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IL SOLO MODO PER ESSERE GIORNALISTI RISPETTATI? VOTARE A SINISTRA, di Vittorio Feltri

Pubblicato il 23 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

La libertà di stampa non è un bene democraticamente divisibile: qualcuno ce l’ha e altri no. Non importa se la Costituzione, adorata da chi pretende sia applicata solo per sé, consente a tutti i cittadini di esprimersi con ogni mezzo. La discriminante è l’opinione politica: se fai parte del club antiberlusconiano hai diritto di dire e di scrivere ciò che ti pare; se, invece, sei schierato sull’altra sponda ogni tuo pensiero è indegno, quindi da condannare, quantomeno disprezzare. È così da molti anni, ma oggi la situazione è peggiorata e rischia di precipitare. Quando morì Giovanni Guareschi, autore fra i più amati dal pubblico non soltanto italiano, L’Unità – organo ufficiale del Partito comunista più potente del mondo occidentale – fece un titolo grazioso. Questo il nobile concetto: «È morto uno scrittore mai nato». Perché un giudizio tanto severo e definitivo? Guareschi, nonostante fosse antifascista, era anche anticomunista; motivo sufficiente a renderlo inaccettabile ai compagni. Giovannino fu messo all’indice, deriso e insultato per oltre un quarto di secolo. Poi l’apparato pseudoculturale della sinistra lo rivalutò, dedicandogli alcuni articoli elogiativi.
I progressisti usano rinnegare se stessi. Lo fanno senza pudore e con disinvoltura. Un altro caso interessante è quello di Indro Montanelli. Quando il principe delle penne fu licenziato dal Corriere della sera per incompatibilità ideologica, venne spernacchiato in coro dalla massa comunista e dai gruppi extraparlamentari tollerati, anzi coccolati da Botteghe Oscure. Il corsivista più incisivo dell’Unità, l’ex democristiano Fortebraccio, fu lapidario: «Indro scrive per le portinaie». La gambizzazione di Montanelli a opera delle Brigate rosse fu liquidata dal Corriere della sera nel seguente modo: «Gambizzato un giornalista». Alla vittima – per dire in quale considerazione il fondatore del Giornale era tenuto dalla nouvelle vague dominante in via Solferino – venne negata addirittura l’identità. Venti anni più tardi Montanelli fu cooptato nel pantheon della sinistra per meriti speciali.

Il toscanaccio, infatti, pur avendo a lungo goduto dei miliardi di Publitalia, buoni per ripianare i passivi mostruosi accumulati dal suo quotidiano, litigò con Silvio Berlusconi dopo averlo sempre coperto di elogi sperticati: il miglior editore del mondo, per citarne uno moderato. Bastò un gesto di ribellione. Indro diventò l’idolo degli antiberlusconiani, ai quali fornì argomenti e invenzioni lessicali per attaccare il Cavaliere: squadrista, despota, manganellatore mediatico eccetera. Montanelli da quel momento non scrisse più per le portinaie, ma per l’élite degli intellettuali.
Lo stile della sinistra non è cambiato. La Repubblica, quando si accanisce su personaggi del centrodestra, Berlusconi in particolare, fa il suo mestiere forte della libertà di stampa, ed è sostenuta dagli applausi dei compagni e della maggioranza degli scribi. Se, invece, la stessa attività è svolta dal Giornale, da Panorama, dal Tempo e da Libero, allora i cronisti sono bastonatori, killer e fanno dossieraggio mirato a distruggere gli avversari del premier. E i direttori sono servi del padrone. Non solo. Scattano per i reprobi procedimenti giudiziari e disciplinari finalizzati a zittirli, delegittimarli, buttarli fuori dalla professione in maniera che non possano più nuocere. E la libertà di stampa? Bisogna sapersela guadagnare. Come? Pentirsi, abiurare, gridare che Berlusconi e la metà degli italiani che lo eleggono sono il Male assoluto. A quel punto, forse, gli «spretati» avranno il perdono e saranno liberi. Liberi di dire che il Cavaliere è un essere spregevole.

NON C’E’ RIMEDIO: QUESTA RAI VA CHIUSA SUBITO

Pubblicato il 22 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

di Marcello Veneziani

Sciogliete la Rai. Non c’è altra soluzione. Lo dice uno che credeva al servizio pubblico e, pensate, perfino al ruolo educativo della tv. Ma l’Italia, il governo e il Parlamento non possono occuparsi ogni giorno delle parole di Santoro, dei contratti di Benigni, degli ultimatum di Fazio e degli arrangiamenti di Masi. Un Paese non può dividersi sui contratti agli artisti e sugli insulti ai direttori. Meglio chiudere baracca e burattini e lasciare campo al libero mercato. Le tre reti principali lasciatele ai migliori offerenti, con diritto di prelazione a cooperative di dipendenti, amatori e ispiratori della rete. Chi ama Raitre si paghi il canone per farsene carico; chi ama il suo rovescio faccia altrettanto con un’altra rete, per esempio Raidue, che non esiste più da quando finì l’era craxiana. O paghi un canone per Raiuno chi pretende un’informazione più ufficiale, meno schierata, tendenzialmente governativa a prescindere dai governi in carica. Non sono un seguace entusiasta del federalismo fiscale, ma in questo caso ci starebbe bene: ognuno paga la rete che vuole e la rete spende i soldi che i suoi utenti versano a lei. Più quello che ciascuna rete raccoglie di pubblicità sul mercato. È la fine del servizio pubblico, direte, è l’apoteosi della lottizzazione al suo stadio più esplicito e brutale. Sono d’accordo e mi dispiace un sacco. Ma non si può sopportare questo scempio quotidiano, questa porcata giornaliera, e questa impossibilità di venirne fuori. Ci sono censure vere che passano sotto silenzio perché fanno comodo un po’ a tutti i dignitari politici della Rai: spariscono dal video o non vi approdano gli irregolari che non appartengono ai blocchi di potere e ai partiti dominanti, compresi i partiti editoriali che ci sono in Italia. Non trovano spazio gli incontrollabili che, pur avendo un’identità precisa, non vanno in quota partiti e non prendono ordini dai poteri. Ci sono invece mezze censure, o censure presunte, che diventano oggetto di guerra, di vertenza e di teatro. La Rai fa molto più spettacolo fuori dai suoi schermi che dentro. Se la Rai è in trattativa con un divo «de sinistra» ed entrambi tirano sul prezzo, la trattativa viene presentata come una lotta per la libertà contro il fascismo e un’eroica resistenza contro un tentativo di censura. L’azienda non può cercare di contenere i costi, inguaiata com’è; se lo fa, vuol dire che usa a pretesto i soldi per censurare i programmi. Dammi centomila o ti sputtano come dittatore: questo in sintesi il «raicatto» della malavita organizzata in sinistra televisiva. E non c’è giorno che non emetta ultimatum come se fosse una potenza straniera pronta alla dichiarazione di guerra e all’attacco armato: dacci carta bianca o ti facciamo a pezzi. Un giorno o l’altro recapiterà a Berlusconi un orecchio, un testicolo e un baffo di Masi.
No, non si può andare avanti a discutere se bisogna lasciar fare per non farsi accusare che si è tiranni o se censurare, fregandosene bellamente degli attacchi. Ancora più grottesche le mezze misure, le tiratine d’orecchi e le sospensioni con ampia facoltà di esternazione in video, che amplificano il martirio senza fermare l’abuso. Non è meglio, a questo punto, rompere le righe e affidarsi alla libera iniziativa? Lo dico da cittadino e da utente, ma anche da ex-consigliere e collaboratore della Rai. Se la Rai non fosse ingessata dai padroni di fuori e dai vigliacchi di dentro, se la Rai non fosse eterodiretta e succuba di troppi poteri, non giocherebbe sempre in difesa, ma andrebbe all’attacco. Smetterebbe di studiare come frenare Santoro, il predicozzo di Benigni o il «dossieraggio» di Report (lo chiamo così come loro chiamano le inchieste giornalistiche mirate, come quelle che riguardano Fini o Berlusconi). Lascerebbe loro libero campo, magari convogliandoli nella stessa rete per coerenza editoriale e garanzia dell’utente; ma poi andrebbe all’attacco. Il miglior modo per rilanciare la Rai e bilanciare le presenze moleste è rompere gli equilibri, svecchiare, innovare. Per esempio, una Raidue vivace si sarebbe accaparrata un Antonello Piroso, indipendentemente dalle sue opinioni politiche, dopo che è stato ingiustamente accantonato da La7 per far posto ad un altro bravo come Mentana. Dico ai lottizzatori cretini: la bravura fa più fatturato politico di un programma allineato che non vede nessuno. Una Raiuno vivace non lascerebbe il monopolio all’ottimo Vespa, che è sì la sua colonna principale, ma neanche San Pietro regge su una sola colonna, bensì su un colonnato: e allora magari avrebbe puntato al suo interno su Minoli, che ha il difetto di essere in quota se stesso; avrebbe cercato di portarsi il meglio che offre la concorrenza (facendo scouting nelle private). Avrebbe corteggiato spietatamente un Giuliano Ferrara, che si chiama fuori dal video. Avrebbe sperimentato in reti secondarie e in fasce orario marginali nuovi talenti interni, magari di diversa opinione; immetterebbe come editorialisti di rete o di testata firme giornalistiche mordaci della carta stampata. Invece il nulla. Lo so per esperienza personale, avendo vanamente proposto, quando ero in consiglio, non pochi innesti e perfino una rete ad hoc per testare emergenti promesse. Ma ai politici queste cose non interessavano: l’importante è vedere come sono trattati loro dalla Rai e i loro famigli, suocere incluse. Al partito Rai nemmeno: guai a toccare la mummia, se sposti un cameraman metti a rischio la democrazia.

Ma se non si riesce a stare sul mercato, a essere agili e innovativi, in sintonia con i propri tempi, se non si ha la possibilità sovrana di decidere, meglio tagliare la testa al toro e sciogliere la Rai. Questo braccio di ferro su quanto spazio concedere e fino a che punto sopportare il Nemico o l’Invasore, è tristemente ridicolo ed è pure noioso. Cambiate programma, per favore.

IL GIORNALE 22 OTTOBRE 2010

BERLUSCONI, L’ANOMALIA (Il Tempo – 21 ottobre 2010)

Pubblicato il 21 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

Berlusconi alla festa del Pdl Diciamo la verità, Berlusconi rischia di essere una piacevole anomalia. Forse lo è stata, purtroppo, perché temiamo ci siano tutti i sintomi di un lento, inesorabile, declino. L’uomo è forte, come mai nessuno è riuscito ad esserlo in Italia. Ma una goccia, giorno dopo giorno, perfora la roccia. E nello stesso modo le forze coalizzate contro Berlusconi stanno riuscendo a perforare l’uomo politico. Le anomalie di solito danno fastidio, perché deviano le aspirazioni dai binari tracciati, sovvertono i disegni prestabiliti, squassano le rendite di posizione. Berlusconi è stata la summa di tutte le anomalie. Perché è un leader come pochi ne sono esistiti nel nostro Paese. Ha carisma, ha la capacità di cementare gli sforzi e le forze, sa come perseguire i sogni. E dietro un grande sogno, quello di un Paese moderno e normale, ha trascinato le masse e restituito l’orgoglio di contare. Ma un uomo forte dà fastidio, dentro e fuori i nostri confini. E un Paese forte è insopportabile, soprattutto fuori i nostri confini. Ecco perché presto ritorneremo a convivere con la solita Italia spaccata, in balìa di fazioni e correnti, preda del disordine e delle non scelte, dei clientelismi e delle furbizie.
Ci arrovelleremo intorno ai nostri sgangherati conti in rosso, alle solite riforme annunciate e mai cominciate. Ci presenteremo nei consessi internazionali con leader privi di leadership, ci arrampicheremo con orgoglio sui piccoli strapuntini (i soli che ci verranno riservati), e sapremo anche mantenerci su quell’equilibrio precario, ringraziando, sì ringraziando, per essere ammessi e sopportati al tavolo dei Grandi. Mentre dai ricchi vassoi che sfrecciano sopra le nostre teste cadranno poche briciole, quel tanto che basta per tenerci buoni, silenziosi, appagati. L’anormalità rientrerà nei canoni già stabiliti dell’ordine (che per noi è un dis-ordine) e il corso delle cose potrà riprendere il suo regolare tran-tran.
Così ci hanno disegnato negli ultimi 150 anni e così siamo costretti ad apparire e ad essere: un’Italia a canone inverso, fragile, facile preda degli appetiti stranieri, malinconico burattino manovrato da altri interessi, Paese dilaniato da infinite guerre intestine e fratricide. La nostra divisione è la forza degli altri, la nostra incapacità di governare è il nostro cappio da schiavo. Il Medioevo della nostra pubblica amministrazione è la riserva di caccia dei nostri vicini. Berlusconi per un attimo ha cercato di spezzare queste catene. Ha provato a restituire dignità al Paese, ha tessuto accordi commerciali importanti, ha imposto il suo peso sui tavoli internazionali, ha speso il suo carisma per allacciare rapporti prima impensabili. Ha lavorato per il bene dell’Italia senza troppi calcoli e senza inchinarsi ad antiche salmodiate liturgie. Ha combattuto con forza e determinazione finanche le mafie. Alla fine, forse fin da subito, ha toccato troppi fili scoperti. Il suo attivismo ha dato fastidio, i suoi successi sono stati manciate di sale nelle ferite dei concorrenti, e a poco a poco è diventato un’insopportabile anomalia. Un’Italia coesa, ben governata, moderna, libera dai lacci che imbrigliano la sua sfrenata fantasia e la sua innata capacità di adattamento è una miscela esplosiva sui mercati. Un concorrente che tutti temono. È così che si è messa in moto la macchina stritolatrice della propaganda e del fango.
Così si sono coalizzate le forze interne ed esterne per riportare l’ordine stabilito delle cose. Che è poi quello dell’Italietta sgangherata, a sovranità limitata, abituata a nascondere sotto i tappeti del tempo le tante verità impresentabili alla storia. Oggi il rischio è quello di ieri: restare avvinghiati nella palude dell’immobilismo, ritornare a spintoni e ammaccati nel retrobottega dell’economia globale. Il percorso è già tracciato. A meno che. A meno che Berlusconi non rompa ancora una volta il fuoco dell’accerchiamento, vinca la stanchezza delle tante battaglie combattute e riconquisti il Paese con un’operazione verità che frantumi gli schemi, sveli i giochi opachi, renda cosciente il rischio di un ritorno al passato, spiazzi, infine, per l’ennesima volta gli avversari.
E la politica italiana.

quelli che imprecano contro il regime ma prendono soldi da Berlusconi

Pubblicato il 21 ottobre, 2010 in Costume, Politica | No Comments »

di Tony Damascelli

In principio c’era Sant-oro,poi vennero gli altri mar­tiri a pagamento, i messaggeri della libertà del sette e quaranta, i depositari dell’informazione dura e pura, i soli a difendere il Paese dal regime «demo plutocratico» che lo opprime e lo comprime, lentamente, inesorabil­mente. «Vieni via con me» è il leit motiv di una dolce canzone dell’avvocato Paolo Conte ed è iltitolo dell’ulti­ma trasmissione boicottata dalla Rai, la barricata dietro la quale Fazio-Saviano-Benigni, i rivoluzionari del bru­maio italiano, rischiano di non poter agire, parlare, di non potere sventolare la bandiera della libertà, dopo aver ripiegato l’assegno bancario, vogliono spiegare al pubblico che non esiste soltanto il Grande Fratello (in onda su Canale 5 in contem­poranea con lo show censurato su Rai 1) ma anche un Paese fuori dalla Casa, il Paese che rifiuta Ber­lusconi, il popolo che non accet­ta la sua politica, il suo essere, il suo esistere anche.

«Vieni via con me» è prodotto anche da Endemol una cui fetta, almeno per il momento, è di pro­pr­ietà del succitato Cavaliere dit­tatore. Come direbbe Veltroni «ma anche»Il Grande Fratello ha la stessa fabbrica produttrice alle spalle, dunque il conflitto di sha­re, non soltanto di interessi, è pa­­lese, fastidioso, volgare. Il budget di «Vieni via con me» si presta, con la p minuscola, a vari com­menti critici: la Rai avrebbe offer­to a Benigni 250mila euro, 100mi­la in meno di quanto l’Oscar del cinema aveva incassato per la performance al festival di Sanre­mo. Benigni ha fatto sapere, attra­verso il suo Procuratore, con la P maiuscola, di essere disposto e di­sponibile a lavorare gratis, a con­dizione però di avere ampia facol­tà di dire e di fare su qualunque tema. Cosa che avviene, mi sem­bra, dalla fondazione dell’impe­ro televisivo, su qualunque cana­le ma non su qualunque tema, semmai su un tema unico, Berlu­sconi e la sua orchestra però ge­nerosa alla voce Medusa, distri­butore di Pinocchio, film del 2002, del regista attore toscano. Roberto Saviano, altro protagoni­sta d­i questa vicenda sofferta e an­tidemocratica, non si sente sicu­ro, avverte l’aria pesante attorno alla trasmissione, «ci hanno mes­so in condizioni terribili» ha det­to lo scrittore che ha visto aumen­tare, raddoppiare, moltiplicare gli introiti propri e della casa edi­trice Mondadori, anche questa, mannaggia, di proprietà dello stesso Berlusconi di cui sopra. «Vieni via con me»andrà comun­que in onda, ci saranno Paolo Rossi e Antonio Albanese, altri dissidenti, in manifesta opposi­zione al regime ma, ogni tanto, a braccetto dello stesso, quando è ora di sottoscrivere un contratto e di ritirare il dovuto dal despota e dai suoi gerarchi. Il dilemma eti­co ha sconvolto intelligenze illu­stri, alla voce Mancuso che ha an­nunciato la fuga, ma lo stesso struggente dubbio ha poi ritrova­to la luce, come i minatori cileni, nelle persone di Odifreddi, uno che sa quanto valgono i numeri, quelli di vario tipo, e ancora, in Za­grebelsky Gustavo e le sue opere di legge per Einaudi, tormentato ancora dalla perplessità morale ma non da quella contabile e di pubblicità garantita; ma lo stesso dilemma è stato sconfitto soprat­tutto dalla De Gregorio Concita che per Mondadori ha scritto e di cose profonde. Mi auguro che la casa di Segrate non sia il Malamo­re da cui il titolo di uno dei suoi testi. Si potrebbe aggiungere di Scalfari di cui è manifesto il con­flitto, di idee, non di interessi.

Nelle ultime ore al corteo si è ag­giunta anche Raffaella Carrà il cui programma, previsto per gen­naio, in cinque puntate, sempre su Rai 1, è rinviato a data da desti­narsi. Il contrattempo ha costret­to il regista e autore Sergio Japino a denunciare che «in Rai non c’è serenità».

È un momentaccio, i mantenu­ti­di Silvio non sopportano la sud­ditanza, quella psicologica si in­tende, mentre quella contabile garba loro moltissimo; non ce la fanno ad andare avanti tra lacci e lacciuoli, si sono santorizzati tut­ti, padroni del microfono, sciolti dalla rete (Rai), liberi di pensare, ci mancherebbe, di dire e di male­dire, di lanciare appelli, di racco­gliere firme, di sensibilizzare il po­polo cloroformizzato ma, strana­mente, improvvisamente,reatti­vo quando è chiamato all’aduna­ta.

È il bello della diretta e della re­g­istrata, è il bello dei nostri dissi­denti che altrove, nei cosiddetti regimi democratici dei líder mas­simi e del potere del popolo, fini­scono in galera mentre dalle no­s­tre parti finiscono in prima sera­ta. È la parte gioiosa della dittatu­ra berlus­coniana che serve per ti­rare sino a fine mese, a fine anno e oltre, ma resta maledetta, da battere e da abbattere. La popola­rità e il benessere conquistati per meriti propri e per intuizione al­trui, sono valori prosaici, la televi­sio­ne è malvagia anche se è servi­ta a farsi conoscere, a farsi una fa­miglia, a farsi un conto in banca, il denaro non olet e non dolet, non puzza e non fa male mentre il pagatore è infame. La Rai ci ha messo del suo, più realista del re, vecchia nelle teste dei dirigenti e giovane soltanto nelle gambe del­le ballerine, pronta a complicare storie semplici, a trasformare gli asterischi in scoop, a creare vitti­me, prima, eroi, dopo.

«Vieni via con me, entra e fatti un bagno caldo,c’è un accappa­toio azzurro, fuori piove un mon­do freddo, it’s Wonderful».Musi­ca e parole di Paolo Conte, l’avvo­cato. Trattasi di una canzone. Fi­no al prossimo otto di novembre.

Poi, prego, presentarsi alla cassa.

IL GIORNALE 21 OTTOBRE 2010

IL PARTITO DI FINI: GIA’ DIVISO IN SETTE CORRENTI, COME NELLA PEGGIORE MANIERA DELLA PRIMA REPUBBLICA

Pubblicato il 21 ottobre, 2010 in Cronaca, Politica | No Comments »

LA NEONATA FLI RISCHIA DI MORIRE IN CULLA DI RAFFREDDORE, CON TUTTE LE CORRENTI IN CUI SI SONO GIÀ DIVISI I FINIANI (GIA’ SE NE  CONTANO  SETTE) -  HANNO PIÙ SPIFFERI DELLA VECCHIA DC: DAI CORTIGIANI AI SOCIALISTI, DAI FEDELISSIMI AGLI ANTICLERICALI – L’ESERCITO DI FINI È DA FARE, MA LE DIVISIONI CI SONO GIÀ TUTTE – E, SORPRESA!, SONO I PIÙ ASSENTEISTI IN AULA (E I PIÙ PRESENTI IN TV)…

Franco Bechis per “Libero

Granata e Fini

Il partito non è ancora nato ufficialmente, ma ha già stabilito un record assoluto per la politica italiana: Futuro e Libertà per l’Italia può contare su un leader, Gianfranco Fini e già su sette correnti. Più di quelle che aveva la vecchia Democrazia cristiana, ma con una differenza non da poco: quelle sette correnti devono spartirsi un patrimonio di consensi che oggi vale circa un decimo di quelli della Balena bianca.

GRANATA

C’è il correntino dell’entourage di Fini, l’unico staff di fedelissimi legati al leader a doppio mandato. Uno sparuto manipolo di corte, ognuno con il suo compito disegnato. Giulia Bongiorno pensa agli affari legali di Futuro e Libertà e anche a quelli personali di Fini.

Donato La Morte pensa al business e ai conti della formazione politica. Alessandro Ruben cura le relazioni internazionali. Francesco Proietti Cosimi è lì, in staff perché questo ha sempre fatto anche se oggi ne capisce poco il motivo. Luca Barbareschi va un po’ per conto suo, ma è anche il portavoce ufficiale del partito. E lì sta.

bocchino H

Nella corrente dell’entourage del leader c’è anche una sottocorrente, che va per conto suo. Quella di Giuseppe Consolo, cui sono affidati gli affari legali della compagna del leader. Anche lui starebbe nella cerchia dei fedelissimi. Ma guai a chiuderlo nella stessa stanza della Bongiorno. Sarebbe come mettere uno di fronte all’altro gli ultimi due Higlander rimasti sulla terra: ne resterebbe solo uno vivo. Il correntino dell’entourage sta nella cerchia più alta, quella vicina al leader. Ha potere. Ma non truppe: nemmeno un soldato a riporto. Non che siano tante, ma quelle spettano tutte ai correntoni.

ITALO BOCCHINO

C’è quello di Generazione Italia, guidato da Italo Bocchino. Con lui i nomi più noti sono Fabio Granata, Carmelo Briguglio, Angela Napoli e Antonio Buonfiglio. Sembra un po’ il correntone di Antonio Gava della vecchia dc, ma scrivendo questo paragone il rischio è che Granata e Briguglio ci inviino cento pm in redazione.

GRANDI E PICCOLI
Altro correntone, quello che forse ha più truppe in giro, si è dato il nome di “Area Nazionale”. Alla guida si possono trovare Silvano Moffa, Pasquale Viespoli e Roberto Menia. Essendo i più lealisti con il governo di Silvio Berlusconi, ne sono soci di diritto anche Andrea Ronchi e Salvatore Valditara.

BRIGUGLIO E BOCCHINO

Terza grande corrente, quella dei pensatori. Sparano idee a raffica, ma non sono dei Rambo nella realizzazione: è la corrente di Fare Futuro. La guida Adolfo Urso, e dentro c’è un po’di tutto: pensatori alla Alessandro Campi, giornalisti bohemien come Filippo Rossi, uomini più attenti alla cassa come Ferruccio Ferranti e Pierluigi Scibetta.

MORONI CHIARA

Da qualche giorno è nata anche la corrente socialista, che non si capisce bene che c’entri lì. Comunque l’ha fondata l’unica appartenente, Chiara Moroni e l’ha chiamata “Socialismo e libertà“. Un po’ l’una e un po’ l’altra cosa, che nella storia hanno fatto un po’a cazzotti. Forse è più azzeccato quel titolo di quello da cui prende le mosse: “Socialismo è libertà“, movimento fondato da Rino Formica nel 2003.

Il nome non se l’è ancora dato, ma in Futuro e Libertà è già pronta anche una correntina democristiana. La guiderebbero Giampiero Catone e Potito Salatto, e potrebbe farne parte anche Maria Grazia Siliquini. Sembra niente, però ha un suo peso quando si discute di giustizia. Conoscendo a fondo magistrati e tribunali, da queste parti del gruppo si è meno giustizialisti che altrove.

FLAVIA PERINA

Siamo arrivati a sei correnti. Ma c’è anche la settima, un po’ più trasversale. La chiamano “corrente dei secolari”, e il nome ha un doppio senso. Il primo richiama al Secolo d’Italia, perché da lì provengono i primi due aderenti, Enzo Raisi e Flavia Perina. Il secondo senso è più letterale: “secolari”come contrapposizione a “spirituali”. È il gruppo degli anticlericali e laicisti, che sposa in pieno questo primo antico passo della differenziazione di Fini dal resto della compagnia. Ne fa parte a pieno diritto Benedetto Della Vedova, e avrebbe potuto entrare anche la Moroni, che così però non si sentiva abbastanza importante e ha preferito fondare più che una corrente, uno spiffero tutto suo.

DELLA VEDOVA

Altro che colonnelli, con tanta abbondanza qui Fini rischia di essere circondato da capitani e sottotenenti convinti di comandare ognuno a casa sua. Se ne vedranno gli effetti già domani con la nomina dei coordinatori regionali, un altro modo di dare galloni all’esercito che così rischia di restare senza truppe.

DELLA VEDOVA

ASSENTEISTI
Tanta divisione per il momento ha trovato piccolo specchio in Parlamento. Sulle questioni spinose – specie sulla giustizia – il gruppo di Futuro e Libertà marcia unito per colpire diviso. Lo fa quando da meno nell’occhio, ma lo fa. Qualcuno ha preso posizioni apertamente polemiche nei confronti del governo. Altri hanno scelto una tecnica più furba: al voto non vanno.

È accaduto quando si è trattato di concedere o meno le autorizzazioni a procedere nei confronti di Berlusconi per le querele di Antonio Di Pietro (su 34 a marcare visita sono stati ben 12 finiani). Ma accade in tutte le occasioni. Da quando è nato il gruppo finiano ha pensato più alla tv che alle aule parlamentari: è il gruppo con più assenteismo alle votazioni parlamentari.

ENZO RAISI

Luca Barbareschi

SARANNO GLI ELETTORI A DECIDERE IL DOPO BERLUSCONI

Pubblicato il 20 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

È incredibile come, da quasi un ventennio, l’attenzione di certi editorialisti politici sia concentrata su un solo tema: la presunta debolezza strutturale del movimento politico creato da Berlusconi, il suo sempre annunciato disfacimento, nonché l’uscita di scena del Cavaliere. Tutto ciò è incredibile, stucchevole e, a dir poco, surreale. Non saranno certo le elucubrazioni (o le speranze) di alcuni giornalisti o di alcuni potenziali competitori per il ruolo di leadership nel Pdl o della guida del governo ad avviare il problema della successione di Berlusconi. Questo, infatti, si porrà soltanto nel momento nel quale Berlusconi non risulterà più funzionale all’attuale sistema politico che è in gran parte frutto della sua discesa in campo. Il sistema politico attuale, infatti, è profondamente diverso, nel bene o nel male, da quello che lo ha preceduto e che ha caratterizzato la storia del secondo dopoguerra fino alla metà degli anni novanta: un sistema politico, fondato sul multipartitismo estremo e sul correntismo esasperato per via di una legge elettorale di tipo proporzionale puro che favoriva la frammentazione politica e obbligava a governi di coalizione i cui programmi, necessariamente formulati dopo le elezioni, non potevano mai coincidere con quelli presentati dalle singole forze politiche al corpo elettorale.

Un sistema, ancora, che presupponeva l’esistenza di partiti politici strutturati di tipo ottocentesco. Se non si coglie e non si fissa questo dato di fatto, si rischia di discutere sul nulla. E il dibattito sull’uscita di scena di Berlusconi, sulla sua successione e sul futuro del Pdl equivale a pestare acqua in un mortaio. Esso dimostra, fra le altre cose, che alla maggior parte dei commentatori, abituati a ragionare secondo la logica complessa e bizantina della prima repubblica, sfugge il senso della realtà. Come, invero, accade, sempre o quasi, alla maggior parte dei parlamentari, isolati nelle ovattate stanze del potere o del sottopotere, di perdere ogni contatto con i cittadini e con i loro problemi al punto di non saperne più cogliere le “istanze politiche”, così, allo stesso modo, a molti editorialisti capita di essere troppo dipendenti dal “piccolo mondo antico” dei palazzi della politica e di non riuscire ad afferrare il senso delle trasformazioni in atto nella società e nella stessa politica. La realtà è che, ormai, è stato creato in Italia un sistema bipolare, certamente perfettibile, ma che è entrato, piaccia o non piaccia, a far parte del comune sentire. La transizione da un sistema all’altro non è stata ancora completata, ma è difficile (e, certo, non è auspicabile) tornare indietro.
Del resto i fatti dimostrano come una profonda crisi strutturale e propositiva, oltre che di identità, abbia colpito soprattutto le forze politiche del centrosinistra troppo legate a schemi organizzativi del passato e a categorie concettuali non più coerenti con una realtà post-ideologica, che non è più solo italiana. E non è, neppure, un caso che, all’interno del centro-destra, si sia consumata una scissione, quella di Futuro e Libertà, che, al di là delle parole, nasconde ripicche personali e nostalgia di pratiche inciuciste da Prima Repubblica. Chi pone, oggi come ieri, il problema della successione a Berlusconi e del futuro del Pdl è condizionato da un antico pregiudizio che non gli consente di cogliere la novità rappresentata da Berlusconi, dal berlusconismo, dal “polo moderato”. Quando questi decise di scendere in politica, Galli Della Loggia lo liquidò sostenendo che le sue idee erano “luoghi comuni semplificati e conditi da un sondaggio o da un grafico” e aggiunse che la sua avventura politica non emanava “alcun calore” perché priva di anima. Il consenso dato a Berlusconi dal corpo elettorale significa, quanto meno, che quelle proposte avevano e hanno proprio quel “calore” che non gli si vuole riconoscere. Piacevano e piacciono alla parte produttiva del Paese, al ceto medio, estraneo ai salotti e alle conventicole culturali o pseudo-culturali convinte che politica e gestione del governo debbano essere riservate a pochi illuminati. Per Galli Della Loggia il problema del centro-destra era quello di riprodurre “l’incultura politica del suo elettorato” fatto di ceti medi produttivi, nonché “la sua compiaciuta estraneità alla politica e allo Stato”. Ma questo elettorato, malgrado il giudizio offensivo, ha dimostrato di voler essere tutt’altro che estraneo alla politica e allo Stato. E sarà proprio l’elettorato a decidere sulla successione di Berlusconi e sul futuro del Pdf.

FRANCESCO PERFETTI – IL TEMPO 20 OTTOBRE 2010

IL NUOVO FINI? COME SCALFARO (OSCAR)

Pubblicato il 20 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »


di Giancarlo Perna

Con felice intuizione, Ernesto Galli della Loggia ha paragonato Gianfranco Fini, 58 anni, al novantaduenne Oscar Luigi Scalfaro. Due giorni fa, il politologo del Corsera aveva osservato nell’editoriale che Fini era «ancora e sempre immerso nel vecchio scenario (…)
(…) della morente Prima Repubblica». Piccato per non essere salutato come grande innovatore, il presidente della Camera ha replicato con 300 righe, pubblicate ieri sul Corriere. Nel papiello, Gianfry elenca le proprie virtù e rivendica il passaggio dal neo fascismo al culto per la democrazia, la legalità, le regole, eccetera. Nella controreplica, Galli della Loggia spiega in due parole perché lo consideri «vecchio»: «Se avesse continuato a predicare la necessità del presidenzialismo con l’insistenza con cui l’ha fatto per tanto tempo, a nessuno oggi verrebbe in mente di collocarlo tra i custodi delle regole, i tic, i tabù della Prima Repubblica». Invece, ha annacquato le sue posizioni «con ammonimenti di inamidato buonismo e precetti politicamente corretti». Tutto ciò, conclude il professore, «la sta rendendo degno – se lo lasci dire – del miglior Scalfaro d’annata».
Il parallelo tra il vecchio e il «giovane» è azzeccatissimo per la comune retorica, l’inguaribile vanità, il vizio di additare la pagliuzza nell’occhio altrui ignorando la trave che campeggia nel proprio. È davvero miracoloso come il nuovo Fini, rigenerato nel democraticismo antifascista in voga da sessant’anni, somigli adesso all’augusta cariatide dell’ex capo dello Stato. Separati da due generazioni – classe 1918, Oscar Luigi, 1952, Gianfry – lanciano i medesimi anatemi, hanno le identiche antipatie e un uguale odio per l’usurpatore di Arcore. Un’unica cosa a ben vedere – e solo perché io sono pignolo – li differenzia: Oscar Luigi è stato a lungo un uomo spiritoso, Gianfry è una lapide dalla nascita.
Do qualche esempio per tenerci su. Avrete notato che in un qualsiasi discorso, Fini per attenuare il tono tronfio con cui enuncia i propri meriti usa la perifrasi «lo dico con orgoglio e umiltà». Se invece è Scalfaro a reprimere il proprio ego, dice: «Sono un broccolo». E aggiunge con autoironia da inveterato baciapile: «Ma è meglio essere un broccolo nel campo del Signore che un fiore piantato fuori dal campo». Uno è muffoso e poco credibile, l’altro più simpatico e sorridente. L’antenato batte l’emulo dieci a zero. Da quando dirige la Camera, Gianfry – di fronte a tafferugli e disordini – ha sempre reagito in modo secco e antipatico. In analoghe circostanze, Oscar Luigi è stato invece strepitoso. Durante la sua stessa elezione a capo dello Stato nel 1992, Scalfaro guidava l’Aula dalla poltrona di presidente (era stato eletto un mese prima al vertice di Montecitorio). «Il regolamento non mi obbliga a stare seduto», gridava durante la gazzarra della prima seduta il missino Carlo Tassi (tragicamente scomparso in un incidente qualche mese dopo). «Onorevole – replicò soavemente Oscar Luigi – nessuno la obbliga nemmeno a ragionare. È facoltativo». A Fini una battuta del genere non uscirà mai di bocca perché neanche gli si avvicina nei paraggi del cervello.
Bene. Dato a Scalfaro quel che è di Scalfaro, per il resto sono due gocce d’acqua. Da quando è entrato in scena il Cav, l’ex capo dello Stato ha perso il buon umore, Fini la bussola. Entrambi si sono ingrugniti e straparlano di regole e legalità col sottinteso di esserne i campioni mentre l’altro le calpesta. Si abbarbicano alla Costituzione e considerano eretica qualsiasi modifica. In questo, Gianfry è arrivato buon ultimo ma ha riguadagnato a tappe forzate il terreno perduto.

Come ricorda Galli della Loggia, Fini è stato un alfiere del presidenzialismo gaullista ma oggi non ne parla più. Si limita a dire, come ha scritto nella replica al Corriere, che vuole «un efficace equilibrio dei poteri». Testualmente: «Un Parlamento efficace e un governo forte e capace». Ossia, un colpo al cerchio e uno alla botte, secondo la formula veltroniana del «ma anche», «questo sì, quello pure», «ora, ma non subito». Insomma, l’immobilismo puro.
Vi sfido a indovinare chi dei due ha detto: «La Costituzione è garanzia di democrazia». E chi invece: «La Costituzione è di tutti»; «La Carta serve per unire, non per dividere». O anche: «Chi dice che la Costituzione è nata da una filosofia comunista lo fa perché questo è frutto di ignoranza». Non scioglierò il rebus ma vi avverto che tra i virgolettati ce n’è anche uno farina del mio sacco. Insomma, banalità da salotto di cui chiunque può essere l’autore. Nessuna però capace di riportare il Paese al passo con la storia. Parlo di quella presente, senza neanche azzardare al futuro di cui il finianismo si riempie la bocca.
Prendiamo la riforma della giustizia. Scalfaro, che sostiene di indossare la toga da oltre settant’anni, non vuole neanche sentirne parlare. Fini invece – traggo dal suo papiello di due giorni fa – la affronta così: «Non deve essere punitiva per chi opera al suo interno (i magistrati, ndr) ma nemmeno essere oggetto di veti punitivi (da parte dei medesimi magistrati, ndr)». Si può essere più vuoti di così? Qual è la sua idea sulla separazione delle carriere, sull’abuso delle intercettazioni, sui pm alla Woodcock? Vattelapesca. È tutto così. Un inamidato buonismo e un’orgia di politicamente corretto per parafrasare la beffarda tirata d’orecchie di Galli della Loggia.
Ma poi sentite da che pulpito fanno le prediche i due campioni, identici in questo come nel resto. Tempo fa, Oscar Luigi rimproverò al Cav di «non voler superare il complesso dell’imputato» consigliandogli amorevolmente di farsi processare. Ma che fece lui quando fu accusato di malversazione dei fondi riservati all’epoca in cui era al Viminale? Andò in tv a reti unificate e disse: «Non ci sto». Col piffero che si abbandonò nelle mani dei magistrati aspettando serenamente il loro sapiente verdetto. Mise invece in campo tutta la sua forza e ottenne – è documentato nel libro di un testimone oculare, il pm Francesco Misiani – che la Procura di Roma insabbiasse il procedimento. Insomma, lui non ci sta ma il Cav ci deve stare. E Fini, che parla accorato di rispetto delle regole che nell’Italia berlusconiana – la stessa in cui Gianfry ha fatto bingo – «è considerato un’opzione e non un dovere»? Bè, lui e i Tulliani, loro sì che se ne intendono: chiedere in Rai e dalle parti di Boulevard Princesse Charlotte. Ma fateci il piacere.

PM CONTRO I GIORNALI SCOMODI: TOCCA A PANORAMA

Pubblicato il 19 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

di Gabriele Villa

L’ultima è arrivata puntuale ieri, men­tre, nelle edicole, Panorama fa bella mo­stra con la sua copertina dedicata ad un servizio esclusivo. Che svela, già lo abbia­mo ampiamente anticipato su queste stesse colonne, come e qualmente Rinal­do Arpisella, l’uomo di fiducia (ora ex uo­mo di fiducia) di Emma Marcegaglia avesse, un anno fa, usato toni minacciosi nei confronti di un collega del settimana­le, Giacomo Amadori, a proposito di un’inchiesta che questi stava svolgendo e in cui veniva chiamata in causa l’azien­da della presidente di Confindustria. Amadori, evidentemente, si è sentito in dovere di scrivere questo pezzo (docu­mentato peraltro dalle registrazioni del­le telefonate avute con Arpisella) anche per dimostrare come il gran polverone, le polemiche e le accuse di dossieraggio sollevate dallo stesso Arpisella e dalla Marcegaglia contro il Giornale ,per l’ora­mai arcinota telefonata di cazzeggio del vicedirettore Porro, erano e restano leg­germente fuori posto.

L’antefatto era doveroso, visto e consi­derato che l’ultima coincidenza è la se­guente: un militare della Guardia di Fi­nanza, l’appuntato Fabio Diani, in servi­zio a Pavia è stato arrestato e messo ai domiciliari su ordine della magistratura di Milano, per una serie di accessi, non autorizzati, agli archivi informatici delle Fiamme gialle. Il finanziere, secondo l’accusa,avrebbe fornito informazioni ri­servate a un giornalista su una serie di noti personaggi.

Indovinate chi è il giornalista che ha, o, meglio, avrebbe utilizzato sistematica­mente queste informazioni uscite per vie irregolari? Giacomo Amadori. Quel­lo stesso Giacomo Amadori che firma il pezzo-clou di Panorama di questa setti­mana. Guarda, a volte, i casi della vita. E guarda che lodevole efficienza a cor­rente alternata ( un anno dopo i fatti con­testati e giusto nella settimana in cui Amadori è uscito con il suo scoop) nel correre a far pulizia e a punire con l’arre­sto il militare spifferatore quando le Pro­cure, tutte le Procure d’Italia, somiglia­no a enormi forme di gruviera, dai cui bu­chi escono, da sempre, faldoni, verbali di interrogatori, e, naturalmente, anche intercettazioni, prim’ancora che gli in­tercettati lo sappiano.

Detto questo, secondo quanto emerge dall’inchiesta del Pm Elio Ramondini, e dal procuratore aggiunto Alberto Nobili, il finanziere avrebbe effettuato, nel perio­do gennaio 2008- ottobre 2009,un miglia­i­o di accessi all’anagrafe tributaria e a tut­ta una serie di banche dati della Guardia di Finanza.Per questo motivo all’appun­­tato, sposato e padre di due figli, che ha lavorato a lungo alla sala operativa, ma ora fa il piantone in caserma a Pavia, vie­ne contestato, oltre al reato di accesso abusivo al sistema informatico (che pre­vede una pena tra i 3 e gli 8 anni di reclu­sione), in concorso con il giornalista del settimanale di Mondadori, anche l’ag­gravante di aver agito da pubblico ufficia­le e di essere entrato nelle banche dati di apparati di interesse pubblico e militare. Fra i personaggi sui quali l’appuntato Fabio Diani avrebbe fornito notizie ad Amadori, figurano alcuni componenti della famiglia Agnelli, Gioacchino Gen­chi (già consulente in vari procedimenti penali alcuni dei quali diretti dall’ex Pm De Magistris) Antonio Di Pietro, Luigi De Magistris, il giudice Raimondo Mesia­no, Beppe Grillo, Marco Travaglio e la escort Patrizia D’Addario.

Gli inquirenti avrebbero accertato che agli accessi abu­sivi, effettuati dal militare, corrisponde­va, poco dopo, la pubblicazione di noti­zie da parte del giornalista, che si basava­no pro­prio su informazioni riservate con­tenute nelle banche dati. Amadori, inter­pellato al telefono dall’agenzia Ansa si è limitato a un: «No comment», mentre il suo direttore, Giorgio Mulè, ha dichiara­to: «Il nostro giornalista ha fatto solo il suo lavoro, come riconosciuto anche dal magistrato, nella massima trasparenza, per dovere nei confronti del collega e an­che a scanso di equivoci e di chi si voglia mettere a pensare a dossieraggi o kille­raggi. Ci tengo a sottolineare- ha precisa­to il direttore – che il collega ha usato le informazioni ricevute solo per scrivere gli articoli.

Erano dati utilizzabili e non, come si dice, sensibili o coperti da pri­vacy. Amadori ha chiesto solo i dati delle dichiarazioni dei redditi che sono noti. Il Pm che ha poi allegato tutti gli articoli scritti in un paio di anni – ha concluso Mulè – osserva che le informazioni sono state utilizzate con l’unico fine di scriver­li ». Ma, nell’Italia delle coincidenze, dove il «pensiero unico» punta il dito solo con­tro i giornali e i giornalisti che non attac­cano il premier, Emanuele Fiano, re­sponsabile Sicurezza del Pd, giudica quanto sarebbe accaduto «una notizia gravissima». Quindi abbiamo il diritto di preoccuparci.

19 OTTOBRE 2010

LA CASETTA DEI TULLIANOS A MONTECARLO: SECONDO LA PERIZIA MONEGASCA VALEVA UN MILIONI DI EURO, IL TRIPLO DEL PREZZO CON CUI FINI L’HA VENDUTA

Pubblicato il 18 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

Gian Marco ChiocciMassimo Malpica

Ok, il prezzo (non) è giusto. Incuriositi dal modo di fare della procura di Roma che dopo aver ricevuto, per rogatoria, le carte sul noto appartamento di Montecarlo è riuscita a «tradurre» dal francese all’italiano solo il dato che non importava a nessuno (la stima fiscale all’atto del passaggio di proprietà del 1999) anziché il valore degli immobili monegaschi nell’anno (il 2008) in cui Alleanza nazionale vendette alla società off-shore Printemps, siamo andati a chiedere direttamente alla casa madre. Com’era previsto, però, le autorità monegasche si sono chiuse a riccio non appena abbiamo sollevato l’interrogativo sull’esito delle investigazioni svolte in relazione alla congruità del prezzo di vendita della casa in Boulevard Princess Charlotte 14. «La richiesta della procura di Roma – fa sapere una fonte del Principato interpellata dal Giornale – è stata esaudita. Tutto quel che avevamo da dire su questa cosa è nelle carte in possesso dei magistrati romani».

Non contenti della risposta, abbiamo battuto altre strade. E a forza di bussare agli indirizzi ritenuti utili abbiamo provato anche all’ufficio di Luciano Garzelli, il più importante costruttore locale, ai vertici del colosso Engeco in società con alcuni membri della famiglia del principe, l’imprenditore che rivelò d’aver seguito inizialmente i lavori di restauro dell’appartamento abitato da Giancarlo Tulliani e di aver parlato personalmente con la sorella Elisabetta, compagna di Gianfranco Fini. A sorpresa Garzelli ci ha aperto rivelandoci quanto sospettavamo. E cioè che la perizia sulla stima dell’immobile richiesta a fine settembre dalla magistratura monegasca al presidente dell’associazione delle agenzie immobiliari del Principato, Michel Dotta, confermerebbe la disparità tra il valore reale dell’immobile e il prezzo registrato a luglio 2008, ovvero i 300mila euro liquidati dal partito di Fini alla società off-shore dell’isola di Saint Lucia. Una difformità importante pari a tre volte il valore vero dell’immobile: siamo «intorno al milione di euro», a ragionare per difetto.

«Che cosa mi ha detto Michel (Dotta, ndr)? – si chiede Garzelli – Che ha riferito al procuratore di Monaco, interessato a sua volta a trasferire l’informazione a Roma, che nel ’99 il prezzo della casa era un po’ sottostimato ma tutto sommato poteva anche andare, mentre per il 2008 il valore dell’appartamento era minimo minimo di un milione di euro (…). Io ho ribattuto che secondo me era almeno quattro volte di più, e non tre volte di più come diceva lui (…). Ma Dotta è il presidente di tutte le agenzie di Monaco, meglio di lui non può sapere nessuno il valore esatto».

Stando così le cose il prezzo di 300mila equivarrebbe a 5mila euro al metro quadro, una follia se si considera che oggi, due anni dopo, al metro quadro gli appartamenti a Montecarlo si vendono a 25/30mila euro. La stessa agenzia immobiliare di Michel Dotta, come scoperto dal Giornale nell’archivio di internet che mensilmente memorizza le istantanee dei siti web e le conserva all’indirizzo http://www.archive.org/web/web.php, nel luglio del 2008 dimostrava come immobili della stessa metratura costavano «ben oltre» il milione di euro.

Per ulteriori dettagli abbiamo provato a scomodare direttamente Dotta, che al telefono ci ha però liquidati così: «Non posso dire niente su quanto da me riferito. Contattate direttamente il procuratore, arrivederci». Il prezzo giusto, dunque, sarebbe «intorno al milione» di euro. Stando così le cose, per una procura come quella di Roma che sin dall’apertura del fascicolo su denuncia della Destra di Storace ha proceduto fra mille cautele e col freno a mano tirato (tant’è che non ha mai voluto ascoltare il dominus dell’affaire immobiliare, Giancarlo Tulliani) la paventata archiviazione si fa più difficile. Fino ad oggi i magistrati romani ci hanno detto e ripetuto che l’inchiesta per truffa aggravata ruotava solo intorno alla verifica della congruità del prezzo di vendita e che, di conseguenza, aveva poca importanza quanto il Giornale ha scoperto sui giochi di società off-shore nei Caraibi, su Giancarlo Tulliani che propone l’operazione immobiliare e poi diventa inquilino, sulle firme identiche di proprietario e affittuario nell’atto di registrazione della locazione dell’immobile, sui lavori di ristrutturazione pagati da quella stessa società che il governo dell’isola di Saint Lucia ritiene faccia riferimento al giovanotto che girava in Ferrari fra i tornanti di Montecarlo.

Anche sulle prove «a tema» scovate dal Giornale in relazione alla non congruità del prezzo di vendita (coinquilini di Tulliani negli anni avrebbero avanzato offerte più vantaggiose, parlamentari di An hanno ricevuto un no secco dal partito di fronte a richieste sostanziose inoltrate per conto terzi, l’immobiliarista Apolloni Ghetti, consulente di fiducia di Fini, nel 2002 stimò il valore dell’immobile ben oltre il milione di euro) la procura di Roma ha nicchiato.

Ha aspettato la rogatoria. E quando le carte del Principato sono finalmente arrivate ha addotto un problema di traduzione. Che riguardava, però, il solo dato del 2008 (quello che preoccupa Fini) e non quello del 1999, che non interessava a nessuno, tranne a un signore che poco sportivamente ha esultato per aver vinto una partita quando la toga arbitrale non s’è ancora fatta sentire col suo triplice fischio finale.
Il giornale 18 ottobre 2010

ANTIGUA STORIA: IL DOPPIOPESISMO ALL’ITALIANA, editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 18 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

Il presidente del Consiglio SIlvio Berlusconi al Senato Avanti così. L’Italia dei due pesi e due misure cresce e se ne sbatte altamente non dico della verità, ma pure della logica. Abbiamo assistito fino a qualche settimana fa a un coro di scandalo per l’inchiesta sulla casetta a Montecarlo del cognato in affitto di Fini e le parole d’ordine erano le seguenti: “Aggressione”. “Trattamento Boffo”. “Manganellate mediatiche”. E via con una serie di stupidaggini che resteranno scolpite nella storia dell’inutilità politica di questo Paese. Mentre i giornali che raccontavano la storiella ben poco edificante di un cognato in Ferrari con la residenza nel Principato e una casa in affitto passata dal patrimonio di An a due società offshore e infine al giovin signor Tulliani vendevano copie su copie (qualche interesse dunque la storia ce l’aveva), gli intelligentoni chiedevano tregue, censure e perfino licenziamenti dei giornalisti.
Uno spettacolo pietoso. Ora ci risiamo. Il doppiopesismo ritorna alla grande con la storia di «Report» e delle case costruite ad Antigua dal Cavaliere. La cosa interessante in questa vicenda è che nel giro di qualche giorno l’avvocato Nicolò Ghedini, parlamentare e legale di Berlusconi, prende una posizione assolutamente liberale (e ragionevole) su due episodi (Santoro e Gabanelli) e un tema che, in fondo, è sempre lo stesso: quali sono i doveri, i limiti e la missione del giornalismo nel servizio pubblico della Rai? Ghedini ha contestato il provvedimento di sospensione deciso dal direttore della Rai Mauro Masi nei confronti di Michele Santoro. Una posizione per alcuni sorprendente, ma non troppo. Ghedini in realtà è più liberale di quanto appaia a molti.
Solo che spesso lo è a corrente alternata, in continua fase di stop and go. Immagino il dissidio interiore. In ogni caso, Ghedini dice cose condivisibili sia su Santoro (il provvedimento arriva purtroppo a babbo morto) che su «Report». So come lavora la Gabanelli, il suo programma è una tagliente indagine non di perfezione sherlockiana ma di imperfezione sartoriale, nel senso che «Report» si preoccupa di cucire addosso al bersaglio un vestito su misura dal quale non riesce più a uscire dopo la messa in onda. Questo tuttavia non giustifica nessuna richiesta di censura preventiva (che Ghedini non ha chiesto e non si sogna di avanzare), semmai obbliga i dirigenti della Rai a preoccuparsi – come farebbe qualsiasi direttore di quotidiano – di controllare che ci sia un minimo di contraddittorio, una voce alternativa a quella narrante e un check puntuale di tutti i fatti elencati nei servizi. Quanto questo lavoro fondamentale sia stato fatto dalla Gabanelli e dai responsabili della Rai lo vedremo quando giungeranno a sentenza le richieste milionarie di danni rivolte contro «Report».
Ma realizzate queste condizioni minime, la Gabanelli può fare quel che vuole, in linea con quanto la Rai ritiene utile per la Rete e il buon andamento dell’azienda. Naturalmente il problema non si esaurisce qui. Perché il doppiopesismo nel frattempo ha macellato quel poco di logica, buonsenso e memoria che era rimasto in piedi sul tema informazione-politica. Centrodestra e centrosinistra hanno cominciato a suonarsele, mentre il Pd, i dipietristi e tutte le creaturine che strillavano per il Tullianino che voleva la casetta a Monteca’, sono saliti in cattedra con la bacchetta, il parruccone e gli occhialini per dire alle masse ignoranti che quello sì che è giornalismo e guai alla censura e a chi attenta alla libertà di informazione.
Dunque si è realizzato, ancora una volta, il teorema per cui se un giornale della destra fa un’inchiesta su un politico o un personaggio pubblico non siamo di fronte a un lavoro di investigative journalism, ma alla raccolta di spazzatura anzi di “dossier”, mentre se un giornale o un programma tv di sinistra si occupa di Berlusconi, dei suoi amici o di qualsiasi altro soggetto, siamo in presenza di un lavoro eccellente, già in pista per il premio Pulitzer. Ecco, questa è la polverosa discussione a cui stiamo assistendo da anni. Di questo passo, più che uno scoop, cercheremo disperatamente una scopa.