BISCOTTONE PER SILVIO,l’editoriale di Mario Sechi
Pubblicato il 11 novembre, 2010 in Politica | No Comments »
Stanno cucinando il Biscottone per Silvio. Per ora i cuochi sono alla fase d’impasto, ma i tempi di lievitazione si sono accorciati e presto vedremo se gli chef ai fornelli del Palazzo riusciranno a sfornare il dolce e farlo mangiare al capo del governo quasi uscente. I maligni dicono che ci sarà dentro il veleno, la dose letale per far fuori l’uomo che da sedici anni ha in mano il metronomo della politica italiana, Berlusconi. Non so quanto sarà potente l’intruglio, so però che serve qualcosa capace di stordire il premier, metterlo in condizione di non galoppare nelle praterie elettorali. Appiedare il Cavaliere è la condizione necessaria per andare avanti con il piano di regime change, con l’idea di cambio totale della guida non solo dell’esecutivo, ma dell’intero sistema politico italiano così come l’abbiamo conosciuto. La diplomazia è al lavoro da mesi, ma la via ribaltonista scelta da Gianfranco Fini negli ultimi giorni ha accelerato le operazioni. Riusciranno i nostri eroi a far secco il Cav? Ho qualche dubbio. Non essendo possibile mettere Berlusconi nelle patrie galere (sogno di tutti i suoi avversari) si dovranno accontentare (o illudere) di tenerlo imbrigliato il tanto che basta, ma l’idea di sbarazzarsi di lui e del berlusconismo come fenomeno sociale è semplicemente un desiderio infantile. É da questo fatto ineludibile, da questo incubo che muovono le loro mosse i protagonisti di questo finale di partita.
Vediamoli nel dettaglio uno a uno, cercando di leggerne non solo i prossimi passi, ma anche la psicologia e le paure che emergono dai loro discorsi più o meno ufficiali. Gianfranco Fini. Eccolo, è l’uomo che si sta incaricando di vestire i panni del regicida, colui che tradisce e pugnala alla schiena il Cavaliere di Arcore. Dopo sedici anni (ma se contiamo l’endorsement di Berlusconi quando Gianfranco si candidò a sindaco di Roma gli anni sono diciassette) ha deciso che è giunto il momento di comandare il plotone d’esecuzione. Nella duplice veste di Presidente della Camera e leader di Futuro e Libertà Fini tenta il colpaccio della vita (e morte) di una stagione politica.
Gianfranco è giunto all’estrema decisione senza averci pensato in fondo poi tanto. Le pietre sono rotolate a valle e lui in cuor suo gode tantissimo di questa situazione. È entrato in una fase parossistica il cui ritornello è «Silvio deve cadere», tutto il resto per lui è noia. Ad horas i suoi ministri lasceranno (con il magone e molta preoccupazione per l’indennità perduta) la poltrona, poi ci sarà un salto nel buio dell’iperspazio politico. Fini ha in mente un piano di salvataggio per se stesso e i suoi fedelissimi che ha due vie possibili: convincere Berlusconi ad allargare il suo governo e consegnarsi al boa constrictor di Futuro e Libertà-Udc, oppure convincere Napolitano sulla bontà di un governo tecnico e trascorrere qualche mese ancora al riparo, il tanto che serve per organizzarsi a elezioni anticipate ma non troppo. Ieri ha visto il suo potenziale complice nell’operazione, Pier Ferdinando Casini, ha parlato con Letta, saggiato la visione del Quirinale. Chi dice che è disperato si sbaglia, Fini è in una fase psicologica in cui non prova quel senso di smarrimento, sa che anche nella Terza Repubblica avrà un ruolo, il problema è solo arrivarci nel miglior modo possibile, senza farsi troppo male e con le batterie cariche. Ci riuscirà? Al di là dei proclami umbri, il suo partito non esiste, è un’accozzaglia di belle e brutte speranze che deve fare i conti con la categoria politica del «tradimento» e un elettorato di destra che non ha alcuna intenzione di votarlo. I sondaggi migliori lo danno al 7 per cento, quelli più realisti in una banda che oscilla tra il 3 e il 5 per cento. Troppo poco per contare da solo. Ecco perché ha bisogno di alleati. Non può andare al voto anticipato subito, non può sbarellare totalmente a sinistra. Deve giocarsi la carta della manovra di Palazzo.
Pier Ferdinando Casini. Ha dalla sua una posizione chiara assunta due anni fa: sta all’opposizione di Berlusconi, non ha accettato nessuna offerta del Cav in passato e imbarcarsi oggi in un’operazione di regime non è per lui il massimo. Ha bisogno di una crisi conclamata del governo uscente per poter partecipare a un’altra avventura. Il suo partito ha perso alcuni pezzi della scacchiera che pesano, soprattutto in quella Sicilia che nelle scorse elezioni politiche gli ha consentito di eleggere i suoi tre senatori. Con Fini non condivide un bel niente, tranne il fatto che vuole la sparizione del Cavaliere. Sul resto, buio fitto. Un programma politico scritto da Fini e Casini avrebbe seri problemi psichiatrici, sarebbe una personalità sdoppiata: il laicista Gianfranco con il cattolicissimo Pier. Fini era per staccare la spina a Eluana Englaro, Casini per la volontà di Nostro Signore. Il capo di Fli è guardato con sospetto dal Vaticano (basta leggere Avvenire per capirlo), quello dell’Udc resta una pedina della politica terrena della Santa Sede. Entrambi cavalcano la battaglia moralista contro il Supercavaliere erotico, ma entrambi sono divorziati. Dopo l’odio per Berlusconi hanno in comune il cambio dei pannolini della prole. È una suprema alleanza dei passeggini che con queste premesse può giusto varare un governo tecnico, una transizione, poi essendo due galletti nel pollaio torneranno a prendersi a colpi di beccuccio e artiglietto.
Umberto Bossi. Nei panni del mediatore non lo avevamo ancora visto adoprarsi e l’unica cosa media visibile in questi mesi del nostro Umbertone è stato il suo fierissimo dito medio alzato di fronte all’intero mondo. Bontà sua, ha deciso di provarci e tutti noi trepidiamo in attesa di novità roboanti. È il politico più furbo e intelligente della baracca politica, uno che male che vada domina tutto il Nord mentre gli altri si leccano le ferite. Un governo tecnico per lui è un regalo colossale, una manna padana: mesi di campagna elettorale con il dito alzato, il rutto incorporato, lo slogan popolano e una capacità di dragare voti impareggiabile. Fini e i suoi sodali hanno appena smontato in Parlamento l’accordo con la Libia sui respingimenti degli immigrati, vallo a spiegare a quelli delle valli che votano Lega. Eppure Bossi ha il dovere di provarci, per lui c’è una missione da concludere: il varo del federalismo prima che tutto il resto vada a carte quarantotto. Messi a posto i decreti per dare autonomia al Nord, si potrà andare alle urne e il Carroccio avrà un bottino di guerra ricco quel tanto che serve per porre le premesse di un’Italia a doppia velocità e doppio Stato: da una parte il Nord che guarda alla Baviera, dall’altra il Sudistan di Fini e del partito della spesa galoppante. Il suo tentativo diplomatico è generoso, se va a segno, la legislatura continua come prima e più di prima nel segno della Lega, se va male, appena uscito dalla stanza di Fini tirerà fuori lo spadone di Alberto da Giussano e vedremo rotolare le teste sognanti di mezzo Parlamento.
Gianni Letta. È il mediatore eterno, la felpata presenza istituzionale, il cervello fino nella stanza dei bottoni. Ieri ha avvisato tutti i naviganti del globo terracqueo: «La prospettiva del governo è stretta». Affiorate dalle sue labbra quelle parole significano una sola cosa: siamo a un passo dal botto finale o dalla salvezza in extremis. Un suo governo tecnico sarebbe la garanzia migliore per il Cav, ma il nostro dovrebbe poi fronteggiare il fuoco incrociato dei magistrati e del giornale-partito di Repubblica. Giorgio Napolitano. Ieri ha detto: «Ci sono troppe incognite. Bisogna fare i conti con i problemi concreti». Ecco, il presidente della Repubblica è un Terzinternaziolista, un uomo della Realpolitik. Non vuole pasticci, chiede che venga approvata la finanziaria, sa benissimo che non si può fare un governo con Bossi, Berlusconi e Tremonti all’opposizione e soprattutto non ha nessuna intenzione di candidarsi all’Oscar (Luigi Scalfaro) del ribaltone.
Silvio Berlusconi. Il Bunga Bunga nei sondaggi per ora gli fa un baffo, l’asse Pdl-Lega continua ad essere il favorito nella corsa elettorale. Lui lo sa e gioca a fare il gatto con il topo. Non si dimette, aspetta Fini, l’uomo con il cerino in mano. Il Biscottone è in cottura, ma con queste premesse rischia di uscire dal forno di Palazzo bruciacchiato. Vedremo presto chi in Parlamento ha il coraggio di mangiarlo. MARIO SECHI
il tempo, 11 novembre 2010


Mentre Italo Bocchino affermava che «la crisi ci sarà», dal Quirinale giungevano parole che dovrebbero riportare i marziani di Futuro e Libertà sulla terra. Giorgio Napolitano chiede che la Finanziaria sia approvata senza incertezze, che il ciclo virtuoso che ha tenuto saldi i conti pubblici italiani prosegua e la stabilità di governo in un momento di grande fibrillazione dell’economia mondiale sia garantita. Napolitano frena Fini. Niente crisi, please. Proprio ieri su Il Tempo Francesco Damato e Marlowe hanno spiegato le ragioni per cui un intervento del capo dello Stato era auspicabile e la linea del controllo della spesa della finanza pubblica non è una variabile a disposizione dei finiani, ma un impegno continuo preso dall’Italia nei confronti delle istituzioni internazionali. Pochi giorni fa due agenzie di rating – Standard & Poors e Fitch – hanno confermato la loro valutazione positiva per i conti pubblici dell’Italia, ma entrambe hanno anche lanciato un avvertimento: serve stabilità e una crisi di governo può essere letale per il Paese. Sono certo che l’Ufficio per gli Affari Finanziari della Presidenza della Repubblica ha letto con molta attenzione i documenti delle agenzie di rating. E sono altrettanto certo che Napolitano ha tirato un sospiro di sollievo. L’Italia emette titoli di debito che servono a finanziare l’attività dello Stato, sono il nostro ossigeno quotidiano. E la credibilità delle istituzioni è fondamentale per il collocamento di questi titoli.