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MONTECARLO: LA VERITA’ DEL MINISTRO CARAIBICO E QUELLA DI FINI

Pubblicato il 24 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

Ripresa da tutta la stampa italiana e forse mondiale, è ormai di dominio pubblico la notizia che il ministro della giustizia dell’Isola caraibica di Santa Lucia, dove hanno sede le due società off-shore che compaiono nella doppia compravendita dell’appartamento di Montecarlo che era di AN e che ora risulta abitato dal cognatino di Fini, Tulliani,  ha convocato una conferenza stampa alle ore 18 (ora italiana) di oggi ed ha confermato che il documento pubblicato a Santo Domingo e ripreso dalla stampa italiana nel quale egli rendeva noto che le due società sono riconducibili alla persona di Giancarlo Tulliani è vera. “L’ho scritta io, ha dichiarato il ministro, ed è un memorandum per il primo ministro. Doveva rimanere riservata e forse per una falla nel sistema di controllo è finita ai giornali. Ma il documento è vero ed autentico”. La dichiarazione del ministro che è rintracciabile sui siti di tutta la stampa italiana mette fine alle cretinate dei vari Bocchino, Granata, Briguglio circa la natura di patacca del documento, costruita ad arte dai servizi segreti deviati, ovviamente al soldo di Berlusconi.I tre però non desistono e più realisti del re continuano a sostenere che nonostante la dichiaraizone di autenticità del sottoscrittore del documento che non è un qualsiasi Bocchino ma il Ministro di uno Stato sovrano,  sempre di patacca si tratterebbe. Intanto per domani è stato annunciato un video-conferenza di Fini che sarà trasmesso sui siti internet vicino al suo partito e nel quale Fini dovrebbe, finalmente,  dire la sua verità sulla casa di  Montecarlo. Vivaddio, era ora, anche se il condizionale è d’obbligo e potrebbe trattarsi di un messaggio simile ai famosi otto punti di agosto nei quali tutto si diceva meno che la verità. D’altra parte lascia perplessi il fatto che Fini sfugga al contatto diretto con i giornalisti. Lui paladino della libertà di stampa che  “non è mai abbastanza” sistematicamente evita di sottoporsi alle domande dei giornalisti come fanno tutti, come ha fatto Verdini di recente. Invece di rilasciare dichiarazioni e basta, o affidarsi ad una video conferenza “solitaria”, Fini convochi una vera e propria conferenza stampa e si sottoponga al fuoco di fila  delle domande dei giornalisti. Anche per dimostrare di che tempra democratica è lui. Ma Fini tutto sa fare meno che essere e praticare la democrazia.

UN GIOCO DI FUMO E SPECCHI, editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 24 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

Parlamento Casa a Montecarlo, servizi segreti, finiani, berlusconiani, Partito democratico, bersaniani, veltroniani, cretinetti e furbetti. È la cronaca politica del Paese, il racconto di quanto accade nel Palazzo. Qualcuno dirà che tutto questo è lontano dal Paese reale. Purtroppo quel che tutti i giorni registriamo nei nostri articoli è un pezzo di realtà, non una rappresentazione virtuale e voler separare la cittadella della politica dal paesone d’Italia è un esercizio retorico che non aiuta a capire quel che sta accadendo e non contribuisce a cambiare la rotta. Il Parlamento è lo specchio del Paese, non una sua deformazione iperbolica.
Quei parlamentari che oggi si scannano, che entrano ed escono dalla porta girevole dei partiti, quei leader che si scambiano accuse e regolano conti a lungo sospesi, sono stati votati dal popolo, non sono sbarcati da Marte. Quando le cose non possono essere spiegate con la lingua della verità preferiamo agitare spettri, complotti, dire che è tutta colpa dei giornali e mettere in campo sulfurei azzeccagarbugli. Figuriamoci, è un film già visto. La storia di Giancarlo Tulliani in questo senso è esemplare. Ci mancavano le barbe finte, sono state evocate e ora il quadretto è chiaro: siamo al casino totale. E come in ogni giallo all’italiana che si rispetti, è spuntato l’ingrediente doc: la «patacca». Una lettera dell’autorità di Santa Lucia che dice: Tulliani è il beneficiario delle società off-shore. I finiani sostengono che è un falso confezionato per dare una mano a Berlusconi.
E se pensiamo che tutto questo casino è nato perché un cognato già ingombrante per quel che combinava in Rai era anche in affitto in una casa che fu di An, c’è da riflettere non sulla condizione delle istituzioni, ma degli italiani. Un Paese dove chi non ha nessuna competenza e dichiara ben poco reddito può ottenere la residenza a Montecarlo, scarrozzare per il Principato in Ferrari 458 e infischiarsene delle inchieste e delle domande di tutta la stampa nazionale (sì, tutta, caro Fini) non ha qualcosa che non va, ha un problema di fondo che si traduce in tre parole: trasparenza, concorrenza e meritocrazia. Era così facile spegnere sul nascere questa storia. Bastava tirare fuori un po’ di coraggio e andare di fronte al Paese a spiegare tutta la vicenda, dire la verità, chiedere al cognato di raccontare come mai è diventato l’inquilino di una casa nel Principato che era di An ed è stata venduta a due società off-shore.
Tutto sarebbe andato come doveva andare: Tulliani dentro o fuori. Fini dentro o fuori. Invece no, la risposta è il silenzio, a meno che non si voglia prendere per buona (e nessun giornale ci ha creduto) la nota in otto punti del Presidente Fini. Non potendo spiegare quel che non si può giustificare, si evocano spettri, complotti, barbe finte. Tutto l’armamentario della Prima Repubblica e, ogni tanto, di Repubblica. Ognuno fa il suo quotidiano ed Ezio Mauro lo fa decisamente bene, ma accanto all’articolessa di ieri firmata dal buon Giuseppe D’Avanzo si poteva ripubblicare l’editoriale dell’11 agosto 2010, intitolato «Il dovere della chiarezza». Ecco il passaggio chiave: «Il presidente della Camera ha un’unica strada per sfuggire a questa guerra mortale, una strada che coincide coi suoi doveri verso la pubblica opinione. È la strada della chiarezza e della trasparenza. Dopo avere detto la sua verità sull’affare Montecarlo, deve pretendere la verità da Giancarlo Tulliani, intermediario e beneficiario della vendita. Fini chieda a Tulliani di rivelare i nomi e i cognomi degli acquirenti e le condizioni dell’affitto.
Questo per rispondere al sospetto, ogni giorno più pesante, che Tulliani abbia intermediato per se stesso, dietro il paravento off-shore. Solo così si potrà accertare definitivamente che la “famiglia” venditrice non è anche la “famiglia” acquirente». Bene, io la penso esattamente così, ho messo nero su bianco su Il Tempo le stesse domande che si sono posti a Repubblica e da settimane attendo una risposta. Non è ancora arrivata e comincio a pensare che il casino totale serva non solo a ritardarla ma ad eluderla completamente. E se una «manina» o una «manona» c’è (purtroppo non lo so, altrimenti l’avrei già scritto), in realtà sta dando un grande aiuto a chi ha interesse a nascondere la verità. Come in un thriller, stiamo assistendo a un gioco di fumo e specchi. Ne vedremo di tutti i colori. E qualcuno guardandosi allo specchio dovrà vergognarsi.

IL TEMPO – 24 SETTEMBRE 2010

FUTURO E RIBALTONE, OVVERO LA VENDETTA DI FINI

Pubblicato il 23 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

Gianfranco Fini I finiani sono ormai, di fatto, all’opposizione. Ieri mattina, alla Camera, al primo vero voto dopo la pausa estiva, i deputati di Futuro e Libertà si sono schierati al fianco di Pd, Udc e Italia dei Valori per dare il via libera ad utilizzare, per fini giudiziari, le intercettazioni telefoniche che riguardano l’ex sottosegretario Nicola Cosentino. Richiesta respinta, perché Pdl e Lega più dodici franchi tiratori dell’opposizione, visto che si votava a scrutinio segreto, hanno raggiunto quota 308, mentre i sì si sono fermati a 285. Ma è il segnale del ribaltone di Fli, ormai schierata con il centrosinistra. Lo dimostra anche la scelta di far parte della nuova Giunta di Raffaele Lombardo in Sicilia insieme al Pd, all’Udc e all’Api di Francesco Rutelli. E, tornando indietro, la decisione, ad agosto, di astenersi sul voto di sfiducia nei confronti del sottosegretario Giacomo Caliendo, anche lui al centro di un’inchiesta. Anche in quel caso schierandosi contro la scelta del Pdl. Un crescendo, che apre un nuovo capitolo nei rapporti tra Berlusconi e Fini.

Gli uomini del Presidente della Camera hanno infatti garantito che mercoledì prossimo daranno la fiducia al governo sui cinque punti del programma, ma la collaborazione con il centrodestra si ferma lì. Dopo le rivelazioni sulla vicenda della casa di Montecarlo, dalle quali risulta che il vero proprietario è Giancarlo Tulliani, il cognato di Gianfranco Fini, il gruppo di Futuro e Libertà ha interrotto tutte le trattative con il Pdl. Accusando proprio la maggioranza di lavorare a costruire dossier falsi contro il presidente della Camera.

Italo Bocchino ieri lo ha detto chiaramente intervistato dal Tg3: «Non esiste proprio il dubbio sul voto di fiducia. È vero, però, che mentre noi lavoravamo per armonizzare i rapporti qualcuno lavorava per fare del dossieraggio». Poi l’affondo: «Non c’è alcuna ragione per metterci a trattare su documenti condivisi e costruire un percorso comune con chi ha organizzato un’operazione di dossieraggi falsi contro il presidente della Camera».

E il voto in aula su Nicola Cosentino è stata una vera e propria vendetta. Fino a martedì sera, infatti, l’indicazione di Fini ai suoi era stata quella di mediare, di tappare la bocca ai falchi che chiedevano di dare il via libera all’autorizzazione alle intercettazioni. Poi, ieri mattina, dopo aver letto sui giornali la storia dei documenti su Giancarlo Tulliani, il cambio di rotta. Un Gianfranco Fini furente ha riunito i suoi e ha dettato la linea: si vota sì e si interrompe qualsiasi rapporto con il Pdl. Stop dunque ai colloqui tra Angelino Alfano e Italo Bocchino, alle trattative tra Niccolò Ghedini e Giulia Bongiorno sullo scudo per mettere al riparo Berlusconi dalle sue vicende giudiziarie. Meglio, per i finiani, il ribaltone, meglio schierarsi con Italia dei Valori, Pd, Udc e Api. «Siamo ossessionati dal terrore che vogliano decapitare il gruppo – spiega un deputato di Fli – In realtà navighiamo a vista, può succedere qualunque cosa». E a far perdere la testa a Fini sono proprio i documenti su Giancarlo Tulliani: sono un falso preparato apposta contro di me, tuona, una polpetta avvelenata, una porcata. «Volevano farmi fuori prima del 29 settembre» confida ancora ai suoi. E nel pomeriggio chiama prima Gianni Letta e poi Massimo D’Alema, il presidente del Copasir. Ma che la vicenda sia diventata pesante anche per lui lo dimostra anche la frase che il presidente della Camera avrebbe detto tornando in aereo pochi giorni fa da Zagabria: «Questa potrebbe essere la mia ultima legislatura. Ma prima devo impedire a quel signore là (riferendosi a Berlusconi ndr) di fare altri danni al Paese».

Così la vendetta alle rivelazioni sull’affaire Tulliani scatta alle 10 di mattina, quando il gruppo di Futuro e Libertà spiega che voterà sì all’autorizzazione. L’unico che annuncia il no è Nino Lo Presti, ma solo perché è il relatore del provvedimento. Mentre Benedetto Della Vedova spiega che «il voto del Parlamento non può essere motivato da ragioni di solidarietà o ostilità politica nei confronti di un collega. Non c’è alcun elemento che possa far pensare al fumus persecutionis. Riteniamo però che non esistano motivi per respingere la richiesta».

Ma dopo il voto all’opposizione mancano 12 voti. E in molti alla Camera sono convinti che una buona parte siano quelli dei deputati di Futuro e Libertà. I quali, protetti dalla segretezza dello scrutinio, hanno preferito seguire la strada segnata dal Pdl.

IL TEMPO 23 SETTEMBRE 2010

PARTITI DI LEADER SCONFITTI

Pubblicato il 23 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

Chi aveva ancora dei dubbi la giornata di ieri dovrebbe averli cancellati definitivamente. Quello di Fini ormai è un vero partito, autonomo. Fedele, a parole, al programma di governo, ma con l’obiettivo di mandare in pensione il Premier. Non perché in realtà è in rotta di collisione con il programma del Pdl, ma perché l’ex leader di An mal sopporta di essere un numero due. Ha l’ambizione o la presunzione di voler rappresentare la destra moderna. Vuole essere l’unico beneficiario del patrimonio della destra italiana. Anche se per il momento l’unica eredità di cui ha avuto disponibilità è a Montecarlo. Comunque i sogni di gloria del presidente della Camera sono anche l’effetto di quel virus moderno della politica: tutti i protagonisti scalpitano e non accettano di condividere la responsabilità con altri. Tutti leader, tutti capi. Demolitori di quel progetto di dar vita anche in Italia al bipartitismo. La strada sembrava tracciata con la nascita del Pd e del Pdl.

Ma, diciamolo con chiarezza, questo obiettivo è saltato. Non per scelte ideologiche, ma per vanità e presunzione. Le sigle sono solo la copertura di partiti personali. La lista è lunga. Oltre a Fini c’è il partito di Casini, di Rutelli, di Di Pietro, di Mastella, di Vendola. E in futuro forse avremo quelli di Veltroni e di Montezemolo. Sono nati come vestiti su misura di leader che non vogliono accettare di dividere il poco o grande potere con gli altri. Vogliono essere padroni in casa a costo di accontentarsi di percentuali elettorali da prefisso telefonico. Pensate a Rutelli, è andato via con pochi intimi. E Fini, quando ai sondaggi si sostituiranno i voti reali avrà la forza di garantire ai suoi seguaci le stesse posizioni?

E Mastella, se non fosse stato recuperato da Berlusconi con il suo gruppetto di fedelissimi campani, potrebbe solo fare l’incursore tra i due grandi partiti o minacciare di candidarsi a sindaco di Napoli. Se lo facesse da solo quali risultati avrebbe? Di Pietro si è ben guardato dal tenere fede all’impegno preso con Veltroni, lui ha un suo partitino e non lo molla. Del resto Veltroni dopo aver guidato il Pd non vuole rientrare nei ranghi. Riunisce i suoi e poi si vedrà. Tutti leader, tutti capi. Tutti aspiranti Berlusconi. Tutto ha origini lontane. A quel 1993 quando l’imprenditore Berlusconi decise di scendere in campo. Non aderendo a nessuno dei partiti sopravvissuti al terremoto di Tangentopoli, ma formandone uno suo, capace di raccogliere i voti di un esercito scomposto di elettori e dirigenti politici che non avevano alcuna voglia di arrendersi alla gioiosa macchina da guerra di Occhetto e che videro nel Cavaliere l’uomo in grado di respingere l’attacco e di portarli alla vittoria. Così fu. Quel ruolo di leader Berlusconi lo ha conquistato sul campo. E da allora la sua figura, amata o odiata è stata copiata. Con esiti disastrosi per chi ci ha provato. Prendete il Pd. Da 15 anni è alla ricerca di un capo carismatico. Ed è stato un tritacarne. Veltroni, Franceschini ora Bersani. Intanto si affacciano all’orizzonte Vendola, Chiamparino. E dietro l’angolo ci sono Profumo e Montezemolo e c’è chi vorrebbe rispolverare il pensionato Prodi. Ma il professore si tiene alla larga dalla beghe. Invece ci squazza Vendola, il governatore della Puglia, che da tempo si è fatto un partito e per questo ha le mani libere. E anche lui sogna di essere il vero erede del patrimonio della sinistra. Invece non è andato in pensione Veltroni. Finocchiaro giura: non sarà il nostro Fini. Ma Walter se la sente di allinearsi a Bersani? Per il momento però in qualcosa imita Fini, se non altro riunendo i fedelissimi. Non un gruppo, ma un documento. Ma gratta gratta è poi tanto diverso? Poi ci sono quelli che pensano di poter rappresentare la vecchia Dc. Non si sono rassegnati all’implosione irreversibile della balena bianca. Mastella e Casini provarono a fare un partito insieme.

Poi la divisione: ognuno padrone in casa propria. Padrone. Basta vedere cosa dicono di Casini i dissidenti dell’Udc. Più o meno le stesse parole che usano gli avversari di Berlusconi. Tutti dovrebbero mostrare religiosa fiducia nelle potenzialità del terzo polo. Inutile dissentire, chi non crede va fuori. E dentro il partito dell’ex pm Di Pietro c’è un aperto dibattito interno? O tutto è guidato con mano ferma da Tonino che decide chi premiare, chi punire o chi cacciare se dissente.

Il panorama che ne esce fuori è desolante. Non nascono partiti o gruppi per rivendicare un progetto alternativo, non parliamo di valori o di principi, ma almeno di programmi. No, nascono perché ognuno cerca una personale visibilità. Perché spera di contare al momento della spartizione dei posti se può mettere sul piatto della bilancia un proprio peso. Soprattutto perché morti i partiti della Prima Repubblica nessuno ha saputo creare qualcosa di diverso. Semmai hanno cercato tutti o quasi di copiare l’unico che ha costruito qualcosa di alternativo. Insomma il modello è diventato Berlusconi. Lo criticano, lo contestano, lo attaccano, ma tutti vorrebbero seguirne le orme. E tutti vorrebbero o sognano di prendersi pezzi del Pdl o del Pd. Fini punta al bersaglio grosso. Casini aspetta che i due grandi deflagrino per raccoglierne i pezzi. Di Pietro vuole essere il più puro degli antiberlusconiani e vuole strappare i voti del Pd. E gli elettori? Possono assistere a questa corsa di aspiranti leader? Se nonostante tutto i consensi sono ancora per Berlusconi una ragione ci sarà.

da IL TEMPO – 23 SETTEMBRE 2010

UNA SENTENZA CHE CI FA PIACERE

Pubblicato il 22 settembre, 2010 in Cronaca, Politica | No Comments »

ROMA - «Il fatto non sussiste». Con questa formula inequivocabile oggi il gup di Roma, Marina Finiti, ha assolto Vittorio Emanuele di Savoia e gli altri cinque imputati nel processo per il cosiddetto ‘Savoiagate’, l’indagine sui nulla osta legati ai videopoker avviata nel 2006 dal pm di Potenza Henry John Woodcock e poi passata a Roma per competenza.

Secondo l’accusa, a partire dal 2004, i sei avevano messo in piedi una associazione per delinquere «impegnata nel settore del gioco d’azzardo fuori legge, attiva nel mercato illegale dei nulla osta per videopoker procurati e rilasciati dai Monopoli di Stato attraverso il sistematico ricorso allo strumento della corruzione e del falso».
A chiedere il processo era stato il pm Andrea De Gasperis, oggi procuratore capo a Latina.

Oggi il gup ha assolto tutti gli imputati. Oltre a Vittorio Emanuele, Rocco Migliardi, Nunzio Laganà, suo stretto collaboratore, Ugo Bonazza, Gian Nicolino Narducci e Achille De Luca.
«L’esito assolutorio di oggi conferma definitivamente – afferma l’avvocato Vincendo Dresda, legale di Bonazza – quanto già statuito nelle archiviazioni precedenti in ordine alle imputazioni connesse e consente di ribadire con maggior forza che gli arresti eseguiti quattro anni fa si fondavano su accuse inconsistenti».

da La Gazzetta del Mezzogiorno – 22 settembre 2010

….Ci fa piacere non per il personaggio, Vittorio Emanuele,  che francamente non riscuote la nostra simpatia, ma perchè immanginare l’ultimo erede della Famiglia a cui, nel bene e nel male, dobbiamo gran parte dei meriti per l’unità italiana, coivolto in così spregevoli fatti di malaffare ci amareggiò. Ancor più saremmo stati amareggiati se la sentenza fosse stata di diverso tenore proprio in concomitanza con i festeggiamenti per il 150° dell’Unità che, lo ripetiamo, si realizzò sopratutto,  grazie e intorno a Casa Savoia. Celebrare l’unità nazionale con un Savoia che dopo la galera fosse stato condannato sarebbe stato grave, peggio che  doverci sorbire il suo “successore” far da valletto ai pupi e alle gabrielle facendo a botte con sintassi, grammatica e congiuntivi   Detto ciò, ci domandiamo che cosa capiterà all’ineffabile pubblico ministero che evidentemente sulla scorta di nulla  che fosse uno straccio di prova,  dispose l’arresto di Vittorio Emanuele, il suo trascinamento per un migliaio di chilometri a bordo di un’auto poco più che utilitaria sino al carcere di Potenza, il suo mantenimento in quel carcere come un qualsiasi delinquente, salvo poi vedere smontare le sue accuse dal GUP che, notoriamente, si esprime sugli atti, gli stessi usati per arerstare Vittorio Emanuele dal  signor Woodcock  ora trasferito a Napoli, dove, immaginiamo, continua a istruire indagini, tipo quello sulle veline, anch’esso, come quella   su Vittorio Emanuele, costruita sul nulla. Pagherà il signor Woodcock come qualsiai altro funzionariuo pubblico che sbagli, per esempio come i medici che litigano in sala parto? L’esperienza ci insegna che il signor Woodcock non pagherà un bel nulla e come sempre in Italia “chi ha dato ha dato…”. g.

C’E’ UNA DESTRA CHE INGANNA, editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 21 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

L’editoriale di Mario Sechi, direttore de Il Tempo

Dio è morto, Marx è morto e neanche io mi sento tanto bene. Mi viene in mente questa battuta di Woody Allen se penso allo scenario politico italiano dove in entrambi i poli le cose non mi pare vadano alla grande. Alla situazione ormai patologica del Partito democratico, s’è aggiunta infatti una surreale crisi del Popolo della Libertà. La formazione politica fondata da Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini è finita in una situazione paradossale: vincente in tutte le ultime tornate elettorali a vario livello, si ritrova a dover raccattare qua e là i voti per assicurare al governo una maggioranza autosufficiente. Il presidente della Camera ha deciso non di dar vita a una minoranza interna, ma a un vero e proprio gruppo d’opposizione al partito. In queste condizioni, la scissione è automatica e tutti i discorsi sul pluralismo interno, la dialettica e la libertà non c’entrano proprio nulla con quel che s’è creato, cioè un partito allo stato nascente. Neanche la pazienza di Giobbe può reggere un simile pasticcio.

E infatti la rottura è arrivata, il divorzio tra Silvio e Gianfranco s’è consumato con gran frastuono di piatti e bicchieri. Ora siamo quasi giunti al primo vero giro di boa di questa storia italiana: mancano sette giorni al discorso del Cavaliere in Parlamento, quello dove non si misureranno solo i voti (fondamentali) ma anche le intenzioni e il programma del governo e le risposte del gruppo dei finiani. Il problema non è nei numeri (non mancheranno) ma nel profilo politico che si vuol dare alla legislatura. Molto dipenderà da quello che dirà il presidente del Consiglio in Parlamento. So che sta già lavorando al suo discorso, mi permetto non di dargli dei consigli, ma di mettere nero su bianco cosa si aspetta un liberale da un leader come Berlusconi in questo frangente delicatissimo.

Sulla mia scrivania c’è un libro di Raymond Aron intitolato «Saggio sulla Destra». É un libro scritto nel 1957 e la sua attualità è sconvolgente. Aron, uno degli intellettuali più influenti del Novecento, indaga il rapporto complicato tra la destra e la modernità, tra un sistema di valori e le sfide che la società nel suo dispiegarsi sbatte in faccia alla politica. Sono almeno due le domande che dobbiamo porci: esiste ancora la destra della legge, della gerarchia, dell’ordine, della tradizione? E questi valori sono ancora attuali di fronte a una società in cui questi pilastri sembrano esser stati picconati per lasciar posto a una spensierata libertà che si traduce in diritti senza più doveri? Potrebbe sembrarvi, cari lettori de Il Tempo, un discorso astratto, accademico, troppo alto per un Palazzo in cui, in fondo, si pensa a tirare a campare e poi si vedrà. Invece no. Questo è il nocciolo del problema, qui sta il vero dissidio in corso tra Berlusconi e Fini, qui risiede la ragione ultima dello scontro tra i due, qui stanno i motivi per cui la pace è impossibile e una tregua contrattata sul voto determinante dei finiani per il governo può esser più letale di una guerra.

Se la destra rappresentata dal Pdl è multiforme e declinabile in una parola, berlusconismo, quella finiana è a dir poco qualcosa di bizzarro. Un tempo diceva di guardare alla politica neogollista di Nicolas Sarkozy, ma la visione del presidente francese è qualcosa di più articolato di un commento di Fare Futuro o un comizio a Mirabello. Sarkozy sta consumando giorno dopo giorno la sua «rupture», la rottura con alcuni consolidati stereotipi della politica francese. Parigi ha vissuto sulla sua pelle la rivolta degli immigrati nelle banlieu, gli incendi nelle periferie e Sarkozy non ha esitato un minuto a chiamare «racaille», feccia, gli autori di quei disordini.

In Italia i finiani sono impegnati in un percorso culturale inverso: hanno in mente un modello di integrazione degli stranieri simile a quello già fallito in mezza Europa, sono per la cittadinanza breve, per il voto rapido a tutti, in generale per una forte accelerazione nel rilascio di diritti. Il problema è che si parla poco dei doveri. E immigrazione vuol dire economia, lavoro, identità nazionale. Su questo tema il Pdl ha idee opposte a quelle di Fini. Speculare è anche l’atteggiamento su un problema delicato e socialmente dirompente come quello dei Rom. Tema di portata europea che Sarkozy ha affrontato con durezza. Gianni Alemanno – un uomo che viene dalla destra un tempo finiana – a Roma ha fatto da apripista sgomberando il più grande campo nomadi d’Europa, il Casilino 900. Che dice Fini? Su inizio e fine vita il leader di Fli ha idee più vicine a quelle del Pd che a quelle della destra classica, così pure su alcune linee guida della nostra politica estera, sull’autonomia del Paese nelle relazioni internazionali, sulla necessità di assicurarsi l’indipendenza energetica prescindendo dagli interessi strategici degli Stati Uniti ma confermando il nostro ruolo nella Nato e nelle missioni Onu, sul ruolo più dinamico che oggi ricopre la Farnesina. Se Berlusconi è un ibrido intriso di pragmatismo, Fini non può certamente considerarsi la destra italiana. Non lo può essere perché ha consumato uno strappo definitivo con la sua storia personale, politica e collettiva. Ha preso un’altra strada, ma accusa i suoi ex colonnelli di averlo tradito. Paradosso dei paradossi.

Assistiamo, inoltre, a una metamoforsi kafkiana per cui gli ultimi sedici anni di scelte politiche sulla giustizia, sul ruolo delle procure, sullo squilibrio mostruoso tra accusa e difesa, vengono cancellati da Fini con un colpo di spugna, come se non vi avesse mai messo il timbro. E vediamo un suo fedelissimo, Fabio Granata, addirittura rimproverargli di essere troppo morbido, non in linea con il dogma del neogiustizialismo futurista che si avvicina spericolatamente al dipietrismo. Collaterale a colui che è l’espressione massima dell’antisistema di regime, cioè quell’Italia dei Valori che gioca elettoralmente allo sfascio ma vive e prospera nella denuncia dello sfascio e dunque, di fatto, è perfettamente incastonata e funzionale al regime che si propone di abbattere con furia cieca.

Queste sono contraddizioni pesanti che il discorso parlamentare di Berlusconi, con finezza dialettica, deve esser in grado di far emergere. L’inganno va smascherato. In gioco non c’è solo il voto del Parlamento, ma il giudizio degli italiani.

.…… Sin qui Mario Sechi. Alle sue puntuali considerazioni  sulle ormai molteplici contraddizioni dell’on. Fini (qualcuno, crudemente, le chiama:tradimenti!) ne vogliamo aggiungere una nostra. L’on. Fini, e qualche suo epigono (Urso, Bocchino, Ronchi, e quel bel tipo di Granata), ad ogni piè sospinto ci sommergono  di parolone sul loro “progetto politico di una destra nuova, diversa,  europea,  moderna”. Francamente non siamo mai riusciti a capire cosa ci sia dietro queste belle parole che sono buone per tutti gli usi. Tutti vogliamo essere diversi, europei, moderni., senza però venir meno ai nostri Valori e ai nostri principi. A proposito di modernità, però, ci viene un dubbio. Che l’on. Fini e i suoi compari l’abbiano confusa con il passato, anzi con il vecchio. Perchè l’operazione a cui  i finiani, benedetti da Fini e capeggiati da Granata, stanno partecipando in Sicilia, dove il presidente della  Regione, Lombardo,  ha varato oggi il suo quarto governo in due anni (uno ogni sei mesi…come nella tanto deprecata prima repubblica) non è nè nuova, nè diversa, nè europea, nè tantomeno moderna. E’ la fotografia di un passato che ha più di 50 anni, tanti quanti ne sono passati da quando in Sicilia l’on Milazzo, democristiano,  varò  alla Regione un governo  di democristiani con l’aiuto  concordato di  missini e comunisti. Si chiamò milazzismo, durò poco e fece tali e tanti danni da far inorridire i ben pensanti siciliani e non solo loro. 50 anni dopo in Sicilia si torna ad un nuovo milazzismo che ora può ben chiamarsi “lombardismo”, che si avvale, come 50 anni addietro,  dei voti  e del sostegno di ex missini e di ex comunisti. E questa sarebbe la destra nuova, diversa, europea e moderna di Fini e compagni 8è il caso di dire!)? Andiamo, Fini, Questa è la destra che 50 anni fa in Sicilia si identificò con i “sette cavalieri della tavola rotonda”, come furono apostrofati, per dileggio, i sette consiglieri regionali missini che tradendo gli elettori fecero pappa e ciccia  con i comunisti. E ora come dovremo chiamare i consiglieri finiani che in Sicilia  siederanno alla stessa mensa dei post comunisti? g.

LE CONSULENZE, OVVERO GLI SPRECHI DELLA CASTA

Pubblicato il 20 settembre, 2010 in Economia, Politica | No Comments »

di Giacomo Susca

In un anno le collaborazioni esterne concesse da Regioni ed enti locali sono aumentate del 13,9 per cento con una spesa di 1,39 miliardi di euro. Negli elenchi spuntano anche esperti in “educazione degli adulti” e in cambiamenti climatici

Avanti, c’è posto. Il club delle consulenze, generosamente elargite dagli enti locali, è sempre aperto a nuovi invitati. La casta dei trecentomila «tecnici» lavora, più o meno nell’ombra ma comunque degnamente stipendiata, e munge la vacca tricolore. Finché ce n’è. Tenetevela voi, la crisi.
A scapito di ogni dieta auspicata, promessa e sbandierata (a destra come a sinistra), il carrozzone delle pubbliche amministrazioni si gonfia ogni anno a ritmi poco incoraggianti per i prodighi fan dell’austerity a parole. Ecco perché i numeri raccolti dal ministero della Funzione pubblica guidato da Renato Brunetta, evidenziati da Italia Oggi, suonano perfino beffardi. Nel 2009 il numero di incarichi esterni affidati a vario titolo dalle autonomie sono cresciuti a quota 299.281, con un incremento del 13,9% per cento rispetto all’anno precedente (quand’erano 262mila). La spesa complessiva delle amministrazioni pubbliche restituisce le proporzioni della cuccagna. Così sono volati via un miliardo e 390 milioni di euro in un anno, anche qui la manica s’è allargata di un buon 10,6% sul totale messo a bilancio nel 2008.
Controindicazioni della trasparenza: i calcoli del dicastero di palazzo Vidoni potrebbero essere addirittura al ribasso, visto che le liste degli incarichi si riferiscono al 60% degli enti locali, quelli che hanno risposto all’appello. Tutte le Regioni e almeno i Comuni più rappresentativi figurano nelle tabelle ministeriali. Regalando numerose sorprese.
LA GEOGRAFIA DEL PRIVILEGIO
Il vizietto di contornarsi di collaboratori e consiglieri, del resto, è tendenza comune da Bolzano a Palermo nonché trasversale agli schieramenti della politica. E, per una volta, il Mezzogiorno appare pure parsimonioso avendo aumentato il ricorso alle consulenze in valore assoluto «solo» del 9,2 per cento, a fronte del +16,8% del Nord e del +13,7 del Centro. Per capirci, nella provincia di Trento si è passati da 8mila a 12mila consulenti nel giro di un anno. Unici casi virtuosi in termini di risparmio sono in Valle d’Aosta, Umbria, Puglia, Molise, Liguria, Sardegna. Lo spesa intanto (come gli sprechi?) esplode in Alto Adige, Calabria ed Emilia Romagna.
UN ESPERTO PER TUTTO
Naturale, allora, cedere alla tentazione di spulciare negli elenchi. Scoprire che il Belpaese, quanto a folklore, non si smentisce mai nemmeno sulla carta intestata dei contratti. Niente paura, sono rapporti di lavoro a termine, obietterà qualcuno dalle poltrone del potere. Ma quant’è bello fare il «precario di lusso» a libro paga dei governi locali… Che a meritare l’incarico sia un vip oppure un oscuro funzionario, infatti, non fa molta differenza. Per esempio, il sindaco Pd di Genova Marta Vincenzi ha scelto l’archistar inglese Richard Burdett per «l’attività di supporto nelle funzioni di indirizzo in materia urbanistica»: quasi 195mila euro per le prestazioni offerte in un anno e mezzo. E il Co.co.co. Nando Dalla Chiesa ha aiutato la Vincenzi per la «promozione della città e dei progetti culturali» con cachet di 140mila euro in un anno. Letizia Moratti, a Milano, verserà 400mila euro in quattro anni e mezzo al garante «per la tutela degli animali». Quasi 100mila in un anno, in vece, a colui che si sta applicando all’«atlante dell’agricoltura milanese». E si è discusso tanto, quest’estate, nei corridoi di Palazzo Marino a proposito del rinnovo del contratto da 60mila euro lordi a Red Ronnie, l’ex dj addetto all’immagine del sindaco Moratti nei video sul web.

Ad Ancona la giunta rossa di Fiorello Gramillano onora di 53mila euro e rotti in due anni la responsabile di «Ancona città d’asilo». Nel capoluogo marchigiano tre mesi di impegno in qualità di «project manager» sui cambiamenti climatici nel tempo valgono un onorario dell’ordine dei 100mila euro. A Napoli, Rosetta Russo Iervolino corrisponde alla curatrice d’arte tedesca, Julia Draganovic, 200mila euro in due anni per svolgere attività di direttore artistico delle mostre temporanee presso il Pan, il Palazzo delle arti partenopeo, secondo i maligni non proprio preso d’assalto dagli appassionati. Sempre a casa di Pulcinella un consulente chiamato a «rappresentare il Comune di Napoli nei rapporti intercorrenti con i competenti organismi nazionali e internazionali» nell’ambito del Forum delle culture, da qui al 2013 incasserà un assegno da 84mila euro. E la Regione Campania, da par suo, foraggia una coppia di consulenti «in materia di educazione degli adulti» per 300mila euro in 5 anni. L’amministrazione Caldoro ha ereditato, tra le altre voci, anche il corposo contratto dell’esperta in cooperazione internazionale: circa 150mila in due anni e mezzo per «l’assistenza tecnica al punto di contatto nazionale del Programma PoMed». In Sicilia il governatore Raffaele Lombardo si è avvalso della «collaborazione specialistica» dei super-tecnici, da 106mila in due, i quali hanno studiato in 11 mesi di mandato il «ciclo teso della filiera dell’ortofrutta» in Trinacria. Solo casi spot, del resto l’elenco è sterminato.
UNA CURA POSSIBILE
Nella giungla insidiosa delle collaborazioni il ministro Brunetta ha già piantato un paletto. A partire dal prossimo anno, tutti gli enti pubblici (università a parte) dovranno attenersi a un tetto di spesa in consulenze e contratti esterni con il limite del 20 per cento del valore «investito» nel 2009. Manovra – stima Italia Oggi – da un miliardo di euro. La toppa giusta alle tasche bucate di certi amministratori?

da Il Giornale del 20 settembre 2010.

.…Non basta! Occorre vietare il ricorso alle consulenze esterne  pecie se prima d non si è  verificata l’eventuale esistenza di analoghe e idonee  professionalità  all’interno dell’Ente. E  comunque tra le figure da vietare sempre e dovunque  c’è quella dei cosiddetti “portavoce” che sono uno scandalo nello scandalo. Alla Provincia di Bari dove “impera” il neosatrapo  Schittulli che uno giorno si e l’altro pure conciona sugli sprechi (degli altri) e piange lacrime (di coccodrillo) sui giovani senza lavoro, lo stesso Schittulli dal giorno dopo la sua elezione ha nominato il suo bravo e personale “portavoce” al prezzo di 68 mila euro all’anno, cioè circa 5.700 euro al mese. Il quale “portavoce” in oltre un anno e mezzo di mandato non ci risulta che  abbia mai aperto bocca, anche perchè il logorroico Schittulli parla sempre e solo lui. Non solo. Il suddetto portavoce, pensionato dello Stato a migliaia di euro al mese,   è oltretutto un quasi settantenne…..E poi Schittulli si dice “il nuovo”….. lui è il vecchio (in tutti i sensi) che avanza…… g.

LA CASA DI MONTECARLO: FINI, NOI NON ARCHIVIAMO

Pubblicato il 19 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

Il Giornale di Feltri, come aveva annunciato ieri, stamattina pubblica altri inconfutabili documenti che legano la casa di Montecarlo,  ereditata da AN e svenduta a poco prezzo ad una società offshore delle Antille, al “cognato” di Fini. Ieri il Giornale ha pubblicato copia del contratto di affitto tra la società TAMARA e Tulliani Giancarlo in cui le firme del locatore e quella del locatario sembrano identiche tanto da far supporre che Tamara e Tulliani siano la stessa cosa. Oggi il Giornale (cliccare sul lik qui a destra) pubblica copia di una fattura condominiale indirizzata alla Tamara accanto al cui nome, fra parentesi, è scritto “Tulliani”, confemando i sospetti che l’una e l’altro siano la stessa cosa. Dinanzi a tutto ciò e ai sospetti che ormai sono più che dei sospetti,  il presidente della Camera, di cui sono note le tiritiere su legalità e correttezza, che autorizzò la vendita dell’immobile ad una società off-shore suggeritagli dal “cognato”, ha l’obbligo e il dovere di spiegare, precisare, dire tutto ciò che sa su questa questione che dal’eventuale  livello penale è salita al sicuro  livello di etica pubblica.
Questo il contenuto del corsivo che questa mattina pubblica il Giornale a firma di Masismo De Manzoni che pubblichiamo qui sotto.g.

Nemmeno le ultime rivelazioni del Giornale, alle quali oggi aggiungiamo un altro significativo tassello, hanno indotto il presidente della Camera a cambiare la sua strategia sulla vicenda dell’appartamento monegasco: zitto anche di fronte all’inquietante doppia firma (del «cognato» Giancarlo Tulliani?) sul contratto d’affitto. Un silenzio pesantissimo. Tanto che persino Antonio Di Pietro, certo non tenero con il Giornale che accusa di «dossieraggi», ieri è stato costretto a confessare: «Fini doveva rendere noti tutti i passaggi della casa di Montecarlo. Probabilmente non può farlo, ma se c’è qualcosa che non va bene è opportuno che i cittadini sappiano quello che non va bene».
È duro ammetterlo, ma per una volta l’ex Pm ha detto cose sensate: i cittadini hanno diritto di sapere se la terza carica dello Stato ha detto la verità o ha raccontato agli italiani una montagna di bugie. È il motivo per il quale stiamo conducendo questa inchiesta. E – dopo quasi due mesi di giustificazioni smentite dai fatti prima, minacce di querele poi e infine mutismo assoluto – è sempre più forte il dubbio che Fini non possa raccontare come stiano effettivamente le cose. Che non sia cioè in grado di spiegare come mai un appartamento lasciato in eredità al suo partito sia stato venduto (ignorando altre offerte d’acquisto ben più vantaggiose) a una cifra che tutti gli esperti interpellati stimano essere un quarto o un quinto del suo valore. Perché sia stato ceduto a una società domiciliata in un paradiso fiscale. Perché ora, dopo aver seguito in prima persona i lavori di ristrutturazione, vi abiti il «cognato». Se Giancarlo Tulliani sia «solo» un inquilino in affitto oppure, come molti, troppi indizi indurrebbero a credere, sia il vero proprietario dell’immobile.
Una faccenduola piuttosto imbarazzante, come si vede, malgrado i moltissimi nuovi e interessati protettori di Fini si affannino a sminuirla, anche e soprattutto su quei giornali fino a non molto tempo fa inclini a massacrare l’ex leader di An. Ma è il tributo da pagare all’uomo sul quale si punta per azzoppare il governo, prospettiva di fronte alla quale tutto il resto passa in secondo piano.
Protetto dal muro di gomma della gran parte dei mass media, Fini può dunque giocare a fare il muto di Montecarlo; aspettando e sperando che a togliergli le castagne dal fuoco sia alla fine quella magistratura da lui vistosamente corteggiata da un po’ di tempo a questa parte. Qualora la Procura di Roma dovesse, come qualcuno già mormora, archiviare l’inchiesta per truffa aggravata aperta quest’estate, il presidente della Camera ritroverebbe di colpo la parola per tentare di uscire alla Travaglio dall’imbarazzante situazione: «Visto? Non c’è reato. Quindi non è successo nulla».
E invece non è così. La questione non è mai stata (o almeno non prevalentemente) giudiziaria, bensì etica. Da (ex) leader di partito Fini ha l’obbligo di fugare il sospetto di aver disposto a suo vantaggio di un bene che apparteneva a tutti gli iscritti. Da presidente della Camera deve convincere gli italiani, ai quali ha impartito per mesi lezioni di legalità e moralità, di non averli presi per il naso: né sull’affaire monegasco, né sui ricchi contratti Rai della famiglia Tulliani. Come dimostrano i sondaggi e l’incredibile quantità di messaggi arrivati al Giornale, sono fatti sui quali i cittadini non sono disposti a mettere una pietra sopra. E noi non archiviamo.

LA CASA DI MONTECARLO: NUOVE RIVELAZIONI DEL GIORNALE DI FELTRI

Pubblicato il 18 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

E

Ecco il contratto che scotta. Firme identiche: Tulliani ha affittato a se stesso? (cliccare sull’immagine per ingrandire)

Gian Marco ChiocciMassimo Malpica

Prima le società off­shore con stessa sede nello stes­so paradiso fiscale e allo stesso indirizzo. Ora spunta un’altra coppia di gemelle, ma stavolta il giallo riguar­da due firme. E il dubbio è il più pesante: non è che Tulliani e Timara sono la stessa cosa? Le sigle uguali sono infatti quelle di proprietario e loca­tario sul contratto d’affitto della casa monegasca, de­positato all’Ufficio del Registro del Principato. Non sembra solo l’ennesima, inquietante, coincidenza. Giancarlo Tulliani, uomo cardine dell’ affaire di Montecar­lo, secondo i magistrati roma­n­i non è degno di un appunta­mento in procura nemmeno alla luce delle clamorose rive­lazioni del Giornale sulla svendita dell’appartamento al 14 di boulevard Princesse Charlotte. Chissà che oggi i pm non cambino idea. Vedia­mo perché.

IL MONOPOLI DEI TULLIANOS
L’immobile in questione è quello donato dalla contes­sa Anna Maria Colleoni al partito nel 1999, poi ceduto per un quinto del valore a una società off-shore con se­de ai Caraibi (Printemps Ltd), da questa venduto a una società gemella (Timara Ltd) e, infine, abitato dallo stesso «cognato» di Fini, Tul­liani appunto, che aveva aperto ilgiro di valzer caldeg­gia­ndo la vendita dell’appar­tamento al presidente della Camera, al quale (è lo stesso Fini a dirlo) segnalò che c’era un acquirente interes­sato alla casa. Ora salta fuori una quantomeno sospetta «identità di firma» tra pro­prietario e affittuario. È nel contratto d’affitto, che il Giornale è riuscito a recupe­rare. L’atto, ufficiale e proto­collato, è il «contratto a cano­ne » numero 114772, firmato a Monaco il 24 febbraio del 2009 tra la società off-shore «Timara Ltd», proprietaria dell’appartamento, e «mon­sieur Giancarlo Tulliani», af­fittuario «de nationalité ita­lien demeurant (residente, ndr ) a via Raffaele Conforti 52 Roma, Italy», ed è stato re­gistrato il 4 marzo dello stes­so a­nno presso l’ufficio com­petente del Principato di Mo­naco. Oggetto, ovviamente, l’affitto della famosa casa al civico 14 di boulevard Prin­cesse Charlotte.

L’AUTO-LOCAZIONE
Colpo di scena in calce al fo­glio: le firme apposte sotto la dicitura «le preneur» (l’af­fittuario) e sotto il riferimen­to a «le bailleur» (il locato­re) sono uguali, tali e quali. Una sola firma, illeggibile ma identica, per due contro­parti. Il locatore è Tulliani, come è scritto nel contratto e come hanno sempre soste­nuto i suoi legali, e la firma del proprietario è la stessa: il «cognato» di Fini ricopre dunque all’interno della Ti­mara un ruolo tale da avere i poteri necessari a firmare per conto della società un contratto di locazione a se stesso? Questo vorrebbe di­re che non solo le firme so­no uguali, ma che Giancar­lo Tulliani e la società off­shore proprietaria della ca­sa a Montecarlo sono la stes­sa cosa. E il «cognato» sareb­be, dunque, affittuario di se stesso. Altra possibilità è che Tulliani abbia lasciato che l’amministratore della controparte Timara appo­nesse la propria firma sia co­me proprietario che per con­to dell’affittuario, o che, ipo­te­si decisamente remota an­che a Montecarlo, sia Tullia­ni che Timara abbiano dele­gato un terzo a concludere il contratto per loro conto, ma «tra sé e sé». A dirla tut­ta, nell’atto ufficiale non c’è traccia, nei dintorni delle fir­me in calce, di diciture «per conto» di alcuno, né si fa cenno a procure o deleghe. Comunque la si legga, l’identità delle firme au­menta il sospetto che il ra­gazzotto con la Ferrari ab­bia un legame molto, molto forte con le fiduciarie Prin­temps e Timara, create ad hoc a Saint Lucia nel 2008, poco prima che An, su se­gnalazione dello stesso Tul­liani, desse via la casa a prez­zo di saldo. Le anomalie si moltiplicano.

GIANCARLO E GLI AMICI OFF-SHORE
Perché il ruolo del fratelli­no di Elisabetta, solo per la parte relativa a compraven­dite e affitti, è il mistero dei misteri. Giancarlo Tulliani è in qualche modo in contat­to con Printemps: è lui a se­gnalare a Fini che la società intende comprare l’appar­tamento, e si fa, di fatto, in­termediario per l’offerta, conclusa con la vendita low cost dell’11 luglio 2008. Giancarlo Tulliani è certa­mente in contatto con Tima­ra, che a ottobre del 2008 ac­quista da Printemps, e a feb­braio del 2009 l’affitta pro­prio a lui con un contratto dove, curiosamente, le fir­me di affittuario e locatario sono sovrapponibili. Per non dire, come ha dimostra­to il Giornale , che il titolare dell’impresa di ristruttura­zione dice di aver fatturato i lavori alla Timara, anche se a decidere i materiali da por­tare dall’Italia e cosa e co­me ristrutturare sarebbero stati i Tulliani, Elisabetta e Giancarlo. A rafforzare il tut­to, c’è poi il legame tra il co­gnato di Fini e James Wal­fenzao. Walfenzao è dal no­taio Paul Louis Aureglia l’11 luglio 2008, perché in quali­tà di direttore della «Jaman Directors Ltd», anche que­sta con sede a Castries, rap­presenta la «Printemps Ltd». Ma è citato anche nel rogito del 15 ottobre dello stesso anno, quando è Prin­temps a vendere a Timara. L’atto notarile della secon­da compravendita, infatti, spiega che la Timara è rap­presentata da Suzi Beach, in virtù dei poteri che le ha assegnato l’assemblea ge­nerale di un’altra società di Saint Lucia, la «Janom Part­ners », rappresentata nel­l’occasione da Tony Izelaar (che in quel giorno di otto­bre, giusto per semplificare le cose, è anche venditore per conto di Printemps) e, appunto, da Walfenzao.

IL LINK CON WALFENZAO
Quest’ultimo (che al Gior­nale s’è limitato a dire di non voler parlare «degli af­fari dei clienti») lavora per il gruppo «Corpag» attivo nell’offrire ai propri clienti fiduciarie e intermediazio­ni. Nel network Corpag, per capirci, c’è anche la mo­negasca «Jason Sam» (spe­cializzata nella creazione di fiduciarie a Saint Lucia e nelle compravendite im­mobiliari «coperte» da fidu­ciarie, come spiega il sito web della società), per la quale lavorano gli altri pro­tagonisti delle off- shore del­­l’ affaire , Tony Izelaar e Su­zi Beach.

BOLLETTE E DOMICILI SOSPETTI
Ma tornando a Walfenzao, a focalizzare l’attenzione su di lui ci sono le connessioni fortissime con Tulliani. Il Giornale già ieri ha svelato come il suo indirizzo mone­gasco (27, avenue Princesse Grace) sia stato «prestato» a Giancarlo Tulliani per domi­ciliare utenze, tra cui la bol­letta della luce, essenziale per le autorità monegasche, che la utilizzano per accerta­re che i residenti non siano fittizi. L’utenza è relativa al 14 di boulevard Princesse Charlotte, l’addebito è sul conto corrente numero 17569- 00001- 71570900001 acceso da Tulliani presso la Compagnie Monegasque de Banque. Ma le fatture hanno un «c/o», finiscono a casa del signore e della si­gnora Walfenzao. Perché? Troppe domande, alle quali chi potrebbe e dovrebbe da­re risposte preferisce repli­care con un ostinato silen­zio.

IL CONTO SEGRETO E IL FISCO
Quanto al conto corrente, stando alla carta di soggior­no a Monaco di Tulliani,que­st’ultimo non avrebbe indica­to un’attività professionale in grado di garantirgli il reddi­to necessario, ma avrebbe al­legato la garanzia bancaria che attesta il possesso di liqui­dità sufficiente a vivere a Montecarlo senza lavorare. Parliamo di un deposito di al­meno 300mila euro ( stessa ci­fra necessaria a comprarsi una casa a Montecarlo, ma solo se a vendere è An) che Tulliani non può intaccare. Qui la domanda è ovvia: co­me ha portato quella cifra a Montecarlo il «cognato» di Fi­ni? Ha regolarmente dichia­rato al fisco l’esportazione della consistente somma, al­la quale vanno aggiunti i 200mila euro necessari a comprarsi la ormai celebre Ferrari con targa monega­sca? Il dubbio potrebbe toglierselo la Procura di Roma.

LA SAGA DELLA FAMIGLIA TULLIANI CONTINUA….(SECONDO DAGOSPIA e non solo)

Pubblicato il 17 settembre, 2010 in Gossip, Politica | No Comments »

1- FIAMME GIALLE E SERVIZI SEGRETI INDAGANO SULLA STRANA SVENDITA DI MONTECARLO – VOGLIONO TOGLIERSI IL DUBBIO CHE LA PRINTEMPS, LA SOCIETÀ OFF-SHORE CHE COMPRÒ L’IMMOBILE DA AN, E LA SUA GEMELLA TIMARA OGGI PROPRIETARIA DELLA CASA, NON SIANO COLLEGATE ATTRAVERSO L’ANCORA MISTERIOSA PROPRIETÀ AD UNA SPORCA STORIA DI RICICLAGGIO E L’EVASIONE FISCALE SULLO SFONDO DEL GIOCO ONLINE – 2- IL CONTO BANCARIO SU CUI “ELISABETTO” HA DEPOSITATO CENTINAIA DI MIGLIAIA DI EURO – 3- IL GIALLO DELLE UTENZE ALL’INDIRIZZO DI JAMES WALFENZAO, REGISTA DELLE OPERAZIONI AI CARAIBI E DEL PAGAMENTO DEI LAVORI DI RISTRUTTURAZIONE DELL’APPARTAMENTO – 4- ATTENTI ALLA FOTO: SCATTATA UNA SETTIMANA DOPO LA SVENDITA DI MONTECARLO, DAVANTI ALL’INGRESSO DELL’HOTEL VESUVIO DI NAPOLI, VEDE FINI E I TULLIANI IN COMPAGNIA DI AMEDEO LABOCCETTA, OGGI PDL MA PER LUNGO TEMPO VICINO AD AN E A FINI. BENE. QUANDO L’ATLANTIS, COLOSSO MONDIALE DEL GIOCO D’AZZARDO, SBARCA IN ITALIA SI AFFIDA COME PROCURATORE A LABOCCETTA. E CHI è L’AMMINISTRATORE DELLA ATLANTIS ? WALFENZAO! Sì, COLUI CHE, IN RAPPRESENTANZA DELLA SOCIETà OFFSHORE PRINTEMPS, ACQUISTA L’APPARTAMENTO DI MONTECARLO (E IL CERCHIO SI CHIUDE)

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1- LE CARTE SEGRETE DI MONTECARLO
Gian Marco Chiocci – Massimo Malpica per Il Giornale

tulliani

Tulliani e Timara Ltd, Timara Ltd e Tulliani. Si intrecciano pericolosamente i destini della società off-shore proprietaria dell’immobile di Montecarlo e l’inquilino eccellente che attraverso il cognato-presidente della Camera sponsorizzò prima la (s)vendita della casa donata ad An dalla contessa Colleoni e poi si ritrovò lui stesso nelle condizioni di andare ad abitare al 14 di Boulevard Charlotte.

Tulliani Fini e Sandro Bratti del PD

I destini (e i sospetti) si alimentano in relazione ai risvolti inquietanti sulla ristrutturazione del noto appartamento. Nessuno, però, ha parlato. Nemmeno il celebre syndic Michele Dotta, amministratore di quel prestigioso palazzo e della stragrande maggioranza degli immobili nel Principato, custode dunque dei segreti di migliaia di inquilini, seppe o volle dare delucidazioni al riguardo.

fini-tulliani

LAVORI IN CORSO (GRATIS)
A forza di scavare siamo arrivati a contattare un preziosissimo testimone: Stefano Garzelli, figlio del più grande costruttore di Montecarlo, presente fisicamente nell’appartamento dei misteri per conto della società Tecabat incaricata di rimettere a posto l’immobile acquistato a un prezzo stracciato dalla Ltd Printemps e che a sua volta lo alienò alla società «gemella» Timara Ltd, attuale proprietaria. Garzelli jr ha rivelato che esisteva «un rapporto diretto» fra Giancarlo Tulliani e la Timara Ltd; che nel cantiere Tulliani era sempre presente e diceva la sua su come dovevano essere fatti gli interventi; che il compenso finale ammontava a 100mila euro ma non ricordava a chi era stato fatturato, se a Timara o a Tulliani.

FINI, ELI, GIANCARLO TULLIANI, LABOCETTA,

Luciano Garzelli, papà di Stefano, ricevette incarico dall’ambasciatore Mistretta di cercare una soluzione ai problemi immobiliari dei Tulliani. L’imprenditore ha riferito che non solo Giancarlo, ma anche la sorella Elisabetta, mise becco sui lavori; che non si interessò più alla ristrutturazione perché i Tulliani avevano deciso di portare loro i materiali dall’Italia (cucina, arredi, piastrelle, eccetera); che alla fine passò la pratica a una società minore, la Tecabat, dove il figlio per l’appunto lavorava; e infine ha rimarcato come non sia normale che dei semplici affittuari portino «dall’Italia» i materiali per la ristrutturazione, posto che proprio sui materiali insiste il maggior guadagno per le società di restauro.

fini laboccetta in vacanza

RESTAURO MADE IN ITALY
Il titolare della Tecabat, Rino Terrana, a cui Garzelli jr faceva riferimento, parlando col Giornale ha complicato la vita a Giancarlo Tulliani: ha ammesso che i 100mila euro del restauro la sua società li ha fatturati personalmente alla Timara Ltd e non al cognato di Fini.

A sentire più imprese edili del Principato «non è normale» che i materiali per i lavori vengano portati dall’Italia; «non è normale» che una società monegasca di ristrutturazione accetti questa opzione svantaggiosa, a meno che non abbia ricevuto raccomandazioni importanti cui è impossibile dire di no; «non è normale» che siano gli stessi residenti a Monaco a far arrivare dall’Italia i materiali; non è normale ma è «fattibile» che prima di prendere possesso dell’immobile un inquilino possa mettersi d’accordo con il proprietario dell’appartamento accollandosi l’onere delle spese dei materiali e della ristrutturazione, che successivamente scalerà dalle rate del canone mensile.

Amedeo Laboccetta

Quest’ipotesi, purtroppo per Tulliani, si scontra con l’ammissione del proprietario della Tecabat che afferma d’aver fatturato 100mila euro alla Timara e non a Tulliani. Appare dunque singolare che la Timara Ltd, che acquistò la casa messa in vendita da An (su segnalazione del cognato di Fini) dalla gemella Printemps Ltd, si accolli pure le spese della ristrutturazione dando carta bianca su tutto ai Tulliani.

A ciò occorre aggiungere che Garzelli senior al Giornale ha detto di essere in possesso delle mail di un architetto romano che per conto dei Tulliani lo contattava ripetutamente proprio in merito ai lavori da effettuare nel famoso appartamento.

IL CANONE DA 19.200 EURO
Ma c’è di più: nel contratto d’affitto che il giovane Tulliani ha firmato il 30 gennaio 2009 verrebbe fuori che il canone annuo versato dal cognato di Fini alla Timara Ltd è assolutamente fuori mercato: appena 19.200 euro l’anno, e cioè solo 1.600 euro al mese. Per una cifra del genere a Monaco farebbero la fila da Ventimiglia.

GIANCARLO TULLIANI Luciano Garzelli

Di più. Per ottenere la residenza a Montecarlo si seguono due strade: o si ha un’attività professionale nel Principato, oppure occorre avere una garanzia bancaria solida che attesti l’indipendenza economica per vivere nel posto più caro al mondo. Dalla sua carta di soggiorno numero 053961 rilasciata il 20 febbraio 2009 risulterebbe che abbia optato per la seconda strada, che da queste parti significa un versamento cospicuo (dai 300 ai 400mila euro cash) vincolato alla banca per tutta la durata della sua residenza.

IL NUMERO DEL TESORO
Il conto numero 175-69-00017-1570-900001, acceso presso la Companie Monegasque de Banque, potrebbe ora essere messo sotto controllo dalla guardia di finanza. E allora, sui risvolti a dir poco curiosi della ristrutturazione, le domande si sprecano: a quale titolo l’affittuario Tulliani durante i lavori si comportava come il padrone dell’immobile? Che tipo di «rapporto diretto» c’è – per usare l’espressione usata da Garzelli jr – fra Tulliani e la Timara?

TULLIANI-MONTECARLO

Posto che la Tecabat ha fatturato alla Timara Ltd, chi ha pagato i materiali arrivati dall’Italia visto che secondo Garzelli senior i Tulliani insistettero per portarli personalmente? Se esiste un accordo fra Timara (proprietario) e Tulliani (affittuario) secondo cui quest’ultimo si accolla le spese dei lavori a fronte di un successivo sconto sull’affitto, perché la Tecabat fattura a Timara e non direttamente all’inquilino? Eppoi.

MONTECARLO TULLIANI

LE UTENZE OFF-SHORE
Tulliani ha girato alcune delle sue utenze personali al 27 avenue Princesse Grace, e più precisamente all’attenzione di James Walfenzao, l’amministratore della società off-shore Printemps Ltd che l’11 luglio, nello studio del notaio Aureglia, formalizzò l’atto d’acquisto dell’appartamento della Colleoni alla presenza del senatore di An Francesco Pontone.

fini montecarlo

Perché lo fece? Perché venne formalizzata questa «deviazione» posto che Tulliani era già residente a Montecarlo da nove mesi? E infine. Giancarlo Tulliani è a conoscenza che Walfenzao era l’amministratore della Jason Ltd che controlla sia la società che ha comprato l’appartamento dove tuttora abita, sia quella che grazie al suo interessamento presso Gianfranco Fini riuscì ad accaparrarsi l’appartamento da un milione e mezzo di euro spendendone solo 300mila?

CASA TULLIANI A MONTECARLO

2- I SERVIZI SEGRETI SEGUONO LA PISTA CHE PORTA AI CARAIBI
Stefano Zurlo per
Il Giornale

Tante, troppe coincidenze. Gli stessi nomi che tornano a migliaia di chilometri di distanza. E il sospetto che il pasticcio della casa di Montecarlo possa portare lontano, molto lontano gli investigatori. Così da tempo, a sentire l’agenzia il Velino, Guardia di finanza e servizi segreti hanno deciso di chiarirsi le idee sulla strana vendita dell’appartamento di boulevard Princesse Charlotte 14.

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E vogliono togliersi una volta per tutte il dubbio che la Printemps, la società off-shore che comprò l’immobile da An, e la sua gemella Timara oggi proprietaria dell’appartamento, non siano collegate attraverso l’ancora misteriosa proprietà ad una storia più grande. Una storia in cui i segugi delle Fiamme gialle e gli 007 sospettano anche il riciclaggio e l’evasione fiscale sullo sfondo del gioco online.

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Un intreccio complesso e a tratti non ancora decifrato, ma che pone qualche domanda agli investigatori che ritrovano gli stessi personaggi da una parte all’altra del mondo.

Per raccapezzarsi, bisogna partire dalla data, ormai famosa, dell’11 luglio 2008: quel giorno An vende, o meglio svende il quartierno a una società off-shore dei Caraibi, la Printemps di Santa Lucia. Per il venditore, ovvero per An, nello studio del notaio monegasco Louis Aureglia si presenta il senatore Francesco Pontone, per la Printemps una coppia formata da James Walfenzao e Bastiaan Izelaar. Walfenzao: è lui l’uomo chiave o uno degli attori dell’operazione.

Francesco Pontone

È un professionista caraibico, specializzato nella costituzione di trust, fiduciarie e società costruite col metro della riservatezza. Walfenzao, con Izelaar, è dunque uno dei protagonisti del giallo dell’estate. Ma a migliaia di chilometri di distanza, rieccolo, Walfenzao ricompare ai Caraibi come amministratore per conto di Francesco Corallo di parte del capitale dell’Atlantis, un colosso mondiale del gioco d’azzardo che nel 2004 è sbarcato anche in Italia, nel campo del gioco online.

Curioso, perché Corallo è da sempre vicino ad An, e ancora prima al Msi; l’Atlantis quando arriva in Italia si affida come procuratore ad Amedeo Laboccetta, oggi parlamentare Pdl ma per lungo tempo vicino ad An e a Gianfranco Fini.

James Walfenzao

Insomma Walfenzao, più ubiquo di padre Pio, gioca sul mappamondo fra Montecarlo e le Antille Olandesi. Anzi, per la precisione, l’isola di Saint Marteen dove, combinazione, nel 2004 proprio Laboccetta, che da quelle parti è di casa e ai Caraibi vorrebbe essere addirittura seppellito, porta Fini, seguita da Daniela Di Sotto, in quel periodo ancora sua moglie, e dal suo uomo di fiducia Francesco Proietti.

Fini, fra un’immersione e l’altra, trova pure il tempo di andare a cena al ristorante di Corallo, l’imprenditore che, come accennato, è il socio forte della potentissima Atlantis. Corallo, secondo Marco Lillo del Fatto quotidiano, è stato messo due volte sotto inchiesta e due volte archiviato per traffico di droga e riciclaggio.

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Insomma, è incensurato a differenza del padre Gaetano, catanese, condannato a 7 anni e mezzo per associazione a delinquere, coinvolto a suo tempo nell’inchiesta che mirava a far luce sul tentativo della mafia catanese, quella del boss Nitto Santapaola, di impadronirsi di alcuni casinò.

Francesco Corallo

Come si vede, ci sono in questa storia monegasca alcune coincidenze e suggestioni che portano molto lontano. Ben oltre i 70 metri quadri di boulevard Princesse Charlotte. Ed è questa la pista che battono Guardia di finanza e Servizi. L’ipotesi, tutta da dimostrare, è che la Printemps sia stata costituita da soggetti italiani, o loro prestanomi, che intrattengono rapporti di concessione con i Monopoli.

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È appunto, o potrebbe essere, il caso dell’Atlantis che, attraverso la sua controllata italiana, invade con le sue macchinette il territorio italiano e ha come suo referente, fino al 2008, proprio Laboccetta.

Del resto l’Aisi, il servizio segreto interno, ha nel mirino le società che nel nostro Paese sono titolari del gioco online, compreso il poker, anche se hanno la sede legale all’estero. L’obiettivo istituzionale, naturalmente, è la lotta al riciclaggio e all’evasione fiscale e il lavoro prevede uno screening a tappeto degli operatori del settore. Così, ma il condizionale è d’obbligo, la storia dei Tulliani, della cucina e dei mobili potrebbe, sia pure indirettamente, rimandare a scenari molto più complessi.

C’E’ L’IPOTESI CHE FINI E TULLIANI VENGANO ASCOLTATI DAI PM DELLA PROCURA DI ROMA
Sara D’ambrosio per Il Secolo XIX

L’ipotesi di ascoltare anche la versione del presidente della camera Gianfranco Fini non è più totalmente esclusa. Dopo due giorni di audizioni e ancora in attesa delle carte provenienti da Montecarlo, i pm della procura di Roma stanno valutando se ascoltare anche l’ex presidente di An che nel 2008 accettò di vendere un appartamento monegasco poi finito in affitto al cognato Giancarlo Tulliani.

Nulla è ancora deciso e fondamentale sarà l’ultima valutazione degli atti mandati a chiedere due settimane fa a Montecarlo ma che non sarebbero ancora giunte a piazzale Clodio. Ma il procuratore capo Giovanni Ferrara e l’aggiunto Pierfilippo Laviani stanno prendendo in considerazione anche alcune misure organizzative.

Elisabetta Tulliani e Gianfranco Fini a Mirabello

A esempio, potrebbero decidere di ascoltare Fini nella sede istituzionale di Montecitorio, come segno di “rispetto” verso la terza carica dello Stato. Anche Giancarlo Tulliani, a questo punto, potrebbe essere ascoltato.

Del resto, le audizioni dei giorni scorsi hanno lasciato irrisolti parecchi punti dell’indagine. Soprattutto, non hanno chiarito come e perché fu fissato in 300 mila euro il prezzo dell’immobile ricevuto in eredità da An. E quanti, all’interno del partito, sapevano già nel 2008 che la società acquirente, la Timara ltd, era stata individuata su consiglio di Tulliani.

Ascoltato nel totale riserbo due giorni fa, il deputato di Fli Donato Lamorte, all’epoca capo della segreteria politica di Alleanza nazionale, ha spiegato che del legame tra Tulliani e la Timara ltd ha saputo solo recentissimamente. Quando, l’8 agosto scorso, Fini in persona ha scritto al Corriere della sera per raccontare la sua versione dei fatti: «All’epoca mi disse solo che aveva ricevuto una offerta di 300 mila euro – ha spiegato Lamorte ai magistrati – mi chiese un parere. E io gli risposi che prima ce la toglievamo di torno e meglio era».

casa montecarlo

Lamorte ricordava una abitazione in pessime condizioni, per averla visitata nel 2002 assieme alla segretaria particolare di Fini, Rita Marino, e ad alcuni amici con lui in vacanza a Montecarlo: «Sapevo che da quella mia visita del 2002 nessuno era più tornato in quell’appartamento, rimasto sfitto e disabitato finché Fini mi disse della proposta. Chiesi anche agli amministratori del partito se negli anni avessimo ricevuto qualche offerta, ma tutti mi dissero che non si era mai fatto avanti nessuno».

DONATO LAMORTE ROBERTO MENIA

Sulla valutazione, dice Lamorte, non ci fu nessuna trattativa: «Credo che fosse l’offerta che ci arrivava dalla società. Io mi ricordavo che al momento di iscriverla a bilancio, la casa era stata valutata sui 450milioni di lire. Seicentomilioni erano parecchio di più e, infatti, al momento dell’approvazione del bilancio in assemblea nessuno fece obiezioni».

Proprio sul prezzo, i magistrati stanno valutando similitudini e differenze tra le versioni dei testimoni convocati finora. Il punto è delicatissimo: la congruità del prezzo fissato è l’elemento centrale per stabilire se ci sia effettivamente stata una truffa ai danni degli iscritti di An.

Francesco Pontone

Martedì scorso, il tesoriere Francesco Pontone aveva spiegato che l’indicazione dell’acquirente e del prezzo sarebbe arrivato «dai vertici del partito». Rita Marino è stata più evasiva. Ascoltata subito dopo Lamorte, due giorni fa, ha spiegato di essere arrivata a Montecarlo durante una vacanza organizzata assieme al deputato. La donazione della contessa Anna Maria Colleoni aveva incuriosito un po’ tutti, di qui la scelta di andare a dare un’occhiata a quello strano regalo che il partito aveva messo a bilancio dopo una transazione informale con la famiglia della donna.

Nessun ricordo specifico, però, sulle modalità della decisione presa nel 2008, né su come fu fissato il prezzo: «Non ne so nulla, ricordo però che non ci fu una riunione dedicata». A occuparsi della transazione con la famiglia, era stato Antonino Caruso, civilista e unico del gruppo di allora che ha deciso di non seguire Fini in Futuro e libertà. Come raccontò in una intervista, il senatore ha confermato ai pm che dopo la transazione ricevette un offerta da un milione da uno degli amministratori del palazzo: «Ma dopo di allora non mi occupai più di quella casa per dieci anni. Ne ho sentito parlare di nuovo solo in questi giorni».