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BISCOTTONE PER SILVIO,l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 11 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi Stanno cucinando il Biscottone per Silvio. Per ora i cuochi sono alla fase d’impasto, ma i tempi di lievitazione si sono accorciati e presto vedremo se gli chef ai fornelli del Palazzo riusciranno a sfornare il dolce e farlo mangiare al capo del governo quasi uscente. I maligni dicono che ci sarà dentro il veleno, la dose letale per far fuori l’uomo che da sedici anni ha in mano il metronomo della politica italiana, Berlusconi. Non so quanto sarà potente l’intruglio, so però che serve qualcosa capace di stordire il premier, metterlo in condizione di non galoppare nelle praterie elettorali. Appiedare il Cavaliere è la condizione necessaria per andare avanti con il piano di regime change, con l’idea di cambio totale della guida non solo dell’esecutivo, ma dell’intero sistema politico italiano così come l’abbiamo conosciuto. La diplomazia è al lavoro da mesi, ma la via ribaltonista scelta da Gianfranco Fini negli ultimi giorni ha accelerato le operazioni. Riusciranno i nostri eroi a far secco il Cav? Ho qualche dubbio. Non essendo possibile mettere Berlusconi nelle patrie galere (sogno di tutti i suoi avversari) si dovranno accontentare (o illudere) di tenerlo imbrigliato il tanto che basta, ma l’idea di sbarazzarsi di lui e del berlusconismo come fenomeno sociale è semplicemente un desiderio infantile. É da questo fatto ineludibile, da questo incubo che muovono le loro mosse i protagonisti di questo finale di partita.
Vediamoli nel dettaglio uno a uno, cercando di leggerne non solo i prossimi passi, ma anche la psicologia e le paure che emergono dai loro discorsi più o meno ufficiali. Gianfranco Fini. Eccolo, è l’uomo che si sta incaricando di vestire i panni del regicida, colui che tradisce e pugnala alla schiena il Cavaliere di Arcore. Dopo sedici anni (ma se contiamo l’endorsement di Berlusconi quando Gianfranco si candidò a sindaco di Roma gli anni sono diciassette) ha deciso che è giunto il momento di comandare il plotone d’esecuzione. Nella duplice veste di Presidente della Camera e leader di Futuro e Libertà Fini tenta il colpaccio della vita (e morte) di una stagione politica.

Gianfranco è giunto all’estrema decisione senza averci pensato in fondo poi tanto. Le pietre sono rotolate a valle e lui in cuor suo gode tantissimo di questa situazione. È entrato in una fase parossistica il cui ritornello è «Silvio deve cadere», tutto il resto per lui è noia. Ad horas i suoi ministri lasceranno (con il magone e molta preoccupazione per l’indennità perduta) la poltrona, poi ci sarà un salto nel buio dell’iperspazio politico. Fini ha in mente un piano di salvataggio per se stesso e i suoi fedelissimi che ha due vie possibili: convincere Berlusconi ad allargare il suo governo e consegnarsi al boa constrictor di Futuro e Libertà-Udc, oppure convincere Napolitano sulla bontà di un governo tecnico e trascorrere qualche mese ancora al riparo, il tanto che serve per organizzarsi a elezioni anticipate ma non troppo. Ieri ha visto il suo potenziale complice nell’operazione, Pier Ferdinando Casini, ha parlato con Letta, saggiato la visione del Quirinale. Chi dice che è disperato si sbaglia, Fini è in una fase psicologica in cui non prova quel senso di smarrimento, sa che anche nella Terza Repubblica avrà un ruolo, il problema è solo arrivarci nel miglior modo possibile, senza farsi troppo male e con le batterie cariche. Ci riuscirà? Al di là dei proclami umbri, il suo partito non esiste, è un’accozzaglia di belle e brutte speranze che deve fare i conti con la categoria politica del «tradimento» e un elettorato di destra che non ha alcuna intenzione di votarlo. I sondaggi migliori lo danno al 7 per cento, quelli più realisti in una banda che oscilla tra il 3 e il 5 per cento. Troppo poco per contare da solo. Ecco perché ha bisogno di alleati. Non può andare al voto anticipato subito, non può sbarellare totalmente a sinistra. Deve giocarsi la carta della manovra di Palazzo.

Pier Ferdinando Casini. Ha dalla sua una posizione chiara assunta due anni fa: sta all’opposizione di Berlusconi, non ha accettato nessuna offerta del Cav in passato e imbarcarsi oggi in un’operazione di regime non è per lui il massimo. Ha bisogno di una crisi conclamata del governo uscente per poter partecipare a un’altra avventura. Il suo partito ha perso alcuni pezzi della scacchiera che pesano, soprattutto in quella Sicilia che nelle scorse elezioni politiche gli ha consentito di eleggere i suoi tre senatori. Con Fini non condivide un bel niente, tranne il fatto che vuole la sparizione del Cavaliere. Sul resto, buio fitto. Un programma politico scritto da Fini e Casini avrebbe seri problemi psichiatrici, sarebbe una personalità sdoppiata: il laicista Gianfranco con il cattolicissimo Pier. Fini era per staccare la spina a Eluana Englaro, Casini per la volontà di Nostro Signore. Il capo di Fli è guardato con sospetto dal Vaticano (basta leggere Avvenire per capirlo), quello dell’Udc resta una pedina della politica terrena della Santa Sede. Entrambi cavalcano la battaglia moralista contro il Supercavaliere erotico, ma entrambi sono divorziati. Dopo l’odio per Berlusconi hanno in comune il cambio dei pannolini della prole. È una suprema alleanza dei passeggini che con queste premesse può giusto varare un governo tecnico, una transizione, poi essendo due galletti nel pollaio torneranno a prendersi a colpi di beccuccio e artiglietto.

Umberto Bossi. Nei panni del mediatore non lo avevamo ancora visto adoprarsi e l’unica cosa media visibile in questi mesi del nostro Umbertone è stato il suo fierissimo dito medio alzato di fronte all’intero mondo. Bontà sua, ha deciso di provarci e tutti noi trepidiamo in attesa di novità roboanti. È il politico più furbo e intelligente della baracca politica, uno che male che vada domina tutto il Nord mentre gli altri si leccano le ferite. Un governo tecnico per lui è un regalo colossale, una manna padana: mesi di campagna elettorale con il dito alzato, il rutto incorporato, lo slogan popolano e una capacità di dragare voti impareggiabile. Fini e i suoi sodali hanno appena smontato in Parlamento l’accordo con la Libia sui respingimenti degli immigrati, vallo a spiegare a quelli delle valli che votano Lega. Eppure Bossi ha il dovere di provarci, per lui c’è una missione da concludere: il varo del federalismo prima che tutto il resto vada a carte quarantotto. Messi a posto i decreti per dare autonomia al Nord, si potrà andare alle urne e il Carroccio avrà un bottino di guerra ricco quel tanto che serve per porre le premesse di un’Italia a doppia velocità e doppio Stato: da una parte il Nord che guarda alla Baviera, dall’altra il Sudistan di Fini e del partito della spesa galoppante. Il suo tentativo diplomatico è generoso, se va a segno, la legislatura continua come prima e più di prima nel segno della Lega, se va male, appena uscito dalla stanza di Fini tirerà fuori lo spadone di Alberto da Giussano e vedremo rotolare le teste sognanti di mezzo Parlamento.

Gianni Letta. È il mediatore eterno, la felpata presenza istituzionale, il cervello fino nella stanza dei bottoni. Ieri ha avvisato tutti i naviganti del globo terracqueo: «La prospettiva del governo è stretta». Affiorate dalle sue labbra quelle parole significano una sola cosa: siamo a un passo dal botto finale o dalla salvezza in extremis. Un suo governo tecnico sarebbe la garanzia migliore per il Cav, ma il nostro dovrebbe poi fronteggiare il fuoco incrociato dei magistrati e del giornale-partito di Repubblica. Giorgio Napolitano. Ieri ha detto: «Ci sono troppe incognite. Bisogna fare i conti con i problemi concreti». Ecco, il presidente della Repubblica è un Terzinternaziolista, un uomo della Realpolitik. Non vuole pasticci, chiede che venga approvata la finanziaria, sa benissimo che non si può fare un governo con Bossi, Berlusconi e Tremonti all’opposizione e soprattutto non ha nessuna intenzione di candidarsi all’Oscar (Luigi Scalfaro) del ribaltone.

Silvio Berlusconi. Il Bunga Bunga nei sondaggi per ora gli fa un baffo, l’asse Pdl-Lega continua ad essere il favorito nella corsa elettorale. Lui lo sa e gioca a fare il gatto con il topo. Non si dimette, aspetta Fini, l’uomo con il cerino in mano. Il Biscottone è in cottura, ma con queste premesse rischia di uscire dal forno di Palazzo bruciacchiato. Vedremo presto chi in Parlamento ha il coraggio di mangiarlo. MARIO SECHI

il tempo, 11 novembre 2010


ONORIAMO IL MANDATO DEL POPOLO

Pubblicato il 10 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

In nessun paese europeo si sta discutendo del modo più bizantino o più furbo per far cadere un governo. In nessuno dei paesi tuttora alle prese con una crisi economica mondiale non ancora risolta, chi fa parte di una maggioranza o addirittura dei vertici istituzionali dello Stato sta studiando le mosse per congegnare crisi al buio, volte non a rafforzare ed accelerare le decisioni tempestive che la situazione e la responsabilità richiede, ma a disegnare futuri e futuribili nuovi scenari nell’interesse della politica dei partiti, e soprattutto di una parte.
Più semplicemente, in nessun paese si tenta di sostituire una maggioranza eletta con una minoranza sconfitta.
E’ davvero questo che si vuole per l’Italia? Di sicuro non lo vuole Silvio Berlusconi. Ha ricevuto un mandato a governare dalla maggioranza dei cittadini – mandato più volte confermato in varie consultazioni amministrative ed europee – ed ha l’intenzione di onorare quel mandato. Non sarà il premier a lasciare il Paese senza guida ed esposto alle speculazioni dei mercati, a rischiare di fare dell’Italia una nuova Grecia o una nuova Spagna. Quella delle crisi di governo “pilotate”, dei cambi in corsa delle maggioranze passando non per il Parlamento ma per i comizi di piazza e quindi per le anticamere dei palazzi, è una vecchia pratica che risale ai tempi di quando i partiti contavano più dei cittadini. Ma è anche e soprattutto un’illusione. Un calcolo sbagliato. Inoltre una tentazione che va contro ogni buon senso e rispetto istituzionale, e stupisce che venga dalla terza carica dello Stato, dal presidente della Camera che dovrebbe essere un garante (anche severo, ma garante) e non una parte pesantemente in causa. Un arbitro o un assistente di linea, non un giocatore che interviene a gamba tesa.
Il senso di responsabilità, soprattutto in questo momento, è ben altra cosa. Il senso di responsabilità è innanzitutto governare, perché questo è ciò di cui ha bisogno l’Italia. E’ ciò che chiedono le forze sociali, i lavoratori e gli imprenditori, ed anche i mercati che stanno in agguato sui nostri conti pubblici. La settimana scorsa due agenzie di rating, Standard & Poor’s e Ficht, hanno entrambe confermato il buon giudizio sulla nostra situazione economica, una pagella che, secondo S&P potrebbe addirittura essere rivista al rialzo (caso pressoché unico nel mondo) a condizione che l’Italia vada avanti nella stabilità politica e nel processo di riforme. Esattamente il contrario di ciò che abbiamo ascoltato ieri. Il senso di responsabilità è approvare la legge finanziaria – che si chiama non a caso proprio “di stabilità” – ed il piano di riforme 2020, quei due impegni che l’Europa ci chiede e che a Bruxelles dobbiamo inviare entro il mese di novembre.
Il senso di responsabilità, per noi e per l’intera Unione europea e la sua moneta, è concludere il duro negoziato sulle nuove regole finanziarie, che è l’argomento che tiene banco in tutto il mondo.
Il senso di responsabilità, inoltre, impone di portare tutto – cose da fare, leggi da discutere, accordi e disaccordi – in Parlamento, perché è solo quello il luogo deputato a comporre e scomporre maggioranze, è solo lì che possono o non possono cadere i governi, e soprattutto è solo lì che i fatti avvengono alla luce del sole. Rispondendone agli elettori, ai cittadini, ai contribuenti, alle forze sociali.
Qualcuno, in Parlamento, non in un comizio, dovrà a quel punto spiegare perché il capo del governo dovrebbe lasciare il proprio posto, e quindi venir meno alle proprie responsabilità, solo per una manovra di corridoio politico, proprio mentre la situazione economica e sociale richiede l’esatto contrario: di fare il lavoro per il quale gli italiani ci hanno designato. Se non lo si fa, se si indicano – anzi, si pretendono di imporre con ultimatum – vie traverse e oscure, si cerca di fuggire sia dalle responsabilità, sia dalla chiarezza, sia dalla realtà. Si viene meno al dovere più elementare dei politici, dei ministri e degli eletti: rispondere delle proprie azioni. Non ai propri simpatizzanti, ma al Paese e all’intero corpo elettorale. Ed in questo caso gli italiani, che non sono certo insensibili, avranno occhi per vedere, orecchie per capire, e soprattutto testa per giudicare. Con il loro cervello, non con quello altrui.

IL POPOLO DELLA LIBERTA’

10 novembre 2010

FINI E I SUOI VOGLIONO L’IMMIGRAZIONE CLANDESTINA: IERI ALLA CAMERA I DEPUTATI FINIANI AGLI ORIDNI DEL KAPO’ BOCCHINO VOTANO CONTRO IL GOVERNO

Pubblicato il 10 novembre, 2010 in Politica, Politica estera | No Comments »

di Gian Maria De Francesco

È finita con i fischi e le urla «buffone, buffone!» rivol­te all’indirizzo del capogrup­po finiano Italo Bocchino. Ma per la maggioranza è stato un brutto martedì a Montecito­rio: il governo è stato battuto per ben tre volte sulle mozio­ni riguardanti il Trattato Italia- Libia che le opposizioni chie­deva­no di modificare attraver­so una sospensione della poli­tica dei respingimenti da par­te di Tripoli.

Questa la paradossale cro­naca. Il radicale in quota Pd Mecacci ha presentato un emendamento al documento inizialmente sostenuto da Pdl e Lega con il quale si impegna l’esecutivo a rivedere il Tratta­to inserendovi le garanzie in materia di diritti umani previ­ste dalla Costituzione e dal di­ritto internazionale e ad atti­varsi per la riapertura dell’uffi­cio libico dell’Alto commissa­riato Onu per i rifugiati. In pra­tica mandando a monte l’ac­cordo con Gheddafi, propu­gnato da Prodi e concluso da Berlusconi, che ha ridotto no­te­volmente gli sbarchi di clan­destini sulle coste italiane. Tra le altre «fantasiose» previ­sioni del dispositivo la possibi­lità per i pescherecci siciliani di pescare in acque interna­zionali senza incorrere nelle vedette libiche e, soprattutto, risarcimenti per gli italiani espulsi dopo la rivoluzione del 1969 e per le imprese che vantano crediti verso la Libia.

Il risultato è stato sconfor­tante: maggioranza battuta 261 a 274. Questo perché i fi­niani guidati dal vicecapo­gruppo Benedetto Della Vedo­va hanno pensato bene di cambiare posizione. La ex­maggioranza Pdl-Lega non è riuscita nemmeno a ritirare la propria mozione emendata da Mecacci perché Fli l’ha fat­ta propria e l’ha fatta approva­re con i voti di Udc, Pd e Idv (281-270). Stesso risultato an­che per la mozione più tenue dell’Udc (281-269).Il parados­so è che i finiani hanno squa­dernato la maggioranza su un tema fondamentale come si­curezza e immigrazione ap­poggiandosi a un radicale co­me Mecacci (stessa scuola di Della Vedova) nel quale il Pd stesso non credeva.Tant’è ve­r­o che l’ex ministro degli Este­ri Massimo D’Alema, pur ma­ramaldeggiando sulla «mag­gioranza che non c’è più», ha rilevato che l’emendamento poteva essere accolto senza inasprire il confronto.

I finiani ormai non perdono occasione per mercanteggia­re favori (come sulla legge di stabilità), far pesare la pro­pria consistenza e, contestual­mente indebolire, il presiden­te del Consiglio. «Dobbiamo far capire a Berlusconi che senza i voti di Fini non va da nessuna parte», ha detto ieri Bocchino convincendo, an­che con le maniere spicce i propri colleghi a votare con­tro quel trattato che due anni fa avevano approvato. È stato in quel frangente che il Masa­niello di Fli s’è beccato i boati di disapprovazione di Pdl e Le­ga anche se non è riuscito a ri­portare nell’ovile alcuni colle­ghi tra i quali Menia, Moffa, Lamorte e altri. Alcuni come Consolo hanno dichiarato di non essersi accorti del cam­bio di indicazione.

Ma aggrap­parsi a distrazioni, indecisio­ni e questioni personali non può diventare lo sport princi­pale della maggioranza. Che alla Camera, inoltre, ha sem­pre avuto il suo bel da fare a recuperare ministri, sottose­gretari e assenti a vario titolo. Non è mancato il solito côté da saloon. Con i pidiellini a ur­lare «Bravi, bravi» ai finiani e con l’intemerata di Maurizio Bianconi che ha sfiorato lo scontro fisico con il sottose­gretario Fli Roberto Menia, trattenuto a stento dal coordi­natore del Pdl Verdini. Anche l’appello alla ragionevolezza del ministro degli Esteri, Fran­co Frattini, è caduto nel vuo­to. «Se il Parlamento ritiene di seguire la linea dell’Unione europea, usiamo il linguaggio usato dall’Ue, altrimenti noi vogliamo dire: aprire le porte, rompendo la collaborazione migratoria a tutti coloro che vorranno entrare illegalmen­te», ha implorato.

All’uscita dall’Aula i deputa­ti berlusconiani meditavano propositi di rivincita nella prossima campagna elettora­le. «Tappezzeremo tutte le cit­tà d’Italia con migliaia di ma­nifesti nei quali si vedrà la fac­cia di Fini accanto ai barconi pieni di immigrati. È lui che vuole l’immigrazione clande­stina », prometteva un deputa­to. Il voto di ieri cambierà qualcosa nella politica del go­verno? No. Ma certifica che la crisi è ormai conclamata.D’al­tronde, anche Prodi nel 2007 cadde la prima volta sulla poli­­tica estera, impallinato dai co­munisti pacifisti.

PARLA FINI E IL PDL GUADAGNA VOTI: ECCO I SONDAGGI

Pubblicato il 10 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

    Euromedia Research: il Popolo della libertà dopo la convention umbra ha l’1% dei consensi in più. Fli sotto il 5%

    Pare che il discorso di Gianfranco Fini domenica abbia galvanizzato più i berluscones che i cosiddetti «futuristi». Al Pdl avrebbe fatto conquistare, per l’esattezza, un punto in più di gradimento. Il sondaggio realizzato da Euromedia Research è stato fatto «a caldo», «sull’onda dell’emotività». L’obiettivo, spiega Alessandra Ghisleri che guida l’istituto, era quello di testare «che cosa era cambiato nelle opinioni degli italiani in merito alle intenzioni di voto, dopo l’intervento del presidente della Camera alla convention di Futuro e libertà».

    Il campione interrogato, di circa 873 persone aventi diritto al voto ha mostrato una reazione di ricompattamento nel Popolo della libertà, che sarebbe passato in pochi giorni dal 28-30 per cento al 29-31.
    Il gruppo Futuro e libertà di Fini avrebbe registrato solo un lieve miglioramento, salendo dal 2-4 per cento al 2,5-4,5 per cento.
    È vero che il sondaggio registra una percentuale del 27,5 per cento di indecisi, ma se in questo quadro dovesse nascere il famoso «terzo polo», sarebbe ben lontano da quel 21 per cento di cui parla Francesco Rutelli quando sponsorizza i potenziali consensi di quello che definisce il partito «Kadima». Per ora, secondo Euromedia, la possibile futura coalizione di centro, composta da Udc, Fli e Api, rappresenterebbe il 10-12 per cento dell’elettorato. Il sondaggio, infatti, indica il partito di Pier Ferdinando Casini stabile tra il 5,5 e il 7,5 per cento, come quello di Rutelli, l’Api, inchiodato sullo 0,5-1.
    L’insieme della coalizione di centrodestra raccoglierebbe tra il 44 e il 46 per cento. Tutte forze fedeli al premier Silvio Berlusconi. La Lega, dopo l’ultima uscita di Fini, sarebbe rimasta stabile tra il 12 e il 14 per cento. Stessa cosa per La Destra di Francesco Storace, ferma tra l’1 e il 3 per cento.

    Sull’altra sponda, lo schieramento di centrosinistra si assesterebbe invece sul 35-37 per cento. Con un Partito democratico stabile, che si collocherebbe tra il 24 e il 26 per cento; l’Italia dei valori di Antonio Di Pietro che scenderebbe dal 6-8 per cento al 5,5-7,5; Sinistra ecologia e libertà di Nichi Vendola ferma tra il 3 e il 5 per cento.
    Il sondaggio Euromedia, fatto su «gruppi di ascolto e di rilevazione» e diffuso in esclusiva da Affaritaliani.it, rileva una sempre maggiore attenzione da parte degli elettori per il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo, che oscillerebbe tra il 2 e il 3 per cento, mentre la Federazione della sinistra (ossia Prc-Comunisti italiani) rimarrebbe all’1,5-2,5.

    Nel mondo politico si fa strada l’idea che le grandi coalizioni, che hanno avuto finora una breve stagione, vanno ripensate. In questa situazione il «terzo polo», ancora inesistente, sarebbe l’ago della bilancia, capace di far vincere uno schieramento o l’altro.
    Ma finché i finiani non arriveranno ad una vera rottura con il Cavaliere, vale quello che continuano a ripetere dal Pdl: «In caso di elezioni lo schieramento più forte è il centrodestra dell’asse Pdl-Lega». AMG

    UN RISCHIOSO “FUTURISMO” FAMILIARE: IL GIORNALE DEI VESCOVI ITALIANI SCONFESSA FINI E RILEVA CHE E’ PORTATORE DI “QUALCOSA DI INACCETTABILMENTE VECCHIO”

    Pubblicato il 9 novembre, 2010 in Costume, Politica | No Comments »

    L’AVVENIRE, il giornale dei Vescovi italiani, pubblica oggi, con richiamo in prima pagina, la lettera dell’avv. Fabio Russo di Roma, il quale, citando il Fini di Perugia, chiede al direttore del giornale una sua opinione sul percorso  dello stesso Fini e del suo partito sui temi etici della famiglia. Il Direttore dell’Avvenire risponde accusando Fini di essere portatore di “qualcosa di inaccettabilmente vecchio” e va giù duro, che più duro non si può, sull’ateo Fini che vorrebbe divenire il leader del centrodestra italiano, immemore che i Valori della Destra non comprendono il suo “ateismo” di risulta. Ecco il testo della lettera e la risposta del Direttore dell’Avvenire.

    Lettere al direttore

    9 novembre 2010

    Il direttore risponde

    Un rischioso futurismo familiare

    Caro direttore,
    le cito un passaggio dal discorso di Fini a Bastia Umbra: «…Bianchi e neri; cattolici, ebrei e musulmani; uomini e donne; eterosessuali ed omosessuali; italiani e stranieri: qualsiasi persona, la persona umana, senza distinzioni e discriminazioni, deve essere al centro dell’azione della politica e avere la tutela dei propri diritti…».
    Poi, a seguire: «…In Italia dobbiamo colmare il divario e allinearci agli standard europei sulla tutela tra le famiglie di fatto e quelle tradizionali…». E infine: «… Non c’è in nessuna parte dell’Europa, e lo dico a ragion veduta, un movimento politico come il Pdl che sui diritti civili sia così arretrato…». Nel novero dei diritti civili da tutelare va certamente ricompreso, per Fini, il diritto delle coppie omosessuali ad adottare figli. Perché le coppie eterosessuali sì e quelle omosessuali no? Anche questo è un sacrosanto diritto! In nome degli standard europei bisogna poi equiparare in tutto e per tutto le famiglie di fatto alle vecchie, tradizionali e scontate famiglie fondate sul matrimonio. Che cosa aspettiamo ad adeguarci a questi standard?
    Credere ancora nella famiglia fondata sul matrimonio è un chiaro sintomo di arretratezza culturale…
    Fabio Russo, Roma
    Capisco la sua amara ironia, gentile avvocato. E condivido la sua profonda perplessità: il «partito moderno» anzi «futurista» di Gianfranco Fini, ultima evoluzione della destra post-fascista faticosamente nata dalle ceneri del Msi­Dn, sta rivelando di portare nel suo Dna qualcosa di strutturalmente e – per quanto ci riguarda – di inaccettabilmente vecchio: la pretesa radicaleggiante di dividere il mondo in buoni e cattivi, in arretrati e progrediti culturalmente, sulla base di una premessa e di un pregiudizio ideologico. Il ronzio di fondo che accompagna le dichiarazioni del leader ricorda, poi, le sicumere dell’anticlericalismo proprio, con le sue ambizioni e le sue miserie, di una certa Italia liberale in tutto e con tutti tranne che nei confronti dei cattolici.
    L’accattivante elenco finiano di differenze da comporre in giusta armonia – che lei opportunamente cita, caro amico – culmina per di più in affermazioni che con il rispetto delle diversità nulla hanno a che vedere e che teorizzano, piuttosto, l’ingiusto annullamento delle diversità. Un retorico elogio della confusione, all’insegna del più piacione dei relativismi.
    Nonostante l’ostentato (e sarkoziano) richiamo all’idea di una «laicità positiva».
    Spiace, infatti, constatare che il primo a fare le spese lessicali e programmatiche del riproporsi di un Fini-pensiero purtroppo già noto sia stato l’istituto della famiglia costituzionalmente definita (articolo 29), cioè quella unita regolarmente in matrimonio e composta da un uomo e una donna e dai figli che hanno messo al mondo o accolto in adozione. Il neoleader di Fli e attuale presidente della Camera si mostra, insomma, pronto a ridurre la «famiglia tradizionale» a una possibilità, a una mera variabile in un catalogo di desideri codificati, manco a dirlo, secondo gli «standard europei». Bizzarro, deludente e rischioso argomentare che si somma all’altrettanto pericolosa scelta di campo che l’ha indotto a osteggiare una legge – quella sul «fine vita», approvata in prima lettura al Senato e ferma alla Camera – tesa a scongiurare la surrettizia e anti-umana introduzione di pratiche eutanasiche nel nostro ordinamento. Come potremmo non annotare e tenere in debita considerazione tutto questo? E, proprio guardando al futuro oltre che al presente, come potrebbero non tenerne conto con lucidità i potenziali interlocutori politici di Fini? (mt)
    .….Ci sembra che peggiore sconfessione dei vaniloqui di Fini non ci potrebbero essere. E costui vorrebbe divenire il premier? Ma non scherziamo….

    GLI UOMINI DI FINI: IL SEN. STRANO E L’ON. CATONE

    Pubblicato il 9 novembre, 2010 in Cronaca, Gossip, Politica | No Comments »

    Il neo capo del neo partito del FLI, cioè Fini, a Perugia, come a Mirabello, si è riempito la bocca della parola “legalità“, innalzandola a bandiera del nuovo schieramento. E però ciò non gli ha impedito di arrulare nella sua nuova truppa due personaggi che rispondono ai nomi del sen. Nino Strano e dell’on. Giampiero Catone.Chi siano costoro lo apprendiamo dalle colonne del Fatto Quotidiano, giornale di Travaglio, che li descrive nel modo che segue.

    NINO STRANO: DALLE INCHIESTE ALLA MORTADELLA…
    Giuseppe Lo Bianco per “il Fatto Quotidiano

    Se gli si parla di “bunga bunga” il senatore Nino Strano pensa subito ai bronzi di Riace: “Mi squaglio davanti a una creatura di marmo”. Precisando: “Ma non ho mai avuto un rapporto sessuale con un gay”. In Parlamento lo ricordano con la bocca piena di mortadella celebrare la sconfitta del governo Prodi in un pomeriggio di “bon ton” a palazzo Madama arricchito dall’offesa al collega Nuccio Cusumano, chiamato “checca squallida”.

    “A me piace il turpiloquio, mi afferra, mi tira per un braccio” rivelò il senatore che si definisce oggi “esteta fottuto, amico di travestiti, troie e omosessuali”. Chissà se utilizzava lo stesso linguaggio all’inizio della sua carriera politica, negli anni del dopo stragi, quando, sotto l’ombrello della mafia stragista, si candidò, nel ‘94, nel movimento indipendentista Lega Sicilia, fondato da lui stesso e da Nando Platania, quest’ultimo accusato dal pentito Tullio Cannella di cambiare “pizzini” che lo stesso collaboratore avrebbe recapitato a Bagarella.

    Una stagione ancora oscura durante la quale il boss corleonese invaghito di separatismo voleva duplicare l’esperimento leghista catanese a Palermo, racconta il pentito, che parla anche della candidatura di Strano alla presidenza della provincia di Catania. L’inchiesta finì in un’archiviazione, lui proseguì l’avventura politica in An: l’anno scorso è stato assessore regionale al Turismo della giunta Lombardo e lanciò tra le polemiche la Sicilia come meta del turismo gay.

    Poi tentò la riconferma, ma Lombardo gli negò la qualità di “tecnico”, lasciandolo fuori dalla sua quarta giunta. Si consola con la Film Commission, decidendo di finanziare film in base a criteri turistici, piuttosto che culturali. L’indagine per mafia lo sorprende a Perugia, alla convention di Fli, ma il suo motto ricorda passioni di altri leader: “Frequento con piacere i locali dove ogni desiderio è possibile. Le mie donne sono sempre con me. Vivo dannatamente di contraddizioni”.

    2 – GIAMPIERO CATONE: RICICLATO E PLURINDAGATO…
    Chiara Paolin per “
    il Fatto Quotidiano

    Chissà cosa farà nella sua prossima vita l’onorevole Giampiero Catone: già ne ha vissute molte. Napoletano di nascita e abruzzese d’adozione, 54 anni ben portati, uomo Dc devoto a Rocco Buttiglione sin dalla più tenera età, Catone è un virtuoso dello slalom politico-istituzionale.

    Mentre la Prima Repubblica cadeva a pezzi, lui riuscì fortunosamente a impossessarsi del simbolo scudocrociato assicurandolo in dote all’amico Rocco, il quale lo premiò nominandolo suo capo di Gabinetto al ministero delle Politiche Comunitarie con delega particolare allo sviluppo economico. Un posto ideale per Catone, ormai approdato a una felice vita Udc: economia, lavoro e relativi fondi lo hanno sempre appassionato moltissimo. Al punto da inventarsi attività inesistenti per cui richiedere lauti finanziamenti al Ministero dell’industria.

    Per questo nel 2001 fu arrestato con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata, falso, false comunicazioni sociali e bancarotta fraudolenta pluriaggravata. In pratica, due bancarotte da 12 milioni di euro l’una, e 6 milioni di finanziamenti ottenuti a fondo perduto. Dopo una serie di pericolosi rinvii a giudizio, arrivò la manna della prescrizione, ma ancora nel 2003 e nel 2007 la giustizia tornò a occuparsi di lui per bancarotta fraudolenta ed estorsione. Accuse da cui venne assolto, e subito promosso al Pdl: un seggio sicuro in Lombardia, una lussuosa poltrona da deputato che però non gli ha fatto passare la voglia di cambiare ancora.

    È infatti entrato in Fli il 24 settembre, nei giorni più caldi del divorzio libertario: in cambio è arrivata la nomina a responsabile del movimento per l’Abruzzo. Ma la base locale ha reagito malissimo, dimissioni a raffica e una domanda: come parlare di legalità con un rappresentante plurindagato? Il 4 novembre il clamoroso dietrofront: Daniele Toto, nipote dell’avioimprenditore (e a sua volta indagato) Carlo, ha scalzato Catone.

    NAPOLITANO DICE NO ALLA CRISI, MA FINI SE NE FREGA

    Pubblicato il 9 novembre, 2010 in Economia, Politica | No Comments »

    La manovra è un tassello fondamentale della politica di stabilità. Una crisi di governo oggi rischia di trasformarsi nel detonatore di una crisi finanziaria di cui non possiamo prevedere gli esiti. Le parole di Napolitano dovrebbero riportare i marziani di Futuro e Libertà sulla terra.

    Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano Mentre Italo Bocchino affermava che «la crisi ci sarà», dal Quirinale giungevano parole che dovrebbero riportare i marziani di Futuro e Libertà sulla terra. Giorgio Napolitano chiede che la Finanziaria sia approvata senza incertezze, che il ciclo virtuoso che ha tenuto saldi i conti pubblici italiani prosegua e la stabilità di governo in un momento di grande fibrillazione dell’economia mondiale sia garantita. Napolitano frena Fini. Niente crisi, please. Proprio ieri su Il Tempo Francesco Damato e Marlowe hanno spiegato le ragioni per cui un intervento del capo dello Stato era auspicabile e la linea del controllo della spesa della finanza pubblica non è una variabile a disposizione dei finiani, ma un impegno continuo preso dall’Italia nei confronti delle istituzioni internazionali. Pochi giorni fa due agenzie di rating – Standard & Poors e Fitch – hanno confermato la loro valutazione positiva per i conti pubblici dell’Italia, ma entrambe hanno anche lanciato un avvertimento: serve stabilità e una crisi di governo può essere letale per il Paese. Sono certo che l’Ufficio per gli Affari Finanziari della Presidenza della Repubblica ha letto con molta attenzione i documenti delle agenzie di rating. E sono altrettanto certo che Napolitano ha tirato un sospiro di sollievo. L’Italia emette titoli di debito che servono a finanziare l’attività dello Stato, sono il nostro ossigeno quotidiano. E la credibilità delle istituzioni è fondamentale per il collocamento di questi titoli.
    Come abbiamo ampiamente documentato con i nostri articoli in tutti questi mesi, l’Italia non ha fatto la fine della Grecia e – per ora – non corre i rischi di altri Paesi del Club Med (Portogallo e Spagna in particolare) e in queste ore dell’Irlanda, grazie alla saggia gestione del debito e della spesa da parte del ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Il nostro Paese è sottoposto a una vigilanza costante dei mercati e in ogni momento possiamo essere il bersaglio di un attacco speculativo. Basta mostrarsi deboli, far trasparire incertezza. Nelle operazioni finanziarie la dimensione psicologica è dominante e la paura un elemento decisivo per pigiare o no il pulsante della vendita o dell’acquisto. Qualche mese fa più di un tentativo è stato fatto per darci una spallata e farci cadere nel baratro del caos finanziario. Queste azioni sono andate a vuoto perché il governo ha risposto bene, il sistema bancario è ancora solido e il risparmio delle famiglie italiane una certezza che in molti ci invidiano. La manovra economica che in queste ore è in discussione alla Camera è un tassello fondamentale di questa politica di stabilità. Una crisi di governo oggi rischia di trasformarsi nel detonatore di una crisi finanziaria di cui non possiamo prevedere gli esiti. Ma per i falchi finiani tutto questo sembra essere un aspetto marginale del quadro politico, un particolare trascurabile e per niente decisivo. Si tratta di un atteggiamento irresponsabile e viene proprio da quella fazione che vuol presentarsi agli occhi degli italiani come forza di cambiamento. Basta rileggere l’intervento di Fini dell’altro ieri per rendersi conto che l’economia e le tasche degli italiani non sono il primo pensiero di Futuro e Libertà. La motivazione profonda dell’azione degli scissionisti del Pdl non è animata da nobili ideali politici. I finiani hanno in mente solo e soltanto il logoramento costante del governo e del presidente del Consiglio e la sua sostituzione previa lenta e inesorabile consunzione. Il regime change , il cambio di Cavaliere e cavallo sono l’unico vero obiettivo per cui Fini e i suoi alleati hanno aperto la ditta di demolizioni che ha come ragione sociale Futuro e Libertà.
    Il Quirinale esprime una giusta preoccupazione e invita le forze politiche alla responsabilità, ma se il buongiorno si vede dal mattino – e dalle parole che i finiani pronunciano in queste ore – non c’è da avere molta fiducia. Sono quasi certo che l’appello di Napolitano cadrà nel vuoto, che le sue parole saranno poco più di una testimonianza. Non viviamo tempi in cui la correttezza istituzionale abita a Palazzo. Napolitano indica una priorità precisa, fissa il suo faro su un punto dell’agenda politica, ma il cono di luce di Fini illumina ben altri soggetti e rivela scenari inquietanti per chiunque abbia a cuore le sorti del Paese. Futuro e Libertà ha attaccato il cuore della politica tremontiana, cioè uno dei capisaldi del governo, e demolendo l’opera del ministro dell’Economia ha innalzato la bandiera della spesa facile e suonato la carica dell’assalto alla diligenza. Come ricordavamo ancora ieri con Marlowe, appena qualche settimana fa l’Italia ha collocato sul mercato 60 miliardi di titoli di Stato, mentre la Spagna era obbligata ad alzare i suoi rendimenti a causa degli scoperti creatisi nelle sue aste. A dicembre per l’Italia scadrà una tranche di titoli di Stato per altri 36,7 miliardi di euro. Tutto questo conta qualcosa per Fini? La sua voglia famelica di crisi, crisi strisciante, crisi latente, crisi mai conclamata, crisi letale come una inguaribile febbriciattola tropicale, crisi senza freni e paletti istituzionali, quella crisi la pagheranno gli italiani. Tutto questo sarebbe ampiamente sufficiente per dire che siamo di fronte a un’operazione che fa impallidire qualsiasi sfasciacarrozze, ma in realtà siamo di fronte a una situazione paradossale in cui l’interesse pubblico è dimenticato, allontanato come un fastidio in nome di un antiberlusconismo di regime che non ha alcuna remora a buttare tutto all’aria per un piccolo calcolo di potere. È un triste Paese il luogo dove pochi giornali hanno l’onestà di ricordare la vera posta in gioco, è un Paese irrimediabilmente malato quello che abbandona l’interesse nazionale e mette a repentaglio la sua stabilità economica. Mentre gli americani stampano moneta senza freni, l’Euro è sottoposto a tensioni fortissime, la Cina e le tigri asiatiche stanno organizzando la contromossa valutaria, il debito sovrano continua ad essere l’oggetto della speculazione degli gnomi finanziari, l’Italia si gratta la testa di fronte a una crisi di governo surreale.
    È una corsa folle verso il caos, Napolitano se ne è reso conto e prova a tirare il freno a mano, ma temo che la sua mossa non riuscirà a fermare un’auto impazzita che finirà per carambolare sulla testa dei cittadini ignari di tutto questo. Soprattutto per queste ragioni Berlusconi deve andare in Parlamento e chiedere subito il voto di fiducia. Chi grida alla tirannia del Cavaliere, abbia il coraggio di far cadere il governo e poi spiegare agli italiani che saranno loro a pagare la salatissima bolletta dello scontro finale. Il partito finiano ha addosso le ragnatele di una politica vecchia, sa di anni Ottanta, di spesa galoppante, regime partitocratico e irresponsabilità di fronte al popolo sovrano. Quando tutto questo pasticciaccio brutto sarà compiuto, qualcuno si incaricherà di tirare le somme. Se vince il partito della restaurazione, presto o tardi la storia dipingerà impietosamente il vero scenario e vedremo con orrore quale opera mostruosa sono riusciti a compiere gli sfascisti che guardano al futuro minando la nostra libertà.

    LA SINISTRA ITALIANA…RIVOLUZIONARI SNOB (SENZA POPOLO)

    Pubblicato il 9 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

    È rivoluzione di casta, non di popolo. I fatti concreti smentiscono il luogo comune che il berlusconismo sia in balia del vento che nasce dalla pancia del Paese quando le classi sociali più deboli si sentono minacciate e si adoperano quindi per cambiare il proprio futuro. Si tratta piuttosto di un refolo che si è formato, non da ieri, nei salotti mondani, intellettuali, televisivi, e che viene amplificato da un sistema di comunicazione politicamente schierato. L’analisi dei flussi elettorali non lascia dubbi. Elezione dopo elezione i ceti medi e bassi si sono spostati costantemente verso il centrodestra. Nel 2008 (Berlusconi contro Veltroni), è avvenuto il sorpasso del Pdl sul Pd nelle preferenze dei lavoratori dipendenti, sia pubblici che privati (la sinistra mantiene un vantaggio, sempre minore, solo tra gli insegnanti).

    L’elettorato operaio è sempre più con Berlusconi e Bossi (58 per cento). Lavoratori autonomi e liberi professionisti restano saldamente a maggioranza centrodestra. Se a questo aggiungiamo che i giovani neo elettori ingrossano più le file del Pdl che quelle del Pd, risulta misterioso tanto allarme sulla imminente caduta della seconda Repubblica per volere popolare. E cresce il sospetto che tanta tensione sia provocata ad arte da una manovra di palazzo, e quindi di potere, che poco ha a che fare con la situazione reale. Del resto, tutti i sondaggi lo confermano: le ondate di fango che periodicamente vengono rovesciate sul premier non spostano le intenzioni di voto degli italiani.

    Chi vuole fare una rivoluzione si affida a leader a sé simili. Quando Umberto Bossi iniziò la sua cavalcata destinata a cambiare la faccia della politica italiana non aveva una lira in tasca ed era inseguito dai creditori. Più o meno nelle stesse condizioni erano i leghisti della prima ora. Per questo risultarono credibili quando promisero alla loro gente, quella padana, il riscatto dal giogo economico di Roma ladrona. Poi venne la rivoluzione di Berlusconi, e la borghesia liberale si affidò volentieri all’uomo più ricco d’Italia. Del suo patrimonio il Cavaliere non ha mai fatto mistero, anzi lo ha sempre esibito con vanto, biglietto da visita e garanzia delle sue capacità.

    Che la presunta rivolta antiberlusconiana non sia invece cosa seria lo si è capito anche ieri sera guardando «Vieni via con me», ennesimo contenitore Rai di pattume vario ma, ovviamente, d’autore. Come possono interpretare i bisogni della gente uno scrittore miliardario (Saviano), due conduttori televisivi strapagati (Fazio e Littizzetto, due milioni all’anno di reddito a testa), un direttore d’orchestra con la puzza sotto il naso (Abbado), il solito Benigni più furbo che bravo (4 milioni di reddito per sparare battute) e l’immancabile Vendola, comunista da 16mila euro mese? Cosa c’entra gente così con i cassaintegrati, gli alluvionati, i terremotati? I cittadini cercano leader politici credibili e soluzioni concrete.

    La sinistra (e Fini) si consegnano, e pure a pagamento, a un gruppetto di miliardari snob, maestri d’arte quanto faziosi. Anche Papa Sisto chiamò alla sua corte Michelangelo ma gli affidò gli affreschi della Cappella, non certo i destini del cristianesimo. Con uno scrittore, comici e ballerini si farà anche ridere ma non si soddisfa nessuna esigenza reale. La sinistra ci aveva già provato con Biagi, Benigni, Luttazzi e Guzzanti, buttati nella mischia elettorale su tutte le reti Rai nelle politiche del 2001. Vinse Berlusconi: prometteva di non alzare le tasse e costruire nuove strade.

    IL GIORNALE 9 NOVEMBRE 2010

    DIMISSIONI DI BERLUSCONI? CHE SPUDIORATO QUEL FINI, E’ LUI CHE DEVE DIMETTERSI PERCHE’ ABUSIVO

    Pubblicato il 9 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

    di Giancarlo Perna

    Con la kermesse di Bastia Umbra sono emerse le caratteristiche di fondo di Futuro e libertà, il nuovo partito di Gianfranco Fini.
    Innanzitutto, il culto per la poesia espresso con la lettura «artistica» del Manifesto del Fli da parte di Luca Barbareschi che si è pure commosso al suono della propria voce. Inoltre, una spiccata tendenza al plagio poetico da parte di Fini che per galvanizzare la platea non solo ha preso in prestito un brano di Antoine de Saint-Exupery, ma addirittura lo stesso brano già usato tre anni fa da Walter Veltroni nel discorso fondativo del Pd al Lingotto: «Se vuoi costruire una barca, non (…)
    (…) radunare uomini per tagliare legna e non impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito».
    Un’altra peculiarità è l’impostazione cesaristica del nuovo partito che fa impallidire il modello berlusconiano. Mentre Gianfry saliva sul palco, il fedelissimo, Adolfo Urso, ha urlato fuori di sé: «Il leader che l’Italia aspetta! Il presidente!». Ha poi dovuto aspettare due ore che Fini terminasse la sua arringa di dimensioni fidelcastriste prima di correre da lui e rimettere nelle sue mani il mandato di sottosegretario. Altrettanto hanno fatto, con eguale entusiasmo, gli altri componenti finiani del governo, Menia, Buonfiglio e Ronchi. «Basta una tua parola e noi ci dimettiamo», gli hanno detto piegando il capo e le ginocchia. Per cui, alla faccia della Costituzione, anziché vedersela loro col capo del governo di cui fanno parte sarà il ras del partito a decidere le sorti del gabinetto. Questa plateale sceneggiata di tipo medievale, con cui i valvassini si inchinano al dominio del principe, è inedita nella storia repubblicana. Come è senza precedenti che sia il presidente della Camera – potere neutrale per eccellenza – a tenere lui in mano il boccino sul futuro del governo. Di questo però parliamo dopo.
    Altra tipicità del neopartito, già evidente in passato ma ingigantita a Bastia Umbra, è la petulanza con cui i pappagalletti finiani chiedono, a turno o in coro, le dimissioni di questo e di quello. Fini ha ingiunto al Cav di togliere il fastidio e di farlo alla svelta. Nei mesi scorsi, aveva fatto altrettanto con Verdini, Cosentino, Bertolaso. Fabio Granata ha chiesto le dimissioni di Sandro Bondi, ministro della Cultura, per il crollo del monumento pompeiano. In precedenza, aveva preteso l’allontanamento dal governo e dal Pdl di chiunque avesse ricevuto un avviso di garanzia. Carmelo Briguglio ha chiesto le dimissioni di tutti i finiani dal governo. Italo Bocchino, ripetendo le ingiunzioni già fatte dal capo, ha nuovamente invitato il Berlusca a uscire di scena, ferme restando le richieste di fare fagotto, già avanzate tra luglio e settembre, per Matteoli, Fitto, Bertolaso, Cosentino e altri malcapitati di cui si è perso il conto.
    Ora, in questa orgia di ipotetiche cacciate, brilla per insuperata capacità di fare lo gnorri il solo che dovrebbe sparire per reale incompatibilità, ossia Fini. Ma lui, con straordinaria faccia di bronzo, continua a sedere sul seggio di presidente di Montecitorio che da mesi non gli spetta più. Per due precise ragioni. La prima è la decenza. Dopo la vicenda della casa di Montecarlo, Gianfry non ha più la statura morale per occupare una carica istituzionale. Oggi abbiamo un presidente della Camera che, tradendo la fiducia di una signora in punto di morte, ha lasciato incamerare al cognato un bene che gli era stato affidato a maggior gloria del partito. Un atto di destrezza come il gioco delle tre carte nei baracconi in fiera. È peggio di un reato perché viola i sentimenti e la civile convivenza. Come far sparire il portafoglio dato in custodia. Di fronte a questo gesto diventano veniali – ma non vanno dimenticate perché completano il quadro – le raccomandazioni in Rai per la suocera casalinga che si improvvisa produttrice tv. Il tutto appesantito dalla spocchia con cui Fini si intestardisce a non riconoscere la gravità della situazione in cui si è cacciato. Anzi, più sprofonda e più si riempie la bocca – lo ha fatto anche a Bastia – con appelli alla «legalità, al rispetto delle istituzioni, al senso dello Stato». O non capisce, e sarebbe grave, o ci prende per i fondelli. Questo getta su di lui – e sulle truppe che gli tengono bordone – una luce sinistra sull’apporto che insieme si accingono a dare alla già tanto scombiccherata politica. Ce n’è, comunque, quanto basta a ritenere Fini inidoneo al ruolo che ricopre.

    A questa ragione etica se ne aggiunge, adesso che è diventato formalmente capo partito, una di ordine costituzionale. È inevitabile, a breve, una crisi di governo. Ci saranno le consultazioni al Quirinale. E allora, sentite a quale paradosso andremo incontro. Fini sarà ricevuto da Napolitano una prima volta come presidente della Camera. Ci andrà in pompa magna con la limousine e la scorta dovuti al rango. Nel colloquio dovrebbe esprimere il suo punto di vista volando alto come si conviene a un’autorità super partes. Diamo però per scontato che non lo faccia e che – visto il tipo – tiri l’acqua al suo mulino a piene mani. Si alza e se ne va, ma torna qualche ora dopo in veste di neo capo del Fli. Non come tutti gli altri, con l’auto di partito, ma con la solita limousine tirata a lucido di Montecitorio. Napolitano, rosso in viso per la vergogna di dovere stare al gioco, ascolta per la seconda volta lo stesso discorso di qualche ora prima. Un’insopportabile manfrina che calpesta ogni regola, dalla Costituzione alla logica. Umilia la Camera e il Quirinale. Fa di Fini un privilegiato figlio dell’oca bianca che – a differenza degli altri capi partito – può raddoppiare la sua interferenza nella soluzione della crisi martellando allo sfinimento il povero Napolitano con le sue rabbie e i suoi rancori. Questo avremo se non si dimette: uno spudorato Fregoli che recita tutte le parti in commedia. Con buona pace delle virtù repubblicane di cui straparla con la stessa improntitudine dell’evasore che inneggia alle tasse.

    APPALTI, GAY, IMMIGRATI, SINISTRA: TUTTE LE BUGIE DI FINI DALL’A ALLA Z

    Pubblicato il 8 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

    Professa trasparenza a dispetto del contratto Rai alla suocera, predica moralità nonostante l’affaire Montecarlo, su intercettazioni e legge elettorale si smentisce

    Roma «Comprereste un’auto usata da quest’uomo?». Si può rivolgere al democratico Gian­franco Fini la stessa domanda che i democratici Usa posero a Nixon nel 1974. La risposta è articolata. Troppe volte Gian­franco ha cambiato bandiera e opinione, mentito, taciuto, bri­gato perché si possa dargli cre­dito. No, un’auto usata non si può comperare e nemmeno un appartamento a Montecar­lo perché l’ha già venduto.
    Appalti. «Bisogna cambiare le regole per gli appalti in modo da garantire legalità e traspa­renza ». Come dar torto a Fini? Peccato che l’ottimo presiden­te della Camera abbia fatto ot­tenere alla suocera un contrat­to in Rai ( cioè un appalto)inge­rendo direttamente nell’azien­da e che abbia procurato an­che qualche minuscolo affare al «cognatino» per il quale ave­va cercato un «minimo garanti­to » pur se non iscritto all’albo fornitori Rai.
    Casini-Crisi. «È impensabile im­maginare che l’Udc arrivi gau­dente » a sostenere la maggio­ranza, il premier deve «aprire la crisi» ed «evitare una logica mercantile». È la contraddizio­g ne più evidente: Fini rinfaccia a Berlusconi di volerlo sostitui­re coi centristi, ma è il primo a voler mercanteggiare un go­vernicchio pur di archiviare il Cavaliere.
    Etica. «Credo che questo deca­dimento morale sia la conse­guenza della perdita di decoro e ri gore di quelli che sono i comportamenti di chi è chia­mato a essere di esempio», ha rimarcato il presidente della Camera riferendosi al caso-Ru­by. Belle parole ma vuote, so­prattutto, se a pronunciarle è colui che ha svenduto un ap­partamento di Montecarlo di proprietà del suo partito a una società off­shore che fa indiret­tamente riferimento al «cogna­to Giancarlo Tulliani. E che continua imperterrito a resta­re sullo scranno più alto di Montecitorio nonostante sia acclarata l’illiceità del compor­tamento.
    Falchi & Colombe. «Non ci sono falchi e colombe», ha ripetuto ieri.I fatti lo smentiscono. Il po­vero ministro Ronchi s’è sgola­to a rivendicare «quanto di buono ha fatto il governo» e a sottolineare che «bisogna raf­forzare il bipolarismo». Per «duri» Briguglio, Bocchino & C bisogna «cogliere l’attimo» per uccidere politicamente il Cav. No, non ci sono falchi e colombe. Sarà stato per qual­che altro motivo che qualche giorno fa Granata e Moffa so­no venuti alle mani durante un pranzo.
    Gay. «Rispettare la persona vuol dire che non si possono di­stinguere etero e omossessua­li ». Ormai gli italiani lo sanno Fini combatte a favore dei dirit­ti della comunità gay. Quello stesso Fini che nel 1998 aveva affermato che «un omosessua­le dichiarato non può fare il maestro».
    Immigrati. «In Europa non c’è movimento politico così arre­trato come mi sembra il Pdl, al­levato alla peggior cultura le­ghista ». Certo, oggi Gianfry è il teorico della cittadinanza bre­ve. Ma quando raccolse l’eredi­tà almirantiana si proponeva come obiettivo «preservare l’identità culturale e razziale dell’Italia» contro un certo «sindacalismo comunista», contro Confindustria e «qual­che prete trafficone».

    Intercettazioni. Il governo «non ha preso coscienza delle priorità nell’agenda degli ita­liani, altro che il ddl intercetta­zioni ». Oggi Gianfry è un idolo dei giustizialisti e delle toghe rosse, ma quando con la magi­­stratura ebbero a che fare la ex moglie Daniela Di Sotto e il fe­dele ex portavoce Salvo Sottile nel 2006 il presidente della Ca­mera non fu così leguleio. «Posso capire l’intercettazio­ne di una persona già indaga­ta, ma quando ci sono persone che non c’entrano nulla che hanno solo la colpa di essere mia moglie… È una questione p che riguarda la civiltà di un Pa­ese ». Oggi Fini non è più chia­mato in causa e, quando lo è, fioccano le richieste di archi­viazione dei pm, perciò la rego­l­amentazione delle intercetta­zioni non è più una priorità.
    Legge elettorale. «Non c’è pat­to di legislatura se non si ha il coraggio di cancellare una leg­ge elettorale che è una vergo­gna ». Questo è il Fini di Bastia Umbra, ma basta andare indie­tro di cinque anni e si ritrova il vicepremier Fini Gianfranco difenderne la riforma. «La leg­ge elettorale proporzionale ­affermava- è garanzia della di­fesa della sovranità dei cittadi­ni nelle urne perché se cade la maggioranza, si torna subito al voto». L’esatto contrario del semi-ribaltone prospettato al­la convention di Fli.
    Personalismo. «Altro che ranco­ri personali. Gli uomini passa­no, le idee restano. Per questo non vi chiederò mai di cantare “Meno male che Gianfranco c’è”». No, il signor Tulliani non fa una politica personali­stica. È contrario al culto della leadership. Anche per questo si è fatto un partito a suo imma­g­ine e somiglianza nel cui sim­bolo più della metà dello spa­zio è occupata dal suo nome.
    Regole. «Creare un partito di centrodestra che si caratteriz­zi per un maggiore rispetto del­le regole, delle istituzioni», ha pontificato ieri sul Welt am Sonntag. Certo, un partito co­me An dove tutti i temi erano decisi e stabiliti dal presidente e dove tutti gli «incarichi» dei colonnelli furono azzerati nel 2005 perché sorpresi a critica­re privatamente il gerarca Gianfry.
    Sinistra. «Non saremo mai su­balterni alla cultura della sini­stra». Eppure è proprio a sini­stra che ieri Gianfranco ha tro­vato i principali estimatori a cominciare da D’Alema pas­sando per il veltroniano Toni­ni («È un nuovo Lingotto») per finire con Di Pietro che gli chi­e­de di appoggiare una mozione di sfiducia. E pensare che qual­che anno fa bacchettò le inte­merate Udc dicendo che «se una dichiarazione di Casini crea entusiasmo nel centrosi­nistra, forse è sbagliata».
    Zattera. «Fli non sarà certo An in piccolo, ma non sarà nem­meno una sorta di zattera del­la Medusa pronta a accogliere naufraghi di ogni stagione. Porte aperte a tutti esclusi affa­risti e carrieristi ». Quando si di­c­e predicar bene e razzolar ma­le. In Parlamento Fli ha accol­to tra i suoi ranghi Giampiero Catone, ex Udc con alle spalle un arresto per associazione a delinquere finalizzata alla truf­fa, mentre tra i consiglieri be­neventani recentemente ar­ruolati ce n’è – a detta della pi­diellina Nunzia De Girolamo­«uno condannato per insol­venza fraudolenta, uno con una serie di rinvii a giudizio e uno che ha illuso un sacco di lavoratori con una fabbrica che era un bluff». Ma, per favo­re, non chiamatela «zattera della Medusa».