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IL SIGNOR FINI IN TULLIANI HA PIAZZATO IN RAI LA SUCOERA E ORA VUOLE CACCIARE I PARTITI

Pubblicato il 8 ottobre, 2010 in Costume, Politica | No Comments »

di Giancarlo Perna

Dicono i criminologi che è tipico del colpevole aggirarsi sul luogo del delitto. Il detto si attaglia perfettamente a Gianfranco Fini. Se almeno stesse zitto non ce ne saremmo accorti. Invece è da mesi il presidente della Camera che più parla a vanvera della storia repubblicana, per darsi ogni volta la zappa sui piedi.
Ieri, intervistato da Michele Santoro ad Annozero ha avuto l’impudenza di concionare sulla Rai. Col solito cipiglio del moralizzatore in servizio permanente ha detto che i partiti non devono più metterci becco e che la tv pubblica va privatizzata. Ha aggiunto che il suo partito, Futuro e Libertà, presenterà provvedimenti per raggiungere l’obiettivo. A parte che se ne parla da decenni senza fare niente, che ora sia lui a riesumare l’argomento mostra la sua inguaribile facciatosta.
Fini ha rimpinzato la Rai di uomini suoi e li ha spremuti come limoni per ottenere quello che gli fa comodo. Le cronache degli ultimi mesi sono piene dei suoi pesanti interventi per favorire il parentado acquisito dei Tulliani. La suocera, una casalinga che profittando della liaison tra Gianfry e la figlia si è trasformata in produttrice tv, ha ottenuto un contratto milionario. Il cognatino Giancarlo, quello dell’appartamento di Montecarlo, ha intrigato per oltre un anno cercando prebende radiotelevisive. Ha bussato a tutte le porte dei finiani in Rai, al motto: «Mi manda Gianfranco di cui sono il plenipotenziario per le faccende radiotelevisive». Ha rotto le scatole con arroganza e preteso l’impossibile. Finché, stufi di vederselo tra i piedi, anche i radiofonici legati da stretta amicizia con Fini lo hanno mandato a farsi benedire. Così, vista l’insaziabilità dei Tulliani e l’incapacità di Gianfry di tenerli a freno, il presidente della Camera ha perso tutti gli appoggi che aveva in Viale Mazzini. Tanto che il contratto con la suocera, già siglato, è stato annullato e il cognatino intrufolone espulso dagli studi tv come persona non grata.
Uno che ha alle spalle una simile indecenza familista, dovrebbe perlomeno mettersi un tappo in bocca prima di profferire parola in tema di audiovisivi. Fini invece, malamente cacciato dalla Rai per via del parentame, ha ora l’ardire di ergersi a riformatore della stessa. Con quale credibilità, siano i lettori a giudicare. Sta di fatto che la sua uscita ad Annozero è stata accolta da oceanici sberleffi.
Oceanici ma non universali. La sinistra infatti – e gli antiberlusconiani in genere – gli tengono bordone. La vicenda di Montecarlo è esemplare. Ormai si sa tutto. E non è davvero una bella storia. In sintesi, Fini, affidatario di un bene del partito, lo ha fatto incamerare ai Tulliani a un prezzo cinque volte inferiore a quello di mercato. An si è depauperata, i parenti si sono arricchiti. Ma poiché la sinistra fa orecchie da mercante, Fini si sente a sua volta autorizzato a fare lo gnorri. Una cosa evidente e conclusa, sembra ancora aperta e da provare.
Con la storia di Montecarlo, Fini ha definitivamente perso la faccia. Lo sanno tutti, compresa la sinistra che ormai lo tiene in ostaggio. È per questo che Gianfy è costretto ogni giorno ad alzare il tiro contro gli ex alleati del centrodestra. Finché si mostrerà il nemico numero uno del Cav, i cattocomunisti lo grazieranno. È il suo viatico e la sola ancora di salvezza. Ecco perché non potrà mai riconciliarsi col suo antico mondo e ogni tentativo di accordarsi con lui è destinato al fallimento. In caso contrario, i primi a sbranarlo sarebbero gli attuali falsi amici che lo condannerebbero alla – già adesso più che meritata – damnatio memoriae.

Fa però cascare le braccia che, pur sapendosi in bilico, Fini mostri una così sfrontata faccia di tolla. Ricordate il suo monologo on line di due settimane fa? Era sepolto dalla massa di rivelazioni sulla casa monegasca e con le spalle al muro. Aveva un solo modo dignitoso di uscirne: scusarsi. Meglio con qualche lacrima e le dimissioni immediate. Invece, non solo non le ha date rinviandole alla prova definitiva – che in realtà già c’era – dello scippo cognatesco ma si è messo addirittura a catoneggiare. Ha parlato di «campagna ossessiva», ha fantasticato di «dossieraggio» ai suoi danni, si è autoproclamato solo politico mai sfiorato da sospetti, proprio mentre ne era al centro, e dei più infamanti. Per poi aggiungere – lo ricordo perché valutiate l’impudicizia di cui è capace – che l’accusa sulla casa era una ripicca per le sue virtù. Testuale: «A qualcuno (il Berlusca, ovvio, ndr) dà fastidio che da destra si parli di cultura della legalità, di leggi uguali per tutti, di riforma della giustizia che serve ai cittadini e non per risolvere problemi personali». L’insieme condito da sprizzi di odio per «il giornale della famiglia Berlusconi», come se gli intrallazzi del cognatino fossero colpa del Giornale e non del suo irresponsabile nepotismo.
Ed è appunto questo impancarsi predicatorio, mentre arranca nel fango, che più indispone della debole personalità finiana. Non rispondere mai dei propri peccati, facendosi scudo di quelli altrui, è tipico di chi fa politica al solo scopo di conservare il cadreghino. Esattamente come il ladro, che avendola fatta franca, torna sul luogo del furto per assaporare sorridente l’impunità.

PERQUISIZIONE AL GIORNALE: UNO STUPRO GIUDIZIARIO A SPESE DEL CONTRIBUENTE

Pubblicato il 8 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

Una ventina di carabinieri spediti da Napoli a Milano, Roma e Como per cercare articoli sul presidente degli industriali Emma Marcegaglia. È la prova che le procure non sono in bolletta come sostengono i magistrati. I soldi evidentemente ci sono, è da vedere se vengono usati bene. Il blitz è scattato all’alba, nelle case private, negli uffici miei e del collega Porro. Il mandato del pm Woodcock era di quelli che si riservano a pericolosi criminali. Le perquisizioni dovevano essere complete, in tutti gli ambienti, non esclusi garage e automobili. Non solo. L’ordine era anche quello di procedere a perquisizioni personali perché non si sa mai che voluminosi dossier venissero nascosti alle sette del mattino dentro le mutande, nel taschino della giacca o nel portafogli che ho dovuto consegnare ai militari insieme con le ricevute del ristorante, ai soldi contanti, al libretto degli assegni e mi fermo qui perché l’elenco è lungo. Anzi no. Ho dovuto spiegare il senso di appunti, lettere personali, bollette e documenti riservati inerenti la vita dell’azienda, mentre un perito della procura smontava fisicamente i miei computer per curiosare elettronicamente tra la mia corrispondenza.

È vero che chi non ha nulla da temere nulla teme, ma lo stupro giudiziario resta comunque antipatico. Ho chiesto a quale titolo tutto ciò accadesse. Non hanno saputo rispondermi. Nell’ordinanza di perquisizione mi si cita una volta, come autore di un articolo pubblicato il 16 settembre su Emma Marcegaglia. È vero, l’ho scritto, e pubblicato con grande evidenza in prima pagina. Il giorno prima la presidente di Confindustria ci aveva attaccato pubblicamente, dichiarando a un convegno che era l’ora di smetterla con l’inchiesta sulla casa di Montecarlo, della quale – disse – non gliene frega niente a nessuno. Essendo leggermente affari miei, risposi per le rime. Argomentai che un sondaggio trasmesso da Ballarò sosteneva che oltre il cinquanta per cento degli italiani era fortemente interessato alla vicenda e voleva sapere tutta la verità. Scrissi che non avrei tenuto in considerazione l’autorevole invito e che avrei continuato per la mia strada.

Tutto qui, non un rigo di più. Non ho mai fatto o ricevuto telefonate e messaggini dal segretario della Marcegaglia né con nessun altro. Non sono più tornato, direttamente o indirettamente sull’argomento, dopo quel giorno, non un rigo è stato scritto sulla presidentessa. Insomma, sono stato indagato, umiliato e diffamato per aver scritto in difesa della mia libertà di pubblicare articoli sul caso Montecarlo, e l’ho concordato con Vittorio Feltri e nessun altro. Credo di essere il primo direttore a essere messo sotto accusa per un editoriale, cioè per un’idea.

Non a caso ieri i carabinieri non hanno sequestrato nulla. Io ho scritto una opinione, loro cercavano dossier, carte segrete o chissà cosa. Non hanno trovato nulla, non solo perché non c’è nulla da trovare ma perché in un giornale non circolano dossier, semmai, a volte, notizie, che è altra cosa. Quest’ultime è facile trovarle: sono stampate tutti i giorni in centinaia di migliaia di copie e offerte ai lettori. Mi piacerebbe, questo sì, averne di più.

A proposito di questo, trovo che ci siano due coincidenze sospette. La prima: il 24 settembre questo giornale ha pubblicato un interessante articolo del collega Giancarlo Perna sul pm Woodcock. Era il giorno dell’assoluzione, per non aver commesso il fatto, di Vittorio Emanuele di Savoia, arrestato e buttato in carcere dal magistrato in questione anni prima. Perna segnalava come si trattasse, statisticamente parlando, dell’ennesimo buco nell’acqua, sulla pelle di innocenti, del famoso pm acchiappa vip. Woodcock evidentemente non deve aver gradito, così come probabilmente si è irritato quando domenica scorsa ho scritto un articolo sul fatto che al Giornale eravamo certi di avere i telefoni sotto controllo da parte di due procure, una del Nord e una del Sud. L’ho fatto perché quando noi sappiamo una notizia non la teniamo nei cassetti, non la usiamo per strani giochi, semplicemente la pubblichiamo. Immagino il disappunto del pm: ma come, loro sanno che li sto intercettando e lo scrivono pure? Adesso glielo faccio vedere io chi sono, a quello gli levo anche le mutande. Detto e fatto. Sono sempre più convinto che quando Berlusconi dice che ci vorrebbe una commissione parlamentare d’inchiesta su come funziona la giustizia in Italia non abbia poi tutti i torti.

….No, Berlusconi non ha tutti i torti, ha tutte le ragioni del mondo!

LE ULTIME SULLA CASA DI MONTECARLO

Pubblicato il 8 ottobre, 2010 in Politica | 1 Comment »

Franco Bechis per “Libero

Fini fotografato con il cognato

Se fosse stato celebrato un processo indiziario sulla proprietà della casa di Montecarlo, non ci sarebbe bisogno di grandi carte provenienti dai paradisi fiscali: qualsiasi tribunale italiano avrebbe sentenziato che quella casa è di Giancarlo Tulliani. Ci sono state condanne per omicidio in presenza di indizi assai meno forti di quelli che hanno già messo spalle al muro il cognato di Gianfranco Fini. Primo indizio, schiacciante: sul luogo del delitto, a Montecarlo, c’è lui e non altri.

Secondo indizio, non meno forte: la tecnica del delitto è stata suggerita proprio dal giovane Tulliani. È stato Gianfranco Fini infatti ad ammettere ufficialmente di avere venduto quella casa a una società che aveva trovato proprio il cognato. Altri indizi: dicono che sia sua il ministro della Giustizia dell’isola di Santa Lucia, l’amministratore della società proprietaria Timara in una e-mail inviata ai primi di agosto, l’impresa che ha fatto i lavori di ristrutturazione dell’appartamento, i dipendenti di un mobilificio che hanno venduto una cucina finita nel principato di Monaco, e perfino i vicini di casa.

la casa di Montecarlo

C’è bisogno di una ulteriore prova? Forse della confessione, ma lì è inutile sperare. Certo – giusto per fare un esempio fra i tanti – Anna Maria Franzoni è stata condannata per omicidio del figlio in presenza di meno indizi forti di questi. L’esempio serve solo a fare capire cosa è un processo indiziario. Naturalmente Tulliani non è accusato di alcun omicidio: solo di avere graziosamente ricevuto dal partito del cognato presidente della Camera un appartamento (necessario a ottenere la residenza all’estero) a un prezzo di assoluto favore. Ma attenzione: si tratta di grande favore, come direbbero i matrimonialisti «rato e solo in parte consumato».

Piantina di Montecarloe la  casa abitata da Tulliani dal Corriere dell Sera

Solo in parte, perché Tulliani lì abita e probabilmente ha anche la proprietà della casa. Ma il vero vantaggio rischia di arrivare ora, con la scusa di obbedire al presunto diktat di Fini al cognato: «lascia quella casa!». Secondo gli abitanti dell’ormai celebre palazzo al 14 di Boulevard Princesse Charlotte negli ultimi giorni un agente immobiliare è venuto a fare visitare a presunti compratori quella casa che la contessa Anna Maria Colleoni lasciò in eredità ad Alleanza nazionale «per la buona battaglia».

Se questo atto fosse davvero compiuto, allora sì che si rischierebbe di vedere consumato fino in fondo il reato. Perché chi ha acquistato a 300-330 mila euro oggi potrebbe vendere nella peggiore delle ipotesi a un milione di euro in più. Ma forse anche guadagnandoci un milione e mezzo di euro. Somma che per il codice penale italiano sicuramente costituirebbe un illecito arricchimento indipendentemente da chi sia il proprietario della Timara Ltd.

Il caso però diventerebbe assai più grave dopo la vendita se il proprietario – come tutti gli indizi dicono – fosse proprio Tulliani. Perché quel milione-milione e mezzo di plusvalenza sarebbe stato sottratto ad Alleanza Nazionale per finire nelle tasche della famiglia Tulliani, cui è legato Fini da un sicuro vincolo sentimentale (non giuridico, visto che il presidente della Camera risulta ancora sposato con Daniela di Sotto). Quella vendita oggi farebbe ancora diventare più grave una vicenda su cui si sono addensate troppe ombre.

Con un’inchiesta in corso, che c’è davanti alla procura della Repubblica di Roma con l’ipotesi di truffa, si tratterebbe di sottrazione dell’oggetto del presunto reato. E in ogni caso quella casa o quella plusvalenza dovrebbe prendere una sola strada possibile: quella della tesoreria di Alleanza Nazionale, a cui la somma è stata sottratta colpevolmente o dolosamente. Di Alleanza Nazionale. Non del nuovo partito che stanno per fondare alcuni ex aderenti

VITTORIA ANNUNCIATA DEI REALISTI, di Mario Sechi

Pubblicato il 7 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

Silvio Berlusconi Fatta la guerra, scoppia la pace. Chi ha sentito ieri Silvio Berlusconi illustrare il suo piano per andare avanti, proseguire la legislatura, e puntare al 2013, probabilmente penserà di aver sognato per tutta l’estate. Che ne è della lotta fratricida fra Silvio e Gianfranco? Della casa di Montecarlo del cognato in affitto? Delle accuse futuriste contro il partito azienda e il satrapo di Arcore? Che fine hanno fatto le pirotecniche esternazioni di un Filippo Rossi qualsiasi, gli assalti alla Granata bianca, le puntigliose e fantasiose ricostruzioni da spy story di un maestro della fiction come Italo Bocchino? E il Cav furente, quello che ora basta si va alle elezioni dov’è? Tranquilli, qualche mese fa non avete assunto nessuna sostanza stupefacente, era tutto vero, ma la politica è fantastica proprio per questo: le sue vie sono (quasi) infinite come quelle del Signore e non finisce mai di stupirci.

Le elezioni? Roba archiviata. O meglio, tenuta nel cassetto come una pistola d’ordinanza, la colt di certi sceriffi che sembrano sonnacchiosi ma in realtà sono più svegli che mai. L’avevo detto e scritto in tutte le maniere, naturalmente quelli che la sanno sempre lunga, mi avevano preso per matto. Quando, qualche sera fa, durante un dibattito televisivo dicevo ai miei interlocutori che non avrei mai scommesso a breve sulle elezioni, mi guardavano come un extraterrestre, uno sprovveduto marzianetto al quale bisognava insegnare le cose grandi della politica. E invece toh! Tra i due litiganti c’è un armistizio di ferro dettato dall’ingrediente che il sottoscritto quando si occupa di politica non dimentica mai di mettere nel conto: la paura. Quella che i giornaloni non mettono mai sul piatto della bilancia perché non provano a mettersi nella testa di chi fa politica, ma provano essi stessi a far politica. Così quasi sempre si arriva a un solo risultato: si scambiano i propri desideri per fatti veri, le proprie aspirazioni per incontestabili realtà, le proprie psicosi per nemici da abbattere o sprovveduti da elevare a statisti. Fini e Berlusconi, in realtà, sono costretti a camminare ancora insieme. Che a loro piaccia o meno le elezioni rappresentano per entrambi un rischio troppo grande. Il Cavaliere ha il dovere di governare, e il voto è l’ultima ratio di fronte a una crisi.
Fini può fare tutti i partiti che vuole, anche quelli futuristi e immaginari, ma alla fine non sapendo quanto vale realmente deve solo prendere atto che la sua forza è anche la sua debolezza, cioè il fatto che neppure lui lo ha mai pesato elettoralmente. Fini già nel 1999, come ricordavo ieri provò il colpaccio nei confronti del Cav mettendo in pista un Elefantino celebrato dai giornali come l’arma finale contro l’allora Forza Italia e invece rivelatosi il classico topolino in mezzo ai titani. Qualcuno dirà che questo è un momento diverso, che il Cavaliere è spompato, è vecchio, privo di quel mordente e di quella fantasia che l’hanno reso un incubo per i suoi avversari. Questa storia l’ho già sentita, la sostengono un sacco di amici che conosco ma nessuno di loro ha ancora capito che il berlusconismo è preesistente a Berlusconi e finchè non ci sarà un altro cavaliere quell’elettorato, quel popolo, quel tipo italiano non voterà mai né la sinistra, né una finta destra e, men che meno, un terzo polo o centrino costruito a tavolino. L’era Berlusconi finirà quando lo decideranno gli elettori non il salotto, la terrazza, il boudoir, l’establishment e tutta quella paccottiglia polverosa che non accetta mai la sovranità del popolo.
Berlusconi, ovviamente ha dei limiti: 1) è anziano, questo lo sanno tutti, lui per primo. Non deve occuparsi della sua successione, a quella, ripeto, ci penseranno gli italiani, ma di continuare a governare (bene) e costruire un partito solido come sua eredità politica; 2) Deve ricostruire e variare la sua rete di alleanze. Non solo quelle partitiche, ma anche quelle nella società civile, nell’industria, nelle categorie, nel popolo, un po’ dimenticato, delle partite Iva che chiede un fisco dal volto umano. 3) Deve fare le riforme. Non una roboante serie di leggi, ma due o tre provvedimenti che restino scolpiti nella memoria: riequilibrare il rapporto tra politica e giustizia, ristabilendo il primato del parlamento sulla magistratura; riformare il fisco gradualmente e combattere l’evasione. 4) Pompare una vera e propria montagna di denaro nella scuola, nell’università e nella ricerca. Quest’ultimo punto viene prima di tutti gli altri perché se Berlusconi vuole essere ricordato da chi oggi ha vent’anni e da quei genitori che ne hanno quaranta, deve assicurare un futuro ai giovani e a questo Paese. Tre anni sono sufficienti per fare molte cose. Tutte tranne una, quella che gli italiani oggi non capirebbero: le elezioni. Ora mettetevi a lavorare.

BERLUSCONI E BOSSI, SFIDA A FINI, di Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale

Pubblicato il 7 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

Questo che pubblichiamo è l’editoriale di questa mattina del direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti. Ciò non solo per il suo contenuto, che condividiamo,  ma per esprimere così la nostra solidarietà sia a Sallusti che al vicedirettore Nicola Porro nei cui confronti così come nei confronti del Giornale in queste ore è scattata una incredibile azione perquisitoria da parte della procura di Napoli per presunto concorso nel reato di violenza privata nei confronti della presidente di Confindustria Emma Mercegaglia. Secondo quantio sinora si è appreso,  il direttore e il vicedirettore del Giornale avrebbero “avuto in animo” di avviare una azione di dossieraggio per indurre la Mercegaglia a non attaccare più il governo. E’ una accusa, per un  verso ridicola e per altro verso grottesca  che ha sapore di Santa Inquisizione, peggio ancora di regime stalinista,  quando criticare qualcuno poteva costare la condanna a morte e ne sanno qualcosa le migliaia e migliaia di comunisti di tutto il mondo assassinati spietatamente dalla polizia segreta di Stalin per punirli delle loro opinioni differenti da quelle del capo. Basta citarne uno solo, il più illustre,Lev Trotsky, assassinato a picconate a Città del Messico, nel 1940 da un sicario di Stalin.

L’azione giudiziaria, come abbiamo detto, è partita dalla procura  Napoli che aveva anche disposto le intercettazioni in capo a Sallusti e a Porro che quindi avevano ragione a denunciarlo nei giorni scorsi.   Tra i pm che le hanno ordinato e hanno poi disposto le perquisizioni nelle abitazionmi private dei giornalisti e nella sede de Il Giornale, quasi si trattasse di mafiosi, c’è il solito pm Woodcock. Si, proprio lui, il pm che ha avviato da Potenza (sic!) centinaia di processi, ha arrestato centinaia di persone,  per la quasi totalità dei casi finiti nel nulla. L’ultimo, il caso di Vittorio Emanuele di Savoia. Arrestato come un qualsiais malfattore, trascinato per 100o chilometri in una punto sovraccarica  da Como a Potenza, sbattuto in una cella comune per diversi giorni, assolto prima a Como e poi a Roma, solo pochi giorni fa, perchè il fatto non sussiste.PERCHE’ IL FATTO NON SUSSISTE. Ebbene, dopo l’ennesima dimostrazione della supeficialità delle azioni penali condotte  da questo PM, pensavamo che l’organo di autogovenro della Magistratura, sempre pronto ad aprire “tavoli” di censura nei confronti di Berlusconi avesse preso l’inziativa di assumere i necessari provvedimenti per impedire a Woodcock di provocare altri gravi danni in capo a persone per bene, addirittura in danno di giornalisti che esprimono opinioni,e come nel caso di Sallusti e di Porro anche estremamente critiche nei confronti di chiunque e che sino a prova contraria non è reato. Ovviamente, come ha dichiarato l’on. Cicchitto, presidente dei parlamentari del PDL, attendiamo di vedere le voci che si alzeranno a tutela del diritto di critica dei giornalisti in nome del “no al bavaglio”, tanto sbandierato nel recente passato. In particolare attendiamo di leggere quanto dirà, se lo dirà, il presidente della Camera che quando si discuteva della legge sulle intercettazioni derideva il progetto di legge perchè “la stampa non è mai troppo libera”. Chissà se ciò vale anche per Sallusti, per Porro e per il Giornale. Intanto a loro va la nostra solidarietà, che essendo sincera, vale più, molto di più,  di quella di Fini. g.

L’EDITORIALE DI ALLESSANDRO SALLUSTI

A pochi centimetri dal precipizio prevale la paura del vuoto. Sotto ci sono le elezioni anticipate e nessuno pare avere voglia di buttarsi senza un paracadute più che sicuro. Così nel giro di poche ore l’aria cambia direzione, i toni si attenuano, gli eserciti restano schierati ma i fucili si abbassano. Per il momento l’apparente tregua dentro la maggioranza, dopo giorni di polemiche al calor bianco, sembra più tattica che strategica. Fini non è ancora pronto ad andare a contarsi nelle urne, non si fida di sondaggi che ancora risentono dell’effetto visibilità, né può farsi sponda di un governo tecnico, Napolitano permettendo, per fare una riforma elettorale sulla quale non c’è il minimo accordo con gli eventuali compagni di viaggio. Dal Pd a Di Pietro, da Vendola a Casini, ognuno vorrebbe sì cambiare le regole per neutralizzare Berlusconi ma le ricette sono troppe e in conflitto tra loro. Meglio traccheggiare ancora un po’. Il premier ne ha subito approfittato giocando di rimessa. Ieri ha annunciato che già oggi si parte con le riforme, anzi dalla mamma di tutte le riforme, quella del federalismo fiscale, da approvare entro sessanta giorni.

La mossa rimescola non poco le carte della già confusa partita. Chiedendo di approvare subito il federalismo, Berlusconi ottiene più di un risultato. Primo: lega a sé Bossi in maniera indissolubile. Secondo: sposta il contendere dallo scivoloso campo della giustizia a quello delle tasse e dei costi dei servizi, tema assai più popolare e comprensibile dagli elettori. Terzo: mette Fini davanti alla scelta più difficile e per lui pericolosa. Da una parte, infatti, Fini ha sottoscritto il «sì» al federalismo sia nel programma elettorale che votando la recente fiducia al governo. Ma, dall’altra, è noto che il Fli vede proprio questa riforma come fumo negli occhi, perché contraria alla sua indole statalista e centralista e perché vararla sarebbe il più grande dei regali al suo nemico giurato Umberto Bossi.
Se Fini vorrà fare cadere il governo, quindi, ora dovrà farlo su un fatto concreto, che nulla ha a che vedere con presunti conflitti di interesse del premier o col vittimismo della magistratura. Il testo che oggi il governo consegnerà alla Camera non è previsto che sia modificato più di tanto. E il fatto che Tremonti ieri si sia presentato al fianco di Berlusconi nella conferenza stampa dell’annuncio è letto come un via libera definitivo al progetto anche da parte dell’uomo dei conti, senza la benedizione del quale nessuna legge di spesa può andare in porto.
Il timing della crisi di governo si allunga quindi di sessanta giorni, termine entro il quale il Parlamento deve trasformare il decreto in legge dello Stato. Se i finiani non daranno il loro appoggio la conseguenza è già scritta: si va a votare e sarà chiaro a tutti per colpa di chi. Nel frattempo le colombe sono già al lavoro per tentare di indorare la pillola, con concessioni formali e sostanziali. Le prime riguardano il riconoscimento del nuovo soggetto politico Fli, le seconde ieri hanno preso forma nella conferma dei presidenti di commissione, compresa la Bongiorno alla giustizia.
Se tutto ciò non è esattamente una schiarita, certo il clima generale dentro il palazzo sembra indicare una tregua nella burrasca. Che invece continua per le strade. L’assalto di estremisti del sindacato rosso contro le sedi della moderata Cisl non è un buon segno. Qualcuno sta soffiando sul fuoco per aizzare gli animi e impedire le riforme che servono al mercato del lavoro e al Paese intero. Meglio che la politica riprenda il pieno controllo velocemente prima che sia troppo tardi.

L’ORGOGLIO DI ESSERE E DI DIRSI “DI DESTRA”

Pubblicato il 6 ottobre, 2010 in Cultura, Politica, Storia | No Comments »

di Marcello Veneziani

Che schifo, è di destra. Sono pochi a definirsi di destra ma il disprezzo per la destra è ancora forte, nota Giuliano Ferrara. Lo sappiamo, lo sappiamo. Questa legge del disprezzo vige in tutto l’Occidente, nota Ferrara; ma in Italia ancor di più. Tre cose da noi conducono al disprezzo o alla morte civile: avere opinioni contrarie al politicamente corretto e magari in sintonia con il buon senso comune, preferendo i valori tradizionali, civili e religiosi; avere un giudizio diverso sul fascismo e sull’antifascismo, ma anche sul comunismo, rispetto al canone dominante; preferire Berlusconi ai suoi avversari o ex alleati. Quest’ultima pesa di più di tutte, anche se è la meno legata ad un’identità di destra e la più contingente. Si veda, a conferma, il caso Fini&finiani: il loro recente neofascismo viene ripulito dal loro neo-antiberlusconismo. Se il fascismo è il male assoluto, il berlusconismo è il male due volte assoluto, oltre che dissoluto.
Il disprezzo verso la destra si articola in due modi: è gridato se il personaggio è più esposto in vetrina, è al potere o è più grossolano; è taciuto, per simulare la sua inesistenza, se il personaggio è meno vistoso e più sobrio, e magari pure colto. Il primo è manganellato, il secondo è cancellato.
Nonostante il livore aggiuntivo verso chi tradisce la sinistra, il disprezzo verso gli ex è dimezzato: penso a Oriana Fallaci, a Pansa, allo stesso Ferrara. Con loro c’è un minimo di colloquio, si possono citare. Gli altri no, damnatio memoriae anche da vivi: sepoltura in piena attività o vituperio urlato a mezzo stampa. Nel caso della destra grossolana che commette vistose gaffe, ci sono episodi grotteschi. Prendete Ciarrapico: socio in affari per anni della sinistra editoriale, viene ora massacrato per un’infelice battuta e ribollato come fascistone. Vorrei ricordare una cosa: quando la sinistra tifava per gli arabi e i palestinesi contro Israele, il grossolano Ciarrapico pubblicava in difesa d’Israele un libro del leader ebreo Begin La rivolta e fu Israele. Che volete, le battute valgono più delle opere. Ma torniamo al tema serio.
Chi da destra denuncia il disprezzo viene accusato anche dai cosìddetti terzisti di vittimismo. Prendi le botte e zitto, non far la vittima. Mazziato e cornuto.
Il disprezzo verso la destra è cagionato da tre agenti: una sinistra settaria e velenosa che propaga ribrezzo etnico, antropologico, per quelli di destra; l’inevitabile presenza a destra di personaggi screditati, ma questo accade quando si è in tanti e quando si va al governo; e il complice, connivente, disprezzino dei cosiddetti indipendenti, terzisti veri e presunti, a volte persino centrodestrorsi vaghi, snob o vigliacchetti. È lì che nasce la barriera del disprezzo. I suddetti a volte usano il disprezzino verso la destra come alibi per poter poi criticare la sinistra, facendosi così una polizza contro rischi. Ci sono ballerini in punta di piedi che bilanciano ogni critica a sinistra con uno sputino gentile a destra, per mostrare che loro sono in perfetto equilibrio, personcine ammodo. Per la destra colta si adeguano alla legge non scritta del potere intellettuale: morte civile. Dei tre agenti di disprezzo, questo è forse il più nocivo.
Potrei ancora aggiungere che dire destra, in effetti, è dire poco: le destre sono tante e spesso tra loro si detestano o s’ignorano. Le destre presunte o implicite sono assai più di quelle che si dichiarano tali. Ci sono almeno tre destre: la destra liberale, un po’ conservatrice sul piano dei valori, liberista in economia, anticomunista e garantista; la destra della tradizione, con significative varianti cattoliche o ribelli; la nuova destra, sociale e comunitaria, critica verso il dominio del mercato e il modello consumista. Il tratto comune delle destre è oggi il richiamo alla sovranità popolare, la preferenza per una democrazia decisionista e un amor patrio territoriale e reale piuttosto che il patriottismo costituzionale. Fini sta alla destra come la posa dell’orzo sta al caffè.

Tre destre hard ribollono nei fondali del basic instinct: la destra reazionaria, rivolta al rimpianto del passato remoto; la destra neofascista, nostalgica del passato novecentesco; la destra autoritaria, che esige legge e ordine e a casa gli immigrati. L’operazione mediatica del disprezzo riduce le destre presenti a quelle hard: sarebbe come ridurre la sinistra presente a brigate rosse, stalinismo e mao-polpottismo. Il basic istinct è sempre feroce, e cova a destra come a sinistra. Ma se fai paragoni, ti dicono che soffri di nevrosi.
Sul piano dei fatti resta vero che, alla fine, la cosiddetta destra ha commesso meno errori in campo e in teoria della cosiddetta sinistra, ha saputo cogliere meglio la realtà e dar voce ai popoli, ha più aiutato lo sviluppo ed è stata più efficace, ha saputo meglio temperare libertà e tradizione, libertà e sicurezza, e ha meno vessato, perseguitato, oppresso i cittadini. E la destra culturale si è resa meno complice di intolleranze, totalitarismi vigenti e pericolose utopie, rispetto alla sinistra culturale. La destra ha generato sicuramente meno intellettuali, ma ha prodotto meno cattivi maestri e più grandi maestri (che sono rarità ma svettano nel Novecento).
So che dire destra significa poco e produce troppi malintesi, e io parlo di destra come di una definizione che riguarda più il mio passato che il presente e il futuro. Ma davanti al disprezzo ideologico e razziale verso chi è di destra, lasciate che vi esorti alla sobria fierezza di essere e dirsi di destra.

……….Marcello Veneziani è uno dei pochi intellettuali “di destra” che rivendica orgogliosamente di esserlo. Ed è uno dei pochi intellettuali “di destra” che non strizza l’occhio a sinistra per cercare complicità e compiacimenti. Meno male che c’è Veneziani, altrimenti la destra intellettuale sarebbe ridotta ai supporter di Fini che si dicono di destra parlando il peggior linguaggio della sinistra più vetera e massimalista. Quasi a confine con le Brigare Rosse, ovviamente avendo come nemico non le mitraglie ma solo Berlusconi. g.

MONTECARLO, IL VICINO DI CASA HA VISTO LA TULLIANI DIRIGERE I LAVORI

Pubblicato il 6 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

Scoop ieri sera a Porta a Porta. Bruno Vespa ha mandato in onda un servizio da Montecarlo nel quale l’inviata di Vespa è entrata nell’appartamento attiguo a quello abitato dal cognato di Fini ed ha intervistato il proprietario, subito dopo ha intervistato il costruttiore edile contattato da Tulliani. Nella ricostruzioe del Giornale ecco la sintesi delle due interviste che non lascia scampo a Fini: la sua comapagna sarebbe stata vista nell’appartamento dirigere i lavori e avrebbe dato le indicazioni al costruttore sui lavori a farsi (a Porta a Porta era presente il fidato Bocchino, palpabile il suo imbarazzo).

di Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica

L’ennesima testimonianza poco conforme alle risposte di Gianfranco Fini e dei suoi familiari sull’affaire immobiliare monegasco arriva direttamente dal Principato, e va in onda nel salotto di Bruno Vespa. Le telecamere di Porta a Porta intervistano, a Montecarlo, un inquilino del «Palais Milton», l’edificio al 14 di boulevard Princesse Charlotte dove, al piano terra, abita il «cognato» di Fini, Giancarlo Tulliani. Il suo vicino è Fabrizio Torta, che spiega: «L’appartamento di Tulliani è identico al mio, 60-70 mq». Poi, Torta racconta ciò che ha visto nell’appartamento al rez de chaussée (piano terra), dove fervevano i lavori di ristrutturazione affidati alla ditta «Tecabat» di Rino Terrana. Via-vai di operai. Polvere. Martelli e trapani che addirittura procurano danni alla sua proprietà. E una «bella donna»: «Mesi fa vidi una signora bionda, estremamente appariscente, occuparsi della ristrutturazione. Dai giornali scoprii poi che era la compagna del presidente Fini».
Un riscontro ulteriore alle altre testimonianze che il Giornale aveva raccolto nel Principato nei mesi scorsi. L’altro «compagno di pianerottolo» di casa Tulliani, Giorgio Mereto, per citare un esempio. L’uomo, che a Palais Milton ha un ufficio confinante col terrazzo di quella casa, aveva raccontato di aver visto per le scale sia Fini che una signora bionda, identificata con Elisabetta dopo averne visto la foto su internet.
Il dettaglio della presenza di Elisabetta nella casa mentre il cantiere era in piena attività, se confermato, non è certo di poco conto. Come è noto, il suo compagno Gianfranco Fini ha sempre negato di aver saputo alcunché di quell’appartamento al di fuori della prima compravendita, «procacciata» dal «cognato» Giancarlo Tulliani. E di aver saputo solo tempo dopo, proprio da Elisabetta e con «sorpresa e disappunto», che il giovane Giancarlo ci fosse andato ad abitare. Ma non è tutto. Sempre nella puntata di Porta a Porta andata in onda ieri sera, un altro dei testimoni scovati dal Giornale, il noto costruttore italiano Luciano Garzelli (a cui si era rivolto l’ambasciatore Mistretta quando Tulliani gli aveva chiesto nomi di imprese per ristrutturare la casa) ha confermato il ruolo di Elisabetta: «Anche gli operai sul cantiere la videro più volte mentre assisteva ai lavori». Era lei, a quanto dice il titolare del colosso monegasco delle costruzioni Engeco, che coordinava e seguiva l’andamento dei lavori nell’appartamento occupato – all’insaputa di Fini – dal fratellino: «Mi telefonò parecchie volte, anche se non ci siamo mai conosciuti di persona», aggiunge Garzelli. Telefonate che si sommano a una serie di e-mail di un architetto romano di fiducia della compagna del presidente della Camera, nelle quali il professionista, sempre per conto di Elisabetta, chiedeva di intervenire per eliminare tramezzi e ampliare stanze. Prima ancora di parlare con Porta a Porta, già al Giornale, Garzelli non era stato avaro di dettagli, spiegando che le prime e-mail risalivano al giugno del 2009: via libera al preventivo da parte dell’architetto della Tulliani, tranne le forniture (piastrelle, mobili, la cucina). Che i familiari di Fini hanno voluto portarsi dall’Italia. Dettaglio, come si ricorderà, confermato anche da Davide Russo, ex dipendente del centro arredi Castellucci di Roma, che a questo quotidiano raccontò che Elisabetta si occupò di acquistare gli arredi per «una casa all’estero», e che fu richiesto un trasporto particolare, non solo per i mobili ma anche per materiali da costruzione. Ancora un nuovo tassello che sembra trovare riscontro. Ancora un colpo al «non c’entriamo» dei Tullianos. E se Fini dubita del «cognato», a questo punto dovrebbe dubitare anche di «Ely». O no?

FINI: COSI’ RISCHIA UN ALTRO ELEFANTINO, di Mario Sechi

Pubblicato il 6 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

Gianfranco Fini Ci sono partiti che appaiono come meteore. E scompaiono. Altri che nascono, crescono, durano nel tempo, ma alla fine anch’essi scompaiono. La politica, come tutte le cose, ha un ciclo di vita. Nasce, muore e si rigenera secondo le sue regole. Mai uguali. Che vita avrà il nascente partito di Gianfranco Fini? Difficile fare previsioni, possiamo però cercare di capirne la genesi rileggendo il passato, guardando il presente di futuro e libertà. La storia di Fini e Alleanza nazionale è un buon punto di partenza: Gianfranco si dedica alla svolta di Fiuggi, cambia la ragione sociale del partito e spegne la fiamma almirantiana quando capisce che, crollata la Prima Repubblica sotto i colpi della magistratura (e di una politica forcaiola di cui il Movimento sociale era parte), si sta aprendo un nuovo mondo e la destra di fronte all’arrivo di Berlusconi deve cambiare abito. La mossa non fu un’idea del leader, ma nacque grazie all’opera di un gruppo di intellettuali moderati (fu il professor Domenico Fisichella con un articolo pubblicato su Il Tempo nel 1992 a tracciare il primo solco, suggerendo la creazione di un partito che andasse oltre il recinto della destra) e all’intuito politico di Pinuccio Tatarella. Fini non era convinto della svolta, ma si decise comunque a lanciare un partito in versione “reloaded”, fare un passo avanti e mettersi in scia dell’uomo di Arcore per sfruttare la velocità di Forza Italia e provare a superarlo in curva. Fini fin dal primo giorno di questa avventura ha pensato a Berlusconi come a un parvenu della politica. Pensava: Silvio prima o poi si stuferà e tornerà in televisione a fare Drive In.
Per poi lasciare ovviamente il posto a lui, un professionista della politica. Cinque anni dopo la discesa in campo di Berlusconi, Fini si ritrova al suo personale punto di partenza e con un conflitto interiore irrisolto, quello dell’eterno numero due, sempre fermo al primo giro del pretendente al trono. Il suo obiettivo non è mai stato quello di far crescere il partito, ma di diventare il leader assoluto dell’area politica attraverso un subentro al Cav più o meno forzato. Per questo i risultati elettorali di Alleanza nazionale non sono mai stati la sua vera occupazione e preoccupazione. Appena Berlusconi entra in crisi grazie anche ai colpi della magistratura, siamo alla fine degli anni Novanta, Fini si fa sotto e nel 1999 matura il primo strappo ufficiale: parte l’avventura dell’Elefantino con Mario Segni. Nello zoo della politica c’è un gigante del regno animale. Fini le prova tutte. Offre una candidatura anche a Vittorio Feltri, il direttore del Giornale a cui oggi gli piacerebbe tanto far saltare la testa. Paradossi della storia. Che punisce Fini perché il risultato elettorale delle elezioni europee al posto di un Elefantino disegna una pulce: il partito raccoglie circa 3 milioni di voti, elegge nove parlamentari europei, fa un 10,3 per cento ma l’avversario in crisi da travolgere, Forza Italia, segna sul pallottoliere oltre sette milioni e mezzo di voti e supera il 25 per cento dei consensi. L’Elefantino si schianta a terra. Fini si dimette da An (letterina respinta) e Segni si consola con un seggio in Europa.
Da questo momento Fini agisce di conserva e giostra con la tattica di Palazzo. S’inventa con Marco Follini la stagione surreale del «subgoverno» e costringe Berlusconi a far fuori il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Una brutta pagina per il centrodestra. Tremonti viene richiamato qualche mese dopo di fronte allo spettro di una finanziaria con i fogli in bianco, Berlusconi, dato da tutti per spacciato, pareggia le elezioni, Prodi prova lo stesso a governare, Fini maramaldeggia e spera ancora nel tramonto del Cav, il quale invece fiutando le elezioni e non volendosi far cucinare da An fa la svolta del predellino, s’arrampica sullo sportello di un’auto in piazza San Babila a Milano e fonda il Pdl. Fini commenterà così la sortita di Silvio: «Siamo alle comiche finali». Poi smette di ridere, apre lo sportello e sale anche lui in macchina, diventa cofondatore del partito, elegge i suoi coordinatori ma nello stesso tempo mette in piedi una metamorfosi kafkiana passando dal destrismo al futurismo. E siamo all’oggi, all’estate di Montecarlo, al «che fai mi cacci», ai probiviri, all’uscita dal Pdl, alla fondazione di un gruppo parlamentare e poi di un partito in cerca d’autore. Fini ha in mente il regicidio (metafora politica) da sempre. Il colpaccio non gli è mai riuscito e questa è davvero la sua ultima occasione. Il problema è che i partiti nati da operazioni di palazzo non hanno grande fortuna. Come nel caso dell’Elefantino, Fini tenta l’operazione alchemica in laboratorio, scommette su se stesso e un manipolo di avventurieri che insieme riescono a sostenere tutto e il contrario di tutto: dall’ecologismo antinuclearista al progressismo rock. Non conosciamo il peso elettorale dei finiani, i sondaggi sono i più fantasiosi e vari, ma a giudicare dai discorsi di quelli che non si sentono dei Granata, le elezioni le temono. Vestiranno il loro manifesto politico con i colori futuristi di Balla. Vedremo quante stagioni riusciranno a ballare.

IL TEMPO, 6 OTTOBRE 2010

….Questa l’analisi del salto nel buio di Fini e dei suoi caballeros ad opera di Mario Sechi, direttore de Il Tempo di Roma, che, lo ricordiamo, è il quotidiano che da sempre, dai tempi del suo fondatore Renato Angelillo, è il portavoce, anzi il megafono dei moderati di Roma, del Lazio, e delle altre regioni del centro Italia. Noi condividiamo questa analisi, anche sulla scorta di una antica e mai nè dimenticata, nè rinnegata esperienza. Nel 1977, più della metà dei parlamentari dell’allora MSI, sia alla Camera che al Senato, con motivazioni che francamente erano ben più consistenti di quelle di Fini, anche perchè ventanni dopo hanno costituito le ragioni d’essere della svolta aennina di Fiuggi, si staccarano dal MSI di Almirante che voleva riportarlo sulle posizioni della lotta al sistema, e fondarano Democrazia Nazionale. Gli uomini che diedero vita a Democrazia Nazionale erano il fior fiore del MSI, sia a livello nazionale che regionale. Tutto faceva sperare che ciò,  unito alle “buone ragioni”  della scissione, cioè la creazione di una Destra capace di fare politica, liberale, dopo essersi scrollata di dosso il marchio di origine, cioè il legame con il fascismo, sopratutto quello repubblichino, pur senza giungere a rinnegarlo, ma attribuendosi la stessa definizione che  Giuseppe Berto,  a veva attribuito a se stesso: afascista, e magari, perdi dirla alla finiana  europea, avrebbe consentito alla nuova formazione politica di raccogliere i consensi necessari per bilanciare a destra lo spericolato e suicida pencolare a sinistra della Democrazia Cristiana.  Le elezioni del 1979 spazzarano via queste speranze , se volete, queste illusioni. Il partito dei moderati, o per dir meglio della Destra moderata, che aveva avuto il battesimo in Parlamento con la discussione sulla Legge Reale sull’ordine pubblico,  con l’accettazione esplicita e senza ritorni in quella sede della Destra ormai Nazionale del sistema della democrazia parlamentare, racccolse poco meno dell’1% dei voti, non entrò in Parlamento e  dovevano passare  altri 15 anni perchè nel Parlamento la Destra incominciasse ad essere protagonista e non solo testimone muto di una  parte di italiani che proprio non riuscivano a turarsi il naso per votare per l’altro partito nel quale la destra si era mimetizzata dopo il 1945, cioè la Democrazia Cristiana. Ma questo ci porta altrove e ai meriti storici ed innegabili di Berlusconi che alla Destra ha dato dignità di forza politica e legittimazione di governo. Quel che invece conta è che le scissioni non portano bene a chi le fa, neppure quando, come accade nel 1977,  davvero gli scissionisti mettendo a repentaglio il loro presente e il loro futuro politico, avevano come obiettivo di restituire la Destra agli italiani. Fini,  che benchè all’epoca della scissione di Democrazia Nazionale ancora  viveva a Bologna e ancora non era andato a vedere al cinema Berretti Verdi la cui visione doveva indurlo, secondo quanto lui stesso ha dichiarato, ad aderire al MSI, su Democrazia Nazionale e sugli uomini che la fondarono ha traccheggiato nel passato, quando era ancora uno che rivendicava i confini orientali e ancora come Almirante si definiva fascista e come Almirante definiva gli scisisonisti di Democrazia Nazionale come traditori.  Or, forse inconsapevolmente,  ripercorre lo stesso percorso di Democrazia Nazionale, senza avere le qualità morali, etiche e politiche di Ernesto De Marzio, di Gianni Roberti, e tanti altri, e pensa di poter conseguire, con ben altri propositi, compresi quelli di allearsi con la sinistra, compresa quella giustizialista di Di Pietro e quella massimalista di Vendola per sconfiggere Berlusconi,  il consenso degli italiani, gli italiani di Destra, quelli che per tutta la vita hanno subito le angherie, i soprusi, le violenze verbali e intellettuali della sinistra e che oggi tradisce coprendosi il volto con parole piene di niente.  Si illude e il tempo che è galantuomo lo dimostrerà. g.

C’E’ L’ITALIA SCOPERTA DA BERLUSCONI

Pubblicato il 5 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

Silvio Berlusconi Anche col suo discordo di domenica a Milano Silvio Berlusconi ha confermato di essere molto di più che un comune (eccellente o pessimo che sia) presidente del consiglio. Se fosse soltanto un bravo o cattivo premier sarebbe semplicemente uno dei moltissimi elementi che costituiscono l’insieme dei capi di governo toccati finora al nostro paese. Invece è anche, anzi soprattutto, il primo interprete e portavoce di un popolo che mai prima di lui era riuscito a esprimersi in prima persona sulla scena politica e che solo grazie a lui ha potuto finalmente presentarsi come una nuova, nuovissima Italia, nata felicemente dal decesso di tutte le Italie precedenti. E come tale è e resterà per sempre, quale che potrà essere l’epilogo, prossimo o remoto, della sua avventura politica, l’elemento di un insieme formato appunto soltanto da lui. Le diverse Italie dalle cui rovine è nata quella che ha trovato in lui il suo primo leader sono, nell’ordine, l’Italietta detta liberale, che fu accoppata dal Fascismo.

l’Italia fascista, che fu cancellata dalla sua disastrosa ma provvidenziale disfatta nella seconda guerra mondiale; l’Italia del primo trentennio della Prima Repubblica, che dopo essere stata fiaccata e sfregiata prima dal consociativismo statalista, quindi dal Sessantotto e dagli anni di piombo, stramazzò con l’assassinio di Aldo Moro; infine l’Italia cattocomunista degli anni successivi, che sarebbe dovuta crollare col muro di Berlino e il collasso dell’Urss, ma che invece riesce a vivacchiare ancora oggi grazie alla truffa di Mani Pulite, che permise ai comunisti (ex, posto e neo) ridotti dai fatti dell’Ottantanove e del Novantadue allo stato di morto che parla, di rilanciarsi sulla scena politica sventolando ipocritamente la bandiera della Questione Morale. L’Italia che ha trovato in Berlusconi il suo primo vero interprete e rappresentante simbolico non è dunque figlia né del Risorgimento (del quale ormai tutti sanno che non fu un movimento di popolo, ma una lunga serie di cospirazioni e sommosse ordite da movimenti elitari e sfociate in una serie di guerre di conquista combattute e vinte dal Piemonte, col sostegno di un’esigua minoranza di “patrioti” e di alcuni Stati europei, per annettersi tutti gli altri staterelli preunitari); né del Fascismo (del quale fra l’altro sarebbe ora di ammettere che avendo condiviso coi regimi comunisti delizie come il partito unico, lo stato etico e pedagogico, la militarizzazione delle masse, la statizzazione di vasti comparti dell’economia, il controllo dell’informazione, dell’istruzione e della cultura, la gestione del tempo libero, insomma tutto fuorché i massacri e il gulag, fu un singolare esempio di “socialismo dal volto umano”); né delle due sinistre antifasciste, la marxista e la cattolica, che hanno governato il paese prima dell’avvento di mastro Silvio.
Di che cosa è dunque figlia la nuova Italia che si riconosce in lui? È figlia della fede nel primato di quel fattore squisitamente pragmatico che egli ama chiamare “il fare”, e che come tale, basato com’è sul riconoscimento dei valori espressi e garantiti della costellazione “lavoro-scienza-tecnica-capitalismo-mercato-democrazia”, non ha proprio niente a che vedere con le nobili illusioni delle precedenti quattro Italie, tutte decedute sotto il botto di quell’evento epocale che fu la sua geniale “discesa in campo”. Ben altro dunque che un più o meno bravo Presidente del consiglio è Berlusconi. Di premier l’Italia, dal 1861 a oggi, ne ha avuti finora esattamente cinquantadue, e alcuni di essi, come capi dei governi da loro presieduti, si dimostrarono anche eccellenti. Ma in quanto prima espressione della nuova realtà sociale e politica sorta dalle rovine di quelle precedenti (che purtroppo ingombrano ancora il nostro paesaggio), Berlusconi è e resterà per sempre una figura unica. Sicché è evidente che lui, proprio come la luna è l’unico membro dell’insieme costituito dai satelliti della terra, è il solo elemento di quello costituito dagli ambasciatori dell’Italia sociale, economica e politica di oggi. Ruggero Guarini, Il Tempo, 5 ottobre 2010

TERZO POLO: L’IMPOSSIBILE ALLEANZA DI TRE TENORI IN DISARMO

Pubblicato il 4 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »


di Roberto Scafuri

Fini, Rutelli e Casini in cerca di una via politica comune pur di evitare il declino. L’ambizione dei leader è creare una forza nuova per mascherare gli acciacchi. Ma anche unendosi i seguaci rimangono comunque pochi.

- C’era una volta un Paese strano, dove chi aveva due gambe ne voleva una terza. Dove se non funzionavano due poli, si sperava nel terzo. Dove se due non si mettevano d’accordo, si pendeva dalle labbra del terzo.

In questo Paese il tre era un numero perfetto. Uno più uno più uno era sintomo di forza al cubo. Poi arrivarono tre «maghi» d’Oriente: Gianfranco Rutelli, Pier Ferdinando Fini, Francesco Casini – forse i nomi non erano quelli o erano abbastanza confusi, ma nessuno ci fece caso. D’altronde i loro discorsi, a detta dei seguaci, erano «sovrapponibili». Così i discorsi, e le ambizioni dei tre. Ognuno dei quali recava con sé un dono, al popolo di quel Paese strambo. Pier Ferdinando l’incenso, e sì che quel Paese ospitava il capo della Chiesa cattolica. Francesco la mirra, nonostante nessuno avesse mai saputo bene che cosa fosse. Gianfranco l’oro, e su quello concordavano tutti.

Il loro cammino, visto con il senno del poi, era stato tutto una «convergenza parallela», secondo una vecchia visione di un veggente del primo evo. Ma ora si trattava di andare ben al di là di quella profezia. Occorreva precipitarsi verso la grotta comune: una mangiatoia che li contenesse tutti. Che fu nominata, per rispetto alle tradizioni di quel popolo, «terzo polo».

La gente all’inizio sbalordì, immaginando un magnetismo all’altezza dell’equatore, e si chiese se non avrebbe creato turbative, maremoti e confusione in eccesso. E sì che alla confusione, quel Paese, c’era abituato. Ma poi i più saggi rammentarono che una sera d’estate, tra le macerie dell’antico impero, tre tenori celebri, giunti in affanno alle soglie di un inevitabile declino, ebbero un’idea formidabile. Mettersi assieme: unire le voci non più all’altezza dei tempi d’oro così da poter reggere un intero concerto. I tre grandi – si chiamavano Pavarotti, Carreras, Domingo -, grazie a quella brillante invenzione di marketing si assicurarono un successo senza precedenti. Mascherarono acciacchi e défaillances, superarono il momento difficile.

Uno più uno più uno. Quello che sembrava potenza al cubo, dietro – anzi, dentro – nascondeva in realtà un buco, una debolezza, una verità. I numeri andavano letti correttamente: un terzo più un terzo più un terzo, totale: uno. I tre «maghi», in cuor loro, lo sapevano bene. Francesco, che recava l’oscura mirra, aveva preso più batoste di un pugile suonato. Era rintanato in un alveare (i compatrioti lo chiamavano «Api»), assieme ad altri, pochi, senza fissa dimora. In dote, nel trio, non portava che loro: altro che seguaci. Ma il paradosso era che, ai tempi belli, avversava il re dell’oro, e l’aveva battuto. Poi s’era montato la testa, aveva fatto fuoco e fiamme come nella burrascosa gioventù, ma era finito miseramente a inseguire ogni poltrona gli capitasse a tiro.

Il re dell’incenso, Pier Ferdinando, aveva vissuto invece tutta la vita all’inseguimento di una chimera di cui aveva sentito dagli avi: il centro. Abitava in centro, posteggiava la macchina in pieno centro, aveva sposato una ricca ereditiera del centro, che possedeva tanti, centralissimi palazzi. In centro era anche il suo centro di gravità: il centro della cristianità. Accortosi nell’incedere delle stagioni che il suo sogno stava svanendo, era andato a intendersela con il re della mirra, che pure era stato avversario feroce del Vaticano. Non mancando, da tempo, di convertirsi, pur di sedere in poltrona. Di lui non si fidava, infatti, Pier Ferdinando, e attendeva paziente che il suo vecchio avversario di corte, Gianfranco, si stancasse. Aveva perciò cambiato nome al suo piccolo esercito – circa il 6 per cento delle forze -, chiamandolo «della nazione». Nasceva duce dei nazionalisti, infatti, il re dell’oro. Quel Gianfranco che per lunghi anni s’era roso anche lui nell’attesa. Afflitto e malinconico, un giorno aveva incontrato la sua bella. Per lei aveva deciso di mutar vita: comprò casa, sistemò famiglia, imbracciò l’armi. Ed ecco che ora veniva con gli altri due, ripudiati i vecchi sodali del regno, e s’arroccava sul monte Citorio. No, è un errore: forse il monte si chiamava Carlo. E qui, purtroppo, la storia andò in frantumi.