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FINI A MIRABELLO: LE COSE IMPORTANTI SONO QUELLE NON DETTE

Pubblicato il 6 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

Il discorso di Gianfranco Fini a Mirabello è politicamente importante, ma in realtà per un paio di cose non dette che invece andavano chiarite subito. Fini non è riuscito a mettere la parola «fine» sulle due partite che si sono aperte quest’estate: 1. la vicenda davvero imbarazzante dell’abitazione monegasca occupata da Giancarlo Tulliani, il cognato in affitto; 2. il rapporto ormai logoro con il Pdl, il suo leader Silvio Berlusconi e l’elettorato di centrodestra che l’ha votato. Quello di Fini è stato un intervento eccessivamente lungo, questo ha costretto il Presidente della Camera a recitare uno spartito in due tempi.

Il primo duro e polemico con il Pdl, abbastanza efficace per far emergere l’antiberlusconismo dei suoi ammiratori; il secondo in calando, senza forza, come un ciclista che scala la vetta ma poi arriva spompato al traguardo. Fini era preparato a colpire i suoi avversari interni con la sua nota abilità di oratore, ma è risultato insufficiente nella proposta e nella spiegazione della sua missione politica. Quando un leader prepara un discorso che deve essere il lancio di una svolta, non basta solo attaccare, deve anche avere un obiettivo concreto da dichiarare. E questo è mancato clamorosamente, tanto da lasciare con l’amaro in bocca persino l’opposizione che con Pier Luigi Bersani non ha nascosto la sua cocente delusione. Fini ha giocato con la tattica, tenendo in mente il suo bersaglio minimo: cercare di tenere in piedi la maggioranza, andare avanti e provare a organizzare qualcosa di più di una festa a Mirabello. Resta però la sensazione netta di una comunicazione monca, senza il colpo finale, priva di una sorpresa. Quella che un leader di partito è obbligato a dare in frangenti come questo. Per raggiungere questo scopo Fini avrebbe dovuto annunciare la nascita di un nuovo partito, ma non potendo fare ancora lo strappo, il suo discorso s’è chiuso come un urlo strozzato in gola. Fini ha delineato in lungo e in largo le ragioni di uno strappo insanabile, dell’incompatibilità con Silvio Berlusconi e il suo partito, è arrivato a dire che «il Pdl non c’è più» ma la logica conseguenza del suo discorso, quello che tutti si aspettavano a quel punto, cioè la nascita di una nuova formazione politica, sulle sue labbra non è mai affiorata.
É un punto debole enorme della comunicazione finiana e fa scopa con l’altro silenzio, ancor più imbarazzante. Fini non ha spiegato – e questo è il minimo che ci si attende da un leader politico della sua esperienza – perché Giancarlo Tulliani aveva un contratto d’affitto a Montecarlo in un appartamento che fu ereditato da Alleanza nazionale e poi fu venduto a due società con sede nel paradiso fiscale delle Piccole Antille. Ha liquidato la faccenda accusando i giornali di «infamia», ha detto di attendere sereno il giudizio della magistratura e così facendo ha cercato di liquidare come una questione di carta bollata e aula di tribunale un tema che invece è – e rimane – squisitamente politico. Il caso Montecarlo ieri non s’è chiuso, resta aperto per volontà dello stesso Fini che con il suo silenzio alimenta tutti i sospetti su Tulliani, la vendita dell’abitazione e la gestione dell’eredità della contessa Colleoni da parte di An. Poteva e doveva – così si fa in tutte le democrazie dove la stampa è libera, e in Italia lo è – dare spiegazioni esaurienti sul tema e chiudere la faccenda una volta per tutte. Non l’ha fatto e questo per me resta un mistero poco buffo. Nel dipingere le vicende del partito Fini, inoltre, ha svolto una narrazione che non corrisponde alla verità: Fini non è stato espulso dal partito, è stato oggetto di un documento duro nei suoi confronti, ma non di una cacciata. I suoi esponenti in direzione hanno votato contro quel documento e dunque, almeno dal punto di vista delle regole invocate dallo stesso Fini, la partita è regolare anche se giocata con colpi pesanti da entrambe le parti. Questo aspetto della cacciata emergerà con forza nei prossimi giorni. É chiarissimo infatti che sia Fini che Berlusconi cercano di imputare all’avversario «la colpa» del patatrac.
Come in ogni divorzio che si rispetti, la causa scatenante va attribuita all’altro. Questo perché stiamo entrando in uno scenario in cui le elezioni – presto o tardi – sono un’opzione che non si può escludere a priori, patto o non patto. Fini ha proposto a sua volta un accordo per andare avanti, ma nella sostanza il governo da oggi si trova nella difficile condizione di dover contrattare con un soggetto che non è (ancora) un partito ma si comporta come tale, il programma della seconda parte della legislatura. Il vero nocciolo del ragionamento finiano, al di là degli attacchi, delle polemiche, delle randellate, del sarcasmo, delle rasoiate a Giulio Tremonti (bersaglio continuo del discorso insieme alla Lega), ha fatto la sua comparsa quando Fini ha detto chiaramente che il patto in cinque punti proposto da Berlusconi è pronto a sottoscriverlo, ma bisogna andare al di là dei titoli di quel patto. Questo è l’annuncio di una stagione di conflittualità interna ben più aspra di quanto abbiamo visto finora. Fini ha invitato l’ex alleato a dialogare, ma tiene alzato il ponte levatoio del suo castello e si premura di far vedere a chi s’avvicina all’ingresso le fauci dei coccodrilli. Continui sono stati i tentativi di dividere Berlusconi dai berlusconiani, il Cavaliere dai falchi e in generale dalla sua corte, di volta in volta oggetto di battute di scherno che hanno messo in mostra tutta la rabbia accumulata da Fini. Troppa, tanta da indebolire la lucidità politica del discorso. A questo punto, dentro il centrodestra ci sono almeno tre mondi in rotta di collisione (il Pdl, la Lega e i finiani) e la scissione è un dato ormai ineludibile. É solo una questione di tempo. Non si è compiuta solo per impotenza dello stesso Fini che in questo momento non può permettersi il divorzio. Ora gli costerebbe un assegno d’alimenti che non può pagare, più in là probabilmente avrà abbastanza carburante per provare a rischiare. Sul tavolo di Berlusconi, con queste premesse, manca solo la data delle elezioni. Mario Sechi, Il Tempo

IN ITALIA CHI VINCE NON GOVERNA

Pubblicato il 5 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

Pubblichiamo un estratto dell’ultimo libro di Davide Giacalone «Terza Repubblica», edito da Rubbettino. Il giornalista, che collabora con Rtl, «Il Tempo» e «Libero», descrive la situazione in cui si trova l’Italia. Secondo l’autore il Paese ha le risorse e la passione per riprendere la via dello sviluppo economico e della crescita civile ma deve chiudere la Prima Repubblica, superare la Seconda e aprirsi alla Terza Repubblica. Di seguito quasi integralmente il capitolo «Bipolarismo bislacco».
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi L’Italia in preda alle convulsioni del manipulitismo scoprì il bipolarismo. Un bipolarismo che da noi non ha storia e non ha tradizioni. Lo si scoprì non grazie a una vocazione, che non c’era, e neanche grazie ai referendum sulla legge elettorale o alla legge firmata da Sergio Mattarella (detta «mattarellum», da Giovanni Sartori), perché nulla di tutto questo avrebbe condotto in quella direzione. Lo si scoprì grazie, o, se si preferisce, a causa di Silvio Berlusconi. La sua «discesa in campo» non si limitò a occupare lo spazio lasciato vuoto dal collasso della Democrazia cristiana e del Partito socialista, da quelle forze che avevano dato vita al centrosinistra, ma portò con sé una rivoluzione logica nel fare politica, affermando che tutte le forze erano buone per opporsi a un governo che sarebbe nato attorno ad un nucleo composto dal vecchio Partito comunista e dalla corrente di sinistra della dc. Coalizzò tutto ciò che era contro quella prospettiva, e con questo vinse le elezioni del 1994. Quello è l’atto di nascita del bipolarismo. Attorno a quel gesto si è a lungo teorizzato, ed è anche nata una scuola di pensiero secondo cui il bipolarismo sarebbe stato la soluzione di tutti i mali. Finalmente l’Italia entrava nel novero delle democrazie compiute, dando agli elettori la possibilità di scegliere e creando le condizioni per far sì che chi vince governa e chi perde va all’opposizione. Le cose sono andate in modo assai diverso. La coalizione messa su da Berlusconi si sfasciò nel giro di pochi mesi, complici le pressioni esercitate dal Quirinale e, naturalmente, anche a causa delle obiettive distanze interne fra le diverse componenti. La Lega abbandonò i vincitori, D’Alema riconobbe nei seguaci di Bossi «una costola della sinistra», e nacque un governo per il quale nessuno aveva mai votato, il governo Dini. Come collaudo, non era un granché. Dopo fu la coalizione denominata Ulivo a vincere le elezioni, nel 1996, con Prodi in testa.
Ai vincitori non bastò certo un Quirinale meno ostile per potere mettere riparo alle divisioni interne, così che la maggioranza cambiò (grazie all’apporto di Francesco Cossiga) e la legislatura si condusse avvicendando quattro governi. Come può, tutto questo, chiamarsi bipolarismo? Difatti non lo è. Berlusconi non ne era solo l’inventore, ne era anche l’unico perno, l’interprete solitario. Se lui aveva coalizzato tutto quanto serviva a battere la sinistra, la sinistra rispose coalizzando tutto quanto fosse utile a battere lui. Nel giro di due anni, dal 1994 al 1996, insomma, la sinistra si era berlusconizzata, ne aveva mutuato il metodo pur di strappargli la vittoria elettorale. Procedendo con questo metodo si sono creati due poli incarnati in due coalizioni che servono solo a vincere le elezioni, ma poi rendono quasi impossibile governare. E, del resto, basterà porre mente a un dato per comprendere l’assurdità nella quale ci troviamo a vivere: dal 1948 al 1992 il governo non ha mai perso le elezioni, le maggioranze si sono allargate in Parlamento, si sono sperimentate formule nuove, ma le forze di governo hanno sempre raccolto la maggioranza assoluta dei consensi liberamente espressi dagli elettori; dal 1992 al 2008 il governo non ha mai vinto le elezioni. Va bene che l’alternanza è un valore, ma si deve essere assai ottusi per non rendersi conto che questa è una patologia. *** Da nessuna parte esiste il sistema perfetto (celebre il detto di Churchill, secondo il quale la democrazia è il peggiore sistema di governo esistente, se si escludono tutti gli altri), ma, di sicuro, il più strampalato è quel sistema che pretende di conciliare il bipolarismo con un assetto istituzionale concepito per il pluripartitismo. E siamo noi. Dunque succede che per vincere si coalizza tutto il coalizzabile, ma, poi, il governo dipende dalla propria coalizione e le diversità, anziché eliminarsi, si esaltano nel corso della legislatura.
A quel punto o il governo decide, governa, e in quel caso cade perché perde la sua maggioranza originaria, o la conserva, se la tiene buona, pagando il prezzo di non decidere e non governare, almeno sulle materie che possono creare dei problemi. Un capolavoro della dissennatezza. E non basta: per vincere si arruolano anche estremismi francamente inguardabili e improponibili, residuati storici, stravaganze campanilistiche, sopravvenienze d’altri continenti (se il parlamentare dell’Oceania fosse stato in un film di Totò se ne sarebbe potuto ridere), se si vince con uno scarto risicato di voti e di eletti tutto questo caravanserraglio diventa determinante, e non nel suo insieme, ma in ciascuna sua variopinta componente, il governo dipende da ciascuno di loro. Ecco perché non è affatto vero che chi vince governa. Al massimo si può dire che chi vince va al governo, ma non è la stessa cosa. Come ha fatto a reggere, allora, il bipolarismo? Ha retto perché viveva del conflitto elettorale, che in Italia si rinnova praticamente ogni anno, e perché c’è il suo inventore, il suo perno, che ancora lo alimenta. Berlusconi. Insomma, non vorrei essere irriverente, ma come definirebbe, ogni persona di buon senso, la coalizione di sinistra se non come il raggruppamento dove si trovano tutti quelli che sono contro Berlusconi? Toglieteglielo e nasceranno immediatamente diverse sinistre, sancendo il divorzio fra il massimalismo antagonista e il pragmatismo riformista, fra il ribellismo antioccidentale e il rispetto dei rapporti con Stati Uniti e Israele. Toglietelo alla destra e sarà sancito il divorzio fra chi vuol fare il federalismo in Europa e chi se lo vuol fare in casa, tra chi guarda alle libertà del mercato e chi guarda all’uso invadente della spesa pubblica. *** Lo sfruttamento politico delle vicende giudiziarie ha prodotto disastri, fra i quali due vale la pena sottolineare. Il primo riguarda il giudizio politico sui fatti e sulle persone. Non credo Giulio Andreotti, come altri governanti, siano immuni da responsabilità, anzi, credo ne abbiano di pesanti, nella gestione del potere fatta in Sicilia, e non credo che la vicinanza con certi ambienti imprenditoriali, che coinvolse anche i comunisti, costando la vita a Pio La Torre, possa meritare altro che un giudizio negativo. Ma se si punta tutto, come fece la sinistra giudiziaria guidata da Luciano Violante, sulla condanna penale di Andreotti, quando poi arriva l’assoluzione che si fa? Si riscrive la storia che si era prima riscritta (illecitamente) con le carte dell’accusa? È evidente a qualsiasi persona civile e ragionevole che una cosa sono le responsabilità politiche e altra cosa quelle penali.
Delle prime posso liberamente parlare, portando argomenti alla mia tesi, ma delle seconde possono parlare solo i tribunali. Se, invece, mi faccio forte delle seconde perché non ho argomenti politici, quando le accuse cadono resto come un citrullo, per giunta incivile. Il secondo disastro consiste nel fatto che se descrivo la parabola politica di Berlusconi puntando tutto sui suoi interessi, anzi, sui suoi affari, per giunta descrivendoli come criminali, mettendo in evidenza che solo per quelli egli si muove e ricordando i tanti procedimenti penali che confermano questa tesi, poi, come spiego i milioni di voti che prende? Tutti complici, tutti criminali come lui, o tutti ipnotizzati? E dato che la coalizione da lui guidata ha preso e continua a prendere la maggioranza relativa dei voti degli italiani, cribbio, la trappola logica della criminalizzazione conduce a ritenere criminale metà dell’Italia. Una totale follia. (da Terza Repubblica – Edizioni Rubettino- Davide Giacalone)

IL PIFFERAIO E LA DOPPIEZZA FINIANA, di Mario Sechi

Pubblicato il 5 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

Gianfranco Fini e Francesco Rutelli «Non abbiamo niente da guadagnare da un modello di democrazia populista dove c’è un miliardario che suona il piffero e tutti i poveracci gli vanno dietro».
Pierluigi Bersani, segretario del Pd. Adnkronos, 13 dicembre 2009.

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«E adesso, che succederà? I “coraggiosi” (o i “traditori”, a seconda dei punti di vista) rinunceranno alla loro scelta politica, culturale, ideale? Torneranno indietro, all’ovile? Si accomoderanno sulle loro poltrone con su scritto “riservato”? Difficile. Anzi, impossibile. No, nessuno seguirà il pifferaio di Arcore».
Filippo Rossi, direttore di Fare Futuro Web Magazine. Ansa, 4 settembre 2010.

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Due notizie d’agenzia che hanno lo stesso comune denominatore: il pifferaio Berlusconi. Una metafora usata dall’esponente del principale partito della sinistra italiana e da quello che si ritiene debba essere uno degli intellettuali di riferimento della nuova destra che si ispira a Gianfranco Fini. Opposti che si toccano. È un caso? No, non lo è. Siamo di fronte a una spia rossa accesa che segnala un grosso problema nel motore della politica italiana. A questo punto è meglio far entrare l’auto in officina e dare un’occhiata al motore per capire cosa non va. Lo facciamo dopo aver sentito Fini ieri alla festa dell’Api di Francesco Rutelli e in attesa del suo intervento oggi a Mirabello. Fini userà anche oggi un tono diverso, ne sono sicuro, ma i finiani utilizzano lo stesso linguaggio del Pd e questo a gran parte dei commentatori della politica appare come un fatto normale.

E invece non siamo dentro una semplice questione semantica, sotto le parole c’è un retroterra politico completamente sconvolto. La crisi d’identità del Pd e della sinistra in generale è in corso dal 1989, anno del crollo del Muro di Berlino. I postcomunisti non si sono mai scossi quelle macerie di dosso. La loro seduta di autocoscienza da allora è permanente ed è passata attraverso varie «cose» e sigle fino a snocciolare nel corso della nostra storia contemporanea un rosario di sigle (Pci-Pds-Ds-Pd) e aggregazioni politiche (Ulivo, Unione, Nuovo Ulivo) che nascondevano l’incapacità di formare un soggetto unico della sinistra, un vero partito socialdemocratico. Non vi è stata mutazione genetica, solo un camaleontico cambio di pelle, un continuo rigenerarsi dell’abito dentro un corpo sempre più stanco e privo di idee nuove. Quel che sta accadendo nell’area politica finiana invece è qualcosa che somiglia a una metamorfosi provocata dalle radiazioni dell’antiberlusconismo. Una mutazione genetica che avvicina sempre più i finiani a un surreale progressismo da terza via. Questo gruppo più o meno vasto di persone dedite alla politica, infatti, non ha solo cambiato sigla, ma sta tentando con un’operazione culturale spericolata di mutare i punti di riferimento culturali della destra classica. Il risultato è un guazzabuglio ideologico, la costruzione di un Pantheon di icone a dir poco imbarazzante per chiunque abbia un po’ di confidenza con la filosofia, la letteratura, il cinema, l’arte, la televisione, la cultura tout court, cioè con tutto quel materiale che poi diventa patrimonio di un partito politico e si traduce in azione di governo e/o opposizione. I finiani offrono a un elettore che fino a ieri credeva nel valore della tradizione, nei fondamenti del triangolo Dio, Patria, Famiglia, un nuovo carnet di biglietti per entrare in un teatro dove si suona uno spartito che fino a poco tempo fa era degli avversari, cioè della sinistra. Molto istruttiva in questo senso è la lettura del Secolo d’Italia, in passato quotidiano del Movimento sociale di Giorgio Almirante, poi organo ufficiale di Alleanza nazionale e oggi equivoco «quotidiano nel Pdl» con una linea politica completamente fuori dal Pdl e inserita pienamente invece in quella finiana ora in precario e bizzarro divenire.
A pagina 8 del Secolo d’Italia ieri c’era un articolo firmato da Fiorello Cortiana intitolato «La sfida di Fli? Può ripartire dall’ecologia». A moltissimi quella firma non dirà granché e ad altrettanti l’argomento può sembrare pura ricerca di eccentricità. Non è così. Cortiana è l’espressione di un mondo che oggi viene corteggiato e a sua volta corteggia i finiani, è stato eletto ben due volte senatore dei Verdi, negli anni Settanta faceva parte di Lotta Continua, nel ‘77 era nei Collettivi giovanili, è un non nuclearista e, naturalmente, un antiberlusconiano. E scrive sul Secolo d’Italia, giornale che si autodefinisce «nel Pdl». È un numero qualsiasi di un giorno qualsiasi di un giornale che però non è qualsiasi ma, come leggiamo nella gerenza, il «quotidiano di Alleanza nazionale», diretto dalla finiana Flavia Perina e amministrato dal finiano Enzo Raisi. Non penso affatto che i giornali e le culture di partito debbano essere monolitiche o monocordi, ma in politica un conto è essere plurali, altro è mostrare un minimo di coerenza. Proporsi come destra (nuova o riverniciata, poco importa) e poi parlare lo stesso linguaggio, adottare gli stessi miti di quello che dovrebbe essere il tuo avversario politico, si traduce in un’operazione di doppiezza che nasconde il vero nocciolo della questione: Fini e i finiani non riconoscono più Berlusconi come capo del centrodestra. O meglio, obtorto collo devono accettare il responso delle urne e la sua leadership, ma sotto sotto sognano la dissoluzione del berlusconismo come fenomeno sociale (commettendo lo stesso errore storico della sinistra) e si compiacciono sul Secolo d’Italia della loro superiorità antropologica (come la sinistra) perché sono «un popolo festoso in cui nessuno intona “Meno male che Silvio c’è”».
Si sentono già al di sopra di chi vota l’uomo di Arcore, sono già saliti in terrazza e discettano delle sorti del Paese sorseggiando lo champagne gentilmente offerto dai mecenati del ribaltonismo, hanno esordito in società e già realizzato – contenti loro – la vera scissione dal partito, irreversibile perché ha dentro il virus dell’antiberlusconismo, la separazione da un mondo che considerano ormai lontano dalla loro torre eburnea, dopo averne goduto i frutti (posti, cariche, visibilità) e aver contribuito a fondarlo, quel mondo. È un caso di dissociazione da manuale. E infatti, nonostante tutto questo, si sentono ancora nel Pdl ma rivendicano di essere la terza gamba della coalizione. Un pasticcio. Cambiare idea è possibile, ma stare nella stessa alleanza comportandosi come un partito nel partito è più difficile. Vedremo oggi se Fini sarà più o meno doppio dei finiani.

IN ATTESA DEL NULLA

Pubblicato il 4 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

Non v’è giornale italiano che ancora stamattina non dedichi parte della prima pagina al discorso che l’on. Fini, il traditore del centro destra, farà alla “sua” festa in quel di Mirabello, nei pressi di Ferrara, la città che diede i natali a Italo Balbo. Balbo era stato uno dei quadriumviri della marcia su Roma e durante gli anni del fascismo aveva ricoperto ruoli e cariche importanti del regime e autore di memorabili imprese, come la leggendaria transvolata atlantica cui seguì il trionfo, novello Cesare, nelle strade di New York; ma  era stato anche uno dei maggiori critici delle esagerazioni del fascismo e  uno di quelli che non mancava mai di farsi “sentire” da Mussolini, il duce, al quale,per esempio,  non lesinò le sue critiche per l’alleanza con la Germania hitleriana cui Balbo era contrario.  Era, insomma, Balbo uno che non tramava nell’ombra e che aveva, come si soleva dire un tempo, la schiena dritta.  Per questo Mussolini, che non poteva  impedirgli di parlare,  lo aveva nominato governatore della Libia e ve lo aveva mandato per tenerlo lontano da Roma. E proprio nei primissimi giorni della guerra,  giugno 1940, Balbo  precipitò con il suo aereo nel cielo di Tobruk, colpito da “fuoco amico” della contraera italiana che lo scambiò per aereo nemico. Immediatamente ci fu chi adombrò il dubbio che il “fuoco amico” in verità fosse stato un “fuoco nemico”, nel senso che l’aereo fosse stato colpito volutamente dalla contraerea su ordine di Mussolini,  per eliminare un oppositore interno che, però, la sua opposizione l’aveva fatto alla luce del sole e che, peraltro, una volta presa la decisione aveva risposto “obbedisco”. Tutte le inchieste che si sono succedute,  da quella voluta da regime mussolinano alla inchiesta giornalistica pubblicata poche settimante fa a cura  di Folco Quilici,  il cui padre,  Nello Quilici,  fu grande amico di Balbo e morì sull’aereo precipitato a Tobruk, hanno escluso che quello di Balbo sia stato un assassinio premeditato ed hanno definitivamente concluso che fu davvero la conseguenza di un tragico errore che spazzò via un personaggio che, in vita, forse avrebbe potuto far molto per evitare all’Italia i lutti della seconda guerra mondiale e la fine tragica del fascismo. Chissà!  Certo è che il traditore del  nuovo e unico centro destra italiano, cioè l’on. Fini, sta andando  proprio nella terra di Balbo per formalizzare il suo ultimo, ennesimo tradimento della destra italiana. Cosa dirà Fini domani sera a Mirabello, ha poca importanza, perchè, per dirla con lo scomparso Edmondo Berselli nel suo Postitaliani, dietro l’eloquio di Fini non v’è nulla, anzi vi è il nulla. Comizierà a Mirabello Fini, dicendo in mille parole ciò che Montanelli avrebbe detto in tre, farà il prestigiatore con le parole discettando di “nuova destra”, di “destra europea”, di “destra diversa”, diversa da quella di Berlusconi, senza però andare oltre l’eloquio, guardandosi bene dallo spiegare ai presenti e, sopratutto, agli assenti cosa sia mai la “nuova destra”, la “destra europea”, la “destra diversa” da quella berlusconiana. Si guarderà bene dal dirlo, ma non perchè voglia mantenere riserbo e segreto, non lo dirà solo perchè non lo sa neppure lui. Sono parole, sono solo aggettivi  che non spiegano  nulla,  per la smeplice ragione che la “destra” non è nè “nuova”, nè “europea”, nè “diversa”, la Destra o è o non  è. O è ancorata a valori, principi, obiettivi che affondano radici e legami nella tradizione o non è “destra” E’ qualcosaltro. E quella di Fini è qualcosaltro. E’ la sua smisurata ambizione non supportata da reali capacità, da verificate esperienze, caratterizzata da mai contraddette contrapposizioni ai Valori e ai Principi che da sempre sono stati il faro della “nostra” destra, l’unica. A Mirabello Fini raccoglierà gli applausi di quanti in nome di una presunta destra sarebbero capaci di allearsi anche con la sinistra che comunque si camuffi è pur sempre la sinistra del terrore e dell’orrore, di quelli che hanno come bandiera e parola d’ordine la vendetta el’odio. Perchè è questo che Fini, grondante di odio contro Belrusconi,  come tutti gli irriconoscenti,  anela: la vendetta, e atteggiandosi a sansone, lui che al più è un modesto emulatore della filosofia del ratto delle sabine, farà di tutto perchè, ormai certo della sua morte politica, muoiano anche tutti i “filistei”,  alfieri della Destra che è la nsotra Destra. g.

UN CAVALLO DI TROIA NEL CENTRO DESTRA

Pubblicato il 4 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

di Marcello Veneziani

Tirerà la corda ma non la spezzerà. Resterà in casa, ma farà il cavallo di Troia, senza offesa per nessuno. Non fonderà il partito farfalla di cui si parlava ma il partito-tarma che corrode la mobilia dall’interno. Dicono che parlerà chiaro e forte, e sul tono e il timbro di voce non c’è dubbio che sarà così: è sui contenuti che sarà chiara e forte la sua ambiguità, vorrà tenere il piede in due staffe. Non fonderà ma annuncerà, non deciderà ma minaccerà. Che statista, ma che bravo, diranno i giornali che faranno la ola ad ogni antiberlusconata.

L’estate finissima volge alla fine e vorrei tentare un bilancio dell’impresa alla vigilia della sua riapparizione terrestre a Mirabello. Qual è in estrema sintesi il suo attuale fatturato politico? Gode di un potere e di buona stampa perché può azzoppare il governo Berlusconi. Ha un potere in negativo.

In origine Fini aveva un partito, il terzo per numero di voti, pari al 12-15 per cento. Era il leader più piazzato nel centrodestra per la successione a Berlusconi e questa popolarità, in una formazione populista e presidenzialista, conta assai. Essendosi esposto poco a governare, a fare, a esplorare, preferendo piuttosto parlare, seguire e lasciar fare, Fini aveva ancora una sua verginità di immagine e di prospettiva come leader. Infine aveva avuto un trattamento di favore da media e magistrati perché appena il suo nome spuntava in qualche inchiesta giudiziaria, a Perugia o a Roma, su affari, sanità, assicurazioni e altri campi, toccando i suoi famigliari e il suo entourage, finiva tutto in un beato nulla di fatto e la sua integrità restava inviolata. Insomma aveva un patrimonio buono da spendere. Ma poi lo prese la second life, ovvero la fregola di cambiar vita, privata e pubblica; il suo partito lo infastidiva, i suoi colonnelli gli stavano sugli zebedei, i suoi alleati pure e sopra tutti non sopportava Berlusconi. Quando devi a qualcuno larga parte del tuo successo hai due molle: una è la gratitudine, l’altra è la voglia ingrata di liberartene, perché lui ti ricorda i tuoi limiti, i tuoi debiti, le tue origini. Insomma, Fini partì per la sua impresa, munito di tutor. La prima, brutta avvisaglia, fu quando pensò di far nascere la fondazione Fini che avrebbe dovuto incamerare i beni del vecchio Msi; ma l’idea, denunciata in tempo e sgradita a molti ex, fu resa impraticabile e si ripiegò su Fare Futuro. Però la marcia fu innestata e vi risparmio le tappe seguenti, fin troppo note, per arrivare agli esiti finali.

Il risultato è che Fini guidava un partito grande e ora capeggia un mezzo partito senza identità e collocazione, che è la terza parte di Alleanza nazionale o forse meno nei suffragi e che probabilmente regredirà a corrente o setta. Era il leader più popolare nel centrodestra e ora lo è tra i suoi avversari, che lo usano ma non lo voteranno mai. Era il successore naturale di Berlusconi ed ora è percepito dal suo stesso elettorato come il suo nemico interno, il cavallo di Troia. Era gradito ai moderati, ai cattolici, ai conservatori, ai postfascisti ed ora è la bestia nera di tutti questi. Ed appare dopo le storie emerse sul filo di Montecarlo come un politicante come gli altri, che sistema parenti e usa la Rai per appalti famigliari, che usa o lascia usare in modo indecente il patrimonio di un partito accumulato attraverso donazioni di idealisti e sacrifici, anche umani, dei suoi militanti. In più appare come il coperchio istituzionale di una famiglia fino a ieri nullatenente e ora ricca e possidente, accaparrandosi prima la fortuna di Gaucci nei modi ben noti; poi usando il potere di Fini per acquisire contratti milionari, auto lussuose, privilegi vari. Chi dice che questo è becero linciaggio, dimentica che per molto meno fu linciato e si dimise Scajola. Molti di quelli che oggi si sentono feriti dalle inchieste su casa Fini, ieri ululavano di piacere per le inchieste su casa Berlusconi. Ci sono intimità inviolabili e altre esposte al pubblico ludibrio. La privacy lampeggia a intermittenza…

Ma sul piano politico che prospettive ha ora Fini? Diventare il vice di Casini in un’alleanza terzista? Entrare nel mitico cartello degli Stati generali dell’antiberlusconismo, da Vendola a lui? Fondare un partitino o una corrente di futuristi passatisti, che nel nome di Marinetti elogiano la velocità e la macchina e poi nel nome del sociologo comunista Franco Cassano, evocato da Granata a base dei finiani, elogiano la lentezza e la natura col pensiero meridiano? Ma per Fini l’unico barese Cassano che conosce è il calciatore. E se Fini è Marinetti, allora Berlusconi è D’Annunzio e Bossi è Montale…
Non so cosa verrà fuori dagli accertamenti sul patrimonio immobiliare del vecchio Msi, dalle società fondate ai Caraibi e dal rientro in patria del giovane Tulliani. Ma so che si può tracciare un bilancio politico. Fini non è un mostro e non è un losco affarista; però si è confermato un modesto politicante, dall’ottima loquela comiziale e televisiva, che si fa pilotare ed è disposto a vendersi chiunque e ogni idea, se serve alla sua carriera.

Un politicante non diverso da quelli della prima Repubblica, che abusavano del loro potere; per anni ha campato sull’idealismo nostalgico di un partito emarginato, poi ha goduto i vantaggi e le comodità di un’alleanza che lo ha portato al governo e nelle istituzioni; e infine, quando doveva dimostrare la sua effettiva statura, si è mostrato un inaffidabile opportunista di corte vedute e mosso solo da fini personali, che non sa cogliere nemmeno le grandi opportunità al momento giusto. Qualunque cosa accadrà adesso, perfino la ricomposizione o addirittura la reintegrazione del figliol prodigo nella Casa, abbiamo misurato definitivamente Fini: è un pezzo di meringa, e si scioglie in bocca.

IL RICATTO LIBERTICIDA DI FINI

Pubblicato il 3 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

Fini, il liberticida

Pare che Gianfranco Fini abbia posto come condizione indispensabile per una eventuale ricucitura del rapporto della sua componente con il Pdl l’immediata conclusione della campagna di stampa che “Il Giornale” e “Libero”, con l’apporto esterno de “Il Tempo”, conducono da mesi contro la sua persona. A stare a quanto scrivono i media che fiancheggiano l’opposizione e per questa ragione sostengono gli amici del Presidente della Camera, il Presidente del Consiglio dovrebbe convocare a Palazzo Grazioli il fratello Paolo ed il direttore de “Il Giornale” Vittorio Feltri, i rappresentanti della famiglia Angelucci ed il direttore di “Libero” Maurizio Belpietro e Domenico Bonifaci ed il direttore de “Il Tempo” Mario Sechi. Ed imporre loro, con le buone o con le cattive, di interrompere immediatamente l’offensiva giornalistica che stanno portando avanti da mesi contro l’ex leader di An e che ha prodotto un incredibile incremento di vendite da parte dei tre quotidiani. “L’Opinione” avrebbe potuto mettersi sulla scia di Feltri, Belpietro e Sechi nel tentativo di raccogliere almeno le briciole di una campagna risultata particolarmente fortunata. Non solo perché condotta con estrema virulenza ma anche perché fondata sulla singolare pretesa di Fini di usare l’autorevolezza istituzionale della terza carica dello stato per non rispondere alle domande sui suoi rapporti con Giancarlo Tulliani Ma questo è un giornale di cultura liberale e garantista. Che per rispettare i propri valori di riferimento ha sempre condotto battaglie sulle idee e mai sulle persone. Così, nel caso Fini, non si è gettato a capofitto negli attacchi personalizzati contro il Presidente della Camera, la sua attuale compagna e l’imbarazzante fratello Giancarlo Tulliani. Ma si è limitato a contestare in termini politici la scelta dell’ex leader di Alleanza Nazionale eletto alla Presidenza della Camera dalla maggioranza di centro destra, di rompere la propria stessa maggioranza impegnata nella difficile azione di contenimento della crisi economica.E di averlo fatto senza nutrire alcuna preoccupazione per gli interessi generali del paese. La decisione di non cavalcare la tigre dello sputtanamento personale e di seguire la strada della semplice critica politica, ha impedito a “L’Opinione” di entrare nel ricco circuito della stampa scandalistica. Ma mette in condizione ora il nostro giornale di avere pieno titolo nel sostenere che la richiesta di Fini al Cavaliere di zittire la stampa che lo avversa in cambio di un parziale rientro nei ranghi costituisce non solo un atto ricattatorio ma un comportamento apertamente e brutalmente liberticida. E’ singolare che chi si è battuto in nome della libertà di stampa contro la cosiddetta “legge bavaglio” pretenda oggi di mettere la museruola a chi lo incalza, ponendogli quesiti scomodi. La libertà di stampa che valeva ed andava difesa allora, non può essere dimenticata e calpestata oggi.  Ed è addirittura scandaloso che la perentoria richiesta di chiudere la bocca ad alcuni giornali venga da un Presidente della Camera evidentemente entrato in uno stato di grande confusione che gli impedisce di riconoscere il confine tra il ruolo di rappresentante delle istituzioni e quello di capo corrente. E’ possibile che nelle prossime settimane la campagna scandalistica contro Fini diventi meno ossessiva. Ma se si esaurisce l’interesse per la casa di Montecarlo o per i favori in Rai a Giancarlo Tulliani, non si esaurisce il problema della assoluta mancanza di principi di democrazia liberale dell’ex leader di An. Per questo è auspicabile che il chiarimento tra Pdl e finiani non sia un compromesso pasticciato ma una chiara distinzione di posizioni, scelte e responsabilità. Magari per continuare a collaborare nel quadro di una maggioranza più articolata. Ma ognuno con la propria identità e, come dovrebbe sollecitare anche il Capo dello Stato così sensibile a questione del genere, senza sfruttare indebitamente la copertura dei ruoli istituzionali!

A PROPOSITO DI FINI: DUE E TRE COSE PER GLI SMEMORATI

Pubblicato il 2 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini Tra qualche giorno il Presidente della Camera romperà il silenzio in cui è piombato da quando è esploso il caso dell’appartamento di Montecarlo passato da An a Giancarlo Tulliani. Cosa dirà Fini? Non penso sia in grado di rispondere alla domanda delle domande: chi c’è dietro le società con sede nei paradisi fiscali che hanno acquistato la casa da An per poi girarla al cognato? La chiave della storia è qui. Ma Fini ha preferito tacere. E il silenzio è davvero pesante. Fini in realtà farà quello in cui riesce meglio da una vita: farà un comizio. Cercherà di spiegare la sua scelta di metter su un gruppo parlamentare distinto dal Pdl, accuserà Berlusconi di averlo cacciato dal partito e parlerà di una campagna di stampa che punta a screditarlo. Su quest’ultimo aspetto, vale il fatto che tutti i giornali – tutti – hanno chiesto a Fini spiegazioni credibili. Non sono mai arrivate e non è mai troppo tardi. Sugli altri due punti – la formazione del gruppo e l’espulsione dal Pdl – proviamo a rimettere le cose in ordine e dare una mano agli smemorati di Futuro e Libertà. Primo: Gianfranco Fini non è stato espulso dal Pdl. E così anche i suoi fedelissimi. Il partito ha deciso di aprire un procedimento disciplinare e c’erano buoni motivi per farlo. Il documento votato dalla direzione del Pdl lo dice chiaramente: «L’onorevole Fini e taluni dei parlamentari che a lui fanno riferimento hanno costantemente formulato orientamenti e perfino proposte di legge su temi qualificanti (…) che confliggono apertamente con il programma che la maggioranza ha sottoscritto solennemente con gli elettori». Vero o falso?

Non è forse vero che Fini ha sempre più differenziato il suo percorso politico da quello del Pdl, il partito che ha contribuito a fondare? É una bugia o corrisponde a verità che i suoi sodali hanno attaccato la maggioranza di cui fanno parte più volte, fino al punto da uscire da quella che è la normale dialettica di partito? Non esiste formazione politica che possa reggere a un fenomeno del genere. La perdita di credibilità diventa immediata, il correntismo degenera e diventa una sorta di Cavallo di Troia per gli avversari politici. Questo in politica può accadere, ma tutte le volte che è successo, i partiti si sono divisi fino a scindersi. La maggioranza del Pdl dunque ha reagito – dopo mesi di attacchi – nell’unica maniera possibile. Interpellando gli organi del partito.
Secondo: la formazione del gruppo di Futuro e Libertà non segue l’espulsione dal gruppo, ma il semplice annuncio del procedimento disciplinare. Non siamo di fronte a una questione di puro formalismo, ma di sostanza politica. Fini e i suoi non hanno atteso né il giudizio degli organi del partito né hanno provato a usare l’arma della diplomazia e del dialogo. Hanno deciso di rompere tout court il rapporto parlamentare. Questo indica almeno un paio di cose rilevanti politicamente: 1. erano pronti a farlo e lo stavano studiando a tavolino da tempo e, dunque, l’azione non solo era premeditata ma condivisa e ispirata dal presidente della Camera; 2. Fini con questa mossa ha intaccato in maniera decisiva il suo delicato ruolo di arbitro della partita parlamentare; 3. la decisione di costituire il gruppo non è stata portata fino alle logiche conseguenze, cioè l’uscita definitiva dal partito, segno che si voleva – e vuole ancora – usare questa mossa solo a fini tattici, per trattare con mani libere le prossime decisioni da prendere in Parlamento. Il gruppo di Fini agisce come un partito, ma non è un partito e addirittura può denunciare di esser stato cacciato da un partito stando con un piede fuori e con l’altro dentro lo stesso partito.
Tutto questo è vero o falso? Come uscire da questo pantano? Berlusconi attende il discorso di Mirabello di Gianfranco Fini per prendere le sue decisioni. Se Fini lancia dei diktat – come pare intenzionato a fare – le porte della diplomazia avranno poche possibilità di aprirsi, se invece Fini lascia perdere la polemica personale e fa politica allora il discorso si fa diverso e la maggioranza può trovare un suo modus vivendi. Berlusconi e Fini non sono obbligati ad abitare nella stessa casa, ma è chiara che per stare allo stesso tavolo bisogna almeno condividire un metodo. É quello semplice, elementare, della maggioranza. Chi la detiene ha il sacrosanto diritto di far valere le sue decisioni. Si obietterà che la minoranza ha lo stesso pieno diritto di dissentire. Giusto, ma in politica il dissenso va incanalato nei meccanismi decisionali. Come può essere compatibile tutto questo con le sparate di Granata, gli aut aut di Bocchino e le minacce di non votare i provvedimenti del governo? Se queste sono le intenzioni dei finiani, non ci sarà mai pace, ma solo una guerra continua che logorerà il governo fino a decretarne la fine. Il Pdl può permettersi tutto questo? Non credo. La base elettorale già prima della decisione di Berlusconi non era in sintonia con Fini e con l’attendismo del Pdl nei suoi confronti. Chiedeva e voleva una decisione chiara. Ieri come oggi. Fini ha in mano il suo destino, ma non quello del Pdl. Può provare a far cadere il governo Berlusconi, ma per lui è impossibile cancellare il Cavaliere dal Paese reale. Vedremo fino a che punto arriverà. In ogni caso, prima o poi lo scettro torna al popolo che, quando si vota, ha buona memoria.(da IL TEMPO)

PRESIDENTE, NON E’ PIU’ L’ORA DELLE COLOMBE

Pubblicato il 1 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

L’obiettivo è ormai chiaro: fargli fare la fine di Craxi. I mandanti sono gli stessi: i signori delle rendite, i veri conservatori, e i loro galoppini: ex/post-comunisti e magistrati, fiancheggiati dalla famosa stampa indipendente pagata dai patti di sindacato. Il tutto benedetto dal Colle.

Per fare il lavoro sporco, hanno ingaggiato, in qualità di falange opplita, un gruppuscolo di traditori saccenti (i traditori servono sempre per uccidere il tiranno),  guidati da un leaderuncolo ambizioso, esperto in incoerenza ed immobili.

Veniamo ai fatti più recenti. Dopo mesi di logoramento, distinguo, attacchi diretti al PdL tacciato persino di fiancheggiare la mafia, i traditori decidono di fare un gruppo autonomo a Camera e Senato. I numeri per governare non ci sono più alla Camera e sono risicati al Senato. La maggioranza ne esce evidentemente (e forse irrimediabilmente) indebolita.

Inizia quindi la fase due. Giorno dopo giorno, il Corriere della Sera, in mano ai sopra menzionati mandanti, sforna editoriali eruditi, scritti dai soliti intellettuali inutili, con l’obiettivo di decantare l’utilità e la necessità di un governo di salute pubblica che spazzi via il Caimano, per il bene del Paese. Di recente poi, sempre sullo stesso quotidiano, è partita una campagna per l’ennesima modifica della legge elettorale: semplice precauzione, se i magistrati non riescono ad incarcerare il novello Cesare e si fosse costretti ad andare alle elezioni anticipate, serve una legge elettorale che rigeneri i mille partiti di qualche anno fa e favorisca la mega coalazione anti-Cav che va da Ferrando a Fini.

Poi, puntuale, è arrivata l’ora delle punte di diamante dei poteri forti, i veri reazionari e conservatori, che hanno la necessità di tutelare le loro rendite e che hanno sempre visto in Berlusconi un pericoloso rivoluzionario guascone. Da qui le bacchettate pre-vacanziere di Montezemolo e le interviste ferragostane di Corrado Passera con i loro sermoni lagnosi e antipolitici, come se vivessero e lavorassero su Marte.

Ma la mazzata finale è arrivata dal Colle. Con una loquacità puntigliosa e leggermente arrogante, il Presidente della Repubblica è intervenuto più volte nella calura ferragostana. L’apice l’ha però toccato dando un’intervista al giornale del suo vecchio partito, lui arbitro neutrale, nel quale ha attaccato chi chiede le elezioni anticipate e ha detto basta agli attacchi al Presidente della Camera. Non si ricorda la stessa veemenza nel difendere il Presidente del Consiglio, anch’egli istituzione mi pare, quando non più di un anno fa, fu persino tacciato di pedofilia. Silenzio assordante, come silente rimane in questi giorni, di fronte agli attacchi alla seconda carica dello Stato, infangata da certa spazzatura giustizialista.

Per non dire poi di ciò che è divenuto ormai prassi normale: il Quirinale è abituato a far sapere già durante l’iter parlamentare, cosa non condivide delle leggi in discussione e come le modificherebbe (ultimo caso: la sacrosanta legge sulle intercettazioni). E cosa dire dei decreti: il caso Eluana è ancora una ferita che non si rimargina. Soprassediamo infine, sull’equivoco comportamento tenuto sul lodo Alfano. Per molto meno fu chiesto l’impeachment di Cossiga (che Dio l’abbia in gloria!).

L’attacco è quindi partito, tutti i burattini e burattinai hanno fatto la loro parte, non resta che la dichiarazione di guerra che puntualmente è arrivata: una coalizione di liberazione nazionale contro il Cav, quella auspicata pochi giorni fa dal tremebondo Bersani.

Attenzione Presidente Berlusconi, questi sono gli eredi, per rimanere ai comitati di liberazione nazionale, della feccia di Piazzale Loreto, hanno persino cambiato i termini della prescrizione per il caso Mills, per riuscire a metterla al gabbio, una volta per tutte.

Questa non è più mero scontro politico, è una questione di sopravvivenza per Lei e di libertà per chi in Lei ha creduto. Ogni mezzo va usato per respingere questo attacco. Altrimenti potrebbe essere troppo tardi, non è più il tempo delle colombe. (da L’Opinione)

IN RICORDO DI FRANCESCO COSSIGA

Pubblicato il 18 agosto, 2010 in Politica | No Comments »

Francesco Cossiga, fervido anticomunista, qui ritratto insieme a Lech Walesa, il capo di Solidarnosc che mandò a gambe in aria il comunismo polacco, restituendo alla libertà e alla democrazia la vessata Nazione Polacca.

Da questa mattina è aperta al Policlinico Gemelli di Roma la Camera ardente dove la salma di Francesco Cossiga, Presidente merito della Repubblica, riceve l’omaggio dei potenti e, sopratutto,  degli umili cittadini di Roma.
Tra i potenti che questa mattina si sono cosparsi il capo di cenere  e hanno rivolto alla memoria di Cossiga lusinghieri riconoscimenti,  ci sono anche coloro che 20 anni non esitarono a farne oggetto di violenti  aggressioni, sino a chiederne la messa in stato di accusa per presunta violazione della Costituzione. Ne tacciamo i nomi per atto di riguardo all’Illustre scomparso, mentre preferiamo affidarne il ricordo all’omaggio che Gli ha rivolto Mario Sechi, sardo come lui, sul Tempo di questa mattina.

Il pastore triste che credeva in Dio, Sardegna e DC.

di Mario Sechi

Bastian contrario fino all’ultimo. Ha deciso lui quando partire. Biglietto di sola andata. Aveva già preparato tutto, quattro lettere scritte il 18 settembre 2007 alle cariche istituzionali (e non alle persone che le ricoprivano), il testamento e l’ultima picconata: niente funerale di Stato. Ultima tappa, a casa, nell’Isola. Ogni dettaglio al suo posto. Poi ha fissato l’ora, azionato il conto alla rovescia e ci ha lasciati qui, smarriti. E ammirati. Francesco Cossiga è stato una presenza costante nella vita degli italiani. Quando ero bambino era il mito inavvicinabile del grande politico sardo che aveva conquistato Roma. Quando lasciò la presidenza della Repubblica mi ritrovai in mezzo alla folla a salutare la sua uscita dal Quirinale. «Nelle case di Sassari le famiglie mangiano minestra e politica», diceva per spiegare il demone che fin da ragazzo l’aveva rapito dall’università e catapultato ai vertici della Dc. Passione indomabile. La Sardegna fu il baricentro della sua vita, la Balena Bianca fu l’amante, lo Stato fu il padre e Nostro Signore il compagno di viaggio a cui raccontare gioie e dolori, vittorie e sconfitte, passioni e delusioni. Cossiga era un uomo dal cuore infranto e non per una donna: la tragica uscita di scena dalla nostra storia di Aldo Moro fu il suo grande dolore, il terribile sacrificio di una guerra torbida e inumana. Cossiga ne portò il segno nell’anima e nella pelle fino all’ultimo giorno.
La sua lucida allegria era contrappuntata dalla solitaria tristezza dell’uomo che cercava una risposta nel silenzio. La sua verità esplodeva in un eloquio pungente, nel sarcasmo e talvolta in una cattiveria biblica che affondava le sue radici nella società agropastorale della Sardegna. «Io sono pronipote di un pastore». Lo diceva come un innocuo intercalare e lo «straniero», il non sardo, ci rideva sopra. Ma ogni volta che leggevo o sentivo quella frase, capivo che sotto c’era ben altro: la cultura della terra, il timore degli elementi, la difesa del pascolo, un fucile accanto al camino nelle notti d’inverno, un coltello, sa leppa, sempre in tasca, buono per sbucciare le mele e levare il respiro a una minaccia. Così, improvviso si manifestava il pessimismo cosmico di un uomo che sembrava uscire dai romanzi di Grazia Deledda e Sebastiano Satta. Immerso in una natura immodificabile, sovrana e sovrumana, quella che ai vecchi faceva dire «chie no este ruttu, podet rughere», chi non è caduto può cadere. Cossiga è caduto e si è rialzato. E l’ha fatto per gli italiani, non per se stesso. È stato un grande Presidente della Repubblica, con buona pace di chi ieri ne voleva l’impeachment e oggi piange lacrime di coccodrillo. Aveva capito prima di tutti cosa stava accadendo alle istituzioni repubblicane, aveva interpretato il suo ruolo al Quirinale con toni spengleriani da tramonto di tutto. Il suo istrionico modo di esporre i problemi politici faceva accigliare i parrucconi, ma in realtà era l’urlo strozzato in gola di chi vedeva crollare i pilastri della Repubblica italiana, i partiti. I gendarmi della memoria (rubo un titolo a uno splendido libro di Giampaolo Pansa) politicamente corretta e della storia a senso unico lo attaccarono su tutti i fronti.
A Cossiga nulla fu risparmiato. Poveracci, non arrivavano a capire che il Presidente stava ammonendo tutti, aveva visto in anticipo l’epilogo della nostra storia: lo sfascio di un sistema che – bene o male – aveva tenuto in piedi il Belpaese e impedito che lo Stivale fosse peggio di quel che era diventato. Lui, anticomunista a 24 carati, amerikano e custode del Patto Atlantico, fu il primo a capire che per sbloccare il sistema occorreva un atto di forza, una rottura. Con questa pazza idea in testa portò Massimo D’Alema, un postcomunista vero e non posticcio, alla guida di Palazzo Chigi. Flashback. Cagliari, dolce città bianca sul mare. Direzione dell’Unione Sarda. Squilla il telefono: «Sono Cossiga, Mario vieni qui. Sono all’Hotel Mediterraneo, ti aspetto». Lo trovo con la compagnia di giro di sempre. Allegro. Felice. Un gatto che ha appena mangiato il topo. Si ridacchia, fa battute sulla superiorità dei sassaresi rispetto a quelli come me, cresciuti nel Campidano oristanese. Buttiamo giù un’intervista sull’attualità politica: «Fondo il movimento dei quattro gatti». Vuol giocare, mi sento dentro una commedia sarda di Antonio Garau: «Presidente, ci vuole un simbolo». «Hai ragione. Farò un cartiglio…lo slogan sarà “miao” e ho già pensato anche allo stemma: quattro gatti d’oro in campo verde. Io, naturalmente, sarò il gatto mammone. Ma teniamo presente una cosa: i gatti graffiano». L’enciclopedia animale di Cossiga poteva competere con il Manuale di zoologia fantastica di Jorge Luis Borges. Il periodo finale della sua presidenza fu una saga di fantasmi, di non-morti: «zombie con i baffi» (Occhetto) e «accozzaglia di zombie e superzombie» (il Parlamento).

L‘Economist non capendo niente di lui – come di gran parte delle cose italiche – lo prese per matto e gli diede della «lepre marzolina». La caccia alla selvaggina si svolse nel gran frastuono e un nulla di fatto perché gli avversari di Cossiga avevano le polveri bagnate e lui più che una lepre era un volpone. Avevi voglia tu di cercare d’interpretarlo, decifrarlo, decodificarlo. Neanche un cremlinologo avrebbe potuto leggere i suoi arabeschi politici. Ed ora, martedì 17 agosto 2010, giorno di Santa Chiara da Montefalco, siamo qui a scrivere del suo ultimo viaggio, nel bel mezzo di una bufera politica dalla quale lui s’erge, ancora una volta, con un sorriso beffardo. Ho come l’impressione che ci stia osservando. Il pastore Cossiga sa di averci fregato tutti anche stavolta. La terra di Cheremule gli sarà lieve, terra di babbo e mamma, buona terra di Sardegna. Adiosu Franziscu.   Mario Sechi

ADDIO, PRESIDENTE

Pubblicato il 17 agosto, 2010 in Politica | No Comments »

Il senatore a vita Francesco Cossiga, Presidente emerito della Repubblica, ha cessato di vivere oggi, alle 13,18. Aveva 82 anni e la sua morte provoca un grande e generale cordoglio.

E’ stato il protagonista di oltre 50 anni di vita poitica del nostro Paese, servendolo da parlamentare e da uomo di governo, nei maggiori incarichi istituzionali, da sottosegretario a Ministro e Presidente del Consiglio, da presidente del Senato,  e infine,  da Presidente della Repubblica, carica alla quale fu eletto nel 1985.

Si dimise dalla carica nel 1992, pochi giorni prima della scadenza del mandato, dopo una turbolenta  stagione di polemiche politiche per le quali il PCI  ne chiese la messa in stato di accusa, richiesta archiviata perchè infondata.

Anticomunista fervido e intelligente, ha vissuto gli anni successivi, da Tangentopoli sino alla morte, partecipando con arguzia e  passione alle vicende politiche del nostro Paese.

Ci mancherà e mancherà al Paese, mancherà alle Istituzioni che spesso attraverso la sua perspicace ironia sapevano ritrovare le ragioni del buon senso e del vivere civile.

Addio, Presidente.