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LA CASSAZIONE TIENE A MOLLO FINI

Pubblicato il 3 novembre, 2010 in Costume, Politica | No Comments »

La Cassazione tiene a mol­lo Gianfranco Fini, e dai fonda­li del tribunale di Grosseto fa riemergere l’inchiesta sulle im­mersioni fuorilegge. Per capi­re di cosa si stia parlando oc­corre andare indietro nel tem­po: a domenica scorsa e al 26 agosto del 2008. Tre giorni fa il presidente della Camera, infi­schiandosene del suo ruolo istituzionale, ha criticato la «di­sinvoltura » e il «malcostume» del presidente del Consiglio «nell’uso privato di incarico pubblico». Disinvoltura e mal­costume che, ad avviso dell’uo­mo di Montecarlo e delle rac­comandazioni Rai, hanno «messo l’Italia in una condizio­ne imbarazzante». Niente a che vedere, ovviamente, con l’imbarazzante condizione che nel 2008 portò lui e la sua compagna Elisabetta, scortati dai pompieri, a immergersi nelle acque vietatissime del parco nazionale dell’isola di Giannutri. Incurante dei divie­ti noti anche al più profano de­gli appassionati di diving , il sommozzatore Fini venne bec­cato e fotografato­ come si leg­ge nelle carte dell’inchiesta ­«con altre persone a passare da uno yacht all’imbarcazione dei vigili del fuoco, il tutto in un’area marina iper protetta, la costa dei Grottoni, zona uno, vale a dire un’area inter­detta a qualsiasi attività che non sia di carattere scientifi­co ». La gita in barca immortalata dalle sentinelle di Legambien­te auto­rizzò le associazioni am­bientaliste a parlare sia di «uti­lizzo dei parchi naturali come piscine riservate alle alte cari­che dello Stato» sia di vigili del fuoco distratti dal loro lavoro per consentire a Gianfranco e ad altre persone «di immerger­si nelle acque vietate per fini lu­dici e vacanzieri in mancanza del nulla-osta dell’EntePar­co ».

Beccato in flagranza Fini mandò avanti il portavoce: «Non abbiamo alcuna difficol­tà a commentare una colpevo­le leggerezza non conoscendo esattamente i confini dell’area protetta». Una leggerezza. Non conoscevano. Aggiunse, il portavoce, una cosa ovvia: se c’è da pagare una multa que­sta verrà doverosamente paga­ta. Così è stato.Per l’immersio­ne proibita con scorta di pom­pieri Gianfranco ed Elisabetta sono stati costretti a conciliare 206 euro a testa. Antonio Di Pietro liquidò la figuraccia isti­tuzionale alla sua maniera: «La cosa più grave non è solo quella che (Fini, ndr ) ha fatto immersioni in una zona proibi­ta ma che ci stava con una bar­ca dei vigili del fuoco spenden­do soldi dello Stato per fare il bagnetto lui e l’amichetta sua. Aver impegnato mezzi dello Stato così è penalmente rile­vante o no?». Il 3 settembre 2008 se lo chiedeva il presiden­te del Codacons, Giancarlo Rienzi, che ai vigili del fuoco di Grosseto inoltrava formale ri­chiesta affinché pure lui e la sua barchetta ancorata a Tar­quinia fossero scortate nella medesima area off limits per tutti, tranne che per Fini: «Avendo saputo che il vostro comando è stato a tal punto di­sp­onibile e premuroso da scor­tare il presidente della Came­ra alla zona in questione, sono certo che non vi saranno pro­blemi da parte vostra nel voler accompagnare anche me». Il comandante dei pompieri Francesco Notaro, imbarazza­to, rispose a Rienzi che l’auto­rizzazione ad accedere a Gian­nutri «non rientra nelle nostre competenze» e che al massi­mo lo avrebbe potuto ospitare in centrale per mostrargli «la professionalità del personale sommozzatore e le speciali at­trezzature a disposizione». Che Fini non avesse lo straccio di un permesso lo confermò anche Mario Tozzi, presiden­te del parco nazionale dell’ar­cipelago toscano («nessuno mi ha chiesto il permesso, lì non ci si può nemmeno fare il bagno, figuriamoci immerger­si con le bombole»). Il Coda­cons decise così di interessare la magistratura, ma sia il pm che il gip chiesero l’archivia­zione no­n ritenendo sussisten­te e documentata alcuna fattis­pecie penalmente rilevante. La terza sezione della Cassa­zione, però, il 4 ottobre ha ac­c­olto il ricorso del Codacons ri­conoscendolo «soggetto legit­timato » a sollecitare chiari­menti ed ha riaperto il procedi­mento, accogliendo le rimo­stranze dell’avvocato Giusep­pe Ursini che lamentava come il Codacons non fosse stato sentito dal gip come da proce­dura. Per questo motivo la cor­te di Cassazione ha annullato «senza rinvio il decreto impu­gnato » disponendo «di tra­smettere gli atti al pm per l’ulte­riore corso».

ULTIMATUM DEL PDL A FINI: O DENTRO O FUORI

Pubblicato il 2 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

L’aut aut è chiaro: se Gianfranco Fini vuol mandare a casa Berlusconi deve assumersene la responsabilità, e compiere materialmente il fatidico gesto tante volte evocato, «staccare la spina».

A mettere sul tavolo l’ultimatum sono i capigruppo del Pdl, Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri, ma l’ispirazione è arrivata direttamente dal Cavaliere. «L’onorevole Fini dovrà fare le sue valutazioni: o confermare l’appoggio al governo o prendersi la responsabilità di una crisi», dicono Gasparri e Cicchitto. Il tempo dei giri di parole è passato, e il messaggio è ormai assolutamente esplicito. Tanto da costringere i finiani ad una replica pressoché immediata, giusto il tempo di consultare il presidente della Camera e di battere al computer la dichiarazione. Ovviamente firmata dagli omologhi di Cicchitto e Gasparri, ossia i capigruppo Fli Italo Bocchino e Pasquale Viespoli: «Futuro e Libertà ha sempre detto con chiarezza che non intende staccare la spina al governo ma, anzi, di volerlo sostenere per l’intera legislatura», sottolineano i due, e ricordano di averlo dimostrato anche recentemente nel dibattito sulla fiducia al governo. Ciò detto, aggiungono, «il problema non è la nostra presunta volontà di far cadere Berlusconi, ma la reale volontà altrui di dar vita a una nuova stagione di governo».

Se qualcuno sperava in uno show-down in tempi rapidi nella maggioranza, deve ricredersi: il gioco del cerino è ancora in pieno corso. Non che Fini abbia alcun residuo amore per il governo Berlusconi, e anzi nelle ultime ore il tam tam che arrivava da Futuro e Libertà era quello di un redde rationem ormai prossimo; di un Fini ormai deciso a dare lo scrollone decisivo al traballante edificio della maggioranza; di uno “sparo di Sarajevo” pronto a esplodere il prossimo weekend dalla convention finiana di Perugia. «Questa sarà una settimana decisiva», annunciava il viceministro Adolfo Urso.
Ma di qui ad assumersi l’onere di premere il grilletto ce ne corre. «Dobbiamo stare attenti alle reazioni che può avere l’elettorato di centrodestra, bisogna essere prudenti perché Berlusconi aspetta solo il pretesto per poterci additare come traditori», è il senso del ragionamento che il presidente della Camera ha affidato ai suoi. D’altronde però per Fini è ormai difficile anche resistere al pressing opposto, di tutti coloro che lo incalzano perché porti a termine l’opera invece di restare in mezzo al guado. La speranza di incrinare l’asse con la Lega grazie al caso Ruby, e di costringere il premier alle dimissioni lasciando il posto ad un altro esponente Pdl si è infranta ieri davanti al niet del Carroccio ai «golpe». Il sospetto che Casini possa sfilarsi e non appoggiare eventuali governi “tecnici”, aprendo la strada al voto, è forte. Bocchino rilancia la palla a Berlusconi: «In ogni parte del mondo», dice, una vicenda come quella di Ruby «porterebbe alle dimissioni» del premier.

A conferma del fatto che l’incertezza tattica è forte, i messaggi dei “falchi” e delle “colombe” di Fli hanno continuato ieri a divergere. Con i primi che, sull’onda della richiesta di uscire dall’esecutivo e di passare all’appoggio esterno avanzata da Fabio Granata, premevano sul presidente della Camera: «Basta con i tatticismi, di fronte all’evidenza bisogna agire – dice Angela Napoli – Berlusconi ha detto che è il presidente della Camera a dover fare un passo indietro. Fini invece deve fare un passo in avanti». Il sottosegretario Antonio Buonfiglio conferma: «Non si può escludere a priori l’appoggio esterno».

Assai più prudenti invece gli esponenti moderati: «Il Paese ha bisogno di continuità – avverte Silvano Moffa – una crisi di governo metterebbe l’Italia in pericolo a causa della speculazione finanziaria». Lo stesso Moffa riconosce che dentro Fli le opinioni sulla tenuta dell’esecutivo siano diverse, ma «avere pensieri differenti è positivo». Anche se a volte la differenza di opinioni politiche può trascendere, se come raccontava ieri il Corriere della Sera tra Moffa e lo scatenato Granata qualche tempo fa si è arrivati alle mani.

Il Giornale 2 novembre 2010

INTERVISTA A STORACE: LA FACCIA TOSTA DI FINI

Pubblicato il 1 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

Roma - «Ma che faccia tosta». Francesco Storace è saltato sulla sedia quando ha letto i resoconti della convention di Generazione Italia con Gianfranco Fini, al teatro Adriano di Roma. E non per la folla. «Erano pochi – assicura il leader della Destra – noi faremo una manifestazione e saremo molti di più». Il fatto è che lui avrebbe voluto qualche parola di chiarezza su Montecarlo e invece ha sentito solo l’indignazione di Fini per il caso Ruby.

E lei non la condivide?
«Fini ha una faccia tosta incredibile. Insomma, alla fine a Berlusconi si rimprovera solo questa famosa telefonata. Se non ci fosse stata, sarebbe stato tutto tranquillo? E come si fa a mettere sullo stesso piano una cosa del genere e il contratto del cognato? Tutti sanno della telefonata in questura, nessuno saprà mai se ce ne sono state a piazzale Clodio (sede del tribunale di Roma, ndr)».

Non è normale che il presidente del Consiglio abbia i riflettori puntati addosso?
«Lui è il presidente della Camera. Fino a qualche minuto fa era anche capo del partito al quale era stato donato un appartamento per la giusta battaglia».

A adesso cosa è?
«Mi sembra un qualunque estremista dell’altro schieramento. Dice che vuole cambiare la legge elettorale che lui ha voluto, arriva a dire che non sarebbe uno scandalo il governo alternativo ed è terrorizzato dalle elezioni. Ma che differenza c’è con D’Alema? Sabato facciamo una grande manifestazione a Roma all’Eur, dimostreremo che abbiamo più militanti e simpatizzanti noi e spiegheremo all’Italia cosa vuole dire essere di destra».

C’è poca destra in Italia?
«Al contrario, è una moda. Tutti si dicono di destra. Persino Fini».

Parlerete di Montecarlo?
«Ci sarà Roberto Bonasorte. E spiegheremo, con un video, la nostra posizione che è contro l’archiviazione».

Cosa ne pensate della sentenza?
«Gli hanno fatto una cortesia iscrivendolo nel registro degli indicati un secondo prima della richiesta di archiviazione. E gli hanno fatto un favore anche sentendo solo Pontone. Che a leggere le carte mi sembra sia stato messo in mezzo».

Le sembravano veramente pochi i militanti finiani?
«La sala ne tiene seicento con quelli in piedi, facciamo mille. Hanno scelto una sala piccola, ma non è questo il dato significativo. Il fatto è che non hanno nulla da dire di coerente con la loro storia. Contraddicono quanto hanno detto e fatto negli ultimi sedici anni».

A volte la politica è solo tattica. E se la guerra la vincessero loro?
«Io penso che il rischio di un governo alternativo sia reale. La sovranità non è più un valore di riferimento, se è vero quello che ho letto nei retroscena».

Cosa?
«Che c’è un gruppo di parlamentari che non vuole andare a casa. È il colmo se si pensa che sono tutti parlamentari nominati…».

Fini ha sferrato un attacco durissimo a Berlusconi sulle leggi ad personam.
«Ha evocato l’ostruzionismo ed è il presidente della Camera. Ha preso il posto di Diliberto e Ferrando. E poi cosa ha detto per sedici anni se quelle erano leggi ad personam?».

Cosa vuole fare Fini?
«Un altro governo da portare a fine legislatura per poi fare una legge che impedisca a Berlusconi di candidarsi».

FINI, IL GIORNO DELLO SCIACALLO, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 1 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

Traggono profitto dalle difficoltà al­trui. Sono gli scia­calli. Agiscono da soli, al massimo in cop­pia ma in alcune rare oc­casioni si riuniscono in un branco, ad esempio per nutrirsi di una preda particolarmente grande. Ce ne sono di varie specie ma tutte presentano note­vo­li somiglianze morfolo­giche. In politica ce ne so­no di destra, di sinistra e pure di centro. In queste ore stanno braccando e accerchiando Silvio Ber­lusconi su una vicenda privata che si cerca a tutti i costi di trasformare in uno scandalo pubblico. Non danno tregua, gli sciacalli.

Fallito il colpo del «bunga bunga» (non c’è reato nella frequenta­zione di Arcore da parte della giovane Ruby, il cui primo racconto, spaccia­to dai giornali come veri­tà assoluta, tra l’altro è sta­to smentito dai fatti e da lei stessa), ora ci si attacca coi denti a due telefona­te. Quelle fatte prima dal premier e poi dal suo ca­poscorta alla Questura di Milano la notte in cui la ra­gazza marocchina venne fermata per furto. Dagli atti e dalle testimonianze risulta che nessuno fece pressioni o chiese corsie preferenziali. Palazzo Chigi diede soltanto la di­sponibilità a trovare una persona che, così come prevede la legge, fosse di­sponibile a farsi carico di un collocamento tempo­raneo. Cosa che avvenne. Tutto qui. Anomalo, strano? Può essere, ma si­curamente nulla che ab­bia a che fare con il codice penale.

L’occasione però è troppo ghiotta per chi da 18 anni cerca di disar­cionare il presidente del Consiglio. La macchina sinistra-magistrati-gior­nali si è messa in moto a pieno regime. In tre gior­ni è stata commessa una serie di reati (violazione del segreto istruttorio e della privacy di una mino­renne, diffamazione) sui quali ovviamente nessu­no indagherà, a differen­za di quanto succede per articoli pubblicati da gior­na­li dell’area di centrode­stra. Questa volta, novità ri­spetto al caso Noemi (ov­viamente finito nel nul­­la), il solito branco degli sciacalli ha un nuovo ca­po. Si chiama Gianfranco Fini. Ieri ha giurato che in Parlamento farà ostruzio­nismo a qualsiasi legge che piaccia al Premier e che questa vicenda sta fa­c­endo fare all’Italia una fi­gura imbarazzante.

Il pre­sidente del Consiglio che si occupa di collocare in affido una ragazza è così grave? A nostro avviso è eticamente, e anche giu­diziariamente più grave, quello che Fini ha fatto ne­gli ultimi mesi. E cioè rac­comandare alla Rai la suo­cera per un contratto da un milione e mezzo di eu­ro (abuso d’ufficio, no?), oppure svendere un be­ne del partito, la casa di Montecarlo, al cognato via società offshore (cosa per la quale è indagato an­che se nessuno pone il problema). Per di più, a differenza di Berlusconi, abbiamo un presidente della Camera che sul pri­mo caso ha taciuto e sul secondo ha mentito.

Queste sono le cose che imbarazzano gli italiani. Cioè usare il proprio pote­re, per di più derivante da un ruolo istituzionale, per dare soldi pubblici (o di una comunità) ad ami­ci e parenti. Imbarazza che la magistratura lo pro­tegga e che i grandi gior­nali facciano finta di nien­te. Dopo il tradimento, lo sciacallaggio. Al momen­to è l’unica cosa coerente vista fare dal Fli.

IL GIORNALE 1° NOVEMBRE 2010

….Alessandro Sallusti non ci fa rimpiagere Feltri alla direzione del Giornale. Questo suo editoriale che condividiamo dalla prima all’ultima sillaba lo dimostra ampiamente. g.

SENZA PUDORE

Pubblicato il 31 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

L’on. Fini è ormai senza pudore. Interpellato sulla casa di Montecarlo, ha avuto la spudoratezza di dichiarare che “il tempo è galantuomo” e che è “bastato attendere la chiusura delle indagini”. E che “non c’è più nulla da dire sulla faccenda”. Perbacco. Nella relazione e negli atti che i PM romani (tanto delicati nei confronti di Fini da non far filtrare la notizia che era indagato, che non l’hanno intrerrogato così come hanno fatto con il sen. Pontone, che l’hanno iscritto nel registro degli indagati se non lo stesso giorno in cui hanno chiesto l’archiviazione della pratica) hanno depositato risulta lampante ed evidente che la casa di Montecarlo appartiene al cognato visto che,  come gli stessi PM scrivono nella loro relazione, nel contrratto di fitto tra la TIMARA ltd e lo stesso Tulliani, le firme che compaiono sotto rispettivamente la scritta locatore e locatario sono le stesse, come le stesse sono le firme che compaiono nel contratto integrativo, a suo tempo pubblicato dai giornali di tutto il mondo. Quindi non vi sono più dubbi di sorta: il cognato di Fini è il vero proprietario dell’appartamento di Montecarlo, venduto sotto costo, un terzo del suo valore, per ordine di Fini che l’impartì al sen. Pontone al quale Fini non  disse neppure chi era  l’acquirente. Dopo di chè, l’on. Fini, spregiudicato e arrogante, sostine ancora che null’altro v’è da dire o da aggiungere, salvo che egli non verificò bene il nome dell’acquirente. A chi vuole darla a bere l’on. Fini. Egli sapeva bene chi era l’acquirente, come sapeva bene che il cognatino, fratello adorato della sua adorata compagna, sparito da Roma, si era acquartierato proprio a Montecarlo, guarda caso nell’appartamento che la povera contessa Colleoni aveva lasciato in eredità ad AN perchè ne facesse buon  uso per la “buona battaglia”, la stessa per la quale e nella quale, nel corso di un cinquantennio,  hanno perso la vita tanti e tanti ragazzi che non hanno avuto la  stessa fortuna che ha avuto il cognatino di Fini che sfreccia anche in Ferrari a Montecarlo. E Fini che pure aveva solennemente dichiarato che se si fosse saputo che il cognato era il proprietario dell’appartamento si sarebbe dinmesso immediatamente da presidente della Camera, invece di mantenere il solenne (sic) giuramento, scrolla le spalle, si gira dall’altra parte e conciona di morale e di etica rivolto a Berlusconi. E’ davvero senza pudore. g.

CASO FINI: CRESCONO I DUBBI; ALTRE DOMANDE AI PM

Pubblicato il 31 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

Gian Marco Chiocci
Massimo Malpica

Non ce ne voglia, un’altra volta, signor procuratore Giovanni Ferrara. E non ce ne voglia il procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani, suo vice. Ma proprio per il rispetto che nutriamo nei vostri confronti e nella carica che ricoprite ai piani nobili della procura di Roma, seppur delusi dalla vostra (non) risposta alle nostre dieci domande sulle criticate modalità di svolgimento dell’inchiesta da voi condotta sulla casa di Montecarlo («quando cadrà il segreto istruttorio le domande a noi rivolte troveranno risposta (…)») ci vediamo costretti a sottoporre alla vostra attenzione ulteriori dieci interrogativi. Perché dalla lettura delle carte giudiziarie non più coperte dal segreto istruttorio le risposte alle dieci domande non solo non sono arrivate, ma le perplessità sono raddoppiate e si sono fatte, con tutto il rispetto, inquietanti.

A Fra le carte da voi depositate in allegato alla richiesta d’archiviazione ve n’è una, pubblicata ieri, che ha lasciato senza parole anche un fedelissimo di Fini che ci ha chiamato inorridito. La carta riporta l’iscrizione sul registro degli indagati di Gianfranco Fini e del senatore Francesco Pontone a far data dal 26 ottobre 2010. Ovvero, lo stesso giorno della nota della procura di Roma in cui si comunicava la chiusura delle indagini e il sollecito al gip per una pronta archiviazione. E allora, che senso ha indagare il presidente della Camera per 24 ore, lo stesso giorno in cui si sollecita l’archiviazione al gip?
B Seguono tre domande in una: l’impressione che in molti hanno avuto, ed hanno a maggior ragione oggi vedendo quel pezzo di carta, è che la procura di Roma si sia (giustamente) impegnata a ritardare il più possibile, e dunque a tenere riservata al massimo, l’iscrizione della terza carica dello Stato. È così? E se lo è, perché per altri politici di livello istituzionale – vedi il filone Berlusconi-Mediaset – le notizie sono invece filtrate alla stampa? Si è per caso voluto mettere al riparo da possibili fughe di notizie il signor Fini, lo stesso che aveva sancito l’espulsione dal Pdl ritenendo insuperabile l’iscrizione sul registro degli indagati di Denis Verdini?
C Nella vostra inchiesta figurano due indagati per il medesimo reato: truffa in concorso. Si tratta di Gianfranco Fini e del senatore Francesco Pontone. Come mai, a parità di reato e di contestazioni ipotizzate, avete ritenuto di prendere a verbale solo il secondo e non il primo?

D Quel che i lettori del Giornale – molti a digiuno di procedura penale – capiscono poco è l’atteggiamento aprioristico della procura di Roma nei confronti del signor Giancarlo Tulliani, cognato del presidente della Camera, dominus dell’affaire immobiliare. La domanda che rimbalza come un mantra da settimane è la seguente: perché i magistrati non hanno voluto assolutamente ascoltare, anche solo come persona informata dei fatti, il potenziale «concorrente nel reato» della presunta truffa, sempre presente nelle fasi cruciali della compravendita della casa di Montecarlo?
E E perché se non interessava approfondire il ruolo di Giancarlo Tulliani la procura ha chiesto a tutti i testimoni interrogati, notizie su di lui nel contesto di domande inerenti la compravendita dell’immobile monegasco di boulevard Princesse Charlotte?

F E perché se la posizione di Giancarlo Tulliani non interessava la procura ha disposto comunque approfonditi accertamenti bancari per capire se effettivamente il fratello di Elisabetta, compagna di Fini, pagava l’affitto?
G A proposito di affitto. Perché i vostri uffici, il 20 settembre scorso, si sono precipitati a smentire la clamorosa rivelazione del Giornale che pubblicando la registrazione dell’atto di affitto evidenziava la presenza di due firme identiche alla voce locatario e locatore, con ciò sollevando pesantissimi dubbi che Tulliani e Timara fossero la stessa cosa? Perché la procura il 20 settembre si è affrettata a precisare che quanto riportato dal Giornale era smentito dal contratto originale dove le firme erano diverse, mentre oggi è costretta ad ammettere che le firme sono apparentemente identiche anche nell’originale? Perché, avendo in mano i due documenti, la procura ha detto il falso alla stampa?

H Se i magistrati sapevano già che la materia affrontata nelle indagini aveva un rilievo civile anziché penale perché hanno insistito con costosi accertamenti anche oltreconfine per stabilire, ad esempio, la congruità del prezzo che nella richiesta di archiviazione stabiliscono essere stato tre volte inferiore alle stime di mercato dell’epoca?
I Se la congruità del prezzo è tema da eventuale rivendicazione in sede civile, perché fare domande su questo punto ai testimoni e all’indagato Pontone? Perché insistere a chiedere come, da chi, e in che modo venne stabilito che il prezzo di vendita da An a Printemps fosse di 300mila euro?
J E infine. Perché se la materia era civile e non penale i pm si sono impegnati allo spasimo per capire se vi fossero state altre offerte di maggiore entità ad Alleanza nazionale? E perché, anche sotto questo profilo, la procura di Roma fece trapelare alle agenzie di stampa una notizia infondata, e cioè che il senatore Antonino Caruso aveva smentito quanto precedentemente dichiarato sui giornali, ovvero di un’offerta precisa ricevuta nei primi anni duemila e pari a 900mila euro, come ieri si è avuta conferma pubblicando uno stralcio del suo verbale? Perché far trapelare un’altra notizia che non corrispondeva alla realtà?

Il Giornale 31 ottobre 2010

ADESSOIL PD VORREBBE “CHIUDERE” IL GIORNALE di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 31 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

Il Pd ha scoperto, dopo una seria e approfondita indagine, che questo gior­nale simpatizza per Silvio Berlusconi e sostiene la sua azione di governo. La pro­va? A volte, nei titoli, «lo cita in modo confidenziale col nome di battesimo». Cioè scriviamo Silvio invece che Berlu­sconi. La cosa è grave al punto che i verti­ci del partito hanno deciso di inoltrare un esposto al Garante delle comunica­zioni, chiedendo di aprire un’indagine e adottare le sanzioni conseguenti, non esclusa la chiusura della testata. Il docu­mento, quattro cartelle su carta intesta­ta del Pd, è firmato da un vero democrati­co, l’ex ministro e attuale responsabile dell’informazione, Paolo Gentiloni Sil­veri, già cofondatore negli anni Settanta del Pdup (Partito di unità proletaria), na­to da una scissione del Pci ritenuto all’ epoca poco comunista. Gentiloni non è certo l’unico a essere passato dalle barricate di piazza contro il potere borghese ai lauti stipendi dei governi borghesi.

La sua rivoluzione l’ha baratta­ta con i­quindicimila euro net­ti al mese dello stipendio di de­putato, il doppio cognome l’ha tenuto come vezzo, così come ha diretto una rivista ecologica di sinistra ( La nuo­va ecologia ) ovviamente paga­ta con i contributi pubblici. In sostanza, da buon comunista, non ha quasi mai guadagnato un soldo che venisse dal mer­cato ma si è fatto sempre man­tenere dai contribuenti. Per Gentiloni il fatto che un giornale scriva bene di Berlu­sconi e male della sinistra è inammissibile: «A giudizio del­lo scrivente- si legge nell’espo­sto – la condotta ascrivibile al­la direzione del quotidiano Il Giornale configura in tutta evi­d­enza una fattispecie di soste­gno privilegiato al presidente del Consiglio… il quotidiano ha giocato un ruolo di soste­gno sistematico alle posizioni del premier ma di attacco con­tinuato alle posizioni dei sog­getti politici considerati quali suoi avversari… per tutto que­sto si chiede a codesta autorità di aprire una istruttoria…». Ci avesse telefonato, gli avremmo chiarito direttamen­te il suo sospetto. È vero, soste­niamo, quasi unici nel panora­ma della stampa italiana, Sil­vio Berlusconi e il suo gover­no. Sì, critichiamo anche aspramente la politica di Ber­sani, di Di Pietro e di chi me­glio crediamo. Il perché è sem­plice: ci piace così, siamo libe­ri, crediamo in quello che fac­ciamo, non vogliamo vivere in un Paese dove un Gentiloni qualsiasi, alla pari di qualche pm in malafede e in cerca di gloria, possa tappare la bocca a giornali e giornalisti. Gentiloni Silveri, a nome di Bersani, pensa, e scrive, che noi sosteniamo Berlusconi perché pagati dalla famiglia Berlusconi. Non lo sfiora nep­pure il contrario, per lui non è ammissibile che un gruppo di persone la pensi come Berlu­scon­i e quindi lavori spontane­amente e volentieri negli unici mezzi di informazione dove è possibile sostenere le proprie tesi.

Avanti di questo passo il Pd chiederà l’interdizione dal voto per i tredici milioni di ita­liani che alle ultime elezioni hanno messo la croce sul sim­bolo del Pdl. Per i tre milioni di disgraziati corrotti e prezzola­ti che alle recenti europee han­no osato addirittura scrivere sulla scheda il nome di Silvio Berlusconi come candidato preferito, Bersani farà un espo­sto in tribunale (i pm amici non gli mancano) per chieder­ne l’arresto. La sinistra sogna un mondo dove non si possa parlare be­ne di Berlusconi, male di loro, di Fini, di Di Pietro. In compen­so l’inverso deve essere un di­r­itto garantito dalla Costituzio­ne. Il concetto è simile a quel­lo degli integralisti islamici che ogni tanto ci allietano con aerei e pacchi bomba nelle no­stre città: noi esigiamo mo­schee e diritti in Occidente, voi cristiani se vi becchiamo a pregare Dio dalle nostre parti vi condanniamo direttamen­te a morte. Ma senza scomodare Bin La­den basta fermarsi a Romano Prodi. Sette giorni dopo esse­re stato eletto premier, licen­ziò sui due piedi il direttore del Tg1, Clemente Mimun, per fare posto all’amico Gian­ni Riotta e ai suoi editoriali filo governativi. Gentiloni, allora ministro delle Comunicazio­ni, nulla ebbe da obiettare. An­zi, sembrava pure contento, sia della scelta che degli edito­riali. Oggi invece l’ex ministro grida allo scandalo perché su quella poltrona c’è seduto Au­gusto Minzolini, al quale il Pd vuole negare anche la possibi­lità di dire la sua. Il Garante delle comunica­zioni, per quanto ne sappia­mo, non è intenzionato a pro­cedere sull’esposto targato Pd. Anche lui sarà di parte. Op­pure ha capito che è vero che Silvio Berlusconi ha un enor­me conflitto di interessi, ma nel senso che ha gli stessi inte­ressi del 35 per cento degli ita­liani. Si chiama democrazia e lei, caro Gentiloni Silveri, non può farci nulla. Si rassegni e cerchi almeno di essere un po’ meno ridicolo. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 31 ottobre 2010

IL BUNGA BUNGA TECNICO, di Mario Sechi

Pubblicato il 31 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

Come uno zombie, il governo tecnico s’è risvegliato. Le gesta amatorie di Berlusconi hanno dato carburante alla fantasia di chi architetta da sedici anni il disarcionamento del latin lover di Arcore. La sua telefonata alla questura di Milano (pessima idea) ha dato un minimo appiglio istituzionale ai tanti che vedono il caso del “Bunga Bunga” come forse l’ultima occasione per sbarazzarsi del Cavaliere. Non potendo chiedere le dimissioni del presidente del Consiglio per violazione dei limiti di velocità sessuale, quella telefonata è il grimaldello per far saltare il governo.

Si tratta, ovviamente, di una semplice scusa che non cambia la sostanza del problema: oggi un governo tecnico avrebbe il segno di un esecutivo nato per eccesso d’uso dell’ormai arcinoto “lettone di Putin”. Sarebbe un gabinetto che nasce nel ridicolo e vi lascio immaginare quale legittimazione e autorevolezza potrebbe avere per gli elettori. Il nome è già pronto: “Governo del Bunga Bunga”. Secondo i rumors di Palazzo ci sarebbe già un politico pronto a guidarlo: Beppe Pisanu, ex ministro dell’Interno, oggi presidente della Commissione Antimafia, in rotta con Berlusconi e in ottimi rapporti con Giorgio Napolitano e Gianfranco Fini. Nel Palazzo si fanno già i nomi dei futuri ministri, si gioca al totonomine e si fanno previsioni sulla durata. La panchina delle riserve della Repubblica ha già cominciato il riscaldamento pre-partita e fa giri di campo e soprattutto di Palazzo. Umberto Bossi il papocchio tecnico lo vede all’orizzonte e, da politico dotato di gran fiuto, pensa che non sia affatto una disgrazia, ma la grande opportunità per il centrodestra a doppia trazione Lega-Pdl. Mettersi all’opposizione, bombardare l’esecutivo da distanza ravvicinata e prepararsi a elezioni in ogni caso imminenti. Ecco il piano dell’Umberto. Non so se Berlusconi pensi la stessa cosa, ma vista l’escalation dell’assalto in versione hard-core, al suo posto – a meno che non abbia voglia di salutare tutti e andare a spassarsela a Bermuda – ci farei un pensierino e lascerei tessere agli avversari tutte le trame che credono.

Quando l’establishment si mette in testa un progetto, solitamente finisce gambe all’aria di fronte al voto popolare. È già successo per l’esperimento da piccolo chimico del Pd, finirà così per altre soluzioni alchemiche. Il direttore de Il Tempo pensa che nel giro di sei mesi quel governo si squaglierebbe, per ragioni che appaiono evidenti anche a chi non ha studiato politologia a Princeton. Vi immaginate, cari lettori, quale fonte di autorevolezza avrebbe un governo che ha la sua formidabile fonte di legittimazione su una piattaforma politica che si fa forte di argomenti come «Papi», «il lettone di Putin», «la farfallina», «l’ape regina», «la doccia ghiacciata», «l’igienista», «la nipote di Mubarak» e il «Bunga Bunga»? Guardare dal buco della serratura e sollevare le lenzuola della camera da letto del premier fa certamente guadagnare copie ai giornali – che in fondo fanno il loro mestiere – e dà qualche argomento polemico a un’opposizione a corto di idee buone, ma la storia per i leader e i partiti politici è leggermente diversa. Per guadagnare anche il portone di Palazzo Chigi serve ben altro, magari una cosa che si chiama politica. Il “Bunga Bunga tecnico” sarebbe un regalo fantastico per Berlusconi e la Lega, ma una pessima soluzione per un Paese che ha bisogno di essere governato e rassicurato sul suo futuro. La verità è che la soluzione dell’esecutivo d’emergenza è una chimera senza il consenso del Cavaliere e di Bossi ma in quel caso saremmo di fronte al paradosso di un governo politico (quello attuale) che cede lo scettro a un governo transgenico guidato da un premier telecomandato da altri Palazzi. Francamente, pur avendo fantasia e una certa esperienza di miracoli e miracolati del Palazzo, mi sembra difficile vedere Silvio e Umberto dare la benedizione al proprio becchino. Mario Sechi, Il Tempo, 31 ottobre 2010

IL BUNGA BUNGA DI FINI

Pubblicato il 30 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

Adesso Gianfranco Fini deve dimet­tersi. Non perché lo diciamo noi, ma per­ché l’ha detto lui. Ricordate? Videomes­saggio stile Bin Laden del 26 settembre scorso: «Se dovesse emergere con certez­za che Tulliani è il proprietario della casa di Montecarlo, non esiterei a lasciare la presidenza della Camera». Bene: non esi­ti, perché oggi la certezza c’è. E si trova proprio in quelle carte della Procura di Ro­ma che tanto l’avevano rallegrato qual­che giorno fa, quando era stata annuncia­ta la richiesta di archiviare la sua posizio­ne in merito al reato di truffa aggravata. Tra i documenti acquisiti dai pm, infatti, c’è anche il famoso contratto d’affitto tra il «cognato» Giancarlo Tulliani e la seconda società off-shore che ha comprato l’appar­tamento donato dalla contessa Colleoni ad An. E Tulliani quell’atto lo firma due volte: come affittuario e come proprietario del­l’immobile. Nessun dubbio. Lo scrivono gli stessi magistrati capitolini: «Il contratto di locazione intervenuto tra il locatore Tima­ra Ltd, priva della indicazione della perso­na fisica che la rappresentava, e il locatario Giancarlo Tulliani reca sotto le diciture “lo­catore” e “locatario”due firme che appaio­no identiche, così come quelle apposte sul­la clausola integrativa recante la data 24/2/2009, allegata al contratto». Linguag­gio burocratico e un po’ sgrammaticato, ma chiaro: il «cognatino» ha firmato per sé e per la Timara. Dunque l’appartamento è suo e, di conseguenza, Fini è tenuto a slog­giare dalla Camera. La Procura di Roma ha fatto i salti mortali per tutelare l’ex leader di An. Lo ha iscritto nel registro degli indagati solo un minuto prima di chiederne l’archiviazione,evitan­dogli quelle fastidiose fughe di notizie che colpiscono la maggior parte dei politici fini­ti nelle grinfie della giustizia, soprattutto se il loro cognome inizia per B. Ha ridotto al minimo il raggio dell’inchiesta, prenden­do in esame solo la congruità del prezzo di vendita del quartierino e riuscendo nel mezzo miracolo di chiedere al Gip di affos­sarla anche una volta stabilito che il prezzo congruo non era affatto. Ha perfino depista­to i cronisti, quando il Giornale ha pubblica­to la registrazione del contratto d’affitto con le firme identiche, facendo filtrare la notizia che sul contratto vero e proprio le firme invece erano diverse. Di più, onestamente, Fini non poteva chiedere. I documenti, a differenza delle pa­role, non sono manipolabili. Ora tocca al presidente della Camera dimostrare di es­sere un uomo d’onore. Aspettiamo fiducio­si. Ma non troppo.

NON C’E’ NULLA CHE SI SALVI, ANNULLATO IL CONCORSO PER NOTAI: IMBROGLI ANCHE PER QUELLI CHE “GARANTISCONO”

Pubblicato il 30 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

Cade l’ultimo baluardo del Paese. Altro che il Bunga Bunga di Berlusconi, ieri è stato sospeso il concorso dei notai. Sì, proprio i notai. Quelli che fanno legge con una firma, quelli che «garantiscono» per antonomasia. Quelli che, spesso, non bastano 10 mila euro per portarsi a casa un pezzo di carta. Ma stavolta niente da fare: il notaio non ha dato garanzie. Tutta colpa di una traccia d’esame già usata durante un’esercitazione e dunque conosciuta da alcuni candidati. Erano 3.300 alla Fiera di Roma per contendersi, alla terza e ultima prova, i 200 posti messi a concorso. La sospensione dell’esame è stata chiesta dagli stessi partecipanti, perché, hanno raccontato alcuni di loro, «la traccia “Mortis Causa”, dettata per la prova, è risultata essere quasi totalmente copiata da un’esercitazione svoltasi circa tre settimane fa nella scuola del Consiglio Notarile di Roma.
La stessa traccia era poi apparsa sul sito ufficiale dei praticanti notai (www.romoloromani.it)». Un sito sospeso subito dopo l’annullamento della prova. Le proteste sono durate otto ore, alla fine il presidente della Commissione ha sospeso l’esame. E pensare che le regole per diventare notai sono rigide. Bisogna superare un concorso pubblico nazionale organizzato dal ministero della Giustizia e gestito da una commissione nominata con decreto ministeriale. La commissione esaminatrice è guidata da un presidente di sezione della Corte di Cassazione e composta da sei magistrati, tre professori universitari e sei notai. Le prove sono tre scritte e una orale su otto materie. Ma anche le certezze sono destinate a crollare. E così i notai perdono la loro proverbiale autorità. Secondo la versione del Consiglio del Notariato la Commissione d’esame ha annullato la prova per motivi di ordine pubblico dopo le proteste e, addirittura, l’occupazione dell’aula da parte dei candidati. Al ministero della Giustizia si attende il verbale della seduta dove saranno indicati precisamente i motivi che hanno portato alla sospensione. Spetterà poi al dicastero di via Arenula valutare se sussistano le condizioni per l’annullamento dell’intero concorso.
Un vero pasticcio che non ha precedenti, l’ultima tegola che cade sul Paese mentre la politica ancora si azzuffa sulle feste del premier. Ovviamente lo sconcerto è stato generale, tanto che è dovuto intervenire anche il ministro della Giustizia Alfano. Il primo a parlare è stato il presidente del Consiglio nazionale del Notariato, Giancarlo Laurini: «Ho appreso con enorme sconcerto e vivissima preoccupazione le notizie riguardanti l’annullamento delle prove scritte del concorso pubblico nazionale, da sempre strumento altamente selettivo fondato sul merito». Mentre l’eurodeputato leghista Mario Borghezio se la prende, come al solito, con la Capitale: «Lo scandalo che sta emergendo circa l’anomalo svolgimento dell’attuale concorso per notai, fa emergere l’esistenza, nota a tutti, di un meccanismo torbido e consolidato nella selezione, oggi per i notai, ieri per i magistrati, dai contorni di una legalità di tipo pulcinellesco. A questo punto la pazienza dei nostri candidati è finita da tempo e si pone l’esigenza morale di dire “basta concorsi centralisti a Roma”». Il Partito democratico non perde tempo e presenta un’interrogazione ad Alfano: «È importante fare immediata chiarezza sulle ragioni che hanno portato all’annullamento del concorso per notai. Si tratta, in primo luogo, di una questione di rispetto nei confronti delle migliaia di ragazzi che hanno studiato anni e speso ingenti quantità di denaro per i corsi di preparazione».
Ora il Pd vuole sapere dal ministro della Giustizia «le ragioni ed eventualmente le disfunzioni organizzative che hanno determinato, per la prima volta, l’annullamento di un concorso per notaio mentre era in corso» conclude il capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti. Alfano non si fa pregare: «Quanto accaduto è molto grave. Resto in attesa di conoscere il contenuto del verbale con il quale la commissione mi spiegherà esattamente cosa è avvenuto. Sarà mia cura accertare con puntualità i fatti al fine di prendere la decisione che mi compete». Soprattutto per fare luce sull’ultima follia che rischia di gettare un’ombra proprio su quelli che (ben pagati) devono certificare la regolarità e legalità di atti e documenti ufficiali.

Il Tempo 30 ottobre 2010