Camera la maggioranza berlusconiana sarebbe netta e al Senato comunque abbastanza probabile per effetto della sottrazione di forza tra poli. Insomma, Berlusconi farebbe il pigliatutto in una partita che lo vedeva sfavorito in partenza. Questo scenario avrebbe almeno quattro effetti immediati. 1. La longevità politica di Berlusconi si allungherebbe in maniera decisiva. La prospettiva del 2013 diventerebbe sul calendario quella del 2016; 2. Il Cavaliere avrebbe un Parlamento con il quale potrebbe tentare il colpaccio: l’elezione alla Presidenza della Repubblica; 3.
La succesione al Cav non sarebbe più tra gli sbocchi possibili per leader già maturi e biograficamente tutt’altro che giovani come Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini, ma passerebbe o a non più giovane Giulio Tremonti, ma stabile e leale ministro dell’Economia del centrodestra di marca Pdl-Lega, o a un outsider che verrebbe fuori certamente dalle pieghe della storia italiana, come già accaduto con Berlusconi. 4. Il Pdl avrebbe la straordinaria opportunità di organizzarsi e preparare una leadership di partito da separare da quella berlusconiana destinata così ad entrare in una dimensione puramente istituzionale. Tutto questo si può realizzare a condizione che Berlusconi riprenda in mano la sua azione di governo e dia un volto nuovo e un assetto coerente al suo partito. É indubbio infatti che il governo ha subito un forte stop dalla crisi aperta dai finiani e dall’azione della magistratura, ma proprio per questo Berlusconi deve imporre un ruolino di marcia diverso. L’esecutivo non deve ricorrere solo alla decretazione d’urgenza – più che legittima – ma creare le condizioni per cui i gruppi politici scrivono buone leggi, le presentano in commissione e fanno lavorare il Parlamento. Quando un deputato o un senatore hanno molto da fare in aula o in commissione, il tempo per pensare a complottini e colpi di manina si riduce. Per fare tutto questo Berlusconi ha bisogno di fissare bene i bulloni del governo e in questo momento ha davanti a sè due opzioni. Tentare di andare avanti con questo governo oppure andare al voto, regolare i conti con gli avversari interni e varare poi un esecutivo nuovo di zecca. In entrambi i casi i pericoli sono in agguato.
Se sceglie di provare ad andare avanti con questo esecutivo, Berlusconi può giocarsi una decina di posti di governo e sottogoverno per innestare nuovi elementi e dar loro valide ragioni (di potere concreto) per appoggiare il governo, ma deve anche mettere in conto una situazione di precarietà continua, sarà comunque appeso a pochi voti e potenziale bersaglio di chi vuol pesare più di quanto conti davvero. Se invece il premier ottiene il voto, allora deve mettere nello scenario tre caselle: la vittoria, la sconfitta o la situazione di stallo. Nelle prime due caselle il gioco va avanti secondo lo scenario governo/opposizione, nel terzo invece si aprono le porte di un governo di larghe intese che fa le riforme e prepara la strada a nuove elezioni. In ogni caso, la palla in campo la stanno giocando Bossi e Berlusconi. Fini sta in mezzo a questa trama e dopo quello che è successo non può nemmeno più pretendere di fare l’arbitro. MARIO SECHI

IL TEMPO,18/11/2010

.…..Il Direttore de Il Tempo svolge una analisi lucida e senza fronzoli inutili della situazione politica che si è determinata dopo che il presidente Napolitano ha  ricondotto la crisi all’interno del cammino parlamentare. E’ evidente a tutti, specie dopo che i sondaggi  elettorali sono stati più o meno univoci circa le prospettive del voto, che l’azione di Fini non ha condotto alla fine di Berlusconi ma, anzi, ne possono determinare l’ulteriore rafforzamento. E’ certo, e lo hanno rilevato quasi tutti i commentatori politici, non solo quelli di centrodestra, ma anche quelli più equilibrati, come La Stampa di Torino, che i finiani sono ora un pò meno certi della strategia del loro leader che li ha portati sull’orlo del baratro. Molti fra loro, fra questi un leader storico come Donato Lamorte, sono dell’avviso che un allontanamento dal centrodestra del partito che Fini ha fondato farebbe perdere molti consensi che peraltro non vanno oltre il 5%, anche dopo la esposizione mediatica di Perugia. Anche la annunciata decisione di non parteciapre al voto contro Bondi, nonostante le robanti e buffonesche affermazioni del massimo clown del partito di Fini, Granata,manifesta le perplessità che hanno invaso il campo dei finiani, molti dei quali non se la sntono di togliere l’ossigeno allla maggioranza nella quale sono stati eletti. E’ anche un problema di “lealtà” nei confronti degli elettori, come in estrema sintesi ha commentato lo storico Paolo Mieli, l’altra sera a Ballarò,  zittendo anche il loquace Bocchino: lealtà non solo e non tanto nei confronti di Berlusconi, quanto nei confronti degli elettori ai quali hanno chiesto il voto nelle liste del PDL e che di certo non gradirebbero che il loro voto contribuisca non solo all’affossamento del governo che essi hanno votato ma addirittura possa  contribuire a varare un governo in cui compaia il PD, l’IDV, la Sinistra di Vendola, sino a quella troykista. E’ un bel problema per Fini che accecato dai suoi rancori personali non si è accorto in quali imbuto di contraddizioni stesse finendo, tirandosi dietro uomni che nell’assoluta e certa alternativa alla sinistra hanno costruito il proprio destino politico. Oggi, parlando con un finiano dell’ultima ora, ci siamo sentiti dire che egli sta con Fini perchè Berlusconi è un “orco”:  è stato  troppo facile replicargli che non si diventa orchi dalla sera alla mattina e definire così Berlusconi,  dopo sedici anni di intensa e attiva collaborazione o è prova di superficialità o è prova di doppiezza. L’una e l’altra non costiuisce un buon viatico per gli antiberlusconiani dell’ultima ora. Anche per questo la stella di Berlusconi ancora non si spegne ed è destinata, per dirla come Sechi, a brillare ancora. g.

FINI SPARA SU NAPOLITANO: ONDIVAGO!

Pubblicato il 18 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

Il presidente della Camera è irritato con il capo dello Stato. La colpa? Ha imposto un calendario parziale sul voto di fiducia. Tra le file di Fli cresce il malcontento: molti non sono disposti a votare contro il governo. Per nascondere le crepe,  sulla sfiducia a Bondi non voteranno.

«Quello è ondivago», si sarebbe lasciato scappare il presidente della Camera Gianfranco Fini. Il riferimento è al capo dello Stato, il giorno successivo all’incontro avuto al Quirinale assieme al presidente del Senato Renato Schifani. Un summit delicatissimo, a tratti teso, il cui esito non ha certo soddisfatto il leader del Fli che, in una circostanza che oggi presumibilmente verrà smentita dallo stesso presidente della Camera, infatti ha sbottato. Contro il Colle. Fini avrebbe voluto che si mettesse in calendario prima la mozione di sfiducia alla Camera e poi quella di fiducia al Senato. Ma niente da fare. Anche grazie alle resistenze di Schifani, la road map è stata decisa: dichiarazioni del premier lunedì 13 dicembre sia a palazzo Madama che a Montecitorio e voto il giorno successivo in entrambi i rami del Parlamento. Tuttavia, si conoscerà prima l’esito del voto del Senato, dove il governo dovrebbe ottenere il via libera. Proprio quello che Fini non auspicava ma che ha dovuto ratificare obtorto collo nella conferenza dei capigruppo che gestisce la calendarizzazione dei lavori. Sperava nel contrario, il presidente della Camera: l’eventuale risultato negativo a Montecitorio avrebbe potuto fare da traino al Senato e provocare smottamenti nel Pdl.

Ma l’altro motivo che ha irritato non poco Fini è la decisa frenata da parte del capo dello Stato alla soluzione del governo tecnico. Gli ultimi segnali dal Colle paiono inequivocabili: Napolitano non si presterà ad alcun ribaltone. Certo, l’ipotesi di un altro esecutivo resta legittima e decisamente percorribile ai sensi della Costituzione. Ma con alcuni paletti che il Colle non ha intenzione di spostare più in là: si può fare ma soltanto se il Pdl – o gran parte di esso – e/o la Lega fossero d’accordo. E quindi, stando così le cose, il faro del ribaltone sarebbe ridotto al lumicino. Napolitano avrebbe infatti constatato che l’asse tra pidiellini e Carroccio è forte sulla linea «o fiducia o elezioni». Se le cose non dovessero cambiare, per il capo dello Stato sarebbe complicato benedire «un’operazione-Scalfaro»: altro elemento che ha reso Fini di pessimo umore. E poi ulteriori segnali contrastanti: l’Udc non sembra certo esultare all’ipotesi di un esecutivo-marmellata che comprenda Pd, centristi, finiani e men che meno dipietristi. Un bel dilemma che rischia di spingere sempre più Fini verso quello che considera il baratro. Ossia ciò che Berlusconi vuole: stanarlo. Obbligarlo, cioè, a prendersi la grave responsabilità di uccidere politicamente il governo in Aula, magari a costo di una rottura del neonato partito; ad andare alle elezioni necessariamente creando un terzo polo e provocando ulteriori strappi dell’anima destra-destra dei futuristi; a ridursi a leaderino di un piccolo partito falciando le sue ambizioni di capo del centrodestra.

Umore nero, quindi. Ma la situazione è fluida e da qui al D-Day, il 14 dicembre, le cose potrebbero cambiare notevolmente. In meglio o in peggio. Con un paradosso: Fini in questo momento si trova a fare il tifo per la crisi economica. Qualora infatti, visti i conti pubblici di Portogallo, Spagna e Irlanda, dovesse precipitare la situazione economica in Eurolandia, i contraccolpi si sentirebbero dappertutto e sarebbero violenti. Ed è evidente che l’incubo di un terremoto finanziario imporrebbe soluzioni anche drastiche pur di garantire la stabilità. E magari anche forzare la mano pur di non portare il Paese alle elezioni anticipate.

…….Pare proprio che questa volta, anzi, anche questa volta, Fini abbia fatto i conti senza l’oste. Che si chiama Napolitano che ha messo i bastoni fra le ruote dei desideri Fini che aveva calcolato di poter favorire la nascita di un govenro tencico senza Berlusconi, rinviando le elezioni del cui risultato ha un terrore folle, lui che si proclama paladino della democrazia che, guarda caso,  nel voto degli elettori fonda le sue ragioni. E chissà che sino al 14 dicembre non si debba assistere all’ennesimo giravolta del vero ondivago della politica italiana, cioè Fini, che sinora e nel giro di due mesi  s’è girato su stesso gia tre volte, senza contare tutte  le capriole che ha fatto fare al suo “pensiero”,  ammesso che ne abbia uno che non sia il suo personale tornaconto. g.

SAVIANO SU MARONI: E’ IL METODO GAMORRA, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 17 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

Raitre inaugura il meto­do Saviano, edizione rivi­sta­e aggiornata del meto­do Santoro. E fa un botto di ascolti, segno che la guerra politica feroce e scorretta paga, alla fac­cia di chi invoca toni equilibrati. In che cosa consiste il metodo Savia­no? Semplice. Si prende un signore o un partito, nel caso in questione la Lega, e, con frasi allusi­ve, ricostruzioni parzia­li, narrazione mischiata a cronaca, si lascia inten­dere all’ascoltatore che tra il soggetto in questio­ne e la mafia c’è un certo feeling, se non addirittu­ra complicità. Il malcapi­tato non può difendersi perché non è presente in quanto non invitato. Inu­tile che chieda di replica­re, come ha fatto ieri Ma­roni, nella puntata suc­cessiva. La risposta è che non se ne parla neppure, nonostante si stia parlan­do di servizio pubblico. Non ci resta che subire la lezioncina di un signo­re, Saviano, che la mafia l’ha studiata al punto da mutuarne metodi e sco­pi. Il suo è stato infatti un monologo politicamen­te e cultur­almente mafio­so contro un grande par­tito, la Lega, guarda caso in queste ore unico fede­­le alleato, e quindi possi­bile salvagente, di Silvio Berlusconi. Infangare, seminare il dubbio, la­sciare i discorsi a metà. Saviano è il nuovo padri­no della cosca che ha in­filtrati ovunque, nei gior­nali e nelle televisioni, nell’Ordine dei giornali­sti che guarda, ascolta e, ovviamente, a loro, e so­lo a loro, lascia fare. Questo scrittore, so­pravvalutato e ormai pre­so solo da se stesso, ci ha spiegato che la Lega è contigua alla mafia. La quale mafia ha messo le radici in Lombardia per­ché è la­regione dove gira­no tanti soldi. Sai che sco­op. Lo sapevamo anche noi, senza neppure do­ver leggere Gomorra , che da circa cinquant’an­ni al Nord combattiamo le cosche, direi anche con un certo successo. Se la Lega di Bossi ha at­tecchito così velocemen­te è proprio perché ai lombardi i mafiosi non stanno molto simpatici, proprio come i clandesti­ni, che delle mafie vec­c­hie e nuove sono poten­ziali soldati. A combatte­re i mafiosi, insomma, siamo preparati. A difen­derci dal metodo mafio­so di Saviano, un po’ me­no, perché al Nord si pre­feri­sce lavorare che pon­tificare, che poi è il mi­gli­or antidoto alle infiltra­zioni di qualsiasi genere. Tra gli elenchi snoccio­lati nelle puntate di «Vie­ni via con me » ne vorrem­mo ascoltare uno, quello sulla libertà di opinione. Sarebbe per esempio bel­lo poter dire: Saviano si è comportato come un cre­tino. Oppure: la mafia a noi ha fatto molto male, a Saviano molto bene. O ancora: Fazio ha messo in piedi una trasmissio­ne da vero furbetto. Du­bito che un elenco simile verrà messo in scena. So­n­o parole troppo forti e ri­voluzionarie, anche per chi, come i nostri eroi, ogni mattina appena sve­glio mangia pane e ma­fia. Salvo poi vomitare bi­le addosso alla Lega, al Nord e a tutti noi.

IL GIORNALE 17 NOVEMBRE 2010

…...Saviano, che ha imparato bene il metodo Santoro e si è ben sintonizzato nei metodi di RAI3 specializzata nell’aggressione sistematica di tutto ciò che è alla sua destra (ad eccezione di Fini che come si sa di certo non è più definibile di destra), si è adeguato alla bisogna. Alla ferma protesta di Maroni,  che è il Ministro dell’Interno e di certo non è il ministro della malavita di giolittiana memoria, prendendo a pretesto la frase di Maroni “voglio guardarlo negli occhi”, ha dichiarato che Maroni gli ricorda Sandokan che è uno dei più sanguinari malavitosi napoletani il quale, secondo Saviano,  a sua volta lo avrebbe sfidato “a guardarlo negli occhi”. Cioè, il supponente Saviano,  che ha stampato il suo unico libro con la Mondadori che è di Berlusconi e che è andato in scena con una produzioone in cui è parte lo stesso Berlusconi, mostrando tutti i limiti della sau etica di fronte agli affari, ha accostato il Ministro degli Interni del nostro Paese ad un criminale incallito e sanguinario. Non è sfuggitto a Maroni che oltre che pretendere il confronto con lo stesso Saviano che non appartiene come metodo alla camorra ma che avviene dovunque, ha invitato Saviano a correggersi altrimenti ricorrerà alla Magistratura. Lo faccia Maroni, senza attendere tempo anche se è avvertito: può darsi che incontri sulla sua strada qualche PM che dichiari quello di Saviano diritto di cronaca alla faccia del suo galantuomismo da tutti riconosciuto. Cosèì vanno le cose in questo nostro Paese che è sempre più alla rovescia, per dirla con il direttore de Il Tempo, Mario Sechi. g

FINI E I SETTE PECCATI CAPITALI

Pubblicato il 16 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

Gianfranco Fini e i sette peccati capitali

«Se non subito, la crisi arriverà a marzo, dopo le amministrative. Il Pdl perderà, noi vinceremo, e potremo cercare il nuovo Lamberto Dini», cioè Beppe Pisanu o Mario Draghi. Questo è il messaggio di Gff, Gianfranco Fini, circolato nei gruppi parlamentari del Pdl, e noi questo riportiamo. Però darlo per buono sarebbe azzardato. Anzitutto perché sulla tattica il presidente di Futuro e libertà (Fli) è diventato abile, riesce rapidamente a mutare pelle a seconda delle necessità. Ma paga un noto limite: la strategia. Per esempio, Gff puntava a spezzare le reni al governo in tempi rapidissimi: e formalmente per altrui colpa, di Silvio Berlusconi o Umberto Bossi. Che però stanno lasciando in mano proprio a lui, a Fini, il cerino. Per di più, ci ha pensato Giorgio Napolitano a stoppare ogni velleità immediata: per il capo dello Stato l’approvazione della Legge finanziaria «è inderogabile». Tutto il resto è foga.

D’altronde dal Quirinale filtra una nuova irritazione. Ve le immaginate, a crisi aperta, le doppie consultazioni di Napolitano prima con il Fini presidente della Camera e poi con il Fini leader di Fli? (I due Fini, è scontato, si incontrerebbero poi a cena per discutere il problema a quattr’occhi, intimamente). In sostanza, anche per il Colle sarebbe opportuno risolvere il pasticciaccio brutto del doppio ruolo. Va da sé: con le dimissioni da Montecitorio. Ma chissà se basterebbero a risolvere il groppo più profondo di Gff: lo sdoppiamento della personalità. Perché per più di tre lustri Fini ha votato tutto e di più: legge Cirami, legge Cirielli, condoni, lodi e depenalizzazioni varie, tra cui il falso in bilancio. Era l’uomo che diceva no ai maestri gay, che s’impancava a paladino dell’anticomunismo. E che ora è diventato il tutore della legalità, dei gay e dei comunisti. Il Gianfranco bifronte.

1. Legalità
«Senza cultura della legalità non c’è cultura della libertà. Altrimenti la libertà diventa solo quella del più forte verso i più deboli, del potente verso chi non ha certezza di uno Stato garante»
Gianfranco Fini, 7 novembre 2010

«Berlusconi è Fini-to. Capito? Fini-to!». «È Gian-forte Gianfranco, vero?». E giù risate. Le freddure sono opera dei pasdaran di Fli. Tutti parlamentari, poeti e cantori della legalità: Carmelo Briguglio, Fabio Granata, Nino Lo Presti e Pippo Scalia. Sono gli stessi che il 21 settembre 2010 giudicavano «positivamente» il battesimo della quarta giunta regionale siciliana di Raffaele Lombardo, certi che «sarà caratterizzata da politiche di modernizzazione, sviluppo e legalità». I quattro moschettieri ringraziavano poi «l’amico Nino Strano per lo straordinario lavoro svolto come assessore al Turismo» e si dichiaravano «impegnati» a trovargli un ruolo «di alto livello politico e istituzionale». L’8 novembre a Catania scatta l’operazione Iblis, 48 arresti tra boss e colletti bianchi delle potentissime famiglie mafiose Santapaola ed Ercolano. Emerge che Enzo Aiello, il manager dei clan, avrebbe avuto contatti con Lombardo e con suo fratello Angelo. E che c’entrerebbe pure Strano, «esteta fottuto, amico di travestiti, troie e omosessuali», che frequenta «con piacere i locali dove ogni desiderio è possibile» (parole sue). L’esteta è grande amico di Granata, paladino dell’antimafia, che però del caso Strano, della casa di Monte-Carlo e degli appalti Rai a Giancarlo Tulliani parla poco, anzi punto. Come tutta Fli. Silenzio anche su un deputato imbarcato da Fini, Giampiero Catone, pluriprescritto per accuse dall’associazione a delinquere alla bancarotta fraudolenta. Uno capace, per la scrittrice Paola Severini, di «estromettermi con artifici contabili dalla rivista sociale che ho fondato, Angeli, redatta da disabili». Poi rimasti senza lavoro.

2. Federalismo
«Non c’è dubbio che il federalismo fiscale può essere una grande riforma per tutta l’Italia»
Gianfranco Fini, 5 settembre 2010

Il bluff è totale. Basta girare un po’ il Sud. Qui i quadri alti e medio-alti di Fli giurano: sarà Fini a fermare il federalismo. Non a caso gli accennati sondaggi disegnano un partito quasi nullo al Nord, scarso al Centro, forte al Sud e nelle Isole: meridionalista, dunque. E antifederalista.

3. Governabilità
«Gli italiani si trovano bene nel bipolarismo e voteranno per la governabilità. Le larghe intese sono solo un’ipotesi di scuola»
Gianfranco Fini, 13 ottobre 2007

Evidentemente, è cambiato qualcosa rispetto alla campagna elettorale del 2008. Forse perché, per quanto risulta a Panorama, Gff intrattiene rapporti telefonici quasi quotidiani con Mda, Massimo D’Alema. I due cavalcherebbero ipotesi di governi tecnici e di larghe intese. Nel frattempo l’obiettivo è fare fibrillare Berlusconi. Da qui la convocazione del Cavaliere al Copasir, chiesta da Mda. E il voto contrario di Fli su Muammar Gheddafi. Ed è appena l’inizio. La Finanziaria no (un altro sgarbo a Napolitano non si può fare), ma da Palazzo Chigi avvistano voti a rischio su: pluralismo Rai (22 novembre), riforma dell’università (23), soppressione delle province (tra il 23 e il 25), mozione di sfiducia al leghista Roberto Calderoli (26), mozione contro Sandro Bondi (da fissare). Mentre nel resto d’Italia, silenziosamente, Fli fa traballare decine di amministrazioni locali. L’a-governabilità come strategia.

4. Riforme e legge elettorale
«Non ci può essere un patto di legislatura se non si cancella una legge elettorale che è una vergogna»
Gianfranco Fini, 7 novembre 2010

Con Bettino Craxi, Gff è stato in Italia il più grande sponsor del presidenzialismo. Ma prima ha virato sul semipresidenzialismo alla francese e poi rinviato tutto alla prossima legislatura. Per l’attuale si accontenterebbe di riscrivere il «Porcellum»: «È una vergogna» dice. Ma nel dicembre 2005 chi approvò la vergogna? Anche An e il suo leader. Però il problema Fli ce l’ha davvero. Senza un altro sistema di voto, il sogno del terzo polo (Fini, più Udc, più Luca Cordero di Montezemolo, più pezzi di Pd) svanirebbe con le elezioni. C’è anche un subproblema: di quale legge si parla? Fini mai ne ha proposta una. Mentre nell’opposizione, come dice D’Alema, «non è pronto niente». Ciò nonostante, Pier Luigi Bersani raccoglie firme in Parlamento per la sfiducia al governo.

5. Diritti civili
«Un maestro elementare dichiaratamente omosessuale non può fare il maestro»
Gianfranco Fini, 7 aprile 1998

La frase a lato fu pronunciata da Fini il 7 aprile 1998. E nel 2000, contro la Ue che chiedeva di equiparare le unioni gay alle famiglie tradizionali, diceva: «È un invito lesivo del diritto naturale». Oggi, polemizzando col Cavaliere che si appassiona alle «belle ragazze piuttosto che essere gay», Gff sostiene che «rispettare la persona vuol dire non distinguere tra eterosessuali od omosessuali». Sacrosanto. Se fosse vero. Perché in Fli c’è un bel po’ di scettici. Tipo Mirko Tremaglia, autore del famoso papello alla Ue dei «culattoni». E comunque l’apertura formale ai gay, aggiunta alle idee di Fini sulla fecondazione assistita, hanno devastato i rapporti con il Vaticano. Problemino: Gff puntava all’alleanza con l’ultracattolica Udc. Ma dopo l’anatema della Cei contro Fli, Pier Ferdinando Casini sta arretrando. Insomma, al momento Fini è assai isolato. Il che è pericoloso per un partito che, secondo i sondaggi, non arriva al 5 per cento.

6. Sicurezza e immigrati
«Io non cambierei una virgola della legge che va sotto il mio nome e quello di Bossi»
Gianfranco Fini, 25 ottobre 2010

Piaccia o meno, la Bossi-Fini è una legge severa, tale da suscitare le critiche dell’Onu. Così disse, per esempio, Rodriguez Pizarro, funzionaria inviata in Italia: «La legge ostacola una serie di diritti degli immigrati presenti nel Paese». Ancora il 25 ottobre 2010, Fini la rivendica orgoglioso, ma poi il 9 novembre ordina ai suoi deputati di votare contro l’accordo con la Libia. Le conseguenze? Il governo viene battuto e Muammar Gheddafi, probabilmente, lascerà arrivare più clandestini (il colonnello, si sa, è rancoroso). Per Fini, infatti, il Pdl è «arretrato culturalmente, al rimorchio della peggiore cultura leghista». Cioè di quello stesso Bossi che assieme a Fini ha scritto la legge sull’immigrazione. Che pure le virgole ha perfette.

7. Ideologia
«Nessuna preclusione a chi ha creduto nell’utopia socialista»
Gianfranco Fini, 25 ottobre 2010

Certo, sentire l’ultimo leader del Msi che apre ai comunisti fa impressione. E non per finta: il solito Fabio Granata ironizza sull’alleanza con Nichi Vendola «pur di cambiare premier». Ma l’apertura svela anche la motivazione del bifrontismo spinto di Fini: per reggere, deve imbarcare di tutto, fascisti, postfascisti, liberali, radicali, verdi, dc, craxiani. Fa nulla che la cosa assuma aspetti talvolta surreali. La deputata finiana Chiara Moroni, per esempio, vorrebbe che convergessero tutti dentro Fli, al seguito dell’erede del repubblichino Giorgio Almirante. Normale che ricevano, lei e Fini, sonori fischi da destra («È destinata a fallire totalmente », così Margherita Boniver, Pdl) e da sinistra («Moroni offende non solo i socialisti ma anche l’intelligenza degli italiani»: Marco Di Lello, Psi). All’appello mancavano i postmarxisti e i liberal radical-chic, come Giacomo Marramao, Giulio Giorello, Giuseppe Leonelli. Sono arrivati pure loro. Tutti conosciutissimi, tutti senza voti. Tutti a rischio Moroni.

DA PANORAMA IN EDICOLA

L’ON. ANGELI DAL FLI TORNA NEL PDL

Pubblicato il 16 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

E’ arrivato questa mattina direttamente dall’Argentina per ufficializzare il suo ritorno nel Pdl e per sostenere il governo e il premier Berlusconi. Un ritorno importante, quello di Giuseppe Angeli, deputato eletto in America Latina. “Quando c’è stata la spaccatura nel Pdl ho seguito Fini per la mia storia e per un’amicizia che mi lega a lui e a Tremaglia – ha spiegato Angeli nel corso di una conferenza stampa a Montecitorio insieme con Daniela Santanchè e il coordinatore del Pdl Denis Verdini -, ora però ci sono cose che non mi stanno piacendo”. Angeli ha spiegato di aver cercato di parlare con il presidente della Camera per avvertirlo della sua scelta: “Non ci sono riuscito, lo farò nelle prossime ore. Questa mattina ho parlato con Moffa a cui ho comunicato la mia decisione”. Infine, l’ultima precisazione: “Visto quello che si dice in questi giorni, voglio chiarire che io non sono un uomo in vendita”.

SAVIANO COME SANTORO

Pubblicato il 16 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

Impara presto il nuovo gurù della RAI comunista che più comunista non si può. All’indignazione manifestata dal ministro Maroni, la cui attività contro la criminalità organizzata è  apprezzata bipartisan, sul’accostamento fatto da Saviano, da solo,  senza contraddittorio, durante la sua trasmissione  con Fazio, faziosa e a senso unico, circa la “vicinanza” della Lega con ambienti criminali lombardi, ha risposto dicendosi “allarmato”, il che la dice lunga sul personagigo che ormai pensa di poter essere il nuovo e unico faro della verità. E non basta. Alla richiesta di Maroni, che è il Ministro degli Interni , di poter replicare nella stessa trasmissione come avviene sempre, almeno sulla carta stampata in virtù della cosiddetta legge sulla stampa, la rai 3, per bocca di un certo Mazzetti, capostruttura, ha dichiarato che Maroni non può replicare e che se vuole querelasse la trasmissione o Saviano. Non v’è bisogno d’altro per individuare il regime che regna in RAI, dove a chiunque è permesso di infangare chicchessia, e questo chicchessia, non può difendersi pubblicamente. Alla malora. Privatizziamo la Rai, ma sul serio e quelli come Mazzetti che hanno fatto uno spettacolo inverecondo con i soldi pubblici e senza ritorni per la Rai sarebbero licenziati in tronco. g.

MARONI: DA SAVIANO ACCUSE INFAMANTI. CHIEDO DIRITTO DI REPLICA

Pubblicato il 16 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

Il ministro dell’Interno Roberto Maroni non ci sta. Si ribella all’assenza di contraddittorio alla trasmissione “Vieni via con me” del duo Fazio-Saviano e chiede di essere invitato per puro diritto di replica.

Il capo del Viminale si è infuriato per alcune frasi dell’autore campano di “Gomorra“, che ha accostato la Lega Nord alla criminalità organizzata. Maroni ha parlato di “accuse infamanti” ed ha aggiunto che vorrebbe un faccia a faccia con Saviano “per vedere se ha il coraggio di dire quelle cose guardandomi negli occhi”. Lo scrittore, aveva infatti definito Maroni “uno tra i migliori ministri nella lotta alla mafia”, per poi infangare il nome del partito nordista nel monologo di lunedì sera. “Facile lanciare il sasso senza il contraddittorio”, ha conlcuso in ministro dell’Interno.

Intanto, approfittando dello schermo di Rai3, è scattata la campagna elettorale di Gianfranco Fini. Il Presidente della Camera, pochi secondi dopo la performance del segretario Pd, Pierluigi Bersani, si è speso in un elenco: “i valori della destra”. Singolare il passaggio del testimone tra i due, quasi si trattasse di una “prova di intesa”, celebrata con scarso appeal davanti al pubblico record – 9 milioni di italiani – raccolto davanti alla trasmissione che ha nuovamente sbancato l’auditel

Fini ha fatto propri valori universali, quali l’orgoglio per l’opera dei militari, l’importanza delle pari opportunità e della meritocrazia. Poi ha parlato di immigrazione e di etica pubblica.

Pochi minuti dopo i due interventi, il capogruppo Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, ha descritto la trasmissione di Fazio “di un settarismo più unico che raro, dall’inizio alla fine. Il conduttore e Saviano hanno fatto dei mediocri comizi, senza facoltà di contraddittorio”. Un accenno diretto alle parole di Bersani (come al solito poco convincente di fronte alle telecamere e Fini è invece arrivato dal portavoce Pdl, Daniele Capezzone. “Gianfranco Fini e Pierluigi Bersani hanno avuto la grande opportunità di parlare al Paese, a milioni di italiani. Ma da loro è arrivato soltatnto un compitino banale e deludente, un temino da alunno che non si applica. Un calcio di rigore tirato in tribuna…”.