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FINI IGNORA LA PROVA CHE LEGA L’APPARTAMENTO DI MONTECARLO AL COGNATO. E NON SI DIMETTE…

Pubblicato il 3 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

Caro Fini, c’è posta per lei. Da almeno un giorno. Una mail importante, che il presidente della Camera dovrebbe usarci la cortesia di leggere attentamente, perché rischia di essere la pistola fumante del caso Montecarlo, la prova che l’appartamento di boulevard Princesse Charlotte che An ereditò da Annamaria Colleoni e poi svendette sia non solo affittato ma addirittura di proprietà di suo cognato Giancarlo Tulliani. Se Fini la leggesse e la interpretasse nell’unico modo possibile dovrebbe dimettersi da presidente della Camera, come nel videomessaggio diffuso sabato 25 settembre ha promesso di fare una volta provato il coinvolgimento diretto del Tullianino nel gioco di incastri societari tra i quali si nasconde la vera proprietà di quell’appartamentino piccolo ma che politicamente ormai è grande come un castello. L’appello vale anche per tutti i collaboratori del presidente della Camera, magari distratto o in altro affaccendato: la mail c’è, basta leggerla. È stata da noi pubblicata ieri in prima pagina e a pagina 9: è vero, è in inglese, ma per comodità abbiamo allegato anche una comoda traduzione in italiano, che replichiamo oggi. La pappa pronta. E se il problema è non darci la soddisfazione di devolverci qualche spicciolo per l’arretrato, la mail è visibile anche sull’Avanti!, il giornale diretto da Valter Lavitola a cui va il merito di aver scovato il documento.
La mail, datata 6 agosto 2010, è quella redatta da James Walfenzao, personaggio chiave dell’affaire Montecarlo, e inviata a Evan Hermiston e Michael Gordon, il primo tra i soci della Corporate Agents St. Lucia Ltd e il secondo avvocato dello stesso studio legale nel quale hanno sede la Printemps e la Timara, le due off-shore di Saint Lucia «usate per acquistare un piccolo appartamento a Montecarlo», come si legge nel testo della comunicazione. Il passaggio saliente della mail è questa frase: «Sembra (in precedenza non era noto) che ci sia un collegamento politico che sta sfociando in un grande scontro/scandalo adesso che Berlusconi e Fini (prima alleati in politica) sono in grande conflitto. La sorella del cliente sembra avere un forte legame con uno dei politici coinvolti». Il cliente sarebbe Giancarlo Tulliani, non certo citato come inconsapevole affittuario, come lui si è sempre descritto.
Non è la prima volta che Gianfranco Fini non risponde di fronte alle evidenze che noi e altri giornali gli scioriniamo davanti agli occhi. Accadde lo stesso quando lui negò che la cucina Scavolini acquistata con la compagna Elisabetta Tulliani in un mobilificio alla periferia di Roma fosse destinata all’appartamento di Montecarlo. Il 28 settembre abbiamo pubblicato una fotografia scattata nell’appartamento di boulevard Princesse Charlotte con – guarda caso – ben in vista la stessa cucina componibile modello Scenery della Scavolini acquistata dalla coppia. E anche quella volta Fini si guardò bene dal fare due più due.
Naturalmente in casa Fli non potendosi negare il senso della mail se ne nega la veridicità. «Il Giornale della famiglia Berlusconi – scrive Generazione Italia nel suo sito – alla disperata ricerca di una pistola fumante che non c’è, spaccia per Vangelo quanto rivelato su l’Avanti. L’unica verità è che Walter (ma si chiama Valter, ndr) Lavitola è un personaggio squalificato, un attore da B movie, un individuo da prendere con le molle piuttosto che dipingerlo come il teste chiave, la gola profonda che tutto sa e che incastra il pezzo grosso». Secondo i finiani del web le vere domande da fare a Lavitola sarebbero: «Perché, con quali soldi e per conto di chi Lavitola ha scorazzato (con una “r” sola, ndr) tra centro e sud America su jet privati (tra un festino e l’altro… Si trattava bene) alla ricerca di qualche notizia su Giancarlo Tulliani? Per aumentare le copie dell’Avanti? Ci viene da ridere. Ma soprattutto, vogliamo sapere quanto è costato il suo scoop. Vogliamo la cifra esatta». Naturalmente, anche se non viene citato esplicitamente, il riferimento è al presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Quanto a Lavitola, conferma la genuinità della mail: «La mail era allegata a un verbale dell’autorità giudiziaria di Santa Lucia, che l’aveva acquisita mediante attività di intercettazione nell’ambito dell’investigazione».

IL GIORNALE – 3 OTTOBRE 2010

MARONI: tre settimane per capire se il Govenro può andare avanti, altrimenti al voto

Pubblicato il 3 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

Il Corriere della Sera di questa mattina pubblica una lunga intervista al Ministro dell’interno Roberto Maroni. Nell’intervista, Maroni,  con estrema schiettezza,  dà tempo tre settimane per verificare se il Governo può andare avanti, altrimenti, dice Maroni, si deve andare al voto. Con Maroni si è dichiarato d’accordo il ministro Larussa. E noi siamo d’accordo con entrambi. La doppiezza dei finiani e di Fini (a proposito quando si dimette costui visto che la casa di Montecarlo è del cognatino?) è ormai acquisita (pubblichiamo a parte una sferzante analisi in proposito del direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti), per cui non è il caso di consentire loro, che parlano il linguaggio della peggiore  sinistra antiberlusconiana, di raggiungere l’obiettivo che il loro rancorso capo si è posto: logorare il governo e Berlusconi, e intanto avere  il tempo di organizzarsi sul territorio. Sebbene è pur vero che i loro sforzi non li porterà da nessuna parte e il destino che loro auguriamo è di finire come Bertinotti e compagni, non è comunque il caso di agevolarli nei loro fini i cui danni finirebbero sulle spalle del Paese e del centrodestra di cui i finiani ormai da tempo non fanno più parte, in tutti i sensi. g.

L’INTERVISTA AL MINISTRO MARONI

«Ci diamo tre settimane di tempo per vedere se questa maggioranza ha avvero la forza di sostenere l’azione del governo. Se così non è, meglio staccare la spina subito».
Non arretra il ministro dell’Interno Roberto Maroni e con lui tutta la Lega. Anzi, rilancia il programma di governo e detta condizioni chiare sulla tenuta dell’esecutivo.

Dunque si vota a marzo?
«Noi avremmo preferito farlo subito e l’abbiamo detto a Berlusconi. Andiamo alle urne a novembre, vinciamo e da dicembre siamo molto più forti, pronti a fare le riforme».

E invece?
«Il presidente del Consiglio ha voluto testare la maggioranza e noi abbiamo deciso di sostenerlo lealmente, ma è difficile che così possa durare».

Non si fida dell’appoggio dei finiani?
«Non è una questione di fiducia. Il vero problema è che se si dovrà trattare su ogni cosa, mediare, stare attenti agli equilibri, rischiamo di fare la fine del governo Prodi che era sospeso su ogni votazione. Un incubo per noi e per gli italiani, che non è accettabile».

Perché concedete tre settimane?
«Entro quel termine devono essere nominati i nuovi presidenti delle commissioni parlamentari e quello sarà il primo vero banco di prova. In quella sede potremo misurare la lealtà del gruppo di “Futuro e Libertà“. E capiremo pure, se si formerà davvero un nuovo partito, in che modo hanno intenzione di restare all’interno della maggioranza».

Intanto i ministri di Fli sono rimasti nel governo.
«Ho grande stima di tutti i colleghi di governo e non vorrei mai che prevalesse il metodo doroteo dello “sto dentro però sono pronto a uscire, denuncio però rimango”. Se fosse così sarebbe più serio comportarsi come fece Fausto Bertinotti che, contrario alla linea del governo, lo fece cadere».

Con l’apertura della crisi il presidente della Repubblica potrebbe anche esplorare l’ipotesi di un governo tecnico per la riforma elettorale.
«È un’ipotesi che non esiste visto che al Senato abbiamo la maggioranza anche senza Fli».

Se ne potrebbe creare una cosiddetta di larghe intese.
«Per favore, parliamo di cose serie. Sorrido all’idea di vedere insieme Bocchino, Bersani, Casini e Di Pietro. Però faccio loro i miei auguri, pur sapendo che durerebbero mezza giornata».

Nel centrosinistra dicono la stessa cosa di voi, dopo che Fini ha accusato il presidente del Consiglio di aver compiuto attività di dossieraggio e ha parlato di infamie contro la sua famiglia.
«Proprio per questo motivo noi non eravamo favorevoli a tenere insieme la maggioranza. La nostra azione ha bisogno di un mandato forte. Finora abbiamo avuto successo perché abbiamo mostrato decisione e caparbietà. Così rischiamo di mostrarci deboli anche nel contrasto alla criminalità e non possiamo consentircelo».

Non ritiene altrettanto grave accusare i magistrati di essere un’associazione per delinquere come ha fatto il presidente Berlusconi?
«Io credo che come governo dovremmo evitare di continuare a stuzzicare la magistratura annunciando riforme che poi non si fanno e invece procedere. Continuare a parlarne genera solo tensioni. Comunque si tratta di cose che Berlusconi ha già detto riferendosi a quella parte della magistratura che usa la toga per fare lotta politica. Per me conta solo quanto ha sostenuto in Parlamento».

Però tutto questo contribuisce ad alimentare il «clima d’odio» che viene poi denunciato quando ci sono episodi come quelli che hanno coinvolto il direttore di «Libero» Maurizio Belpietro.
«Sul caso specifico non mi pronuncio fino alla fine dell’indagine. Certamente ci sono stati una serie di episodi – penso agli attacchi contro Pietro Ichino e Raffaele Bonanni durante la festa del Pd – e le notizie che abbiamo di possibili infiltrazioni della rete no global nelle prossime manifestazioni sindacali, che provocano grande inquietudine».

Davvero teme altri episodi?
«Il rischio esiste con l’arrivo dell’autunno e i problemi economici che coinvolgono moltissime aziende. Per questo nei prossimi giorni incontrerò i leader sindacali e i rappresentanti delle istituzioni delle Regioni che maggiormente subiscono gli effetti di questa crisi».

C’è anche la polemica, fortissima, con il Vaticano dopo la bestemmia pronunciata da Berlusconi.
«Su questo non commento».

In questo clima di contrapposizione i finiani hanno accusato «i servizi segreti deviati» di aver alimentato la campagna contro il presidente della Camera.
«Da ministro dell’Interno, conoscendo bene i vertici e in particolare il prefetto Gianni De Gennaro, posso garantire sull’operato dell’intelligence. Ma voglio anche essere più chiaro: chi si permette di parlare a sproposito dei nostri Servizi dovrebbe rendersi conto del danno che fa a loro e al Paese. Queste strutture sono affidabili sulla scena internazionale quanto più operano nella riservatezza. Metterle alla berlina significa esporci soprattutto sul fronte dell’antiterrorismo».

Dagli Stati Uniti arrivano allerta precisi su possibili attacchi in Europa. Quanto rischia l’Italia?
«Siamo attrezzati, ma come dimostra quanto accaduto l’anno scorso a Milano quando uno straniero si fece esplodere di fronte alla caserma, il quadro è complicato. Anche per questo dobbiamo lasciare stare i Servizi e la loro attività, tenerli lontani dalle beghe immobiliari».

Sabato scorso, dopo aver visto il videomessaggio del presidente della Camera, avrebbe scommesso sul voto di fiducia di Fli?
«Proprio in quel momento ho capito che avrebbero sostenuto il governo. Mi ha provocato una profonda tristezza vedere Gianfranco Fini costretto ad ammettere che sulla casa di Montecarlo non conosce la verità che aveva promesso di rivelare».

Lei parla di debolezza, però i numeri alla Camera dimostrano che senza il Fli voi non avete la maggioranza.
«Non a caso La Lega voleva votare subito. Le urne forniranno un dato certo su chi ha il consenso».

Berlusconi vuole prima l’intesa sulla giustizia. Anche voi ritenete così urgente approvare uno scudo per il presidente del Consiglio?
«Pensiamo che debba avere la garanzia di poter governare, almeno fino a che lo vogliono gli italiani. Per questo dico: facciamo un “reset” sulle polemiche e decidiamo in tempi rapidi qual è la nostra proposta di riforma della giustizia. Alla Camera i finiani hanno votato la fiducia. Se in tre settimane gettiamo le basi bene, altrimenti la legislatura è finita».

La scorsa settimana lei e il sindaco Moratti vi siete divisi su come affrontare l’emergenza campi nomadi.
«Non vorrei che si enfatizzasse ancora una normale discussione. Io credo soltanto che non si debba dare neanche l’impressione che i milanesi vengano discriminati a favore degli stranieri e per questo ho chiesto al prefetto di trovare una soluzione che possa soddisfare l’esigenza di tutti».

Sarà lei il candidato sindaco di Milano per il centrodestra?
«Ne sarei lusingato, ma visti gli avversari messi in campo dalla sinistra credo che chiunque possa batterli».

L’AVANTI! PUBBLICA LA MAIL CHE DIMOSTREREBBE CHE LA CASA DI MONTECARLO E’ DI TULLIANI. ED ORA FINI CHE FARA’?

Pubblicato il 2 ottobre, 2010 in Politica | No Comments »

l’originale della e.mail pubblicata oggi dall’AVANTI!

Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica per Il Giornale

Eccola la famosa mail che Fini, i finiani, i Tulliani e gli italiani tutti attendevano di leggere. La mail che nelle intenzioni del direttore de l’ Avanti , Walter Lavitola (che l’ha scovata ai Caraibi) dovrebbe «incastrare» il cognato del presidente della Camera dimo¬strando la titolarità di Giancarlino nella so¬cietà proprietaria di quell’appartamento di Montecarlo dove il ragazzo in Ferrari vive in affitto.

Trattasi di comunicazione riservata a tre, fra il personaggio chiave dell’intrigo monegasco, James Walfenzao, Evan Hermi¬ston ( esperto di off¬shore , tra i soci della Cor¬porate Agents st. Lucia Ltd) e Michael Gor¬don, titolare dell’omonimo studio legale che ospita tutte le società dell’ affaire Tullia¬ni in un palazzetto verde a due piani, al nu¬mero 10 di Manoel Street, a Castries, capita¬le del piccolo Stato insulare.

Walfenzao, per la cronaca, oltre a essere il procuratore della Printemps Ltd che l’11 luglio firma l’atto d’acquisto dell’immobile di boulevard Prin¬cesse Charlotte per solo 300mila euro è an¬che l’uomo che indirettamente controlla la Timara Ltd, attuale proprietaria della casa occupata da Giancarlo Tulliani. Che per non farsi mancare niente, proprio a Walfen¬zao domicilia le sue utenze personali nel Principato.

giancarlo tulliani

Fatta la premessa, va fatta una precisazione: la mail è un documento che se confermato dai diretti interessati rischia di tramutarsi in un colpo letale per Gianfran¬co Fini che nel suo videomessaggio ha di¬chiarato di essere pronto a lasciare la presi¬denza della Camera qualora dovesse emer¬gere la prova che il cognato è il proprietario della casa ereditata da An per volontà di Anna Maria Colleoni.

Sull’autenticità della lettera Lavitola ha già incassato una conferma dal ministro della Giustizia di Saint Lucia, Lorenzo Rudolph Francis, piombando nella conferenza stampa convocata dal governo caraibico. La do¬manda è stata la più diretta possibile: tra i documenti dell’inchiesta interna c’è una mail fra Walfenzao e Gordon in cui si parla del titolare di queste due società (Printemps e Timara, ndr)? Il ministro ha risposto «sì».

Ma cosa dice questa benedetta  mail sulla cui autenticità Lavitola è pronto a scommettere la faccia e la reputazione? Il 6 agosto scorso, con lo scanda¬lo di Montecarlo sollevato dal Giornale una settimana prima, Walfenzao si affida al pc per fare il punto della situazio¬ne. Anche perché tre giorni prima Walfenzao era stato raggiunto dal Giornale interessato a capire il suo ruolo nell’ affaire politico-immobiliare.

L’interessato replicava in maniera cortese ma evasi¬va spiegando che lui «non in¬tendeva parlare degli affari dei propri clienti». Il messaggio di posta elettronica spedito il 6 agosto all’ora di pranzo (ore 1.44 pm) ha come sogget¬to «Timara + Printemps». Nella mail Walfenzao informa «i gentlemen» Gordon e Hermiston che «queste due compagnie stanno catalizzando l’attenzione della stampa italiana ».

giancarlo tulliani by vincino

Secondo quanto trascritto si fa riferimento al «big/fight/ scandal» tra Fini e Berlusconi che da alleati sono diventati avversari. Alla fine del primo capoverso spunta la frase chiave: «La sorella del cliente sembra avere forti legami con uno dei politici coinvolti ». Chiaro il riferimento a Elisabetta Tulliani, e quindi a suo fratello Giancarlo, cognato di Fini. Walfenzao, pur osservando che ad aprire la cam¬pagna è stato il Giornale legato al premier, si mostra preoc¬cupato perché il caso ha co¬minciato ad attrarre altri quo¬tidiani che lui considera «mo¬e serious» come il Corriere della Sera . Il broker si duole del fatto che il suo nome sia stato citato e considera l’intera faccenda molto seccante anche se nessuno «ha detto che noi abbiamo fatto qualcosa di sbagliato ».

vElisabetta Tulliani e il fratello Giancarlo da Chi

Quindi, ai colleghi destinatari della mail, Walfenzao rammenta che queste società sono state usate per comprare un piccolo appartamento a Montecarlo. E si dilunga sulla questione del prezzo di vendita dell’immobile (esattamente il punto al centro delle indagini della procura di Roma che ancora si ostina a non convocare Giancarlo Tulliani) spiegan¬do che loro avevano trovato la cifra molto bassa e che ave¬vano chiesto conto al notaio. Che altri non è che Paul Louis Aureglia le cui parole di fuoco (mai smentite) il 14 settembre sono state riportate sul Giornale : «È stata una truffa». Il 16 settembre è invece la data della famosa lettera del governo di Saint Lucia che sem¬bra riferirsi a questa «indagi¬ne interna » presso il notaio di cui proprio Walfenzao parla nella mail.

Santa Lucia

A quanto racconta il broker, il notaio avrebbe giUstificato il prezzo per le cattive condizioni e la mancata manutenzione dell’appartamento che era stato lasciato in eredità al partito di Fini. Walfenzao si raccomanda infine a Gordon e Hermiston di non parlare con i giornalisti che potrebbero avvicinarli. Al Giornale , guarda caso, ancora ieri sera lo studio di Gor¬don ha respinto l’ennesimo tentativo di contatto. «Michael Gordon? È fuori ufficio». «Il signor Hermiston purtroppo non è disponibile».

Tornando alla mail, Walfenzao sembra seccato dalla vicenda e accenna alla possibilità di dimettersi dagli incarichi nelle fiduciarie. Prima, però, intende ascoltare dal cliente (quello la cui sorella ha un forte legame con uno tra Berlusconi e Fini) la sua versione sui fatti monegaschi. Il ministro della Giustizia, come detto, ha confermato che agli atti della loro indagine c’è una mail di questo teno¬re tra Walfenzao e Gordon. Al momento, però, non sappia¬mo se quella mail è la stessa ( e se è autentica) che ha recupe¬rato Lavitola e che oggi sbatte in prima pagina sull’ Avanti .

Tutto sembra coincidere ma in questa storia occorre proce¬dere passo dopo passo, e con la massima prudenza, come l’inchiesta del Giornale ha di¬mostrato fin qui. Prudenza due volte doverosa di fronte a una «prova» che metterebbe Fini nella condizione di ab¬bandonare lo scranno più al¬to di Montecitorio dopo due mesi di silenzi, omissioni, pre¬cisazioni o poco precise o troppo tardive.

IL TESTO TRADOTTO DELLA LETTERA (SCRITTA IN UN INGLESE UN PO’ TRABALLANTE)

Da: James Walfenzao
A: Evan Hermiston, Michael Gordon
Inviata: 6 agosto, 2010 1:44 pm
Oggetto: timara + printemps

giancarlo e elisabetta tulliani

Signori,

Queste due società hanno attirato l’attenzione della stampa italiana.
A quanto ci risulta (finora non lo sapevamo) c’è un collegamento politico che sta portando a un gran litigio/scandalo ora che Berlusconi e Fini (in precedenza partner politici) stanno discutendo aspramente.
La sorella del cliente sembra avere forti legami con i politici coinvolti.

Sebbene la maggior parte del fango viene gettato da giornali controllati da Berlusconi, anche giornali più seri come il Corriere della Sera ne stanno scrivendo.
Il mio nome come direttore [delle società] viene menzionato, ma non ci sono commenti che dicano che abbiamo fatto qualcosa di sbagliato.
È comunque molto irritante.

Queste società sono state usate per comprare un piccolo appartamento a MC [Monte Carlo].
Credevamo che il valore fosse basso e siamo andati dal notaio a verificare. Il notaio ci ha spiegato il perché del prezzo (l’appartamento era stato ereditato da una signora anziana che era deceduta – era in cattive condizioni – mal conservato ecc.); il notaio ci ha spiegato che per lui il prezzo andava bene e che non poteva fare il passaggio di proprietà per un prezzo troppo basso visto che ne deve ricavare anche la tassa di trasferimento da versare allo Stato.

Potreste essere avvicinati da giornalisti – vi suggerisco di non rispondere.
Stiamo pensando di dimetterci, prima però vogliamo sentire cosa ha da dire il cliente.
Vi terremo informati.

Pensavo fosse giusto mettervi al corrente.

Cordialmente,

James

P.S.: Stiamo divulgando informazioni all’interno di Corpag solo a chi è tenuto a conoscerle.

IL GIOCHINO DI FINI E’ SCOPERTO

Pubblicato il 28 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

Domani il premier Silvio Berlusconi interverrà alla Camera per chiedere la fiducia per andare avanti. Intanto i  “finiani” più oltranzisti chiedono di conciordare il discorso di Berlusconi, smentiti dalle colombe, mentre Fini, ormai sempre più nel pallone, tace. Parla per lui il direttore della sua Fondazione che sembra lanciargli un salvagente chiedendogli di dimettersi da presidente della Camera per meglio guidare il nuovo partiot che per Bocchino è già nato. E’ evidente che questa richiesta del direttore di Farefuturo sembra fatta apposta per tirare fiuori dal pantano in cui Fini si ficcato, anche con il concorso dei suoi più estremisti sostenitori che forse lo hanno danneggiato ancor più delle malefatte del cognato che lo ha impatanato nella casa di Montecarlo. Ecco l’analisi del direttore de Il Tempo, Mario Sechi. g.

Il presidente della Camera Gianfranco Fini Cosa sono i finiani? Bella domanda. Sono un partito politico? Si comportano come tale, ma non lo sono. Sono di destra? Arduo capirlo visto che non riconoscono né Dio né Patria né famiglia. Sono un gruppo parlamentare? Fanno finta di esserlo, ma quando si tratta di prendere decisioni somigliano a una Babele. La giornata di ieri è stata davvero istruttiva: come un fulmine a ciel sereno l’intrepido Italo Bocchino caricava la catapulta finiana con palle infuocate e chiedeva a gran voce un tavolo a tre gambe, cioè un vertice per stabilire prima i contenuti del discorso di Berlusconi e della mozione da votare in Parlamento. Un vecchio cavallo di battaglia della politica politicante. Un film già visto, per il quale non val la pena neppure di pagare mezzo biglietto. Ma il braccio destro, sinistro e la testa di Fini (alias Italo Bocchino) in questi giochetti ci sguazza e pure bene. Non è lui a sorprendere, ma un documento di un’altra parrocchia, sempre finiana, che diceva esattamente il contrario di quanto sosteneva l’esuberante Bocchino.
Un gruppo di «colombe» infatti bollava come del tutto personale la sortita dell’Italo furioso e lanciava l’idea di far pace con il Cav, se non nella sostanza, quanto meno nella forma. Ora, cari lettori, come me vi starete tutti chiedendo ma chi sono i finiani? Chi li rappresenta? E soprattutto, che fa Gianfranco Fini? È o non è il leader del drappello dei futurlibertini? Perché se lo è, allora dovrebbe spiegarci se Bocchino parla per se o per lui. Dovrebbe dire alle sue colombe se possono o non possono smentire il sulfureo deputato campano. Dovrebbe fare quella cosa che un tempo veniva sintetizzata così: dare la linea. Il problema è che l’unica linea che s’è vista tra i finiani è quella del cognato, Giancarlo Tulliani. Una linea che ha portato Fini a scontrarsi con la dura realtà dei fatti. Con questi ultimi ci sono solo due modi di ragionare: o li accetti e ne trai le conseguenze, oppure l’ignori ma ne trai sempre le conseguenze.
Quali sono le conseguenze? Le dimissioni. La vicenda di Montecarlo non é chiusa e ogni giorno che passa aggiunge pezzi nuovi a un mosaico già chiaro. I giornali, nonostante quel che pensa Fini e il suo entourage, non molleranno la presa e le notizie rotoleranno come massi a valle. In queste condizioni, è ogni giorno sempre più chiaro che la terza carica dello Stato non può gestire l’aula, un partito che non c’è, un gruppo in piena ebollizione e un cognato che non ha fornito né a lui né agli italiani alcuna spiegazione sulla casa di Montecarlo. Finchè Fini pretenderà di recitare tre parti in commedia la legislatura sarà in continuo pericolo. Servono coraggio e chiarezza. Né l’uno né l’altro in questa storia sono emersi. Si è visto soltanto alzarsi il polverone del complotto, la panzana della patacca, la fuga in avanti, indietro, a destra e a sinistra della verità e la richiesta pelosa di una tregua che sa tanto di cambiale in bianco per poter vedere meglio il da farsi e soprattutto disfarsi. Al posto di Silvio Berlusconi non mi fiderei. Ma capisco che la politica ha altre categorie d’analisi e dunque è giusto andare a vedere tutte le carte dei finiani. Quelle buone e quelle brutte. Non sono falchi né colombe né soprattutto sono sembrati aquile. Se avessero avuto la vista aguzza non sarebbero finiti in questo marasma che a tratti risulta tragicomico. Sono riusciti nella mirabolante impresa di illudere la sinistra e i suoi opinion maker sulle taumaturgiche capacità di Fini, per cui abbiamo letto in questi mesi scintillanti articoli sull’impalpabile finismo. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una catastrofe. Al punto che perfino il proverbiale abbraccio mortale di Eugenio Scalfari s’è dovuto ritrarre per paura di beccarsi la tullianite. Il fondatore di Repubblica ha auspicato la separazione di Gianfranco dalla famiglia Tulliani, non capendo che il problema è assai più vasto. Non una casa a Montecarlo, non un clan parentale, non un cognato in affitto, il problema è che il finismo è semplicemente, irrimediabilmente, totalmente vuoto. E non si può riempire con i desideri di un establishment che sogna la fine del Cavaliere per mezzo di Fini e per inseguire secondi fini. Se il finismo fosse stato pieno, il governo non sarebbe in queste condizioni e Fini avrebbe giocato una partita non per finire travolto dalle gesta del cognatino, non per farsi un partitino, ma per diventare il leader del centrodestra dopo il Cavaliere.
La miopia di Gianfranco per me resta incomprensibile, nelle sue mosse vi è un tasso di irrazionalità troppo alto. È rimasto fregato dal fattore personale (il disprezzo per Silvio) e da quello sentimentale (l’amore per la Tulliani) e ha inanellato una serie di errori gravi. Fini, in sintesi, ha pensato (e pensa) di far fuori Berlusconi con una manovra di Palazzo. Per lui sedici anni di berlusconismo, cioé di rapporto diretto tra popolo e presidente del Consiglio, tra elettore ed eletto, tra programma e partito, tra coalizione e lealtá al patto elettorale, tra comunicazione e politica, tra leader e popolo, sono un fatto che si può ignorare senza arrossire per tornare alla logica del nascondino di Palazzo. È un gioco scoperto. Mario Sechi, IL TEMPO

A PROPOSITO DELLE DIECI DOMANDE RIMASTE SENZA RISPOSTA

Pubblicato il 27 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

Abbiamo pubblicato a parte  le dieci domande a cui, secondo la stampa indipendente,  Fini non ha risposto ma a cui deve rispondere e senza le quali, evidentemente, il caso “politico” non è per nulla chiuso. Ad onta di ciò che dichiara, imbattibilmente arrogante, il suo scudiero Italo Bocchino. Questi, poche ore dopo aver dichiarato che la “casa non è di Tulliani, Fini ne ha le prove e lo dirà nel suo messaggio”, ha dovuto apprendere dalla bocca stessa di Fini che il suo profeta “non lo sapeva e che aveva molti dubbi sul cognato e che aveva commesso ingenuità e che, infine, se avesse scoperto che il padrone è Tulliani mi dimetto da presidente della Camera”. Migliore smentita alle “certezze” di Bocchino non poteva esserci. Il quale Bocchino,a questo punto, declama l’ultimo comandamento : “Fini è onesto e bisogna credere a quello che dice”. Oh, bella. Ma non era stato Fini a dire a Mirabello e poi a Mentana (che non è la cittadina della battaglia risorgimentale) che quando si sarebbe saputa la verità sull’appartamento di Montecarlo ci sarebbe stato da ridere? Si è visto che Fini,  mentre confessava di non saper nulla di  nulla, non rideva, anzi, come ha scritto Libero “faceva pietà“. E non pietà nel senso di commiserazione ma nel senso peggiore. E poi, per caso Fini è Gesù le cui parole sono la “VERITA’”? Andiamo, riportiamoci sulla terra. Fini è uno che per raggiungere il suo scopo è pronto a fare qualsiasi cosa. Per esempio a insultare e sbeffeggiare chi una quindicina di anni fa lo tirò fuori dal pantano dell’incongruenza politica e lo issò sul piedistallo del potere.Fini lo ha fatto durante i nove minuti del suo “assolo” autodifensivo , confezionato senza il confronto con i giornalisti come avviene nelle vere ( e non necessariamente grandi) democrazie occidentali di cui lui si dice “ispirato”.  Invece si è comportato come un ayatollah iraniano, impedendo alla stampa di porgli domande e “sfrugugliarlo” a dovere , costringendolo a dire non la “sua” verità, ma la “verità“. E non soltanto sulla storiaccia di Montecarlo ma anche sulle pressioni esercitate alla stregua di qualsiasi altro componente della casta per favorire suocera e cognato per far loro ottenere contratti milionari con la RAI, senza averne nè titolo nè competenza. E senza dover pagare lo scotto delle scuse dovute ai giornalisti definiti “infami” perchè facendo il loro mestiere,  hanno costretto la terza carica dello Stato ad una figuraccia  “da far pietà“, che dovrebbe avere come unico sbocco le dimissioni da una carica che Fini ha trasformato in strumento per fare spudoratamente politica contro la parte che lo ha eletto, roso da invidia e rancore. Rancore e invidia che sta facendo pagare al Paese, con l’aiuto di una trentina di personaggi privi di consenso ma nominati alla Camera all’interno di liste bloccate, quelle si sotto alcuni aspetti antidemocratiche ma che come tali non fuorno avversate nè da Fini nè dai suoi trenta comparielli. Quelli che ora,  per bocca, di Bocchino (scusate il gioco di parole)   pretendono di metter becco sul discorso che Berlusconi dovrà fare alla Camera il prossimo 29 settembre e subito dopo al Senato.  Con la tracotanza che contraddistingue Bocchino ( e i Briguglio, i Granata, i Barbareschi, etc)c’è da giurarci che se Berlusconi accettasse questa specie di preventivo “imprimatur” potrebbe sentirsi chiedere di parlare male di…Berlusconi. Presidente, non ascolti  questa gente, e poichè quel Fini là, che vende ad una società off-shore una casa non sua e poi fa finta di non sapere che cosa siano le off-shore, salvo quando deve ingiuriarla, non merita che lei gli dedichi neppure una virgola del suo messaggio agli Italiani, non si curi neppure dei suoi adepti. Se in Parlamento dovessero risultare necessari e quindi  ricattatori permanenti del suo governo, non esiti. Butti l’avvenire dietro le spalle e vada a elezioni anticipate. Come ebbe modo di dire Eleanor Roosvelt al marito, il  presidente americano che si struggeva per il proditorio attacco giapponese a Pearl Harbor, “meglio conoscere il peggio che vivere nell’incertezza”. Il Paese, come il destino, premia gli audaci. Pietro Gagliardi

FINI DEVE ANCORA RISPONDERE AD ALMENO 10 DOMANDE. IMBARAZZANTI!

Pubblicato il 27 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

Nel suo intervento a pc unificati di sabato sera Gianfranco Fini ha detto poche cose sulla casa di Montecarlo: 1) Non è una reggia, anzi è un misero tugurio di 50-55 mq (ma non erano 70?) da 230mila euro 2) È stata venduta a una società segnalatagli dal cognato 3) È stata venduta a 300mila euro ma forse si poteva spuntare un prezzo più alto 4) Solo dopo la vendita ha saputo che in quella casa ci viveva in affitto il cognato 5) Quando l’ha saputo si è «colossalmente» incazzato anche se il cognato gli ha detto che pagava un regolare contratto d’affitto e che aveva sostenuto le spese di ristrutturazione 6) Ha chiesto sgarbatamente al cognato di sloggiare ma non poteva costringerlo 7) Spera che il cognato sloggi 8) Ha venduto la casa a una società off-shore perché a Montecarlo lo fanno tutti.

Per otto risposte restano ancora dieci domande. 1) Da chi è stato informato Giancarlo Tulliani che la casa di Boulevard Princesse Charlotte era in vendita? 2) Se è vero che la Printemps venne segnalata da Tulliani, con chi si è rapportato in An per seguire la questione della compravendita? 3) Quando ha scoperto che Tulliani aveva preso in affitto lo stesso appartamento ereditato dal partito e poi ceduto alla società Printemps? 4) Se Tulliani ha pagato le spese di ristrutturazione perché la fattura venne intestata dalla Tecabat alla Timara Ltd, come sostenuto da Luciano Garzelli? 5) Chi ha pagato gli arredi interni? 6) Chi ha fornito le garanzie bancarie a Tulliani per ottenere la residenza nel Principato? 7) Quando la proprietà dell’appartamento di Montecarlo ereditato dalla contessa Colleoni e censito dalle autorità monegasche è passata ad Alleanza Nazionale quali procedure sono state seguite? È stato dichiarata al fisco italiano? 8) Se è vero che la stima fu fatta dalla società che amministra il condominio, perché gli uffici del partito non si sono rivolti anche a consulenti immobiliari o esperti del settore secondo una procedura solitamente seguita da chi vende un immobile volendo trarne il massimo profitto? 9) Quali sono gli uffici di An che verificarono la congruità della cifra e consigliarono di dare il via libera? E, infine, la domanda numero 10: Perché un partito politico vende un immobile a una società off-shore senza informarsi prima su chi possiede quella società o su chi quella società l’ha costituita?

Insomma, perché il presidente della Camera, dopo tutto il gran casino di Montecarlo, non sa ancora chi si nasconde dietro le esotiche Printemps e Timara?

IL TEMPO – 27 SETTMBRE 2010

FINI: LA FURBATA DELLE NON DIMISSIONI

Pubblicato il 26 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

Fini non si dimette, appende il suo futuro di presidente della Camera al filo della «certezza» che suo cognato sia, o sia stato, vista la facilità e velocità con cui le società offshore passano di mano, il proprietario della famosa casa di Montecarlo. Non basta che lui stesso abbia «sospetti», non serve che il ministro della Giustizia di Santa Lucia lo abbia certificato. No, a lui l’evidenza dei fatti non interessa, vuole la prova che sa non poter probabilmente esistere trattandosi di società sostanzialmente segreta. Insomma, una furbata che consegna il destino della legislatura nelle mani e nelle parole di un ragazzotto spregiudicato, il cognato Giancarlo Tulliani, che scorrazza in Ferrari per le vie del Principato. Con la mano destra il presidente lo scarica, con la sinistra se ne fa scudo, nel tentativo di salvare la poltrona, il nascente Fli e forse anche la famiglia.
Politicamente, il discorso di ieri sera non cambia le pedine sullo scacchiere. Il buon senso, infatti, dice che Fini dovrebbe lasciare la carica che ricopre indipendentemente dalla soluzione del giallo Montecarlo, in quanto leader di uno schieramento politico ostile alla maggioranza che non esisteva al momento della sua elezione. Ma di questo non ne fa neppure cenno, anzi, rilancia con forza e rabbia la sfida a Berlusconi sul piano personale («io non ho avvisi di garanzia», «io non ho società offshore») senza neppure avere il coraggio di citarlo direttamente. E ci aggiunge pure un ultimatum che sa (…)
(…) di ricatto quando dice: fermiamoci tutti prima che sia troppo tardi. Tutti chi? E tardi per che cosa?
È evidente che Fini vorrebbe vedere Berlusconi morto, almeno politicamente parlando. Ma non ha il coraggio di sfidarlo nell’unica arena che la politica dovrebbe darsi. Che è quella delle elezioni. Infatti allude a complotti che sarebbero organizzati dal premier in persona, ma invece che dire «adesso basta» e rompere rilancia la palla: io sto nel centrodestra, se vuoi far saltare il banco – dice in sostanza – prenditi tu, Berlusconi, la responsabilità, sapendo che il killer della legislatura pagherà qualche pegno alle urne.
Nel videomessaggio non c’è una parola di politica, un segnale che qualche cosa potrebbe cambiare nell’atteggiamento ostile nei confronti del Pdl. E in questo senso è elemento di chiarezza. Semmai qualcuno sperasse ancora in una possibilità di tregua, deve ricredersi. Il prezzo che Fini pone, e che traspare anche dalle parole di ieri, è inaccettabile e così sintetizzabile: caro Pdl, dammi un po’ di tempo per capire meglio che tipo è mio cognato, nel frattempo fammi restare ancora un po’ presidente della Camera e finto alleato in modo da poterti fare più male e, se ci riesco, pure distruggerti. Se poi scopriremo che la casa è proprio del Tulliani, farò un altro videomessaggio per dire che oltre che ingenuo sono anche stato fesso.
A questo punto Berlusconi deve valutare solo se in Parlamento c’è una maggioranza autonoma dai finiani, non in contrasto con le indicazioni uscite dalle urne, e poi decidere. Se c’è, si proverà ad andare avanti, altrimenti la via del voto anticipato sarà inevitabile.

COSI’ VA IN ONDA IL DIMESSO FINI, di Mario Sechi

Pubblicato il 26 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

TRA TUTTI I COMMENTI ALL’INFELICE E PUR ARROGANTE AUTODIFESA DI FINI SULLA BRUTTA STORIA DI MONTECARLO E DEL DI LUI COGNATO, ABBIAMO SCELTO L’EDITORIALE DI MARIO SECHI, DIRETTORE DE IL TEMPO DI ROMA. CI SEMBRA CHE SECHI ABBIA COLTO TUTTE LE CONTRADDIZIONI DI FINI E SOPRATUTTO ABBIA MESSO A FUOCO LA SUA RESA, SIA PURE INFRAMMEZZATA DALLE SOLITE BATTUTE CONTRO BERLUSCONI ‘ MAI  CITATO PER NOME DALLO STESSO FINI.  E L’AVVERTIMENTO A FINI CHE LA SUA “RESA” NON IMPEDIRA’ AI GIORNALI  E AI GIORNALISTI DI CONTINUARE A FARE IL LORO MESTIERE E RIPORTARE LE NOTIZIE, COMPRESE QUELLE CHE NON PIACCIONO ALLO STESSI FINI. ECCO L’ARTICOLO.

Signore e signori, ecco a voi il dimesso Fini. Raramente mi è capitato di vedere un leader politico che si presenta all’appuntamento della verità con le ruote sgonfie. Ventiquattr’ore prima il tam tam raccontava di un uomo pronto a dar battaglia, ma qualcosa deve aver consigliato a Gianfranco di cercare una via d’uscita dal pantano in cui s’è cacciato con i suoi fragorosi silenzi. Fini, ancora una volta, ha affidato a un monologo la sua difesa. È la conferma di una debolezza enorme. Dalle parole è emerso un profondo disagio, la consapevolezza di avere le polveri bagnate e tutti i lati del suo fortino scoperti. Neppure un avvocato con un passato burrascoso in politica e una bizzarra memoria che afferma di sapere chi è il proprietario della casa di Montecarlo è riuscito a fornirgli un assist. Se questa doveva essere la riscossa del conducator, i finiani stanno freschi. Se questo è il generale da seguire, è bene che la truppa rifletta sul da farsi. Fini è apparso immerso in una situazione familiare ingarbugliata, travolto dall’azione di un cognato-caterpillar che prima gli ha indicato il compratore per la casa, poi ha pensato bene di affittarsi il quartierino che ora non lascia nonostante Fini l’abbia implorato di farlo. E questa sarebbe la terza carica dello Stato.
Fini aveva il morale sotto i tacchi. E si è visto in maniera lampante. Persino quando ha giocato la carta delle sue dimissioni se emergerà una verità pesantissima – Tulliani dietro le società offshore – aveva il tono di chi lo faceva perché obbligato a calare qualche asso in una mano di poker dove aveva già perso tutto quello che c’era da perdere per un politico: la credibilità. Il paradiso fiscale dell’isola di Santa Lucia per Fini s’è trasformato in un inferno. Ai politici capita spesso di perdere il contatto con la realtà, di non rendersi conto che il potere non è una cambiale in bianco, che i giornali non sono buche delle lettere, che lo scenario è cambiato. Fini è ancora fermo all’era del subgoverno con Marco Follini, il periodo in cui voleva una cabina di regia per Palazzo Chigi e chiedeva a Silvio Berlusconi la testa di Giulio Tremonti e la otteneva. Fini ha continuato ad immaginare un quadro politico in cui poteva condizionare il governo fino a tenerlo in ostaggio. Lo faceva già dentro il Pdl, conta di farlo ancora con il gruppo di Futuro e Libertà. Ma se in passato questo gli è riuscito, almeno in parte, ora se non impossibile è molto difficile. Il suo discorso, soprattutto la conclusione, è figlio di questo schema mentale.
Quando chiede a Berlusconi – senza mai nominarlo – una tregua, immagina che con un colpo di telefono il presidente del Consiglio possa ordinare ai giornali lo stop sul caso Tulliani. È un errore colossale. Non so chi sia il suo consigliere su questi temi, ma se questo è il suo obiettivo, non lo raggiungerà mai. Viviamo in un altro mondo, ma Fini questo non l’ha capito e con lui molti altri politici che non colgono quel che sta accadendo. Quando ero vicedirettore di Libero, nell’estate del 2009, spiegai alla Summer School di Magna Carta che era iniziata una stagione diversa per il mondo dei quotidiani e che la politica non sarebbe più stata la stessa e ci saremmo avvicinati a tappe veloci verso un giornalismo d’inchiesta sempre più forte e marcato, come da decenni esiste in altri Paesi. Dissi chiaramente ai politici che mi chiedevano cosa stava accadendo che la Repubblica, occupandosi delle lenzuola del premier, aveva rotto un argine e che tutti gli altri – a destra e a sinistra – avrebbero a quel punto fatto altrettanto. Non per ragioni politiche, ma di mercato, edicola, copie vendute. In quel periodo a sinistra stava nascendo Il Fatto di Marco Travaglio e Antonio Padellaro e dunque in quell’area ci sarebbe stato un rimescolamento di temi e una concorrenza aspra sul piano delle inchieste giornalistiche.
Altrettanto stava succedendo sul fronte della stampa di centrodestra, con il ritorno di Vittorio Feltri a Il Giornale e l’arrivo di Maurizio Belpietro a Libero. In questo solco si è collocato anche Il Tempo. Tutto questo è accaduto non per questioni di Palazzo, ma perché il mercato editoriale premia solo i giornali che hanno identità, anima, dicono ai loro lettori cosa sono. La recessione del 2008 ha spazzato via le strampalate teorie degli esperti di marketing e si è tornati alle origini di questo mestiere: i giornali si fanno per i lettori che vanno in edicola e cercano notizie originali, non la rimasticatura di Televideo, delle agenzie o dei tg. Gli editori lo sanno e cercheranno sempre più direttori in grado di fare bene questo lavoro e tenere in piedi la baracca. Punto. Fini dovrà farsene una ragione: il caso Tulliani si esaurirà quando non ci saranno più notizie da pubblicare. Vale per lui e chiunque stia al potere e diventi protagonista di un fatto che è degno di esser raccontato e impaginato. Anche in questo caso, Fini è stato deludente: ha definito la sua vicenda un «affare privato» e ha dimenticato che lui è il Presidente della Camera e la vicenda di Montecarlo non è una robetta da liquidare in due righe. In qualsiasi altro Paese avrebbe già dovuto convocare una conferenza stampa e affrontare i giornalisti, non cavarsela con videomessaggi tristi come una telenovela sudamericana.
Cosa succederà ora? Fini ha lanciato un segnale chiarissimo: è alle corde, ha bisogno di una tregua e ha messo sul piatto anche le sue dimissioni. Ma se ripassiamo bene il suo discorso ci sono dei punti che meritano attenta riflessione: senza mai nominarlo, ha attaccato continuamente Berlusconi, il suo modo di far politica, il suo stile di vita e perfino le scelte delle sue aziende. Non sono delle buone premesse per stipulare una tregua, seppure armata. Vedremo cosa accadrà nei prossimi giorni. E quale sarà il tenore del discorso che il Cavaliere terrà in Parlamento. Ora la palla passa a lui. Ha davanti a sè due possibilità: affondare il colpo e dividere il presidente della Camera dai finiani, oppure fare la mossa di accogliere la richiesta di tregua di Fini e vedere se regge. Penso che farà così. E i giornali continueranno a fare il loro mestiere.

FINI: AFFONDATO NEI CARAIBI

Pubblicato il 25 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

Editoriale di Mario Sechi, direttore de Il Tempo, secondo il quale in un Paese normale Fini avrebbe già dovuto essersi dimesso da Presidente della Camera. Ma Fini, diciamo noi, non lo farà mai, perche ritornerebbe ad essere il signor nessuno che per far parlare di sè era costretto a dire che “Mussolini era il più grande statista del secolo (scorso)” ad andare in Iraq  a far visita al feroce dittatore Saddam in compagnia del razzista francese Le Pen, a rivendicarela riderminazione dei confini con la Slovenia …..nel frattempo si attrezzava per imparare ad aiutare suocera e cognato a trasformarsi da nullafacenti in imprenditori televisivi…così va il mondo! g.

Gianfranco Fini La lettera del governo di Santa Lucia è autentica. Giancarlo Tulliani è il beneficiario delle società offshore che hanno acquistato la casa di Montecarlo. È lui il proprietario dell’appartamento venduto da An. Così Gianfranco è affondato nei Caraibi. Questo è lo scenario che abbiamo davanti e su cui dobbiamo ragionare per capire quel che accadrà nei prossimi giorni, quelli che ci separano dal discorso di Silvio Berlusconi in Parlamento il 28 settembre. Il presidente della Camera oggi farà il suo contrattacco, si dice che stia armando l’artiglieria pesante contro tutto e tutti. Vedremo cosa tirerà fuori dal suo cilindro bucherellato, oggi vivremo un’altra giornata al fulmicotone, non ci sono dubbi. C’è aria di elezioni anticipate. Fini è rimasto impigliato nella sua strategia difensiva, le sue risposte in queste settimane hanno sempre oscillato tra il nulla omissivo e la teoria del complotto.

Un po’ poco per fermare i fatti e soprattutto Il Fatto, il giornale fondato da Marco Travaglio e diretto da Antonio Padellaro che ha anticipato tutti e per primo (bel colpo ragazzi) ha raccolto la testimonianza del ministro dell’isola caraibica che confermava l’autenticità della lettera messa online da Dagospia. Lettera pubblicata poi da tutti – e sottolineo tutti – i principali quotidiani italiani. Comunque vada a finire, il caso Tulliani passerà alla storia come un gigantesco fiasco di comunicazione politica. Il presidente della Camera quando il pasticciaccio del cognato in affitto è venuto a galla, avrebbe dovuto presentarsi subito di fronte a una conferenza stampa e raccontare tutta la verità. Anche quella più scomoda e dolorosa. Ha scelto invece una linea prima omertosa, poi quella da furbetto del dico e non dico, infine – di fronte a una situazione insostenibile – ha deciso di sollevare il classico «polverone», bollare la lettera come «una patacca», far emergere, attraverso le parole di Italo Bocchino ad Annozero, la teoria del complottone, tirare in ballo i Servizi Segreti, la Spectre, James Bond. Un colossal buono per le gesta comiche del commissario Clouseau. Non bastando le barbe finte, s’è scomodato lo scontro tra potenze globali, con magari Obama impegnato a chieder lumi sull’appartamento di Montecarlo. Più che un thriller internazionale, un romanzo umoristico. Roba buona per la fiction dozzinale non per la politica. Fini ha costruito con le sue mani (e i suoi silenzi) la botola in cui è cascato. Qualcuno, nelle settimane scorse, gli aveva consigliato di cambiare passo e strategia, lasciar perdere questa linea che l’avrebbe condotto al suicidio. Niente. Forse pensava e sperava che la tempesta mediatica prima o poi si sarebbe placata, che i giornali si sarebbero stancati, che tutto si sarebbe concluso a tarallucci e vino. Grave errore.

La fortissima concorrenza che s’è creata tra i quotidiani è un toccasana per la libertà di stampa. Nessun direttore con le palle si sogna di imboscare una notizia sul caso Tulliani. Chi ce l’ha, la pubblica. E gli altri seguono a ruota e ci danno dentro con la cronaca e il commento perché è la stampa bellezza e tu non puoi farci niente. La grande lezione che viene dal caso Tulliani è che il giornalismo è più vivo che mai, con buona pace dei parrucconi di regime. I giornali hanno fatto il loro mestieraccio di sempre. Piaccia o non piaccia, questa è la verità. E ora che succede? In un Paese normale, Fini lascerebbe la presidenza della Camera. Per difendersi meglio. Per dignità istituzionale. Per rispetto di quelli che hanno creduto nella sua campagna di novello moralizzatore. Per lealtà nei confronti dei parlamentari che in buonissima fede gli hanno creduto fino a seguirlo in un’avventura spericolata come quella di Futuro e Libertà. Tutto questo Fini dovrebbe farlo se non per senso dello Stato almeno per sfuggire al ridicolo. E sarebbe la prima cosa giusta che fa dopo mesi e mesi di errori, strappi, discorsoni da statista di carta. Temo invece che non avremo questo dignitoso scenario, ma qualcos’altro. Qualcosa di terribile. Siamo alla vigilia di una guerra senza quartiere dove non si faranno prigionieri. Fini guiderà la sua battaglia personale stando seduto sullo scranno di Montecitorio. Sarà arbitro e attaccante. Guardalinee e tifoso. Allenatore e Presidente. Un paio di parti in commedia di fronte a un Parlamento che sta per trasformarsi in una trincea quotidiana dove pioveranno palle di cannone. I finiani ieri hanno già fatto balenare l’antipasto. Per loro (Italo Bocchino dixit) le parole del ministro della Giustizia di Santa Lucia «non provano nulla» perché l’isola «è un paradiso fiscale dove si generano società offshore e si sa come vanno le cose…».

Appunto, caro Bocchino, se «si sa come vanno le cose…» in quel paradiso fiscale nel mar dei Caraibi, un leader politico non autorizza la vendita di un appartamento ereditato da An per volontà di una donna di nobili principi come la contessa Anna Maria Colleoni, a una società che ha sede proprio in quel posto dove «si sa come vanno le cose…». Se «si sa come vanno le cose…» non si consente al cognato di prendere in affitto un appartamento a Montecarlo da un’altra società che ha sede sempre in quel posto dove «si sa come vanno le cose…». Se «si sa come vanno le cose…», non si impartiscono ordini supremi e inderogabili per concludere transazioni immobiliari fiscalmente opache, scaricando la responsabilità sul povero senatore Pontone, l’unico che in questa vicenda ha la coscienza a posto. Se «si sa come vanno le cose…», non si svende un bene al primo che passa per un paradiso fiscale dove «si sa come vanno le cose…». Se «si sa come vanno le cose…» non si alza il sopracciglio con fastidio e non si grida al complotto quando Il Corriere della Sera, la Repubblica, Il Giornale, Il Tempo, Libero, l’Espresso e tutta la stampa in coro ti chiede in prima pagina come mai un tuo parente firma un contratto d’affitto con una società del posto dove «si sa come vanno le cose…».

Se «si sa come vanno le cose…», chiedi a tuo cognato come mai conosce certa gente che lavora in quell’isola dove «si sa come vanno le cose…» e lo inviti a lasciare la casa che casualmente era patrimonio del partito di cui eri leader, giusto perché quello – come dice il tuo fido Bocchino – «è un paradiso fiscale dove si generano società offshore e si sa come vanno le cose…». Se «si sa come vanno le cose…», allora non si fanno queste cose.

FINI, TRADITORE E LADRO DI SOGNI

Pubblicato il 25 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

IN ATTESA DI CONOSCERE LA “VERITA’” DI FINI SULLA QUESTA BRUTTA STORIA DI MONTECARLO, PUBBLICHIAMO QUESTO ARTICOLO DI MARCELLO VENEZIANI NEL QUALE CI RICONOSCIAMO, INSIEME AI TANTI RAGAZZI CHE VENEZIANI EVOCA NEL SUO ARTICOLO. g.

di Marcello Veneziani

Io so chi c’è dietro le carte che accusano Fini. So chi le ispira, conosco bene il mandante. Non c’entra affatto con Palazzo Chigi, i servizi segreti, il governo di Santa Lucia. È un ragazzo di quindici anni che si iscrisse alla Giovane Italia. Sognava un’Italia migliore, amava la tradizione quanto la ribellione, detestava l’arroganza dei contestatori almeno quanto la viltà dei moderati, e si sedette dalla parte del torto, per gusto aspro di libertà. Portava in piazza la bandiera tricolore, si emozionava per storie antiche e comizi infiammati, pensava che solo i maledetti potessero dire la verità.
Quel ragazzo insieme ad altri coetanei fondò una sezione e ogni mese facevano la colletta per pagare tredicimila lire di affitto, più le spese di luce, acqua e attività. Si tassavano dalla loro paghetta ma era solo un acconto, erano disposti a dare la vita. Il ragazzo aveva vinto una ricca borsa di studio di ben 150mila lire all’anno e decise di spenderla tutta per comprare alla sezione un torchio e così esercitare la sua passione politica e anche di stampa. Passò giorni interi da militante, a scrivere, a stampare e diffondere volantini. E con lui i suoi inseparabili camerati, Precco, Martimeo, il Canemorto, e altri. Scuola politica di pomeriggio, volantini di sera, manifesti di notte, rischi di botte e ogni tanto pellegrinaggi in cerca di purezza con tricolori e fazzoletti al collo. Erano migliaia i ragazzi come lui. Ce ne furono alcuni che persero la vita, una trentina mi pare, ma non vuol ricordare i loro nomi; lo infastidiva il richiamo ai loro nomi nei comizi per strappare l’applauso o, peggio, alle elezioni per strappare voti. Perciò non li cita. Sa solo che uno di quei ragazzi poteva essere lui.
È lui, il ragazzo di quindici anni, il vero mandante e ispiratore delle accuse a Fini. Non rivuole indietro i soldi che spese per il torchio, per mantenere la sezione, per comprare la colla. Furono ben spesi, ne va fiero. Non rivuole nemmeno gli anni perduti che nessuno del resto può restituirgli, le passioni bruciate di quel tempo. E nemmeno chiede che gli venga riconosciuto lo spreco di pensieri, energie, parole, opere e missioni che dedicò poi negli anni a quella «visione del mondo». Le idee furono buttate al vento ma è giusto così; è al vento che le idee si devono dare. Quell’etichetta gli restò addosso per tutta la vita, e gli costò non poco, ma seppe anche costruirvi sopra qualcosa. No, non chiede indietro giorni, giornali, libri, occasioni e tanto tanto altro ancora.
Però quel che non sopporta è pensare che qualcuno, dopo aver buttato a mare le sue idee e i loro testimoni, dopo aver gettato nel cesso quelle bandiere e quei sacrifici, dopo aver dimenticato facce, vite, morti, storie, culture e pensieri, possa usare quel che resta di un patrimonio di fede e passione per i porci comodi suoi e del suo clan famigliare. Capisce tutto, cambiare idee, adeguarsi al proprio tempo, abiurare, rinnegare, perfino tradire. Non giustifica, ma capisce; non rispetta, ma accetta. È la politica, bellezza. E figuratevi se pensa che dovesse restare inchiodato alla fiamma su cui pure ha campato per tanto tempo. Però quel che non gli va giù è vedere quelle paghette di ragazzi che alla politica dettero solo e non ebbero niente, quei soldi arrotolati di poveracci che li sottraevano alle loro famiglie e venivano a dirlo orgogliosi, quelle pietose collette tra gente umile e onesta, per tenere in vita sezioni, finire in quel modo. Gente che risparmiava sulla benzina della propria Seicento per dare due soldi al partito che col tempo finirono inghiottiti in una Ferrari. Gente che ha lasciato alla Buona Causa il suo appartamento. Gente che sperava di vedere un giorno trionfare l’Idea, come diceva con fede grottesca e verace. E invece, Montecarlo, i Caraibi, due, tre partiti sciolti nel nulla, gioventù dissolte nell’acido. È questo che il ragazzo non può perdonare.

Da Berlusconi il ragazzo non si aspettava nulla di eroico, e neanche da Bossi o da Casini. E nemmeno da Fini, tutto sommato. Capiva i tempi, i linguaggi e le esigenze mutate, le necessità della politica, il futuro… Poteva perfino trescare e finanziare la politica con schifose tangenti; ma giocare sulla pelle dei sogni, giocare sulla pelle dei poveri e dei ragazzini che per abitare i loro sogni si erano tolti i due soldi che avevano, no, non è accettabile.
Attingere da quel salvadanaio di emarginate speranze è vergognoso; come vergognoso è lasciare col culo per terra tanta gente capace e fedele nei secoli, che ha dato l’anima al suo partito ed era ancora in attesa di uno spazio per loro, per favorire con appaltoni rapidi e milionari il suddetto clan famigliare. Lui non crede che il senso della vita sia, come dice Bocchino in un’intervista, «Cibo, sesso e viaggi» (si è scordato dei soldi).
Il vero ispiratore e mandante dell’operazione è lui, quel ragazzo di quindici anni. Si chiama Marcello, ma potrebbe chiamarsi Pietrangelo o Marco. Non gl’interessa se Gianfrego debba dimettersi e andarsene all’estero, ai Caraibi o a Montecarlo, o continuare. Lo stufa questo interminabile grattaefini. È pronto a discutere le ragioni politiche, senza disprezzarle a priori. Sentiremo oggi le sue spiegazioni (ma perché un videomessaggio, non è mica Bin Laden). Però Fini non ha diritto di rubare i sogni di un ragazzo, di un vecchio, di un combattente. Non ha diritto di andarsi a svendere la loro dignità, i loro sacrifici, le loro idee. Non può sporcare quel motto di Pound che era il blasone di quei ragazzi; loro ci hanno rimesso davvero, lui ci ha guadagnato. Quel ragazzo ora chiede a Fini solo un piccolo sforzo, adattare lo slogan alla situazione reale e dire: se un uomo è disposto a svendere casa, o non vale niente la casa o non vale niente lui. E la casa valeva.