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DUE O TRE COSE DA RICORDARE, di Mario Sechi

Pubblicato il 29 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

Per sedici anni si è cercato di far cadere Berlusconi con le inchieste sulla corruzione, la mafia e le ipotesi di reato più varie. Il risultato è stato quello di rafforzarne la leadership. Poi, due anni fa, c’è stato un salto di qualità nell’opposizione al Cav: andare a caccia dello scandalo a luci rosse.

Silvio Berlusconi Qualche giorno fa scrivevo che la storia ci consegna tre casi in cui un leader politico cade: 1. quando perde le elezioni; 2. quando finisce in uno scandalo che ne deturpa l’immagine; 3. quando viene cacciato da una rivolta popolare o estromesso da un golpe. Il primo e il terzo caso sono difficilmente applicabili a Berlusconi, resta in piedi l’arma dello scandalo.
Per sedici anni lo si è cercato con le inchieste sulla corruzione, la mafia e le ipotesi di reato più varie. Il risultato è stato quello di rafforzarne la leadership. Poi, due anni fa, c’è stato un salto di qualità nell’opposizione al Cav: andare a caccia dello scandalo a luci rosse. Il letto e il sesso, confini invalicabili del dibattito italiano, sono diventati nitroglicerina. Così sono nati la storia delle vallette in Rai e il caso Saccà, poi la telenovela di Noemi Letizia e oggi il «Bunga Bunga» svelato da una ragazza straniera che si chiama Ruby. Il caso Saccà è stato archiviato, quello di Noemi ha fatto flop e di quest’ultimo sappiamo – lo scrive Repubblica – che è «contradditorio» e «provvisorio». Una nebulosa dalla quale emergono però un paio di cose chiare.
1. Berlusconi ha sempre detto di «non essere un santo», ma proprio per questo è un bersaglio vulnerabile e – non avendo la forma mentis di un politico – ignaro delle conseguenze che ha sulla sua vita privata il fatto di essere il premier. Un capo di Stato deve avere una rete di sicurezza istituzionale capace di proteggerlo anche dai suoi potenziali errori e desideri. Così non è. 2. Si racconta di una telefonata partita da Palazzo Chigi per far rilasciare la ragazza fermata dalla questura di Milano con l’accusa di furto. Se è vero, è un fatto spiacevole, una forzatura da evitare. 3. La lotta politica si svolge su un piano mediatico, conta solo quel che si pubblica in tempo reale, non i fatti e la nobile verità postuma. Berlusconi sembra ignorarlo. 4. La storia del «Bunga Bunga» è esemplare: l’obiettivo è quello di mettere Berlusconi nel cono di luce sinistra dell’uomo senza qualità, corroso dai vizi e privo di virtù. La vicenda è torbida, fa acqua da tutte le parti, ma non si esita a usarla contro il capo del governo, al punto che l’opposizione chiede le dimissioni senza curarsi dei fatti. Questo è il segnale: siamo alla partita finale contro il Cavaliere. É il Paese del «Bunga Bunga». Mario Sechi, Il Tempo, 29 ottobre 2010

FINI, L’ORACOLO DEL 2000, E LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA

Pubblicato il 29 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

Non si deve sottomettere il pm al governo perchè altrimenti si torna al fascismo” E’ più o meno quello che ha detto questa mattina a Bari l’on. Fini partecipando ai lavori del simposio sulla giustizia promosso dal capo della Procura di Bari dr. Luadati. Se lo avesse detto un altro, chiunque altro, non ci avrebbe meravigliato più di tanto, rientrando la frase in quelle che da un cinquantennio caratterizzano i discorsi di circostanza che politici di ogni specie pronunciano nelle occasioni più svariate. Ma detta da Fini, non ci meraviglia, ci sconcerta. Per due ragioni. Intanto perchè lui è lo stesso che non più tardi di un decennio fa  si impadronì, letteralmente,  di un partito, anzi di una comunità di uomini e donne inneggiando al fascismo che oggi disprezza e al suo “capo” che egli, e non altri, definiva “il più grande statista del ventesimo secolo”. Per carità! Noi saremo gli ultimi a dimenticare che al suo “capo” viene attribuita la paternità del detto secondo il quale “solo i parafanchi non cambiano opionione” e poichè pur non avendo in alcuna stima l’on. Fini riconosciamo che egli non ha le sembianze di un parafanco, gli riconosciamo  il diritto di cambiare opinione. Ma, come dicevano i latini, “modus in rebus”: che bisogno c’è di scomodare il fascismo per affermare un principio che trova fondamenti in ben altre e più giuridiche e dotte argomentazioni? Forse il bisogno di ulteriori accrediti dalle parti degli eredi dei protagonisti delle “radiose giornate” del 1945  che,  si scopre, ora, grazie  anche al revisionismo intellettuale e storico di Gianpaolo Pansa, usarano ben altri sistemi e strumenti per evitare il “ritorno al fascismo”, cioè massacrando e uccidendo quanti potevano esserne gli eredi? Ma Fini non va tanto per il sottile e  scomoda un facile antifascismo,  piuttosto tardivo per non essere sospetto,  per adagiarsi sulle tesi di chi intedende mantenere lo statu quo dei PM che vanno a ruota libera come quelli che hanno  arrestato un loro collega, un GUP  di Bari, che ha solo commessso un “reato” di distrazione o come quelli che arrestarono Vittorio Emanuele di Savoia con motivazioni che una sentenza ha dichiarato insussistenti in termini penali. La seconda ragione invece investe le conoscenze di Fini, che si atteggia ad oracolo anche grazie a interessati “laudatores”, in materia di giustizia negli altri paesi di antica democrazia. Dove, ed è ben noto, i PM non sono assoggettati all’esecutivo ma dall’esecutivo ricevono le direttive lungo le quali sviluppare la loro attività. La stessa cosa che si intende fare in Italia, nell’ambito della riforma generale della Giustizia che attende dall’epoca del primo esecutivo Berlusconi di andare in Aula per traformarsi in legge a garanzia dei cittadini che della malagiustizia come della malasanità, sono vittime ogni giorno, ad un ritmo molto più incalzante che non nella sanità, pur disastrata. E poi ci sono gli Stati Uniti d’America dove anche di recente l’on. Fini è stato ospite di quella grande e indiscussa democrazia a 50 stelle. In America, sia quella di Bush che quella di Obama, i procuratori sono eletti dal popolo e la giustizia cammina con una velocità supersonica e, sopratutto, senza sconti per nessuno e favoritismi per alcuni, potenti o no. Ci piacerebbe quella giustizia ma in mancanza del meglio ci accontenteremmo anche di qualcosa che gli assomigliasse e che evitasse il ripetersi dei fatti che ha narrato Vittorio Sgarbi nell’articolo pubblicato oggi sul Giornale a proposito dei servitori dello Stato diventati in martiri per via di magistrati che trasformano gli eroi in galeotti e i galeotti in eroi. O di magistrati che cercano la gloria perdendo il loro tempo. Come qualche ora fa a Montelepre, sperduto paese della provincia di Trapani, balzato agli onori della cronaca alla fine della guerra per aver dato i natali al bandito Giuliano che fu ucciso dai carabinieri in un conflitto a fuoco e il cui cadavere fu esposto a tutti, compresa la amdre che, riconoscendolo al di là di ogni dubbio,  lo pianse  come ogni madre piange il proprio figlio. A distanza di una sessantina d’anni, la Procura di Palermo, evidentemente a corto di procedimenti penali da seguire e risolvere, ha dedicato il suo tempo, e i quattrini dei contribuenti, a riesumare il cadavere di Giuliano per accertare se quel cadavere è proprio di Giuliano o di un suo sosia come qualche buontempone ha ipotizzato. E dopo averlo dissotterato si teme, da parte dello stesso magistrato che ne ha disposto la riesumazione,   che comunque non potrebbe essere possibile accertalo perchè non può confrontarsi il DNA.  Non è il caso di andare avanti. E’ questa la  giustizia che abbisogna di essere riformata, non solo attraverso la separazione delle carriere tra PM e giudicanti, ma anche attraverso le regole che disciplinano l’azione investigativa. Berlusconi ha annunciato un suo discorso chiaro e duro in Parlamento, se la riforma non dovesse trovare accordo tra il governo e i fliani. Non perda tempo con questi ultimi, che sono lo stampo di Fini.  Vada in Parlamento a prescindere, direbbe Totò, e dica la verità agli italiani su una giustizia sempre più autoreferenziale e se il Parlamento lo boccia ritorni agli elettori senza attendere che Fini scopra qualche altra verità da retrobottega per ritornare ai riti e alle messe della prima repubblica. Gli italiani gliene saranno grati e riconoscenti. E lo premieranno. g.

GLI UOMINI DI STATO DIVENTATI MARTIRI DELLO STATO

Pubblicato il 29 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

di Vittorio Sgarbi

Invece di perseguitare i delinquenti, la magistratura mette sotto processo i servitori delle istituzioni. Da Lombardo a Contrada, da Ganzer a Mori. L’ultima vittima è Pollari, alla sbarra per il sequestro dell’imam Abu Omar, gli vogliono dare 12 anni

È una storia lunga e vergognosa. Comincio con le accuse, naturalmente da Santoro,  di Leoluca Orlando nei confronti del maresciallo Lombardo, accusato di essere colluso con la mafia. Il maresciallo Lombardo era il comandante dei Carabinieri di Terrasini. Infamato, senza fondamento e senza prove, si uccise. Analoghe accuse furono fatte dal procuratore Caselli al tenente dei Carabinieri Canale, uomo capace, che godeva l’assoluta fiducia di Borsellino. Ucciso Borsellino, anche Canale fu ritenuto colluso con la mafia. Forte e coraggioso, ha resistito, per anni, difendendosi nei tribunali. Qualche mese fa, dopo essere stato mortificato e umiliato per anni, è stato riconosciuto innocente. Destino diverso è toccato a Bruno Contrada, condannato senza prove e difeso strenuamente da un avvocato «coraggioso e radicale» come Pietro Millio. Non si è mai capito che cosa abbia fatto Contrada, in che modo abbia favorito la mafia. Si sa soltanto che investigava in epoche e con metodi in cui non c’erano pentiti à gogo e intercettazioni ambientali capillari; e occorreva utilizzare i confidenti, garantendo loro favori e parziali impunità. Per la stessa ragione fu arrestato l’allora colonnello (poi promosso generale) Conforti, comandante dei Carabinieri del Nucleo Tutela del Patrimonio artistico. Cosa aveva fatto Conforti? Aveva, con grande abilità, ritrovato la reliquia della mandibola di Sant’Antonio da Padova sottratta al tesoro del santo dalla cosiddetta mafia del Brenta, per volontà di Felice Maniero detto «Faccia d’Angelo».
Naturalmente Conforti ottenne lo straordinario risultato attraverso confidenti avvicinati con l’abilità di non farsi riconoscere e con gli espedienti del mestiere di ogni buon investigatore. Operazione non corretta. Dopo averlo difeso in televisione con grande veemenza, lo andai a trovare nel carcere militare di Peschiera dove stava in una cella stretta e profonda, come Silvio Pellico. Lo vidi in maniche di camicia, desolato, ma non umiliato, sconcertato ma non pentito, e lontano dall’idea di avere compiuto un qualsivoglia delitto. Era in carcere per aver compiuto il suo dovere. Sull’aereo che mi portava a Verona, il destino mi fece sedere a fianco di un ragazzotto dall’aria furba e tranquilla: era lo stesso Felice Maniero, pentito e quindi libero, autore del furto per cui il colonnello era in galera. Un rovesciamento tipico della giustizia malata. Avendomi riconosciuto, e conoscendo il mio temperamento, Maniero cercò di farsi piccolo nel suo sedile, forse temendo che io lo aggredissi. Ero più che indignato. Andavo a trovare un uomo onesto in galera, mentre il delinquente era libero e impunito. Dopo qualche tempo, a forza di urlare, Conforti fu liberato. Inutile dire che l’accusa era senza fondamento e che dopo qualche tempo fu completamente prosciolto (e, appunto, promosso). Erano comunque tempi difficili. Un uomo da tutti riconosciuto onesto e capace, e un valoroso magistrato, Luigi Lombardini, si convinse, al di là delle sue competenze dirette, a occuparsi del rapimento di Silvia Melis. La situazione appariva drammatica, perché non c’erano precedenti di rapiti in Sardegna che fossero stati liberati senza pagare il riscatto. Ci fu dunque una trattativa e Lombardini fece la sua parte, trattando e forse incontrando i rapitori. Nichi Grauso, con la tipica valentia dei veri sardi, mise la somma necessaria e andò direttamente a consegnarla. La Melis fu così liberata trovando il modo di far credere che fosse scappata. Indagati tutti, per non aver lasciato morire l’ostaggio e, in particolare, incriminato Lombardini per essersi messo in mezzo e aver tentato una trattativa. Fu così messo sotto inchiesta dalla Procura di Palermo, ancora una volta Caselli con quattro sostituti procuratori. Appena usciti dalla sua stanza i «colleghi» di Palermo, che erano ancora vicini, e in attesa di essere perquisito e magari arrestato, prese una pistola dal cassetto della sua scrivania e si sparò.

La causa scatenante del gesto non mi pare dubbia; ma il Csm che si occupò della vicenda non osservò l’anomalia dell’irruzione e dello scioccante interrogatorio, ma concluse che tutto era stato regolare, che nessuno aveva commesso abusi, e che l’interrogatorio era stato formalmente corretto. Insomma, Lombardini si era ucciso perché era troppo sensibile. Cazzi suoi.
In tempi più recenti abbiamo assistito a l’incriminazione e alla condanna di un altro generale, il generale Ganzer, che io ho anche incontrato e che, essendo stato tutta la vita diligente corretto e operoso nel combattere i trafficanti di droga, improvvisamente ha deciso di farsi complice dei suoi nemici e collaborare con loro a spacciare la droga. Un esempio di pentitismo alla rovescia. Si è pentito di essere onesto, ottenendo grandi risultati, nella zona grigia delle inchieste tra collaboratori e confidenti creandosi con ciò non imprevedibili nemici, è stato condannato a 14 anni di carcere, dunque dire che ha scelto di fare il carabiniere non perché credeva nella giustizia e nell’onestà ma perché non vedeva l’ora di avere l’occasione di diventare un criminale. Non diversamente aveva lavorato nei servizi segreti (da noi sempre sospettati delle peggiori infamie e, per così dire, fisiologicamente deviati) il generale Pollari, cercando di contrastare il terrorismo, non potendo pensare di farlo convertendo fanatici kamikaze islamici. Anche lui un genio del male, per di più servile nei confronti del governo. Perché non chiedere, per Pollari, 12 anni di carcere? Insomma, i criminali vanno cercati tra le forze dell’ordine. L’esempio più luminoso è il generale Mori. Torturato per anni, trascinandolo sotto processo per favoreggiamento aggravato in relazione alla mancata cattura di Bernando Provenzano, oggi viene incriminato per concorso esterno in associazione mafiosa. Naturalmente, a concorrere a questa attività criminosa, non poteva mancare anche un altro carabiniere, il colonnello Giuseppe De Donno, e anche il capitano Antonello Angeli. Insomma, tre carabinieri che avendo il compito di combattere la mafia, hanno pensato di favorirla. Per favorirla meglio, il generale Mario Mori ha catturato Totò Riina. E per farsi perdonare non ha perquisito bene il suo covo, così come il capitano Angeli non ha aperto la cassaforte di Massimo Ciancimino dove era custodito il «papello» con le richieste di Totò Riina allo Stato. Gente strana questi carabinieri: mettono in galera i mafiosi e non aprono le casseforti. Insomma il figlio e collaboratore del padre Vito Ciancimino mafioso, e il generale Mori, in questa insalata russa hanno le stesse responsabilità nel concorrere a sostenere la mafia. Ma di Ciancimino si capiscono le ragioni. Di Mori, di De Donno, e di Angeli restano misteriose. Inutile pensare alla missione compiuta. Occorre sputtanarli confondendo le carte in una assoluta mancanza di rispetto e di rigore morale per chi ha deciso da che parte del campo stare. Ma, inseguendo i criminali, si è fatto loro simile. Continuo a guardare con indignazione i professionisti dell’Antimafia e credo che la verità l’abbia intuita il colonnello De Caprio, il capitano «Ultimo», che, riconoscendo «le più raffinate manovre Corleonesi» parla di «un attacco da parte di forze oscure che dall’interno di Cosa nostra vogliono distruggere il valoroso generale Mori». Non sarà che Riina si vendica del generale Mori attraverso i magistrati che lo hanno incriminato? VITTORIO SGARBI, IL GIORNALE 29 OTTOBRE 2010

IL LEADER VUOTO, PERFETTO DA RIEMPIRE

Pubblicato il 28 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

di Marcello Veneziani

Non sottovalutate Fini, ha un’arma micidiale che non avete preso in seria considerazione. Fini non ha un progetto politico o addirittura culturale, non ha una strategia, non ha spazi politici, non ha voglia di lavorare, non ha idee, non ha consistenza. Ma proprio quella è la sua arma micidiale: Fini attira perché (…)
(…) è vuoto. Non è una battuta, è una valutazione politica che ha forti implicazioni. Fini è un recipiente vuoto e trasparente che ciascuno riempie come vuole. E può dunque diventare un punto di raccolta indifferenziata, una buca delle lettere o un cassonetto, se preferite, di notevole capienza. Fini può raccogliere tutti coloro i quali sono rimasti delusi per aspettative personali, carriere frustrate, dissensi politici, perfino divergenze ideali e filosofiche, perché è un medium freddo, inodore, insapore.
Se fate un viaggio tra coloro che si stanno avvicinando al suo partito trovate le motivazioni più disparate, in cui la stima e la fiducia verso Fini è una quota assai piccina. Fini diventa la discarica o il collettore di tutti i malesseri che si annidano nel centrodestra, di coloro che temono l’anagrafe di Berlusconi o di quanti non sopportano qualche colonnello. In più, mancando di qualunque contenuto, è un ottimo marsupio per depositare le proprie idee: c’è chi sogna con lui di rifare la destra e chi sogna di uscirne definitivamente, per alcuni è la promessa di tornare al passato e per altri è il futurista, c’è chi ritrova nella sua rottura con il premier l’indole d’opposizione del vecchio Msi e chi lo vede invece come una specie di ardito cercatore di terze vie, di incroci inediti con la sinistra, di trasgressioni politiche e culturali. C’è chi vede tramite lui la possibilità di essere finalmente legittimati a sinistra e chi vede nel suo partito una candidatura in un collegio già occupato da altri del Pdl. La sua vacuità è oggi la sua vera risorsa. Ma questo non vale solo in ambito interno. Fini attira i poteri forti, grandi e piccini, opachi e perfino occulti, perché non è portatore di un suo progetto, non ha punti fermi e non negoziabili, non ha un nucleo di pensieri suoi e di proposte forti; è la confezione ideale per essere riempita, veicolata e magari scagliata contro qualcuno (Berlusconi). Fini muta col mutare dei suoi utenti, assorbe le parole dell’ultimo che gli parla, è una specie di tassista della politica; la corsa e la destinazione la decidono i clienti. Studiava da duce, poi finì da conducente.
Fini è pure un buon involucro per avvolgere la sinistra, il centro e tutte le forme di antiberlusconismo, perché non portando nulla di suo, essendo un portatore sano e provvisorio di idee altrui, è utile alleato per qualsivoglia proposito. Fini non dispiace nemmeno a piccoli cenacoli intellettuali che non trovano collocazione nel presente quadro, vecchie nuove destre e vecchie nuove sinistre che da anni cercano spazi e visibilità e non la trovano: ora hanno trovato l’icona giusta su cui cliccare per accedere alla visibilità, hanno trovato il gadget politico per i loro discorsi e progetti; e sapendo che si tratta di un contenitore neutro e asettico, di un conduttore atermico, possono usarlo come credono. Quando si dice che Fini è il nulla in cravatta non si esprime disprezzo ma una rigorosa valutazione politica.

Di questa utile vacuità si accorse per primo Tatarella quando lo lanciò come erede di Almirante nell’87. Perché Fini consentiva per ragioni anagrafiche di saltare la generazione dei fascisti e dei colonnelli più anziani; ma soprattutto, Pinuccio confidava agli amici, Fini è multiuso, può essere usato per rifare il vecchio neofascismo, per tentare alleanze con la Dc o, aggiungeva preveggente, perfino per tentare intese con la sinistra. Perché non è portatore di sue idee, lui parla, dopo aver orecchiato; deve avere una chiavetta tra le scapole per caricarlo al punto giusto. Un carillon da piazza e da tv, una scatola vuota.
Se provate ad esaminare il suo linguaggio vi accorgete che la fonte principale delle sue riflessioni politiche e del suo successo mediatico sono i proverbi o comunque le frasi fatte. Dice con tono erudito «chi la fa l’aspetti» e la stampa lo esalta scrivendo: che statista. Poi dice come se stesse rivelando una verità nascosta: «La legge è uguale per tutti» e tutti lì a incensare il suo coraggio e la sua lucidità. Poi prosegue in tono scientifico: «Meglio soli che male accompagnati», e gli analisti osservano l’acume strategico delle sue scelte. Un giorno dirà: «Il lupo perde il pelo ma non il vizio» e inebriati dalla sottile allusione, gli osservatori diranno: abbiamo finalmente un vero leader per la destra europea e democratica del futuro.
Il lessico finiano è attinto non dalle scuole di politologia ma dalle scuole elementari, ramo maestre del primo biennio, come vogliono del resto i suoi studi scolastici e universitari; nel triennio seguente già sarebbe inadeguato. Ma l’ovvietà rassicura, fa sentire anche i cretini persone intelligenti che capiscono la politica, e soprattutto conferma la sua promettente vacuità: ognuno inserisce dentro Fini quel che lui crede, pensa o preferisce. Non sottovalutate la sua vacuità, è il suo punto di forza e di consenso. Anche perché rispecchia il più generale vuoto della politica, di cui è l’indossatore perfetto.

il giornale 28 ottobre 2010

LA CASA DI MONTECARLO: DIECI DOMANDE ALLA PROCURA DELLA REPUBBLICA DI ROMA

Pubblicato il 28 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

Come è noto la Procura della Repubblica di Roma ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta sulla casa di AN svenduta a Montecarlo e in cui erano indagati per truffa Fini e il sen.  Pontone,  quest’ultimo l’unico ad essere sentito dalla Procura a differenza di Fini che benché indagato e  responsabile dell’incarico a Pontone di vendere l’appartamento non èstato sentito e della cui iscrizione nel registro degli indagati nulla si è saputo a differenza di mille altri casi, specie quelli che hanno per protagonista Berlusconi. La procura ha chiesto l’archiviazione sostenendo non esserci il reato di truffa e ritenendo che la differenza di prezzo è argomento di cui deve occuparsi il giudice civile. I giornalisti del Giornale che hanno scoperto la vendita dell’appartamento a una società off-shore da parte del noto  campione della legalità on. Fini e che hanno condotto una accurata inchiesta giornalistica rilevano una lunga serie di anomalie e omissioni di cui chiedono conto alla Procura della Repubblica di Roma con dieci domande elencate nell’articolo che oggi Il Giornale pubblica in prima pagina. Nel frattempo la Destra di Storace annuncia che si opporrà all’archiviazione e che chiederà al GIP di respingerla. La storia non è finita. g.

Montecarlo, cosa non torna nell’inchiesta-lampo. Omissioni, insulti e credibilità: Fini non esulti. DIECI DOMANDE ALLA PROCURA DELLA REPUBBLICA DI ROMA

Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica per Il Giornale 28 ottobre 2010

Signor procuratore di Roma, Giovanni Ferrara. Non ce ne voglia, ma ci sono svariate cose che proprio non tornano. La richiesta d’archiviazione a sua firma, e a firma del procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani, nonché la vostra nota diramata martedì ai cronisti e alle agenzie di stampa, sollevano interrogativi che non possono essere lasciati cadere. Ci siamo permessi di sottoporle alcune domande scaturite delle tantissime mail e telefonate ricevute da lettori increduli per le modalità con le quali il suo ufficio ha portato avanti e concluso una delle inchieste più veloci di sempre.

A Signor procuratore, come mai lei e il suo vice avete sostenuto che l’inchiesta per truffa ruotava essenzialmente intorno alla congruità del prezzo di vendita dell’appartamento (vedi agenzia Ansa del 20 settembre 2010) tanto da inoltrare un supplemento di rogatoria ai competenti uffici di Montecarlo, e poi quando questi stessi uffici (la Chambre Immobiliére Monegasque) vi hanno dimostrato che il prezzo di vendita dell’appartamento in Boulevard Princesse Charlotte, 14 non era congruo manco per niente (essendo circa tre volte inferiore ai prezzi di mercato del 2008, anno dell’alienazione da An alla società Printemps) non avete più ritenuto importante questo dettaglio ritenuto «fondamentale» fino al giorno prima, e avete ripiegato sulla vostra «non competenza» penale a indagare perché si trattava di roba da codice civile?

B Signor procuratore, se lei e il suo ufficio sapevate dall’inizio che il problema era civile e non penale, perché ha condotto ben due rogatorie a Montecarlo e ha interrogato testimoni per capire se il prezzo della vendita della casa abitata dal cognato del presidente della Camera era «congruo»?

C Signor procuratore, perché sulla congruità del prezzo di vendita dell’immobile monegasco, lei e il suo ufficio avete disposto due perquisizioni-acquisizioni nella sede di An di via della Scrofa quando il problema, già all’epoca, era penale e non ancora civile, mentre oggi si sostiene il contrario?

D Signor procuratore, perché ai giornalisti che chiedevano chiarimenti a lei o al suo ufficio sul sollecito d’archiviazione, ha confermato che vi furono altre offerte d’acquisto al partito quando, anche questo dettaglio, viene considerato dai vostri uffici un dato ininfluente ai fini del rilievo penale?

E Signor procuratore, perché nel suo comunicato fa riferimento allo stato fatiscente dell’appartamento al momento della vendita prendendo per buone le dichiarazioni delle sole persone vicine a Gianfranco Fini, senza invece prendere a verbale tutte quelle altre persone che – rintracciate dal Giornale – in quell’appartamento hanno lavorato o vi sono entrate in tempi non sospetti?

F Signor procuratore, lei o il suo ufficio, per quanto se ne sa, avete convocato e interrogato solo il senatore Francesco Pontone, e non anche l’ex presidente di An, Gianfranco Fini. Essendo entrambi indagati per il medesimo reato, perché avete ascoltato esclusivamente il primo e non il secondo?

G Signor procuratore, come mai in un’inchiesta per truffa non ha sentito il bisogno di interrogare Giancarlo Tulliani, vero «dominus» dell’operazione immobiliare, «dominus» perché convince Fini a vendere l’immobile che nessuno sapeva essere in vendita, «dominus» perché in contatto con la prima società off-shore di Saint Lucia (Printemps), «dominus» perché lui stesso va poi ad abitare in affitto dalla seconda off-shore (Timara) nell’immobile che fece vendere a Fini, «dominus» perché secondo il governo di Saint Lucia proprio Tulliani starebbe dietro le società proprietarie dell’immobile di Montecarlo?

H Signor procuratore, se il problema era civile e non penale, e soprattutto se Tulliani non ha meritato una convocazione in procura nemmeno come persona (certamente) informata sui fatti, perché lei o il suo ufficio avete spedito la Guardia di Finanza (lo ha scritto ieri il Corriere della sera, senza ricevere smentite) a controllare il conto corrente del cognato di Fini a Montecarlo (conto che Il Giornale ha reso noto pubblicando i riferimenti bancari impressi sulla bolletta della luce della casa di Montecarlo)?

I Signor procuratore, facendo seguito alla domanda precedente, perché vi interessava sapere se i versamenti del giovane Tulliani erano congrui con le spese sostenute per il pagamento dell’affitto posto che proprio l’affitto, e la titolarità della proprietà dell’appartamento, sono temi che a vostro avviso interessano un’eventuale azione civile e non penale? E già che avete chiesto quest’informazione alla Gdf, avete anche indagato sulla doppia firma identica sulla trascrizione sul registro pubblico dello stesso contratto d’affitto?

J Signor procuratore, come si spiega che per la prima volta negli ultimi anni la notizia dell’iscrizione sul registro degli indagati di un politico importante come Gianfranco Fini non è trapelata a differenza di quella riguardante tantissimi altri politici, essenzialmente di centrodestra, finiti immediatamente sulla stampa (vedi l’inchiesta sulla cosiddetta P3, quella su Finmeccanica, oppure la «cricca di Bertolaso&Co» solo per citare i primi che vengono a mente)? Lei in più occasioni ha fatto presente che il ruolo di Fini era assolutamente marginale, estraneo, all’inchiesta di Montecarlo. E invece era indagato, proprio come Silvio Berlusconi e il figlio Piersilvio nello stralcio dell’inchiesta sui diritti Mediaset, il cui invito a comparire (che porta la sua firma e quella del suo aggiunto Laviani) è stata sbandierata ai quattro venti. Come spiega la fuga di notizie nel secondo caso, e il giusto riserbo nel primo?

BERLUSCONI:CON QUESTI PM INDISPENSABILE IL LODO ALFANO

Pubblicato il 26 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

berlusconi cdm 280

Il lodo Alfano a tutela delle alte cariche è opportuno e “assolutamente indispensabile” con gli attuali magistrati. Lo ha confermato il premier Silvio Berlusconi, dopo che nei giorni scorsi aveva ipotizzato un ritiro del testo. Il presidente del Consiglio ha anche annunciato che a breve sarà aperta una commissione d’inchiesta sulla magistratura denunciando un “uso politico della giustizia per denigrarmi”.

“Ritengo che una legge che sospenda i processi delle più alte cariche dello Stato mentre adempiono alle loro funzioni istituzionali sia opportuna ed anzi, vista la magistratura con cui abbiamo a che fare, assolutamente indispensabile ha dichiarato Berlusconi a Vespa nel lungo colloquio avuto la scorsa settimana per il libro “Il cuore e la spada”.

Il Pdl chiederà a breve una commissione d’inchiesta sulla giustizia e la magistratura, ha aggiunto Berlusconi: “Soltanto con la serenità e la forza d’animo che derivano o dalla consapevolezza di non aver commesso alcun reato – ha detto il premier -  sono riuscito a disinteressarmi dei tanti, troppi procedimenti che mi sono stati addossati e che ogni giorno vengono amplificati da giornali e televisioni. Proprio a causa di questi comportamenti dei magistrati politicizzati i nostri parlamentari sono in procinto di chiedere una commissione parlamentare d’inchiesta. Penso che questa iniziativa sia largamente condivisa e debba far luce su una infinità di processi clamorosi, come quelli, tra i tanti, contro Calogero Mannino, contro il generale Ganzer e l’ex capo della Polizia De Gennaro. E’ un’iniziativa a difesa dei cittadini, ma anche delle migliaia di giudici per bene che lavorano seriamente e che per colpa di pochi vedono diminuire la fiducia degli italiani anche nei loro confronti”.

“Sono amareggiato soprattutto per Pier Silvio – ha aggiunto Berlusconi – che in Mediaset non si è mai occupato e non si occupa di questioni fiscali.  Viene contestata un’evasione inferiore a un milione di euro, quando quell’anno, il 2004, il mio gruppo versò all’erario imposte per 448 milioni. Ci si aspetterebbe il
conferimento di una medaglia d’oro in premio. In un contesto siffatto nessuna persona sana di mente rischierebbe di evadere un quattrocento ottantesimo delle imposte pagate” – ha spiegato – Mi lasci dire che ancora una volta è scattato l’uso politico della giustizia per cercare di denigrare il presidente del Consiglio”.

TRE SCENARI E UN FINALE: IL VOTO, di Mario Sechi

Pubblicato il 26 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

Parlamento Le parabole politiche non sono mai prevedibili e la storia insegna che i leader cadono solitamente in tre casi: 1. vengono sconfitti alle elezioni in maniera netta; 2. sono oggetto di uno scandalo che li porta alle dimissioni; 3. perdono lo scettro per una rivolta popolare o una manovra di palazzo. Cosa sta succedendo in Italia? Breve premessa. La maggioranza è da un anno immersa in una strisciante crisi politica che non si concretizza nei numeri (per ora) ma è più che mai presente in Parlamento. Uno dei cofondatori del Pdl, Gianfranco Fini, ha dato vita a un altro gruppo, lavora per un futuro partito, è presidente della Camera e fa politica attiva sul territorio contrapponendosi al leader della coalizione, Silvio Berlusconi. Quest’ultimo ha vinto tutte le ultime tornate elettorali, ma la stabilità del governo è in discussione al punto che Fini può dire che “sulla giustizia si rischia la crisi”. Occhio a questa parola, “crisi”, perché la logica conseguenza di una caduta del governo dovrebbe essere non la “crisi” ma il “voto”. Quando si fanno scenari finali, si usano parole coerenti con le conseguenze, il fatto di evitare accuratamente la parola «elezioni» è un segnale chiaro. E veniamo così ai tre scenari.
Le elezioni
In caso di voto, il partito di Berlusconi continuerà ad essere quello che guida la corsa. Su questo ci sono pochi dubbi da parte dei sondaggisti. Può perdere qualche seggio, lasciare spazio alla Lega al Nord, soffrire un po’ di più al Sud, ma il Pdl prenderebbe ancora tantissimi voti. Berlusconi sul terreno elettorale è sempre quello da battere e il voto continuerebbe a far di lui un protagonista della vita politica.

Gli scandali
Sul presidente del Consiglio è stato detto, fatto e scritto di tutto. Questo non ha prodotto alcuna oscillazione significativa nel gradimento del Cavaliere. Non sono le storie di letto e lenzuola o le furbate di qualcuno dei suoi collaboratori a mettere in crisi l’immagine di Berlusconi. L’elettorato di centrodestra ha una corazza temprata da sedici anni di guerra psicologica condotta prima dall’ex Pci, poi da una parte della magistratura militante e della stampa di sinistra. Il clima d’assedio ha rafforzato le convinzioni di questo blocco sociale nel votare Berlusconi. Ecco perché anche su questa via non sembra esserci trippa per gatti.
Il colpo di mano
Quello popolare ronza dentro le teste calde. Nel Paese ci sono forti tensioni, brutti episodi e di sicuro qualcuno sta pensando di usare la polvere da sparo, ma la presa della Bastiglia resta uno dei tanti sogni dei radical chic. È invece altamente possibile la manovra di Palazzo. Le mosse di Fini la mettono continuamente in luce. È un’opzione sulla scrivania di chi vuol far saltare il banco del Cavaliere. Quando Fini dice che un governo tecnico non è uno scandalo, quando afferma che la crisi sulla giustizia è possibile, quando fa il leader politico pur essendo la terza carica dello Stato e quando arriva di fatto a sostenere le tute blu della Fiom contro Marchionne, il capo di Futuro e Libertà mostra le sue reali intenzioni. E fa tutto questo da molto tempo, non avendo gran riguardo per il governo in cui siedono ministri che fanno parte del suo gruppo e dunque si suppone condividano le decisioni prese in consiglio dei ministri. Vedremo cosa ne penseranno gli elettori. Perché alla fine, anche dopo una crisi e un governo tecnico, dopo mille papocchi e tante esternazioni da statisti di carta, il Monopoli della politica torna a una casella dove tutti si giocano tutto. Prima o poi, si vota. E lo scettro tornerà nelle mani di chi ha i voti.  Mario SECHI

Il Tempo, 26 ottobre 2010

…..Noi siamo per il voto, subito e comunque e riteniamo che ogni indugio sia un errore per Berlusconi, per il PDL, per il centrodestra, sopratutto per l’Italia. Ma siamo d’accordo con Sechi che come sempre ha una visione chiara della realtà e la analizza con grande lucidità. Alla fine, comunque, al di là di tutti i giochi del mondo, compresi quelli dell’on. Fini la cui ambizione è pari alla sua spregiudicatezza morale, etica e politica, alla fine di tutti i giochi il pallino torna  nelle mani degli elettori, e gli elettori sapranno indicare con il loro voto  da che parte sta la ragione e da che parte stanno i tanti quaquaraquà che stanno mandando in fumo il grande sogno dei moderati: l’unità del centrodestra.  E confidiamo che il capo riconosciuto di costoro si ritrovi dopo il voto  ai giardinetti, passando il tempo  a rileggersi le tante banalità che va spargendo da due anni a questa parte. g.

QUELLA DEL GOVERNO TECNICO E’ UNA TENTATA TRUFFA DEI VINTI

Pubblicato il 25 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

Fini, Casini e D’Alema vogliono rovesciare Berlusconi con qualsiasi mezzo perché sanno che andando al voto sarebbero sconfitti. Un attacco alla democrazia popolare: il loro vero obiettivo resta spartirsi potere e poltrone
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La democrazia qui in Italia sta per essere truffata, svenduta e stuprata davvero, ma il protagonista di questo scempio non è, come va sostenendo in giro Di Pietro, Silvio Berlusconi, ma altri soggetti che Tonino conosce bene, tutta gente che finirà per infi­nocchiare pure lui. Chi sono? Basta ascoltarli. Sono quelli che in questi mesi si affannano per chiudere la trappola attorno al premier, ribaltando il verdet­to delle elezioni di due anni fa, e che sperano di far cadere il governo, sostituendolo con un una consorteria di poteri e interessi senza legittimità popolare. Sono quelli che sono stati sconfitti o che si ingegnano a ripudiare il partito che li ha fatti sedere in Parlamento. Sono i D’Alema, i Bersani, i Casini, i Fini che tuttora litigano su tutto, ma su una cosa fanno combutta: bisogna far cadere Berlusconi in qualsiasi modo e con qualsiasi mezzo. Ci stanno provando da tempo, ora si sentono abbastanza sicuri da giocare quasi a volto scoperto. Soprattutto uno, quel Gianfranco Fini che ormai non finge neppure più di essere stato un alleato fedele. Ma non ci sono solo loro. L’attacco alla democrazia si nutre, ogni giorno che passa, di una banda di ignavi, di mezze calzette, di peones imbarbariti dalla nullafacenza, di ambiziosi che venderebbero la madre per una poltrona da sottosegretario, da cacicchi che sperano di contrattare i loro quattro voti locali con un altro signore, di volti seduti in panchina di cui neppure gli elettori si ricordano il nome. Sono loro il grasso ventre del ribaltone, la carne da macello del governo tecnico, di transizione, istituzionale, riformatore, chiamatelo come volete, tanto persegue un solo scopo, prendere il posto di Berlusconi senza passare dal voto. Il rischio sarebbe troppo grande, c’è la possibilità che il Cavaliere vinca di nuovo, e poi come lo vai a spiegare in tv che siamo in un regime se ogni volta che si va alle elezioni vince l’unico che la casta ha deciso che non deve vincere? Allora niente urne. Nessuna volontà popolare. Niente democrazia, perché la democrazia è un valore solo se vince uno della parrocchia, non l’outsider che da sedici anni sta rovinando i piani a tutti i potentati politici, economici e culturali. L’obiettivo è dichiarato: far cadere il governo contando sull’appoggio di una parte del Pdl che spera di ottenere una poltrona governativa grazie al rimescolamento delle carte. E giocando anche sulla paura di questi onorevoli e senatori che temono di non essere rieletti, pronti a cambiare maggioranza pur di preservare titolo, stipendio e vitalizio pubblico. Dite che lo fanno per coscienza o per seguire un ideale politico? Allora non li conoscete. Si fanno in quattro per restare nel Palazzo ad abbuffarsi di onori e denari. Insomma, altro che governo tecnico: al massimo sarà un governo composto dai vari Granata e Bocchino che abitano la grande ammucchiata di liberazione. I problemi vengono dopo. Questa banda di leader antidemocratici non ha ancora portato a termine il colpo e già si accapiglia per chi deve comandare. Fini pensa di raddoppiare le aliquote sulle rendite finanziarie, un fuoco d’artificio propagandistico che non tiene conto delle conseguenze economiche e espone l’Italia alle aggressioni degli speculatori internazionali. Casini non perde occasione per bacchettare il suo presunto alleato, facendogli notare che uno non può svegliarsi la mattina e dare fiato alle prime sciocchezze che gli saltano in testa. Fini – dice Casini – non si rende conto delle conseguenze di quello che dice. Di fatto gli dà dell’irresponsabile. E questi due dovrebbero governare insieme? Fino a quando si trattava di indebolire il premier andavano d’amore e d’accordo, ora che hanno la bottega sulla stessa strada si scannano. Bersani dice che questo governo tecnico deve durare poco, il tempo di rifare una legge elettorale che aiuti la sinistra a vincere. D’Alema, che dovrebbe essere il suo azionista di maggioranza, subito lo smentisce. Serve un governo che porti a termine la legislatura con il compito di contrastare la crisi economica. Un governo di salute pubblica, e non fa nulla che il nome evochi il terrore giacobino. La sinistra extraparlamentare, Vendola e i suoi fratelli, ribatte con sarcasmo all’eterno D’Alema: «L’ipotesi di un governo tecnico che metta mano alle riforme economiche è una truffa gigantesca». Di Pietro, una volta caduto il governo, vorrebbe andare alle elezioni per capitalizzare il suo antiberlusconismo rozzo e diretto. Teme che con le tattiche dei furbetti amici suoi lui si ritrovi periferico. Insomma, è questo il quadro che rischia di trovarsi dinanzi Napolitano. Un governo senza voto elettorale con tutti i «congiurati» pronti a far scintillare i coltelli e regolare i conti di una vita. Non è facile per il presidente, anche perché una cosa la sa. Il governo tecnico fa comodo ai politicanti, ma non agli italiani.
IL GIORNALE 25 OTTOBRE 2010

LA GRAVE ANOMALIA DI FINI, LEADER DI UN PARTITO E INSIEME PRESIDENTE DELLA CAMERA

Pubblicato il 24 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

E’ una “grave anomalia” che Gianfranco Fini incarni insieme il ruolo di leader di un partito che “vuole cambiare le priorità della maggioranza” e la “delicata funzione istituzionale” di presidente della Camera: lo dice Sandro Bondi, coordinatore del Pdl. “Per me – premette il ministro dei Beni culturali – la politica è essenzialmente confronto delle idee, al servizio del bene comune. Tutte le volte che posso, pur non rinunciando alle mie idee, cerco di unire piuttosto che dividere, anche sul piano personale. Ritengo addirittura che, come ha ricordato il Presidente Berlusconi nel suo discorso alle Camere sulla fiducia, la difesa del bipolarismo possa avvenire attraverso il riconoscimento di una pluralità di forze politiche autonome all’interno del centrodestra, disposte a definire una nuova alleanza politica e di governo”. “Ciò che tuttavia non posso non continuare a considerare una grave anomalia, che passa generalmente sotto silenzio per l’insopprimibile opportunismo della sinistra, è l’opportunità – conclude – di dichiararsi esponente di ‘un neo partito che vuole cambiare le priorita’ della maggioranzà e svolgere la delicata funzione istituzionale di Presidente di uno dei rami del Parlamento”.
Sandro Bondi ha finalmente rotto il silenzio sin qui  osservato  dai vertici ufficiali del  PDL intorno a questa assurda doppiezza di Fini. Onore al merito, dunque, a Sandro Bondi. Ma non basta. Ci sembra che sia il caso che il PDL, tutto il PDL, i suoi vertici e non solo, rompano il silenzio e chiedano anche con una  mozione parlamentare   al presidente della Camera che gira l’Italia con l’abito di presidente della Camera e che, come un prestigiatore, si trasforma in capo di partito che va in giro a fare propaganda e fare proselitismo per il suo partito, di dimettersi da presidente della Camera.
Molti giornali “amici” del centrodestra, quello autentico, non quello abborracciato alla meglio dai vari Bocchino e compagni, da tempo denunziano questa doppiezza di Fini e nello stesso tempo stigmatizzano il silenzio del PDL e dello stesso Berlusconi e a loro volta hanno più volte sottolineato questa anomalia che è assolutamente inaccettabile.
Fini è presidente della Camera perchè eletto dalla maggioranza che ha vinto le elezioni del 2008 con una lista che recava nel logo il nome di Berlusconi presidente. E’ stato eletto all’interno della maggioranza e dalla sola maggioranza, mentre la minoranza dei deputati non lo ha votato. Egli dunque non può dirsi espressione di tutti i deputati ma solo di una parte, cioè, appunto,  la maggioranza di centrodestra. Nel momento in cui Fini non è più parte di quella maggioranza ed anzi se ne è chiamato fuori, prima con le sbandierate diversità e differenziazioni su quasi tutte le inizaitive di governo, poi fondando un altro partito che si dice pronto a promuovere maggioranze diverse per fare una nuova legge elettorale e che frappone ostacoli ad ogni iniziativa parlamentare della maggioranza, non v’è dubbio alcuno che è venuto meno il rapporto fiducario in virtù del quale Fini è stato eletto dalla maggioranza politica ed elettorale di centrodestra presidente della Camera.
Sappiamo bene che da questo orecchio Fini, sempre pronto a sputare sentenze su tutto e su tutti (leggi sopratutto Berlusconi) non ci sente e stranamente finge di ignorare che,  per esempio, la da lui sempre citata Nancy Pelosi, speaker democratica della Camera dei Rappresentanti degli USA, se il suo partito dovesse perdere la maggioranza il prossimo 2 novembre, dovrà sgombrare il posto senza perdere un istante e altrettanto avverebbe se per esempio la stessa Pelosi dovesse cambiare partito.
In USA e ovunque la democrazia non è all’italiana, cioè fatta in casa e ad uso e consumo di chi su di essa sproloquia, Fini sarebbe un abusivo e verrebbe spenacchiato da tutta la stampa e da tutti i media che lo indicherebbero per quello che è, cioè, appunto un abusivo.
In Italia dove di demcorazia tutti parlano ma pochi la praticano Fini può permettersi di ignorare una regola che in democrazia è, o dovrebbe essere, aurea: cioè si rimane in una poltrona sinchè se ne è elettoralmente degni. Questa regola che Fini anche l’altro ieri si è preoccupato di invocare per Berlusconi, non vale per lui. Ecco il punto. Così come Fini e i suoi non perdono occasione per rimettere in discussione le intese e gli accordi, per esempio quello sulle intercettazioni qualche mese fa, o quello sulla giustizia poche ore fa, è il caso che il PDL metta fuori la lingua e le regole anche per la presidenza della Camera chiedendo a Fini di lasciare libera la poltrona che ormai occupa abusivamente. E se non se ne va, una ragione di più per rompere gli indugi e andare al voto.
Pensiamo che qualche settimana fa avessero ragione Bossi, e Maroni e tanti altri a ritenere improbabile per la legislatura andare avanti e quindi opportuno andare al voto. Anzi, Bossi e Maroni chiedevano a Berlusconi di andare al voto a novembre. Berlusconi si è fatto convincere a respingere le pressioni della Lega ed ha tentato di continaure a governare. Le risposte le abbiamo viste in queste ultime ore con l’acuirsi della prosopopea e l’arroganza di Fini, che ormai, con il supporto  dei media di sinistra che lo hanno eletto a loro “utile idiota”, non perde occasione per assumere atteggiamenti e comportamenti di evidente ricatto nei confronti di Berlusconi, sino a dichiarare, mentre il compagno D’Alema gli strizza l’occhio, che un governo diverso da quello eletto dal popolo, cioè un governo degli sconfitti mentre quelli che hanno vinto vanno in panchina “non sarebbe un colpo di stato”.
E’ evidente che  Fini, ad ogni ritirata del PDL e del suo leader, s’imbaldanzisce e sempre più si considera una specie di generale Custer. E allora facciamogli fare la fine di Custer. Intrappoliamolo all’interno di una little big horn elettorale e stritoliamolo prima che riesca a distruggere per sempre il grande sogno dei moderati italiani: un grande centrodestra unito e forte che metta alla porta per sempre la sinistra dei D’Alema, dei Di Pietro, dei Vendola,   di Anno Zero, di Ballarò, di Repubblica e del Secolo d’Italia. g.

FINI VUOLE AUMENTARE LE TASSE, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 24 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

Gianfranco Fini ha aperto la campa­gna del Nord. Ieri era ad Asolo, cuore del Nord Est leghista, doma­ni sarà a Milano. Il suo gi­gantesco conflitto di inte­ressi non colpisce com­mentatori e opposizioni, che in questo Paese sono più o meno la stessa cosa. Si muove come terza carica dello Stato, utilizza il suo ruolo istituzionale per fare pura propaganda politica, si comporta da leader di un partito di opposizione ma nessuno pone seriamente sul tappeto l’idea di chie­dergli ufficialmente di di­mettersi da presidente del­la Camera. Uscita dopo uscita, il pro­gramma politico del na­scente Fli si va delineando. Della cittadinanza breve agli immigrati già si sapeva, della linea morbida sui clandestini pure, così co­me sono note le aperture per le unioni omosessuali. Ieri si è aggiunta una novi­tà: aumentare le tasse. Si do­vrebbe partire – sono paro­le sue- da quelle sulle rendi­te finanziarie che oggi sono al 12 per cento e che Fini propone di portare al 25. Si tratta dei risparmi (già tas­sati alla fonte) che gli italia­ni hanno investito in Borsa: Azioni e titoli che costitui­scono gran parte di quel te­soretto che sta permetten­do al Paese di sopravvivere alla crisi finanziaria. Den­tr­o il calderone ci sono i mi­lioni dei ricchi, ma anche le decine di migliaia, a volte solo migliaia di euro delle famiglie a reddito medio basso. Bene, Fini vuole met­tere loro le mani in tasca e rubargli parte del gruzzolo. Questo il Fli propone al Nord Italia. Non tagliare gli sprechi, non ridurre il co­sto dei dipendenti pubbli­ci, non aumentare efficien­za degli apparati statali e aiutare lo sviluppo delle media e piccola impresa. La parola magica è: tassare. E siccome ha detto tutto questo con seduto al fianco Massimo D’Alema (ma guarda la coincidenza) che lo ha applaudito, è ovvio che Fini ha già in mente con quali alleati portare avanti il suo programma. Non a caso ha detto anche che se il governo dovesse cadere non sarà un dram­ma. Anzi, potrà essere l’oc­casione per formarne un al­tro in corsa, senza che que­sto significhi fare un golpe. Riepiloghiamo. Due an­ni fa Fini ha vinto le elezioni promettendo che mai si sa­rebbero alzate le tasse. Og­gi dice il contrario. Vinse fa­cendo una campagna elet­torale c­ontro la sinistra e og­gi si dice disposto ad allear­si con lei contro i suoi eletto­ri. Non male per uno che vo­l­eva, e vuole, prendere il po­sto di Berlusconi alla guida dei moderati del centrode­stra. Non so quanti al Nord lo seguiranno. Certo, qual­cuno raccatterà. Come il ca­s­o del presidente del Consi­glio comunale di Milano, Palmeri, che ieri ha annun­ciato il suo passaggio da Forza Italia al Fli. Io non cre­do che Palmeri sia convin­to che i suoi elettori della Milano bene siano per la tassazione della rendita fi­nanziaria. Penso invece che si tratti di una ripicca per non essere stato messo nel listino alle ultime elezio­ni regionali, perché dentro il Pdl non si parla di lui co­me futuro onorevole o coor­dinatore. Insomma, di fru­strati o falliti pronti a tradi­re Berlusconi ed elettori ce ne sarà anche più d’uno. Ma non parliamo di pro­grammi, valori, principi. Come al solito si tratta di meschine questioni perso­nali: poltrone, sottopoteri, piccole vendette maturate e compiute nel sottobosco della politica. Di gente così credo che la maggioranza potrà fare a meno. IL GIORNALE 24 OTTOBRE 2010