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DOPO LO SCIOPERO DELLA FIOM, di Mario Sechi

Pubblicato il 17 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

Che Paese l’Italia vista dall’America! Mentre a Singularity University (Silicon Valley, California) assistevo a una discussione sul futuro della fabbrica, dell’automazione e produzione con le nanotecnologie, a Roma le lancette dell’orologio tornavano indietro di circa 40 anni. Bandiere rosse. Tute blu. E l’ovazione per il nuovo Nichi di turno. Manifestazione della Fiom. Via con le frasi fatte. Ne prendo una per tutte, un distillato di banalità. L’ha pronunciata dal palco di piazza San Giovanni Marina Montanelli, studentessa alla Sapienza: “Studenti e operai sono legati dalla lotta comune di futuro e dignità“. Perbacco, che profondità d’analisi. Immagino arrivi subito una telefonata dal Mit di Boston. Come previsto nei giorni scorsi, una galassia informe di frustrazioni, fallimenti e incapacità di vedere il futuro e di governare il presente si è ritrovata sotto l’insegna della Fiom, i metalmeccanici duri e puri della Cgil. Perché? Cercherò di rispondere su due piani: il primo è politico; il secondo di critica sociale. Dove il secondo punto in realtà è il presupposto del primo.
1. Più sinistra, meno Pd. Sul piano politico la manifestazione della Fiom è importantissima: ha spostato l’asse dell’opposizione sempre più a sinistra e, di fatto, indicato il campione futuro dell’utopia italiana: Nichi Vendola. Ieri è nato il partito della Fiom, una calamita per quella sinistra dispersa che oggi nome non ha. Distrutta dal berlusconismo e dall’inadeguatezza dei suoi presunti leader, con la Fiom ha scoperto una ragione per tornare a esistere: la lotta retrò in fabbrica (il richiamo della foresta) e un leader dotato di capacità seduttoria e affabulatoria che dalla Puglia si lancia alla conquista del trono dell’antagonismo nazionale. Attenzione non più semplice opposizione (parlamentare o extra ha poca importanza), ma antagonismo, cioè proposta alternativa al riformismo mai trovato dal Pd, cioè stacco e rivoluzione rispetto alla situazione attuale nella sinistra. La Fiom è la radice di un progetto fusionista, quello vendoliano, in cui la fabbrica è la metafora della società, il luogo di emersione e scontro delle diseguaglianze sociali, il terminale della lotta. La Fiom e Vendola sono consapevoli dell’ingranaggio che hanno messo in moto? Direi di no. Non mi pare abbiano gli strumenti d’analisi per capire che cosa c’è realmente dietro le loro azioni e motivazioni. Le cose accadono quasi sempre grazie a pulsioni irrazionali, primitive, che non hanno per forza bisogno di un piano a tavolino. Succedono e basta.
2. Più tecnologia, meno lavoro Quale società immagina quella piazza? È la domanda che precede la seconda parte del tema Fiom, cioè quella della critica sociale. Fiom e studenti hanno una visione del mondo che è pura archeologia. Non un passo indietro, ma un salto nel buio degli anni Settanta, un risveglio surreale nel bel mezzo di un anticapitalismo con la chiave inglese, arretrato, inutile, polveroso, privo perfino della lettura dei libri fondamentali (Marx e la Scuola di Francoforte), quindi del tutto marginale rispetto all’utilità che invece potrebbe avere una riflessione seria sul problema dei problemi: gli effetti delle tecnologie a crescita esponenziale sul mondo del lavoro. Di cosa sto parlando? Di quello che si progetta sotto i miei occhi qui in Silicon Valley, di quello che si discute nel mondo dell’industria avanzata e dell’Università che fa ricerca e dibattito su questi temi. Altro che Landini, Epifani e Vendola. Altro che le risposte del governo. Lo scenario del mondo della produzione sta cambiando alla velocità della luce e gli argomenti della Fiom, della Cgil e le stesse soluzioni proposte da Palazzo Chigi fanno amaramente sorridere. La verità, l’orizzonte concreto, quel che nessuno ha il coraggio di dire è che si va rapidamente verso la fabbrica senza operai. Quello che sembrava l’incubo di qualche futurologo, sta accadendo realmente. La ricerca sull’intelligenza artificiale vola, le spese per acquisire la tecnologia si stanno abbassando, le capacità di calcolo e di lavoro dei supercomputer sono inimmaginabili, le nanotecnologie rivoluzioneranno la produzione dei beni. E qui stiamo a parlare della produzione della Panda… Marchionne, messo alle strette, farà come Apple: lascerà la progettazione e il design in Italia e sposterà la manifattura altrove, lontano da un Paese che vuol farsi solo del male. I soliti parrucconi diranno che ci vuole ancora molto tempo prima che tutto questo accada. Poveri illusi. Ciò che oggi fa la differenza con le passate rivoluzioni industriali è la velocità d’entrata e uscita della tecnologia e la sua capacità di diffondersi ovunque. Globalizzazione. Convergenza. Pervasive computing. Mai sentito niente di tutto questo cari studenti? E avete idea, cari studenti, di che cosa ci sia dietro Twitter e Facebook, i social network che usate per spararle grosse sul governo, l’Italia, la Fiom, la Fiat, il futuro e l’Università? Dietro il vostro narcisismo senza intelligenza, dietro la vostra assenza di coraggio e voglia di sacrificio che mettete in mostra online, c’è la tecnologia che sta tagliando posti di lavoro in tutto il mondo. Quelli che non ci saranno per voi, troppo presi a protestare e a non capire, e quelli delle tute blu che avete eletto a vostro totem. Si può perdonare agli operai l’incapacità di vedere il futuro, si può perfino comprendere l’archeo-strategia del sindacato teso a riprodurre se stesso, ma ciò che non è perdonabile – ed è preoccupante per il Paese – è l’ignoranza degli studenti. Ieri “Panteristi”, poi “Ondisti” e oggi “Fiommisti”. E questi sarebbero il nuovo? Sì, certo, sono le nuove degenerazioni.

MARIO SECHI, IL TEMPO, 17 OTTOBRE 2010

AD ADRO NO, A LIVORNO SI: L’ITALIA DEI DUE PESI E DELLE DUE MISURE

Pubblicato il 17 ottobre, 2010 in Cronaca, Politica | No Comments »

Il caso di Adro per settimane è stato il simbolo della presunta ingerenza della politica in un istituto scolastico. Ma nessuno si scandalizza se in una materna del centro storico della città toscana campeggia il vessillo del Pdci.

di Valentina Carosini

Uno spettro s’aggira per Livorno. È lo spettro, per altro un po’ gualcito, del (vecchio) comunismo che uscito dalla porta, ora tenta di rientrare dalla finestra. Per rimanere nella metafora, la «finestra» simbolica è quella di una scuola materna, sui muri della quale, ciclicamente, campeggiano tre bandiere. Un inno alla patria? Una trovata romantica? Non proprio. I vessilli in questione, falce e martello in campo rosso, simbolo di un marxismo-leninismo rivisitato in chiave tristemente italica, sono quelli del moderno partito dei Comunisti Italiani. Due più una multicolore bandiera della pace, di quelle che qualche anno fa sventolavano dai terrazzi di mezza Italia, sull’onda di un pacifismo color arcobaleno finito presto nel dimenticatoio. Un metro e mezzo per un metro di stoffa rossa che sventola sui muri esterni della scuola materna San Marco, nell’omonima via del quartiere Venezia, nel cuore del centro storico cittadino. Sono lì dallo scorso gennaio, dove annualmente vengono sistemate per celebrare la fondazione del Partito Comunista Italiano, nato a Livorno nel 1921. Di più. Nato proprio sul posto, come si legge dalla targa alla memoria, e «sorretto dall’ideologia di Marx, Engels, Lenin e Stalin» (per citare testualmente la lapide apposta su quelli che sono i muri dell’edificio scolastico), nelle sale dell’ex teatro San Marco, oggi scuola comunale.
Il comune, che sempre annualmente provvede a togliere le bandiere dopo le cerimonie, quest’anno se n’è dimenticato. Qualcuno se n’è accorto e ha protestato ispirando mozioni e interpellanze, mai arrivate alla discussione in consiglio comunale. Una curiosa risposta tutta toscana alla Adro leghista, con una sola differenza. Mentre in terra padana i simboli di partito, esposti in scuole e luoghi pubblici, hanno scatenato un putiferio mediatico nazionale, con tanto di proteste, prese di posizione e urla scandalizzate, manco si trattasse d’un colpo di stato, qui invece, nella terra del cacciucco, l’invasione di falce e martello è percepita come normale, almeno stando alla maggioranza cittadina. Questione di punti di vista.
«Siamo una città simbolo – s’infiammano subito gli abitanti della zona, se interpellati sull’opportunità o meno di un simbolo politico su un edificio pubblico – Non lo sa che siamo la culla del comunismo italiano?». Una culla del materialismo dialettico dove si può ignorare perfino il via al minuto di silenzio, alla memoria dei quattro soldati italiani morti in Afghanistan pochi giorni fa, che doveva essere osservato in tutte le classi di un liceo scientifico cittadino ma che è stato completamente ignorato da un professore che in aula ha continuato a fare lezione, un’occasione come un’altra per stigmatizzare la guerra in Afghanistan, lasciando sbalorditi gli stessi alunni. Questione di punti di vista anche per la maggioranza cittadina, compatta sulla «querelle delle bandiere».
«La scuola ha l’ingresso dall’altra parte dell’edificio, i bambini non le vedono neanche le bandiere – ribatte Gabriele Cantù, capogruppo Pd in consiglio comunale – E poi sono apposte su quel che resta del muro dell’ex teatro, parte della memoria storica che la città che non vuole negare». Teatro dentro il quale però, di fatto, ora c’è una scuola materna. Stesso edificio, stessi muri. Non c’è sofismo che tenga. È un simbolo politico su un edificio pubblico. Fine. E a Livorno, a quanto pare, si può fare.

L’ITALIA E’ FERMA AL 1994, di Mario Sechi

Pubblicato il 16 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

Il presidente del Consiglio SIlvio Berlusconi al Senato Sto seguendo i fatti italiani da un osservatorio davvero unico, un’università americana (Singularity University) che ha tra i suoi fondatori Google e ha come missione quella di alimentare la ricerca e il dibattito sull’alta tecnologia. Qui si discute di futuro. Poi chiami il giornale quando qui è ancora notte fonda (fuso orario di San Francisco -9 ore) e ti dicono: «Berlusconi e il figlio sono indagati a Roma». Potete immaginare cosa può passare nella mente di una persona che ha trascorso la giornata in un centro di ricerche della Nasa… Quale futuro può avere un Paese come l’Italia? Inchiodato al 1994, alla discesa in campo del Cavaliere, mai digerita, mai metabolizzata, mai accettata da un establishment incapace di accettare la sfida del voto e del consenso? Quale futuro può architettare un Paese impegnato in una lotta dove alla fine non vince nessuno perché nel frattempo non è rimasto più niente da spolpare, se non l’osso?

La grande colpa di Berlusconi è stata quella di non varare subito, fin dall’esordio in politica, una riforma della giustizia radicale. Mi dispiace, ma i suoi consiglieri felpati, i suoi avvocati e in generale la corte che in questi anni gli è stata intorno, hanno combinato un disastro strategico di cui oggi vediamo tutte le conseguenze. Macerie fumanti. Il cortocircuito tra politica e giustizia generato da Mani Pulite doveva essere riparato immediatamente. Nell’interesse della magistratura prima di tutto. Di quella non militante ma attenta agli equilibri del processo, delle indagini, alle ragioni della difesa e degli investigatori. E invece no. Sedici anni dopo ci ritroviamo ancora a discutere dei processi non solo del Cav, ma di un’intera famiglia che finisce nel mirino della giustizia perché ha un peccato originale: papà Silvio non doveva osare scendere in campo e fare politica. Quella era riservata ai professionisti del Palazzo e ai king maker che avevano alle spalle. Attenzione, il direttore de Il Tempo non sostiene che Berlusconi sia un cittadino al di sopra di ogni sospetto (nessuno lo è) ma una situazione patologica come quella italiana doveva essere curata subito e radicalmente. Berlusconi doveva solo essere messo in grado di governare, di completare in maniera rispettosa del mandato popolare la sua missione.

Il Cavaliere doveva essere giudicato in due tempi: prima dal popolo per la sua azione di governo; poi dai magistrati quando il suo mandato sarebbe giunto a termine. Invece no. L’ipocrisia e la malafede sulla giustizia e sullo scudo per le alte cariche hanno impedito che entrambi i giudizi (quello del popolo e quello della giustizia) arrivassero in tutti questi anni in maniera compiuta e serena. No, si sono voluti legare i destini di Berlusconi a una situazione di caos, precaria per forza e per convenienza di quelle forze che hanno sempre avuto un solo obiettivo: disarcionare il Cavaliere. Il risultato è stato quello di avere una cronica situazione di emergenza che ha prodotto un modo di governare fatto di continui stop and go e un’atmosfera che alla fine ha favorito Berlusconi nel campo in cui è quasi imbattibile: le elezioni. Per anni questo non è stato un Paese normale e ora possiamo tranquillamente dire che è tanto «anormale» al punto che se lo guardi da fuori diventa «subnormale». Mentre le altre nazioni avanzate si stanno organizzando per un futuro che s’annuncia di ferro – perché è finita l’età dell’oro – l’Italia è in preda a una selvaggia guerra politico-giudiziaria. Mentre la tecnologia trasforma le nostre vite, crea nello stesso tempo opportunità e disoccupazione crescenti, l’Italia è impegnata a placare le tifoserie schiumanti di rabbia, a registrare sul sismografo continue scosse di tensione sociale. Sono in California, ma niente trema e tutto si svolge in un presente che guarda al futuro e mi sembra che l’attesa del grande terremoto sia un affare che in realtà riguarda il nostro Paese. Ma sì, avanti così, facciamoci pure del male, continuiamo pure a camminare voltandoci indietro, arriveremo presto alla fine: sì, il Big One sarà italiano.

IL TEMPO 16 OTTOBRE 2010

IN ITALIA I GIORNALISTI DI SINISTRA HANNO DIRITTO AL RISPETTO, QUELLI DESTRA AL DILEGGIO, di Vittorio Feltri

Pubblicato il 15 ottobre, 2010 in Costume, Politica | No Comments »

Negli anni Settanta i giornalisti non comunisti se la cavavano: bastava che si proclamassero antifascisti e la passavano liscia. Al Corriere della sera, quando si trattava di assumere un giovane cronista, il comitato di redazione (che contava molto di più del direttore, dato che i sindacati lo tenevano in ostaggio e lo ricattavano: o fai come diciamo noi oppure addio pace sociale) pescava perfino all’Avvenire, proprietà vescovile, tanto per gettare un po’ di fumo negli occhi a chi criticava la tendenza a reclutare soltanto compagni.
In una circostanza, dal giornale della Cei arrivarono in via Solferino addirittura due ragazzotti sotto i trent’anni con l’etichetta di cattolici osservanti. Di lì a pochi mesi, entrambi si iscrissero al Pci e la loro carriera fu brillante: uno fu subito promosso caposervizio, l’altro, dopo un breve periodo di gavetta, cooptato nel gruppo degli inviati, considerati degni di ogni privilegio, tra cui quello di non avere orari né l’obbligo di frequentare la redazione.
Altre assunzioni avvenivano prevalentemente tra i comunisti organici dell’Unità, raramente di altre testate. Io fui ingaggiato dal Corriere per errore. Infatti avevo lavorato alla Notte di Nino Nutrizio, che era di destra, ed ero quindi sospettato di simpatie fasciste. Sennonché un amico corrierista garantì per me: «Feltri è socialista». E nessuno mi ostacolò. Questo dimostra che al tempo la nostra corporazione era abbastanza democratica. Se confessavi di non essere comunista, beh, non eri amato però ti tolleravano; se invece osavi ammettere di essere anticomunista, allora addio, eri destinato all’emarginazione.
Oggi che il comunismo è un reperto archeologico, paradossalmente le cose sono peggiorate. Se non sei di sinistra, o non ti comporti come lo fossi, i colleghi progressisti ti guardano con disprezzo e si sentono autorizzati a liquidarti così: incolto, rozzo, servo, venduto, killer, per citare gli epiteti più gradevoli. Il problema è capire che significhi essere di sinistra e non esserlo. La soluzione è semplice. Se non sei berlusconiano, nel senso che non riconosci al Cavaliere legittimità politica, hai diritto alla patente di democratico (ormai sinonimo di progressista); se invece in qualche modo accetti che Silvio Berlusconi possa esercitare funzioni istituzionali, e magari hai votato centrodestra in qualche occasione, ti infliggono il marchio di berlusconiano, un’infamia. E non c’è verso di cancellarlo. A meno che non ti decida pubblicamente ad abiurare. Nel qual caso puoi sperare in una riabilitazione dopo un lungo periodo di quarantena necessario per purificarti.
I pentiti d’ogni genere in Italia godono di grandi favori. Quelli che si offrono volontari nei salotti televisivi, per recitare tutte le litanie dell’antiberlusconismo di maniera, sono i più richiesti e applauditi. Così, con relativa facilità, nel giro di qualche mese da buzzurro sei promosso a intellettuale con i requisiti indispensabili per accedere al club dei lib-lab. Se invece ti ostini a pensare che in politica non si debba scegliere il meglio (che non c’è), ma il meno peggio, e che il meno peggio non stia nel centrosinistra bensì nel centrodestra, ti può succedere qualsiasi disgrazia. Intanto, l’Ordine dei giornalisti ti tiene in osservazione e, se gli dai il minimo pretesto, ti frega perché dispone di poteri illimitati, tra cui quello di condannarti alla disoccupazione temporanea o definitiva.
Il giornalista «eretico», a differenza di quello progressista ortodosso, non ha protezioni politiche: nel centrodestra, la prevalenza del cretino impedisce ogni iniziativa in appoggio agli scribi più in sintonia col Pdl che col Pd. Strano, ma vero. Risultato, i redattori in conflitto con le bandiere rosse di risulta sono mazziati e cornuti. Basta vedere quanto è successo nelle scorse settimane.
Panorama, Libero e Il Giornale si sono dedicati con scrupolo all’appartamento monegasco ereditato da An grazie a una nobildonna (la cui volontà era che servisse a finanziare una buona causa nel partito), svenduto da Gianfranco Fini e attualmente abitato dal cognato di questi, Giancarlo Tulliani. Una vicenda oscura; forse non è stato commesso un reato, ma una scorrettezza sì. Ebbene, mentre le tre testate citate si davano da fare per completare le loro inchieste, i giornaloni tipo Repubblica e Corriere della sera (e non contiamo le emittenti televisive), dei quali è nota la pendenza a sinistra, si spremono onde minimizzare il lavoro dei concorrenti di segno politico opposto, arrivando a deriderli: tanto chiasso per poi un affaruccio immobiliare.
Parecchi si sono domandati come mai Gianfranco Fini fosse difeso dalla stampa che fino a un anno prima lo riteneva un abusivo del Parlamento, un ex fascista da scansare. La risposta è ovvia: da quando il presidente della Camera si è trasformato da conservatore bigotto («Dio, patria e famiglia») in fiero oppositore di Berlusconi è stato iscritto d’ufficio al circolo degli eletti. Fosse rimasto ciò che era, una camicia nera stinta, l’avrebbero massacrato. Invece hanno massacrato gli inchiestisti che hanno svelato le sue «disattenzioni».
E che dire di Maurizio Belpietro, sfuggito a un attentato terroristico in casa? Pur di banalizzare il fatto, l’apparato mediatico insinua che il caposcorta del direttore di Libero si sia inventato l’agguato e abbia sparato a un fantomatico aggressore così, per sport, per fare un po’ di casino.
Questa è la situazione. Cambierà? Sì. In peggio, naturalmente.

LA CASA DI MONTECARLO: IL PREZZO E’ OK, MA NEL 1999

Pubblicato il 15 ottobre, 2010 in Cronaca, Politica | No Comments »

    Il valore fissato dal Principato è quello fiscale del 1999, non di mercato nel 2008. Ma i giornali amici assecondano Fini e s’inventano la bufala del “prezzo giusto”. Ecco come si imbroglia la pubblica opinione si fa credere che la storia che ha visto Fini invischiato sia finita a tarallucci e vino. Così non è. Ecco perchè.

    È la stampa bellezza. Quando c’è da fare la morale, si sta tutti lì con il viso appeso: vergogna, queste cose non si fanno. Poi chi sputa sentenze si affretta a mascherare la verità per non far piangere il povero Fini. È capitato ancora una volta su Montecarlo. La storia è questa. In Procura a Roma arrivano gli atti della rogatoria. Le autorità del Principato fanno sapere che il prezzo fiscale, che non corrisponde a quello di mercato, della casa eredità da An, è congruo. Nel 1999, all’atto di successione, era corretto il valore di 270mila euro per l’appartamento. I giornalisti non sono sprovveduti. Sanno benissimo che questa informazione non dice praticamente nulla. Quello che conta è il prezzo di vendita dei 70 metri quadri zona centro nel 2008. È lì che Storace e gli ex An, quelli che hanno fatto la denuncia, sentono puzza di imbroglio. È lì che gli elettori di Fini e gli iscritti dell’ex An chiedono sia fatta chiarezza. Ma di questo Montecarlo non parla.
    Fini, furbone, appena sente la notizia spara: «Era quello che stavo aspettando, ora ci divertiremo con le querele». Le agenzie ribattono, il bla bla bla aumenta, i benpensanti sorridono e molti fanno finta di non capire. Tocca alla Procura chiarire che si sta parlando del 1999, che congruo è il valore fiscale; attenzione, quindi la questione è ancora tutta aperta. Questo avviene nel pomeriggio, quando i quotidiani sono ancora lontani dallo stress della chiusura e chi ci lavora ha il tempo di riflettere. E invece niente.
    Il giorno dopo la stampa beneducata sceglie allineata la linea finiana e chi se ne frega di quello che dice la Procura. Brindiamo alla sconfitta de Il Giornale. Il Fatto in megagrassetto sbatte in pagina un «Ok, il prezzo è giusto». Repubblica, più compassata, va sul didascalico: «Montecarlo, congruo il valore della casa». L’Unità si limita a una notiziola, Conchita non si sporca con queste cose, ma le bastano poche righe per marchiare la verità. Il titolo è: «Il prezzo è giusto, i pm chiudono il caso Montecarlo». La Stampa di Torino batte tutti: «La casa di Montecarlo venduta a prezzo equo». Notare il «venduta», ci manca solo il solidale e stiamo a posto.
    Insomma, la stampa con il vestito pulito ha l’anima sporca. Fa il giochino di dare ragione a Fini, nascondendo la precisazione della Procura e il piccolo particolare che il prezzo congruo non è quello di vendita del 2008, ma quello della stima del 2001. L’importante è far capire al lettore che Il Giornale ha toppato e l’onorevole Fini può vendicarsi di chi ha osato tirare fuori la storia di Montecarlo. Nessuno dice che la questione è tutt’altro che chiusa. Nessuno scrive che Fini nonostante le tante interviste non ha mai risposto. Nessuno racconta che il cognato Tulliani non ha ancora chiarito come si sia intrufolato nella casa lasciata in eredità ad Alleanza nazionale. Non si interrogano sul perché siano usate società offshore. Non spiegano che il catasto è una cosa e il mercato un’altra. Non fanno differenza tra il 1999 e il 2008. Qualcuno lo abbozza nell’articolo, ma il titolo cancella tutto.
    Ok il prezzo è giusto. Questo è il messaggio. Ma quale prezzo? Di cosa stiamo parlando? Questi sono gli stessi giornali che parlano di dossieraggio, che si strappano i capelli per la volgarità gratuità degli altri. Allora, si può fare una domanda? Non è dossieraggio questo? O è solo un modo per nascondere la verità sgradita? Non è fango? Non è un modo per sputtanare un altro quotidiano? Non è una diceria che vi ripetete di bocca in bocca come fanno le comari del paesino per mettere all’indice chi non è allineato? Non vi imbarazza questo coro di menzogne che vi piace mettere in giro? No, la vostra vox populi trova l’applauso dei salotti buoni e del presidente della Camera. Ok il prezzo è giusto è un dossier di massa. È un’orgia di falsa informazione. L’importante è coprirsi le spalle gli uni con gli altri. La disinformazione gridata in coro è una falsa verità ben confezionata. Chi volete che si indigni? Quelli de Il Giornale, si sa, sono marchiati come infami. Questi sono i maestri del giornalismo. I sacerdoti della notizia. Peccato che questa notizia sia una patacca servita male. Ok, il prezzo è giusto. Tutto il resto meno.

    CHE BURLONA CONFINDUSTRIA, di Alessandro Sallusti

    Pubblicato il 15 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

    Non si è spento l’eco della vicenda che ha portato i carabinieri agli ordini del noto pm napoletano Woodcock ( su questo specifico fatto  un consigliere laico del CSM ha chiesto di aprire una indagine) a perquisire la sede del Giornale e le mutande del direttore e del vicedirettore del Giornale, quando irrompe la notizia di una vicenda analoga che ha visto un giornalista di Panorama “minacciato” dal portavoce della Marcegaglia come lo stesso giornalista documenta sul numero in edicola del settimanale diretto da Giorgio Mulè. Sull’argomento interviene oggi con il suo editoriale il direttore del Giornale Sallusti. Eccolo.

    Panorama pubblica, sul numero og­gi in edicola, la trascrizione di due telefo­nate registrate l­o scorso anno tra un gior­nalista del settimanale e Rinaldo Arpisel­la, portavoce di Emma Marcegaglia, pre­sidente di Confindustria. Il signore è lo stesso della telefonata con Nicola Porro, quello che percepì come minacciose le parole del nostro vicedirettore. Una sen­sazione che, come noto, ha portato il so­lerte pm Woodcock a indagarci e spicca­re mandati di perquisizione ipotizzando l’incredibile reato di violenza privata. Che cosa dice Arpisella a Panorama ? Il testo integrale lo potete leggere all’inter­no. In sintesi, con parole volgari minac­cia, intimidisce il giornalista per non far­gli pubblicare un’inchiesta che riguarda la Marcegaglia. Fino ad arrivare al ricat­to: se esce l’articolo, Confindustria farà del male al governo Berlusconi. Letta così, e adottando lo stesso metro usato dai più nei nostri confronti, con l’aggravante che i due interlocutori non hanno rapporti amicali, la conclusione è semplice: Arpisella, cioè Confindustria, compie una violenza privata. Andrebbe­ro tutti indagati, perquisiti, processati su giornali e tv senza pietà, quell’audio do­vrebbe essere trasmesso per mettere alla gogna l’incauto portavoce. Non acca­drà, perché i giudici non indagano nessu­no che minacci o ricatti Berlusconi, per­ché i giornali di sinistra nasconderanno la notizia. Noi invece speriamo che non accada, perché un giornalista e un porta­voce al telefono si possono parlare libera­mente come meglio credono, alzare i to­ni, millantare e blandire. Accade ogni giorno. Contano solo i fatti, cioè se alle parole seguono atti illegali. Il resto sono solo manie guardonesche edi protagoni­smo di­magistrati frustrati e spesso politi­cizzati. Sono convinto che Confindustria non sia un’associazione a delinquere. Pano­rama non ha svelato un reato ma un’ipo­crisia, un moralismo che, se usato per ar­mare la mano di un pm, può diventare un’arma pericolosa. Consiglio la presi­dente di Confindustria di ascoltare que­ste registrazioni. Se è all’altezza del ruo­lo che ricopre mi aspetto le scuse per averci fatto spedire i carabinieri in casa e ufficio. Perché la nostra libertà non vale meno di quella di Santoro, che ieri sera è andato in onda con il suo programma fa­zioso. Ha chiesto agli italiani di mobili­tarsi contro la sua sospensione di dieci giorni per l’insulto al direttore generale. Sarebbe stato credibile se avesse esteso l’appello contro chi vuole cacciare Min­zolini dal Tg1 e contro i carabinieri nella sede del Giornale . Non lo ha fatto, per cui resta solo il delirio di onnipotenz

    ECCO L’ARTICOLO DI FELTRI CHE HA SUSCITATO L’INDIGNAZIONE DELLE PASIONARIE IN SERVIZIO PERMANENTE EFFETTIVO

    Pubblicato il 14 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

    Sui giornali di oggi non si parla d’altro che delle presunte offese che Feltri avrebbe rivolto alla direttrice de L’Unità,  Concita De Gregorio.
    Cosa mai ha detto di tanto scandaloso FELTRI alla DE GREGORIO  da scomodare una folta schiera di deputatesse, compreso le pasionarie di destra Alessandra Mussolini e Flavia Perina, direttrice del Secolo, il giornale che leggono solo quattro amici al bar?
    Feltri, a conclusione del suo editoriale di ieri mattina ha usato un aforisma di Mario Missiroli: la madre dei cretini è sempre incinta” con una aggiunta del tutto personale  “aggiungeremmo che sarebbe ora che prendesse la pillola”.   Oplà, ecco lo scandalo: Feltri, dicono le sue accusatrici, avrebbe voluto che la madre della Gregorio avesse preso la pillola. Ma si può essere più sciocchi?
    D’altra parte, le pasionarie a senso unico fanno finta di non sapere che Feltri ha risposto per le rime alla signora De Gragorio che sull’Unità del giorno prima aveva pubblicato le foto di Feltri e di Sallusti sotto il titolo”MANTENUTI”. E allora come la mettiamo: la bella Concita può offendere e insultare due giornalisti che lavorano e nessuno ha nulla da dire, mentre ci si strappa le vesti per un aforisma che tutti usano ma che se usato da Feltri diviene motivo di scandalo?
    E’ la doppiezza, bellezza! Comunque ecco qui di seguito l’articolo di Feltri, con alcune foto delle pasionarie da passeggio dei nostri tempi. g.

    FLAVIA PERINA

    Concita De Gregorio è la donna del giorno, almeno per noi. Ieri ci ha dedicato nove pagine, più il suo fondo, in cui ha sfogato i suoi livori. La copertina dell’ Unità era degna di figurare alla Biennale: una fotografia a tutta pagina di Alessandro Sallusti e mia; con un titolo garbato: «I mantenuti». Si vede che la signora ha ricevuto un’educazione d’alto livello, forse avendo inalato fin da piccola il fumo delle grigliate miste alle kermesse comuniste, laboratori culinari e culturali. D’altronde la differenza antropologica fra i compagni e i disprezzati piccolo-borghesi è stata acclarata da tempo.

    LIVIA TURCO

    Ci dobbiamo rassegnare a prendere lezioni di bon ton da chi appartiene all’élite del pensiero progressista, ammesso che esista un pensiero progressista. Di certo esistono i progressisti e la loro capacità di polemizzare con classe va apprezzata. La De Gregorio usa un argomento inoppugnabile per dimostrare che Sallusti ed io saremmo dei mantenuti: non solo veniamo stipendiati dalla famiglia Berlusconi (come tutti gli autori Mondadori e i cineasti Medusa e i televisivi di Mediaset), ma l’intero Giornale, essendo in deficit da alcuni anni, dipende dalle tasche del fratello del premier, costretto ogni 31 dicembre a ripianare i conti in rosso.

    Semplificando: l’azienda ha un passivo, di conseguenza chi ci lavora non riceve un compenso contrattuale, ma un obolo. I direttori, in particolare, vivono di beneficenza. Invece il vertice dell’Unità, dato che il quotidiano ha un bilancio talmente florido da rischiare il fallimento nonostante le provvidenze statali, percepisce emolumenti non si sa da chi, forse dall’editore, Renato Soru, già governatore della Sardegna e uomo di spicco del Partito democratico. Quindi, se ho ben capito, mentre Sallusti e io siamo mantenuti da Paolo Berlusconi, fratello di Silvio, che è un politico importante, Concita De Gregorio, pur essendo pagata da un altro politico importante, sia pure del Pd, non è affatto mantenuta.

    ANNA FINOCCHIARO

    È un ragionamento troppo sottile. La direttrice ci dovrà dare delucidazioni in tribunale (civile) dove c’è gente più preparata di noi. Purtroppo siamo giornalisti di provincia e se qualcuno ci definisce mantenuti non siamo contenti, e intentiamo causa. Cos’altro potremmo fare? In attesa del processo, che non sarà breve perché ai democratici piace lungo, cerchiamo di spiegare a Concita e al suo Rinaldo Gianola, bravo giornalista ma debole in matematica, perché il Giornale – a differenza dell’Unità – ha risolto i suoi problemi gèstionali.

    SALLUSTI-E-FELTRI–MANTENUTI: la prima pagina de L’UNITA’

    Dopo aver lasciato Libero in ottima salute, Sallusti e io siamo arrivati in via Negri alla fine di agosto dello scorso anno. Deficit previsto: 22 milioni e rotti. Alla chiusura dell’esercizio 2009 il «buco» si era ridotto a 17 milioni. Significa che, in quattro mesi, coloro che la De Gregorio definisce carinamente mantenuti avevano recuperato 5 milioni. L’esercizio in corso ha segnato ulteriori miglioramenti. Secondo i dati relativi ai primi nove mesi, e secondo le proiezioni (mancano due mesi e mezzo al 31 dicembre), il disavanzo sarà di circa 7 milioni. In pratica, nel giro di 16 mesi, i mantenuti hanno registrato una diminuzione del deficit pari a 15 milioni. Nel 2011 ci toccherà sgobbare per risparmiare altri 7 milioni e infine giungere al pareggio

    Come? Facendo un Giornale più snello sia nella filiazione sia nell’organico, che intendiamo alleggerire di una ventina di persone (su oltre 130) adeguandolo alle nuove necessità. E le nuove necessità del mercato sono note a chiunque del ramo editoriale: portare in edicola un prodotto di facile e rapida lettura, disporre di una redazione libera dalle rigidità burocratiche che paralizzano molti media impostati sulla base di regole superate e antieconomiche.

    Comprendo che la signora De Gregorio non abbia dimestichezza con le volgarità dei bilanci, cioè coi conti della serva; se però avesse il coraggio, e lo stomaco, di abbassarsi a chiedere un parere a chi conosce i drammi delle imprese editoriali, scoprirà che il risanamento del Giornale in così breve tempo non è opera di mantenuti, ma di giornalisti volenterosi.

    Solamente un cretino poteva immaginare che in quattro mesi la nostra direzione fosse in grado di assorbire 22 milioni e rotti di disavanzo. A proposito. Siccome si dice che la mamma dei cretini è sempre incinta, aggiungeremmo che sarebbe ora prendesse la pillola (e in certi casi estremi è ammesso perfino l’aborto). VITTORIO FELTRI – IL GORNALE – 13 OTTOBRE 2010

    MONTECARLO: VOGLIONO INSABBIARE LA CASA DI FINI

    Pubblicato il 14 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

    Ieri pomeriggio le agenzie di stampa, ad iniziare dall’ANSA, hanno diffuso un comunicato secondo il quale le autorià del Principato di Monaco avrebbe comunicato alla Magistratura italiana che il valore dell’immobile di Montecarlo in cui ora abita il cognato di Fini, Tulliani, determinato in 240 mila euro sarebbe “congruo”. La stessa ANSA si è affrettata a diffondere le dichiarazioni che sarebbero state rese da Finie dai suoi scudieri che manifestavano soddisfazione per una notizia che “rendeva giustizia” e faceva strame dell’inchiesta del Giornale. L’euforia di Fini, smentita poi dal suo portavoce, è durata poco, il tempo che la Procura di Roma rendesse noto che il valore cui si riferiva era quello del 1999, cioè quello del momento del passaggio alla proprietà di AN e non già quello al momento della vendita alla società off-shore da parte di AN. Doccia fredda. Ecco nel servizio del Giornale l’esatta ricostruzione della vicenda di ieri.

    di Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica – Il Giornale 14 ottobre 2010

    Ok, il prezzo è giusto. Anzi no. L’imbarazzo della procu­ra di Roma (che sin dall’inizio di questa storia è sembrata in­tenzionata a frenare a pres­cin­dere sulla vicenda dell’appar­tamento di Montecarlo) dopo l’arrivo delle ultime carte dal Principato, quelle sul valore della casa, s’è tramutata in un comico qui pro quo che ha trat­to in inganno persino un trop­po ben informato Gianfranco Fini e i suoi fedelissimi: son passati dal godimento per il presunto sbugiardamento della presunta «macchina del fango» al comico imbarazzo per il dietro front dei magistra­ti. Tutto nasce perché nel pa­l­azzo di giustizia capitolino so­no arrivati, finalmente, i docu­menti richiesti con l’integra­zione della rogatoria. Carte re­lative al cuore dell’inchiesta, che indaga sulla congruità del prezzo di vendita dell’immo­bile. Immediata l’indiscrezio­ne: ci sarebbe difformità tra il valore reale dell’immobile e il prezzo registrato a luglio del 2008, quei 300mila euro versa­ti ad An dalla società off-shore Printemps. I responsabili del­­l’inchiesta, però, non si sbotto­nano.

    Nessuno parla di cifre, tutti fanno il gioco del silenzio fino a quando filtra un detta­glio, finalizzato a escludere, al­lo stato, che nel fascicolo si possano ipotizzare reati fisca­li. Sul punto, infatti, la procu­ra chiarisce che il fisco mone­gasco non aveva sollevato obiezioni di sorta quando An, che nel ’99 aveva ereditato l’appartamento, ne dichiarò la valutazione al momento della successione nel Princi­pato. Una precisazione che, ov­viamente, non c’entra niente con le compravendite, ma semmai ha a che vedere con il pagamento di imposte succes­sorie a Montecarlo. Tanto che sempre fonti della procura chiariscono poi che per accla­r­are la questione della congru­ità del prezzo di vendita con una fonte «istituzionale», gli inquirenti hanno richiesto al Principato una sorta di tabel­la, con il valore immobiliare medio di appartamenti com­parabili a quello di boulevard Princesse Charlotte, 14. E quello schema, che riporta i valori e gli incrementi negli an­ni, sarebbe nelle cento pagine giunte due giorni fa a Roma. Lo avrebbe redatto l’ufficio monegasco preposto a regi­strare tutti i rogiti di compra­vendita immobiliare. E sì, iva­lori desumibili sarebbero dif­formi dal prezzo a cui An ha venduto.

    Di quanto, però, nes­suno vuol dirlo. Chissà per­ché… Mentre la notizia che inte­ressa alla procura resta dun­que confinata in quel fascico­lo, che procuratore capo e pm hanno spedito all’ufficio tra­duzioni, è l’implicito «placet» fiscale del ’99 a mandare in tilt le solerti agenzie di stampa. «Casa An: Montecarlo, con­gruo valore passaggio proprie­tà »,titola l’ A nsa , ma il passag­gio di proprietà c’entra come i cavoli a merenda e, passato il momento d’euforia dei finia­ni, è la stessa procura di Roma che si vede costretta a una ra­pida precisazione a mezzo delle stesse agenzie: «Si preci­sa che la congruità, secondo le autorità di Montecarlo, del valore dell’immobile di Boule­vard Princesse Charlotte 14 fa riferimento all’atto di succes­sione nel ’ 99 quando An entrò in possesso del bene ricevuto dalla contessa Anna Maria Colleoni e non al passaggio di proprietà dello stesso apparta­mento quando venne ceduto nel 2008 da An». Degli exultet finiani a com­mento della prima versione resta, però, il peso di un «vati­cinio » espresso dal presiden­te della Camera, che avrebbe manifestato il suo convinci­mento di una prossima archi­viazione. Convincimento ba­sato su quali elementi – buoni canali informativi o «l’aria che tira» – non è però dato sa­pere. Di certo anche France­sco Storace, leader della De­stra, a cui appartengono i due autori dell’esposto che ha in­nescato le indagini, ieri paven­tava la prematura scomparsa del fascicolo d’inchiesta. Av­vertendo che, in quel caso, lui e i suoi uomini, avranno la possibilità di verificare con quanto zelo la procura di Ro­ma ha approfondito la vicen­da monegasca, annunciando minacciosamente «indagini difensive di parte, come previ­sto dal codice». Al di là degli auspici finiani e dei timori storaciani, in ef­fetti come detto le modalità scelte dai magistrati romani per questa indagine sembra­no quantomeno insolite. E addirittura inspiegabile ap­pare la decisione di non con­vocare Giancarlo Tulliani, il cognato di Fini, non solo affit­tuario dell’appartamento, ma indicato come proprieta­rio di fatto delle società off­shore che hanno comprato da An (e quindi proprietario anche della casa) secondo una lettera del governo di Sa­int Lucia. Il suo ruolo, infatti, è indiscutibilmente centrale, anche per l’unico aspetto che pare interessare ai pm roma­ni, la congruità del prezzo di vendita. Ed è lo stesso Fini a dirlo, indicando (nei suoi ot­to chiarimenti di agosto e poi nel videomessaggio di fine settembre) in Tulliani il «pro­cacciatore »dell’affare.

    Il«co­gnato »presentò l’offerta d’ac­quisto della Printemps ad An, e il prezzo era già stabili­to, tanto che i generici «uffici di An» citati da Fini reputaro­no congrua quella sommetta in quanto superiore alla fa­mosa valutazione, quella che nel ’99 non fece storcere il na­so al fisco. Non voler ascolta­re Tulliani, dunque, appare come un segnale di scarsa vo­lontà di approfondimento. E se davvero le carte dell’ulti­ma rogatoria provano «uffi­cialmente » quello che da me­si è chiaro a tutti (ossia che il valore di mercato di quella ca­sa n­el 2008 era certamente su­periore a 300mila euro) gra­zie a testimonianze, perizie e comparazioni tra immobili si­mili, il dettaglio potrebbe fini­re per essere l’unico ostacolo a quell’archiviazione che Fi­ni annusa nell’aria. Forse confidando anche nel nuovo feeling con la magistratura, oggetto costante negli ultimi tempi di dichiarazioni di sti­ma se non di affetto. Chissà se come dice Fini «qualcuno ora dovrà pagare». E chissà se potrà farlo in lire, magari alle quotazioni del 1999.

    BERLUSCONI DEVE RIFARE IL PARTITO, di Mario Sechi

    Pubblicato il 13 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

    Berlusconi alla festa del Pdl Lo spirito del 1994. Ho sentito Berlusconi evocarlo più volte, ma mai come in questi giorni appare una necessità. Se i partiti sono i veri malati del sistema politico italiano, il Pdl appare come un essere vivente che ha bisogno di cure immediate. E radicali. Provo a mettere in fila un paio di punti di discussione. 1 – I coordinatori. La formula del triumvirato non mi ha mai convinto e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Verdini (del quale dirò tra poco), Bondi e La Russa possono dire di aver ottenuto buoni risultati elettorali, ma in realtà è sempre la forza trainante del Cav a fare la differenza, insieme a un’opposizione a dir poco imbarazzante. La vivacità nel partito dopo un primo fuoco iniziale, s’è spenta e oggi è pari a zero, le faide regionali si moltiplicano (il disastro Sicilia, la inenarrabile Toscana, il fratricidio in Sardegna, il grave caso del disastro nelle province del Lazio). Poste le premesse per vincere sempre, il Pdl in realtà è avviato a una polverizzazione se non si mette subito cemento a presa rapida e mattoni buoni in una casa che ha ancora solide fondamenta (il Cav) ma è pieno di crepe e ora che comincia la brutta stagione (autunno caldo) si vedrà che dal tetto piove di tutto. Un solo coordinatore è quel che ci vuole.

    Come scriveva ieri il nostro Francesco Damato citando una massima di Indro Montanelli: un partito ha bisogno di un leader e anche del culo. Battuta che potrà non piacere, ma di indubbia efficacia. Serve un gran lavoratore e, se posso dare un consiglio, meglio se lavoratrice. Sì, una donna. 3 – Il tavolo del Presidente. Sarà lei (o lui, ma non vedo tra i maschietti campioni buoni per un lavoro di impietoso taglio e cucito) a tradurre in azioni concrete la strategia del leader e del gruppo di lavoro che stabilmente collabora con Berlusconi. Un tavolo del presidente che ha fatto molto bene per quanto riguarda il governo, ma si trova impossibilitato a dare una linea e un’organizzazione al partito. Il Cavaliere deve asfaltare l’attuale configurazione del vertice. Lo faccia subito. Non tentenni. Non cada nella trappola della mediazione a tutti i costi, anche dove lui è davvero sovrano. Nel fare questa mossa, ricordi di rileggere bene il Machiavelli e i suoi consigli sulle debolezze umane. In queste ore sarà pieno di persone che gli consigliano Silvio fai questo, ti prego non fare quello, occhio fai quest’altro, ma che bravo che sei, sei il migliore, avanti così, non sbagli mai, meno male che ci sei e ora ecco questa è la strada giusta, sì, mi piace, quel posto è per me.

    Ecco, tutta questa paccottiglia verbale Berlusconi la deve cestinare. Si fidi di chi ha un avvenire da costruire, non carriere immeritate da difendere e poltrone a cui incollarsi per non sparire. 4 – Il partito e la giustizia. È inutile girarci intorno, nel Pdl non c’è un problema di legalità, ma di singole posizioni che devono essere chiarite. Il caso Verdini resta quello più urgente e delicato. Chi scrive è un garantista al cubo, ma non ho il salame negli occhi e penso ancora quel che ho scritto mesi fa: Denis deve lasciare il suo incarico di coordinatore per difendersi meglio, per non far rimbalzare sul partito e la sua immagine il ciclone mediatico che solo i poveri illusi credevano finito. Il Corriere della Sera ieri ha aperto il giornale sul caso Verdini. Non avevo alcun dubbio che prima o poi sarebbero arrivate novità. Un rapporto del Ros non è la verità né una sentenza. Ma certamente è una notizia. E mentre i giornali le pubblicano, la politica ha il dovere di porsi una domanda: può il Pdl permettersi di tenere Verdini arroccato sulla sua posizione? può sperare che gli italiani comprendano questa scelta? Ho qualche dubbio. Mentre gli elettori di Berlusconi hanno metabolizzato e compreso che contro il Cav in sedici anni c’è stato un attacco strumentale e politicizzato da parte di una fazione della magistratura, sugli altri nomi della politica il giudizio è sempre molto prudente. Ho letto da qualche parte che qualcuno ipotizza il ritorno di Claudio Scajola ai vertici del partito. Ognuno in casa propria fa come vuole, spero solo si tratti di una boutade.

    Mi limito a un modesto consiglio: finchè Scajola non spiega in maniera credibile – e non tragicomica com’è avvenuto – chi gli ha pagato la casa con vista sul Colosseo e perché, è meglio che si occupi d’altro. Il nuovo passa anche attraverso la reputazione che è fatta di immagine e comunicazione. Berlusconi ha ancora cinque giorni di riposo assoluto. C’è chi in una settimana creò la terra e le cose dell’universo. Ma in quel caso il lavoro da fare era a un livello Altissimo. Nel caso del Cavaliere, restiamo sulla terra, c’è il tempo per rifare un partito. E non rifare gli stessi errori.

    …..Con qualche  marginale riserva, condividiamo quanto scrive Sechi sul Tempo di oggi.

    ECCO LA LOBBY OSCURA CHE PUO’ CONDIZIONARE LA POLITICA E L’ECONOMIA

    Pubblicato il 13 ottobre, 2010 in Economia, Politica | No Comments »

    di Francesco Forte – Il Giornle – 13 ottobre 2010

    Non sarà la Spectre e neanche la P4, ma ciò che ha dichiarato il dottor Arpisella, addetto stampa del presidente della Confindustria sulla esistenza di una «sovrastruttura» che condiziona la politica e l’economia e anche i media, non può essere ignorato. È vero che egli ha detto di avere scherzato, ma la smentita in questi casi è normale ed egli è entrato nei dettagli facendo esempi inquietanti. E quindi il quesito rimane.

    I gruppi di pressione esistono in tutte le democrazie. E non c’è bisogno di Carlo Marx per sostenere che le grandi imprese si possono accordare fra loro per condizionare le scelte pubbliche e i media. Wilfredo Pareto, il più illustre economista e sociologo italiano e uno dei maggiori del mondo della prima metà del Novecento, ha teorizzato l’esistenza di un’alleanza fra i grandi gruppi finanziari e i partiti di sinistra, a spese della classe dei risparmiatori. Il condizionamento di questi interessi economici sulla politica e sull’economia non è una fantasticheria. E osservo che c’è un lupus in fabula, un lupo nella favola, cioè un esempio concreto che riguarda le vicende della Confindustria dell’ultimo periodo e che coinvolge in modo improprio anche il Giornale.

    Il nuovo presidente Emma Marcegaglia ha modificato la linea precedente della Confindustria basata sui contratti nazionali di lavoro, con la Cgil come interlocutore privilegiato, e quindi sull’unità sindacale. In tale modello, che piaceva molto ad alcuni grandi gruppi, lo Stato interveniva con sovvenzioni alla Fiat e di altri complessi, nel nome del sostegno dell’occupazione a spese del contribuente. Nel 2009 nel nuovo contratto metalmeccanici è emersa la contrattazione aziendale in deroga a quella nazionale, sottoscritta da Cisl e Uil, ma non da Cgil. Emma Marcegaglia, nuovo presidente di Confindustria, ha sostenuto la contrattazione aziendale e in particolare il contratto di Sergio Marchionne per lo stabilimento di Pomigliano d’Arco. Ma poiché la Confindustria, pur essendoci il contratto del 2009, non aveva revocato il contratto nazionale del 2008, che non contemplava queste deroghe, la Cgil ha fatto causa alla Fiat per la violazione del contratto del 2008, che essa aveva firmato, adducendo che per lei non era valido quello del 2009, che non ha sottoscritto. Marchionne si è visto costretto a dire che se la Confindustria non avesse disdettato il contratto del 2008, la sua impresa sarebbe uscita dalla Confindustria. A questo punto la Confindustria ha disdettato il contratto del 2008 sfidando i furori della Cgil.

    Per molti mesi la Confindustria ha vissuto con due contratti nazionali, uno nuovo firmato da Cisl, Uil e altri liberi sindacati, e uno vecchio in cui rimaneva la firma della Cgil, che non aveva sottoscritto il nuovo. Come si spiega questo anomalo comportamento di Emma Marcegaglia presidente di Confindustria, fautrice e promotrice del nuovo contratto? Forse la minoranza di Confindustria costituita ha più potere reale di quelli che siano i suoi numeri. Forse i voti non si contano, ma si pesano e ci sono alcuni voti che pesano di più. Non è la Spectre o la P4 ma c’è qualcuno che conta di più. E, guarda caso, gli articoli contro il gruppo industriale Marcegaglia, in cui lo si accusa di vari reati, con la cultura del sospetto sono venuti dai giornali di sinistra perché la presidente della Confindustria sostenendo la linea della contrattazione decentrata, a cui è contraria la Cgil, che è un bacino di voti della sinistra, era considerata berlusconiana, peccato gravissimo. Nessuno ha accusato questi giornali di dossieraggio né li ha intercettati. Il Giornale che si è limitato a ripubblicare questi articoli è stato accusato di dossieraggio ed è stato infangato, mediante l’uso di intercettazioni telefoniche tolte dal loro contesto e rese possibili solo dal fatto che in Italia questa materia non è regolata con criteri di Stato di diritto, ma con quelli di uno Stato inquisitorio. Le lobbies, le interferenze delle concentrazioni di potere economico su quello politico e sull’economia esistono in ogni democrazia. Ma la libertà di stampa, il divieto di abuso delle intercettazioni, le regole di apertura dell’economia alla sfida dei mercati, senza le stampelle dello Stato a spese dei cittadini, sono rimedi necessari per ridurre questi abusi e collusioni e il condizionamento dei poteri impropri su quelli propri.